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Codice di Diritto canonico

Sommario:

Codice di Diritto canonico

Giovanni Paolo II, cost. ap. «Sacrae disciplinae leges»,

Prefazione

Libro I. Norme generali (cann. 1-203)

Titolo I. Le leggi ecclesiastiche (cann. 7-22)

Titolo II. La consuetudine (cann. 23-28)

Titolo III. Decreti generali e istruzioni (cann. 29-34)

Titolo IV. Gli atti amministrativi singolari (cann. 35-93)

Capitolo I. Norme comuni (cann. 35-47)

Capitolo II. I decreti e i precetti singolari (cann. 48-58)

Capitolo III. I rescritti (cann. 59-75)

Capitolo IV. I privilegi (cann. 76-84)

Capitolo V. Le dispense (cann. 85-93)

Titolo V. Gli statuti e gli ordinamenti (cann. 94-95)

Titolo VI. Le persone fisiche e giuridiche (cann. 96-123)

Capitolo I. La condizione canonica delle persone fisiche (cann. 96-112)

Capitolo II. Le persone giuridiche (cann. 113-123)

Titolo VII. Gli atti giuridici (cann. 124-128)

Titolo VIII. La potestà di governo (cann. 129-144)

Titolo IX. Gli uffici ecclesiastici (cann. 145-196)

Capitolo I. Provvisione dell’ufficio ecclesiastico (cann. 146-183)

Capitolo II. Perdita dell’ufficio ecclesiastico (cann. 184-196)

Titolo X. La prescrizione (cann. 197-199)

Titolo XI. Il computo del tempo (cann. 200-203)

Libro II. Il popolo di Dio (cann. 204-746)

Parte prima. I fedeli (cann. 204-329)

Titolo I. Obblighi e diritti di tutti i fedeli (cann. 208-223)

Titolo II. Obblighi e diritti dei fedeli laici (cann. 224-231)

Titolo III. I ministri sacri o chierici (cann. 232-293)

Capitolo I. La formazione dei chierici (cann. 232-264)

Capitolo II. L’ascrizione dei chierici o incardinazione (cann. 265-272)

Capitolo III. Obblighi e diritti dei chierici (cann. 273-289)

Capitolo IV. La perdita dello stato clericale (cann. 290-293)

Titolo IV. Le prelature personali (cann. 294-297)

Titolo V. Le associazioni dei fedeli (cann. 298-329)

Capitolo I. Norme comuni (cann. 298-311)

Capitolo II. Associazioni pubbliche di fedeli (cann. 312-320)

Capitolo III. Associazioni private di fedeli (cann. 321-326)

Capitolo IV. Norme speciali per le associazioni di laici (cann. 327-329)

Parte seconda. La costituzione gerarchica della Chiesa (cann. 330-572)

Sezione I. La suprema autorità della Chiesa (cann. 330-367)

Capitolo I. Il Romano Pontefice e il Collegio dei vescovi (cann. 330-341)

Capitolo II. Il Sinodo dei Vescovi (cann. 342-348)

Capitolo III. I Cardinali di Santa Romana Chiesa (cann. 349-359)

Capitolo IV. La Curia Romana (cann. 360-361)

Capitolo V. I Legati del Romano Pontefice (cann. 362-367)

Sezione II. Le chiese particolari e i loro raggruppamenti (cann. 368-572)

Titolo I. Le chiese particolari e l’autorità in esse costituita (cann. 368-430)

Capitolo I. Le chiese particolari (cann. 368-374)

Capitolo II. I Vescovi (cann. 375-411)

Capitolo III. Sede impedita e sede vacante (cann. 412-430)

Titolo II. I raggruppamenti di chiese particolari (cann. 431-459)

Capitolo I. Province ecclesiastiche e regioni ecclesiastiche (cann. 431-434)

Capitolo II. I metropoliti (cann. 435-438)

Capitolo III. I concili particolari (cann. 439-446)

Capitolo IV. Le conferenze episcopali (cann. 447-459)

Titolo III. Struttura interna delle chiese particolari (cann. 460-572)

Capitolo I. Il sinodo diocesano (cann. 460-468)

Capitolo II. La curia diocesana (cann. 469-494)

Capitolo III. Il consiglio presbiterale e il collegio dei consultori (cann. 495-502)

Capitolo IV. I capitoli dei canonici (cann. 503-510)

Capitolo V. Il consiglio pastorale (cann. 511-514)

Capitolo VI. Le parrocchie, i parroci e i vicari parrocchiali (cann. 515-552)

Capitolo VII. I vicari foranei (cann. 553-555)

Capitolo VIII. I rettori delle chiese e i capellani (cann. 556-572)

Parte terza. Gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (cann. 573-746)

Sezione I. Gli istituti di vita consacrata (cann. 573-730)

Titolo I. Norme comuni a tutti gli istituti di vita consacrata (cann. 573-606)

Titolo II. Gli istituti religiosi (cann. 607-709)

Capitolo I. Case religiose: erezione e soppressione (cann. 608-616)

Capitolo II. Il governo degli istituti (cann. 617-640)

Capitolo III. Ammissione dei candidati e formazione dei membri (cann. 641-661)

Capitolo IV. Obblighi e diritti degli istituti e dei loro membri (cann. 662-672)

Capitolo V. L’apostolato degli istituti (cann. 673-683)

Capitolo VI. Separazione dei membri dall’istituto (cann. 684-704)

Capitolo VII. I religiosi elevati all’episcopato (cann. 705-707)

Capitolo VIII. Le conferenze dei superiori maggiori (cann. 708-709)

Titolo III. Gli istituti secolari (cann. 710-730)

Sezione II. Le società di vita apostolica (cann. 731-746)

Libro terzo. La funzione di insegnare della Chiesa (cann. 747-833)

Titolo I. Il ministero della parola divina (cann. 756-780)

Capitolo I. La predicazione della parola di Dio (cann. 762-772)

Capitolo II. L’istruzione catechetica (cann. 773-780)

Titolo II. L’azione missionaria della Chiesa (cann. 781-792)

Titolo III. L’educazione cattolica (cann. 793-821)

Capitolo I. Le scuole (cann. 796-806)

Capitolo II. Le università cattoliche e gli altri istituti di studi superiori (cann. 807-814)

Capitolo III. Le università e le facoltà ecclesiastiche (cann. 815-821)

Titolo IV. Gli strumenti di comunicazione sociale e in specie i libri (cann. 822-832)

Titolo V. La professione di fede (can. 833)

Libro IV. La funzione di santificare della Chiesa (cann. 834-1253)

Parte prima. I sacramenti (cann. 840-1165)

Titolo I. Il battesimo (cann. 849-878)

Capitolo I. La celebrazione del battesimo (cann. 850-860)

Capitolo II. Il ministro del battesimo (cann. 861-863)

Capitolo III. I battezzandi (cann. 864-871)

Capitolo IV. I padrini (cann. 872-874)

Capitolo V. Prova e annotazione del battesimo conferito (cann. 875-878)

Titolo II. Il sacramento della confermazione (cann. 879-896)

Capitolo I. La celebrazione della confermazione (cann. 880-881)

Capitolo II. Il ministro della confermazione (cann. 882-888)

Capitolo III. I confermandi (cann. 889-891)

Capitolo IV I padrini (cann. 892-893)

Capitolo V. Prova e annotazione dell’avvenuta confermazione (cann. 894-896)

Titolo III. La santissima Eucaristia (cann. 897-958)

Capitolo I. La celebrazione eucaristica (cann. 899-933)

Capitolo II. Conservazione e venerazione della santissima eucaristia (cann. 934-944)

Capitolo III. L’offerta data per la celebrazione della messa (cann. 945-958)

Titolo IV. Il sacramento della penitenza (cann. 959-997)

Capitolo I. La celebrazione del sacramento (cann. 960-964)

Capitolo II. Il ministro del sacramento della penitenza (cann. 965-986)

Capitolo III. Il penitente (cann. 987-991)

Capitolo IV. Le indulgenze (cann. 992-997)

Titolo V. Il sacramento dell’unzione degli infermi (cann. 998-1007)

Capitolo I. La celebrazione del sacramento (cann. 999-1002)

Capitolo II. Il ministro dell’unzione degli infermi (can. 1003)

Capitolo III. A chi va conferita l’unzione degli infermi (cann. 1004-1007)

Titolo VI. Ordine (cann. 1008-1054)

Capitolo I. Celebrazione e ministro dell’ordinazione (cann. 1010-1023)

Capitolo II. Gli ordinandi (cann. 1024-1052)

Capitolo III. Annotazione e certificato dell’avvenuta ordinazione (cann. 1053-1054)

Titolo VII. Il matrimonio (cann. 1055-1165)

Capitolo I. La cura pastorale e gli atti da premettere alla celebrazione del matrimonio (cann. 1063-1072)

Capitolo II. Gli impedimenti dirimenti in genere (cann. 1073-1082)

Capitolo III. Gli impedimenti dirimenti in specie (cann. 1083-1094)

Capitolo IV. Il consenso matrimoniale (cann. 1095-1107)

Capitolo V. La forma della celebrazione del matrimonio (cann. 1108-1123)

Capitolo VI. I matrimoni misti (cann. 1124-1129)

Capitolo VII. La celebrazione segreta del matrimonio (cann. 1130-1133)

Capitolo VIII. Effetti del matrimonio (cann. 1134-1140)

Capitolo IX. La separazione dei coniugi (cann. 1141-1155)

Capitolo X. Convalidazione del matrimonio (cann. 1156-1165)

Parte seconda. Gli altri atti del culto divino (cann. 1166-1204)

Titolo I. I sacramentali (cann. 1166-1172)

Titolo II. La liturgia delle ore (cann. 1173-1175)

Titolo III. Le esequie ecclesiastiche (cann. 1176-1185)

Capitolo I. La celebrazione delle esequie (cann. 1177-1182)

Capitolo II. A chi si devono concedere o negare le esequie ecclesiastiche (cann. 1183-1185)

Titolo IV. Il culto dei santi, delle sacre immagini e delle reliquie (cann. 1186-1190)

Titolo V. Il voto e il giuramento (cann. 1191-1204)

Capitolo I. Il voto (cann. 1191-1198)

Capitolo II. Il giuramento (cann. 1199-1204)

Parte terza. I luoghi e i tempi sacri (cann. 1205-1253)

Titolo I. I luoghi sacri (cann. 1205-1243)

Capitolo I. Le chiese (cann. 1214-1222)

Capitolo II. Gli oratori e le cappelle private (cann. 1223-1229)

Capitolo III. I santuari (cann. 1230-1234)

Capitolo IV. Gli altari (cann. 1235-1239)

Capitolo V. I cimiteri (cann. 1240-1243)

Titolo II. I tempi sacri (cann. 1244-1253)

Capitolo I. I giorni di festa (cann. 1246-1248)

Capitolo II. I giorni di penitenza (cann. 1249-1253)

Libro quinto. I beni temporali della Chiesa (cann. 1254-1310)

Titolo I. L’acquisto dei beni (cann. 1259-1272)

Titolo II. L’amministrazione dei beni (cann. 1273-1289)

Titolo III. I contratti e specialmente l’alienazione (cann. 1290-1298)

Titolo IV. Pie volontà in genere e pie fondazioni (cann. 1299-1310)

Libro sesto. Le sanzioni nella Chiesa (cann. 1311-1399)

Parte prima. Delitti e pene in genere (cann. 1311-1363)

Titolo I. La punizione dei delitti in generale (cann. 1311-1312)

Titolo II. La legge penale e precetto penale (cann. 1313-1320)

Titolo III. Il soggetto passivo delle sanzioni penali (cann. 1321-1330)

Titolo IV. Le pene e le altre punizioni (cann. 1331-1340)

Capitolo I. Le censure (cann. 1331-1335)

Capitolo II. Le pene espiatorie (cann. 1336-1338)

Capitolo III. Rimedi penali e penitenze (cann. 1339-1340)

Titolo V. L’applicazione delle pene (cann. 1341-1353)

Titolo VI. La cessazione delle pene (cann. 1354-1363)

Parte seconda. Le pene per i singoli delitti (cann. 1364-1399)

Titolo I. Delitti contro la religione e l’unità della Chiesa (cann. 1364-1369)

Titolo II. Delitti contro le autorità ecclesiastiche e la libertà della Chiesa (cann. 1370-1377)

Titolo III. Usurpazione degli uffici ecclesiastici e delitti nel loro esercizio (cann. 1378-1389)

Titolo IV. Il delitto di falso (cann. 1390-1391)

Titolo V. Delitti contro obblighi speciali (cann. 1392-1396)

Titolo VI. Delitti contro la vita e la libertà dell’uomo (cann. 1397-1398)

Titolo VII. Norma generale (can. 1399)

Libro settimo. I processi (cann. 1400-1752)

Parte prima. I giudizi in generale (cann. 1400-1500)

Titolo I. Il tribunale competente (cann. 1404-1416)

Titolo II. Differenti gradi e specie di tribunali (cann. 1417-1445)

Capitolo I. Il tribunale di prima istanza (cann. 1419-1437)

Capitolo II. Il tribunale di seconda istanza (cann. 1438-1441)

Capitolo III. I tribunali della Sede Apostolica (cann. 1442-1445)

Titolo III. La disciplina che deve essere osservata nei tribunali (cann. 1446-1475)

Capitolo I. L’ufficio dei giudici e dei ministri del tribunale (cann. 1446-1457)

Capitolo II. L’ordine da seguire nel giudicare le cause (cann. 1458-1464)

Capitolo III. Termini e dilazioni (cann. 1465-1467)

Capitolo IV. Il luogo del giudizio (cann. 1468-1469)

Capitolo V. Le persone da ammettersi in aula, modalità per la redazione e la conservazione degli atti (cann. 1470-1475)

Titolo IV. Le parti nella causa (cann. 1476-1490)

Capitolo I. Attore e convenuto (cann. 1476-1480)

Capitolo II. Procuratori alle liti e avvocati (cann. 1481-1490)

Titolo V. Azioni ed eccezioni (cann. 1491-1500)

Capitolo I. Azioni ed eccezioni in genere (cann. 1491-1495)

Capitolo II. Azioni ed eccezioni in specie (cann. 1496-1500)

Parte seconda. Il giudizio contenzioso (cann. 1501-1670)

Sezione I. Il giudizio contenzioso ordinario (cann. 1501-1655)

Titolo I. L’introduzione della causa (cann. 1501-1512)

Capitolo I. Il libello introduttorio della lite (cann. 1501-1506)

Capitolo II. Citazione e intimazione degli atti giudiziari (cann. 1507-1512)

Titolo II. La contestazione della lite (cann. 1513-1516)

Titolo III. Della istanza giudiziale (cann. 1517-1525)

Titolo IV. Le prove (cann. 1526-1586)

Capitolo I. Le dichiarazioni delle parti (cann. 1530-1538)

Capitolo II. Prova documentale (cann. 1539-1546)

Capitolo III. Testimoni e testimonianze (cann. 1547-1573)

Capitolo IV. I periti (cann. 1574-1581)

Capitolo V. Accesso e ispezione giudiziaria (cann. 1582-1583)

Capitolo VI. Le presunzion (cann. 1584-1586)

Titolo V. Le cause incidentali (cann. 1587-1597)

Capitolo I. Le parti che non si presentano in giudizio (cann. 1592-1595)

Capitolo II. L’intervento di un terzo nella causa (cann. 1596-1597)

Titolo VI. La pubblicazione degli atti, la conclusione in causa e la discussione della causa (cann. 1598-1606)

Titolo VII. I pronunciamenti del giudice (cann. 1607-1618)

Titolo VIII. Impugnazione della sentenza (cann. 1619-1640)

Capitolo I. Querela di nullità contro la sentenza (cann. 1619-1627)

Capitolo II. L’appello (cann. 1628-1640)

Titolo IX. La cosa giudicata e la restitutio in integrum (cann. 1641-1648)

Capitolo I. La cosa giudicata (cann. 1641-1644)

Capitolo II. La restitutio in integrum (cann. 1645-1648)

Titolo X. Spese giudiziarie e gratuito patrocinio (can. 1649)

Titolo XI. L’esecuzione della sentenza (cann. 1650-1655)

Sezione II. Il processo contenzioso orale (cann. 1656-1670)

Parte terza. Alcuni processi speciali (cann. 1671-1716)

Titolo I. I processi matrimoniali (cann. 1671-1707)

Capitolo I. Le cause per la dichiarazione di nullità del matrimonio (cann. 1671-1691)

Capitolo II. Cause di separazione dei coniugi (cann. 1692-1696)

Capitolo III. Processo per la dispensa dal matrimonio rato e non consumato (cann. 1697-1706)

Capitolo IV. Processo di morte presunta del coniuge (can. 1707)

Titolo II. Cause per la dichiarazione di nullità della sacra ordinazione (cann. 1708-1712)

Titolo III. Modi per evitare i giudizi (cann. 1713-1716)

Parte quarta. Il processo penale (cann. 1717-1731)

Capitolo I. L’indagine previa (cann. 1717-1719)

Capitolo II. Lo svolgimento del processo (cann. 1720-1728)

Capitolo III. L’azione per la riparazione dei danni (cann. 1729-1731)

Parte quinta. Il modo di procedere nei ricorsi amministrativi e nella rimozione o nel trasferimento dei parroci (cann. 1732-1752)

Sezione I. Il ricorso contro i decreti amministrativi (cann. 1732-1739)

Sezione II. Procedura per la rimozione e il trasferimento dei parroci (cann. 1740-1752)

Capitolo I. Modo di procedere nella rimozione dei parroci (cann. 1740-1747)

Capitolo II. Modo di procedere nel trasferimento dei parroci (cann. 1748-1752)

 

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Giovanni Paolo II, cost. ap. «Sacrae disciplinae leges»,

qua Codex Iuris Canonici recognitus promulgatur, 25 gennaio 1983, in AAS, 75 (1983), pars II, pp. VII-XIV (Praefatio: pp. XV-XXX, principi pp. XXI-XXIII).

Lungo il corso dei secoli la Chiesa cattolica ha di solito riformato e rinnovato le leggi della sacra disciplina, affinché, in costante fedeltà al suo divino Fondatore, esse ben si adattassero alla missione salvifica, che a lei è affidata. Mosso da questo stesso proposito e dando finalmente compimento all’attesa di tutto quanto il mondo cattolico, dispongo quest’oggi, 25 gennaio dell’anno 1983, la pubblicazione del Codice di diritto canonico dopo la sua revisione. Ciò facendo, il mio pensiero si porta al medesimo giorno dell’anno 1959, allorché il mio predecessore Giovanni XXIII di felice memoria diede per la prima volta il pubblico annuncio di aver deciso la riforma del vigente “corpus” delle leggi canoniche, che era stato promulgato nella solennità di Pentecoste dell’anno 1917.

Una tale decisione della riforma del Codice fu presa insieme con altre due decisioni, di cui quel pontefice parlò nello stesso giorno, concernenti l’intenzione di celebrare il sinodo della diocesi di Roma e di convocare il Concilio ecumenico. Di questi due eventi, anche se il primo non ha uno stretto riferimento alla riforma del Codice, l’altro tuttavia, cioè il Concilio, è di somma importanza in ordine al nostro argomento e si collega intimamente con esso.

E se ci si domanda perché Giovanni XXIII abbia avvertito la necessità di riformare il Codice vigente, la risposta si può forse trovare nello stesso Codice, promulgato nell’anno 1917. Peraltro, esiste anche una diversa risposta, ed è quella decisiva: cioè che la riforma del Codice di diritto canonico appariva nettamente voluta e richiesta dallo stesso Concilio, il quale aveva rivolto la massima attenzione alla Chiesa.

Com’è evidente, quando fu dato il primo annuncio della revisione del Codice, il Concilio era un’impresa del tutto futura. Si aggiunga che gli atti del suo magistero e, segnatamente, la sua dottrina intorno alla Chiesa sarebbero stati messi a punto negli anni 1962-1965; tuttavia non è chi non veda come l’intuizione di Giovanni XXIII sia stata esattissima, e bisogna dire a ragione che la sua decisione provvide in prospettiva al bene della Chiesa.

Pertanto, il nuovo Codice, che oggi viene pubblicato, ha necessariamente richiesto la precedente opera del Concilio; e benché sia stato preannunciato insieme con l’assise ecumenica, tuttavia esso cronologicamente la segue, perché i lavori intrapresi per prepararlo, dovendosi basare sul Concilio, non poterono aver inizio se non dopo la sua conclusione.

Volgendo oggi il pensiero all’inizio del lungo cammino, ossia a quel 25 gennaio dell’anno 1959, e alla stessa persona di Giovanni XXIII, promotore della revisione del Codice, debbo riconoscere che questo Codice è scaturito da un’unica e medesima intenzione, che è quella di restaurare la vita cristiana. Da una tale intenzione, in effetti, tutta l’opera del Concilio ha tratto le sue norme e il suo orientamento.

Se ora passiamo a considerare la natura dei lavori, che hanno preceduto la promulgazione del Codice, come pure la maniera con cui essi sono stati condotti, specialmente durante i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo I e di poi fino al giorno d’oggi, è assolutamente necessario rilevare in tutta chiarezza che tali lavori furono portati a termine in uno spirito squisitamente collegiale. E ciò non soltanto si riferisce alla redazione materiale dell’opera, ma tocca altresì in profondo la sostanza stessa delle leggi elaborate.

Ora, questa nota della collegialità, che caratterizza e distingue il processo di origine del presente Codice, corrisponde perfettamente al magistero e all’indole del Concilio Vaticano II. Perciò, il Codice, non soltanto per il suo contenuto, ma già anche nel suo primo inizio, dimostra lo spirito di questo Concilio, nei cui documenti la Chiesa, universale “sacramento di salvezza” (cf. “Lumen Gentium“, 1.9.48), viene presentata come popolo di Dio e la sua costituzione gerarchica appare fondata sul collegio dei vescovi unitamente al suo capo.

Per questo motivo, dunque, i vescovi e gli episcopati furono invitati a prestare la loro collaborazione nella preparazione del nuovo Codice, affinché attraverso un così lungo cammino, con un metodo per quanto possibile collegiale, maturassero, a poco a poco, le formule giuridiche, che in seguito dovevano servire per l’uso di tutta quanta la Chiesa. In tutte le fasi, poi, di tale impresa parteciparono ai lavori anche degli esperti, cioè uomini specializzati nella dottrina teologica, nella storia e soprattutto nel diritto canonico, i quali furono chiamati da tutte le parti del mondo.

A tutti e a ciascuno di loro desidero oggi manifestare i sentimenti della mia viva gratitudine. Innanzitutto si presentano ai miei occhi le figure dei cardinali defunti, che presiedettero la commissione preparatoria: il cardinale Pietro Ciriaci, il quale iniziò l’opera, e il cardinale Pericle Felici, il quale per molti anni guidò l’iter dei lavori fin quasi al loro termine. Penso, poi, ai segretari della medesima commissione: il reverendissimo monsignor Giacomo Violardo, poi cardinale, e il padre Raimondo Bidagor, della Compagnia di Gesù, entrambi i quali nell’assolvere questo compito vi profusero i doni della loro dottrina e sapienza. Insieme con essi ricordo i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi e tutti coloro che sono stati membri di quella commissione, nonché i consultori dei singoli gruppi di studio impiegati, durante questi anni, in un’opera tanto difficile, e che Dio nel frattempo ha chiamato al premio eterno. Per tutti loro sale a Dio la mia preghiera di suffragio.

Mi è caro però anche ricordare le persone viventi, a cominciare dall’attuale propresidente della commissione, il venerabile fratello monsignor Rosalio Castillo Lara, che per lunghissimo tempo ha egregiamente lavorato in un’impresa di tanta responsabilità, per passare poi al diletto figlio monsignor Guglielmo Onclin, la cui assiduità e diligenza ha grandemente contribuito alla felice conclusione dell’opera, fino a tutti gli altri che nella commissione stessa, sia come membri cardinali, sia come officiali, consultori e collaboratori nei vari gruppi di studio o in altri uffici, hanno dato il loro apprezzato apporto alla elaborazione e al completamento di un’opera tanto ponderosa e complessa.

Pertanto, promulgando oggi il Codice, sono pienamente consapevole che questo atto è espressione dell’autorità pontificia, perciò riveste un carattere primaziale. Ma sono parimenti consapevole che questo Codice, nel suo oggettivo contenuto, rispecchia la sollecitudine collegiale per la Chiesa di tutti i miei fratelli nell’episcopato. Anzi, per una certa analogia con il Concilio, esso deve essere considerato come il frutto di una collaborazione collegiale scaturita dal confluire di energie da parte di persone e istituzioni specializzate sparse in tutta la Chiesa.

Si pone ora una seconda questione circa la natura stessa del Codice di diritto canonico. Per rispondere bene a questa domanda, bisogna riandare con la mente al lontano patrimonio di diritto contenuto nei libri del Vecchio e Nuovo Testamento dal quale, come dalla sua prima sorgente, proviene tutta la tradizione giuridico-legislativa della Chiesa.

Cristo Signore, infatti, non ha voluto affatto distruggere il ricchissimo retaggio della legge e dei profeti, che si era venuto man mano formando dalla storia e dall’esperienza del popolo di Dio nell’Antico Testamento, ma gli ha dato compimento (cf. Mt 5,17), così che esso in modo nuovo e più elevato entrò a far parte dell’eredità del Nuovo Testamento. Perciò, quantunque san Paolo nell’esporre il mistero pasquale insegni che la giustificazione non si ottiene con le opere della legge, ma per mezzo della fede (cf. Rm 3,28; Gal 2,16), con ciò tuttavia né annulla l’obbligatorietà del decalogo (cf. Rm 13,8-10; Gal 5,13-25; 6,2), né nega l’importanza della disciplina nella Chiesa di Dio (cf. 1Cor cap. 5 e 6). In tal modo gli scritti del Nuovo Testamento ci consentono di percepire ancor più l’importanza stessa della disciplina e ci fanno meglio comprendere come essa sia più strettamente congiunta con il carattere salvifico dello stesso messaggio evangelico.

Stando così le cose, appare abbastanza chiaramente che il Codice non ha come scopo in nessun modo di sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità dei fedeli nella vita della Chiesa. Al contrario, il suo fine è piuttosto di creare tale ordine nella società ecclesiale che, assegnando il primato all’amore, alla grazia e al carisma, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono.

Il Codice, dal momento che è il principale documento legislativo della Chiesa, fondato nell’eredità giuridico-legislativa della rivelazione e della tradizione, va riguardato come lo strumento indispensabile per assicurare il debito ordine sia nella vita individuale e sociale, sia nell’attività stessa della Chiesa. Perciò, oltre a contenere gli elementi fondamentali della struttura gerarchica e organica della Chiesa quali furono stabiliti dal suo divin Fondatore oppure radicati nella tradizione apostolica, o in ogni caso antichissima, e oltre alle principali norme concernenti l’esercizio del triplice ufficio affidato alla stessa Chiesa, il Codice deve definire anche alcune regole e norme di comportamento.

Lo strumento, che è il Codice, corrisponde in pieno alla natura della Chiesa, specialmente come viene proposta dal magistero del Concilio Vaticano II in genere, e in particolar modo dalla sua dottrina ecclesiologica. Anzi, in un certo senso, questo nuovo Codice potrebbe intendersi come un grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico questa stessa dottrina, cioè la ecclesiologia conciliare. Se poi è impossibile tradurre perfettamente in linguaggio “canonistico” l’immagine della Chiesa, tuttavia a questa immagine il Codice deve sempre riferirsi, come a esempio primario, i cui lineamenti esso deve esprimere in se stesso, per quanto è possibile, per sua natura.

Da qui derivano alcuni criteri fondamentali, che reggono tutto il nuovo Codice, nell’ambito della sua specifica materia, come pure nel linguaggio collegato con essa. Si potrebbe anzi affermare che da qui proviene anche quel carattere di complementarietà che il Codice presenta in relazione all’insegnamento del Concilio Vaticano II, con particolare riguardo alle due costituzioni, dogmatica “Lumen Gentium“ e pastorale “Gaudium et Spes“.

Ne risulta che ciò che costituisce la “novità” fondamentale del Concilio Vaticano II, in linea di continuità con la tradizione legislativa della Chiesa, per quanto riguarda specialmente l’ecclesiologia, costituisce altresì la “novità” del nuovo Codice.

Fra gli elementi che caratterizzano l’immagine vera e genuina della Chiesa, dobbiamo mettere in rilievo soprattutto questi: la dottrina, secondo la quale la Chiesa viene presentata come il popolo di Dio e l’autorità gerarchica viene proposta come servizio (cf. “Lumen Gentium“, 2.3); la dottrina per cui la Chiesa è vista come “comunione”, e che, quindi, determina le relazioni che devono intercorrere fra le chiese particolari e quella universale, e fra la collegialità e il primato; la dottrina, inoltre, per la quale tutti i membri del popolo di Dio, nel modo proprio a ciascuno, sono partecipi del triplice ufficio di Cristo: sacerdotale, profetico e regale. A questa dottrina si riconnette anche quella che riguarda i doveri e i diritti dei fedeli, e particolarmente dei laici; e, finalmente, l’impegno che la Chiesa deve porre nell’ecumenismo.

Se, quindi, il Concilio Vaticano II ha tratto dal tesoro della tradizione elementi vecchi e nuovi, e il nuovo consiste proprio in questi e in altri elementi, allora è chiaro che anche il Codice debba rispecchiare la stessa nota di fedeltà nella novità, e di novità nella fedeltà, e conformarsi ad essa nel proprio campo e nel suo particolare modo di esprimersi.

Il nuovo Codice di diritto canonico vede la luce in un tempo in cui i Vescovi di tutta la Chiesa non solo chiedono la sua promulgazione, ma la sollecitano con insistenza e quasi con impazienza.

E in realtà il Codice di diritto canonico è estremamente necessario alla Chiesa. Poiché, infatti, è costituita come una compagine sociale e visibile, essa ha bisogno di norme: sia perché la sua struttura gerarchica e organica sia visibile; sia perché l’esercizio delle funzioni a lei divinamente affidate, specialmente quella della sacra potestà e dell’amministrazione dei sacramenti, possa essere adeguatamente organizzato; sia perché le scambievoli relazioni dei fedeli possano essere regolate secondo giustizia, basata sulla carità, garantiti e ben definiti i diritti dei singoli; sia, finalmente, perché le iniziative comuni, intraprese per una vita cristiana sempre più perfetta, attraverso le leggi canoniche vengano sostenute, rafforzate e promosse.

Finalmente, le leggi canoniche, per loro stessa natura, esigono l’osservanza. E’ stata usata, quindi, la massima diligenza, perché nella lunga preparazione del Codice l’espressione delle norme fosse accurata, e perché esse risultassero basate su un solido fondamento giuridico, canonico e teologico.

Dopo tutte queste considerazioni, è da augurarsi che la nuova legislazione canonica risulti un mezzo efficace perché la Chiesa possa progredire, conforme allo spirito del Vaticano II, e si renda ogni giorno sempre più adatta ad assolvere la sua missione di salvezza in questo mondo.

Mi è caro affidare a tutti con animo fiducioso queste mie considerazioni, nel momento in cui promulgo questo corpo principale di leggi ecclesiastiche per la Chiesa latina.

Voglia Dio che la gioia, la pace, la giustizia e l’obbedienza raccomandino questo Codice; e che quanto viene comandato dal Capo venga osservato nelle membra.

Fiducioso, quindi, nell’aiuto della grazia divina, sostenuto dall’autorità dei santi apostoli Pietro e Paolo, ben consapevole di ciò che compio, accogliendo i voti dei vescovi di tutto il mondo, che con animo collegiale hanno collaborato con me; con quella suprema autorità di cui sono rivestito, per mezzo di questa costituzione, da valere per sempre in futuro, promulgo il presente Codice, così com’è stato ordinato e rivisto. Comando che in avvenire abbia forza di legge per tutta la Chiesa latina, e l’affido alla vigile custodia di tutti quelli cui spetta, perché venga osservato.

Affinché poi tutti possano più agevolmente informarsi e conoscere a fondo queste disposizioni, prima che esse abbiano effetto giuridico, dichiaro e dispongo che esse abbiano forza obbligante a partire dal primo giorno di avvento di quest’anno 1983. Ciò, naturalmente, anche se vi fossero disposizioni, costituzioni, privilegi, anche degni di speciale e singolare menzione, e consuetudini in contrario.

Esorto, quindi, tutti i fedeli a voler osservare le norme proposte con animo sincero e buona volontà, nella speranza che rifiorisca nella Chiesa una rinnovata disciplina; e che, di conseguenza, sia sempre più favorita con l’aiuto della beatissima Vergine Maria, madre della Chiesa, la salvezza delle anime.

Roma, dal Palazzo Apostolico, 25 gennaio 1983, anno quinto del mio Pontificato.

 

Codice di Diritto Canonico

Prefazione

Libro I. Norme generali (cann. 1-203)

can. 1 I canoni di questo Codice riguardano la sola Chiesa latina.

can. 2 Il Codice il più delle volte non definisce i riti, che sono da osservarsi nel celebrare le azioni liturgiche; di conseguenza le leggi liturgiche finora vigenti mantengono il loro vigore, a meno che qualcuna di esse non sia contraria ai canoni del Codice.

can. 3 I canoni del Codice non abrogano le convenzioni stipulate dalla Sede Apostolica con le nazioni o con le altre società politiche né ad esse derogano; le medesime perciò continuano ad essere in vigore come al presente, non opponendosi in alcun modo le disposizioni contrarie di questo Codice.

can. 4 I diritti acquisiti, e parimenti i privilegi che, concessi dalla Sede Apostolica fino al presente alle persone sia fisiche sia giuridiche, sono in uso e non revocati, permangono integri, a meno che non siano espressamente revocati dai canoni di questo Codice.

can. 5 § 1. Le consuetudini sia universali sia particolari vigenti al presente contro le disposizioni di questi canoni, che sono riprovate dagli stessi canoni di questo Codice, sono soppresse del tutto, né siano lasciate rivivere in futuro; anche le rimanenti si ritengano soppresse, a meno che non sia disposto espressamente altro dal Codice oppure siano centenarie o immemorabili; queste appunto, se a giudizio dell’Ordinario non possono essere rimosse a causa di circostanze di luoghi e di persone, possono essere tollerate. § 2. Le consuetudini fuori del diritto finora vigenti, sia universali sia particolari, sono conservate.

can. 6 § 1. Entrando in vigore questo Codice, sono abrogati: alle disposizioni di questo Codice, a meno che non sia disposto espressamente altro circa quelle particolari; dalla Sede Apostolica, a meno che non sia ripresa in questo stesso Codice; materia, che viene ordinata integralmente da questo Codice. § 2. I canoni di questo Codice, nella misura in cui riportano il diritto antico, sono da valutarsi tenuto conto anche della tradizione canonica.

Titolo I. Le leggi ecclesiastiche (cann. 7-22)

can. 7 La legge è istituita quando è promulgata.

can. 8 § 1. Le leggi ecclesiastiche universali sono promulgate con l’edizione nella gazzetta ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis, a meno che in casi particolari non sia stato stabilito un modo diverso di promulgare; ed entrano in vigore soltanto compiuti tre mesi dal giorno apposto al numero degli Acta, a meno che non obblighino immediatamente per la natura delle cose oppure nella stessa legge sia stata stabilita in modo speciale ed espressamente una più breve o una più lunga vacanza. § 2. Le leggi particolari sono promulgate nel modo determinato dal legislatore e cominciano a obbligare dopo un mese dal giorno della promulgazione, a meno che nella stessa legge non sia stabilito un termine diverso.

can. 9 Le leggi riguardano le cose future, non le cose passate, a meno che non si disponga nominatamente in esse delle cose passate.

can. 10 Sono da ritenersi irritanti o inabilitanti solo quelle leggi, con le quali si stabilisce espressamente che l’atto è nullo o la persona è inabile.

can. 11 Alle leggi puramente ecclesiastiche sono tenuti i battezzati nella Chiesa cattolica o in essa accolti, e che godono di sufficiente uso di ragione e, a meno che non sia disposto espressamente altro dal diritto, hanno compiuto il settimo anno di età.

can. 12 § 1. Alle leggi universali sono tenuti dovunque tutti coloro per i quali sono state date. § 2. Dalle leggi universali invece, che non sono in vigore in un determinato territorio, sono esenti tutti quelli che si trovano attualmente in tale territorio. § 3. Alle leggi fatte per un territorio peculiare sono sottoposti coloro per i quali sono state date e che in esso hanno il domicilio o il quasi-domicilio e insieme attualmente vi dimorano, fermo restando il disposto del can. 13.

can. 13 § 1. Le leggi particolari non si presumono personali, ma territoriali, se non consta altrimenti. § 2. I forestieri non sono obbligati: ne sono assenti, a meno che o la loro trasgressione rechi danno nel proprio territorio, o le leggi siano personali; quelle che provvedono all’ordine pubblico, o determinano le formalità degli atti, o riguardano gli immobili situati nel territorio. § 3. I girovaghi sono obbligati alle leggi, sia universali sia particolari, che sono in vigore nel luogo in cui si trovano.

can. 14 Le leggi, anche irritanti o inabilitanti, nel dubbio di diritto non urgono; nel dubbio di fatto invece gli Ordinari possono dispensare da esse, purché, se si tratta di dispensa riservata, venga solitamente concessa dall’autorità cui è riservata.

can. 15 § 1. L’ignoranza o l’errore circa le leggi irritanti e inabilitanti non impediscono l’effetto delle medesime, a meno che non sia stabilito espressamente altro. § 2. L’ignoranza o l’errore circa la legge o la pena oppure su un fatto personale o intorno a un fatto notorio di altri non si presumono; circa un fatto non notorio di altri si presumono, finché non si provi il contrario.

can. 16 § 1. Interpreta autenticamente le leggi il legislatore e colui al quale egli abbia concesso la potestà d’interpretarle autenticamente. § 2. L’interpretazione autentica presentata a modo di legge ha la medesima forza della legge stessa e deve essere promulgata; e se soltanto dichiara le parole di per sé certe della legge, ha valore retroattivo; se restringe o estende la legge oppure chiarisce quella dubbia, non è retroattiva. § 3. L’interpretazione invece a modo di sentenza giudiziale o di atto amministrativo in cosa peculiare, non ha forza di legge e obbliga soltanto le persone e dispone delle cose per cui è stata data.

can. 17 Le leggi ecclesiastiche sono da intendersi secondo il significato proprio delle parole considerato nel testo e nel contesto; che se rimanessero dubbie e oscure, si deve ricorrere ai luoghi paralleli, se ce ne sono, al fine e alle circostanze della legge e all’intendimento del legislatore.

can. 18 Le leggi che stabiliscono una pena, o che restringono il libero esercizio dei diritti, o che contengono un’eccezione alla legge, sono sottoposte a interpretazione stretta.

can. 19 Se su una determinata materia manca una espressa disposizione di legge sia universale sia particolare o una consuetudine, la causa, se non è penale, è da dirimersi tenute presenti le leggi date per casi simili, i principi generali del diritto applicati con equità canonica, la giurisprudenza e la prassi della Curia Romana, il modo di sentire comune e costante dei giuristi.

can. 20 La legge posteriore abroga la precedente o deroga alla medesima, se lo indica espressamente, o è direttamente contraria a quella, oppure riordina integralmente tutta quanta la materia della legge precedente; la legge universale però non deroga affatto al diritto particolare o speciale, a meno che non sia disposto espressamente altro dal diritto.

can. 21 Nel dubbio la revoca della legge preesistente non si presume, ma le leggi posteriori devono essere ricondotte alle precedenti e con queste conciliate, per quanto è possibile.

can. 22 Le leggi civili alle quali il diritto della Chiesa rimanda, vengano osservate nel diritto canonico con i medesimi effetti, in quanto non siano contrarie al diritto divino e se il diritto canonico non dispone altrimenti.

Titolo II. La consuetudine (cann. 23-28)

can. 23 Ha forza di legge soltanto quella consuetudine, introdotta dalla comunità dei fedeli, che sia stata approvata dal legislatore, a norma dei canoni che seguono.

can. 24 § 1. Nessuna consuetudine, che sia contraria al diritto divino, può ottenere forza di legge. § 2. Né può ottenere forza di legge la consuetudine contro o fuori del diritto canonico, che non sia razionale; ora la consuetudine che è espressamente riprovata nel diritto, non è razionale.

can. 25 Nessuna consuetudine ottiene forza di legge, se non sarà stata osservata da una comunità capace almeno di ricevere una legge, con l’intenzione di introdurre un diritto.

can. 26 A meno che non sia stata approvata in modo speciale dal legislatore competente, una consuetudine contraria al diritto canonico vigente o che è al di fuori della legge canonica, ottiene forza di legge soltanto, se sarà stata osservata legittimamente per trenta anni continui e completi; ma contro una legge canonica che contenga la clausola che proibisce le consuetudini future, può prevalere la sola consuetudine centenaria o immemorabile.

can. 27 La consuetudine è ottima interprete delle leggi.

can. 28 Fermo restando il disposto del can. 5, la consuetudine, sia contro sia al di fuori della legge, è revocata per mezzo di una consuetudine o di una legge contraria; ma, se non se ne fa espressa menzione, la legge non revoca le consuetudini centenarie o immemorabili, né la legge universale revoca le consuetudini particolari.

Titolo III. Decreti generali e istruzioni (cann. 29-34)

can. 29 I decreti generali, con i quali dal legislatore competente vengono date disposizioni comuni per una comunità capace di ricevere una legge, sono propriamente leggi e sono retti dalle disposizioni dei canoni sulle leggi.

can. 30 Chi gode soltanto della potestà esecutiva non può validamente emanare il decreto generale, di cui al can. 29, a meno che in casi particolari a norma del diritto ciò non gli sia stato espressamente concesso dal legislatore competente, e adempiute le condizioni stabilite nell’atto della concessione.

can. 31 § 1. Possono dare i decreti generali esecutivi, con cui sono appunto determinati più precisamente i modi da osservarsi nell’applicare la legge o con cui si urge l’osservanza delle leggi, coloro che godono della potestà esecutiva, entro i limiti della loro competenza. § 2. Per ciò che attiene alla promulgazione e alla vacanza dei decreti di cui al § 1, si osservino le disposizioni del can. 8.

can. 32 I decreti generali esecutivi obbligano coloro che sono tenuti alle leggi delle quali i decreti stessi determinano i modi di applicazione o urgono l’osservanza.

can. 33 § 1. I decreti generali esecutivi, anche se sono pubblicati nei direttori o in documenti di altro nome, non derogano alle leggi, e le loro disposizioni che siano contrarie alle leggi sono prive di ogni vigore. § 2. I medesimi decreti cessano d’avere vigore per revoca esplicita o implicita fatta dall’autorità competente, e altresì cessando la legge per la cui esecuzione furono dati; non cessano però venuto meno il diritto di colui che li stabilisce, eccetto che non sia disposto espressamente il contrario.

can. 34 § 1. Le istruzioni, che propriamente rendono chiare le disposizioni delle leggi e sviluppano e determinano i procedimenti nell’eseguirle, sono date a uso di quelli il cui còmpito è curare che le leggi siano mandate ad esecuzione e li obbligano nell’esecuzione stessa delle leggi; le pubblicano legittimamente, entro i limiti della loro competenza, coloro che godono della potestà esecutiva. § 2. I dispositivi delle istruzioni non derogano alle leggi, e se qualcuno non può accordarsi con le disposizioni delle leggi, è privo di ogni vigore. § 3. Le istruzioni cessano di avere vigore non soltanto con la revoca esplicita o implicita dell’autorità competente, che le pubblicò, o del suo superiore, ma anche cessando la legge per chiarire o per mandare ad esecizio

Titolo IV. Gli atti amministrativi singolari (cann. 35-93)

Capitolo I. Norme comuni (cann. 35-47)

can. 35 L’atto amministrativo singolare, si tratti di un decreto o di un precetto oppure si tratti di un rescritto, può essere prodotto, entro i limiti della sua competenza, da colui che gode di potestà esecutiva, fermo restando il disposto del can. 76, § 1.

can. 36 § 1. L’atto amministrativo è da intendersi secondo il significato proprio delle parole e l’uso comune del parlare; nel dubbio, gli atti che si riferiscono alle liti o che riguardano le pene da comminare o da infliggere, oppure restringono i diritti della persona, o che ledono i diritti acquisiti, o che sono contrari a una legge a vantaggio dei privati, sono sottoposti a interpretazione stretta; tutti gli altri a interpretazione larga. § 2. Un atto amministrativo non deve essere esteso ad altri casi al di fuori di quelli espressi.

can. 37 L’atto amministrativo, che riguarda il foro esterno, si deve consegnare per iscritto; così pure il relativo atto di esecuzione, se viene fatto in forma commissoria.

can. 38 L’atto amministrativo, anche se si tratta di un rescritto dato Motu proprio, è privo di effetto nella misura in cui lede un diritto acquisito oppure è contrario a una legge o a una consuetudine approvata, a meno che l’autorità competente non abbia aggiunto espressamente una clausola derogatoria.

can. 39 Le condizioni nell’atto amministrativo allora soltanto si reputano aggiunte per la validità, quando sono espresse per mezzo delle congiunzioni “si”, “nisi”, “dummodo”.

can. 40 L’esecutore di un atto amministrativo espleta invalidamente il suo incarico, prima di aver ricevuto la lettera e di averne controllato l’autenticità e l’integrità, a meno che non ne sia stata a lui trasmessa previamente la notizia per autorità di colui che ha emesso l’atto.

can. 41 L’esecutore dell’atto amministrativo cui viene affidato il semplice còmpito dell’esecuzione, non può negare l’esecuzione di tale atto, a meno che non appaia manifestamente che l’atto medesimo è nullo o per altra grave causa non può essere sostenuto, oppure che le condizioni apposte nello stesso atto amministrativo non furono adempiute; se tuttavia l’esecuzione dell’atto amministrativo sembri inopportuna a motivo delle circostanze di persona o di luogo, l’esecutore interrompa l’esecuzione; ma in questi casi ne informi immediatamente l’autorità che ha emesso l’atto.

can. 42 L’esecutore dell’atto amministrativo deve procedere a norma del mandato; se però non avrà adempiuto le condizioni essenziali apposte nella lettera e non avrà osservato la procedura sostanziale, l’esecuzione è invalida.

can. 43 L’esecutore dell’atto amministrativo può farsi sostituire da un altro a suo prudente arbitrio, a meno che la sostituzione non sia stata proibita, o non sia stata scelta l’abilità specifica della persona, o non sia stata prestabilita la persona del sostituto; in questi casi però è lecito all’esecutore affidare ad un altro gli atti preparatori.

can. 44 L’atto amministrativo può essere mandato ad esecuzione anche dal successore nell’ufficio dell’esecutore, a meno che non sia stata scelta l’abilità specifica della persona.

can. 45 È lecito all’esecutore, se ha errato in qualche modo nell’esecuzione dell’atto amministrativo, mandarlo di nuovo ad esecuzione.

can. 46 L’atto amministrativo non cessa venuto meno il diritto di colui che lo stabilisce, eccetto che non sia disposto espressamente altro dal diritto.

can. 47 La revoca dell’atto amministrativo per mezzo di un altro atto amministrativo dell’autorità competente ottiene effetto unicamente dal momento in cui viene legittimamente notificato alla persona per la quale è stato dato.

Capitolo II. I decreti e i precetti singolari (cann. 48-58)

can. 48 Per decreto singolare s’intende un atto amministrativo emesso dalla competente autorità esecutiva, mediante il quale secondo le norme del diritto è data per un caso particolare una decisione o viene fatta una provvisione, le quali per loro natura non suppongono una petizione fatta da qualcuno.

can. 49 Il precetto singolare è un decreto mediante il quale s’impone direttamente e legittimamente a una persona o a persone determinate qualcosa da fare o da omettere, specialmente per urgere l’osservanza di una legge.

can. 50 Prima di dare un decreto singolare, l’autorità ricerchi le notizie e le prove necessarie, e, per quanto è possibile, ascolti coloro i cui diritti possono essere lesi.

can. 51 Il decreto si dia per iscritto esponendo, almeno sommariamente, le motivazioni, se si tratta di una decisione.

can. 52 Il decreto singolare ha forza obbligante soltanto circa le cose sulle quali dispone e per le persone cui è dato; queste però le obbliga dovunque, se non consta altro.

can. 53 Se i decreti sono tra di loro contrari, quello peculiare, nelle cose che vengono espresse in modo peculiare, prevale su quello generale; se sono ugualmente peculiari o generali, quello successivo nel tempo obroga il precedente, nella misura in cui gli è contrario.

can. 54 § 1. Il decreto singolare, la cui applicazione viene affidata all’esecutore, ha effetto dal momento dell’esecuzione; in caso contrario dal momento in cui viene intimato alla persona per autorità di colui che emette il decreto. § 2. Il decreto singolare, per poterne urgere l’osservanza, deve essere intimato con un legittimo documento a norma del diritto.

can. 55 Fermo restando il disposto dei cann. 37 e 51, quando una gravissima ragione si frapponga alla consegna del testo scritto del decreto, il decreto si ritiene intimato se viene letto alla persona cui è destinato di fronte a un notaio o a due testimoni, con la redazione degli atti, da sottoscriversi da tutti i presenti.

can. 56 Il decreto si ritiene intimato, se colui al quale è destinato, chiamato nel dovuto modo a ricevere o ad udire il decreto, senza giusta causa non comparve o ricusò di sottoscrivere.

can. 57 § 1. Tutte le volte che la legge impone di dare un decreto oppure da parte dell’interessato viene legittimamente proposta una petizione o un ricorso per ottenere il decreto, l’autorità competente provveda entro tre mesi dalla ricezione della petizione o del ricorso, a meno che la legge non disponga un termine diverso. § 2. Trascorso questo termine, se il decreto non fu ancora dato, la risposta si presume negativa, per ciò che si riferisce alla proposta di un ulteriore ricorso. § 3. La presunta risposta negativa non esime la competente autorità dall’obbligo di dare il decreto, e anzi di riparare il danno eventualmente causato, a norma del can. 128.

can. 58 § 1. Il decreto singolare cessa di avere vigore con la revoca legittima da parte dell’autorità competente e altresì cessando la legge per la cui esecuzione fu dato. § 2. Il precetto singolare, non imposto con legittimo documento, cessa venuto meno il diritto di colui che lo ha dato.

Capitolo III. I rescritti (cann. 59-75)

can. 59 § 1. Per rescritto s’intende l’atto amministrativo dato per iscritto dalla competente autorità esecutiva, per mezzo del quale, di sua stessa natura, su petizione di qualcuno, viene concesso un privilegio, una dispensa o un’altra grazia. § 2. Le disposizioni che sono stabilite sui rescritti, valgono anche per la concessione della licenza, come pure per le concessioni di grazie fatte a viva voce, se non consta altrimenti.

can. 60 Qualsiasi rescritto può essere ottenuto da tutti coloro ai quali non è proibito espressamente di farlo.

can. 61 Se non consta altrimenti, un rescritto può essere ottenuto a favore di altra persona, anche prescindendo dal suo assenso, e ha valore prima dell’accettazione da parte del medesimo, salvo clausole contrarie.

can. 62 Il rescritto in cui non viene assegnato alcun esecutore, ha effetto dal momento in cui è firmata la lettera; gli altri, dal momento dell’esecuzione.

can. 63 § 1. Alla validità del rescritto si oppone la surrezione o reticenza del vero, se nella richiesta non sono stati espressi quegli elementi che secondo la legge, lo stile e la prassi canonica sono da esprimersi per la validità, a meno che non si tratti di un rescritto di grazia che sia stato dato Motu proprio. § 2. Parimenti si oppone alla validità del rescritto l’orrezione o esposizione del falso, se neppure una delle cause motivanti proposte è vera. § 3. La causa motivante, nei rescritti nei quali non c’è alcun esecutore, è necessario che sia vera al tempo in cui il rescritto fu dato; negli altri al tempo dell’esecuzione.

can. 64 Salvo il diritto della Penitenzieria per il foro interno, una grazia negata da qualsiasi dicastero della Curia Romana, non può essere validamente concessa da un altro dicastero della medesima Curia o da un’altra competente autorità al di sotto del Romano Pontefice, senza l’assenso del dicastero con cui si iniziò a trattare.

can. 65 § 1. Salve le disposizioni dei § § 2 e 3, nessuno richieda a un altro Ordinario una grazia negata dal proprio Ordinario, se non fatta menzione del diniego; fatta però menzione, l’Ordinario non conceda la grazia, senza aver avuto i motivi del diniego dall’Ordinario precedente. § 2. Una grazia negata dal Vicario generale o dal Vicario episcopale, non può essere concessa validamente da un altro Vicario dello stesso Vescovo, anche avuti i motivi del diniego da parte del Vicario che ha negato la grazia. § 3. Una grazia negata dal Vicario generale o dal Vicario episcopale e in seguito, senza aver fatto alcuna menzione di tale diniego, richiesta al Vescovo diocesano, è invalida; una grazia negata però dal Vescovo diocesano non può essere validamente richiesta, anche fatta menzione del diniego, al suo Vicario generale o al Vicario episcopale, senza il consenso del Vescovo.

can. 66 Un rescritto non diventa invalido a causa di errore nel nome della persona cui viene dato o da cui è emesso, oppure del luogo in cui essa stessa risiede, o della cosa di cui si tratta, purché, a giudizio dell’Ordinario, non ci sia alcun dubbio circa la persona stessa o la cosa.

can. 67 § 1. Se accadesse che su una medesima cosa vengano richiesti due rescritti fra di loro contrari, quello peculiare, nelle cose che sono espresse in modo peculiare, prevale su quello generale. § 2. Se fossero ugualmente peculiari o generali, il precedente nel tempo prevale su quello posteriore, a meno che nel secondo non si faccia espressa menzione del precedente, oppure se il primo richiedente non abbia fatto uso del suo rescritto per dolo o per notevole negligenza. § 3. Nel dubbio se il rescritto sia invalido o no, si ricorra a colui che ha dato il rescritto.

can. 68 Un rescritto della Sede Apostolica in cui non viene assegnato alcun esecutore, allora soltanto deve essere presentato all’Ordinario del richiedente, quando ciò sia ingiunto nella lettera medesima, oppure si tratti di cose pubbliche, o si renda necessario comprovare le condizioni.

can. 69 Il rescritto, per la cui presentazione non è definito alcun tempo, può essere esibito all’esecutore in qualsiasi momento, purché non ci siano frode e dolo.

can. 70 Se nel rescritto la stessa concessione fosse commessa all’esecutore, spetta a lui secondo il suo prudente arbitrio e la sua coscienza concedere o negare la grazia.

can. 71 Nessuno è tenuto a usare un rescritto concesso solamente in suo favore, a meno che per altro titolo a ciò non sia tenuto da obbligo canonico.

can. 72 I rescritti concessi dalla Sede Apostolica, che sono scaduti, possono essere prorogati una sola volta per giusta causa da parte del Vescovo diocesano, tuttavia non oltre tre mesi.

can. 73 Nessun rescritto è revocato a causa di una legge contraria, a meno che la legge stessa non disponga altrimenti.

can. 74 Benché una persona possa usare in foro interno di una grazia concessale oralmente, è tenuta a provarla per il foro esterno, ogniqualvolta ciò le sia legittimamente richiesto.

can. 75 Se il rescritto contiene un privilegio o una dispensa, si osservino inoltre le disposizioni dei canoni che seguono.

Capitolo IV. I privilegi (cann. 76-84)

can. 76 § 1. Il privilegio, ossia una grazia in favore di determinate persone, sia fisiche sia giuridiche, accordata per mezzo di un atto peculiare, può essere concesso dal legislatore come pure dall’autorità esecutiva cui il legislatore abbia conferito tale potestà. § 2. Il possesso centenario o immemorabile induce la presunzione che il privilegio sia stato concesso.

can. 77 Il privilegio è da interpretarsi a norma del can. 36, § 1; ma ci si deve sempre servire di una interpretazione tale, per cui i dotati di privilegio abbiano a conseguire davvero una qualche grazia.

can. 78 § 1. Il privilegio si presume perpetuo, se non si prova il contrario. § 2. Il privilegio personale, cioè quello che segue la persona, si estingue con essa. § 3. Il privilegio reale cessa con la distruzione totale della cosa o del luogo; il privilegio locale però rivive, se il luogo viene ricostituito entro cinquanta anni.

can. 79 Il privilegio cessa per revoca da parte dell’autorità competente a norma del can. 47, fermo restando il disposto del can. 81.

can. 80 § 1. Nessun privilegio cessa per rinuncia, a meno che questa non sia stata accettata dall’autorità competente. § 2. Qualsiasi persona fisica può rinunciare al privilegio concesso solamente in proprio favore. § 3. Le persone singole non possono rinunciare al privilegio concesso a una persona giuridica, o in ragione della dignità del luogo o della cosa; né alla stessa persona giuridica è lecito rinunciare a un privilegio a lei concesso, se la rinuncia torni a pregiudizio della Chiesa o di altri.

can. 81 Venuto meno il diritto del concedente, il privilegio non si estingue, a meno che non sia stato dato con la clausola ad beneplacitum nostrum o con altra equipollente.

can. 82 Per non uso o per uso contrario un privilegio non oneroso ad altri non cessa; quello invece che ritorna a gravame di altri, si perde, se si aggiunge la legittima prescrizione.

can. 83 § 1. Il privilegio cessa passato il tempo o esaurito il numero dei casi per i quali fu concesso, fermo restando il disposto del can. 142, § 2. § 2. Cessa pure, se con il progredire del tempo le circostanze, a giudizio dell’autorità competente, sono talmente cambiate, che sia risultato nocivo o il suo uso divenga illecito.

can. 84 Chi abusa della potestà datagli per privilegio, merita di essere privato del privilegio stesso; di conseguenza, l’Ordinario, ammonito invano il privilegiato, privi chi gravemente ne abusa, del privilegio che egli stesso ha concesso; che se il privilegio fu concesso dalla Sede Apostolica, l’Ordinario è tenuto a informarla.

Capitolo V. Le dispense (cann. 85-93)

can. 85 La dispensa, ossia l’esonero dall’osservanza di una legge puramente ecclesiastica in un caso particolare, può essere concessa da quelli che godono di potestà esecutiva, entro i limiti della loro competenza, e altresì da quelli cui compete la potestà di dispensare esplicitamente o implicitamente sia per lo stesso diritto sia in forza di una legittima delega.

can. 86 Non sono suscettibili di dispensa le leggi in quanto definiscono quelle cose, che sono essenzialmente costitutive degli istituti o degli atti giuridici.

can. 87 § 1. Il Vescovo diocesano può dispensare validamente i fedeli, ogniqualvolta egli giudichi che ciò giovi al loro bene spirituale, dalle leggi disciplinari sia universali sia particolari date dalla suprema autorità della Chiesa per il suo territorio o per i suoi sudditi, tuttavia non dalle leggi processuali o penali, né da quelle la cui dispensa è riservata in modo speciale alla Sede Apostolica o ad un’altra autorità. § 2. Quando sia difficile il ricorso alla Santa Sede e insieme nell’attesa vi sia pericolo di grave danno, qualunque Ordinario può dispensare validamente dalle medesime leggi, anche se la dispensa è riservata alla Santa Sede, purché si tratti di una dispensa che la stessa Santa Sede nelle medesime circostanze solitamente concede, fermo restando il disposto del can. 291.

can. 88 L’Ordinario del luogo può dispensare validamente dalle leggi diocesane, e, tutte le volte egli giudichi che ciò giovi al bene dei fedeli, dalle leggi date dal Concilio plenario o provinciale oppure dalla Conferenza Episcopale.

can. 89 Il parroco e gli altri presbiteri o i diaconi non possono dispensare validamente da una legge universale e da una particolare, a meno che tale potestà non sia stata loro espressamente concessa.

can. 90 § 1. Non si dispensi dalla legge ecclesiastica senza giusta e ragionevole causa, tenuto conto delle circostanze del caso e della gravità della legge dalla quale si dispensa; altrimenti la dispensa è illecita e, se non fu data dal legislatore stesso o dal suo superiore, è anche invalida. § 2. Nel dubbio sulla sufficienza della causa la dispensa è concessa validamente e lecitamente.

can. 91 Chi gode della potestà di dispensare la può esercitare validamente anche stando fuori dal territorio, verso i sudditi, benché assenti dal territorio, e, se non è stabilito espressamente il contrario, anche verso i forestieri che si trovano attualmente nel territorio, e altresì verso se stesso.

can. 92 È sottoposta a interpretazione stretta non solo la dispensa a norma del can. 36, § 1, ma la stessa potestà di dispensare concessa per un caso determinato.

can. 93 La dispensa che ha tratti successivi cessa nei medesimi modi del privilegio, e inoltre per la sicura e totale cessazione della causa motivante.

Titolo V. Gli statuti e gli ordinamenti (cann. 94-95)

can. 94 § 1. Gli statuti, in senso proprio, sono regolamenti che vengono composti a norma del diritto negli insiemi sia di persone sia di cose, e per mezzo dei quali sono definiti il fine dei medesimi, la loro costituzione, il governo e i modi di agire. § 2. Agli statuti di un insieme di persone sono obbligate le sole persone che ne sono legittimamente membri; agli statuti di un insieme di cose, quelli che ne curano la conduzione. § 3. Le disposizioni degli statuti, fatte e promulgate in forza della potestà legislativa, sono rette dalle disposizioni dei canoni sulle leggi.

can. 95 § 1. I regolamenti sono regole o norme che devono essere osservate nei convegni di persone, sia indetti dall’autorità ecclesiastica sia liberamente convocati dai fedeli, come pure in altre celebrazioni, e per mezzo dei quali viene definito ciò che si riferisce alla costituzione, alla conduzione e ai modi di agire. § 2. Nei convegni o nelle celebrazioni, sono tenuti alle norme del regolamento quelli che vi partecipano.ne la quale furono date.

Titolo VI. Le persone fisiche e giuridiche (cann. 96-123)

Capitolo I. La condizione canonica delle persone fisiche (cann. 96-112)

can. 96 Mediante il battesimo l’uomo è incorporato alla Chiesa di Cristo e in essa è costituito persona, con i doveri e i diritti che ai cristiani, tenuta presente la loro condizione, sono propri, in quanto sono nella comunione ecclesiastica e purché non si frapponga una sanzione legittimamente inflitta.

can. 97 § 1. La persona che ha compiuto diciotto anni, è maggiorenne; sotto tale età, è minorenne. § 2. Il minorenne, prima dei sette anni compiuti, viene detto bambino e lo si considera non responsabile dei suoi atti, compiuti però i sette anni, si presume che abbia l’uso di ragione.

can. 98 § 1. La persona maggiorenne ha il pieno esercizio dei suoi diritti. § 2. La persona minorenne nell’esercizio dei suoi diritti rimane sottoposta alla potestà dei genitori o dei tutori, eccetto per quelle cose nelle quali i minorenni sono esenti dalla loro potestà per legge divina o per diritto canonico; per ciò che attiene alla costituzione dei tutori e alla loro potestà, si osservino le disposizioni del diritto civile, a meno che non si disponga altro dal diritto canonico, o il Vescovo diocesano in casi determinati abbia per giusta causa stimato doversi provvedere con la nomina di un altro tutore.

can. 99 Chiunque manca abitualmente dell’uso di ragione, lo si considera non responsabile dei suoi atti ed è assimilato ai bambini.

can. 100 La persona viene detta: abitante, nel luogo in cui è il suo domicilio; dimorante, nel luogo in cui ha il quasi-domicilio; forestiero, se si trova fuori del domicilio e del quasi-domicilio che ancora ritiene; girovago, se non ha in alcun luogo il domicilio o il quasi-domicilio.

can. 101 § 1. Il luogo di origine del figlio, anche neofita, è quello in cui, quando il figlio è nato, i genitori avevano il domicilio o, mancando questo, il quasi-domicilio, oppure, se i genitori non avevano il medesimo domicilio o quasi-domicilio, l’aveva la madre. § 2. Se si tratta di un figlio di girovaghi, il luogo di origine è il luogo stesso della nascita; se di un esposto, è il luogo in cui fu trovato.

can. 102 § 1. Il domicilio si acquista con la dimora nel territorio di qualche parrocchia o almeno di una diocesi, tale che o sia congiunta con l’intenzione di rimanervi in perpetuo se nulla lo allontani da quel luogo, o sia protratta per cinque anni completi. § 2. Il quasi-domicilio si acquista con la dimora nel territorio di qualche parrocchia o almeno di una diocesi, tale che o sia congiunta con l’intenzione di rimanervi almeno per tre mesi se nulla lo allontani da quel luogo, o sia protratta effettivamente per tre mesi. § 3. Il domicilio o il quasi-domicilio nel territorio di una parrocchia è detto parrocchiale; nel territorio di una diocesi, anche se non in una parrocchia, diocesano.

can. 103 I membri degli istituti religiosi e delle società di vita apostolica acquistano il domicilio nel luogo dove è situata la casa cui sono ascritti; il quasi-domicilio, nella casa in cui, a norma del can. 102, § 2, dimorano.

can. 104 I coniugi abbiano in comune il domicilio o il quasi-domicilio; a motivo di legittima separazione o per altra giusta causa, entrambi possono avere un proprio domicilio o quasi-domicilio.

can. 105 § 1. Il minorenne ritiene necessariamente il domicilio e il quasi-domicilio di colui, alla cui potestà è soggetto. Uscito dall’infanzia può acquistare anche un proprio quasi-domicilio; e legittimamente emancipato a norma del diritto civile, anche un domicilio proprio. § 2. Chiunque per una ragione diversa dalla minore età è stato affidato legittimamente in tutela o in curatela di un altro, ha il domicilio e il quasi-domicilio del tutore o del curatore.

can. 106 Il domicilio e il quasi-domicilio si perdono con la partenza dal luogo con intenzione di non tornare, salvo il disposto del can. 105.

can. 107 § 1. A ciascuno sia per il domicilio sia per il quasi-domicilio tocca il parroco e l’Ordinario proprio. § 2. Il parroco o l’Ordinario proprio del girovago è il parroco o l’Ordinario del luogo in cui il girovago dimora attualmente. § 3. Il parroco proprio di colui che non ha se non il domicilio o il quasi-domicilio diocesano, è il parroco del luogo in cui attualmente dimora.

can. 108 § 1. La consanguineità si computa per linee e per gradi. § 2. Nella linea retta tanti sono i gradi quante le generazioni, ossia quante le persone, tolto il capostipite. § 3. Nella linea obliqua tanti sono i gradi quante le persone in tutte e due le linee insieme, tolto il capostipite.

can. 109 § 1. L’affinità sorge dal matrimonio valido, anche se non consumato, e sussiste tra il marito e i consanguinei della moglie, e parimenti tra la moglie e i consanguinei del marito. § 2. Si computa in maniera tale che coloro che sono consanguinei del marito, siano affini della moglie nella medesima linea e grado, e viceversa.

can. 110 I figli, che sono stati adottati a norma della legge civile, sono ritenuti figli di colui o di coloro che li hanno adottati.

can. 111 § 1. Con la ricezione del battesimo è ascritto alla Chiesa latina il figlio dei genitori, che ad essa appartengono o, se uno dei due non appartiene ad essa, ambedue i genitori di comune accordo abbiano optato che la prole fosse battezzata nella Chiesa latina; che se manca il comune accordo, è ascritto alla Chiesa rituale, cui appartiene il padre. § 2. Qualsiasi battezzando che abbia compiuto quattordici anni di età, può liberamente scegliere di essere battezzato nella Chiesa latina o in un’altra Chiesa rituale di diritto proprio; nel qual caso, egli appartiene a quella Chiesa che avrà scelto.

can. 112 § 1. Dopo aver ricevuto il battesimo, sono ascritti a un’altra Chiesa rituale di diritto proprio: 1) chi ne abbia ottenuto la licenza da parte della Sede Apostolica; 2) il coniuge che, nel celebrare il matrimonio o durante il medesimo, abbia dichiarato di voler passare alla Chiesa rituale di diritto proprio dell’altro coniuge; sciolto però il matrimonio, può ritornare liberamente alla Chiesa latina; 3) i figli di quelli, di cui ai nn. 1 e 2, prima del compimento dei quattordici anni di età e parimenti, nel matrimonio misto, i figli della parte cattolica, che sia passata legittimamente a un’altra Chiesa rituale; raggiunta però questa età, i medesimi possono ritornare alla Chiesa latina. § 2. L’usanza, anche se a lungo protratta, di ricevere i sacramenti secondo il rito di una Chiesa rituale di diritto proprio, non comporta l’ascrizione alla medesima Chiesa.

Capitolo II. Le persone giuridiche (cann. 113-123)

can. 113 § 1. La Chiesa cattolica e la Sede Apostolica sono persone morali in forza della stessa disposizione divina. § 2. Nella Chiesa, oltre alle persone fisiche, ci sono anche le persone giuridiche, soggetti cioè nel diritto canonico di obblighi e di diritti che corrispondono alla loro natura.

can. 114 § 1. Le persone giuridiche sono costituite o dalla stessa disposizione del diritto oppure dalla concessione speciale da parte della competente autorità data per mezzo di un decreto, come insiemi sia di persone sia di cose ordinati ad un fine corrispondente alla missione della Chiesa, che trascende il fine dei singoli. § 2. Come fini, di cui al § 1, s’intendono quelli attinenti ad opere di pietà, di apostolato o di carità sia spirituale sia temporale. § 3. L’autorità competente della Chiesa non conferisca la personalità giuridica se non a quegli insiemi di persone o di cose, che perseguono un fine effettivamente utile e che, tutto considerato, sono forniti dei mezzi che si possono prevedere sufficienti a conseguire il fine prestabilito.

can. 115 § 1. Le persone giuridiche nella Chiesa sono o insiemi di persone o insiemi di cose. § 2. L’insieme di persone, che non può essere composto se non almeno di tre persone, è collegiale, se i membri determinano la sua azione, concorrendo nel prendere le decisioni, con uguale diritto o meno, a norma del diritto e degli statuti; altrimenti è non collegiale. § 3. L’insieme di cose, ossia la fondazione autonoma, consta di beni o di cose, sia spirituali sia materiali, e lo dirigono, a norma del diritto e degli statuti, sia una o più persone fisiche sia un collegio.

can. 116 § 1. Le persone giuridiche pubbliche sono insiemi di persone o di cose, che vengono costituite dalla competente autorità ecclesiastica perché, entro i fini ad esse prestabiliti, a nome della Chiesa compiano, a norma delle disposizioni del diritto, il proprio compito, loro affidato in vista del bene pubblico; tutte le altre persone giuridiche sono private. § 2. Le persone giuridiche pubbliche vengono dotate di tale personalità sia per il diritto stesso sia per speciale decreto dell’autorità competente che la concede espressamente; le persone giuridiche private vengono dotate di questa personalità soltanto per mezzo dello speciale decreto dell’autorità competente che concede espressamente la medesima personalità.

can. 117 Nessun insieme di persone o di cose che intenda ottenere la personalità giuridica, può validamente conseguirla se i suoi statuti non siano stati approvati dalla competente autorità.

can. 118 Rappresentano la persona giuridica pubblica, agendo a suo nome, coloro ai quali tale competenza è riconosciuta dal diritto universale o particolare oppure dai propri statuti; rappresentano la persona giuridica privata, coloro cui la medesima competenza è attribuita attraverso gli statuti.

can. 119 Per quanto concerne gli atti collegiali, a meno che non sia disposto altro dal diritto o dagli statuti: 1) se si tratta di elezioni, ha forza di diritto ciò che, presente la maggior parte di quelli che devono essere convocati, e piaciuto alla maggioranza assoluta di coloro che sono presenti; dopo due scrutini inefficaci, la votazione verta sopra i due candidati che hanno ottenuto la maggior parte dei voti, o, se sono parecchi, sopra i due più anziani di età; dopo il terzo scrutinio, se rimane la parità, si ritenga eletto colui che è più anziano di età; 2) se si tratta di altri affari, ha forza di diritto ciò che, presente la maggior parte di quelli che devono essere convocati, è piaciuto alla maggioranza assoluta di coloro che sono presenti; che se dopo due scrutini i suffragi furono uguali, il presidente può dirimere la parità con un suo voto; 3) ciò che poi tocca tutti come singoli, da tutti deve essere approvato.

can. 120 § 1. La persona giuridica per sua natura è perpetua; si estingue tuttavia se viene legittimamente soppressa dalla competente autorità o se ha cessato di agire per lo spazio di cento anni; la persona giuridica privata si estingue inoltre, se l’associazione stessa si discioglie a norma degli statuti, oppure se, a giudizio dell’autorità competente, la stessa fondazione ha cessato di esistere a norma degli statuti. § 2. Se rimane anche uno solo dei membri della persona giuridica collegiale, e l’insieme delle persone secondo gli statuti non ha cessato di esistere, l’esercizio di tutti i diritti dell’insieme compete a quel membro.

can. 121 Se gli insiemi sia di persone sia di cose, che sono persone giuridiche pubbliche, si congiungano in tale maniera che dai medesimi sia costituito un unico insieme dotato anch’esso di personalità giuridica, questa nuova persona giuridica ottiene i beni e i diritti patrimoniali propri dei precedenti e assume gli oneri, di cui i medesimi erano gravati; per quanto concerne poi la destinazione dei beni e l’adempimento degli oneri, devono essere salvaguardati la volontà dei fondatori e degli offerenti e i diritti acquisiti.

can. 122 Se l’insieme, che gode di personalità giuridica pubblica, si divide in maniera tale che o una parte di esso sia unita a un’altra persona giuridica o dalla parte divisa si eriga una distinta persona giuridica pubblica, l’autorità ecclesiastica cui compete la divisione deve curare personalmente o per mezzo di un esecutore, osservati invero in primo luogo sia la volontà dei fondatori e degli offerenti sia i diritti acquisiti sia infine gli statuti approvati: 1) che i beni comuni divisibili e i diritti patrimoniali come pure i debiti e gli altri oneri siano divisi tra le persone giuridiche di cui si tratta con debita proporzione secondo il giusto e l’onesto, tenuto conto di tutte le circostanze e delle necessità di entrambe; 2) che l’uso e l’usufrutto dei beni comuni, che non sono sottoposti a divisione, tornino a vantaggio di tutte e due le persone giuridiche, e che gli oneri propri alle medesime siano imposti a entrambe, osservata parimenti la dovuta proporzione da definirsi secondo il giusto e l’onesto.

can. 123 Estinta la persona giuridica pubblica, la destinazione dei beni e dei diritti patrimoniali e parimenti degli oneri della medesima viene retta dal diritto e dagli statuti; se questi tacciono, essi toccano in sorte alla persona giuridica immediatamente superiore, salvi sempre la volontà dei fondatori e degli offerenti come pure i diritti acquisiti; estinta la persona giuridica privata, la destinazione dei beni e degli oneri della medesima è retta dagli statuti propri.

Titolo VII. Gli atti giuridici (cann. 124-128)

can. 124 § 1. Per la validità dell’atto giuridico, si richiede che sia posto da una persona abile, e che in esso ci sia ciò che costituisce essenzialmente l’atto stesso, come pure le formalità e i requisiti imposti dal diritto per la validità dell’atto. § 2. L’atto giuridico posto nel debito modo riguardo ai suoi elementi esterni si presume valido.

can. 125 § 1. L’ atto posto per violenza inferta dall’esterno alla persona, cui essa stessa in nessun modo potè resistere, è nullo. § 2. L’atto posto per timore grave, incusso ingiustamente, o per dolo, vale, a meno che non sia disposto altro dal diritto; ma può essere rescisso per sentenza del giudice, sia su istanza della parte lesa o dei suoi successori nel diritto, sia d’ufficio.

can. 126 L’atto posto per ignoranza o per errore, che verta intorno a ciò che ne costituisce la sostanza, o che ricada nella condizione sine qua non, è nullo; altrimenti vale, se dal diritto non è disposto altro, ma l’atto compiuto per ignoranza o per errore può dar luogo all’azione rescissoria a norma del diritto.

can. 127 § 1. Quando dal diritto è stabilito che il Superiore per porre gli atti necessiti del consenso o del consiglio di un collegio o di un gruppo di persone, il collegio o il gruppo deve essere convocato a norma del can. 166, a meno che, quando si tratti di richiedere soltanto il consiglio, non sia stato disposto altrimenti dal diritto particolare o proprio; perché poi l’atto valga si richiede che sia ottenuto il consenso della maggioranza assoluta di quelli che sono presenti o richiesto il consiglio di tutti. § 2. Quando dal diritto è stabilito che il Superiore per porre gli atti necessiti del consenso o del consiglio di alcune persone, come singole: 1) se si esige il consenso, è invalido l’atto del Superiore che non richiede il consenso di quelle persone o che agisce contro il loro voto o contro il voto di una persona; 2) se si esige il consiglio, è invalido l’atto del Superiore che non ascolta le persone medesime; il Superiore, sebbene non sia tenuto da alcun obbligo ad accedere al loro voto, benché concorde, tuttavia, senza una ragione prevalente, da valutarsi a suo giudizio, non si discosti dal voto delle stesse, specialmente se concorde. § 3. Tutti quelli, il cui consenso o consiglio è richiesto, sono tenuti all’obbligo di esprimere sinceramente la propria opinione, e, se la gravità degli affari lo richiede, di osservare diligentemente il segreto; obbligo che può essere sollecitato dal Superiore.

can. 128 Chiunque illegittimamente con un atto giuridico, anzi con qualsiasi altro atto posto con dolo o con colpa, arreca danno ad un altro, è tenuto all’obbligo di riparare il danno arrecato.

Titolo VIII. La potestà di governo (cann. 129-144)

can. 129 § 1. Sono abili alla potestà di governo, che propriamente è nella Chiesa per istituzione divina e viene denominata anche potestà di giurisdizione, coloro che sono insigniti dell’ordine sacro, a norma delle disposizioni del diritto. § 2. Nell’esercizio della medesima potestà, i fedeli laici possono cooperare a norma del diritto.

can. 130 La potestà di governo di per sé è esercitata nel foro esterno, talora tuttavia nel solo foro interno, in modo tale però che gli effetti che il suo esercizio ha originariamente nel foro esterno, in questo foro non vengano riconosciuti, se non in quanto ciò è stabilito dal diritto per casi determinati.

can. 131 § 1. La potestà di governo ordinaria è quella che dallo stesso diritto è annessa a un ufficio; la potestà delegata, quella che è concessa alla persona stessa, non mediante l’ufficio. § 2. La potestà di governo ordinaria può essere sia propria sia vicaria. § 3. A chi si asserisce delegato, incombe l’onere di provare la delega.

can. 132 § 1. Le facoltà abituali vengono rette dalle disposizioni sulla potestà delegata. § 2. Purtuttavia se nella sua concessione non è disposto espressamente altro o non è stata scelta l’abilità specifica della persona, la facoltà abituale concessa all’Ordinario non è annullata venendo meno il diritto dell’Ordinario cui fu concessa, sebbene egli stesso abbia iniziato a eseguirla, ma passa a qualsiasi Ordinario che gli succede nel governo.

can. 133 § 1. Il delegato, che oltrepassa i limiti del suo mandato sia circa le cose sia circa le persone, agisce invalidamente. § 2. Non si reputa che il delegato oltrepassi i limiti del suo mandato se compie ciò per cui fu delegato in modo diverso da quello determinato dal mandato, a meno che il modo non sia stato imposto per la validità dallo stesso delegante.

can. 134 § 1. Col nome di Ordinario nel diritto s’intendono, oltre il Romano Pontefice, i Vescovi diocesani e gli altri che, anche se soltanto interinalmente, sono preposti a una Chiesa particolare o a una comunità ad essa equiparata a norma del can. 368; inoltre coloro che nelle medesime godono di potestà esecutiva ordinaria generale, vale a dire i Vicari generali ed episcopali; e parimenti, per i propri membri, i Superiori maggiori degli istituti religiosi di diritto pontificio clericali e delle società di vita apostolica di diritto pontificio clericali, che possiedono almeno potestà esecutiva ordinaria. § 2. Col nome di Ordinario del luogo s’intendono tutti quelli recensiti nel § 1, eccetto i Superiori degli istituti religiosi e delle società di vita apostolica. § 3. Quanto viene attribuito nominatamente al Vescovo diocesano nell’àmbito della potestà esecutiva, s’intende competere solamente al Vescovo diocesano e agli altri a lui stesso equiparati nel can. 381, § 2, esclusi il Vicario generale ed episcopale, se non per mandato speciale.

can. 135 § 1. La potestà di governo si distingue in legislativa, esecutiva e giudiziale. § 2. La potestà legislativa è da esercitarsi nel modo stabilito dal diritto, e quella di cui gode nella Chiesa il legislatore al di sotto dell’autorità suprema, non può essere validamente delegata, se non è disposto esplicitamente altro dal diritto; da parte del legislatore inferiore non può essere data validamente una legge contraria al diritto superiore. § 3. La potestà giudiziale, di cui godono i giudici e i collegi giudiziari, è da esercitarsi nel modo stabilito dal diritto, e non può essere delegata, se non per eseguire gli atti preparatori di un qualsiasi decreto o sentenza. § 4. Per ciò che concerne l’esercizio della potestà esecutiva, si osservino le disposizioni dei canoni che seguono.

can. 136 Pur stando fuori del territorio, la potestà esecutiva si può esercitare validamente verso i sudditi, benché assenti dal territorio, a meno che non consti altro dalla natura della cosa o dal disposto del diritto; la si può esercitare verso i forestieri che si trovano attualmente nel territorio, se si tratta di concedere favori o di mandare ad esecuzione sia le leggi universali sia le leggi particolari, alle quali gli stessi sono tenuti a norma del can. 13, § 2, n. 2.

can. 137 § 1. La potestà esecutiva ordinaria può essere delegata sia per un atto sia per un insieme di casi, a meno che non sia disposto espressamente altro dal diritto. § 2. La potestà esecutiva delegata dalla Sede Apostolica può essere suddelegata sia per un atto sia per un insieme di casi, a meno che non sia stata scelta l’abilità specifica della persona o non sia stata espressamente proibita la suddelega. § 3. La potestà esecutiva delegata da un’altra autorità che ha potestà ordinaria, se è stata delegata per un insieme di casi, può essere suddelegata soltanto in casi singoli; se invece è stata delegata per un atto o per atti determinati, non può essere suddelegata, se non per espressa concessione del delegante. § 4. Nessuna potestà suddelegata può essere nuovamente suddelegata, se ciò non fu concesso espressamente da parte del delegante.

can. 138 La potestà esecutiva ordinaria come pure la potestà delegata per un insieme di casi, è da interpretarsi in senso largo, qualsiasi altra invece in senso stretto; tuttavia a chi è stata delegata la potestà, s’intendono concesse anche quelle facoltà senza le quali la medesima potestà non può essere esercitata.

can. 139 § 1. Se non è stabilito altro dal diritto, per il fatto che uno si rivolga a qualche autorità competente, anche superiore, non si sospende la potestà esecutiva dell’altra autorità competente, sia essa ordinaria oppure delegata. § 2. Tuttavia l’inferiore non s’intrometta nella questione deferita all’autorità superiore, se non per causa grave e urgente; nel qual caso avverta immediatamente il superiore della cosa.

can. 140 § 1. Qualora siano stati delegati parecchi a trattare in solido lo stesso affare, chi per primo abbia iniziato a svolgere l’affare esclude gli altri dal trattarlo, a meno che in seguito non sia stato impedito o non abbia voluto procedere ulteriormente nel condurlo a termine. § 2. Qualora siano stati delegati parecchi collegialmente a trattare un affare, tutti devono procedere a norma del can. 119, a meno che non sia stato disposto altro nel mandato. § 3. La potestà esecutiva delegata a parecchi, si presume delegata ai medesimi in solido.

can. 141 Qualora siano stati delegati parecchi successivamente, sbrighi l’affare colui, il cui mandato è anteriore, né fu poi revocato.

can. 142 § 1. La potestà delegata si estingue compiuto il mandato; trascorso il tempo o esaurito il numero dei casi per i quali fu concessa; cessando la causa finale della delega; per revoca del delegante intimata direttamente al delegato come pure per rinuncia del delegato fatta conoscere al delegante e da lui accettata; non si estingue invece venendo meno il diritto del delegante, eccetto che ciò non appaia dalle clausole apposte. § 2. Tuttavia l’atto, proveniente da potestà delegata che si esercita nel solo foro interno, posto per inavvertenza dopo la scadenza del tempo di concessione, è valido.

can. 143 § 1. La potestà ordinaria si estingue con la perdita dell’ufficio cui è annessa. § 2. Se non sia disposto altro dal diritto, la potestà ordinaria è sospesa, qualora si appelli legittimamente o s’interponga un ricorso contro la privazione o la rimozione dall’ufficio.

can. 144 § 1. Nell’errore comune di fatto o di diritto, e parimenti nel dubbio positivo e probabile sia di diritto sia di fatto, la Chiesa supplisce, tanto nel foro esterno quanto interno, la potestà di governo esecutiva. § 2. La stessa norma si applica alle facoltà di cui ai cann. 882, 883, 966, e 1111, § 1.

Titolo IX. Gli uffici ecclesiastici (cann. 145-196)

can. 145 § 1. L’ufficio ecclesiastico è qualunque incarico, costituito stabilmente per disposizione sia divina sia ecclesiastica, da esercitarsi per un fine spirituale. § 2. Gli obblighi e i diritti propri dei singoli uffici ecclesiastici sono definiti sia dallo stesso diritto con cui l’ufficio viene costituito, sia dal decreto dell’autorità competente con cui viene insieme costituito e conferito.

Capitolo I. Provvisione dell’ufficio ecclesiastico (cann. 146-183)

can. 146 L’ufficio ecclesiastico non può essere validamente ottenuto senza provvisione canonica.

can. 147 La provvisione dell’ufficio ecclesiastico si effettua: per libero conferimento da parte dell’autorità ecclesiastica competente; per istituzione data dalla medesima, se precedette la presentazione; per conferma o per ammissione fatta dalla stessa, se precedette l’elezione o la postulazione; infine per semplice elezione e accettazione dell’eletto, se l’elezione non esige conferma.

can. 148 All’autorità, cui spetta erigere, innovare e sopprimere gli uffici, compete pure la loro provvisione, a meno che non sia stabilito altro dal diritto.

can. 149 § 1. Perché uno sia promosso ad un ufficio ecclesiastico, deve essere nella comunione della Chiesa e possedere l’idoneità, cioè essere dotato delle qualità, richieste per l’ufficio stesso dal diritto universale o particolare oppure dalla legge di fondazione. § 2. La provvisione dell’ufficio ecclesiastico fatta a colui che manca delle qualità richieste, è nulla soltanto se le qualità siano esatte espressamente per la validità della provvisione dal diritto universale o particolare oppure dalla legge di fondazione; altrimenti è valida, ma può essere rescissa per mezzo di un decreto dell’autorità competente o con sentenza del tribunale amministrativo. § 3. La provvisione dell’ufficio ecclesiastico fatta con simonia è nulla per lo stesso diritto.

can. 150 L’ufficio che comporta la piena cura delle anime, ad adempiere la quale si richiede l’esercizio dell’ordine sacerdotale, non può essere conferito validamente a colui che non è ancora stato ordinato sacerdote.

can. 151 La provvisione dell’ufficio che comporta la cura delle anime non sia differita senza grave causa.

can. 152 A nessuno siano conferiti due o più uffici incompatibili, che cioè non possono essere espletati contemporaneamente dalla stessa persona.

can. 153 § 1. La provvisione di un ufficio non vacante di diritto è nulla per lo stesso fatto, né diventa valida per la susseguente vacanza. § 2. Se tuttavia si tratta di un ufficio che viene conferito di diritto a tempo determinato, la provvisione può essere fatta nei sei mesi prima del compimento di questo tempo, e ha effetto dal giorno della vacanza dell’ufficio. § 3. La promessa di un ufficio, da chiunque sia stata fatta, non produce alcun effetto giuridico.

can. 154 L’ufficio vacante di diritto, che sia eventualmente ancora posseduto da qualcuno illegittimamente, può essere conferito, purché sia stata dichiarata nel debito modo l’illegittimità del possesso, e di tale dichiarazione venga fatta menzione nella lettera di conferimento.

can. 155 Chi, facendo le veci di un altro che sia negligente o impedito, conferisce l’ufficio, non acquista da ciò nessuna potestà sulla persona cui fu conferito, ma la condizione giuridica di questi è costituita come se la provvisione fosse stata effettuata a norma ordinaria del diritto.

can. 156 La provvisione di qualsiasi ufficio sia fatta per iscritto.

Articolo 1. Il libero conferimento (can. 157)

can. 157 Se non è stabilito esplicitamente altro dal diritto, spetta al Vescovo diocesano provvedere con libero conferimento agli uffici ecclesiastici nella propria Chiesa particolare.

Articolo 2. La presentazione (cann. 158-163)

can. 158 § 1. La presentazione a un ufficio ecclesiastico da parte di colui, cui compete il diritto di presentare, deve essere fatta all’autorità alla quale spetta dare l’istituzione all’ufficio di cui si tratta, e precisamente, se altro non è stato legittimamente disposto, entro tre mesi dalla ricezione della notizia della vacanza dell’ufficio. § 2. Se il diritto di presentazione compete a un collegio o a un gruppo di persone, colui che deve essere presentato sia designato osservando le disposizioni dei cann. 165-179.

can. 159 Nessuno sia presentato contro la sua volontà; di conseguenza colui che è proposto per essere presentato, richiesto del suo parere, se non rifiuta entro otto giorni utili, può essere presentato.

can. 160 § 1. Chi gode del diritto di presentazione, può presentare una o anche più persone, e questo sia contemporaneamente sia successivamente. § 2. Nessuno può presentare se stesso; un collegio o un gruppo di persone però può presentare uno dei suoi membri.

can. 161 § 1. Se non è stabilito altro dal diritto, chi ha presentato una persona riconosciuta non idonea può soltanto per una seconda volta presentare, entro un mese, un altro candidato. § 2. Se il presentato avesse rinunciato prima che sia stata fatta l’istituzione o fosse deceduto, chi gode del diritto di presentare, entro un mese dalla ricezione della notizia della rinuncia o della morte, può esercitare nuovamente il suo diritto.

can. 162 Chi, entro il tempo utile, a norma del can. 158, § 1 e del can. 161, non ha fatto la presentazione, e parimenti colui che ha presentato due volte una persona riconosciuta non idonea, perde per quel caso il diritto di presentazione, e all’autorità cui spetta dare l’istituzione, compete provvedere liberamente all’ufficio vacante, con l’assenso tuttavia dell’Ordinario proprio del candidato alla provvisione.

can. 163 L’autorità, cui compete a norma del diritto istituire il presentato, istituisca legittimamente colui che avrà riconosciuto idoneo e che avrà accettato; che se parecchi, legittimamente presentati, fossero stati riconosciuti idonei, deve istituire uno dei medesimi.

Articolo 3. L’elezione (cann. 164-179)

can. 164 Nelle elezioni canoniche si osservino le disposizioni dei canoni che seguono, eccetto che il diritto non abbia previsto altro.

can. 165 Qualora non sia stato disposto altro dal diritto oppure dai legittimi statuti del collegio o del gruppo, se un collegio o un gruppo di persone avesse il diritto di eleggere a un ufficio, l’elezione non sia differita oltre il trimestre utile da computarsi dalla ricezione della notizia della vacanza dell’ufficio; trascorso inutilmente questo termine, l’autorità ecclesiastica, cui compete il diritto di confermare l’elezione o il diritto di provvedere sucessivamente, provveda liberamente all’ufficio vacante.

can. 166 § 1. Il presidente del collegio o del gruppo convochi tutti gli appartenenti al collegio o al gruppo; la convocazione poi, quando deve essere personale, ha valore, se viene fatta nel luogo del domicilio o del quasi-domicilio oppure nel luogo di dimora. § 2. Se qualcuno di quelli che devono essere chiamati fu trascurato e perciò è stato assente, l’elezione vale; purtuttavia su istanza del medesimo, una volta provata l’omissione e l’assenza, l’elezione, anche se fu confermata, deve essere rescissa dall’autorità competente, purché consti giuridicamente che il ricorso è stato trasmesso almeno entro tre giorni dalla ricezione della notizia dell’elezione. § 3. Che se fosse stata trascurata più della terza parte degli elettori, l’elezione è nulla per il diritto stesso, a meno che tutti i non convocati non siano effettivamente intervenuti.

can. 167 § 1. Fatta legittimamente la convocazione, hanno il diritto di dare il voto i presenti nel giorno e nel luogo determinati nella stessa convocazione, esclusa la facoltà di dare il voto sia per lettera sia per procuratore, a meno che non sia disposto legittimamente altro dagli statuti. § 2. Se qualcuno degli elettori è presente nella casa, in cui si tiene l’elezione, ma non può partecipare all’elezione per malferma salute, sia richiesto il suo voto scritto da parte degli scrutatori.

can. 168 Sebbene qualcuno abbia per più titoli il diritto di dare il voto a nome proprio, non può darne che uno solo.

can. 169 Perché l’elezione sia valida, non può essere ammesso al voto nessuno, che non appartenga al collegio o al gruppo.

can. 170 L’elezione, la cui libertà sia stata in qualche modo effettivamente impedita, è invalida per lo stesso diritto.

can. 171 § 1. Sono inabili a dare il voto: 1) chi è incapace di atto umano; 2) colui che manca di voce attiva; 3) chi è legato dalla pena della scomunica sia per sentenza giudiziale sia per decreto con il quale la pena viene inflitta o dichiarata; 4) colui che si è staccato notoriamente dalla comunione della Chiesa § 2. Se uno dei predetti viene ammesso, il suo voto è nullo, ma l’elezione vale, a meno che non consti che, tolto quel voto, l’eletto non ha riportato il numero dei voti richiesto.

can. 172 § 1. Perché il voto sia valido, deve essere: 1) libero; e perciò è invalido il voto di colui, che per timore grave o con dolo, direttamente o indirettamente, fu indotto ad eleggere una determinata persona o diverse persone disgiuntamente; 2) segreto, certo, assoluto, determinato. § 2. Le condizioni poste al voto prima dell’elezione si ritengano come non aggiunte.

can. 173 § 1. Prima che cominci l’elezione, siano designati tra i membri del collegio o del gruppo almeno due scrutatori. § 2. Gli scrutatori raccolgano i voti e di fronte al presidente dell’elezione esaminino se il numero delle schede corrisponda al numero degli elettori, procedano allo scrutinio dei voti stessi e facciano a tutti sapere quanti voti abbia riportato ciascuno. § 3. Se il numero dei voti supera il numero degli elettori, nulla si è realizzato. § 4. Tutti gli atti dell’elezione siano accuratamente descritti da colui che funge da attuario, e, firmati almeno dallo stesso attuario, dal presidente e dagli scrutatori, siano diligentemente custoditi nell’archivio del collegio.

can. 174 § 1. L’elezione, se non è disposto altrimenti dal diritto o dagli statuti, può essere fatta anche per compromesso, a condizione cioè che gli elettori, con consenso unanime e scritto, trasferiscano per quella volta il diritto di eleggere ad una o a più persone idonee, sia membri sia estranee, le quali eleggano a nome di tutti in forza della facoltà ricevuta. § 2. Se si tratta di un collegio o di un gruppo formato da soli chierici, i compromissari devono essere costituiti nell’ordine sacro; altrimenti l’elezione è invalida. § 3. I compromissari devono osservare le disposizioni del diritto sulle elezioni e, per la validità dell’elezione, devono attenersi alle condizioni apposte al compromesso, non contrarie al diritto; le condizioni invece contrarie al diritto si ritengano come non apposte.

can. 175 Il compromesso cessa e il diritto di dare il voto ritorna ai compromettenti: 1) con la revoca fatta dal collegio o dal gruppo, quando ancor nulla si è fatto; 2) se rimane inadempiuta qualche condizione apposta al compromesso; 3) se l’elezione effettuata risulta nulla.

can. 176 Se non è disposto altro dal diritto o dagli statuti, si ritenga eletto e venga proclamato dal presidente del collegio o del gruppo colui che ha riportato il numero richiesto dei voti, a norma del can. 119, n. 1.

can. 177 § 1. L’elezione deve essere intimata immediatamente all’eletto, il quale deve notificare entro otto giorni utili dalla ricezione dell’intimazione al presidente del collegio o del gruppo se accetta l’elezione o no; altrimenti l’elezione non ha effetto. § 2. Se l’eletto non ha accettato, perde ogni diritto proveniente dall’elezione né questo rivive per una accettazione susseguente, ma può essere di nuovo eletto; il collegio o il gruppo, precisamente entro un mese dall’aver conosciuto la non-accettazione, deve proceder a una nuova elezione.

can. 178 L’eletto, accettata l’elezione, che non necessiti di conferma, ottiene immediatamente l’ufficio con pieno diritto; altrimenti, non acquista se non il diritto alla cosa.

can. 179 § 1. Se l’elezione necessita di conferma, l’eletto, entro otto giorni dal giorno dell’accettazione dell’elezione, deve richiedere personalmente o per mezzo di un altro la conferma all’autorità competente; altrimenti è privato di ogni diritto, se non avrà provato di essere stato trattenuto da un giusto impedimento nel chiedere la conferma. § 2. L’autorità competente, se avrà trovato idoneo l’eletto a norma del can. 149, § 1, e l’elezione sia stata compiuta a norma del diritto, non può negare la conferma. § 3. La conferma deve essere data per iscritto. § 4. Prima dell’intimazione della conferma, non è lecito all’eletto intromettersi nell’amministrazione dell’ufficio sia nelle cose spirituali sia in quelle temporali, e gli atti eventualmente da lui posti sono nulli. § 5. Intimata la conferma, l’eletto ottiene l’ufficio con pieno diritto, a meno che non si disponga altrimenti dal diritto.

Articolo 4. La postulazione (cann. 180-183)

can. 180 § 1. Se all’elezione di colui, che gli elettori stimano più adatto e preferiscono, si frappone un impedimento canonico, del quale si possa e si sia soliti concedere la dispensa, essi stessi con i propri voti lo possono postulare alla competente autorità, a meno che non sia disposto altro dal diritto. § 2. I compromissari non possono postulare, se ciò non è stato espresso nel compromesso.

can. 181 § 1. Perché la postulazione abbia valore, si richiedono almeno i due terzi dei voti. § 2. Il voto per la postulazione deve essere espresso per mezzo della parola: postulo, o termine equivalente; la formula: eleggo o postulo, o altra equipollente, vale per l’elezione, se l’impedimento non esista, altrimenti per la postulazione.

can. 182 § 1. La postulazione deve essere trasmessa dal presidente entro otto giorni utili all’autorità competente alla quale appartiene confermare l’elezione, cui spetta concedere la dispensa dall’impedimento, oppure, se non ha tale potestà, richiederla all’autorità superiore; se non si esige la conferma, la postulazione deve essere trasmessa all’autorità competente perché venga concessa la dispensa. § 2. Se la postulazione non fosse stata trasmessa entro il tempo stabilito, per lo stesso fatto è nulla, e il collegio o il gruppo per quella volta è privato del diritto di eleggere o di postulare, a meno che non si provi che il presidente sia stato trattenuto da un giusto impedimento nel trasmettere la postulazione o si sia astenuto dal trasmetterla a tempo opportuno per dolo o per negligenza. § 3. Il postulato non acquista alcun diritto dalla postulazione; l’autorità competente non è tenuta all’obbligo di ammetterla. § 4. Gli elettori non possono revocare la postulazione una volta fatta all’autorità competente, se non con il consenso dell’autorità stessa.

can. 183 § 1. Se non fu ammessa la postulazione da parte dell’autorità competente, il diritto di eleggere ritorna al collegio o al gruppo. § 2. Se invece la postulazione è stata ammessa, ciò sia reso noto al postulato, che deve rispondere a norma del can. 177, § 1. § 3. Chi accetta la postulazione ammessa, ottiene immediatamente l’ufficio con pieno diritto.

Capitolo II. Perdita dell’ufficio ecclesiastico (cann. 184-196)

can. 184 § 1. L’ufficio ecclesiastico si perde con lo scadere del tempo prestabilito, raggiunti i limiti d’età definiti dal diritto, per rinuncia, trasferimento, rimozione e anche per privazione. § 2. Venuto meno in qualsiasi modo il diritto dell’autorità dalla quale fu conferito, l’ufficio ecclesiastico non si perde, a meno che non sia disposto altro dal diritto. § 3. La perdita dell’ufficio, che ha sortito effetto, sia resa nota quanto prima a tutti quelli cui compete un qualche diritto nella provvisione dell’ufficio.

can. 185 A colui, che perde l’ufficio per raggiunti limiti d’età o per rinuncia accettata, può essere conferito il titolo di emerito.

can. 186 Allo scadere del tempo prestabilito o raggiunti i limiti d’età, la perdita dell’ufficio ha effetto soltanto dal momento, in cui è intimata per iscritto dalla competente autorità.

Articolo 1. La rinuncia (cann. 187-189)

can. 187 Chiunque è responsabile dei suoi atti può per giusta causa rinunciare all’ufficio ecclesiastico.

can. 188 La rinuncia fatta per timore grave, ingiustamente incusso, per dolo o per errore sostanziale oppure con simonia, e nulla per il diritto stesso.

can. 189 § 1. La rinuncia, perché abbia valore, sia che necessiti di accettazione o no, deve essere fatta all’autorità alla quale appartiene la provvisione dell’ufficio di cui si tratta, e precisamente per iscritto oppure oralmente di fronte a due testimoni. § 2. L’autorità non accetti una rinuncia non fondata su una causa giusta e proporzionata. § 3. La rinuncia che necessita di accettazione, se non sia accettata entro tre mesi, manca di ogni valore; quella che non ha bisogno di accettazione sortisce l’effetto con la comunicazione del rinunciante fatta a norma del diritto. § 4. La rinuncia, fino a quando non abbia sortito l’effetto, può essere revocata da parte del rinunciante; conseguito l’effetto non può essere revocata, ma colui che ha rinunciato può conseguire l’ufficio per altro titolo.

Articolo 2. Il trasferimento (cann. 190-191)

can. 190 § 1. Il trasferimento può essere effettuato soltanto da parte di colui, che ha il diritto di provvedere all’ufficio che si perde e insieme all’ufficio che viene affidato. § 2. Se il trasferimento fosse fatto contro la volontà del titolare dell’ufficio, è richiesta una causa grave e, fermo sempre restando il diritto di esporre le ragioni contrarie, si osservi il modo di procedere disposto dal diritto. § 3. Il trasferimento, per sortire effetto, deve essere intimato per iscritto.

can. 191 § 1. Nel trasferimento, il primo ufficio è vacante con il possesso del secondo ufficio canonicamente ottenuto, a meno che non si disponga altrimenti dal diritto o non sia stato imposto altro da parte dell’autorità competente. § 2. Il trasferito percepisce la remunerazione connessa con il primo ufficio, finché abbia ottenuto canonicamente il possesso del secondo.

Articolo 3. La rimozione (cann. 192-195)

can. 192 Una persona viene rimossa dall’ufficio sia per decreto legittimamente emesso dall’autorità competente, osservati i diritti acquisiti eventualmente dal contratto, sia per il diritto stesso a norma del can. 194.

can. 193 § 1. Non si può essere rimossi dall’ufficio che viene conferito a tempo indeterminato, se non per cause gravi e osservato il modo di procedere definito dal diritto. § 2. Lo stesso vale perché dall’ufficio, che a qualcuno è conferito a tempo determinato, uno possa essere rimosso prima dello scadere di questo tempo, fermo restando il disposto del can. 624, § 3. § 3. Dall’ufficio che, secondo le disposizioni del diritto, viene conferito a qualcuno a prudente discrezione dell’autorità competente, uno può per giusta causa essere rimosso, a giudizio della medesima autorità. § 4. Il decreto di rimozione, per sortire effetto, deve essere intimato per iscritto.

can. 194 § 1. E rimosso dall’ufficio ecclesiastico per il diritto stesso: 1) chi ha perso lo stato clericale; 2) chi si è separato pubblicamente dalla fede cattolica o dalla comunione della Chiesa; 3) il chierico che ha attentato al matrimonio anche soltanto civile. § 2. La rimozione, di cui ai nn. 2 e 3, può essere sollecitata soltanto se della medesima consti da una dichiarazione dell’autorità competente.

can. 195 Se qualcuno, non però per il diritto stesso, ma per decreto dell’autorità competente sia rimosso dall’ufficio mediante il quale si provvede al suo sostentamento, la medesima autorità curi che gli sia assicurato il sostentamento per un congruo periodo di tempo, a meno che non si sia provvisto altrimenti.

Articolo 4. La privazione (can. 196)

can. 196 § 1. La privazione dell’ufficio, vale a dire in pena di un delitto, può essere effettuata solamente a norma del diritto. § 2. La privazione sortisce effetto secondo le disposizioni dei canoni sul diritto penale.

Titolo X. La prescrizione (cann. 197-199)

can. 197 La prescrizione, come modo di acquistare o di perdere un diritto soggettivo e anche di liberarsi da obblighi, è recepita dalla Chiesa quale si trova nella legislazione civile della rispettiva nazione, salve le eccezioni stabilite nei canoni di questo Codice.

can. 198 Nessuna prescrizione ha valore, se non è fondata sulla buona fede, non solo all’inizio, ma per tutto il decorso del tempo richiesto per la prescrizione, salvo il disposto del can. 1362.

can. 199 Non sono sottoposti alla prescrizione: 1) i diritti e gli obblighi che sono di legge divina naturale o positiva 2) i diritti che si possono ottenere per solo privilegio apostolico; 3) i diritti e gli obblighi che riguardano direttamente la vita spirituale dei fedeli; 4 i confini certi e indubitati delle circoscrizioni ecclesiastiche; 5 le elemosine e gli oneri delle Messe; 6) la provvisione dell’ufficio ecclesiastico che a norma del diritto richiede l’esercizio dell’ordine sacro; 7) il diritto di visita e l’obbligo di obbedienza, con la conseguenza che i fedeli non possano essere visitati da nessuna autorità ecclesiastica e non siano più soggetti ad alcuna autorità.

Titolo XI. Il computo del tempo (cann. 200-203)

can. 200 Se non è disposto espressamente altro dal diritto, il tempo si computa a norma dei canoni che seguono.

can. 201 § 1. Per tempo continuo s’intende quello che non può subire alcuna interruzione. § 2. Per tempo utile s’intende quello che compete in modo tale a chi esercita o persegue il suo diritto, che non decorra per chi ignora o non può effettivamente agire.

can. 202 § 1. Nel diritto, s’intende per giorno lo spazio che consta di 24 ore da computarsi in modo continuo, e comincia dalla mezzanotte, se non è disposto espressamente altro; per settimana lo spazio di 7 giorni; per mese lo spazio di 30 e per anno lo spazio di 365 giorni, a meno che il mese e l’anno non si dica di doverli prendere come sono nel calendario. § 2. Se il tempo è continuo, il mese e l’anno sono sempre da prendere come sono nel calendario.

can. 203 § 1. Il giorno a quo non si computa nel termine, a meno che l’inizio di questo non coincida con l’inizio del giorno o non sia disposto espressamente altro dal diritto. § 2. Se non è stabilito il contrario, il giorno ad quem si computa nel termine, il quale, se il tempo consta di uno o più mesi o anni, di una o più settimane, finisce trascorso l’ultimo giorno del medesimo numero oppure, se il mese manca del giorno del medesimo numero, trascorso l’ultimo giorno del mese.

Libro II. Il popolo di Dio (cann. 204-746)

Parte prima. I fedeli (cann. 204-329)

can. 204 § 1. I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo. § 2. Questa Chiesa, costituita e ordinata nel mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui.

can. 205 Su questa terra sono nella piena comunione della Chiesa cattolica quei battezzati che sono congiunti con Cristo nella sua compagine visibile, ossia mediante i vincoli della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico.

can. 206 § 1. Per un titolo particolare sono legati alla Chiesa i catecumeni, coloro cioè che, mossi dallo Spirito Santo, chiedono con intenzione esplicita di essere incorporati ad essa e di conseguenza, per questo desiderio, come pure per la vita di fede, di speranza e di carità che essi conducono, sono congiunti alla Chiesa, che già ne ha cura come suoi. § 2. La Chiesa dedica una cura particolare ai catecumeni, e mentre li invita a condurre una vita evangelica e li introduce alla celebrazione dei riti sacri, già ad essi elargisce diverse prerogative che sono proprie dei cristiani.

can. 207 § 1. Per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici. § 2. Dagli uni e dagli altri provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici mediante voti o altri vincoli sacri, riconosciuti e sanciti dalla Chiesa, sono consacrati in modo speciale a Dio e dànno incremento alla missione salvifica della Chiesa; il loro stato, quantunque non riguardi la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia alla sua vita e alla sua santità.

Titolo I. Obblighi e diritti di tutti i fedeli (cann. 208-223)

can. 208 Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno.

can. 209 § 1. I fedeli sono tenuti all’obbligo di conservare sempre, anche nel loro modo di agire, la comunione con la Chiesa. § 2. Adempiano con grande diligenza i doveri cui sono tenuti sia nei confronti della Chiesa universale, sia nei confronti della Chiesa particolare alla quale appartengono, secondo le disposizioni del diritto.

can. 210 Tutti i fedeli, secondo la propria condizione, devono dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita santa e di promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione.

can. 211 Tutti i fedeli hanno il dovere e il diritto di impegnarsi perché l’annuncio divino della salvezza si diffonda sempre più fra gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo.

can. 212 § 1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa. § 2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri. § 3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona.

can. 213 I fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti.

can. 214 I fedeli hanno il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi Pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa.

can. 215 I fedeli hanno il diritto di fondare e di dirigere liberamente associazioni che si propongano un fine di carità o di pietà, oppure l’incremento della vocazione cristiana nel mondo; hanno anche il diritto di tenere riunioni per il raggiungimento comune di tali finalità.

can. 216 Tutti i fedeli, in quanto partecipano alla missione della Chiesa, hanno il diritto, secondo lo stato e la condizione di ciascuno, di promuovere o di sostenere l’attività apostolica anche con proprie iniziative; tuttavia nessuna iniziativa rivendichi per se stessa il nome di cattolica, senza il consenso dell’autorità ecclesiastica competente.

can. 217 I fedeli, in quanto sono chiamati mediante il battesimo a condurre una vita conforme alla dottrina evangelica, hanno diritto all’educazione cristiana, con cui possano essere formati a conseguire la maturità della persona umana e contemporaneamente a conoscere e a vivere il mistero della salvezza.

can. 218 Coloro che si dedicano alle scienze sacre godono della giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza il loro pensiero su ciò di cui sono esperti, conservando il dovuto ossequio nei confronti del magistero della Chiesa.

can. 219 Tutti i fedeli hanno il diritto di essere immuni da qualsiasi costrizione nella scelta dello stato di vita.

can. 220 Non è lecito ad alcuno ledere illegittimamente la buona fama di cui uno gode, o violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità.

can. 221 § 1. Compete ai fedeli rivendicare e difendere legittimamente i diritti di cui godono nella Chiesa presso il foro ecclesiastico competente a norma del diritto. § 2. I fedeli hanno anche il diritto, se sono chiamati in giudizio dall’autorità competente, di essere giudicati secondo le disposizioni di legge, da applicare con equità. § 3. I fedeli hanno il diritto di non essere colpiti da pene canoniche, se non a norma di legge.

can. 222 § 1. I fedeli sono tenuti all’obbligo di sovvenire alle necessità della Chiesa, affinché essa possa disporre di quanto è necessario per il culto divino, per le opere di apostolato e di carità e per l’onesto sostentamento dei ministri. § 2. Sono anche tenuti all’obbligo di promuovere la giustizia sociale, come pure, memori del comandamento del Signore, di soccorrere i poveri coi propri redditi.

can. 223 § 1. Nell’esercizio dei propri diritti i fedeli, sia come singoli sia riuniti in associazioni, devono tener conto del bene comune della Chiesa, dei diritti altrui e dei propri doveri nei confronti degli altri. § 2. Spetta all’autorità ecclesiastica, in vista del bene comune, regolare l’esercizio dei diritti che sono propri dei fedeli.

Titolo II. Obblighi e diritti dei fedeli laici (cann. 224-231)

can. 224 I fedeli laici, oltre agli obblighi e ai diritti che sono comuni a tutti i fedeli e oltre a quelli che sono stabiliti negli altri canoni, sono tenuti agli obblighi e godono dei diritti elencati nei canoni del presente titolo.

can. 225 § 1. I laici, dal momento che, come tutti i fedeli, sono deputati da Dio all’apostolato mediante il battesimo e la confermazione, sono tenuti all’obbligo generale e hanno il diritto di impegnarsi, sia come singoli sia riuniti in associazioni, perché l’annuncio della salvezza venga conosciuto e accolto da ogni uomo in ogni luogo; tale obbligo li vincola ancora maggiormente in quelle situazioni in cui gli uomini non possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo se non per mezzo loro. § 2. Sono tenuti anche al dovere specifico, ciascuno secondo la propria condizione, di animare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico e in tal modo di rendere testimonianza a Cristo, particolarmente nel trattare tali realtà e nell’esercizio dei compiti secolari.

can. 226 § 1. I laici che vivono nello stato coniugale, secondo la propria vocazione, sono tenuti al dovere specifico di impegnarsi, mediante il matrimonio e la famiglia, nell’edificazione del popolo di Dio. § 2. I genitori, poiché hanno dato ai figli la vita, hanno l’obbligo gravissimo e il diritto di educarli; perciò spetta primariamente ai genitori cristiani curare l’educazione cristiana dei figli secondo la dottrina insegnata dalla Chiesa.

can. 227 E diritto dei fedeli laici che venga loro riconosciuta nella realtà della città terrena quella libertà che compete ad ogni cittadino; usufruendo tuttavia di tale libertà, facciano in modo che le loro azioni siano animate dallo spirito evangelico e prestino attenzione alla dottrina proposta dal magistero della Chiesa, evitando però di presentare nelle questioni opinabili la propria tesi come dottrina della Chiesa.

can. 228 § 1. I laici che risultano idonei, sono giuridicamente abili ad essere assunti dai sacri Pastori in quegli uffici ecclesiastici e in quegli incarichi che sono in grado di esercitare secondo le disposizioni del diritto. § 2. I laici che si distinguono per scienza adeguata, per prudenza e per onestà, sono idonei a prestare aiuto ai Pastori della Chiesa come esperti o consiglieri, anche nei consigli a norma del diritto.

can. 229 § 1. I laici, per essere in grado di vivere la dottrina cristiana, per poterla annunciare essi stessi e, se necessario, difenderla, e per potere inoltre partecipare all’esercizio dell’apostolato, sono tenuti all’obbligo e hanno il diritto di acquisire la conoscenza di tale dottrina, in modo adeguato alla capacità e alla condizione di ciascuno. § 2. Hanno anche il diritto di acquisire quella conoscenza più piena delle scienze sacre che viene data nelle università e facoltà ecclesiastiche o nelle scuole di scienze religiose, frequentandovi le lezioni e conseguendovi i gradi accademici. § 3. Così pure, osservate le disposizioni stabilite in ordine alla idoneità richiesta, hanno la capacità di ricevere dalla legittima autorità ecclesiastica il mandato di insegnare le scienze sacre.

can. 230 § 1. I laici di sesso maschile che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale, possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori e di accoliti; tuttavia tale conferimento non attribuisce loro il diritto al sostentamento o alla rimunerazione da parte della Chiesa. § 2. I laici possono assolvere per incarico temporaneo la funzione di lettore nelle azioni liturgiche; così pure tutti i laici godono della facoltà di esercitare le funzioni di commentatore, cantore o altre ancora a norma del diritto. § 3. Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto.

can. 231 § 1. I laici, designati in modo permanente o temporaneo ad un particolare servizio della Chiesa, sono tenuti all’obbligo di acquisire una adeguata formazione, richiesta per adempiere nel modo dovuto il proprio incarico e per esercitarlo consapevolmente, assiduamente e diligentemente. § 2. Fermo restando il disposto del can. 230, § 1, essi hanno diritto ad una onesta rimunerazione adeguata alla loro condizione, per poter provvedere decorosamente, anche nel rispetto delle disposizioni del diritto civile, alle proprie necessità e a quelle della famiglia; hanno inoltre il diritto che si garantiscano la previdenza sociale, le assicurazioni sociali e l’assistenza sanitaria.

Titolo III. I ministri sacri o chierici (cann. 232-293)

Capitolo I. La formazione dei chierici (cann. 232-264)

can. 232 La Chiesa ha il dovere e il diritto proprio ed esclusivo di formare coloro che sono destinati ai ministeri sacri.

can. 233 § 1. E dovere di tutta la comunità cristiana promuovere le vocazioni affinché si possa convenientemente provvedere alla necessità di sacro ministero in tutta la Chiesa; hanno questo dovere specialmente le famiglie cristiane, gli educatori, e in modo particolare i sacerdoti, soprattutto i parroci. I Vescovi diocesani, ai quali spetta in sommo grado curare la promozione delle vocazioni, rendano consapevole il popolo loro affidato sull’importanza del ministero sacro e sulla necessità di ministri nella Chiesa, suscitino e sostengano le iniziative atte a favorire le vocazioni, soprattutto mediante le opere istituite a tale scopo. § 2. I sacerdoti e soprattutto i Vescovi diocesani si impegnino perché coloro che in età più matura si ritengono chiamati ai ministeri sacri siano prudentemente aiutati con la parola e con l’opera e preparati nel debito modo.

can. 234 § 1. Si mantengano, dove esistono, e si favoriscano i seminari minori o altri istituti simili; in essi, allo scopo di incrementare le vocazioni, si provveda a dare una particolare formazione religiosa insieme con una preparazione umanistica e scientifica; anzi, se lo ritiene opportuno, il Vescovo diocesano provveda all’erezione del seminario minore o di un istituto analogo. § 2. A meno che in casi determinati le circostanze non suggeriscano diversamente, i giovani che intendono essere ammessi al sacerdozio siano forniti della stessa formazione umanistica e scientifica con la quale i giovani di quella regione vengono preparati a compiere gli studi superiori.

can. 235 § 1. I giovani che intendono accedere al sacerdozio siano formati ad una vita spirituale ad esso confacente e ai relativi doveri presso il seminario maggiore durante tutto il tempo della formazione, oppure, se a giudizio del Vescovo diocesano le circostanze lo richiedono, almeno per quattro anni. § 2. Coloro che legittimamente dimorano fuori del seminario, siano affidati dal Vescovo diocesano ad un sacerdote pio e idoneo, affinché abbia cura che siano diligentemente formati alla vita spirituale e alla disciplina.

can. 236 I candidati al diaconato permanente, secondo le disposizioni della conferenza dei Vescovi, siano formati a condurre una vita evangelica e siano preparati a compiere nel debito modo i doveri propri dell’ordine: 1) se sono giovani, dimorando almeno per tre anni in una casa specifica, a meno che per gravi ragioni il Vescovo diocesano non abbia disposto diversamente; 2) se sono uomini di età più matura, sia celibi sia coniugati, mediante un progetto formativo della durata di tre anni, determinato dalla conferenza Episcopale.

can. 237 § 1. Dove risulta possibile e opportuno, vi sia nelle singole diocesi il seminario maggiore; altrimenti gli alunni che si preparano ai ministeri sacri vengano affidati ad un altro seminario oppure venga eretto un seminario interdiocesano. § 2. Non si eriga un seminario interdiocesano se prima non è stata ottenuta l’approvazione della Sede Apostolica, sia in ordine alla erezione del seminario, sia in ordine ai suoi statuti: da parte della Conferenza Episcopale, se si tratta di un seminario per tutto il territorio corrispondente, altrimenti da parte dei Vescovi interessati.

can. 238 § 1. I seminari eretti legittimamente godono per il diritto stesso di personalità giuridica nella Chiesa. § 2. Nel trattare tutti gli affari il rettore rappresenta il seminario, a meno che, per determinate questioni, l’autorità competente non abbia stabilito in modo diverso.

can. 239 § 1. In ogni seminario vi sia il rettore che lo dirige e, se del caso, un vice-rettore, l’economo e inoltre, se gli alunni compiono gli studi nel seminario stesso, anche i docenti i quali insegnino le varie discipline curandone la reciproca coordinazione. § 2. In ogni seminario vi sia almeno un direttore spirituale, lasciando agli alunni la libertà di rivolgersi ad altri sacerdoti ai quali il Vescovo abbia affidato tale incarico. § 3. Negli statuti del seminario siano stabilite le modalità secondo cui gli altri moderatori, gli insegnanti e anche gli stessi alunni possano condividere la responsabilità del rettore, soprattutto per quanto riguarda la disciplina.

can. 240 § 1. Oltre ai confessori ordinari, si facciano venire regolarmente nel seminario altri confessori e, salva la disciplina del seminario, gli alunni abbiano sempre ampia possibilità di rivolgersi a qualsiasi confessore sia all’interno sia all’esterno del seminario. § 2. Nel prendere decisioni riguardanti l’ammissione degli alunni agli ordini o la loro dimissione dal seminario, non può mai essere richiesto il parere del direttore spirituale e dei confessori.

can. 241 § 1. Il Vescovo diocesano ammetta al seminario maggiore soltanto coloro che, sulla base delle loro doti umane e morali, spirituali e intellettuali, della loro salute fisica e psichica e della loro retta intenzione, sono ritenuti idonei a consacrarsi per sempre ai ministeri sacri. § 2. Prima di essere accolti, devono presentare i certificati di battesimo e di confermazione e gli altri documenti richiesti secondo le disposizioni della Ratio di formazione sacerdotale. § 3. Quando si tratta di ammettere alcuni dimessi da un altro seminario o da un istituto religioso, si richiede inoltre la dichiarazione del rispettivo superiore, soprattutto circa la causa della dimissione o dell’uscita.

can. 242 § 1. In ogni nazione vi sia una Ratio di formazione sacerdotale, emanata dalla Conferenza Episcopale sulla base delle norme fissate dalla suprema autorità della Chiesa e approvata dalla Santa Sede, adattabile alle nuove situazioni con una nuova approvazione della Santa Sede; in essa vengano definiti i principi essenziali e le norme generali della formazione seminaristica, adattate alle necessità pastorali di ogni regione o provincia. § 2. Le norme della Ratio di cui al § 1 siano osservate in tutti i seminari, sia diocesani sia interdiocesani.

can. 243 Ogni seminario abbia inoltre il proprio regolamento approvato dal Vescovo diocesano o, se si tratta di un seminario interdiocesano, dai Vescovi interessati; in esso si adattino le norme della Ratio di formazione sacerdotale alle situazioni particolari e si determinino in modo più preciso soprattutto le questioni disciplinari che riguardano la vita quotidiana degli alunni e il buon ordine di tutto il seminario.

can. 244 La formazione spirituale e l’insegnamento dottrinale degli alunni del seminario vengano coordinati armonicamente e siano finalizzati a far loro acquisire lo spirito del Vangelo e un rapporto profondo con Cristo, unito ad una adeguata maturità umana, secondo l’indole di ciascuno.

can. 245 § 1. Mediante la formazione spirituale gli alunni siano resi idonei all’esercizio fecondo del ministero pastorale e siano permeati di spirito missionario, consapevoli che l’adempimento fedele del ministero in atteggiamento costante di fede viva e di carità contribuisce alla propria santificazione; imparino insieme a coltivare quelle virtù che sono ritenute di grande importanza nella convivenza umana, cosicché siano in grado di giungere ad una adeguata armonia tra i valori umani e i valori soprannaturali. § 2. Gli alunni siano formati in modo tale che, pieni di amore per la Chiesa di Cristo, abbiano un profondo legame di carità, umile e filiale, con il Romano Pontefice successore di Pietro, siano uniti al proprio Vescovo come fedeli cooperatori e collaborino con i fratelli; mediante la vita comune nel seminario e mediante la pratica di un rapporto di amicizia e di familiarità con gli altri, si dispongano alla fraterna comunione col presbiterio diocesano di cui faranno parte al servizio della Chiesa.

can. 246 § 1. La celebrazione eucaristica sia il centro di tutta la vita del seminario, in modo che ogni giorno gli alunni, partecipando alla stessa carità di Cristo, attingano soprattutto a questa fonte ricchissima forza d’animo per il lavoro apostolico e per la propria vita spirituale. § 2. Siano formati alla celebrazione della liturgia delle ore, mediante la quale i ministri di Dio lo invocano a nome della Chiesa per tutto il popolo loro affidato, anzi per tutto il mondo. § 3. Siano incrementati il culto della Beata Vergine Maria, anche con il rosario mariano, l’orazione mentale e gli altri esercizi di pietà con cui gli alunni acquisiscono lo spirito di preghiera e conseguono la solidità della vocazione. § 4. Gli alunni si abituino ad accostarsi con frequenza al sacramento della penitenza; si raccomanda inoltre che ognuno abbia la guida della sua vita spirituale, scelta liberamente, a cui aprire con fiducia la propria coscienza. § 5. Gli alunni facciano ogni anno gli esercizi spirituali.

can. 247 § 1. Siano preparati mediante un’adeguata educazione a vivere lo stato del celibato e imparino ad apprezzarlo come dono peculiare di Dio. § 2. Gli alunni siano resi debitamente consapevoli dei doveri e degli oneri che sono propri dei ministri della Chiesa, senza alcuna reticenza sulle difficoltà della vita sacerdotale.

can. 248 L’insegnamento dottrinale impartito agli alunni è finalizzato ad acquisire una dottrina ampia e solida nelle scienze sacre, parallelamente ad una cultura generale rispondente alle necessità di luogo e di tempo, in modo che, mediante la propria fede in essa fondata e da essa nutrita, siano in grado di annunciare convenientemente il messaggio del Vangelo agli uomini del proprio tempo, in modo adeguato alla loro capacità.

can. 249 Nella Ratio di formazione sacerdotale si stabilisca che gli alunni conoscano accuratamente non solo la lingua del proprio paese, ma abbiano anche una buona conoscenza della lingua latina e inoltre un’adeguata conoscenza delle lingue straniere, nella misura in cui essa risulti necessaria o utile alla loro formazione o all’esercizio del ministero pastorale.

can. 250 Gli studi filosofici e teologici che sono programmati nel seminario possono essere compiuti o in modo successivo o in modo congiunto, secondo la Ratio di formazione sacerdotale; essi devono comprendere almeno un sessennio completo, in modo tale che il periodo riservato alle discipline filosofiche corrisponda ad un intero biennio, il periodo riservato agli studi teologici ad un intero quadriennio.

can. 251 La formazione filosofica, radicata nel patrimonio filosofico perennemente valido, ma attenta anche al continuo progresso della ricerca, venga impartita in modo da arricchire la formazione umana degli alunni, da esaltare l’acutezza del pensiero e da renderli più idonei a compiere gli studi teologici.

can. 252 § 1. La formazione teologica, illuminata dalla fede e guidata dal Magistero, venga impartita in modo che gli alunni conoscano integralmente la dottrina cattolica, fondata sulla Rivelazione divina, ne alimentino la loro vita spirituale e siano in grado di annunciarla e difenderla in modo appropriato nell’esercizio del ministero. § 2. Gli alunni vengano istruiti con particolare diligenza nella sacra Scrittura, in modo da acquisirne una visione globale. § 3. Vi siano lezioni di teologia dogmatica, radicata sempre nella parola di Dio scritta e nella sacra Tradizione, mediante le quali gli alunni imparino a penetrare più intimamente i misteri della salvezza, seguendo soprattutto la dottrina di s. Tommaso; inoltre lezioni di teologia morale e pastorale, di diritto canonico, di liturgia, di storia ecclesiastica e di altre discipline, ausiliarie e speciali, secondo le disposizioni della Ratio di formazione sacerdotale.

can. 253 § 1. All’incarico di insegnante nelle discipline filosofiche, teologiche e giuridiche siano nominati dal Vescovo o dai Vescovi interessati soltanto coloro che, distinti per virtù, abbiano conseguito il dottorato o la licenza in una università o facoltà riconosciuta dalla Santa Sede. § 2. Si abbia cura che vengano nominati insegnanti singoli e distinti per l’insegnamento di sacra Scrittura, teologia dogmatica, teologia morale, liturgia, filosofia, diritto canonico, storia ecclesiastica e delle altre discipline che devono essere insegnate secondo un proprio metodo. § 3. L’insegnante che in modo grave venga meno al suo incarico sia rimosso dall’autorità di cui al § 1.

can. 254 § 1. Nell’insegnamento delle diverse discipline gli insegnanti pongano costantemente in evidenza l’intima unità e armonia di tutta la dottrina della fede, affinché gli alunni possano sperimentare l’apprendimento di un’unica scienza; per conseguire più agevolmente questo scopo, vi sia nel seminario chi coordina tutto il piano degli studi. § 2. Gli alunni vengano educati alla capacità di esaminare con metodo scientifico le varie questioni mediante adeguate ricerche personali; ci siano perciò esercitazioni con le quali, sotto la guida degli insegnanti, gli alunni imparino a compiere qualche ricerca col proprio lavoro.

can. 255 Quantunque tutta la formazione degli alunni nel seminario si proponga una finalità pastorale, vi si programmi una preparazione pastorale in senso stretto che insegni agli alunni i principi e i metodi che riguardano l’esercizio del ministero di insegnare, santificare e governare il popolo di Dio, tenendo anche presenti le necessità di luogo e di tempo.

can. 256 § 1. Gli alunni vengano diligentemente istruiti in tutto ciò che riguarda in modo specifico il sacro ministero, soprattutto nell’attività catechetica e omiletica, nel culto divino e in modo particolare nella celebrazione dei sacramenti, nel dialogo con le persone, anche non cattoliche o non credenti, nell’amministrazione parrocchiale e nell’adempimento di tutti gli altri impegni. § 2. Gli alunni siano resi consapevoli delle necessità della Chiesa universale in modo che siano solleciti nel promuovere le vocazioni, dei problemi missionari ed ecumenici e inoltre dei vari problemi particolarmente urgenti, anche di carattere sociale.

can. 257 § 1. La formazione degli alunni sia impostata in modo che sentano la sollecitudine non solo della Chiesa particolare al servizio della quale sono incardinati, ma anche della Chiesa universale e in modo che si dimostrino pronti a dedicarsi alle Chiese particolari in cui urgano gravi necessità. § 2. Il Vescovo diocesano abbia cura che i chierici che hanno intenzione di trasferirsi dalla propria ad una Chiesa particolare di un’altra regione, siano preparati convenientemente ad esercitarvi il ministero sacro, che imparino cioè la lingua della regione, abbiano conoscenza delle sue istituzioni, delle condizioni sociali, degli usi e delle consuetudini.

can. 258 Perché gli alunni imparino anche nella pratica il metodo dell’azione apostolica, durante il periodo degli studi e soprattutto nel tempo delle vacanze siano iniziati, sempre sotto la guida di un sacerdote esperto, alla prassi pastorale mediante opportune esperienze da determinare secondo il giudizio dell’Ordinario, adatte all’età degli alunni e alle situazioni locali.

can. 259 § 1. Spetta al Vescovo diocesano oppure, se si tratta di un seminario interdiocesano, ai Vescovi interessati, decidere ciò che riguarda l’alta direzione ed amministrazione del seminario. § 2. Il Vescovo diocesano o i Vescovi interessati, se si tratta di un seminario interdiocesano, visitino di persona frequentemente il seminario, vigilino sulla formazione dei propri alunni e sull’insegnamento filosofico e teologico che viene impartito, si informino inoltre sulla vocazione, l’indole, la pietà e il progresso degli alunni, in vista soprattutto del conferimento degli ordini sacri.

can. 260 Nell’adempimento dei propri incarichi, tutti devono obbedire al rettore al quale spetta la direzione quotidiana del seminario, a norma della Ratio di formazione sacerdotale e del regolamento del seminario.

can. 261 § 1. Il rettore del seminario, come pure, sotto la sua autorità, i superiori e gli insegnanti, ciascuno per la parte che gli compete, curino che gli alunni osservino fedelmente le norme fissate dalla Ratio di formazione sacerdotale e dal regolamento del seminario. § 2. Il rettore del seminario e il moderatore degli studi provvedano con diligenza che gli insegnanti adempiano nel debito modo il loro incarico, secondo le disposizioni della Ratio di formazione sacerdotale e del regolamento del seminario.

can. 262 Il seminario sia esente dalla giurisdizione parrocchiale; per tutti coloro che si trovano nel seminario svolge l’ufficio di parroco, ad eccezione della materia matrimoniale e fermo restando il disposto del can. 985, il rettore del seminario o un suo delegato.

can. 263 Il Vescovo diocesano oppure, se si tratta di un seminario interdiocesano, i Vescovi interessati, nella misura che essi stessi hanno determinato di comune accordo devono fare in modo che si provveda alla costituzione e alla conservazione del seminario, al sostentamento degli alunni, alla rimunerazione degli insegnanti e alle altre necessità del seminario.

can. 264 § 1. Per provvedere alle necessità del seminario, oltre all’offerta di cui al can. 1266, il Vescovo può imporre nella diocesi un tributo. § 2. Sono soggette al tributo per il seminario tutte le persone giuridiche ecclesiastiche, anche private che hanno sede in diocesi, a meno che non si sostengano solo di elemosine oppure non abbiano attualmente un collegio di studenti o di docenti finalizzato a promuovere il bene comune della Chiesa; tale tributo deve essere generale, proporzionato ai redditi di coloro che vi sono soggetti e determinato secondo le necessità del seminario.

Capitolo II. L’ascrizione dei chierici o incardinazione (cann. 265-272)

can. 265 Ogni chierico deve essere incardinato o in una Chiesa particolare o in una prelatura personale oppure in un istituto di vita consacrata o in una società che ne abbiano la facoltà, in modo che non siano assolutamente ammessi chierici acefali o girovaghi.

can. 266 § 1. Uno diviene chierico con l’ordinazione diaconale e viene incardinato nella Chiesa particolare o nella prelatura personale al cui servizio è stato ammesso. § 2. Il professo con voti perpetui in un istituto religioso oppure chi è stato incorporato definitivamente in una società clericale di vita apostolica, con l’ordinazione diaconale viene incardinato come chierico nell’istituto o nella società, a meno che, per quanto riguarda le società, le costituzioni non prevedano diversamente. § 3. Il membro di un istituto secolare con l’ordinazione diaconale viene incardinato nella Chiesa particolare al cui servizio è stato ammesso, a meno che, in forza di una concessione della Sede Apostolica, non venga incardinato nell’istituto stesso.

can. 267 § 1. Perché un chierico già incardinato sia incardinato validamente in un’altra Chiesa particolare, deve ottenere dal Vescovo diocesano una lettera di escardinazione sottoscritta dal medesimo; allo stesso modo deve ottenere dal Vescovo diocesano della Chiesa particolare nella quale desidera essere incardinato una lettera di incardinazione sottoscritta dal medesimo. § 2. L’escardinazione concessa in tale modo non ha effetto se non è stata ottenuta l’incardinazione in un’altra Chiesa particolare.

can. 268 § 1. Il chierico che si trasferisce legittimamente dalla propria Chiesa particolare in un’altra, dopo cinque anni viene incardinato in quest’ultima per il diritto stesso, purché abbia manifestato per iscritto tale intenzione sia al Vescovo diocesano della Chiesa ospite, sia al Vescovo diocesano proprio e purché nessuno dei due abbia espresso un parere contrario alla richiesta entro quattro mesi dalla recezione della lettera. § 2. Con l’ammissione perpetua o definitiva in un istituto di vita consacrata o in una società di vita apostolica, il chierico che, a norma del can. 266, § 2, è incardinato in tale istituto o società, viene escardinato dalla propria Chiesa particolare.

can. 269 Il Vescovo diocesano non proceda all’incardinazione di un chierico se non quando: 1) ciò sia richiesto dalla necessità o utilità della sua Chiesa particolare e salve le disposizioni del diritto riguardanti l’onesto sostentamento dei chierici; 2) gli consti a un documento legittimo la concessione dell’escardinazione e inoltre abbia avuto opportuno attestato da parte del Vescovo diocesano di escardinazione, se necessario sotto segreto, sulla vita, sui costumi e sugli studi del chierico; 3) il chierico abbia dichiarato per iscritto al Vescovo diocesano stesso di volersi dedicare al servizio della nuova Chiesa particolare a norma del diritto.

can. 270 L’escardinazione può essere lecitamente concessa solo per giusti motivi, quali l’utilità della Chiesa o il bene del chierico stesso; tuttavia non può essere negata se non in presenza di gravi cause; però il chierico che ritenga gravosa la decisione nei suoi confronti e abbia trovato un Vescovo che lo accoglie, può fare ricorso contro la decisione stessa.

can. 271 § 1. Al di fuori di una situazione di vera necessità per la propria Chiesa particolare, il Vescovo diocesano non neghi la licenza di trasferirsi ai chierici che sappia preparati e ritenga idonei ad andare in regioni afflitte da grave scarsità di clero, per esercitarvi il ministero sacro; provveda però che, mediante una convenzione scritta con il Vescovo diocesano del luogo a cui sono diretti, vengano definiti i diritti e i doveri dei chierici in questione. § 2. Il Vescovo diocesano può concedere ai suoi chierici la licenza di trasferirsi in un’altra Chiesa particolare per un tempo determinato, rinnovabile anche più volte, in modo però che i chierici rimangano incardinati nella propria Chiesa particolare e, se vi ritornano, godano di tutti i diritti che avrebbero se avessero esercitato in essa il ministero sacro. § 3. Il chierico che è passato legittimamente ad un’altra Chiesa particolare, rimanendo incardinato nella propria Chiesa, per giusta causa può essere richiamato dal proprio Vescovo diocesano, purché siano rispettate le convenzioni stipulate con l’altro Vescovo e l’equità naturale; ugualmente, alle stesse condizioni, il Vescovo diocesano dell’altra Chiesa particolare potrà, per giusta causa, negare al chierico la licenza di un’ulteriore permanenza nel suo territorio.

can. 272 L’Amministratore diocesano non può concedere l’escardinazione e l’incardinazione, come pure la licenza di trasferirsi in un’altra Chiesa particolare, se non dopo un anno di sede episcopale vacante e col consenso del collegio dei consultori.

Capitolo III. Obblighi e diritti dei chierici (cann. 273-289)

can. 273 I chierici sono tenuti all’obbligo speciale di prestare rispetto e obbedienza al Sommo Pontefice e al proprio Ordinario.

can. 274 § 1. Solo i chierici possono ottenere uffici il cui esercizio richieda la potestà di ordine o la potestà di governo ecclesiastico. § 2. I chierici, se non sono scusati da un impedimento legittimo, sono tenuti ad accettare e adempiere fedelmente l’incarico loro affidato dal proprio Ordinario.

can. 275 § 1. I chierici, dal momento che tutti operano per un unico fine, cioè l’edificazione del Corpo di Cristo, siano uniti tra di loro col vincolo della fraternità e della preghiera e si impegnino a collaborare tra di loro, secondo le disposizioni del diritto particolare. § 2. I chierici riconoscano e promuovano la missione che i laici, secondo la loro specifica condizione, esercitano nella Chiesa e nel mondo.

can. 276 § 1. Nella loro condotta di vita i chierici sono tenuti in modo peculiare a tendere alla santità, in quanto, consacrati a Dio per un nuovo titolo mediante l’ordinazione, sono dispensatori dei misteri di Dio al servizio del Suo popolo. § 2. Per essere in grado di perseguire tale perfezione: 1) innanzitutto adempiano fedelmente e indefessamente i doveri del ministero pastorale; 2) alimentino la propria vita spirituale alla duplice mensa della sacra Scrittura e dell’Eucaristia; i sacerdoti perciò sono caldamente invitati ad offrire ogni giorno il Sacrificio eucaristico, i diaconi poi a parteciparvi quotidianamente; 3) i sacerdoti e i diaconi aspiranti al presbiterato sono obbligati a recitare ogni giorno la liturgia delle ore secondo i libri liturgici approvati; i diaconi permanenti nella misura definita dalla conferenza Episcopale; 4) sono ugualmente tenuti a partecipare ai ritiri spirituali, secondo le disposizioni del diritto particolare; 5) sono sollecitati ad attendere regolarmente all’orazione mentale, ad accostarsi frequentemente al sacramento della penitenza, a coltivare una particolare devozione alla Vergine Madre di Dio, e ad usufruire degli altri mezzi di santificazione comuni e particolari.

can. 277 § 1. I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini. § 2. I chierici si comportino con la dovuta prudenza nei rapporti con persone la cui familiarità può mettere in pericolo l’obbligo della continenza oppure suscitare lo scandalo dei fedeli. § 3. Spetta al Vescovo diocesano stabilire norme più precise su questa materia e giudicare sull’osservanza di questo obbligo nei casi particolari.

can. 278 § 1. È diritto dei chierici secolari associarsi con altri in vista di finalità confacenti allo stato clericale. § 2. I chierici secolari diano importanza soprattutto alle associazioni le quali, avendo gli statuti approvati dall’autorità competente, mediante una regola di vita adatta e convenientemente approvata e mediante l’aiuto fraterno, stimolano alla santità nell’esercizio del ministero e favoriscono l’unità dei chierici fra di loro e col proprio Vescovo. § 3. I chierici si astengano dal fondare o partecipare ad associazioni il cui fine o la cui attività non sono compatibili con gli obblighi propri dello stato clericale, oppure possono ostacolare il diligente compimento dell’incarico loro affidato dalla competente autorità ecclesiastica.

can. 279 § 1. I chierici proseguano gli studi sacri anche dopo l’ordinazione sacerdotale e seguano la solida dottrina fondata sulla sacra Scrittura, tramandata dal passato e comunemente accolta dalla Chiesa, secondo quanto viene determinato particolarmente dai documenti dei Concili e dei Romani Pontefici, evitando le vane novità e la falsa scienza. § 2. Secondo le disposizioni del diritto particolare, i sacerdoti frequentino le lezioni di carattere pastorale che devono essere programmate dopo l’ordinazione sacerdotale e inoltre, nei tempi stabiliti dal diritto stesso, partecipino anche ad altre lezioni, convegni teologici o conferenze con le quali si offra loro l’occasione di acquisire una conoscenza più approfondita delle scienze sacre e delle metodologie pastorali. § 3. Proseguano anche nell’apprendimento di altre scienze, quelle soprattutto che hanno un rapporto con le scienze sacre, particolarmente in quanto possono essere utili nell’esercizio del ministero pastorale.

can. 280 Si raccomanda vivamente ai chierici di praticare una consuetudine di vita comune; dove essa è attuata, per quanto è possibile, si mantenga.

can. 281 § 1. Ai chierici, in quanto si dedicano al ministero ecclesiastico, spetta una rimunerazione adeguata alla loro condizione, tenendo presente sia la natura dell’ufficio, sia circostanze di luogo e di tempo, perché con essa possano provvedere alle necessità della propria vita e alla giusta retribuzione di chi è al loro servizio. § 2. Così pure occorre fare in modo che usufruiscano della previdenza sociale con cui sia possibile provvedere convenientemente alle loro necessità in caso di malattia, di invalidità o di vecchiaia. § 3. I diaconi coniugati, che si dedicano a tempo pieno al ministero ecclesiastico, siano rimunerati in modo che siano in grado di provvedere al proprio sostentamento e a quello della loro famiglia; coloro poi che ricevono una rimunerazione per la professione civile che esercitano o hanno esercitato, provvedano ai loro bisogni e a quelli della propria famiglia con i redditi provenienti da tale rimunerazione.

can. 282 § 1. I chierici conducano una vita semplice e si astengano da tutto quello che può avere sapore di vanità. § 2. I beni di cui vengono in possesso in occasione dell’esercizio di un ufficio ecclesiastico e che avanzano, dopo aver provveduto con essi al proprio onesto sostentamento e all’adempimento di tutti i doveri del proprio stato, siano da loro impiegati per il bene della Chiesa e per opere di carità.

can. 283 § 1. I chierici, anche se non hanno un ufficio residenziale, non si allontanino dalla propria diocesi per un tempo notevole, che va determinato dal diritto particolare, senza la licenza almeno presunta dell’Ordinario proprio. § 2. Spetta ai chierici usufruire ogni anno di un tempo conveniente e sufficiente di ferie, determinato dal diritto universale o particolare.

can. 284 I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali.

can. 285 § 1. I chierici si astengano del tutto da ciò che è sconveniente al proprio stato, secondo le disposizioni del diritto particolare. § 2. Evitino ciò che, pur non essendo indecoroso, è alieno dallo stato clericale. § 3. È fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici, che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile. § 4. Senza la licenza del proprio Ordinario non intraprendano amministrazione di beni riguardanti i laici né esercitino uffici secolari che comportino l’onere del rendiconto; è loro proibita la fideiussione, anche su propri beni, senza consultare il proprio Ordinario; così pure si astengano dal firmare cambiali, quelle cioè con cui viene assunto l’impegno di pagare un debito senza una causa definita.

can. 286 È proibito ai chierici di esercitare, personalmente o tramite altri, l’attività affaristica e commerciale, sia per il proprio interesse, sia per quello degli altri, se non con la licenza della legittima autorità ecclesiastica.

can. 287 § 1. I chierici favoriscano sempre in sommo grado il mantenimento, fra gli uomini, della pace e della concordia fondate sulla giustizia. § 2. Non abbiano parte attiva nei partiti politici e nella guida di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio dell’autorità ecclesiastica competente, non lo richiedano la difesa dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune.

can. 288 I diaconi permanenti non sono tenuti alle disposizioni dei cann. 284, 285, § § 3 e 4, 286, 287, § 2, a meno che il diritto particolare non stabilisca diversamente.

can. 289 § 1. Poiché il servizio militare propriamente non si addice allo stato clericale, i chierici e i candidati agli Ordini sacri non prestino il servizio militare volontario, se non su licenza del proprio Ordinario. § 2. I chierici usufruiscano delle esenzioni dall’esercitare incarichi e pubblici uffici civili estranei allo stato clericale, concesse in loro favore dalle leggi e dalle convenzioni o dalle consuetudini, a meno che in casi particolari il proprio Ordinario non abbia disposto diversamente.

Capitolo IV. La perdita dello stato clericale (cann. 290-293)

can. 290 La sacra ordinazione, una volta validamente ricevuta, non diviene mai nulla. Tuttavia il chierico perde lo stato clericale: 1) per sentenza giudiziaria o decreto amministrativo con cui si dichiara l’invalidità della sacra ordinazione; 2) mediante la pena di dimissione inflitta legittimamente; 3) per rescritto della Sede Apostolica; tale rescritto viene concesso dalla Sede Apostolica ai diaconi soltanto per gravi cause, ai presbiteri per cause gravissime.

can. 291 Oltre ai casi di cui al can. 290, n. 1, la perdita dello stato clericale non comporta la dispensa dall’obbligo del celibato: questa viene concessa unicamente dal Romano Pontefice.

can. 292 Il chierico che a norma del diritto perde lo stato clericale, ne perde insieme i diritti e non è tenuto ad alcun obbligo di tale stato, fermo restando il disposto del can. 291; gli è proibito di esercitare la potestà di ordine, salvo il disposto del can. 976; con ciò egli è privato di tutti gli uffici, di tutti gli incarichi e di qualsiasi potestà delegata.

can. 293 Il chierico che ha perduto lo stato clericale, non può essere nuovamente ascritto tra i chierici, se non per rescritto della Sede Apostolica.

Titolo IV. Le prelature personali (cann. 294-297)

can. 294 Al fine di promuovere un’adeguata distribuzione dei presbiteri o di attuare speciali opere pastorali o missionarie per le diverse regioni o pcr le diverse categorie sociali, la Sede Apostolica può erigere prelature personali formate da presbiteri e da diaconi del clero secolare, udite le conferenze dei Vescovi interessati.

can. 295 § 1. La prelatura personale è retta dagli statuti fatti dalla Sede Apostolica e ad essa viene preposto un Prelato come Ordinario proprio, il quale ha il diritto di erigere un seminario nazionale o internazionale, di incardinare gli alunni e di promuoverli agli ordini con il titolo del servizio della prelatura. § 2. Il Prelato deve provvedere sia alla formazione spirituale di coloro che ha promosso con il predetto titolo, sia al loro decoroso sostentamento.

can. 296 I laici possono dedicarsi alle opere apostoliche di una prelatura personale mediante convenzioni stipulate con la prelatura stessa; il modo di tale organica cooperazione e i principali doveri e diritti con essa connessi siano determinati con precisione negli statuti.

can. 297 Parimenti gli statuti definiscano i rapporti della prelatura personale con gli Ordinari del luogo nelle cui Chiese particolari la prelatura stessa esercita o intende esercitare, previo consenso del Vescovo diocesano, le sue opere pastorali o missionarie.

Titolo V. Le associazioni dei fedeli (cann. 298-329)

Capitolo I. Norme comuni (cann. 298-311)

can. 298 § 1. Nella Chiesa vi sono associazioni, distinte dagli istituti di vita consacrata e dalle società di vita apostolica, in cui i fedeli, sia chierici, sia laici, sia chierici e laici insieme, tendono, mediante l’azione comune, all’incremento di una vita più perfetta, o alla promozione del culto pubblico o della dottrina cristiana, o ad altre opere di apostolato, quali sono iniziative di evangelizzazione, esercizio di opere di pietà o di carità, animazione dell’ordine temporale mediante lo spirito cristiano. § 2. I fedeli diano la propria adesione soprattutto alle associazioni erette, lodate o raccomandate dall’autorità ecclesiastica competente.

can. 299 § 1. I fedeli hanno il diritto di costituire associazioni, mediante un accordo privato tra di loro per conseguire i fini di cui al can. 298, § 1, fermo restando il disposto del can. 301, § 1. § 2. Tali associazioni, anche se lodate o raccomandate dall’autorità ecclesiastica, si chiamano associazioni private. § 3. Nessuna associazione privata di fedeli è riconosciuta nella Chiesa, se i suoi statuti non sono esaminati dall’autorità competente.

can. 300 Nessuna associazione assuma il nome di “cattolica”, se non con il consenso dell’autorità ecclesiastica competente a norma del can. 312.

can. 301 § 1. Spetta unicamente all’autorità ecclesiastica competente erigere associazioni di fedeli che si propongano l’insegnamento della dottrina cristiana in nome della Chiesa o l’incremento del culto pubblico, oppure che intendano altri fini il cui conseguimento è riservato, per natura sua, all’autorità ecclesiastica. § 2. L’autorità ecclesiastica competente, se lo giudica opportuno, può erigere associazioni di fedeli anche per il conseguimento diretto o indiretto di altre finalità spirituali alle quali non sia stato sufficientemente provveduto mediante iniziative private. § 3. Le associazioni di fedeli erette dall’autorità ecclesiastica competente si chiamano associazioni pubbliche.

can. 302 Le associazioni di fedeli si chiamano clericali se sono dirette da chierici, assumono l’esercizio dell’ordine sacro e sono riconosciute come tali dall’autorità competente.

can. 303 Le associazioni i cui membri conducono una vita apostolica e tendono alla perfezione cristiana partecipando nel mondo al carisma di un istituto religioso, sotto l’alta direzione dell’istituto stesso, assumono il nome di terzi ordini oppure un altro nome adatto.

can. 304 § 1. Tutte le associazioni di fedeli, sia pubbliche sia private, con qualunque titolo o nome siano chiamate, abbiano propri statuti con cui vengano definiti il fine dell’associazione o ragione sociale, la sede, il governo e le condizioni richieste per parteciparvi, e mediante i quali vengano determinate le modalità d’azione tenendo presente la necessità o l’utilità relativa al tempo e al luogo. § 2. Assumano un titolo o un nome, adatto agli usi del tempo e del luogo, scelto soprattutto in ragione della finalità perseguita.

can. 305 § 1. Tutte le associazioni di fedeli sono soggette alla vigilanza dell’autorità ecclesiastica competente, alla quale pertanto spetta aver cura che in esse sia conservata l’integrità della fede e dei costumi e vigilare che non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica; ad essa perciò spetta il diritto e il dovere di visitare tali associazioni, a norma del diritto e degli statuti; sono anche soggette al governo della medesima autorità secondo le disposizioni dei canoni seguenti. § 2. Sono soggette alla vigilanza della Santa Sede le associazioni di qualsiasi genere; sono soggette alla vigilanza dell’Ordinario del luogo le associazioni diocesane e le altre, in quanto esercitano la loro azione nella diocesi.

can. 306 Perché uno possa fruire dei diritti e dei privilegi dell’associazione, delle indulgenze e delle altre grazie spirituali ad essa concesse, è necessario e sufficiente che vi sia validamente accolto e non dimesso legittimamente dalla medesima, secondo le disposizioni del diritto e degli statuti dell’associazione.

can. 307 § 1. L’accettazione dei membri avvenga a norma del diritto e degli statuti di ciascuna associazione. § 2. La stessa persona può essere iscritta a più associazioni. § 3. I membri degli istituti religiosi possono aderire alle associazioni, a norma del diritto proprio, col consenso del proprio superiore.

can. 308 Nessuno, legittimamente iscritto, sia dimesso da una associazione, se non per giusta causa, a norma del diritto e degli statuti.

can. 309 Le associazioni legittimamente costituite hanno facoltà, a norma del diritto e degli statuti, di emanare norme peculiari riguardanti l’associazione stessa, di tenere assemblee, di designare i moderatori, gli officiali, gli aiutanti e gli amministratori dei beni.

can. 310 Un’associazione privata non costituita in persona giuridica, come tale non può essere soggetto di obblighi e di diritti; tuttavia i fedeli associati possono congiuntamente contrarre obblighi, acquisire e possedere diritti e beni come comproprietari e compossessori; sono in grado di esercitare tali diritti e obblighi mediante un mandatario o procuratore.

can. 311 I membri di istituti di vita consacrata che presiedono o assistono associazioni in qualche modo unite al proprio istituto, abbiano cura che tali associazioni prestino aiuto alle attività di apostolato esistenti in diocesi, soprattutto operando, sotto la direzione dell’Ordinario del luogo, insieme con le associazioni finalizzate all’esercizio dell’apostolato nella diocesi.

Capitolo II. Associazioni pubbliche di fedeli (cann. 312-320)

can. 312 § 1. L’autorità competente ad erigere associazioni pubbliche è: 1) la Santa Sede per le associazioni universali e internazionali; 2) la Conferenza Episcopale nell’ambito del proprio territorio per le associazioni nazionali, quelle cioè che sono destinate, mediante l’erezione stessa, ad esercitare la loro attività in tutta una nazione; 3) il Vescovo diocesano nell’ambito del suo territorio per le associazioni diocesane, non però l’Amministratore diocesano; tuttavia sono eccettuate le associazioni per le quali il diritto di erezione è riservato ad altri per privilegio apostolico. § 2. Per erigere validamente nella diocesi un’associazione o una sua sezione, anche se ciò avviene in forza di un privilegio apostolico, si richiede il consenso scritto del Vescovo diocesano; tuttavia il consenso del Vescovo diocesano per l’erezione di una casa di un istituto religioso vale anche per l’erezione, presso la stessa casa o presso la chiesa annessa, di una associazione propria di quell’istituto.

can. 313 Un’associazione pubblica, come pure una confederazione di associazioni pubbliche, per lo stesso decreto con cui viene eretta dall’autorità ecclesiastica competente a norma del can. 312, è costituita persona giuridica e riceve, per quanto è richiesto, la missione per i fini che essa si propone di conseguire in nome della Chiesa.

can. 314 Gli statuti di ogni associazione pubblica, la loro revisione e il loro cambiamento necessitano dell’approvazione dell’autorità ecclesiastica cui compete erigere l’associazione a norma del can. 312, § 1.

can. 315 Le associazioni pubbliche possono intraprendere spontaneamente quelle iniziative che sono confacenti alla loro indole; tali associazioni sono dirette a norma degli statuti, però sotto la superiore direzione dell’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, § 1.

can. 316 § 1. Non può essere validamente accolto nelle associazioni pubbliche chi ha pubblicamente abbandonato la fede cattolica, chi si è allontanato dalla comunione ecclesiastica e chi è irretito da una scomunica inflitta o dichiarata. § 2. Coloro che, dopo essere stati legittimamente associati, vengono a trovarsi nel caso di cui al § 1, premessa un’ammonizione, siano dimessi dall’associazione, osservando gli statuti e salvo il diritto di ricorso all’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, § 1.

can. 317 § 1. Se non si prevede altro negli statuti, spetta all’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, § 1 confermare il moderatore dell’associazione pubblica eletto dalla stessa, istituire colui che è stato presentato, oppure nominarlo secondo il diritto proprio; la stessa autorità ecclesiastica poi nomina il cappellano o l’assistente ecclesiastico, dopo aver sentito, se risulta opportuno, gli officiali maggiori dell’associazione. § 2. La norma stabilita al § 1 vale anche per le associazioni erette da membri di istituti religiosi in forza di un privilegio apostolico, al di fuori delle proprie chiese o delle proprie case; nelle associazioni poi erette da membri di istituti religiosi presso la propria chiesa o presso la propria casa, la nomina o la conferma del moderatore e del cappellano spetta al superiore dell’istituto, a norma degli statuti. § 3. Nelle associazioni non clericali, i laici possono ricoprire l’incarico di moderatore; il cappellano o l’assistente ecclesiastico non siano assunti a tale compito, a meno che negli statuti non sia disposto diversamente. § 4. Nelle associazioni pubbliche di fedeli finalizzate direttamente all’esercizio dell’apostolato, non siano moderatori coloro che occupano còmpiti direttivi nei partiti politici.

can. 318 § 1. In circostanze speciali, se lo richiedono gravi motivi, l’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, § 1 può designare un commissario che in suo nome diriga temporaneamente l’associazione. § 2. Il moderatore di un’associazione pubblica può essere rimosso, per giusta causa, da chi lo ha nominato o confermato, tuttavia dopo aver sentito sia il moderatore stesso, sia gli officiali maggiori dell’associazione, a norma degli statuti; il cappellano può essere rimosso, a norma dei cann. 192-195, da chi lo ha nominato.

can. 319 § 1. Un’associazione pubblica eretta legittimamente, a meno che non sia disposto in modo diverso, a norma degli statuti amministra i beni che possiede, sotto l’alta direzione dell’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, § 1, alla quale ogni anno deve rendere conto dell’amministrazione. § 2. Deve inoltre presentare alla medesima autorità un fedele rendiconto della distribuzione delle offerte e delle elemosine raccolte.

can. 320 § 1. Le associazioni erette dalla Santa Sede possono essere soppresse solo dalla Santa Sede stessa. § 2. Per gravi cause la conferenza dei Vescovi può sopprimere le associazioni erette dalla conferenza stessa; il Vescovo diocesano può sopprimere le associazioni che egli stesso ha eretto e anche le associazioni erette, per indulto apostolico, da membri di istituti religiosi col consenso del Vescovo diocesano. § 3. Un’associazione pubblica non venga soppressa dall’autorità competente, senza aver prima sentito il suo moderatore e gli altri officiali maggiori.

Capitolo III. Associazioni private di fedeli (cann. 321-326)

can. 321 Le associazioni private sono dirette e presiedute dai fedeli, secondo le disposizioni degli statuti.

can. 322 § 1. Un’associazione privata di fedeli può acquistare personalità giuridica per decreto formale dell’autorità ecclesiastica competente di cui al can. 312. § 2. Nessuna associazione privata di fedeli può acquistare personalità giuridica se i suoi statuti non sono stati approvati dall’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, § 1; tuttavia l’approvazione degli statuti non cambia la natura privata dell’associazione.

can. 323 § 1. Quantunque le associazioni private di fedeli godano di autonomia a norma del can. 321, sono soggette alla vigilanza dell’autorità ecclesiastica a norma del can. 305, come pure al governo della medesima autorità. § 2. Spetta ancora all’autorità ecclesiastica, nel rispetto della autonomia propria delle associazioni private, vigilare e fare in modo che si eviti la dispersione delle forze e ordinare al bene comune l’esercizio del loro apostolato.

can. 324 § 1. L’associazione privata di fedeli designa liberamente il moderatore e gli officiali a norma degli statuti. § 2. L’associazione privata di fedeli può scegliere liberamente, se lo desidera, un consigliere spirituale fra i sacerdoti che esercitano legittimamente il ministero nella diocesi; tuttavia colui che è scelto deve avere la conferma dell’Ordinario del luogo.

can. 325 § 1. L’associazione privata di fedeli amministra liberamente i beni che possiede, secondo le disposizioni degli statuti, salvo il diritto dell’autorità ecclesiastica competente di vigilare perché i beni siano usati per i fini dell’associazione. § 2. È pure soggetta all’autorità dell’Ordinario del luogo, a norma del can. 1301, per quanto riguarda l’amministrazione e la distribuzione dei beni che le sono stati donati o lasciati per cause pie.

can. 326 § 1. L’associazione privata di fedeli si estingue a norma degli statuti; può anche essere soppressa dall’autorità competente se la sua attività è causa di danno grave per la dottrina o la disciplina ecclesiastica, oppure di scandalo per i fedeli. § 2. La destinazione dei beni di un’associazione estinta deve essere determinata a norma degli statuti, salvi i diritti acquisiti e la volontà degli offerenti.

Capitolo IV. Norme speciali per le associazioni di laici (cann. 327-329)

can. 327 I fedeli laici tengano in grande considerazione le associazioni costituite per i fini spirituali di cui al can. 298, specialmente quelle che si propongono di animare mediante lo spirito cristiano le realtà temporali e in tal modo favoriscono intensamente un rapporto più intimo fra fede e vita.

can. 328 Coloro che dirigono le associazioni di laici, anche quelle erette in forza di un privilegio apostolico, facciano in modo che le proprie associazioni collaborino, dove ciò risulta opportuno, con altre associazioni di fedeli e che sostengano volentieri le diverse opere cristiane, soprattutto quelle esistenti nello stesso territorio.

can. 329 I moderatori delle associazioni di laici facciano in modo che i membri dell’associazione siano debitamente formati all’esercizio dell’apostolato specificamente laicale.

Parte seconda. La costituzione gerarchica della Chiesa (cann. 330-572)

Sezione I. La suprema autorità della Chiesa (cann. 330-367)

Capitolo I. Il Romano Pontefice e il Collegio dei vescovi (cann. 330-341)

can. 330 Come, per volontà del Signore, san Pietro e gli altri Apostoli costituiscono un unico Collegio, per analoga ragione il Romano Pontefice, successore di Pietro, ed i Vescovi, successori degli Apostoli, sono tra di loro congiunti.

Articolo 1. Il Romano Pontefice (cann. 331-335)

can. 331 Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente.

can. 332 § 1. Il Sommo Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale. Di conseguenza l’eletto al sommo pontificato che sia già insignito del carattere episcopale ottiene tale potestà dal momento dell’accettazione. Che se l’eletto fosse privo del carattere episcopale, sia immediatamente ordinato Vescovo. § 2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.

can. 333 § 1. Il Romano Pontefice, in forza del suo ufficio, ha potestà non solo sulla Chiesa universale, ma ottiene anche il primato della potestà ordinaria su tutte le Chiese particolari e i loro raggruppamenti; con tale primato viene contemporaneamente rafforzata e garantita la potestà propria, ordinaria e immediata che i Vescovi hanno sulle Chiese particolari affidate alla loro cura. § 2. Il Romano Pontefice, nell’adempimento dell’ufficio di supremo Pastore della Chiesa, è sempre congiunto nella comunione con gli altri Vescovi e anzi con tutta la Chiesa; tuttavia egli ha il diritto di determinare, secondo le necessità della Chiesa, il modo, sia personale sia collegiale, di esercitare tale ufficio. § 3. Non si dà appello né ricorso contro la sentenza o il decreto del Romano Pontefice.

can. 334 Nell’esercizio del suo ufficio il Romano Pontefice è assistito dai Vescovi, che possono cooperare con lui in diversi modi, uno dei quali è il sinodo dei Vescovi. Inoltre gli sono di aiuto i Padri Cardinali e altre persone, come pure diverse istituzioni, secondo le necessità dei tempi; tutte queste persone e istituzioni adempiono in suo nome e per sua autorità l’incarico loro affidato per il bene di tutte le Chiese, secondo le norme determinate dal diritto.

can. 335 Mentre la Sede romana è vacante o totalmente impedita, non si modifichi nulla nel governo della Chiesa universale; si osservino invece le leggi speciali emanate per tali circostanze.

Articolo 2. Il Collegio dei Vescovi (cann. 336-341)

can. 336 Il Collegio dei Vescovi, il cui capo è il Sommo Pontefice e i cui membri sono i Vescovi in forza della consacrazione sacramentale e della comunione gerarchica con il capo e con i membri del Collegio, e nel quale permane perennemente il corpo apostolico, insieme con il suo capo e mai senza il suo capo, è pure soggetto di suprema e piena potestà sulla Chiesa universale.

can. 337 § 1. Il Collegio dei Vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico. § 2. Esercita la medesima potestà mediante l’azione congiunta dei Vescovi sparsi nel mondo, se essa come tale è indetta o liberamente recepita dal Romano Pontefice, così che si realizzi un vero atto collegiale. § 3. Spetta al Romano Pontefice, secondo le necessità della Chiesa, scegliere e promuovere i modi con cui il Collegio dei Vescovi può esercitare collegialmente il suo ufficio per la Chiesa universale.

can. 338 § 1. Spetta unicamente al Romano Pontefice convocare il Concilio Ecumenico, presiedendolo personalmente o mediante altri, come pure trasferire il Concilio stesso, sospenderlo o scioglierlo e approvarne i decreti. § 2. Spetta al Romano Pontefice determinare le questioni da trattare nel Concilio e stabilire l’ordinamento da osservare in esso; i Padri del Concilio, alle questioni proposte dal Romano Pontefice, possono aggiungerne altre, che devono essere approvate dallo stesso Romano Pontefice.

can. 339 § 1. Tutti e soli i Vescovi che sono membri del Collegio dei Vescovi hanno il diritto e il dovere di partecipare al Concilio Ecumenico con voto deliberativo. § 2. Alcuni altri inoltre, che non sono insigniti della dignità episcopale, possono essere chiamati al Concilio Ecumenico dall’autorità suprema della Chiesa, alla quale spetta determinare il loro ruolo nel Concilio.

can. 340 Nel caso che la Sede Apostolica divenga vacante durante la celebrazione del Concilio, questo viene interrotto per il diritto stesso, finché il nuovo Sommo Pontefice non abbia ordinato di proseguirlo o non l’abbia sciolto.

can. 341 § 1. Non hanno forza obbligante se non quei decreti del Concilio Ecumenico che, insieme con i Padri del Concilio, siano stati approvati dal Romano Pontefice, da lui confermati e per suo comando promulgati. § 2. Perché abbiano forza obbligante devono avere la stessa conferma e promulgazione i decreti che emana il Collegio dei Vescovi quando pone un’azione propriamente collegiale secondo una modalità diversa, indetta dal Romano Pontefice o da lui deliberatamente recepita.

Capitolo II. Il Sinodo dei Vescovi (cann. 342-348)

can. 342 Il sinodo dei Vescovi è un’assemblea di Vescovi i quali, scelti dalle diverse regioni dell’orbe, si riuniscono in tempi determinati per favorire una stretta unione fra il Romano Pontefice e i Vescovi stessi, e per prestare aiuto con il loro consiglio al Romano Pontefice nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica e inoltre per studiare i problemi riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo.

can. 343 Spetta al sinodo dei Vescovi discutere sulle questioni proposte ed esprimere dei voti, non però dirimerle ed emanare decreti su tali questioni, a meno che in casi determinati il Romano Pontefice, cui spetta in questo caso ratificare le decisioni del sinodo, non gli abbia concesso potestà deliberativa.

can. 344 Il sinodo dei Vescovi è direttamente sottoposto all’autorità del Romano Pontefice, al quale spetta propriamente: 1) convocare il sinodo ogni qualvolta lo ritenga opportuno e designare il luogo in cui tenere le assemblee; 2) ratificare l’elezione dei membri che, a norma del diritto peculiare, devono essere eletti, e altresì designare e nominare gli altri membri; 3) stabilire gli argomenti delle questioni da trattare in tempo opportuno, a norma del diritto peculiare, prima della celebrazione del Sinodo; 4) definire l’ordine dei lavori; 5) presiedere il sinodo personalmente o attraverso altri; 6) concludere, trasferire, sospendere e sciogliere il sinodo.

can. 345 Il sinodo dei Vescovi può riunirsi in assemblea generale ordinaria o straordinaria, in cui vengono trattati argomenti che riguardano direttamente il bene della Chiesa universale, oppure può riunirsi in assemblea speciale, in cui vengono trattati affari che riguardano direttamente una o più regioni determinate.

can. 346 § 1. Il sinodo dei Vescovi che si riunisce in assemblea generale ordinaria è composto di membri, la maggioranza dei quali Vescovi che vengono eletti per le singole assemblee dei Vescovi, secondo le modalità determinate dal diritto peculiare del sinodo; altri vengono deputati in forza del medesimo diritto, altri sono nominati direttamente dal Romano Pontefice; ad essi si aggiungono alcuni membri di istituti religiosi clericali, eletti a norma del medesimo diritto peculiare. § 2. Il sinodo dei Vescovi, riunito in assemblea generale straordinaria per trattare affari che richiedono una soluzione sollecita, è composto di membri, la maggioranza dei quali Vescovi, deputati dal diritto peculiare del sinodo in ragione dell’ufficio svolto; altri poi nominati direttamente dal Romano Pontefice; ad essi si aggiungono alcuni membri di istituti religiosi clericali eletti a norma del medesimo diritto. § 3. Il sinodo dei Vescovi che si riunisce in assemblea speciale è composto soprattutto di membri scelti da quelle regioni per le quali il sinodo viene convocato, a norma del diritto peculiare da cui è retto il sinodo.

can. 347 § 1. Quando l’assemblea del sinodo dei Vescovi viene conclusa dal Romano Pontefice, cessa l’incarico affidato nel sinodo stesso ai Vescovi e agli altri membri. § 2. Se la Sede Apostolica diviene vacante dopo la convocazione del sinodo o durante la sua celebrazione, per il diritto stesso è sospesa l’assemblea del sinodo, come pure l’incarico assegnato in esso ai membri, finché il nuovo Pontefice non abbia deciso o il suo scioglimento o la sua continuazione.

can. 348 § 1. Il sinodo dei Vescovi ha una segreteria generale permanente presieduta dal Segretario generale, nominato dal Romano Pontefice, al quale è d’aiuto il consiglio di segreteria composto di Vescovi, alcuni dei quali vengono eletti, a norma del diritto peculiare, dallo stesso sinodo dei Vescovi, altri nominati dal Romano Pontefice; l’incarico di tutti costoro però cessa quando inizia la nuova assemblea generale. § 2. Vengono inoltre costituiti per ogni assemblea del sinodo dei Vescovi uno o più segretari speciali, nominati dal Romano Pontefice, i quali rimangono nell’ufficio affidato solo fino al termine dell’assemblea del sinodo.

Capitolo III. I Cardinali di Santa Romana Chiesa (cann. 349-359)

can. 349 I Cardinali di Santa Romana Chiesa costituiscono un Collegio peculiare cui spetta provvedere all’elezione del Romano Pontefice, a norma del diritto peculiare; inoltre i Cardinali assistono il Romano Pontefice sia agendo collegialmente quando sono convocati insieme per trattare le questioni di maggiore importanza, sia come singoli, cioè nei diversi uffici ricoperti prestandogli la loro opera nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale.

can. 350 § 1. Il Collegio dei Cardinali è distinto in tre ordini: l’ordine episcopale, cui appartengono i Cardinali ai quali il Romano Pontefice assegna il titolo di una Chiesa suburbicaria e inoltre i Patriarchi Orientali che sono stati annoverati nel Collegio dei Cardinali; l’ordine presbiterale e l’ordine diaconale. § 2. A ciascun Cardinale dell’ordine presbiterale e diaconale viene assegnato dal Romano Pontefice un titolo o una diaconia nell’Urbe. § 3. I Patriarchi Orientali assunti nel Collegio dei Cardinali, hanno come titolo la propria sede patriarcale. § 4. Il Cardinale Decano ha come titolo la diocesi di Ostia, insieme all’altra Chiesa che aveva come titolo precedente. § 5. Mediante opzione fatta nel Concistoro e approvata dal Sommo Pontefice, i Cardinali dell’ordine presbiterale, nel rispetto della priorità di ordine e di promozione, possono passare ad un altro titolo e i Cardinali dell’ordine diaconale ad un’altra diaconia e, se sono rimasti per un intero decennio nell’ordine diaconale, possono passare anche all’ordine presbiterale. § 6. Il Cardinale che passa per opzione dall’ordine diaconale all’ordine presbiterale, ottiene la precedenza su tutti i Cardinali presbiteri che sono stati assunti al cardinalato dopo di lui.

can. 351 § 1. Ad essere promossi Cardinali vengono scelti liberamente dal Romano Pontefice uomini che siano costituiti almeno nell’ordine del presbiterato, in modo eminente distinti per dottrina, costumi, pietà e prudenza nel disbrigo degli affari; coloro che già non siano Vescovi, devono ricevere la consacrazione episcopale. § 2. I Cardinali vengono creati con un decreto del Romano Pontefice, che viene reso pubblico davanti al Collegio dei Cardinali; dal momento della pubblicazione essi sono vincolati dai doveri e godono dei diritti definiti dalla legge. § 3. Colui che è promosso alla dignità cardinalizia, se il Romano Pontefice ne ha annunciato la creazione, riservandosi però il nome in pectore, durante questo tempo non è tenuto ad alcun dovere e non gode di alcun diritto proprio dei Cardinali; tuttavia dopo che il suo nome è stato reso pubblico dal Romano Pontefice, è tenuto a tali doveri e fruisce di tali diritti; ma gode del diritto di precedenza dal giorno della riserva in pectore.

can. 352 § 1. Presiede il Collegio dei Cardinali il Decano e, se impedito, ne fa le veci il Sottodecano; il Decano, o il Sottodecano, non ha nessuna potestà di governo sugli altri Cardinali, ma è considerato primus inter pares. § 2. Quando l’ufficio di Decano diviene vacante, i Cardinali insigniti del titolo di una Chiesa suburbicaria, e solo essi, con la presidenza del Sottodecano, se è presente, oppure del più anziano tra di loro, eleggano al proprio interno chi debba diventare il Decano del Collegio; comunichino il suo nome al Romano Pontefice, al quale spetta approvare l’eletto. § 3. Nello stesso modo previsto al § 2, sotto la presidenza del Decano, viene eletto il Sottodecano; spetta al Romano Pontefice approvare anche l’elezione del Sottodecano. § 4. Il Decano e il Sottodecano, se ancora non lo hanno, acquistino il domicilio nell’Urbe.

can. 353 § 1. I Cardinali prestano principalmente aiuto con attività collegiale al Supremo Pastore della Chiesa nei Concistori, nei quali si riuniscono per ordine del Romano Pontefice e sotto la sua presidenza; i Concistori possono essere ordinari o straordinari. § 2. Nel Concistoro ordinario vengono convocati tutti i Cardinali, almeno quelli che si trovano nell’Urbe, per essere consultati su qualche questione grave, che tuttavia si verifica più comunemente, o per compiere determinati atti della massima solennità. § 3. Nel Concistoro straordinario, che si celebra quando lo suggeriscono peculiari necessità della Chiesa o la trattazione di questioni particolarmente gravi, vengono convocati tutti i Cardinali. § 4. Solo il Concistoro ordinario in cui si celebrino particolari solennità può essere pubblico, in cui cioè, oltre ai Cardinali, vengono ammessi i Prelati, i legati delle società civili ed altri che vi sono invitati.

can. 354 I Padri Cardinali preposti ai dicasteri o agli altri organismi permanenti della Curia Romana e della Città del Vaticano, che abbiano compiuto il settantacinquesimo anno di età, sono invitati a presentare al Romano Pontefice la rinuncia all’ufficio, ed egli provvederà, dopo aver valutato tutte le circostanze.

can. 355 § 1. Spetta al Cardinale Decano ordinare Vescovo il Romano Pontefice eletto, qualora non fosse ordinato; se il Decano è impedito, tale diritto spetta al Sottodecano, e se anche quest’ultimo è impedito, al Cardinale più anziano dell’ordine episcopale. § 2. Il Cardinale Proto-diacono annuncia al popolo il nome del Sommo Pontefice neo-eletto; inoltre impone il pallio ai Metropoliti o lo consegna ai loro procuratori, in nome del Romano Pontefice.

can. 356 I Cardinali sono tenuti all’obbligo di collaborare assiduamente col Romano Pontefice; perciò i Cardinali che ricoprono qualsiasi ufficio nella Curia, se non sono Vescovi diocesani, sono tenuti all’obbligo di risiedere nell’Urbe; i Cardinali che hanno la cura di una diocesi come Vescovi diocesani, si rechino a Roma ogni volta che sono convocati dal Romano Pontefice.

can. 357 § 1. I Cardinali ai quali è stata assegnata in titolo una Chiesa suburbicaria o una chiesa nell’Urbe, dopo che ne hanno preso possesso, promuovano il bene di tali diocesi e chiese mediante il consiglio e il patrocinio, pur senza avere su di esse alcuna potestà di governo, e per nessuna ragione interferiscano in ciò che riguarda l’amministrazione dei beni, la disciplina o il servizio delle chiese. § 2. I Cardinali che si trovano fuori dell’Urbe e fuori della propria diocesi, sono esenti dalla potestà di governo del Vescovo della diocesi in cui dimorano in tutto ciò che riguarda la propria persona.

can. 358 Al Cardinale al quale il Romano Pontefice dia l’incarico di rappresentano in qualche solenne celebrazione o in qualche assemblea di persone, come Legato a latere, cioè come suo alter ego, come pure al Cardinale al quale venga affidato di compiere un determinato incarico pastorale come suo inviato speciale, compete solo quanto gli è demandato dal Romano Pontefice.

can. 359 Mentre la Sede Apostolica è vacante, il sacro Collegio dei Cardinali ha nella Chiesa solamente quella potestà che gli è conferita nella legge peculiare.

Capitolo IV. La Curia Romana (cann. 360-361)

can. 360 La Curia Romana, mediante la quale il Sommo Pontefice è solito trattare le questioni della Chiesa universale, e che in suo nome e con la sua autorità adempie alla propria funzione per il bene e a servizio delle Chiese, è composta dalla Segreteria di Stato o Papale, dal Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, dalle Congregazioni, dai Tribunali, e da altri Organismi; la loro costituzione e competenza vengono definite da una legge peculiare.

can. 361 Col nome di Sede Apostolica o Santa Sede si intendono nel codice non solo il Romano Pontefice, ma anche, se non risulta diversamente dalla natura della questione o dal contesto, la Segreteria di Stato, il Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa e gli altri Organismi della Curia Romana.

Capitolo V. I Legati del Romano Pontefice (cann. 362-367)

can. 362 Il Romano Pontefice ha il diritto nativo e indipendente di nominare e inviare suoi Legati sia presso le Chiese particolari nelle diverse nazioni o regioni, sia presso gli Stati e le Autorità pubbliche, come pure di trasferirli e richiamarli, nel rispetto però delle norme del diritto internazionale per quanto riguarda l’invio e la revoca dei Legati accreditati presso i Governi.

can. 363 § 1. Ai Legati del Romano Pontefice è affidato l’ufficio di rappresentare stabilmente lo stesso Romano Pontefice presso le Chiese particolari o anche presso gli Stati e le Autorità pubbliche cui sono stati inviati. § 2. Rappresentano la Sede Apostolica anche coloro che sono incaricati di una Missione pontificia come Delegati od Osservatori presso i Consigli internazionali o presso le Conferenze e i Congressi.

can. 364 Il compito principale del Legato pontificio è quello di rendere sempre più saldi ed efficaci i vincoli di unità che intercorrono tra la Sede Apostolica e le Chiese particolari. Spetta perciò al Legato pontificio nell’ambito della sua circoscrizione: 1) informare la Sede Apostolica sulle condizioni in cui versano le Chiese particolari, nonché su tutto ciò che tocca la vita stessa della Chiesa e il bene delle anime; 2) assistere i Vescovi con l’azione e il consiglio, senza pregiudizio per l’esercizio della loro potestà legittima; 3) favorire relazioni frequenti con la Conferenza Episcopale, fornendo ad essa tutto l’aiuto possibile; 4) per quanto riguarda la nomina dei Vescovi, comunicare o proporre i nomi dei candidati alla Sede Apostolica, nonché istruire il processo informativo sui promovendi, secondo le norme date dalla Sede Apostolica; 5) adoperarsi per promuovere tutto ciò che riguarda la pace, il progresso e la cooperazione tra i popoli; 6) cooperare con i Vescovi per favorire opportuni scambi fra la Chiesa cattolica e le altre Chiese o comunità ecclesiali, anzi anche con le religioni non cristiane; 7) in azione congiunta con i Vescovi, difendere di fronte ai governanti degli Stati tutto ciò che riguarda la missione della Chiesa e della Sede Apostolica; 8) esercitare inoltre le facoltà e adempiere gli altri mandati affidatigli dalla Sede Apostolica.

can. 365 § 1. È inoltre compito peculiare del Legato pontificio che esercita contemporaneamente una legazione presso gli Stati secondo le norme del diritto internazionale: 1) promuovere e sostenere le relazioni fra la Sede Apostolica e le Autorità dello Stato; 2) affrontare le questioni che riguardano i rapporti fra Chiesa e Stato; trattare in modo particolare la stipulazione e l’attuazione dei concordati e delle altre convenzioni similari. § 2. Nella trattazione delle questioni di cui al § 1, a seconda che lo suggeriscano le circostanze, il Legato pontificio non ometta di richiedere il parere e il consiglio dei Vescovi della circoscrizione ecclesiastica e li informi sull’andamento dei lavori.

can. 366 Atteso il carattere peculiare dell’ufficio di Legato: 1) la sede della Legazione pontificia è esente dalla potestà di governo dell’Ordinario del luogo, a meno che non si tratti della celebrazione di matrimoni; 2) il Legato pontificio, avvertiti, per quanto è possibile, gli Ordinari del luogo, può compiere celebrazioni liturgiche, anche pontificali, in tutte le chiese della sua legazione.

can. 367 L’ufficio di Legato pontificio non cessa quando diviene vacante la Sede Apostolica, a meno che non venga stabilito diversamente nella lettera pontificia; cessa invece quando scade il mandato, con l’intimazione della revoca, con la rinuncia accettata dal Romano Pontefice.

Sezione II. Le chiese particolari e i loro raggruppamenti (cann. 368-572)

Titolo I. Le chiese particolari e l’autorità in esse costituita (cann. 368-430)

Capitolo I. Le chiese particolari (cann. 368-374)

can. 368 Le Chiese particolari, nelle quali e dalle quali sussiste la sola e unica Chiesa cattolica, sono innanzitutto le diocesi, alle quali, se non consta altro, vengono assimilate la prelatura territoriale e l’abbazia territoriale, il vicariato apostolico e la prefettura apostolica e altresì l’amministrazione apostolica eretta stabilmente.

can. 369 La diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica.

can. 370 La prelatura territoriale, o l’abbazia territoriale, è una determinata porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente, la cura della quale viene affidata, per circostanze speciali, ad un Prelato o ad un Abate che la governa a modo di Vescovo diocesano, come suo pastore proprio.

can. 371 § 1. Il vicariato apostolico, o la prefettura apostolica, è una determinata porzione del popolo di Dio che, per circostanze peculiari, non è ancora stata costituita come diocesi ed è affidata alla cura pastorale di un Vicario apostolico o di un Prefetto apostolico, che la governano in nome del Sommo Pontefice. § 2. L’amministrazione apostolica è una determinata porzione del popolo di Dio che, per ragioni speciali e particolarmente gravi, non viene eretta come diocesi dal Sommo Pontefice e la cura pastorale della quale viene affidata ad un Amministratore apostolico, che la governa in nome del Sommo Pontefice.

can. 372 § 1. Di regola la porzione del popolo di Dio, che costituisce una diocesi o un’altra Chiesa particolare, sia circoscritta entro un determinato territorio, in modo da comprendere tutti i fedeli che abitano in quel territorio. § 2. Tuttavia, dove a giudizio della suprema autorità della Chiesa, sentite le Conferenze Episcopali interessate, l’utilità lo suggerisca, nello stesso territorio possono essere erette Chiese particolari distinte sulla base del rito dei fedeli o per altri simili motivi.

can. 373 Spetta unicamente alla suprema autorità erigere Chiese particolari; queste, una volta legittimamente erette, godono per il diritto stesso di personalità giuridica.

can. 374 § 1. Ogni diocesi o altra Chiesa particolare sia divisa in parti distinte o parrocchie. § 2. Per favorire la cura pastorale mediante un’azione comune, più parrocchie vicine possono essere riunite in peculiari raggruppamenti, quali sono i vicariati foranei.

Capitolo II. I Vescovi (cann. 375-411)

Articolo 1. I Vescovi in genere (cann. 375-380)

can. 375 § 1. I Vescovi, che per divina istituzione sono successori degli Apostoli, mediante lo Spirito Santo che è stato loro donato, sono costituiti Pastori della Chiesa, perché siano anch’essi maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto e ministri del governo. § 2. Con la stessa consacrazione episcopale i Vescovi ricevono, con l’ufficio di santificare, anche gli uffici di insegnare e governare, i quali tuttavia, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio.

can. 376 Si chiamano diocesani i Vescovi ai quali è stata affidata la cura di una diocesi; gli altri si chiamano titolari.

can. 377 § 1. Il Sommo Pontefice nomina liberamente i Vescovi, oppure conferma quelli che sono stati legittimamente eletti. § 2. Almeno ogni triennio i Vescovi di una provincia ecclesiastica, oppure, dove le circostanze lo suggeriscono, le conferenze dei Vescovi, mediante una consultazione comune e segreta, compilino un elenco di presbiteri, anche membri di istituti di vita consacrata, che risultino particolarmente idonei all’episcopato, e lo trasmettano alla Sede Apostolica, fermo restando il diritto di ciascun Vescovo di presentare separatamente alla Sede Apostolica i nomi dei presbiteri che giudica degni e idonei alla funzione episcopale. § 3. A meno che non sia stato stabilito legittimamente in modo diverso, ogni volta che deve essere nominato un Vescovo diocesano o un Vescovo coadiutore, per proporre la cosiddetta terna alla Sede Apostolica, spetta al Legato pontificio ricercare singolarmente e comunicare alla stessa Sede Apostolica, insieme con il suo voto, ciò che suggeriscono il Metropolita e i Suffraganei della provincia, alla quale appartiene la diocesi in questione, o con la quale è aggregata, e altresì il presidente della conferenza dei Vescovi; il Legato pontificio inoltre ascolti alcuni del collegio dei consultori e del capitolo cattedrale e, se lo riterrà opportuno, richieda anche singolarmente e in segreto il parere di altri, del clero diocesano e religioso, come pure di laici distinti per saggezza. § 4. Se non è stato legittimamente disposto in modo diverso, il Vescovo diocesano che ritenga si debba dare un ausiliare alla sua diocesi, proponga alla Sede Apostolica un elenco di almeno tre presbiteri idonei a tale ufficio. § 5. Per il futuro non verrà concesso alle autorità civili alcun diritto e privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione dei Vescovi.

can. 378 § 1. Per l’idoneità di un candidato all’episcopato, si richiede che: 1) sia eminente per fede salda, buoni costumi, pietà, zelo per le anime, saggezza, prudenza e virtù umane, e inoltre dotato di tutte le altre qualità che lo rendono adatto a compiere l’ufficio in questione; 2) goda di buona reputazione; 3) abbia almeno trentacinque anni di età; 4) sia presbitero almeno da cinque anni; 5) abbia conseguito la laurea dottorale o almeno la licenza in sacra Scrittura, teologia o diritto canonico in un istituto di studi superiori approvato dalla Sede Apostolica, oppure sia almeno veramente esperto in tali discipline. § 2. Il giudizio definitivo sull’idoneità del candidato spetta alla Sede Apostolica.

can. 379 Se non è legittimamente impedito, chi è promosso all’Episcopato deve ricevere la consacrazione episcopale, entro tre mesi dalla ricezione della lettera apostolica, e comunque, prima che prenda possesso del suo ufficio.

can. 380 Prima di prendere possesso canonico del suo ufficio, colui che è promosso emetta la professione di fede e presti giuramento di fedeltà alla Sede Apostolica, secondo la formula approvata dalla stessa Sede Apostolica.

Articolo 2. I Vescovi diocesani (cann. 381-402)

can. 381 § 1. Compete al Vescovo diocesano nella diocesi affidatagli tutta la potestà ordinaria, propria e immediata che è richiesta per l’esercizio del suo ufficio pastorale, fatta eccezione per quelle cause che dal diritto o da un decreto del Sommo Pontefice sono riservate alla suprema oppure ad altra autorità ecclesiastica. § 2. Nel diritto sono equiparati al Vescovo diocesano, a meno che non risulti diversamente per la natura della cosa o per una disposizione del diritto, coloro che presiedono le altre comunità di fedeli di cui al can. 368.

can. 382 § 1. Il Vescovo promosso non può intromettersi nell’esercizio dell’ufficio affidatogli, se prima non ha preso possesso canonico della diocesi; tuttavia può esercitare gli uffici che aveva nella medesima diocesi prima della promozione, fermo restando il disposto del can. 409, § 2. § 2. Se non è legittimamente impedito, colui che è promosso all’ufficio di Vescovo diocesano deve prendere possesso canonico della sua diocesi entro quattro mesi dalla ricezione della lettera apostolica, se non è già stato consacrato Vescovo; entro due mesi dalla ricezione, se è già consacrato. § 3. Il Vescovo prende possesso canonico della diocesi nel momento in cui esibisce nella diocesi stessa, personalmente o mediante un procuratore, la lettera apostolica al collegio dei consultori, alla presenza del cancelliere della curia, che mette agli atti il fatto, oppure, nelle diocesi di nuova erezione, nel momento in cui comunica al clero e al popolo presenti nella chiesa cattedrale tale lettera, mentre il presbitero più anziano tra i presenti mette agli atti il fatto. § 4. Si raccomanda vivamente che la presa di possesso canonico avvenga nella chiesa cattedrale in un atto liturgico, alla presenza del clero e del popolo.

can. 383 § 1. Nell’esercizio del suo ufficio di pastore, il Vescovo diocesano si mostri sollecito nei confronti di tutti i fedeli che sono affidati alla sua cura, di qualsiasi età, condizione o nazione, sia di coloro che abitano nel territorio sia di coloro che vi si trovano temporaneamente, rivolgendosi con animo apostolico anche verso coloro che per la loro situazione di vita non possono usufruire sufficientemente della cura pastorale ordinaria, come pure verso quelli che si sono allontanati dalla pratica religiosa. § 2. Se ha nella sua diocesi fedeli di rito diverso, provveda alle loro necessità spirituali sia mediante sacerdoti o parroci del medesimo rito, sia mediante un Vicario episcopale. § 3. Abbia un atteggiamento di umanità e di carità nei confronti dei fratelli che non sono nella piena comunione con la Chiesa cattolica, favorendo anche l’ecumenismo, come viene inteso dalla Chiesa. § 4. Consideri affidati a sé nel Signore i non battezzati, affinché risplenda anche per loro la carità di Cristo, di cui il Vescovo deve essere testimone di fronte a tutti.

can. 384 Il Vescovo diocesano segua con particolare sollecitudine i presbiteri che deve ascoltare come aiutanti e consiglieri, difenda e curi i loro diritti in modo che adempiano fedelmente gli obblighi propri del loro stato e in modo che abbiano a disposizione i mezzi e le istituzioni di cui hanno bisogno per alimentare la vita spirituale e intellettuale; così pure faccia in modo che si provveda al loro onesto sostentamento e all’assistenza sociale, a norma del diritto.

can. 385 Il Vescovo diocesano favorisca in sommo grado le vocazioni ai diversi ministeri e alla vita consacrata, avendo cura in modo speciale delle vocazioni sacerdotali e missionarie.

can. 386 § 1. Il Vescovo diocesano è tenuto a proporre e spiegare ai fedeli le verità di fede che si devono credere e applicare nei costumi, predicando personalmente con frequenza; abbia anche cura che si osservino fedelmente le disposizioni e i canoni che riguardano il ministero della parola, soprattutto l’omelia e la formazione catechetica, in modo che venga offerta a tutti la dottrina cristiana. § 2. Difenda con fermezza, usando i metodi più adatti, l’integrità e l’unità della fede che si deve professare, riconoscendo tuttavia la giusta libertà nell’ulteriore approfondimento delle verità.

can. 387 Il Vescovo diocesano, consapevole di essere tenuto ad offrire un esempio di santità nella carità, nell’umiltà e nella semplicità di vita, si impegni a promuovere con ogni mezzo la santità dei fedeli, secondo la vocazione propria di ciascuno, ed essendo il principale dispensatore dei misteri di Dio, si adoperi di continuo perché i fedeli affidati alle sue cure crescano in grazia mediante la celebrazione dei sacramenti e perché conoscano e vivano il mistero pasquale.

can. 388 § 1. Il Vescovo diocesano, dopo aver preso possesso della diocesi, deve applicare la Messa per il popolo che gli è affidato, ogni domenica e nelle altre feste che nella sua regione sono di precetto. § 2. Il Vescovo deve celebrare ed applicare personalmente la Messa per il popolo nei giorni di cui al § 1; se però ne è legittimamente impedito, la applichi in tali giorni tramite un altro, o personalmente in giorni diversi. § 3. Il Vescovo al quale sono affidate, oltre alla propria, altre diocesi, anche a titolo di amministrazione, soddisfa l’obbligo applicando una sola Messa per tutto il popolo che gli è affidato. § 4. Il Vescovo che non abbia soddisfatto l’obbligo di cui ai § § 1-3, applichi quanto prima per il popolo tante Messe quante ne ha tralasciate.

can. 389 Presieda frequentemente nella chiesa cattedrale o in un’altra chiesa della sua diocesi alla celebrazione della santissima Eucaristia, soprattutto nelle feste di precetto e nelle altre solennità.

can. 390 Il Vescovo diocesano può celebrare pontificali in tutta la sua diocesi; non però fuori della sua diocesi senza il consenso espresso, o almeno ragionevolmente presunto, dell’Ordinario del luogo.

can. 391 § 1. Spetta al Vescovo diocesano governare la Chiesa particolare a lui affidata con potestà legislativa, esecutiva e giudiziaria, a norma del diritto. § 2. Il Vescovo esercita la potestà legislativa personalmente; esercita la potestà esecutiva sia personalmente sia mediante i Vicari generali o episcopali, a norma del diritto; esercita la potestà giudiziaria sia personalmente sia mediante il Vicario giudiziale e i giudici, a norma del diritto.

can. 392 § 1. Poiché deve difendere l’unità della Chiesa universale, il Vescovo è tenuto a promuovere la disciplina comune a tutta la Chiesa e perciò a urgere l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche. § 2. Vigili che non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica, soprattutto nel ministero della parola, nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali, nel culto di Dio e dei Santi e nell’amministrazione dei beni.

can. 393 In tutti i negozi giuridici della diocesi, è il Vescovo diocesano che la rappresenta.

can. 394 § 1. Il Vescovo favorisca nella diocesi le diverse forme dell’apostolato e curi che in tutta la diocesi o nei suoi distretti particolari tutte le opere di apostolato, mentre conservano l’indole propria di ciascuna, siano coordinate sotto la sua direzione. § 2. Solleciti l’adempimento del dovere, a cui sono tenuti i fedeli, di esercitare l’apostolato secondo la condizione e l’attitudine di ciascuno e li esorti a partecipare e a sostenere le varie opere di apostolato, secondo le necessità di luogo e di tempo.

can. 395 § 1. Il Vescovo diocesano, anche se ha il coadiutore o l’ausiliare, è tenuto alla legge della residenza personale in diocesi. § 2. Tranne che a motivo della visita ad Limina, dei Concili, del sinodo dei Vescovi, della conferenza dei Vescovi, a cui debba partecipare, oppure di un altro ufficio legittimamente affidatogli, può rimanere assente dalla diocesi per giusta causa non più di un mese, sia continuo sia interrotto, purché rimanga assicurato che per la sua assenza la diocesi non risenta alcun danno. § 3. Non sia assente dalla diocesi nei giorni di Natale, della Settimana Santa e della Risurrezione del Signore, della Pentecoste e del Corpo e del Sangue di Cristo, se non per una causa grave e urgente. § 4. Se il Vescovo è rimasto assente illegittimamente dalla diocesi più di sei mesi, il Metropolita informi la Sede Apostolica della sua assenza; se poi si tratta del Metropolita, faccia la stessa cosa il suffraganeo più anziano.

can. 396 § 1. Il Vescovo è tenuto all’obbligo di visitare ogni anno la diocesi, o tutta o in parte, in modo da visitare tutta la diocesi almeno ogni cinque anni, o personalmente oppure, se è legittimamente impedito, tramite il Vescovo coadiutore, o l’ausiliare, o il Vicario generale o episcopale, o un altro presbitero. § 2. È in facoltà del Vescovo scegliere i chierici che preferisce come accompagnatori e aiutanti nella visita, riprovato ogni privilegio o consuetudine contraria.

can. 397 § 1. Sono soggetti alla visita ordinaria del Vescovo le persone, le istituzioni cattoliche, le cose e i luoghi pii che sono nell’ambito della diocesi. § 2. Il Vescovo può visitare i membri degli istituti religiosi di diritto pontificio e le loro case solo nei casi espressamente previsti dal diritto.

can. 398 Il Vescovo si impegni a compiere la visita pastorale con la dovuta diligenza; faccia attenzione a non gravare su alcuno con spese superflue.

can. 399 § 1. Il Vescovo diocesano è tenuto a presentare ogni cinque anni una relazione al Sommo Pontefice sullo stato della diocesi affidatagli, secondo la forma e il tempo stabiliti dalla Sede Apostolica. § 2. Se l’anno determinato per la presentazione della relazione coincide in tutto o in parte con il primo biennio dall’inizio del governo della diocesi, il Vescovo, per quella volta, può astenersi dal compilare e presentare la relazione.

can. 400 § 1. Il Vescovo diocesano nell’anno in cui è tenuto a presentare la relazione al Sommo Pontefice, se non è stato stabilito diversamente dalla Sede Apostolica, si rechi nell’Urbe per venerare le tombe dei Beati Apostoli Pietro e Paolo e si presenti al Romano Pontefice. § 2. Il Vescovo adempia personalmente tale obbligo, se non ne è legittimamente impedito; in tal caso vi soddisfi tramite il coadiutore, se lo ha, o l’ausiliare, oppure tramite un sacerdote idoneo del suo presbiterio, che risieda nella sua diocesi. § 3. Il Vicario apostolico può soddisfare tale obbligo tramite un procuratore, anche residente nell’Urbe; il Prefetto apostolico non è tenuto a tale obbligo.

can. 401 § 1. Il Vescovo diocesano che abbia compiuto i settantacinque anni di età è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice, il quale provvederà, dopo aver valutato tutte le circostanze. § 2. Il Vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all’ufficio.

can. 402 § 1. Il Vescovo, la cui rinuncia all’ufficio sia stata accettata, mantiene il titolo di vescovo emerito della sua diocesi e, se lo desidera, può conservare l’abitazione nella stessa diocesi, a meno che in casi determinati, per speciali circostanze, la Sede Apostolica non provveda diversamente. § 2. La Conferenza Episcopale deve curare che si provveda ad un adeguato e degno sostentamento del Vescovo che rinuncia, avuto presente tuttavia l’obbligo primario a cui è tenuta la diocesi per la quale ha prestato servizio.

Articolo 3. I Vescovi coadiutori e ausiliari (cann. 403-411)

can. 403 § 1. Quando le necessità pastorali della diocesi lo suggeriscono, vengano costituiti, su richiesta del Vescovo diocesano, uno o più Vescovi ausiliari; il Vescovo ausiliare non ha il diritto di successione. § 2. In circostanze particolarmente gravi, anche di carattere personale, al Vescovo diocesano può essere assegnato un Vescovo ausiliare fornito di speciali facoltà. § 3. La Santa Sede, se ciò le risulta più opportuno, può costituire d’ufficio un Vescovo coadiutore, che pure viene fornito di speciali facoltà; il Vescovo coadiutore gode del diritto di successione.

can. 404 § 1. Il Vescovo coadiutore prende possesso del suo ufficio quando esibisce, personalmente o mediante procuratore, la lettera apostolica di nomina al Vescovo diocesano e al collegio dei consultori, alla presenza del cancelliere di curia, che mette agli atti il fatto. § 2. Il Vescovo ausiliare prende possesso del suo ufficio quando esibisce la lettera apostolica di nomina al Vescovo diocesano, alla presenza del cancelliere di curia, che mette agli atti il fatto. § 3. Se il Vescovo diocesano è totalmente impedito, è sufficiente che, sia il Vescovo coadiutore sia il Vescovo ausiliare, esibiscano la lettera apostolica di nomina al collegio dei consultori, alla presenza del cancelliere della curia.

can. 405 § 1. Il Vescovo coadiutore, come pure il Vescovo ausiliare, hanno gli obblighi e i diritti determinati dalle disposizioni dei canoni che seguono e definiti nella lettera di nomina. § 2. Il Vescovo coadiutore e il Vescovo ausiliare di cui al can. 403, § 2 assistono il Vescovo diocesano in tutto il governo della diocesi e lo suppliscono se è assente o impedito.

can. 406 § 1. Il Vescovo coadiutore, come il Vescovo ausiliare di cui al can. 403, § 2, sia costituito dal Vescovo diocesano Vicario generale; inoltre il Vescovo diocesano affidi a lui a preferenza di altri tutto ciò che richiede, a norma del diritto, un mandato speciale. § 2. A meno che nella lettera apostolica non si provveda diversamente e fermo restando il disposto del § 1, il Vescovo diocesano costituisca l’ausiliare o gli ausiliari Vicari generali o almeno Vicari episcopali, dipendenti solo dalla sua autorità oppure da quella del Vescovo coadiutore o del Vescovo ausiliare di cui al can. 403, § 2.

can. 407 § 1. Perché sia favorito nel migliore dei modi il bene presente e futuro della diocesi, il Vescovo diocesano, il coadiutore e il Vescovo ausiliare di cui al can. 403, § 2, si consultino tra di loro nelle questioni di maggiore importanza. § 2. Il Vescovo diocesano, nel valutare le cause di maggiore importanza, soprattutto di carattere pastorale, prima degli altri voglia consultare i Vescovi ausiliari. § 3. Il Vescovo coadiutore e il Vescovo ausiliare, in quanto sono chiamati a partecipare alla sollecitudine del Vescovo diocesano, esercitino i loro compiti in modo da procedere insieme con lui di comune accordo.

can. 408 § 1. Il Vescovo coadiutore e il Vescovo ausiliare che non siano giustamente impediti, sono obbligati, ogni volta che ne siano richiesti dal Vescovo diocesano, a celebrare i pontificali e le altre funzioni a cui il Vescovo diocesano sarebbe tenuto. § 2. Il Vescovo diocesano non affidi abitualmente ad un altro i diritti episcopali e le funzioni che il Vescovo coadiutore o l’ausiliare possono esercitare.

can. 409 § 1. Nel momento in cui la sede episcopale è vacante, il Vescovo coadiutore diviene immediatamente Vescovo della diocesi per la quale era stato costituito, purché ne abbia preso legittimo possesso. § 2. Quando la sede episcopale diviene vacante, se non è stato stabilito in modo diverso dall’autorità competente, il Vescovo ausiliare, finché il nuovo Vescovo non abbia preso possesso della sede, conserva tutte e sole le potestà e facoltà di cui godeva, come Vicario generale o come Vicario episcopale, mentre la sede era occupata; se poi non è stato designato all’ufficio di Amministratore apostolico o di Amministratore diocesano, eserciti tale sua potestà, conferitagli dal diritto, sotto l’autorità dell’Amministratore apostolico o dell’Amministratore diocesano che presiede al governo della diocesi.

can. 410 Il Vescovo coadiutore e il Vescovo ausiliare sono tenuti, come il Vescovo diocesano, all’obbligo di risiedere in diocesi; non se ne allontanino se non per breve tempo, tranne che a motivo di un ufficio da svolgere fuori della diocesi o di ferie, da non protrarsi oltre un mese.

can. 411 Al Vescovo coadiutore e all’ausiliare, per quanto attiene alla rinuncia dall’ufficio, si applicano le disposizioni dei cann. 401 e 402, § 2.

Capitolo III. Sede impedita e sede vacante (cann. 412-430)

Articolo 1. La sede impedita (cann. 412-415)

can. 412 La sede episcopale si intende impedita se il Vescovo diocesano è totalmente impedito nell’esercizio dell’ufficio pastorale nella diocesi, non essendo in grado di comunicare nemmeno per lettera con i suoi diocesani a motivo di prigionia, confino, esilio o inabilità.

can. 413 § 1. Mentre la sede è impedita, il governo della diocesi, se la Santa Sede non ha provveduto in altro modo, spetta al Vescovo coadiutore se c’è; se questo manca o è impedito, spetta ad un Vescovo ausiliare o ad un Vicario generale o episcopale o ad un altro sacerdote, mantenendo l’ordine delle persone stabilito nell’elenco che il Vescovo diocesano, dopo avere preso possesso della diocesi, deve compilare quanto prima; tale elenco, che deve essere comunicato al Metropolita, sia rinnovato almeno ogni tre anni e conservato sotto segreto dal cancelliere. § 2. Se manca o è impedito il Vescovo coadiutore e non sopperisce l’elenco di cui al § 1, spetta al collegio dei consultori eleggere il sacerdote che deve governare la diocesi. § 3. Colui che ha assunto il governo della diocesi a norma dei § § 1 e 2, informi quanto prima la Santa Sede che la sede è impedita e che egli stesso ha assunto tale ufficio.

can. 414 Chiunque è stato chiamato, a norma del can. 413, ad assumere provvisoriamente la cura pastorale della diocesi soltanto per il tempo in cui la sede è impedita, nell’esercizio di tale cura pastorale è tenuto agli obblighi e gode della potestà che, a norma del diritto, competono all’Amministratore diocesano.

can. 415 Se al Vescovo diocesano viene proibito di esercitare il proprio ufficio a motivo di una pena ecclesiastica, il Metropolita oppure, se il Metropolita manca o se si tratta del Metropolita stesso, il più anziano per promozione tra i suffraganei, ricorra immediatamente alla Santa Sede perché provveda essa stessa.

Articolo 2. La sede vacante (cann. 416-430)

can. 416 La sede episcopale diviene vacante con la morte del Vescovo diocesano, con la rinuncia accettata dal Romano Pontefice, col trasferimento e con la privazione intimata al Vescovo stesso.

can. 417 Tutto ciò che viene compiuto dal Vicario generale o dal Vicario episcopale ha valore finché non hanno ricevuto notizia certa della morte del Vescovo diocesano; così pure ha valore tutto ciò che viene compiuto dal Vescovo diocesano o dal Vicario generale o episcopale finché non abbiano ricevuto notizia certa degli atti pontifici sopra menzionati.

can. 418 § 1. Dal momento che ha ricevuto notizia certa del trasferimento il Vescovo, entro due mesi, deve raggiungere la diocesi alla quale è destinato e prenderne possesso canonico; dal giorno della presa di possesso canonico della nuova diocesi, la diocesi di provenienza diviene vacante. § 2. Dal momento che ha ricevuto notizia certa del trasferimento fino alla presa di possesso canonico della nuova diocesi, il Vescovo trasferito nella diocesi di provenienza: 1) ha la potestà di Amministratore diocesano ed è tenuto agli agli obblighi relativi, mentre cessa ogni potestà del Vicario generale e del Vicario episcopale, salvo tuttavia il can. 409, § 2; 2) percepisce l’intera rimunerazione propria dell’ufficio.

can. 419 Quando la sede diviene vacante, il governo della diocesi, fino alla costituzione dell’Amministratore diocesano, passa al Vescovo ausiliare e, se sono più d’uno, al più anziano per promozione; se manca il Vescovo ausiliare, è affidato al collegio dei consultori, a meno che la Santa Sede non abbia provveduto diversamente. Colui che assume in tal modo il governo della diocesi convochi senza indugio il collegio competente a nominare l’Amministratore diocesano.

can. 420 Nel vicariato o in una prefettura apostolica quando la sede è vacante, assume il governo il Provicario o il Proprefetto, nominato soltanto a questo effetto dal Vicario o dal Prefetto subito dopo la presa di possesso, a meno che la Santa Sede non abbia stabilito diversamente.

can. 421 § 1. Entro otto giorni dal momento in cui si è ricevuta notizia che la sede episcopale è vacante, il collegio dei consultori, fermo restando il disposto del can. 502, § 3, deve eleggere l’Amministratore diocesano con il compito di reggere interinalmente la diocesi. § 2. Se l’Amministratore diocesano per qualsiasi causa non viene eletto legittimamente entro il tempo prescritto, la sua nomina passa al Metropolita e se è vacante la stessa sede metropolitana o, contemporaneamente, la sede metropolitana e quella suffraganea, passa al Vescovo suffraganeo più anziano per promozione.

can. 422 Il Vescovo ausiliare o, se egli manca, il collegio dei consultori informi quanto prima la Sede Apostolica della morte del Vescovo; così pure colui che è eletto Amministratore diocesano la informi quanto prima della sua elezione.

can. 423 § 1. Si nomini un solo Amministratore diocesano, riprovata qualsiasi consuetudine contraria; altrimenti l’elezione è nulla. § 2. L’Amministratore diocesano non sia contemporaneamente economo; perciò se l’economo della diocesi viene eletto Amministratore, il consiglio per gli affari economici elegga temporaneamente un altro economo.

can. 424 L’Amministratore diocesano venga eletto a norma dei cann. 165-178.

can. 425 § 1. All’ufficio di Amministratore diocesano può essere destinato validamente solo un sacerdote che abbia compiuto i trentacinque anni di età e che non sia già stato eletto, nominato o presentato per la medesima sede vacante. § 2. Venga eletto Amministratore diocesano un sacerdote che si distingua per dottrina e prudenza. § 3. Se non sono state rispettate le condizioni stabilite al § 1, il Metropolita oppure, se è vacante la stessa Chiesa metropolitana, il Vescovo suffraganeo più anziano per promozione, dopo avere preso conoscenza della vera situazione, nomini per quella volta l’Amministratore; gli atti di colui che è stato eletto contro le disposizioni del § 1 sono nulli per il diritto stesso.

can. 426 Colui che, mentre la sede è vacante, regge la diocesi prima della nomina dell’Amministratore diocesano, ha la stessa potestà che il diritto riconosce al Vicario generale.

can. 427 § 1. L’Amministratore diocesano è tenuto agli stessi obblighi e ha la potestà del Vescovo diocesano, escluso ciò che non gli compete o per la natura della cosa o per il diritto stesso. § 2. L’Amministratore diocesano ottiene la relativa potestà dal momento in cui accetta l’elezione, senza bisogno di conferma da parte di alcuno, fermo restando quanto prescrive il can. 833, n. 4.

can. 428 § 1. Mentre la sede è vacante non si proceda a innovazioni. § 2. A coloro che provvedono interinalmente al governo della diocesi è proibito compiere qualsiasi atto che possa arrecare pregiudizio alla diocesi o ai diritti episcopali; in modo speciale è proibito a loro e perciò a chiunque altro, sia personalmente, sia attraverso altri, di sottrarre o distruggere o modificare qualsiasi documento della curia diocesana.

can. 429 L’Amministratore diocesano è tenuto all’obbligo di risiedere nella diocesi e di applicare la Messa per il popolo, a norma del can. 388.

can. 430 § 1. L’ufficio dell’Amministratore diocesano cessa con la presa di possesso della diocesi da parte del nuovo Vescovo. § 2. La rimozione dell’Amministratore diocesano è riservata alla Santa Sede; l’eventuale rinuncia deve essere presentata in forma autentica al collegio competente per la sua elezione, e non ha bisogno di essere accettata; in caso di rimozione, di rinuncia o di morte dell’Amministratore diocesano, ne venga eletto un altro, a norma del can. 421.

Titolo II. I raggruppamenti di chiese particolari (cann. 431-459)

Capitolo I. Province ecclesiastiche e regioni ecclesiastiche (cann. 431-434)

can. 431 § 1. Affinché venga promossa un’azione pastorale comune da parte di diverse diocesi vicine secondo le circostanze di persone e di luoghi, e affinché vengano favoriti in modo più adeguato i mutui rapporti dei Vescovi diocesani, le Chiese particolari più vicine siano riunite in province ecclesiastiche, delimitate da un territorio determinato. § 2. D’ora in avanti non vi siano di regola diocesi esenti; perciò le singole diocesi e le altre Chiese particolari che esistono nell’ambito del territorio di una provincia ecclesiastica, devono far parte di tale provincia ecclesiastica. § 3. Spetta unicamente alla suprema autorità della Chiesa, sentiti i Vescovi interessati, costituire, sopprimere o modificare le province ecclesiastiche.

can. 432 § 1. Nella provincia ecclesiastica hanno autorità, a norma del diritto, il concilio provinciale e il Metropolita. § 2. La provincia ecclesiastica gode di personalità giuridica per il diritto stesso.

can. 433 § 1. Se l’utilità lo suggerisce, specialmente nelle nazioni dove sono più numerose le Chiese particolari, le province ecclesiastiche viciniori, su proposta della Conferenza Episcopale, possono essere congiunte dalla Santa Sede in regioni ecclesiastiche. La regione ecclesiastica può essere eretta in persona giuridica.

can. 434 All’assemblea dei Vescovi della regione ecclesiastica spetta favorire la cooperazione e l’attività pastorale comune nella regione; tuttavia i poteri che nei canoni di questo Codice sono attribuiti alla Conferenza Episcopale non competono a tale assemblea, a meno che alcuni di essi non le siano stati concessi in modo speciale dalla Santa Sede.

Capitolo II. I metropoliti (cann. 435-438)

can. 435 Alla provincia ecclesiastica presiede il Metropolita, che è l’Arcivescovo della diocesi cui è preposto; tale ufficio è congiunto con una sede episcopale, determinata o approvata dal Romano Pontefice.

can. 436 § 1. Nelle diocesi suffraganee spetta al Metropolita: 1) vigilare perché la fede e la disciplina ecclesiastica siano accuratamente osservate, e informare il Romano Pontefice su eventuali abusi; 2) fare la visita canonica, per una causa precedentemente approvata dalla Santa Sede, se il suffraganeo l’avesse trascurata; 3) nominare l’Amministratore diocesano, a norma dei cann. 421, § 2 e 425 § 3. § 2. Dove le circostanze lo richiedono, la Sede Apostolica può conferire al Metropolita funzioni e potestà peculiari da determinare nel diritto particolare. § 3. Nessun’altra potestà di governo compete al Metropolita nelle diocesi suffraganee; può però celebrare funzioni sacre in tutte le chiese, come il Vescovo nella propria diocesi, dopo avere avvertito il Vescovo, se si tratta della chiesa cattedrale.

can. 437 § 1. Il Metropolita è tenuto all’obbligo di chiedere personalmente o tramite un procuratore il pallio al Romano Pontefice, entro tre mesi dalla consacrazione episcopale oppure, se è già stato consacrato, dalla provvisione canonica; esso esprime la potestà che, in comunione con la Chiesa di Roma, il Metropolita acquisisce di diritto nella propria provincia. § 2. Il Metropolita può portare il pallio, nel rispetto delle leggi liturgiche, in qualsiasi chiesa della provincia ecclesiastica a cui presiede; invece non può assolutamente portarlo fuori di essa, neppure col consenso del Vescovo diocesano. § 3. Il Metropolita che venga trasferito ad un’altra sede metropolitana, necessita di un nuovo pallio.

can. 438 Il titolo di Patriarca e di Primate, al di là di una prerogativa di onore, non comporta nella Chiesa latina alcuna potestà di governo, a meno che per qualcuno di essi non consti diversamente per un privilegio apostolico o per una consuetudine approvata.

Capitolo III. I concili particolari (cann. 439-446)

can. 439 § 1. Il concilio plenario, cioè di tutte le Chiese particolari della medesima Conferenza Episcopale, sia celebrato ogni volta che risulti necessario o utile alla stessa Conferenza Episcopale, con l’approvazione della Sede Apostolica. § 2. La norma stabilita dal § 1 vale anche per la celebrazione del concilio provinciale nella provincia ecclesiastica i cui confini coincidono col territorio della nazione.

can. 440 § 1. Il concilio provinciale per le diverse Chiese particolari della medesima provincia ecclesiastica, sia celebrato ogni volta che risulti opportuno a giudizio della maggioranza dei Vescovi diocesani della provincia, salvo il can. 439, § 2. § 2. Mentre è vacante la sede metropolitana, non si convochi il concilio provinciale.

can. 441 Spetta alla Conferenza Episcopale: 1) convocare il concilio plenario; 2) scegliere il luogo in cui celebrare il concilio, nell’ambito del territorio della Conferenza Episcopale; 3) eleggere, fra i Vescovi diocesani del concilio plenario, il presidente, che deve essere approvato dalla Sede Apostolica; 4) determinare la procedura e le questioni da trattare, indire l’apertura e la durata del concilio plenario, trasferirlo, prorogarlo o scioglierlo.

can. 442 § 1. Spetta al Metropolita, col consenso della maggioranza dei Vescovi suffraganei: 1) convocare il concilio provinciale; 2) scegliere il luogo della celebrazione del concilio provinciale, nell’ambito del territorio della provincia; 3) determinare la procedura e le questioni da trattare, indire l’apertura e la durata del concilio provinciale, trasferirlo, prorogarlo o scioglierlo. § 2. Spetta al Metropolita, e se questi è legittimamente impedito al Vescovo suffraganeo eletto dagli altri Vescovi suffraganei, presiedere il concilio provinciale.

can. 443 § 1. Devono essere convocati ai concili particolari e in essi hanno diritto al voto deliberativo: 1) i Vescovi diocesani; 2) i Vescovi coadiutori e ausiliari; 3) gli altri Vescovi titolari che esercitano nel territorio uno speciale incarico, loro affidato dalla Sede Apostolica o dalla Conferenza Episcopale. § 2. Possono essere chiamati ai concili particolari gli altri Vescovi titolari, anche emeriti, che si trovano nel territorio; essi poi hanno diritto al voto deliberativo. § 3. Ai concili particolari devono essere chiamati con voto solamente consultivo: 1) i Vicari generali e i Vicari episcopali di tutte le Chiese particolari del territorio; 2) i Superiori maggiori degli istituti e delle società di vita apostolica, in numero da determinare, sia per gli uomini sia per le donne, dalla Conferenza Episcopale o dai Vescovi della provincia, eletti rispettivamente da tutti i Superiori maggiori degli istituti e delle società che hanno sede nel territorio; 3) i rettori delle università ecclesiastiche e cattoliche, nonché i decani delle facoltà di teologia e di diritto canonico, che hanno sede nel territorio; 4) alcuni rettori dei seminari maggiori, in numero da determinarsi come al n. 2, eletti dai rettori dei seminari situati nel territorio. § 4. Ai concili particolari possono essere chiamati, con voto solamente consultivo, anche presbiteri e altri fedeli, in modo però che il loro numero non superi la metà di coloro di cui ai § § 1-3. § 5. Ai concili provinciali siano invitati inoltre i capitoli cattedrali, come pure il consiglio presbiteriale e il consiglio pastorale di ciascuna Chiesa particolare, in modo che ognuno di essi invii due suoi membri designati collegialmente; essi però hanno voto solamente consultivo. § 6. Ai concili particolari possono essere invitati come ospiti anche altri, se ciò risulta opportuno a giudizio della Conferenza Episcopale, per quanto riguarda il concilio plenario, o a giudizio del Metropolita insieme con i Vescovi suffraganei, per quanto riguarda il concilio provinciale.

can. 444 § 1. Tutti coloro che sono convocati ai concili particolari devono parteciparvi, se non sono trattenuti da un giusto impedimento, di cui sono tenuti ad informare il presidente del concilio. § 2. Coloro che sono convocati ai concili particolari ed hanno in essi voto deliberativo, se sono trattenuti da un giusto impedimento, possono mandare un procuratore; tale procuratore ha voto solamente consultivo.

can. 445 Il concilio particolare cura che si provveda, nel proprio territorio, alle necessità pastorali del popolo di Dio; esso ha potestà di governo, soprattutto legislativa, così da poter decidere, salvo sempre il diritto universale della Chiesa, ciò che risulta opportuno per l’incremento della fede, per ordinare l’attività pastorale comune; per regolare i costumi e per conservare, introdurre, difendere la disciplina ecclesiastica.

can. 446 Concluso il concilio particolare, il presidente provveda che vengano trasmessi alla Sede Apostolica tutti gli atti del concilio; i decreti emanati dal concilio non siano promulgati se non dopo essere stati riveduti dalla Sede Apostolica; spetta al concilio stesso definire il modo di promulgazione dei decreti e il tempo in cui i decreti promulgati iniziano ad essere obbliganti.

Capitolo IV. Le conferenze episcopali (cann. 447-459)

can. 447 La Conferenza Episcopale, organismo di per sé permanente, è l’assemblea dei Vescovi di una nazione o di un territorio determinato, i quali esercitano congiuntamente alcune funzioni pastorali per i fedeli di quel territorio, per promuovere maggiormente il bene che la Chiesa offre agli uomini, soprattutto mediante forme e modalità di apostolato opportunamente adeguate alle circostanze di tempo e di luogo, a norma del diritto.

can. 448 § 1. La Conferenza Episcopale, come regola generale, comprende i presuli di tutte le Chiese particolari della medesima nazione, a norma del can. 450. § 2. Se poi, a giudizio della Sede Apostolica, sentiti i Vescovi diocesani interessati, le circostanze relative alle persone o alle cose lo suggeriscono, la Conferenza Episcopale può essere eretta per un territorio di ampiezza minore o maggiore, in modo che comprenda solamente i Vescovi di alcune Chiese particolari costituite in un determinato territorio oppure i presuli di Chiese particolari esistenti in diverse nazioni; spetta alla Sede Apostolica stabilire norme peculiari per ciascuna di esse.

can. 449 § 1. Spetta unicamente alla suprema autorità della Chiesa, sentiti i Vescovi interessati, erigere, sopprimere o modificare le Conferenze Episcopali. § 2. La Conferenza Episcopale, una volta eretta legittimamente, gode di personalità giuridica per il diritto stesso.

can. 450 § 1. Appartengono alla Conferenza Episcopale per il diritto stesso tutti i Vescovi diocesani del territorio e quelli che nel diritto sono loro equiparati; inoltre i Vescovi coadiutori, i Vescovi ausiliari e gli altri Vescovi titolari che esercitano in tale territorio uno speciale incarico loro affidato dalla Sede Apostolica o dalla Conferenza Episcopale; possono esservi invitati anche gli Ordinari di un altro rito, in modo tuttavia che abbiano soltanto voto consultivo, a meno che gli statuti della Conferenza Episcopale non stabiliscano diversamente. § 2. Gli altri Vescovi titolari e il Legato del Romano Pontefice non sono membri di diritto della Conferenza Episcopale.

can. 451 Ogni Conferenza Episcopale elabori i propri statuti, che devono essere riveduti dalla Sede Apostolica; in essi, fra l’altro, vengano regolate le riunioni plenarie della Conferenza, si provveda alla costituzione del consiglio permanente, della segreteria generale della Conferenza e anche di altri uffici e commissioni che, a giudizio della Conferenza, contribuiscano più efficacemente al conseguimento delle sue finalità.

can. 452 § 1. Ogni Conferenza Episcopale si elegga il presidente, determini chi assume la funzione di pro-presidente se il presidente è legittimamente impedito e designi il segretario generale, a norma degli statuti. § 2 Il presidente della conferenza e, se questi è legittimamente impedito, il pro-presidente, presiede non solo le riunioni generali della conferenza dei Vescovi, ma anche il consiglio permanente.

can. 453 Le riunioni plenarie della Conferenza Episcopale si tengano almeno una volta all’anno e inoltre ogni volta che lo richiedano speciali circostanze, secondo le disposizioni degli statuti.

can. 454 § 1. Nelle riunioni plenarie della Conferenza Episcopale per il diritto stesso il voto deliberativo compete ai Vescovi diocesani e a quelli che nel diritto sono loro equiparati, nonché ai Vescovi coadiutori. § 2. Ai Vescovi ausiliari e ai Vescovi titolari che appartengono alla Conferenza Episcopale, compete il voto deliberativo oppure consultivo, secondo le disposizioni degli statuti della Conferenza; fermo restando tuttavia che il voto deliberativo compete solo a quelli di cui al § 1, quando si tratta di elaborare o modificare gli statuti.

can. 455 § 1. La Conferenza Episcopale può emanare decreti generali solamente nelle materie in cui lo abbia disposto il diritto universale, oppure lo stabilisce un mandato speciale della Sede Apostolica, sia motu proprio, sia su richiesta della conferenza stessa. § 2. Perché i decreti di cui al § 1 siano emanati validamente, devono essere espressi nella riunione plenaria almeno mediante i due terzi dei voti dei Presuli che appartengono alla Conferenza con voto deliberativo, e non ottengono forza obbligante se non vengono legittimamente promulgati, dopo essere stati autorizzati dalla Sede Apostolica. § 3. Il modo di promulgazione e il tempo in cui i decreti acquistano forza obbligante vengono determinati dalla stessa Conferenza Episcopale. § 4. Nei casi in cui né il diritto universale né uno speciale mandato della Sede Apostolica abbiano concesso alla Conferenza Episcopale la potestà di cui al § 1, rimane intatta la competenza di ogni singolo Vescovo diocesano e la Conferenza Episcopale o il suo presidente non possono agire validamente in nome di tutti i Vescovi, a meno che tutti e singoli i Vescovi non abbiano dato il loro consenso.

can. 456 Conclusa la riunione plenaria della Conferenza Episcopale, la relazione sugli atti della Conferenza e i suoi decreti vengano trasmessi alla Sede Apostolica, sia per farle conoscere gli atti, sia perché i decreti, se ci sono, possano essere riveduti dalla stessa.

can. 457 Spetta al consiglio permanente dei Vescovi curare che vengano preparate le questioni da trattare nella riunione plenaria della conferenza e che siano fatte debitamente eseguire le decisioni prese in essa; ad esso spetta pure trattare gli altri affari che gli vengono affidati, a norma degli statuti.

can. 458 Spetta alla segreteria generale: 1) stendere la relazione degli atti e dei decreti della riunione plenaria della Conferenza e degli atti del consiglio permanente e comunicarla a tutti i membri della Conferenza, stendere inoltre gli altri atti commissionati ad essa dal presidente della Conferenza o dal consiglio permanente; 2) comunicare alle Conferenze Episcopali confinanti gli atti e i documenti che la Conferenza nella riunione plenaria o il consiglio permanente hanno stabilito di trasmettere loro.

can. 459 § 1. Si favoriscano le relazioni fra le Conferenze Episcopali, soprattutto viciniori, per la promozione e la tutela del bene maggiore. § 2. Ogni qualvolta però le Conferenze intraprendono attività o modi di procedere che assumono un carattere internazionale, e necessario che venga sentita la Sede Apostolica.

Titolo III. Struttura interna delle chiese particolari (cann. 460-572)

Capitolo I. Il sinodo diocesano (cann. 460-468)

can. 460 Il sinodo diocesano è l’assemblea dei sacerdoti e degli altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana, a norma dei canoni seguenti.

can. 461 § 1. Il sinodo diocesano si celebri nelle singole Chiese particolari quando, a giudizio del Vescovo diocesano, sentito il consiglio presbiterale le circostanze lo suggeriscano. § 2. Se il Vescovo ha la cura di più diocesi oppure ha la cura di una come Vescovo proprio e di un’altra come Amministratore, può convocare un solo sinodo diocesano da tutte le diocesi affidategli.

can. 462 § 1. Convoca il sinodo diocesano solo il Vescovo diocesano, non chi presiede la diocesi interinalmente. § 2. Presiede il sinodo diocesano il Vescovo diocesano, il quale tuttavia può delegare il Vicario generale o il Vicario episcopale, a svolgere tale ufficio, per le singole sessioni del sinodo.

can. 463 § 1. Al sinodo diocesano devono essere chiamati in qualità di membri e sono tenuti all’obbligo di parteciparvi: 1) il Vescovo coadiutore e i Vescovi ausiliari; 2) i Vicari generali e i Vicari episcopali, nonché il Vicario giudiziale; 3) i canonici della chiesa cattedrale; 4) i membri del consiglio presbiterale; 5) i fedeli laici, anche membri di istituti di vita consacrata, eletti dal consiglio pastorale nel modo e nel numero da determinarsi dal Vescovo diocesano, oppure, dove tale consiglio non esiste, secondo i criteri determinati dal Vescovo diocesano; 6) il rettore del seminario maggiore diocesano; 7) i vicari foranei; 8) almeno un presbitero eletto in ciascun vicariato foraneo da tutti coloro che ivi hanno cura d’anime; inoltre deve essere eletto un altro presbitero che lo sostituisca se il primo è impedito; 9) alcuni Superiori degli istituti religiosi e delle società di vita apostolica che hanno la casa nella diocesi, i quali devono essere eletti nel numero e nel modo determinati dal Vescovo diocesano. § 2. Al sinodo diocesano possono essere chiamati in qualità di membri anche altri, sia chierici, sia membri di istituti di vita consacrata, sia fedeli laici. § 3. Il Vescovo diocesano, se lo ritiene opportuno, può invitare come osservatori alcuni ministri o membri di Chiese o comunità ecclesiali che non sono nella piena comunione con la Chiesa cattolica.

can. 464 Un membro del sinodo, se è trattenuto da legittimo impedimento, non può inviare un procuratore che vi partecipi in suo nome; avverta però il Vescovo diocesano di tale impedimento.

can. 465 Tutte le questioni proposte siano sottomesse alla libera discussione dei membri nelle sessioni del sinodo.

can. 466 Nel sinodo diocesano l’unico legislatore è il Vescovo diocesano, mentre gli altri membri del sinodo hanno solamente voto consultivo; lui solo sottoscrive le dichiarazioni e i decreti sinodali, che possono essere resi pubblici soltanto per la sua autorità.

can. 467 Il Vescovo diocesano comunichi al Metropolita e alla conferenza dei Vescovi i testi delle dichiarazioni e dei decreti sinodali.

can. 468 § 1. Spetta al Vescovo diocesano, secondo il suo prudente giudizio, sospendere e sciogliere il sinodo diocesano. § 2. Quando la sede episcopale è vacante o impedita, il sinodo diocesano si interrompe per il diritto stesso finché il Vescovo diocesano che gli succede non decreti che esso venga continuato oppure non lo dichiari estinto.

Capitolo II. La curia diocesana (cann. 469-494)

can. 469 La curia diocesana consta degli organismi e delle persone che aiutano il Vescovo nel governo di tutta la diocesi, cioè nel dirigere l’attività pastorale, nel curare l’amministrazione della diocesi come pure nell’esercitare la potestà giudiziaria.

can. 470 La nomina di coloro che esercitano un ufficio nella curia diocesana spetta al Vescovo diocesano.

can. 471 Tutti coloro che sono ammessi agli uffici della curia devono: 1) promettere di adempiere fedelmente l’incarico secondo le modalità determinate dal diritto o dal Vescovo; 2) osservare il segreto nei limiti e secondo le modalità determinate dal diritto o dal Vescovo.

can. 472 Circa le cause e le persone che, nella curia, si riferiscono all’esercizio della potestà giudiziaria, si osservino le prescrizioni del Libro VII I processi; in ordine a ciò che riguarda l’amministrazione della diocesi, si osservino le disposizioni dei canoni seguenti.

can. 473 § 1. Il Vescovo diocesano deve curare che tutti gli affari inerenti all’amministrazione di tutta la diocesi siano debitamente coordinati e diretti a procurare nel modo più opportuno il bene della porzione di popolo di Dio che gli è affidata. § 2. Spetta allo stesso Vescovo diocesano coordinare l’attività pastorale dei Vicari generali ed episcopali; dove risulta conveniente, può essere nominato il Moderatore di curia, che deve essere un sacerdote e al quale spetta, sotto l’autorità del Vescovo, coordinare le attività che riguardano la trattazione degli affari amministrativi come pure curare che gli altri addetti alla curia svolgano fedelmente l’ufficio loro affidato. § 3. Se le situazioni locali, a giudizio del Vescovo, non suggeriscono diversamente, sia nominato Moderatore di curia il Vicario generale oppure, se sono più di uno, uno dei Vicari generali. § 4. Quando il Vescovo lo ritiene opportuno per favorire maggiormente l’attività pastorale, può costituire un consiglio episcopale, composto dai Vicari generali e dai Vicari episcopali.

can. 474 Gli atti di curia che hanno per loro natura effetto giuridico, devono essere sottoscritti dall’Ordinario da cui provengono, anche in ordine alla loro validità, e nello stesso tempo devono essere sottoscritti dal cancelliere o dal notaio di curia; il cancelliere poi è tenuto ad informare degli atti il Moderatore di curia.

Articolo 1. I Vicari generali ed episcopali (cann. 475-481)

can. 475 § 1. In ogni diocesi il Vescovo diocesano deve costituire il Vicario generale affinché, con la potestà ordinaria di cui è munito a norma dei canoni seguenti, presti il suo aiuto al Vescovo stesso nel governo di tutta la diocesi. § 2. Come regola generale, venga costituito un solo Vicario generale, a meno che l’ampiezza della diocesi o il numero degli abitanti oppure altre ragioni pastorali non suggeriscano diversamente.

can. 476 Ogni qualvolta lo richieda il buon governo della diocesi, possono essere costituiti dal Vescovo diocesano anche uno o più Vicari episcopali; essi hanno la stessa potestà ordinaria che, per diritto universale, a norma dei canoni seguenti, spetta al Vicario generale, o per una parte determinata della diocesi, o per un genere determinato di affari, o in rapporto ai fedeli di un determinato rito o di un ceto determinato di persone.

can. 477 § 1. Il Vicario generale e il Vicario episcopale vengono nominati liberamente dal Vescovo diocesano e da lui possono essere liberamente rimossi, fermo restando il disposto del can. 406; il Vicario episcopale che non sia il Vescovo ausiliare sia nominato per un tempo da determinarsi nell’atto di costituzione. § 2. Quando il Vicario generale è assente o legittimamente impedito, il Vescovo diocesano può nominarne un altro che lo supplisca; la stessa norma si applica per il Vicario episcopale.

can. 478 § 1. Il Vicario generale ed episcopale siano sacerdoti di età non inferiore a trent’anni, dottori o licenziati in diritto canonico o teologia oppure almeno veramente esperti in tali discipline, degni di fiducia per sana dottrina, rettitudine, saggezza ed esperienza nel trattare gli affari. § 2. L’ufficio di Vicario generale ed episcopale non è compatibile con l’ufficio di canonico penitenziere; inoltre non si può affidare tale ufficio a consanguinei del Vescovo fino al quarto grado.

can. 479 § 1. Al Vicario generale compete, in forza dell’ufficio, la stessa potestà esecutiva su tutta la diocesi che, in forza del diritto, spetta al Vescovo diocesano, la potestà cioè di porre tutti gli atti amministrativi, ad eccezione di quelli che il Vescovo si è riservato oppure che richiedono, a norma del diritto, un mandato speciale del Vescovo. § 2. Al Vicario episcopale compete, per il diritto stesso, la medesima potestà di cui al § 1, però circoscritta a quella determinata parte del territorio o a quel genere di affari o a quei fedeli di un rito determinato o di un gruppo soltanto, per i quali è stato costituito, fatta eccezione per quelle cause che il Vescovo ha riservato a sé o al Vicario generale, oppure che, a norma del diritto, richiedono un mandato speciale del Vescovo. § 3. Spettano al Vicario generale e al Vicario episcopale, nell’ambito della propria competenza, anche le facoltà abituali concesse al Vescovo dalla Sede Apostolica, come pure l’esecuzione dei rescritti, a meno che espressamente non sia stato disposto in modo diverso o a meno che non sia stata scelta l’abilità specifica della persona del Vescovo diocesano.

can. 480 Il Vicario generale e il Vicario episcopale devono riferire al Vescovo diocesano sulle principali attività programmate e attuate e inoltre non agiscano mai contro la sua volontà e il suo intendimento.

can. 481 § 1. La potestà del Vicario generale e del Vicario episcopale cessa allo scadere del mandato, con la rinuncia e, salvi restando i cann. 406 e 409, con la rimozione intimata loro dal Vescovo diocesano e inoltre quando la sede episcopale diviene vacante. § 2. Mentre è sospeso l’ufficio del Vescovo diocesano, è sospesa anche la potestà del Vicario generale e del Vicario episcopale, a meno che non siano insigniti della dignità episcopale.

Articolo 2. Il cancelliere, gli altri notai e gli archivi (cann. 482-491)

can. 482 § 1. In ogni curia venga costituito il cancelliere il cui incarico principale, a meno che non sia stabilito altro dal diritto particolare, consiste nel provvedere che gli atti della curia siano redatti compiutamente, e siano custoditi nell’archivio della stessa. § 2. Se si ritiene necessario, al cancelliere può essere dato un aiutante, col nome di vice-cancelliere. § 3. Il cancelliere e il vice-cancelliere sono per ciò stesso notai e segretari di curia.

can. 483 § 1. Oltre al cancelliere, possono essere costituiti altri notai, la cui scrittura o firma fa pubblica fede, e questo o per tutti gli atti, o per gli atti giudiziari solamente, o per gli atti di una causa determinata o di un negozio soltanto. § 2. Il cancelliere e i notai devono essere di integra reputazione e al di sopra di ogni sospetto; nelle cause in cui può essere in discussione la fama di un sacerdote, il notaio deve essere sacerdote.

can. 484 È dovere dei notai: 1) stendere per iscritto gli atti e gli strumenti riguardanti i decreti, le disposizioni, gli obblighi e le altre questioni per le quali si richiede il loro intervento; 2) redigere fedelmente per iscritto le pratiche in corso e apporvi la firma insieme con l’indicazione del luogo, del giorno, del mese e dell’anno; 3) esibire dalla registrazione con le dovute cautele, a chi ne fa legittima richiesta, gli atti e gli strumenti e dichiararne le copie conformi all’originale.

can. 485 Il cancelliere e gli altri notai possono essere liberamente rimossi dall’ufficio da parte del Vescovo diocesano, non però dall’Amministratore diocesano, se non con il consenso del collegio dei consultori.

can. 486 § 1. Tutti i documenti che riguardano la diocesi o le parrocchie devono essere custoditi con la massima cura. § 2. In ogni curia si costituisca in luogo sicuro l’archivio o tabularium diocesano per custodirvi, disposti secondo un ordine determinato e diligentemente chiusi, gli strumenti e le scritture che riguardano le questioni spirituali e temporali della diocesi. § 3. Dei documenti contenuti nell’archivio si compili un inventario o catalogo, con un breve riassunto delle singole scritte.

can. 487 § 1. L’archivio deve rimanere chiuso e ne abbiano la chiave solo il Vescovo e il cancelliere; a nessuno è lecito entrarvi se non con licenza del Vescovo oppure, contemporaneamente, del Moderatore della curia e del cancelliere. § 2. È diritto degli interessati ottenere, personalmente o mediante un procuratore, copia autentica manoscritta o fotostatica dei documenti che per loro natura sono pubblici e che riguardano lo stato della propria persona.

can. 488 Non è lecito asportare documenti dall’archivio, se non per breve tempo e col consenso del Vescovo oppure, contemporaneamente, del Moderatore della curia e del cancelliere.

can. 489 § 1. Vi sia nella curia diocesana anche un archivio segreto o almeno, nell’archivio comune, vi sia un armadio o una cassa chiusi a chiave e che non possano essere rimossi dalla loro sede; in essi si custodiscano con estrema cautela i documenti che devono essere conservati sotto segreto. § 2. Ogni anno si distruggano i documenti che riguardano le cause criminali in materia di costumi, se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna, conservando però un breve sommario del fatto con il testo della sentenza definitiva.

can. 490 § 1. Solo il Vescovo abbia la chiave dell’archivio segreto. § 2. Mentre la sede è vacante, l’archivio o l’armadio segreto non si apra se non in caso di vera necessità dallo stesso Amministratore diocesano. § 3. Non siano asportati documenti dall’archivio o armadio segreto.

can. 491 § 1. Il Vescovo diocesano abbia cura che anche gli atti e i documenti degli archivi delle chiese cattedrali, collegiate, parrocchiali e delle altre chiese che sono presenti nel suo territorio vengano diligentemente conservati e che si compilino inventari o cataloghi in due esemplari, di cui uno sia conservato nell’archivio della rispettiva chiesa e l’altro nell’archivio diocesano. § 2. Il Vescovo diocesano abbia anche cura che nella diocesi vi sia un archivio storico e che i documenti che hanno valore storico vi si custodiscano diligentemente e siano ordinati sistematicamente. § 3. Per consultare o asportare gli atti e i documenti di cui ai § § 1 e 2, si osservino le norme stabilite dal Vescovo diocesano.

Articolo 3. Il consiglio per gli affari economici e l’economo (cann. 492-494)

can. 492 § 1. In ogni diocesi venga costituito il consiglio per gli affari economici, presieduto dallo stesso Vescovo diocesano o da un suo delegato; esso è composto da almeno tre fedeli, veramente esperti in economia e nel diritto civile ed eminenti per integrità; essi sono nominati dal Vescovo. § 2. I membri del consiglio per gli affari economici siano nominati per un quinquennio, però, terminato tale periodo, possono essere assunti ancora per altri quinquenni. § 3. Sono esclusi dal consiglio per gli affari economici i congiunti del Vescovo fino al quarto grado di consanguineità o di affinità.

can. 493 Oltre ai compiti ad esso affidati nel Libro V I beni temporali della Chiesa, spetta al consiglio per gli affari economici predisporre ogni anno, secondo le indicazioni del Vescovo diocesano, il bilancio preventivo delle questue e delle elargizioni per l’anno seguente in riferimento alla gestione generale della diocesi e inoltre approvare, alla fine dell’anno, il bilancio delle entrate e delle uscite.

can. 494 § 1. In ogni diocesi, dopo aver sentito il collegio dei consultori e il consiglio per gli affari economici, il Vescovo nomini un economo; egli sia veramente esperto in economia e distinto per onestà. § 2. L’economo sia nominato per un quinquennio, però, scaduto tale periodo, può essere ancora nominato per altri quinquenni; mentre è in carica, il Vescovo non lo rimuova se non per grave causa, da valutarsi dopo aver sentito il collegio dei consultori e il consiglio per gli affari economici. § 3. È compito dell’economo, secondo le modalità definite dal consiglio per gli affari economici, amministrare i beni della diocesi sotto l’autorità del Vescovo, fare sulla base delle entrate stabili della diocesi le spese che il Vescovo o altri da lui legittimamente incaricati abbiano ordinato. § 4. Nel corso dell’anno l’economo deve presentare al consiglio per gli affari economici il bilancio delle entrate e delle uscite.

Capitolo III. Il consiglio presbiterale e il collegio dei consultori (cann. 495-502)

can. 495 § 1. In ogni diocesi si costituisca il consiglio presbiterale, cioè un gruppo di sacerdoti che, rappresentando il presbiterio, sia come il senato del Vescovo; spetta al consiglio presbiterale coadiuvare il Vescovo nel governo della diocesi, a norma del diritto, affinché venga promosso nel modo più efficace il bene pastorale della porzione di popolo di Dio a lui affidata. § 2. Nei vicariati e nelle prefetture apostoliche il Vicario o il Prefetto costituiscano un consiglio composto da almeno tre presbiteri missionari e sentano il loro parere, espresso anche per lettera, negli affari più importanti.

can. 496 Il consiglio presbiterale abbia propri statuti approvati dal Vescovo diocesano, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale.

can. 497 Per quanto riguarda la designazione dei membri del consiglio presbiterale: 1) circa la metà venga liberamente eletta dagli stessi sacerdoti a norma dei canoni seguenti e degli statuti; 2) alcuni sacerdoti, a norma degli statuti, devono essere membri di diritto, tali cioè che appartengano al consiglio per l’ufficio loro affidato; 3) il Vescovo diocesano ha piena facoltà di nominarne alcuni liberamente.

can. 498 § 1. Hanno diritto attivo e passivo di elezione in ordine alla costituzione del consiglio presbiterale: 1) tutti i sacerdoti secolari incardinati nella diocesi; 2) i sacerdoti secolari non incardinati nella diocesi e i sacerdoti membri di un istituto religioso o di una società di vita apostolica i quali, dimorando nella diocesi, esercitano in suo favore qualche ufficio. § 2. Per quanto gli statuti lo prevedono, lo stesso diritto di elezione può essere conferito ad altri sacerdoti che abbiano nella diocesi il domicilio o il quasi-domicilio.

can. 499 Il modo di eleggere i membri del consiglio presbiterale deve essere determinato dagli statuti, però in modo tale che, per quanto è possibile, i sacerdoti del presbiterio siano rappresentati soprattutto in ragione dei diversi ministeri e delle diverse zone della diocesi.

can. 500 § 1. Spetta al Vescovo diocesano convocare il consiglio presbiterale, presiederlo e determinare le questioni da trattare oppure accogliere quelle proposte dai membri. § 2. Il consiglio presbiterale ha solamente voto consultivo; il Vescovo diocesano lo ascolti negli affari di maggiore importanza, ma ha bisogno del suo consenso solo nei casi espressamente previsti dal diritto. § 3. Il consiglio presbiterale non può mai agire senza il Vescovo diocesano al quale soltanto spetta la responsabilità di far conoscere ciò che è stato stabilito a norma del § 2.

can. 501 § 1. I membri del consiglio presbiterale siano designati per il tempo determinato dagli statuti, però in modo tale che entro un quinquennio si rinnovi tutto il consiglio o una parte di esso. § 2. Quando la sede diventa vacante, il consiglio presbiterale cessa e i suoi compiti sono svolti dal collegio dei consultori; entro un anno dalla presa di possesso, il Vescovo deve costituire nuovamente il consiglio presbiterale. § 3. Se il consiglio presbiterale non adempie il compito affidatogli per il bene della diocesi oppure ne abusa gravemente, il Vescovo diocesano, consultato il Metropolita, o, se si tratta della stessa sede metropolitana, il Vescovo suffraganeo più anziano di carica, può scioglierlo, ma entro un anno deve costituirlo nuovamente.

can. 502 § 1. Fra i membri del consiglio presbiterale il Vescovo diocesano nomina liberamente alcuni sacerdoti, in numero non minore di sei e non maggiore di dodici, i quali costituiscono per un quinquennio il collegio dei consultori, con i compiti determinati dal diritto; tuttavia al termine del quinquennio esso continua ad esercitare le sue funzioni finché non viene costituito il nuovo collegio. § 2. Il collegio dei consultori è presieduto dal Vescovo diocesano; mentre poi la sede è impedita o vacante, è presieduto da colui che sostituisce interinalmente il Vescovo oppure, se costui non è ancora stato costituito, dal sacerdote più anziano di ordinazione nel collegio dei consultori. § 3. La conferenza dei Vescovi può stabilire che i compiti del collegio dei consultori siano affidati al capitolo cattedrale. § 4. Nel vicariato e nella prefettura apostolica i compiti del collegio dei consultori spettano al consiglio della missione di cui al can. 495, § 2, a meno che il diritto non stabilisca diversamente.

Capitolo IV. I capitoli dei canonici (cann. 503-510)

can. 503 Il capitolo dei canonici, sia cattedrale sia collegiale, è il collegio di sacerdoti al quale spetta assolvere alle funzioni liturgiche più solenni nella chiesa cattedrale o collegiale; spetta inoltre al capitolo cattedrale adempiere i compiti che gli vengono affidati dal diritto o dal Vescovo diocesano.

can. 504 L’erezione, la modifica o la soppressione del capitolo cattedrale sono riservate alla Sede Apostolica.

can. 505 Ogni capitolo, sia cattedrale sia collegiale, abbia propri statuti, costituiti mediante un legittimo atto capitolare e approvati dal Vescovo diocesano; tali statuti non vengano modificati o abrogati se non con l’approvazione dello stesso Vescovo diocesano.

can. 506 § 1. Gli statuti del capitolo, salve sempre le leggi di fondazione, determinino la stessa costituzione del capitolo e il numero dei canonici; definiscano i compiti del capitolo e dei singoli canonici in ordine alla celebrazione del culto divino e all’esercizio del ministero; regolino le riunioni in cui vengono trattate le questioni riguardanti il capitolo e, salve le disposizioni del diritto universale, determinino le condizioni richieste per la validità e la liceità degli atti. § 2. Negli statuti vengano anche definite le insegne e le retribuzioni dei canonici, sia quelle stabili, sia quelle da versare in occasione dell’adempimento di un incarico.

can. 507 § 1. Vi sia fra i canonici chi presiede il capitolo e vengano pure costituiti gli altri uffici, a norma degli statuti, tenendo anche conto degli usi vigenti nella regione. § 2. Ai chierici che non appartengono al capitolo possono essere affidati altri uffici mediante i quali, a norma degli statuti, prestano aiuto ai canonici.

can. 508 § 1. Il canonico penitenziere, sia della chiesa cattedrale sia della chiesa collegiale, ha in forza dell’ufficio la facoltà ordinaria che però non è delegabile, di assolvere in foro sacramentale dalle censure latae sententiae non dichiarate, non riservate alla Sede Apostolica; tale facoltà riguarda, in diocesi, anche gli estranei e i diocesani anche fuori del territorio della diocesi. § 2. Dove manca il capitolo il Vescovo diocesano costituisca un sacerdote a compiere il medesimo incarico.

can. 509 § 1. Spetta al Vescovo diocesano udito il capitolo, ma non all’Amministratore diocesano, conferire tutti e singoli i canonicati, sia nella chiesa cattedrale sia nella chiesa collegiale, revocato ogni privilegio contrario; spetta ancora al Vescovo confermare colui che è eletto dal capitolo stesso per presiederlo. § 2. Il Vescovo diocesano conferisca i canonicati solo a sacerdoti che si distinguono per dottrina e integrità di vita e che abbiano esercitato lodevolmente il ministero.

can. 510 § 1. Le parrocchie non siano più unite al capitolo dei canonici; quelle che sono tuttora unite ad un capitolo, ne siano separate da parte del Vescovo diocesano. § 2. Nella chiesa che sia insieme parrocchiale e capitolare, venga costituito un parroco, scelto fra i capitolari o meno; questi è tenuto a tutti i doveri e possiede i diritti e le facoltà che, a norma del diritto, sono proprie del parroco. § 3. Spetta al Vescovo diocesano stabilire norme precise mediante le quali possano essere debitamente armonizzati i doveri pastorali del parroco e le funzioni proprie del capitolo, facendo in modo che il parroco non sia di impedimento alle funzioni capitolari e il capitolo non sia di impedimento a quelle parrocchiali; se sorge un conflitto, lo dirima il Vescovo diocesano il quale deve curare innanzi tutto che si provveda in modo adeguato alle necessità pastorali dei fedeli. § 4. Le offerte che vengono elargite ad una chiesa contemporaneamente parrocchiale e capitolare, si presumono elargite alla parrocchia, se non consti altro.

Capitolo V. Il consiglio pastorale (cann. 511-514)

can. 511 In ogni diocesi, se lo suggerisce la situazione pastorale, si costituisca il consiglio pastorale, al quale spetta, sotto l’autorità del Vescovo, studiare, valutare e proporre conclusioni operative su quanto riguarda le attività pastorali della diocesi.

can. 512 § 1. Il consiglio pastorale è composto da fedeli che siano in piena comunione con la Chiesa cattolica, sia chierici, sia membri di istituti di vita consacrata, sia soprattutto laici; essi vengono designati nel modo determinato dal Vescovo diocesano. § 2. I fedeli designati al consiglio pastorale siano scelti in modo che attraverso di loro sia veramente rappresentata tutta la porzione di popolo di Dio che costituisce la diocesi, tenendo presenti le diverse zone della diocesi stessa, le condizioni sociali, le professioni e inoltre il ruolo che essi hanno nell’apostolato, sia come singoli, sia in quanto associati. § 3. Al consiglio pastorale non vengano designati se non fedeli che si distinguono per fede sicura, buoni costumi e prudenza.

can. 513 § 1. Il consiglio pastorale viene costituito a tempo determinato, secondo le disposizioni degli statuti dati dal Vescovo. § 2. Quando la sede diviene vacante, il consiglio pastorale cessa.

can. 514 § 1. Spetta unicamente al Vescovo diocesano, secondo le necessità dell’apostolato, convocare e presiedere il consiglio pastorale, che gode solamente di voto consultivo; a lui pure unicamente compete rendere di pubblica ragione le materie trattate nel consiglio. § 2. Il consiglio pastorale sia convocato almeno una volta l’anno.

Capitolo VI. Le parrocchie, i parroci e i vicari parrocchiali (cann. 515-552)

can. 515 § 1. La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una Chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore. § 2. Spetta unicamente al Vescovo diocesano erigere, sopprimere o modificare le parrocchie; egli non le eriga, non le sopprima e non le modifichi in modo rilevante senza aver sentito il consiglio presbiterale. § 3. La parrocchia eretta legittimamente gode di personalità giuridica per il diritto stesso.

can. 516 § 1. A meno che il diritto non disponga diversamente, alla parrocchia è equiparata la quasi-parrocchia, che è una comunità determinata di fedeli nell’ambito di una Chiesa particolare, affidata ad un sacerdote come suo pastore, ma che, per speciali circostanze, non è ancora stata eretta come parrocchia. § 2. Quando una comunità non può essere eretta come parrocchia o quasi-parrocchia, il Vescovo diocesano provveda in altro modo alla sua cura pastorale.

can. 517 § 1. Quando le circostanze lo richiedono, la cura pastorale di una parrocchia, o di più parrocchie contemporaneamente, può essere affidata in solido a più sacerdoti, a condizione tuttavia che uno di essi ne sia il moderatore nell’esercizio della cura pastorale, tale cioè che diriga l’attività comune e di essa risponda davanti al Vescovo. § 2. Nel caso che il Vescovo diocesano, a motivo della scarsità di sacerdoti, abbia giudicato di dover affidare ad un diacono o ad una persona non insignita del carattere sacerdotale o ad una comunità di persone una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia, costituisca un sacerdote il quale, con la potestà di parroco, sia il moderatore della cura pastorale.

can. 518 Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda tutti i fedeli di un determinato territorio; dove però risulti opportuno, vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito, della lingua, della nazionalità dei fedeli appartenenti ad un territorio, oppure anche sulla base di altre precise motivazioni.

can. 519 Il parroco è il pastore proprio della parrocchia affidatagli, esercitando la cura pastorale di quella comunità sotto l’autorità del Vescovo diocesano, con il quale è chiamato a partecipare al ministero di Cristo, per compiere al servizio della comunità le funzioni di insegnare, santificare e governare, anche con la collaborazione di altri presbiteri o diaconi e con l’apporto dei fedeli laici, a norma del diritto.

can. 520 § 1. Il parroco non sia una persona giuridica; tuttavia il Vescovo diocesano, ma non l’Amministratore diocesano, col consenso del Superiore competente, può affidare una parrocchia ad un istituto religioso clericale o ad una società clericale di vita apostolica, anche erigendola presso la chiesa dell’istituto o della società, a condizione però che un solo sacerdote sia il parroco della parrocchia, oppure, se la cura pastorale è affidata in solido a più sacerdoti, il moderatore di cui al can. 517, § 1. § 2. L’assegnazione della parrocchia di cui al § 1 può essere fatta sia in perpetuo, sia a tempo determinato; in ambedue i casi avvenga mediante una convenzione scritta stipulata fra il Vescovo diocesano e il Superiore competente dell’istituto o della società; in essa, fra l’altro, venga definito espressamente e con precisione tutto quello che riguarda l’attività da svolgere, le persone da impiegarvi e le questioni economiche.

can. 521 § 1. Perché uno sia nominato parroco validamente, deve essere costituito nel sacro ordine del presbiterato. § 2. Si distingua inoltre per sana dottrina e onestà di costumi, sia dotato di zelo per le anime e di ogni altra virtù e abbia quelle qualità che sono richieste sia dal diritto universale, sia dal diritto particolare per la cura pastorale della parrocchia in questione. § 3. Per conferire a qualcuno l’ufficio di parroco, è opportuno che venga accertata con sicurezza la sua idoneità nel modo determinato dal Vescovo, anche mediante un esame.

can. 522 È opportuno che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato; il Vescovo diocesano può nominarlo a tempo determinato solamente se ciò fu ammesso per decreto dalla conferenza dei Vescovi.

can. 523 Fermo restando il disposto del can. 682, § 1, la provvisione dell’ufficio di parroco spetta al Vescovo diocesano; essa avviene mediante libero conferimento, a meno che qualcuno non abbia il diritto di presentazione o di elezione.

can. 524 Il Vescovo diocesano, dopo aver valutato tutte le circostanze, affidi la parrocchia vacante a chi ritiene idoneo ad esercitarvi la cura pastorale, esclusa ogni preferenza di persone; per giudicarne l’idoneità, senta il vicario foraneo ed esegua le indagini opportune, uditi, se del caso, determinati presbiteri come pure fedeli laici.

can. 525 Mentre la sede è vacante o impedita, all’Amministratore diocesano o a colui che regge interinalmente la diocesi spetta: 1) concedere l’istituzione o la conferma al sacerdote legittimamente presentato o eletto per una parrocchia; 2) nominare i parroci se la sede è vacante o impedita da un anno.

can. 526 § 1. Il parroco abbia la cura pastorale di una sola parrocchia; tuttavia, per la scarsità di sacerdoti o per altre circostanze, può essere affidata al medesimo parroco la cura di più parrocchie vicine. § 2. Nella medesima parrocchia vi sia soltanto un parroco o un moderatore a norma del can. 517, § 1, riprovata ogni consuetudine contraria e revocato ogni privilegio contrario.

can. 527 § 1. Colui che è stato promosso alla cura pastorale di una parrocchia, la ottiene ed è tenuto ad esercitarla dal momento della presa di possesso. § 2. L’immissione in possesso del parroco spetta all’Ordinario del luogo o ad un sacerdote da lui delegato e devono essere osservate le modalità determinate dalla legge particolare o dalla legittima consuetudine; tuttavia, per giusta causa, il medesimo Ordinario può dispensare da tali modalità; in tal caso la dispensa notificata alla parrocchia sostituisce la presa di possesso. § 3. L’Ordinario del luogo determini il tempo entro il quale deve avvenire la presa di possesso della parrocchia; trascorso inutilmente tale tempo, se non si sia opposto un giusto impedimento, può dichiarare la parrocchia vacante.

can. 528 § 1. Il parroco è tenuto a fare in modo che la parola di Dio sia integralmente annunciata a coloro che si trovano nella parrocchia; perciò curi che i fedeli laici siano istruiti nelle verità della fede, soprattutto con l’omelia delle domeniche e delle feste di precetto e con l’istruzione catechetica; favorisca inoltre le attività che promuovono lo spirito evangelico, anche in ordine alla giustizia sociale; abbia cura speciale della formazione cattolica dei fanciulli e dei giovani; si impegni in ogni modo, anche con la collaborazione dei fedeli, perché l’annuncio evangelico giunga anche a coloro che si sono allontanati dalla pratica religiosa o non professano la vera fede. § 2. Il parroco faccia in modo che la santissima Eucaristia sia il centro dell’assemblea parrocchiale dei fedeli; si adoperi perché i fedeli si nutrano mediante la celebrazione devota dei sacramenti e in special modo perché si accostino frequentemente al sacramento della santissima Eucaristia e della penitenza; si impegni inoltre a fare in modo che i fedeli siano formati alla preghiera, da praticare anche nella famiglia, e partecipino consapevolmente e attivamente alla sacra liturgia, di cui il parroco deve essere il moderatore nella sua parrocchia, sotto l’autorità del Vescovo diocesano e sulla quale è tenuto a vigilare perché non si insinuino abusi.

can. 529 § 1. Per poter adempiere diligentemente l’ufficio di pastore, il parroco cerchi di conoscere i fedeli affidati alle sue cure; perciò visiti le famiglie, partecipando alle sollecitudini dei fedeli, soprattutto alle loro angosce e ai loro lutti, confortandoli nel Signore e, se hanno mancato in qualche cosa, correggendoli con prudenza; assista con traboccante carità gli ammalati, soprattutto quelli vicini alla morte, nutrendoli con sollecitudine dei sacramenti e raccomandandone l’anima a Dio; con speciale diligenza sia vicino ai poveri e agli ammalati, agli afflitti, a coloro che sono soli, agli esuli e a tutti coloro che attraversano particolari difficoltà; si impegni anche perché gli sposi e i genitori siano sostenuti nell’adempimento dei loro doveri e favorisca l’incremento della vita cristiana nella famiglia. § 2. Il parroco riconosca e promuova il ruolo che hanno i fedeli laici nella missione della Chiesa, favorendo le loro associazioni che si propongono finalità religiose. Collabori col proprio Vescovo e col presbiterio della diocesi, impegnandosi anche perché i fedeli si prendano cura di favorire la comunione parrocchiale, perché si sentano membri e della diocesi e della Chiesa universale e perché partecipino e sostengano le opere finalizzate a promuovere la comunione.

can. 530 Le funzioni affidate al parroco in modo speciale sono le seguenti: 1) amministrare il battesimo; 2) amministrare il sacramento della confermazione a coloro che sono in pericolo di morte, a norma del can. 883, n. 3; 3) amministrare il Viatico e l’unzione degli infermi, fermo restando il disposto del can. 1003, § § 2 e 3, e impartire la benedizione apostolica; 4) assistere al matrimonio e benedire le nozze; 5) celebrare i funerali; 6) benedire il fonte battesimale nel tempo pasquale, guidare le processioni fuori della chiesa e impartire le benedizioni solenni fuori della chiesa; 7) celebrare l’Eucaristia più solenne nelle domeniche e nelle feste di precetto.

can. 531 Anche se è un altro a svolgere qualche incarico parrocchiale, le offerte ricevute dai fedeli in tale occasione siano versate nella cassa parrocchiale, a meno che, quando si tratta di offerte volontarie, non consti l’intenzione contraria dell’offerente; spetta al Vescovo diocesano, sentito il consiglio presbiterale, stabilire le norme con le quali si provvede alla destinazione di tali offerte e la rimunerazione dei sacerdoti che svolgono il medesimo incarico.

can. 532 Il parroco rappresenta la parrocchia, a norma del diritto, in tutti i negozi giuridici; curi che i beni della parrocchia siano amministrati a norma dei cann. 1281-1288.

can. 533 § 1. Il parroco è tenuto all’obbligo di risiedere nella casa parrocchiale in vicinanza della chiesa; tuttavia in casi particolari, per giusta causa, l’Ordinario del luogo può permettere che dimori altrove, soprattutto se si tratta di un’abitazione comune a più sacerdoti, purché si possa provvedere in modo opportuno e adeguato all’adempimento degli incarichi parrocchiali. § 2. A meno che non sussista un motivo grave, il parroco può assentarsi ogni anno dalla parrocchia per ferie al massimo per un mese, continuo o interrotto; in questo tempo delle ferie non vengono computati i giorni che il parroco dedica una volta all’anno al ritiro spirituale; tuttavia, per assentarsi dalla parrocchia per un tempo superiore ad una settimana, il parroco è tenuto ad avvertirne l’Ordinario del luogo. § 3. Spetta al Vescovo diocesano stabilire norme che assicurino, durante l’assenza del parroco, l’esercizio della cura pastorale della parrocchia tramite un sacerdote fornito delle debite facoltà.

can. 534 § 1. Dopo aver preso possesso della parrocchia, il parroco è tenuto all’obbligo di applicare la Messa per il popolo affidatogli ogni domenica e nelle feste che nella sua diocesi sono di precetto; chi ne è legittimamente impedito applichi negli stessi giorni mediante un altro oppure, in giorni diversi, applichi personalmente. § 2. Il parroco che ha la cura di più parrocchie, nei giorni di cui al § 1, è tenuto ad applicare una sola Messa per tutto il popolo affidatogli. § 3. Il parroco che non abbia soddisfatto all’obbligo di cui ai § § 1 e 2, applichi quanto prima tante Messe per il popolo quante ne ha tralasciate.

can. 535 § 1. In ogni parrocchia vi siano i libri parrocchiali, cioè il libro dei battezzati, dei matrimoni, dei defunti ed eventualmente altri libri secondo le disposizioni date dalla conferenza dei Vescovi o dal Vescovo diocesano; il parroco provveda che tali libri siano redatti accuratamente e diligentemente conservati. § 2. Nel libro dei battezzati si annoti anche la confermazione e tutto ciò che riguarda lo stato canonico dei fedeli, in rapporto al matrimonio, salvo il disposto del can. 1133, all’adozione, come pure in rapporto all’ordine sacro, alla professione perpetua emessa in un istituto religioso e al cambiamento del rito; tali annotazioni vengano sempre riportate nei certificati di battesimo. § 3. Ogni parrocchia abbia il proprio sigillo; gli attestati emessi sullo stato canonico dei fedeli, come pure tutti gli atti che possono avere rilevanza giuridica, siano sottoscritti dal parroco o da un suo delegato e muniti del sigillo parrocchiale. § 4. In ogni parrocchia vi sia il tabularium o archivio, in cui vengano custoditi i libri parrocchiali, insieme con le lettere dei Vescovi e gli altri documenti che si devono conservare per la loro necessità o utilità; tali libri e documenti devono essere controllati dal Vescovo diocesano o dal suo delegato durante la visita o in altro tempo opportuno e il parroco faccia attenzione che essi non vadano in mano ad estranei. § 5. Anche i libri parrocchiali più antichi vengano custoditi diligentemente, secondo le disposizioni del diritto particolare.

can. 536 § 1. Se risulta opportuno a giudizio del Vescovo diocesano, dopo aver sentito il consiglio presbiterale, in ogni parrocchia venga costituito il consiglio pastorale, che è presieduto dal parroco e nel quale i fedeli, insieme con coloro che partecipano alla cura pastorale della parrocchia in forza del proprio ufficio, prestano il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale. § 2. Il consiglio pastorale ha solamente voto consultivo ed è retto dalle norme stabilite dal Vescovo diocesano.

can. 537 In ogni parrocchia vi sia il consiglio per gli affari economici che è retto, oltre che dal diritto universale, dalle norme date dal Vescovo diocesano; in esso i fedeli, scelti secondo le medesime norme, aiutino il parroco nell’amministrazione dei beni della parrocchia, fermo restando il disposto del can. 532.

can. 538 § 1. Il parroco cessa dall’ufficio con la rimozione o il trasferimento deciso da parte del Vescovo diocesano a norma del diritto, con la rinuncia fatta dal parroco stesso per giusta causa, la quale, per essere valida, deve essere accettata dal Vescovo, e inoltre cessa allo scadere del tempo se fu costituito a tempo determinato, secondo le disposizioni del diritto particolare di cui al can. 522. § 2. Il parroco membro di un istituto religioso o incardinato in una società di vita apostolica, viene rimosso a norma del can. 682, § 2. § 3. Compiuti i settantacinque anni, il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo diocesano, il quale, considerata ogni circostanza di persona e di luogo, decida se accettarla o differirla; il Vescovo diocesano deve provvedere in modo adeguato al sostentamento e all’abitazione del rinunciante, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale.

can. 539 Quando la parrocchia è vacante, oppure quando il parroco è impedito nell’esercizio dell’ufficio pastorale nella parrocchia per prigionia, esilio o confino, per inabilità o malferma salute oppure per altre cause, il Vescovo diocesano designi quanto prima l’amministratore parrocchiale, il sacerdote cioè che supplisca il parroco a norma del can. 540.

can. 540 § 1. L’amministratore parrocchiale è tenuto agli stessi doveri e ha gli stessi diritti del parroco, a meno che il Vescovo diocesano non stabilisca diversamente. § 2. All’amministratore parrocchiale non è lecito compiere nulla che rechi pregiudizio ai diritti del parroco o che possa essere di danno ai beni parrocchiali. § 3. Al termine del suo incarico, l’amministratore parrocchiale presenti al parroco il rendiconto.

can. 541 § 1. Quando la parrocchia diviene vacante e quando il parroco è impedito nell’esercizio della funzione pastorale, prima della costituzione dell’amministratore parrocchiale, assuma interinalmente il governo della parrocchia il vicario parrocchiale; se essi sono più d’uno, il più anziano per nomina; se poi mancano i vicari, lo assuma il parroco che è indicato dal diritto particolare. § 2. Chi assume il governo della parrocchia a norma del § 1, avverta immediatamente l’Ordinario del luogo che la parrocchia è vacante.

can. 542 I sacerdoti ai quali, a norma del can. 517, § 1, viene affidata in solido la cura pastorale di una parrocchia o di più parrocchie contemporaneamente: 1) devono possedere le qualità di cui al can. 521; 2) siano nominati o istituiti a norma di quanto dispongono i cann. 522 e 524; 3) ottengono la cura pastorale solo dal momento della presa di possesso il loro moderatore viene immesso in possesso a norma di quanto prescrive il can. 527, § 2; per gli altri sacerdoti poi la professione di fede emessa legittimamente tiene il posto della presa di possesso.

can. 543 § 1. Se a determinati sacerdoti viene affidata in solido la cura pastorale di una parrocchia o di più parrocchie contemporaneamente essi sono tenuti singolarmente, secondo i criteri da loro stessi stabiliti, all’obbligo di adempiere i compiti e le funzioni proprie del parroco di cui ai cann. 528, 529 e 530; la facoltà di assistere ai matrimoni come pure le facoltà di dispensa concesse al parroco per il diritto stesso, spettano a tutti, ma devono essere esercitate sotto la direzione del moderatore. § 2. Tutti i sacerdoti del gruppo: 1) sono tenuti all’obbligo della residenza; 2) di comune accordo stabiliscano i criteri secondo cui uno di loro celebra la Messa per il popolo, a norma del can. 533; 3) solo il moderatore rappresenta nei negozi giuridici la parrocchia o le parrocchie affidate al gruppo.

can. 544 Quando cessa dall’ufficio un sacerdote della comunità di cui al can. 517, § 1, o il moderatore del gruppo, e parimenti quando uno di loro diviene inabile ad esercitare la funzione pastorale, non diviene vacante la parrocchia o le parrocchie la cui cura è affidata al gruppo; spetta al Vescovo diocesano nominare un altro moderatore; però prima che il Vescovo costituisca un altro moderatore, adempia tale ufficio il sacerdote del gruppo più anziano per nomina.

can. 545 § 1. Ogni volta che risulta necessario o opportuno ai fini dell’adeguata cura pastorale della parrocchia, al parroco possono essere affiancati uno o più vicari parrocchiali, i quali si dedicano al ministero pastorale come cooperatori del parroco e partecipi della sua sollecitudine, mediante attività e iniziative programmate con il parroco e sotto la sua autorità. § 2. Il vicario parrocchiale può essere costituito perché presti il suo aiuto nell’adempiere tutto il ministero pastorale e, in questo caso, o per tutta la parrocchia o per una parte determinata di essa o per un certo gruppo di fedeli; oppure può anche essere costituito per assolvere uno specifico ministero contemporaneamente in più parrocchie determinate.

can. 546 Perché uno sia validamente nominato vicario parrocchiale, è necessario che sia costituito nel sacro ordine del presbiterato.

can. 547 Il vicario parrocchiale è nominato liberamente dal Vescovo diocesano, dopo aver sentito, se lo ritiene opportuno, il parroco o i parroci delle parrocchie per le quali è costituito, e inoltre il vicario foraneo, fermo restando il disposto del can. 682, § 1.

can. 548 § 1. Gli obblighi e i diritti del vicario parrocchiale sono definiti, oltre che dai canoni del presente capitolo, anche dagli statuti diocesani come pure dalla lettera del Vescovo diocesano, ma sono determinati in modo più specifico dalle disposizioni del parroco. § 2. A meno che nella lettera del Vescovo diocesano si disponga espressamente altro, il vicario parrocchiale è tenuto all’obbligo, per l’ufficio che esercita, di aiutare il parroco in tutto il ministero parrocchiale, fatta eccezione per quanto riguarda l’applicazione della Messa per il popolo; è anche tenuto all’obbligo di supplirlo, quando è il caso, a norma del diritto. § 3. Il vicario parrocchiale riferisca regolarmente al parroco le iniziative pastorali programmate e in atto, in modo che il parroco e il vicario o i vicari siano in grado di provvedere, con impegno comune, alla cura pastorale della parrocchia, di cui insieme sono garanti.

can. 549 Se il parroco è assente, a meno che il Vescovo diocesano non abbia provveduto in modo diverso a norma del can. 533, § 3 e a meno che non sia stato costituito l’amministratore parrocchiale, si osservino le disposizioni del can. 541, § 1; in tal caso il vicario è tenuto anche a tutti gli obblighi del parroco, fatta eccezione per l’obbligo di applicare la Messa per il popolo.

can. 550 § 1. Il vicario parrocchiale è tenuto all’obbligo di risiedere nella parrocchia oppure, se è stato costituito per più parrocchie contemporaneamente, di risiedere in una di esse; tuttavia, per una giusta causa, l’Ordinario del luogo può permettere che risieda altrove, soprattutto se si tratta di una casa comune per più sacerdoti, purché ciò non rechi pregiudizio all’adempimento delle funzioni pastorali. § 2. L’Ordinario del luogo curi che si promuova, fra parroco e vicari, dove è possibile, una certa pratica di vita comune nella casa parrocchiale. § 3. Per quanto riguarda il periodo delle vacanze, il vicario parrocchiale ha gli stessi diritti del parroco.

can. 551 Per quanto riguarda le offerte che i fedeli fanno al vicario in occasione di un ministero pastorale, si osservino le disposizioni del can. 531.

can. 552 Il vicario parrocchiale può essere rimosso, per giusta causa, dal Vescovo diocesano o dall’Amministratore diocesano, fermo restando il disposto del can. 682, § 2.

Capitolo VII. I vicari foranei (cann. 553-555)

can. 553 § 1. Il vicario foraneo, chiamato anche decano o arciprete o con altro nome, è il sacerdote che è preposto al vicariato foraneo. § 2. A meno che il diritto particolare non stabilisca altro, il vicario foraneo è nominato dal Vescovo diocesano, dopo aver sentito, a suo prudente giudizio, i sacerdoti che svolgono il ministero nel vicariato in questione.

can. 554 § 1. Per l’ufficio di vicario foraneo, che non è legato all’ufficio di parroco di una parrocchia determinata, il Vescovo scelga il sacerdote che avrà giudicato idoneo, valutate le circostanze di luogo e di tempo. § 2. Il vicario foraneo venga nominato a tempo determinato, definito dal diritto particolare. § 3. Il Vescovo diocesano può rimuovere liberamente, per giusta causa, secondo la sua prudente decisione, il vicario foraneo.

can. 555 § 1. Il vicario foraneo, oltre alle facoltà che gli attribuisce legittimamente il diritto particolare, ha il dovere e il diritto: 1 di promuovere e coordinare l’attività pastorale comune nell’ambito del vicariato; 2 di aver cura che i chierici del proprio distretto conducano una vita consona al loro stato e adempiano diligentemente i loro doveri; 3 di provvedere che le funzioni sacre siano celebrate secondo le disposizioni della sacra liturgia, che si curi il decoro e la pulizia delle chiese e della suppellettile sacra, soprattutto nella celebrazione eucaristica e nella custodia del santissimo Sacramento, che i libri parrocchiali vengano redatti accuratamente e custoditi nel debito modo, che i beni ecclesiastici siano amministrati diligentemente; infine che la casa parrocchiale sia conservata con la debita cura. § 2. Il vicario foraneo nell’àmbito del vicariato affidatogli: 1) si adoperi perché i chierici, secondo le disposizioni del diritto particolare, partecipino nei tempi stabiliti alle lezioni, ai convegni teologici o alle conferenze a norma del can. 279, p 2; 2) abbia cura che siano disponibili sussidi spirituali per i presbiteri del suo distretto ed abbia parimenti la massima per i sacerdoti che si trovano in situazioni difficili o sono angustiati da problemi. § 3. Il vicario foraneo abbia cura che i parroci del suo distretto, che egli sappia gravemente ammalati, non manchino di aiuti spirituali e materiali e che vengano celebrate degne esequie per coloro che muoiono; faccia anche in modo che durante la loro malattia o dopo la loro morte, non vadano perduti o asportati i libri, i documenti, la suppellettile sacra e ogni altra cosa che appartiene alla chiesa. § 4. Il vicario foraneo è tenuto all’obbligo di visitare le parrocchie del suo distretto secondo quanto avrà determinato il Vescovo diocesano.

Capitolo VIII. I rettori delle chiese e i capellani (cann. 556-572)

Articolo 1. I rettori delle chiese (cann. 556-563)

can. 556 In questo contesto col nome di rettore di una chiesa si intende il sacerdote al quale è demandata la cura di una chiesa che non è né parrocchiale, né capitolare, né annessa alla casa di una comunità religiosa o di una società di vita apostolica che vi celebrino le proprie funzioni.

can. 557 § 1. Il rettore di una chiesa viene nominato liberamente dal Vescovo diocesano, a meno che a qualcuno non competa legittimamente il diritto di elezione o di presentazione; in tal caso spetta al Vescovo diocesano confermare o istituire il rettore. § 2. Anche se la chiesa appartiene ad un istituto clericale religioso di diritto pontificio, spetta al Vescovo diocesano istituire il rettore presentato dal Superiore. § 3. Il rettore di una chiesa che sia unita al seminario o ad un collegio retto da chierici, è il rettore del seminario o del collegio, a meno che il Vescovo diocesano non abbia stabilito altrimenti.

can. 558 Salvo il disposto del can. 262, non è lecito al rettore compiere nella chiesa affidatagli le funzioni parrocchiali di cui al can. 530, nn. 1-6, a meno che non ci sia il consenso del parroco oppure, se è il caso, la sua delega.

can. 559 Nella chiesa affidatagli il rettore può compiere celebrazioni liturgiche anche solenni, salve le legittime leggi di fondazione e purché, a giudizio dell’Ordinario del luogo, non rechino danno in alcun modo al ministero parrocchiale.

can. 560 Quando lo ritenga opportuno, l’Ordinario del luogo può ingiungere al rettore di celebrare nella sua chiesa determinate funzioni anche parrocchiali per il popolo e inoltre di aprire la chiesa a determinati gruppi di fedeli perché vi celebrino funzioni liturgiche.

can. 561 Senza licenza del rettore o di un altro superiore legittimo, a nessuno è lecito celebrare nella chiesa l’Eucaristia, amministrare i sacramenti o compiere altre funzioni sacre: licenza che deve essere data o negata a norma del diritto.

can. 562 Il rettore di una chiesa, sotto l’autorità dell’Ordinario del luogo e osservando i legittimi statuti e i diritti acquisiti, è tenuto all’obbligo di vigilare che le funzioni sacre vengano celebrate nella chiesa con decoro, secondo le norme liturgiche e le disposizioni dei canoni, che gli oneri siano fedelmente adempiuti, che i beni siano amministrati diligentemente, che si provveda alla conservazione e al decoro della suppellettile sacra e degli edifici sacri, e che non vi avvenga nulla che sia in qualunque modo sconveniente alla santità del luogo e al rispetto dovuto alla casa di Dio.

can. 563 L’Ordinario del luogo, per giusta causa, può rimuovere dall’ufficio, secondo la sua prudente decisione, il rettore di una chiesa, anche se è stato eletto o presentato da altri, fermo restando il disposto del can. 682, § 2.

Articolo 2. I cappellani (cann. 564-572)

can. 564 Il cappellano è il sacerdote cui viene affidata in modo stabile la cura pastorale, almeno in parte, di una comunità o di un gruppo particolare di fedeli, e che deve essere esercitata a norma del diritto universale e particolare.

can. 565 A meno che il diritto non preveda altro o a meno che a qualcuno non spettino legittimamente diritti speciali, il cappellano viene nominato dall’Ordinario del luogo, al quale pure compete istituire chi è stato presentato o confermare chi è stato eletto.

can. 566 § 1. È necessario che il cappellano sia fornito di tutte le facoltà che richiede una ordinata cura pastorale. Oltre a quelle che vengono concesse dal diritto particolare o da una delega speciale, il cappellano, in forza dell’ufficio, ha la facoltà di udire le confessioni dei fedeli affidati alle sue cure, di predicare loro la parola di Dio, di amministrare loro il Viatico e l’unzione degli infermi, nonché di conferire il sacramento della confermazione a chi tra loro versa in pericolo di morte. § 2. Negli ospedali, nelle carceri e nei viaggi in mare il cappellano ha inoltre la facoltà, esercitabile solo in tali luoghi, di assolvere dalle censure latae sententiae non riservate né dichiarate, fermo restando tuttavia il disposto del can. 976.

can. 567 § 1. L’Ordinario del luogo non proceda alla nomina del cappellano di una casa di un istituto religioso laicale senza aver consultato il Superiore, il quale ha il diritto, sentita la comunità, di proporre qualche sacerdote. § 2. Spetta al cappellano celebrare o dirigere le funzioni liturgiche; non gli è lecito però ingerirsi nel governo interno dell’istituto.

can. 568 Per quanto è possibile, siano costituiti dei cappellani per coloro che non possono usufruire, per la loro situazione di vita, della cura ordinaria dei parroci, come gli emigranti, gli esuli, i profughi, i nomadi, i naviganti.

can. 569 I cappellani militari sono retti da leggi speciali.

can. 570 Se alla sede di una comunità o di un gruppo è annessa una chiesa non parrocchiale, il cappellano sia rettore della chiesa stessa, a meno che la cura della comunità o della chiesa non esiga altro.

can. 571 Nell’esercizio del suo incarico pastorale, il cappellano mantenga il debito rapporto con il parroco.

can. 572 Per quanto riguarda la rimozione del cappellano, si osservi il disposto del can. 563.

Parte terza. Gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (cann. 573-746)

Sezione I. Gli istituti di vita consacrata (cann. 573-730)

Titolo I. Norme comuni a tutti gli istituti di vita consacrata (cann. 573-606)

can. 573 § 1. La vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici è una forma stabile di vita con la quale i fedeli, seguendo Cristo più da vicino per l’azione dello Spirito Santo, si danno totalmente a Dio amato sopra ogni cosa. In tal modo, dedicandosi con nuovo e speciale titolo al suo onore, alla edificazione della Chiesa e alla salvezza del mondo, sono in grado di tendere alla perfezione della carità nel servizio del Regno di Dio e, divenuti nella Chiesa segno luminoso, preannunciano la gloria celeste. § 2. Negli istituti di vita consacrata, eretti canonicamente dalla competente autorità della Chiesa, una tale forma di vita viene liberamente assunta dai fedeli che mediante i voti, o altri vincoli sacri a seconda delle leggi proprie degli istituti, professano di volere osservare i consigli evangelici di castità, di povertà e di obbedienza e per mezzo della carità, alla quale i consigli stessi conducono, si congiungono in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero.

can. 574 § 1. Lo stato di coloro che professano i consigli evangelici in tali istituti appartiene alla vita e alla santità della Chiesa e deve perciò nella Chiesa essere sostenuto e promosso da tutti. § 2. A questo stato alcuni fedeli sono da Dio chiamati con speciale vocazione, per usufruire di un dono peculiare nella vita della Chiesa e, secondo il fine e lo spirito del proprio istituto, giovare alla sua missione di salvezza.

can. 575 I consigli evangelici, fondati sull’insegnamento e sugli esempi di Cristo Maestro, sono un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal Signore e con la sua grazia sempre conserva.

can. 576 Spetta alla competente autorità della Chiesa interpretare i consigli evangelici, regolarne la prassi con leggi, costituirne forme stabili di vita mediante l’approvazione canonica e parimenti, per quanto le compete, curare che gli istituti crescano e si sviluppino secondo lo spirito dei fondatori e le sane tradizioni.

can. 577 Nella Chiesa sono moltissimi gli istituti di vita consacrata, che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro concessa: essi infatti seguono più da vicino Cristo che prega, che annuncia il Regno di Dio, che fa del bene agli uomini o ne condivide la vita nel mondo, ma sempre compie la volontà del Padre.

can. 578 L’intendimento e i progetti dei fondatori, sanciti dalla competente autorità della Chiesa, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all’indole dell’istituto, così come le sane tradizioni, cose che costituiscono il patrimonio dell’istituto, devono essere da tutti fedelmente custoditi.

can. 579 I Vescovi diocesani possono, ciascuno nel proprio territorio, erigere con formale decreto istituti di vita consacrata, purché sia stata consultata la Sede Apostolica.

can. 580 L’aggregazione di un istituto di vita consacrata ad un altro è riservata all’autorità competente dell’istituto aggregante, salva sempre l’autonomia canonica dell’istituto aggregato.

can. 581 Spetta all’autorità competente dell’istituto a norma delle costituzioni dividere l’istituto stesso in parti, con qualunque nome designate, erigerne di nuove, fondere quelle già costituite o circoscriverle in modo diverso.

can. 582 Sono riservate unicamente alla Sede Apostolica le fusioni e le unioni di istituti di vita consacrata, come anche le confederazioni e federazioni.

can. 583 Le modifiche negli istituti di vita consacrata, che riguardino elementi già approvati dalla Sede Apostolica, non si possono effettuare senza il suo benestare.

can. 584 Sopprimere un istituto spetta unicamente alla Sede Apostolica, alla quale compete pure disporre dei beni temporali relativi.

can. 585 Spetta invece all’autorità competente dell’istituto la soppressione di parti dell’istituto stesso.

can. 586 § 1. È riconosciuta ai singoli istituti una giusta autonomia di vita, specialmente di governo, mediante la quale abbiano nella Chiesa una propria disciplina e possano conservare integro il proprio patrimonio, di cui al can. 578. § 2. È compito degli Ordinari dei luoghi conservare e tutelare tale autonomia.

can. 587 § 1. Per custodire più fedelmente la vocazione e l’identità dei singoli istituti il codice fondamentale, o costituzioni, di ciascuno deve contenere, oltre a ciò che è stabilito da osservarsi nel can. 578, le norme fondamentali relative al governo dell’istituto e alla disciplina dei membri, alla loro incorporazione e formazione, e anche l’oggetto proprio dei sacri vincoli. § 2. Tale codice è approvato dalla competente autorità della Chiesa e soltanto con il suo consenso può essere modificato. § 3. In tale codice siano adeguatamente armonizzati gli elementi spirituali e quelli giuridici; tuttavia non si moltiplichino le norme senza necessità. § 4. Tutte le altre norme, stabilite dall’autorità competente dell’istituto, siano opportunamente raccolte in altri codici e potranno essere rivedute e adattate convenientemente secondo le esigenze dei luoghi e dei tempi.

can. 588 § 1. Lo stato di vita consacrata, per natura sua, non è né clericale né laicale. § 2. Si dice istituto clericale quello che, secondo il fine o il progetto inteso dal fondatore, oppure in forza di una legittima tradizione, è governato da chierici, assume l’esercizio dell’ordine sacro e come tale viene riconosciuto dall’autorità della Chiesa. § 3. Si chiama istituto laicale quello che, riconosciuto come tale dalla Chiesa stessa, in forza della sua natura, dell’indole e del fine, ha un compito specifico, determinato dal fondatore o in base ad una legittima tradizione, che non comporta l’esercizio dell’ordine sacro.

can. 589 Un istituto di vita consacrata si dice di diritto pontificio se è stato eretto oppure approvato con decreto formale dalla Sede Apostolica; di diritto diocesano invece se, eretto dal Vescovo diocesano, non ha ottenuto dalla Sede Apostolica il decreto di approvazione.

can. 590 § 1. Gli istituti di vita consacrata, in quanto dediti in modo speciale al servizio di Dio e di tutta la Chiesa, sono per un titolo peculiare soggetti alla suprema autorità della Chiesa stessa. § 2. I singoli membri sono tenuti ad obbedire al Sommo Pontefice, come loro supremo Superiore, anche a motivo del vincolo sacro di obbedienza.

can. 591 Per meglio provvedere al bene degli istituti e alle necessità dell’apostolato il Sommo Pontefice, in ragione del suo primato sulla Chiesa universale, può esimere gli istituti di vita consacrata dal governo degli Ordinari del luogo e sottoporli soltanto alla propria autorità, o ad altra autorità ecclesiastica, in vista di un vantaggio comune.

can. 592 § 1. Perché sia più efficacemente favorita la comunione degli istituti con la Sede Apostolica, ogni Moderatore supremo trasmetta alla medesima, nel modo e nel tempo da questa fissati, una breve relazione sullo stato e sulla vita del proprio istituto. § 2. I Moderatori di ogni istituto provvedano a far conoscere i documenti della Santa Sede riguardanti i membri loro affidati, e ne curino l’osservanza.

can. 593 Fermo restando il disposto del can. 586, gli istituti di diritto pontificio sono soggetti in modo immediato ed esclusivo alla potestà della Sede Apostolica in quanto al regime interno e alla disciplina.

can. 594 L’istituto di diritto diocesano, fermo restando il can. 586, rimane sotto la speciale cura del Vescovo diocesano.

can. 595 § 1. Spetta al Vescovo della sede principale approvare le costituzioni e confermare le modifiche in esse legittimamente apportate, salvo ciò su cui fosse intervenuta la Sede Apostolica, e inoltre trattare gli affari di maggiore rilievo riguardanti l’intero istituto, quando superano l’ambito di potestà dell’autorità interna, non senza però avere consultato gli altri Vescovi diocesani, qualora l’istituto fosse esteso in più diocesi. § 2. Il Vescovo diocesano può concedere dispense dalle costituzioni in casi particolari.

can. 596 § 1. I Superiori e i capitoli degli istituti hanno sui membri quella potestà che è definita dal diritto universale e dalle costituzioni. § 2. Invece negli istituti religiosi clericali di diritto pontificio essi godono inoltre della potestà ecclesiastica di governo, tanto per il foro esterno quanto per quello interno. § 3. Alla potestà di cui al § 1 si applicano le disposizioni dei cann. 131, 133 e 137-144.

can. 597 § 1. In un istituto di vita consacrata può essere ammesso ogni cattolico che abbia retta intenzione, che possegga le qualità richieste dal diritto universale e da quello proprio, e non sia vincolato da impedimento alcuno. § 2. Nessuno può essere ammesso senza adeguata preparazione.

can. 598 § 1. Ogni istituto, attese l’indole e le finalità proprie, deve stabilire nelle costituzioni il modo in cui, secondo il suo programma di vita, sono da osservarsi i consigli evangelici di castità, di povertà e di obbedienza. § 2. Tutti i membri devono non solo osservare integralmente e con fedeltà i consigli evangelici, ma anche vivere secondo il diritto proprio dell’istituto, e in tal modo tendere alla perfezione del proprio stato.

can. 599 Il consiglio evangelico di castità assunto per il Regno dei cieli, che è segno della vita futura e fonte di una più ricca fecondità nel cuore indiviso, comporta l’obbligo della perfetta continenza nel celibato.

can. 600 Il consiglio evangelico della povertà, ad imitazione di Cristo che essendo ricco si è fatto povero per noi, oltre ad una vita povera di fatto e di spirito da condursi in operosa sobrietà che non indulga alle ricchezze terrene, comporta la limitazione e la dipendenza nell’usare e nel disporre dei beni, secondo il diritto proprio dei singoli istituti.

can. 601 Il consiglio evangelico dell’obbedienza, accolto con spirito di fede e di amore per seguire Cristo obbediente fino alla morte, obbliga a sottomettere la volontà ai Superiori legittimi, quali rappresentanti di Dio, quando comandano secondo le proprie costituzioni.

can. 602 La vita fraterna propria di ogni istituto, per la quale tutti i membri sono radunati in Cristo come una sola peculiare famiglia, sia definita in modo da riuscire per tutti un aiuto reciproco nel realizzare la vocazione propria di ciascuno. I membri poi, con la comunione fraterna radicata e fondata nella carità, siano esempio di riconciliazione universale in Cristo.

can. 603 § 1. Oltre agli istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella continua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo. § 2. L’eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata se con voto, o con altro vincolo sacro, professa pubblicamente i tre consigli evangelici nelle mani del Vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva il programma di vita che gli è propria.

can. 604 § 1. A queste forme di vita consacrata è assimilato l’ordine delle vergini le quali, emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa. § 2. Le vergini possono riunirsi in associazioni per osservare più fedelmente il loro proposito e aiutarsi reciprocamente nello svolgere quel servizio alla Chiesa che è confacente al loro stato.

can. 605 L’approvazione di nuove forme di vita consacrata è riservata unicamente alla Sede Apostolica. I Vescovi diocesani però si adoperino per discernere i nuovi doni di vita consacrata che lo Spirito Santo affida alla Chiesa e aiutino coloro che li promuovono, perché ne esprimano le finalità nel modo migliore e le tutelino con statuti adatti, utilizzando soprattutto le norme generali contenute in questa parte.

can. 606 Quanto si stabilisce per gli istituti di vita consacrata e per i loro membri vale a pari diritto per l’uno e per l’altro sesso, a meno che non risulti altrimenti dal contesto o dalla natura delle cose.

Titolo II. Gli istituti religiosi (cann. 607-709)

can. 607 § 1. La vita religiosa, in quanto consacrazione di tutta la persona, manifesta nella Chiesa il mirabile connubio istituito da Dio, segno della vita futura. In tal modo il religioso porta a compimento la sua totale donazione come sacrificio offerto a Dio, e con questo l’intera sua esistenza diviene un ininterrotto culto a Dio nella carità. § 2. L’istituto religioso è una società i cui membri, secondo il diritto proprio, emettono i voti pubblici, perpetui oppure temporanei da rinnovarsi alla scadenza, e conducono vita fraterna in comunità. § 3. La testimonianza pubblica che i religiosi sono tenuti a rendere a Cristo e alla Chiesa comporta quella separazione dal mondo che è propria dell’indole e delle finalità di ciascun istituto.

Capitolo I. Case religiose: erezione e soppressione (cann. 608-616)

can. 608 La comunità religiosa deve abitare in una casa legittimamente costituita, sotto l’autorità di un Superiore designato a norma del diritto. Le singole case devono avere almeno un oratorio, in cui si celebri e si conservi l’Eucaristia, in modo che sia veramente il centro della comunità.

can. 609 § 1. Le case di un istituto religioso vengono erette dall’autorità competente secondo le costituzioni, previo consenso scritto del Vescovo diocesano. § 2. Per l’erezione di un monastero di monache si richiede inoltre il benestare della Sede Apostolica.

can. 610 § 1. L’erezione di case si compie tenuta presente l’utilità della Chiesa e dell’istituto e assicurate le condizioni necessarie per garantire ai membri la possibilità di condurre regolarmente la vita religiosa secondo le finalità e lo spirito propri dell’istituto. § 2. Non si proceda all’erezione di una casa se prudentemente non si ritiene possibile provvedere in modo adeguato alle necessità dei membri.

can. 611 Il consenso del Vescovo diocesano per l’erezione di una casa religiosa implica il diritto: 1) di condurre una vita conforme all’indole propria dell’istituto e alle sue specifiche finalità; 2) di esercitare le opere proprie dell’istituto, a norma del diritto, salve restando le condizioni apposte nell’atto del consenso; 3) per gli istituti clericali, di avere una chiesa, salvo il disposto del can. 1215, § 3, e di esercitarvi il ministero sacro, osservate le disposizioni del diritto.

can. 612 Per destinare una casa religiosa ad opere apostoliche differenti da quelle per cui fu costituita si richiede il consenso del Vescovo diocesano; questo non è necessario se si tratta di un cambiamento che, salve sempre le leggi di fondazione, si riferisce solamente al regime interno e alla disciplina.

can. 613 § 1. Una casa religiosa di canonici regolari o di monaci, sotto il governo e la cura del proprio Moderatore, è di per sé una casa sui iuris, a meno che le costituzioni non dicano altrimenti. § 2. Il Moderatore di una casa sui iuris è, per diritto, Superiore maggiore.

can. 614 I monasteri di monache associati a un istituto maschile mantengono il proprio ordinamento e il proprio governo, secondo le costituzioni. I reciproci diritti ed obblighi siano determinati in modo che l’associazione possa giovare al bene spirituale.

can. 615 Quando un monastero sui iuris non ha, oltre al proprio Moderatore, un altro Superiore maggiore e non è associato a un istituto di religiosi in modo che il Superiore di questo abbia su quel monastero una vera potestà definita dalle costituzioni, tale monastero è affidato alla peculiare vigilanza del Vescovo diocesano a norma del diritto.

can. 616 § 1. Una casa religiosa eretta legittimamente può essere soppressa dal Moderatore supremo a norma delle costituzioni, dopo avere consultato il Vescovo diocesano. Per i beni della casa soppressa deve provvedere il diritto proprio dell’istituto, nel rispetto della volontà dei fondatori o donatori e dei diritti legittimamente acquisiti. § 2. La soppressione dell’unica casa di un istituto è di competenza della Santa Sede, alla quale è pure riservato di disporre dei beni relativi. § 3. La soppressione di una casa sui iuris, di cui al can. 613, spetta al capitolo generale, a meno che le costituzioni non stabiliscano altrimenti. § 4. La soppressione di un monastero sui iuris di monache spetta alla Sede Apostolica, osservato, per quanto riguarda i beni materiali, il disposto delle costituzioni.

Capitolo II. Il governo degli istituti (cann. 617-640)

Articolo 1. Superiori e consigli (cann. 617-630)

can. 617 I Superiori adempiano il proprio incarico ed esercitino la propria potestà a norma del diritto universale e di quello proprio.

can. 618 I Superiori esercitino in spirito di servizio quella potestà che hanno ricevuto da Dio mediante il ministero della Chiesa. Docili perciò alla volontà di Dio nell’adempimento del proprio incarico, reggano i sudditi quali figli di Dio, e suscitando la loro volontaria obbedienza nel rispetto della persona umana, li ascoltino volentieri e promuovano altresì la loro concorde collaborazione per il bene dell’istituto e della Chiesa, ferma restando l’autorità loro propria di decidere e di comandare ciò che va fatto.

can. 619 I Superiori attendano sollecitamente al proprio ufficio e insieme con i religiosi loro affidati si adoperino per costruire in Cristo una comunità fraterna nella quale si ricerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa. Diano perciò essi stessi con frequenza ai religiosi il nutrimento della parola di Dio e li indirizzino alla celebrazione della sacra liturgia. Siano loro di esempio nel coltivare le virtù e nell’osservare le leggi e le tradizioni del proprio istituto; provvedano in modo conveniente a quanto loro personalmente occorre; visitino gli ammalati procurando loro con sollecitudine le cure necessarie, riprendano gli irrequieti, confortino i timidi, con tutti siano pazienti.

can. 620 Sono Superiori maggiori quelli che governano l’intero istituto, o una sua provincia, o una parte dell’istituto ad essa equiparata, o una casa sui iuris, e parimenti i loro rispettivi vicari. A questi si aggiungano l’Abate Primate e il Superiore di una congregazione monastica, i quali tuttavia non hanno tutta la potestà che il diritto universale attribuisce ai Superiori maggiori.

can. 621 Col nome di provincia si designa l’unione di più case che costituisce una parte immediata dell’istituto sotto il medesimo Superiore, ed è canonicamente eretta dalla legittima autorità.

can. 622 Il Moderatore supremo ha potestà, da esercitare secondo il diritto proprio, su tutte le province dell’istituto, su tutte le case e su tutti i membri; gli altri Superiori godono di quella potestà nell’ambito del proprio incarico.

can. 623 Per essere validamente nominati o eletti all’ufficio di Superiore si richiede un periodo adeguato di tempo dopo la professione perpetua o definitiva, da determinarsi dal diritto proprio o, trattandosi di Superiori maggiori, dalle costituzioni.

can. 624 § 1. I Superiori devono essere costituiti per un periodo di tempo determinato e conveniente secondo la natura e le esigenze dell’istituto, a meno che le costituzioni non dispongano diversamente per il Moderatore supremo e per i Superiori delle case sui iuris. § 2. Il diritto proprio provveda con norme opportune che i Superiori costituiti a tempo determinato non rimangano troppo a lungo in uffici di governo senza interruzione. § 3. Tuttavia durante il loro incarico possono essere rimossi dal loro ufficio o trasferiti ad un altro, per ragioni stabilite dal diritto proprio.

can. 625 § 1. Il Moderatore supremo dell’istituto sia designato mediante elezione canonica a norma delle costituzioni. § 2. Alle elezioni del Superiore di un monastero sui iuris, di cui al can. 615, e del Moderatore supremo di un istituto di diritto diocesano presiede il Vescovo della sede principale. § 3. Gli altri Superiori siano costituiti a norma delle costituzioni, in modo però che se vengono eletti necessitino della conferma del Superiore maggiore competente; se poi vengono nominati dal Superiore, si premetta una opportuna consultazione.

can. 626 I Superiori nel conferire uffici e i membri nelle elezioni osservino le norme del diritto universale e del diritto proprio, si astengano da qualunque abuso o preferenza di persone e, null’altro avendo di mira che Dio e il bene dell’istituto, nominino o eleggano le persone che nel Signore riconoscono veramente degne e adatte. Inoltre nelle elezioni rifuggano dal procurare in qualunque modo voti per sé o per altri, direttamente o indirettamente.

can. 627 § 1. I Superiori abbiano il proprio consiglio a norma delle costituzioni e nell’esercizio del proprio ufficio siano tenuti a valersi della sua opera. § 2. Oltre ai casi stabiliti dal diritto universale, il diritto proprio determini i casi in cui per procedere validamente è richiesto il consenso oppure il consiglio, a norma del can. 127.

can. 628 § 1. I Superiori designati a tale incarico dal diritto proprio dell’istituto visitino con la frequenza stabilita le case e i religiosi loro affidati, attenendosi alle norme dello stesso diritto proprio. § 2. È diritto e dovere del Vescovo diocesano visitare, anche per quanto riguarda la disciplina religiosa: 1) i monasteri sui iuris, di cui al can. 615; 2) le singole case di un istituto di diritto diocesano che sono nel suo territorio. § 3. I religiosi si comportino con fiducia nei confronti del visitatore e rispondano secondo verità nella carità alle domande da lui legittimamente poste; a nessuno poi è lecito distogliere in alcun modo i religiosi da un tale obbligo, né impedire altrimenti lo scopo della visita.

can. 629 I Superiori risiedano ciascuno nella propria casa, e non se ne allontanino se non a norma del diritto proprio.

can. 630 § 1. I Superiori riconoscano ai religiosi la dovuta libertà per quanto riguarda il sacramento della penitenza e la direzione della coscienza, salva naturalmente la disciplina dell’istituto. § 2. I Superiori provvedano con premura, a norma del diritto proprio, che i religiosi abbiano disponibilità di confessori idonei, ai quali possano confessarsi con frequenza. § 3. Nei monasteri di monache, nelle case di formazione e nelle comunità più numerose degli istituti laicali vi siano, d’intesa con la comunità interessata, confessori ordinari approvati dall’Ordinario del luogo, senza tuttavia alcun obbligo di presentarsi a loro. § 4. I Superiori non ascoltino le confessioni dei propri sudditi, a meno che questi non lo richiedano spontaneamente. § 5. I religiosi si rivolgano con fiducia ai Superiori, ai quali possono palesare l’animo proprio con spontanea libertà. È però vietato ai Superiori indurli in qualunque modo a manifestare loro la propria coscienza.

Articolo 2. I capitoli (cann. 631-633)

can. 631 § 1. Il capitolo generale, che ha nell’istituto la suprema autorità a norma delle costituzioni, deve essere composto in modo da rappresentare l’intero istituto, per risultare vero segno della sua unità nella carità. Al capitolo compete soprattutto: tutelare il patrimonio dell’istituto di cui al can. 578 e promuovere un adeguato rinnovamento che ad esso si armonizzi; eleggere il Moderatore supremo, trattare gli affari di maggiore importanza e inoltre emanare norme, che tutti sono tenuti ad osservare. § 2. La composizione e l’ambito di potestà del capitolo siano definiti dalle costituzioni; il diritto proprio deve inoltre determinare il regolamento da osservarsi nella celebrazione del capitolo, specialmente per quanto riguarda le elezioni e la procedura dei lavori. § 3. Secondo le norme stabilite dal diritto proprio, non solo le province e le comunità locali, ma anche qualunque religioso può liberamente far pervenire al capitolo generale i propri desideri e proposte.

can. 632 Il diritto proprio determini con esattezza quanto riguarda gli altri capitoli dell’istituto e altre assemblee simili, cioè la loro natura e autorità, la composizione, il modo di procedere e il tempo della celebrazione.

can. 633 § 1. Gli organismi di partecipazione o di consultazione adempiano fedelmente la funzione loro affidata a norma del diritto universale e proprio, ed esprimano nel modo loro proprio la sollecitudine e la partecipazione di tutti i membri in vista del bene dell’intero istituto o della comunità. § 2. Nell’istituire e nel servirsi di questi mezzi di partecipazione e di consultazione si proceda con saggia discrezione e il loro modo di agire sia conforme all’indole e alle finalità dell’istituto.

Articolo 3. I beni temporali e la loro amministrazione (cann. 634-640)

can. 634 § 1. Gli istituti, le province e le case, in quanto persone giuridiche per il diritto stesso, hanno la capacità di acquistare, di possedere, di amministrare e alienare beni temporali, a meno che tale capacità non venga esclusa o ridotta dalle costituzioni. § 2. Evitino tuttavia ogni forma di lusso, di eccessivo guadagno e di accumulazione di beni.

can. 635 § 1. I beni temporali degli istituti religiosi, in quanto beni ecclesiastici, sono retti dalle disposizioni del Libro V, I beni temporali della Chiesa, a meno che non sia espressamente disposto altro. § 2. Tuttavia ogni istituto stabilisca opportune norme circa l’uso e l’amministrazione dei beni, perché sia in tal modo favorita, tutelata e manifestata la povertà che gli è propria.

can. 636 § 1. In ogni istituto, e parimenti in ogni provincia retta da un Superiore maggiore, ci sia l’economo, costituito a norma del diritto proprio e distinto dal Superiore maggiore, per amministrare i beni sotto la direzione del rispettivo Superiore. Anche nelle comunità locali si istituisca, per quanto è possibile, un economo distinto dal Superiore locale. § 2. Nel tempo e nel modo stabiliti dal diritto proprio gli economi e gli altri amministratori presentino all’autorità competente il rendiconto dell’amministrazione da loro condotta.

can. 637 I monasteri sui iuris, di cui al can. 615, devono presentare una volta all’anno il rendiconto della loro amministrazione all’Ordinario del luogo; questi ha inoltre il diritto di prendere visione della conduzione degli affari economici della casa religiosa di diritto diocesano.

can. 638 § 1. Spetta al diritto proprio determinare, entro l’ambito del diritto universale, quali sono gli atti che eccedono il limite e le modalità dell’amministrazione ordinaria, e stabilire ciò che è necessario per porre validamente gli atti di amministrazione straordinaria. § 2. Le spese e gli atti giuridici di amministrazione ordinaria sono posti validamente, oltre che dai Superiori, anche dagli officiali a ciò designati dal diritto proprio, nei limiti del loro ufficio. § 3. Per la validità dell’alienazione, e di qualunque negozio da cui la situazione patrimoniale della persona giuridica potrebbe subire detrimento, si richiede la licenza scritta rilasciata dal Superiore competente con il consenso del suo consiglio. Se però si tratta di negozio che supera la somma fissata dalla Santa Sede per le singole regioni, come pure di donazioni votive fatte alla Chiesa, o di cose preziose per valore artistico o storico, si richiede inoltre la licenza della Santa Sede stessa. § 4. Per i monasteri sui iuris, di cui al can. 615, e per gli istituti di diritto diocesano, è necessario anche il consenso scritto dell’Ordinario del luogo.

can. 639 § 1. Se una persona giuridica ha contratto debiti e oneri, anche con licenza dei Superiori, è tenuta a risponderne in proprio. § 2. Se un religioso con licenza del Superiore ha contratto debiti e oneri sui beni propri, ne deve rispondere personalmente; se invece per mandato del Superiore ha concluso affari dell’istituto, è l’istituto che ne deve rispondere. § 3. Se un religioso li ha contratti senza alcuna licenza del Superiore, è lui stesso, e non la persona giuridica, a doverne rispondere. § 4. Rimanga fermo tuttavia che si può sempre intentare un’azione contro colui il cui patrimonio si è in qualche misura avvantaggiato in seguito a quel contratto. § 5. I Superiori religiosi si astengano dall’autorizzare a contrarre debiti, a meno che non consti con certezza che l’interesse del debito si potrà coprire con le rendite ordinarie, e che l’intero capitale si potrà restituire entro un tempo non troppo lungo con una legittima ammortizzazione.

can. 640 Gli istituti, tenuto conto dei singoli luoghi, si adoperino per dare una testimonianza in certo modo collettiva di carità e di povertà e, nella misura delle proprie disponibilità, destinino qualcosa dei propri beni per le necessità della Chiesa e per contribuire a soccorrere i bisognosi.

Capitolo III. Ammissione dei candidati e formazione dei membri (cann. 641-661)

Articolo 1. Ammissione al noviziato (cann. 641-645)

can. 641 Il diritto di ammettere i candidati al noviziato spetta ai Superiori maggiori a norma del diritto proprio.

can. 642 I Superiori ammettano con la più attenta cura soltanto coloro che, oltre all’età richiesta, abbiano salute, indole adatta e la maturità sufficiente per assumere il genere di vita proprio dell’istituto; la salute, l’indole e la maturità siano anche verificati, all’occorrenza, da esperti, fermo restando il disposto del can. 220.

can. 643 § 1. È ammesso invalidamente al noviziato: 1) chi non ha ancora compiuto 17 anni di età; 2) chi è sposato, durante il matrimonio; 3) chi è attualmente legato con un vincolo sacro a qualche istituto di vita consacrata o è stato incorporato in una società di vita apostolica, salvo il disposto del can. 684; 4) chi entra nell’istituto indotto da violenza, da grave timore o da inganno, e chi è accettato da un Superiore costretto allo stesso modo; 5) chi ha nascosto di essere stato incorporato in un istituto di vita consacrata o in una società di vita apostolica. § 2. Il diritto proprio può stabilire altri impedimenti o apporre condizioni, anche per la validità dell’ammissione.

can. 644 I Superiori non ammettano al noviziato chierici secolari senza consultare il loro proprio Ordinario, né persone gravate di debiti e incapaci di estinguerli.

can. 645 § 1. I candidati, prima di essere ammessi al noviziato, devono produrre un attestato di battesimo, di confermazione e di stato libero. § 2. Se si tratta di ammettere chierici, o persone che furono ammesse in un altro istituto di vita consacrata, o in una società di vita apostolica o in seminario, si richiede inoltre l’attestato rilasciato rispettivamente dall’Ordinario del luogo, o dal Superiore maggiore dell’istituto o della società, oppure dal rettore del seminario. § 3. Il diritto proprio può esigere altri documenti circa l’idoneità richiesta per i candidati e l’immunità da impedimenti. § 4. I Superiori, se loro pare necessario, possono chiedere altre informazioni, anche sotto segreto.

Articolo 2. Il noviziato e la formazione dei novizi (cann. 646-653)

can. 646 Il noviziato, con il quale si inizia la vita nell’istituto, è ordinato a far sì che i novizi possano prendere meglio coscienza della vocazione divina, quale è propria dell’istituto, sperimentarne lo stile di vita, formarsi mente e cuore secondo il suo spirito; e al tempo stesso siano verificate le loro intenzioni e la loro idoneità.

can. 647 § 1. L’erezione della casa di noviziato, la sua soppressione o il trasferimento della sede siano fatti mediante un decreto scritto del Moderatore supremo con il consenso del suo consiglio. § 2. Il noviziato per essere valido deve essere compiuto in una casa regolarmente designata allo scopo. In casi particolari, e a modo di eccezione, su concessione del Moderatore supremo con il consenso del suo consiglio, un candidato può fare il noviziato in un’altra casa dell’istituto sotto la guida di un religioso provato, che faccia le veci del maestro dei novizi. § 3. Il Superiore maggiore può permettere che il gruppo dei novizi, per determinati periodi di tempo, dimori in un’altra casa dell’istituto, da lui stesso designata.

can. 648 § 1. Per essere valido il noviziato deve comprendere dodici mesi, da trascorrere nella stessa comunità del noviziato, fermo restando il disposto del can. 647, § 3. § 2. Per integrare la formazione dei novizi le costituzioni possono stabilire, oltre al tempo di cui al § 1, uno o più periodi di esercitazioni apostoliche, da compiersi fuori dalla comunità del noviziato. § 3. Il noviziato non sia prolungato oltre i due anni.

can. 649 § 1. Salvo il disposto dei cann. 647, § 3 e 648, § 2, una assenza dalla casa del noviziato che superi i tre mesi, continui o discontinui, rende invalido il noviziato. Una assenza che superi i quindici giorni deve essere ricuperata. § 2. Con il permesso del Superiore maggiore competente la prima professione può essere anticipata, non oltre quindici giorni.

can. 650 § 1. Lo scopo del noviziato esige che i novizi siano formati sotto la direzione del maestro, secondo un regolamento di formazione, da determinarsi dal diritto proprio. § 2. La direzione dei novizi, sotto l’autorità dei Superiori maggiori, è riservata unicamente al maestro.

can. 651 § 1. Il maestro dei novizi deve essere un membro dell’istituto che abbia emesso i voti perpetui e sia stato legittimamente designato. § 2. Al maestro si possono assegnare, quando occorre, degli aiutanti i quali devono a lui sottostare per quanto riguarda la direzione del noviziato e il regolamento della formazione. § 3. Alla formazione dei novizi devono essere preposti religiosi accuratamente preparati i quali, senza essere distolti da altri impegni, possano assolvere il loro compito in modo efficace e stabile.

can. 652 § 1. Spetta al maestro e ai suoi aiutanti discernere e verificare la vocazione dei novizi e gradatamente formarli a vivere la vita di perfezione secondo le norme proprie dell’istituto. § 2. I novizi devono essere aiutati a coltivare le virtù umane e cristiane; introdotti in un più impegnativo cammino di perfezione mediante l’orazione e il rinnegamento di sé; guidati alla contemplazione del mistero della salvezza e alla lettura e meditazione delle sacre Scritture; preparati a rendere culto a Dio nella sacra liturgia; formati alle esigenze della vita consacrata a Dio e agli uomini in Cristo attraverso la pratica dei consigli evangelici; informati infine sull’indole e lo spirito, le finalità e la disciplina, la storia e la vita dell’istituto, ed educati all’amore verso la Chiesa e i suoi sacri Pastori. § 3. I novizi, consapevoli della propria responsabilità, si impegnino ad una attiva collaborazione con il proprio maestro per poter rispondere fedelmente alla grazia della vocazione divina. § 4. I membri dell’istituto si adoperino nel cooperare alla formazione dei novizi, per la parte che loro spetta, con l’esempio della vita e con la preghiera. § 5. Il tempo di noviziato, di cui al can. 648, § 1, sia dedicato all’opera di formazione vera e propria; perciò i novizi non siano occupati in studi o incarichi non direttamente finalizzati a tale formazione.

can. 653 § 1. Il novizio può liberamente lasciare l’istituto, e d’altra parte l’autorità competente dell’istituto può dimetterlo. § 2. Compiuto il noviziato, se il novizio viene giudicato idoneo, sia ammesso alla professione temporanea, altrimenti sia dimesso; se rimane qualche dubbio sulla sua idoneità il Superiore maggiore può prolungare il periodo di prova a norma del diritto proprio, ma non oltre sei mesi.

Articolo 3. La professione religiosa (cann. 654-658)

can. 654 Con la professione religiosa i membri assumono con voto pubblico l’obbligo di osservare i tre consigli evangelici, sono consacrati a Dio mediante il ministero della Chiesa e vengono incorporati all’istituto con i diritti e i doveri definiti giuridicamente.

can. 655 La professione temporanea venga emessa per un periodo di tempo, determinato dal diritto proprio, che non deve essere inferiore a tre anni, né superiore a sei.

can. 656 Per la validità della professione temporanea si richiede che: 1) chi la vuole emettere abbia compiuto almeno 18 anni di età; 2) il noviziato sia stato portato a termine validamente; 3) ci sia l’ammissione, fatta liberamente da parte del Superiore competente, con il voto del suo consiglio a norma del diritto; 4) la professione sia espressa, e venga emessa senza che ci sia violenza, timore grave o inganno; 5) sia ricevuta dal legittimo Superiore, personalmente o per mezzo di un altro.

can. 657 § 1. Allo scadere del tempo per il quale fu emessa la professione il religioso che lo richiede spontaneamente ed e ritenuto idoneo sia ammesso alla rinnovazione della professione o alla professione perpetua; altrimenti deve lasciare l’istituto. § 2. Se però pare opportuno, il tempo della professione temporanea può essere prolungato dal Superiore competente secondo il diritto proprio, facendo tuttavia in modo che il periodo in cui il religioso è vincolato dai voti temporanei non superi complessivamente la durata di nove anni. § 3. La professione perpetua può essere anticipata per giusta causa, ma non oltre un trimestre.

can. 658 Oltre alle condizioni di cui al can. 656, nn. 3, 4 e 5 e alle altre apposte dal diritto proprio, per la validità della professione perpetua si richiedono: 1) almeno 21 anni compiuti; 2) la previa professione temporanea di almeno tre anni, salvo il disposto del can. 657, § 3.

Articolo 4. La formazione dei religiosi (cann. 659-661)

can. 659 § 1. In ogni istituto, dopo la prima professione, si continui la formazione di tutti i membri perché possano condurre più integralmente la vita propria dell’istituto e rendersi meglio idonei a realizzarne la missione. § 2. Pertanto il diritto proprio deve stabilire il regolamento e la durata di questa formazione, tenendo presenti le necessità della Chiesa e le condizioni delle persone e dei tempi, secondo quanto esigono le finalità e l’indole dell’istituto. § 3. La formazione dei membri che si preparano a ricevere gli ordini sacri è regolata dal diritto universale e dal “piano degli studi” proprio dell’istituto.

can. 660 § 1. La formazione deve essere sistematica, adeguata alla recettività dei membri, spirituale e apostolica, dottrinale e insieme pratica, e portare anche al conseguimento dei titoli convenienti, sia ecclesiastici sia civili, secondo l’opportunità. § 2. Durante il periodo di questa formazione non si affidino ai religiosi compiti e opere che ne ostacolino l’attuazione.

can. 661 Per tutta la vita i religiosi proseguano assiduamente la propria formazione spirituale, dottrinale e pratica; i Superiori ne procurino loro i mezzi e il tempo.

Capitolo IV. Obblighi e diritti degli istituti e dei loro membri (cann. 662-672)

can. 662 I religiosi abbiano come suprema regola di vita la sequela di Cristo proposta dal Vangelo ed espressa nelle costituzioni del proprio istituto.

can. 663 § 1. Primo e particolare dovere di tutti i religiosi deve essere la contemplazione delle realtà divine e la costante unione con Dio nell’orazione. § 2. I religiosi facciano tutto il possibile per partecipare ogni giorno al Sacrificio eucaristico, ricevano il Corpo santissimo di Cristo e adorino lo stesso Signore presente nel Sacramento. § 3. Attendano alla lettura della sacra Scrittura e all’orazione mentale, alla dignitosa celebrazione della liturgia delle ore secondo le disposizioni del diritto proprio, e compiano gli altri esercizi di pietà, fermo restando per i chierici l’obbligo di cui al can. 276, § 2, n. 3. § 4. Onorino con culto speciale, anche con la pratica del rosario mariano, la Vergine Madre di Dio, modello e patrona di ogni vita consacrata. § 5. Osservino fedelmente i tempi annuali di sacro ritiro.

can. 664 I religiosi siano perseveranti nella conversione dell’animo a Dio, attendano anche all’esame quotidiano di coscienza e si accostino con frequenza al sacramento della penitenza.

can. 665 § 1. I religiosi devono abitare nella propria casa religiosa osservando la vita comune e non possono assentarsene senza licenza del Superiore. Se poi si tratta di una assenza prolungata, il Superiore maggiore, col consenso del suo consiglio e per giusta causa, può concedere a un religioso di vivere fuori della casa dell’istituto, ma per non più di un anno, a meno che ciò non sia per motivi di salute, di studio o di apostolato da svolgere a nome dell’istituto. § 2. Il religioso che si allontana illegittimamente dalla casa religiosa, con l’intenzione di sottrarsi alla potestà dei Superiori, deve essere da questi sollecitamente ricercato e aiutato, perché ritorni e perseveri nella propria vocazione.

can. 666 Nel fare uso dei mezzi di comunicazione sociale si osservi la necessaria discrezione e si eviti tutto quanto può nuocere alla propria vocazione e mettere in pericolo la castità di una persona consacrata.

can. 667 § 1. In ogni casa si osservi la clausura adeguata all’indole e alla missione dell’istituto, secondo le determinazioni del diritto proprio, facendo in modo che ci sia sempre una parte della casa riservata esclusivamente ai religiosi. § 2. Nei monasteri di vita contemplativa si dovrà osservare una più rigorosa disciplina di clausura. § 3. I monasteri di monache interamente dedite alla vita contemplativa devono osservare la clausura papale, cioè conforme alle norme date dalla Sede Apostolica. Tutti gli altri monasteri di monache osservino la clausura adatta all’indole propria e definita dalle costituzioni. § 4. Il Vescovo diocesano ha la facoltà di entrare, per giusta causa, nella clausura dei monasteri di monache situati nella sua diocesi e può anche permettere, per causa grave e col consenso della Superiora, che altri siano ammessi nella clausura e che le monache stesse ne escano per il tempo strettamente necessario.

can. 668 § 1. Avanti la prima professione i membri cedano l’amministrazione dei propri beni a chi preferiscono e, se le costituzioni non stabiliscono altrimenti, liberamente dispongano del loro uso e usufrutto. Essi devono inoltre, almeno prima della professione perpetua, redigere il testamento, che risulti valido anche secondo il diritto civile. § 2. Per modificare queste disposizioni per giusta causa, come anche per porre qualunque atto relativo ai beni temporali, devono avere la licenza del Superiore competente a norma del diritto proprio. § 3. Tutto ciò che un religioso acquista con la propria industria o a motivo dell’istituto, rimane acquisito per l’istituto stesso. Ciò che riceve come pensione, sussidio, assicurazione, a qualunque titolo, rimane acquisito dall’istituto, a meno che il diritto proprio non disponga diversamente. § 4. Chi per la natura dell’istituto deve compiere la rinuncia radicale ai suoi beni la rediga, possibilmente in forma valida anche secondo il diritto civile, prima della professione perpetua, con valore decorrente dal giorno della professione stessa. Ugualmente proceda il professo di voti perpetui che a norma del diritto proprio volesse rinunciare a tutti i suoi beni o a parte di essi, con licenza del Moderatore supremo. § 5. Il professo che per la natura dell’istituto ha compiuto la rinuncia radicale ai suoi beni perde la capacità di acquistare e di possedere, di conseguenza pone invalidamente ogni atto contrario al voto di povertà. I beni che ricevesse dopo tale rinuncia toccheranno all’istituto, a norma del diritto proprio.

can. 669 § 1. I religiosi portino l’abito dell’istituto, fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà. § 2. I religiosi chierici di un istituto che non ha abito proprio adotteranno l’abito clericale a norma del can. 284.

can. 670 L’istituto ha il dovere di procurare ai suoi membri quanto, a norma delle costituzioni, è necessario per realizzare il fine della propria vocazione.

can. 671 Il religioso non si assuma incarichi o uffici fuori del proprio istituto senza la licenza del legittimo Superiore.

can. 672 I religiosi sono obbligati dalle disposizioni dei cann. 277, 285, 286, 287 e 289, e i religiosi chierici inoltre dalle disposizioni del can. 279, § 2; negli istituti laicali di diritto pontificio, la licenza di cui al can. 285, § 4, può essere concessa dal proprio Superiore maggiore.

Capitolo V. L’apostolato degli istituti (cann. 673-683)

can. 673 L’apostolato di tutti i religiosi consiste in primo luogo nella testimonianza della loro vita consacrata, che essi sono tenuti ad alimentare con l’orazione e con la penitenza.

can. 674 Gli istituti interamente dediti alla contemplazione occupano sempre un posto eminente nel Corpo mistico di Cristo: essi infatti offrono a Dio un eccelso sacrificio di lode, arricchiscono il popolo di Dio con i frutti preziosi della santità, mentre con il proprio esempio lo stimolano e con una misteriosa fecondità apostolica lo estendono. Perciò, per quanto urgente sia la necessità dell’apostolato attivo, i membri di tali istituti non possono essere chiamati a prestare l’aiuto della loro opera nei diversi ministeri pastorali.

can. 675 § 1. Negli istituti dediti all’apostolato l’azione apostolica appartiene alla loro stessa natura. Perciò l’intera vita dei membri sia permeata di spirito apostolico, e d’altra parte tutta l’azione apostolica sia animata dallo spirito religioso. § 2. L’azione apostolica deve sempre sgorgare dall’intima unione con Dio, e al tempo stesso consolidarla e favorirla. § 3. L’azione apostolica, da esercitarsi a nome della Chiesa e per suo mandato, sia condotta nella comunione con la Chiesa.

can. 676 Gli istituti laicali maschili e femminili attraverso le opere di misericordia spirituale e corporale partecipano della funzione pastorale della Chiesa e prestano agli uomini i più svariati servizi; essi perciò perseverino fedelmente nella grazia della propria vocazione.

can. 677 § 1. I Superiori e i membri mantengano con fedeltà la missione e le opere proprie dell’istituto; tuttavia le adattino con prudenza alle necessità dei tempi e dei luoghi, adottando anche mezzi nuovi e convenienti. § 2. Gli istituti poi ai quali sono unite associazioni di fedeli si adoperino con particolare sollecitudine perché queste siano permeate del genuino spirito della loro famiglia religiosa.

can. 678 § 1. I religiosi sono soggetti alla potestà dei Vescovi, ai quali devono rispetto devoto e riverenza, in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le altre opere di apostolato. § 2. Nell’esercizio dell’apostolato esterno i religiosi sono soggetti anche ai propri Superiori e devono mantenersi fedeli alla disciplina dell’istituto; i Vescovi stessi non tralascino di urgere, quando occorre, un tale obbligo. § 3. Nell’organizzare le attività apostoliche dei religiosi è necessario che i Vescovi diocesani e i Superiori religiosi procedano su un piano di reciproca intesa.

can. 679 Il Vescovo diocesano, per una causa molto grave e urgente, può proibire ad un membro di istituto religioso di dimorare nella sua diocesi qualora il Superiore maggiore, avvisato, trascurasse di provvedere in merito; in tal caso la questione deve essere subito deferita alla Santa Sede.

can. 680 Tra i diversi istituti, e anche tra questi e il clero secolare, si favorisca una ordinata collaborazione, nonché il coordinamento di tutte le opere e attività apostoliche sotto la guida del Vescovo diocesano, avuto riguardo all’indole e alle finalità dei singoli istituti, come pure alle leggi di fondazione.

can. 681 § 1. Le opere che dal Vescovo diocesano vengono affidate ai religiosi sono soggette all’autorità e alla direzione del Vescovo stesso, fermo restando il diritto dei Superiori religiosi a norma del can. 678, § 2 e § 3. § 2. In tali casi si stipuli una convenzione scritta tra il Vescovo diocesano e il Superiore competente dell’istituto, nella quale fra l’altro sia definito espressamente e con esattezza ogni particolare relativo all’opera da svolgere, ai religiosi che vi si devono impegnare e all’aspetto economico.

can. 682 § 1. Se si tratta di conferire un ufficio ecclesiastico in diocesi a un religioso, la nomina viene fatta dal Vescovo diocesano su presentazione, o almeno con il consenso, del Superiore competente. § 2. Il religioso può essere rimosso dall’ufficio conferito, sia a discrezione dell’autorità che glielo ha affidato, informatone il Superiore religioso, sia da parte del Superiore stesso, informatane l’autorità committente; nell’uno e nell’altro caso non si richiede il consenso dell’altra autorità.

can. 683 § 1. In occasione della visita pastorale, ed anche in caso di necessità, il Vescovo diocesano può visitare, personalmente o per mezzo di altri, le chiese e gli oratori cui accedono abitualmente i fedeli, le scuole e le altre opere di religione o di carità spirituale o temporale affidate ai religiosi; non però le scuole aperte esclusivamente agli alunni propri dell’istituto. § 2. Che se eventualmente il Vescovo scoprisse abusi, dopo avere richiamato inutilmente il Superiore religioso, può di sua autorità prendere egli stesso i provvedimenti del caso.

Capitolo VI. Separazione dei membri dall’istituto (cann. 684-704)

Articolo 1. Passaggio ad un altro istituto (cann. 684-685)

can. 684 § 1. Un professo di voti perpetui non può passare dal proprio istituto religioso ad un altro se non per concessione del Moderatore supremo dell’uno e dell’altro istituto, previo consenso dei rispettivi consigli. § 2. Il religioso dopo avere trascorso un periodo di prova, che deve durare almeno tre anni, può essere ammesso alla professione perpetua nel nuovo istituto. Se però non vuole emettere tale professione o non vi è ammesso dai Superiori competenti, ritorni all’istituto di provenienza, a meno che non abbia ottenuto l’indulto di secolarizzazione. § 3. Perché un religioso possa passare da un monastero sui iuris ad un altro dello stesso istituto o della federazione oppure della confederazione, si richiede ed è sufficiente il consenso del Superiore maggiore dell’uno e dell’altro monastero, oltre che del capitolo del monastero che lo accoglie, salvi altri requisiti determinati dal diritto proprio; non si richiede una nuova professione. § 4. Il diritto proprio determini la durata e le modalità del periodo di prova che il religioso deve compiere nel nuovo istituto prima della professione. § 5. Per passare ad un istituto secolare o ad una società di vita apostolica, oppure da questi ad un istituto religioso, è necessaria la licenza della Santa Sede, alle cui disposizioni ci si deve attenere.

can. 685 § 1. Fino al momento della professione nel nuovo istituto, mentre rimangono vincolanti i voti, sono sospesi i diritti e gli obblighi che il religioso aveva nel precedente istituto; tuttavia fin dall’inizio del periodo di prova il religioso è tenuto all’osservanza del diritto proprio del nuovo istituto. § 2. Con la professione nel nuovo istituto il religioso viene ad esso incorporato, mentre cessano i voti, i diritti e gli obblighi precedenti.

Articolo 2. Uscita dall’istituto (cann. 686-693)

can. 686 § 1. Il Moderatore supremo, col consenso del suo consiglio, per grave causa può concedere ad un professo perpetuo l’indulto di esclaustrazione, tuttavia per non più di tre anni, previo consenso dell’Ordinario del luogo in cui dovrà dimorare se si tratta di un chierico. Una proroga dell’indulto, o una concessione superiore a tre anni, è riservata unicamente alla Santa Sede, oppure al Vescovo diocesano se si tratta di istituti di diritto diocesano. § 2. Spetta unicamente alla Sede Apostolica concedere l’indulto di esclaustrazione per le monache. § 3. Su richiesta del Moderatore supremo con il consenso del suo consiglio, l’esclaustrazione può essere imposta dalla Santa Sede per un membro di istituto di diritto pontificio, oppure dal Vescovo diocesano per un membro di istituto di diritto diocesano: ciò per cause gravi e salva sempre l’equità e la carità.

can. 687 Il religioso esclaustrato è ritenuto esonerato dagli obblighi non compatibili con la sua nuova situazione di vita, tuttavia rimane sotto la dipendenza e la cura dei suoi Superiori ed anche dell’Ordinario del luogo, soprattutto se si tratta di un chierico. Può portare l’abito dell’istituto, a meno che non sia stabilito altrimenti nell’indulto. Egli però manca di voce attiva e passiva.

can. 688 § 1. Colui che, scaduto il tempo della professione, vuole uscire dall’istituto, lo può abbandonare. § 2. Chi durante la professione temporanea per grave causa chiede di lasciare l’istituto può ottenere il relativo indulto dal Moderatore supremo col consenso del suo consiglio se si tratta di istituto di diritto pontificio; negli istituti di diritto diocesano e nei monasteri, di cui al can. 615, l’indulto, per essere valido, deve essere confermato dal Vescovo della casa di assegnazione.

can. 689 § 1. Allo scadere della professione temporanea, se sussistono giuste cause, un religioso può essere escluso dalla successiva professione, da parte del competente Superiore maggiore, udito il suo consiglio. § 2. Una infermità fisica o psichica, anche contratta dopo la professione, quando a giudizio degli esperti rende non idoneo alla vita nell’istituto il religioso di cui al § 1, costituisce motivo per non ammetterlo alla rinnovazione della professione o della professione perpetua, salvo il caso che l’infermità sia dovuta a negligenza da parte dell’istituto, oppure a lavori sostenuti nell’istituto stesso. § 3. Se però il religioso, durante i voti temporanei, diventa demente, anche se non è in grado di emettere la nuova professione, non può tuttavia essere dimesso dall’istituto.

can. 690 § 1. Chi al termine del noviziato, oppure dopo la professione, è uscito legittimamente dall’istituto può esservi riammesso dal Moderatore supremo col consenso del suo consiglio, senza l’onere di ripetere il noviziato; spetterà tuttavia al Moderatore stesso stabilire un conveniente periodo di prova prima della professione temporanea e la durata dei voti temporanei prima della professione perpetua, a norma dei cann. 655 e 657. § 2. Della stessa facoltà gode il Superiore di un monastero sui iuris, con il consenso del suo consiglio.

can. 691 § 1. Un professo di voti perpetui non chieda l’indulto di lasciare l’istituto se non per cause molto gravi ponderate davanti a Dio; presenti la sua domanda al Moderatore supremo dell’istituto, il quale la inoltrerà all’autorità competente insieme con il voto suo e del suo consiglio. § 2. Tale indulto per gli istituti di diritto pontificio è riservato alla Sede Apostolica; per gli istituti di diritto diocesano lo può concedere anche il Vescovo della diocesi in cui è situata la casa di assegnazione.

can. 692 L’indulto di lasciare l’istituto, una volta legittimamente concesso e notificato al religioso, se da lui non fu rifiutato all’atto della notificazione, comporta per il diritto stesso la dispensa dai voti, come pure da tutti gli obblighi derivanti dalla professione.

can. 693 Se il religioso è chierico l’indulto non viene concesso finché egli non abbia trovato un Vescovo che lo incardini nella diocesi o almeno lo riceva in prova. In quest’ultimo caso, trascorsi cinque anni, il religioso viene incardinato nella diocesi, per il diritto stesso, a meno che il Vescovo non lo abbia respinto.

Articolo 3. Dimissione dei religiosi (cann. 694-704)

can. 694 § 1. Si deve ritenere dimesso dall’istituto, per il fatto stesso, il religioso che: 1) abbia in modo notorio abbandonato la fede cattolica; 2) abbia contratto matrimonio o ad esso abbia attentato, anche solo civilmente. § 2. In tali casi il Superiore maggiore col suo consiglio deve senza indugio, raccolte le prove, emettere la dichiarazione del fatto perché la dimissione consti giuridicamente.

can. 695 § 1. Un religioso deve essere dimesso dall’istituto per i delitti di cui ai cann. 1397, 1398 e 1395 a meno che, per i delitti di cui al can. 1395, § 2, il Superiore non ritenga che la dimissione non sia affatto necessaria e che si possa sufficientemente provvedere in altro modo alla correzione del religioso come pure alla reintegrazione della giustizia e alla riparazione dello scandalo. § 2. In tali casi il Superiore, raccolte le prove relative ai fatti e alla imputabilità, renda note al religioso e l’accusa e le prove, dandogli facoltà di difendersi. Tutti gli atti, sottoscritti dal Superiore maggiore e dal notaio, insieme con le risposte del religioso, verbalizzate e dal religioso stesso controfirmate, siano trasmessi al Moderatore supremo.

can. 696 § 1. Un religioso può essere dimesso anche per altre cause purché siano gravi, esterne, imputabili e comprovate giuridicamente, come ad esempio: la negligenza abituale degli obblighi della vita consacrata; le ripetute violazioni dei vincoli sacri; la disobbedienza ostinata alle legittime disposizioni dei Superiori in materia grave; un grave scandalo derivato dal comportamento colpevole del religioso; l’ostinato appoggio o la propaganda di dottrine condannate dal magistero della Chiesa; l’adesione pubblica a ideologie inficiate di materialismo o di ateismo; l’assenza illegittima, di cui al ca. 665, § 2, protratta per sei mesi; altre cause di simile gravità eventualmente determinate dal diritto proprio. § 2. Per la dimissione di un religioso di voti temporanei sono sufficienti anche cause di minore gravità, stabilite dal diritto proprio.

can. 697 Nei casi di cui al can. 696, se il Superiore maggiore, udito il suo consiglio, giudica che si debba avviare il processo di dimissione: con la esplicita comminazione della conseguente dimissione in caso di mancato ravvedimento, notificandogli chiaramente la causa della dimissione e accordandogli piena facoltà di rispondere in propria difesa; qualora poi l’ammonizione risulti inutile, il Superiore proceda a una seconda, dopo un intervallo di almeno quindici giorni; e se il Superiore maggiore col suo consiglio giudicasse sufficientemente provata l’incorreggibilità, e insufficienti le difese del religioso, trascorsi senza risultato altri quindici giorni dall’ultima ammonizione, trasmetta al Moderatore supremo tutti gli atti, sottoscritti da lui stesso e dal notaio, unitamente alle risposte date dal religioso e da lui firmate.

can. 698 In tutti i casi di cui ai cann. 695 e 696 rimane sempre fermo il diritto del religioso di comunicare con il Moderatore supremo e di esporre a lui direttamente gli argomenti a propria difesa.

can. 699 § 1. Il Moderatore supremo col suo consiglio, che per la validità deve constare di almeno quattro membri, proceda collegialmente ad una accurata valutazione delle prove, degli argomenti e delle difese e, se ciò risulta per votazione segreta, emetterà il decreto di dimissione; questo, per essere valido, esprima almeno sommariamente i motivi, in diritto e in fatto. § 2. Nei monasteri sui iuris, di cui al can. 615, la decisione circa la dimissione compete al Vescovo diocesano, al quale il Superiore deve sottoporre gli atti revisionati dal suo consiglio.

can. 700 Il decreto di dimissione non ha vigore se non fu confermato dalla Santa Sede, alla quale vanno trasmessi il decreto stesso e tutti gli atti; per gli istituti di diritto diocesano la conferma spetta al Vescovo della diocesi in cui sorge la casa alla quale il religioso è ascritto. Il decreto tuttavia, per avere valore, deve indicare il diritto, di cui gode il religioso dimesso, di ricorrere all’autorità competente entro dieci giorni dalla ricezione della notifica. Il ricorso ha effetto sospensivo.

can. 701 Con la legittima dimissione cessano, per il fatto stesso, i voti e insieme gli obblighi derivanti dalla professione. Se però il religioso è chierico, non potrà esercitare gli ordini sacri fino a quando non abbia trovato un Vescovo il quale, dopo un conveniente periodo di prova nella diocesi a norma del can. 693, lo accolga o almeno gli consenta l’esercizio degli ordini sacri.

can. 702 § 1. Coloro che legittimamente escono dall’istituto religioso o ne sono legittimamente dimessi non possono esigere nulla dall’istituto stesso per qualunque attività in esso compiuta. § 2. L’istituto deve però osservare l’equità e la carità evangelica verso il religioso che se ne separa.

can. 703 In caso di grave scandalo esterno o nel pericolo imminente di un gravissimo danno per l’istituto il religioso può essere espulso dalla casa religiosa immediatamente, da parte del Superiore maggiore oppure, qualora il ritardo risultasse pericoloso, dal Superiore locale col consenso del suo consiglio. Se è necessario, il Superiore maggiore curi che si istruisca il processo di dimissione a norma del diritto, oppure deferisca la cosa alla Sede Apostolica.

can. 704 Dei religiosi che a qualunque titolo sono separati dall’istituto si faccia menzione nella relazione, di cui al can.

Capitolo VII. I religiosi elevati all’episcopato (cann. 705-707)

can. 705 Il religioso elevato all’episcopato continua ad essere membro del suo istituto, ma in forza del voto di obbedienza è soggetto solamente al Romano Pontefice e non è vincolato da quegli obblighi che, nella sua prudenza, egli stesso giudichi incompatibili con la propria condizione.

can. 706 Il religioso di cui sopra: 1) se per la professione ha perduto il dominio dei suoi beni, ricevendone altri ne ha l’uso, l’usufrutto e l’amministrazione; quanto alla proprietà, il Vescovo diocesano e gli altri di cui al can. 381, § 2, l’acquistano per la Chiesa particolare; tutti gli altri per l’istituto, oppure per la Santa Sede, a seconda che l’istituto abbia o no la capacità di possedere; 2) se per la professione non ha perduto il dominio dei suoi beni ne ricupera l’uso, l’usufrutto e l’amministrazione; e acquista per sé a pieno titolo quelli che gli provengono in seguito; 3) in entrambi i casi, deve disporre secondo la volontà degli offerenti per quei beni che gli provengono non a titolo personale.

can. 707 § 1. Il religioso Vescovo emerito può scegliersi la sede in cui abitare, anche fuori dalle case del proprio istituto, a meno che la Sede Apostolica non abbia disposto altrimenti. § 2. Quanto al suo sostentamento conveniente e degno, se il Vescovo è stato a servizio di una diocesi si osserverà il can. 402, § 2, a meno che il suo istituto non voglia provvedere a tale sostentamento; altrimenti la Sede Apostolica disporrà in altro modo.

Capitolo VIII. Le conferenze dei superiori maggiori (cann. 708-709)

can. 708 I Superiori maggiori possono utilmente associarsi in conferenze o consigli per conseguire più agevolmente, nell’unione delle forze, il fine proprio dei singoli istituti, salvi sempre l’autonomia, l’indole e lo spirito proprio di ognuno, sia per trattare affari di comune interesse, sia per instaurare un opportuno coordinamento e cooperazione con le conferenze dei Vescovi ed anche con i singoli Vescovi.

can. 709 Le conferenze dei Superiori maggiori abbiano i propri statuti approvati dalla Santa Sede, dalla quale unicamente possono essere erette, anche in persone giuridiche, e sotto la cui suprema direzione esse rimangono.

Titolo III. Gli istituti secolari (cann. 710-730)

can. 710 L’istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo soprattutto operando all’interno di esso.

can. 711 Un membro di istituto secolare, in forza della consacrazione, non cambia la propria condizione canonica, laicale o clericale, in mezzo al popolo di Dio, salve le disposizioni del diritto a proposito degli istituti di vita consacrata.

can. 712 Ferme restando le disposizioni dei cann. 598-601, le costituzioni stabiliscano i vincoli sacri con cui vengono assunti nell’istituto i consigli evangelici e definiscano gli obblighi che essi comportano, salva sempre però, nello stile di vita, la secolarità propria dell’istituto.

can. 713 § 1. I membri di tali istituti esprimono e realizzano la propria consacrazione nell’attività apostolica e come un fermento si sforzano di permeare ogni realtà di spirito evangelico per consolidare e far crescere il Corpo di Cristo. § 2. I membri laici, nel mondo e dal di dentro del mondo, partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa sia mediante la testimonianza di vita cristiana e di fedeltà alla propria consacrazione, sia attraverso l’aiuto che danno perché le realtà temporali siano ordinate secondo Dio e il mondo sia vivificato dalla forza del Vangelo. Essi offrono inoltre la propria collaborazione per il servizio della comunità ecclesiale, secondo lo stile di vita secolare loro proprio. § 3. I membri chierici sono di aiuto ai confratelli con una peculiare carità apostolica, attraverso la testimonianza della vita consacrata, soprattutto nel presbiterio, e in mezzo al popolo di Dio lavorano alla santificazione del mondo con il proprio ministero sacro.

can. 714 I membri degli istituti secolari conducano la propria vita nelle situazioni ordinarie del mondo, soli, o ciascuno nella propria famiglia, o in gruppi di vita fraterna a norma delle costituzioni.

can. 715 § 1. I membri chierici incardinati in una diocesi dipendono dal Vescovo diocesano, salvo quanto riguarda la vita consacrata nel proprio istituto. § 2. Quelli invece che a norma del can. 266, § 3 vengono incardinati nell’istituto, se sono destinati alle opere proprie dell’istituto o a funzioni di governo all’interno di esso, dipendono dal Vescovo allo stesso modo dei religiosi.

can. 716 § 1. Tutti i membri partecipino attivamente alla vita dell’istituto secondo il diritto proprio. § 2. I membri di uno stesso istituto conservino la comunione tra loro curando con sollecitudine l’unità dello spirito e la vera fraternità.

can. 717 § 1. Le costituzioni definiscano la forma di governo propria dell’istituto, la durata in carica dei Moderatori e il modo della loro designazione. § 2. Nessuno sia designato come Moderatore supremo se non è stato incorporato nell’istituto in modo definitivo. § 3. Coloro che nell’istituto hanno incarichi di governo abbiano cura che sia conservata l’unità dello spirito e che sia promossa l’attiva partecipazione dei membri.

can. 718 L’amministrazione dei beni dell’istituto, che deve esprimere e favorire la povertà evangelica, è regolata dalle norme del Libro V, I beni temporali della Chiesa, e dal diritto proprio dell’istituto. Il diritto proprio deve parimenti definire gli obblighi, specialmente di carattere economico, dell’istituto verso i membri che ad esso dedicano la propria attività.

can. 719 § 1. Per rispondere fedelmente alla propria vocazione e perché la loro azione apostolica scaturisca dall’unione con Cristo, i membri siano assidui all’orazione, attendano convenientemente alla lettura delle sacre Scritture, osservino i tempi di ritiro annuale e compiano le altre pratiche spirituali secondo il diritto proprio. § 2. La celebrazione dell’Eucaristia, in quanto possibile quotidiana, sia la sorgente e la forza di tutta la loro vita consacrata. § 3. Si accostino liberamente e con frequenza al sacramento della penitenza. § 4. Siano liberi di ricevere la necessaria direzione della coscienza e di richiedere consigli in materia, se lo desiderano, anche ai propri Moderatori.

can. 720 Il diritto di ammettere nell’istituto per il periodo di prova oppure per assumere i vincoli sacri, sia temporanei sia perpetui o definitivi, compete ai Moderatori maggiori con il loro consiglio, a norma delle costituzioni.

can. 721 § 1. È ammesso invalidamente al periodo di prova iniziale: 1) chi non ha ancora raggiunto la maggiore età; 2) chi è legato attualmente con un vincolo sacro ad un istituto di vita consacrata o è stato incorporato in una società di vita apostolica; 3) chi è sposato, durante il matrimonio. § 2. Le costituzioni possono stabilire altri impedimenti, anche per la validità dell’ammissione, o apporre altre condizioni. § 3. Per essere accettati si richiede inoltre la maturità necessaria per condurre in modo conveniente la vita propria dell’istituto.

can. 722 § 1. La prova iniziale sia ordinata allo scopo che i candidati prendano più chiara coscienza della loro vocazione divina e di quella specifica dell’istituto, ne vivano lo spirito e sperimentino il genere di vita ad esso proprio. § 2. I candidati siano opportunamente formati a condurre una vita secondo i consigli evangelici e istruiti a trasformare integralmente la propria esistenza in apostolato, adottando quelle forme di evangelizzazione che meglio rispondano al fine, allo spirito e all’indole dell’istituto. § 3. Le costituzioni devono definire il metodo e la durata di tale prova, non inferiore a due anni, che precede il primo impegno con vincoli sacri nell’istituto.

can. 723 § 1. Compiuto il tempo della prova iniziale il candidato che viene giudicato idoneo assuma i tre consigli evangelici, confermati dal vincolo sacro, oppure lasci l’istituto. § 2. Questa prima incorporazione, non inferiore a cinque anni, sia temporanea a norma delle costituzioni. § 3. Trascorso tale periodo di tempo, il membro giudicato idoneo sia ammesso all’incorporazione perpetua oppure a quella definitiva, cioè con vincoli temporanei da rinnovarsi sempre ad ogni scadenza. § 4. L’incorporazione definitiva è equiparata a quella perpetua, in ordine a determinati effetti giuridici, che devono essere stabiliti nelle costituzioni.

can. 724 § 1. Dopo il primo impegno con vincoli sacri, la formazione deve essere continuata costantemente a norma delle costituzioni. § 2. I membri devono essere preparati di pari passo tanto nelle scienze umane quanto in quelle divine; i Moderatori dell’istituto sentano seriamente la responsabilità della loro continua formazione spirituale.

can. 725 L’istituto può associare a sé, con qualche vincolo determinato dalle costituzioni, altri fedeli che si impegnino a tendere alla perfezione evangelica secondo lo spirito dell’istituto e a partecipare della sua stessa missione.

can. 726 § 1. Trascorso il periodo dell’incorporazione temporanea il membro può liberamente lasciare l’istituto, o per giusta causa può essere escluso dalla rinnovazione dei vincoli sacri da parte del Moderatore maggiore, udito il suo consiglio. § 2. Il membro di incorporazione temporanea che lo richieda spontaneamente, per grave causa può ottenere dal Moderatore supremo, col consenso del suo consiglio, l’indulto di lasciare l’istituto.

can. 727 § 1. Se un membro incorporato con vincolo perpetuo vuole lasciare l’istituto, dopo avere seriamente ponderato la cosa davanti al Signore deve chiederne l’indulto, per mezzo del Moderatore supremo, alla Sede Apostolica se l’istituto è di diritto pontificio; altrimenti anche al Vescovo diocesano, secondo quanto è definito dalle costituzioni. § 2. Trattandosi di sacerdote incardinato nell’istituto si osservi il disposto del can. 693.

can. 728 Con la legittima concessione dell’indulto di lasciare l’istituto cessano tutti i vincoli, e insieme i diritti e gli obblighi derivanti dall’incorporazione.

can. 729 La dimissione di un membro dall’istituto avviene a norma dei cann. 694 e 695. Le costituzioni definiscano altre cause di dimissione, purché siano proporzionatamente gravi, esterne, imputabili e comprovate giuridicamente, e inoltre si osservi la procedura stabilita ai cann. 697-700. Al membro dimesso si applica il disposto del can. 701.

can. 730 Per il passaggio di un membro di istituto secolare ad un altro istituto secolare si osservino le disposizioni dei cann. 684, § § 1, 2, 4 e 685; per il passaggio invece a un istituto religioso o ad una società di vita apostolica, o da questi ad un istituto secolare, si richiede la licenza della Sede Apostolica, alle cui disposizioni ci si deve attenere.

Sezione II. Le società di vita apostolica (cann. 731-746)

can. 731 § 1. Agli istituti di vita consacrata sono assimilate le società di vita apostolica i cui membri, senza voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società e, conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l’osservanza delle costituzioni. § 2. Fra queste vi sono società i cui membri assumono i consigli evangelici con qualche vincolo definito dalle costituzioni.

can. 732 Quanto è stabilito nei cann. 578-597 e 606 si applica anche alle società di vita apostolica, tuttavia nel rispetto della natura di ciascuna società; alle società di cui al can. 731, § 2, si applicano anche i cann. 598-602.

can. 733 § 1. Una casa viene eretta e una comunità locale viene costituita dall’autorità competente della società previo consenso scritto del Vescovo diocesano, il quale deve essere anche consultato quando si tratta della soppressione di queste. § 2. Il consenso per l’erezione di una casa comporta il diritto di avere almeno un oratorio, nel quale sia celebrata e custodita la santissima Eucaristia.

can. 734 Il governo della società è definito dalle costituzioni, osservati, secondo la natura delle singole società, i cann. 617-633.

can. 735 § 1. L’ammissione dei membri, il periodo di prova, l’incorporazione e la formazione vengono determinati dal diritto proprio di ogni società. § 2. Per l’ammissione nella società si osservino le condizioni stabilite dai cann. 642-645. § 3. Il diritto proprio deve determinare il regolamento per la prova e per la formazione, in consonanza con il fine e l’indole della società, particolarmente in campo dottrinale, spirituale, apostolico, cosicché i membri, riconoscendo la vocazione divina, siano convenientemente preparati alla missione e alla vita della società.

can. 736 § 1. Nelle società clericali i chierici sono incardinati alla società stessa, a meno che le costituzioni non dicano altrimenti. § 2. Per quanto riguarda il piano degli studi e la recezione degli ordini, si seguano le norme previste per i chierici secolari, fermo restando tuttavia il § 1.

can. 737 L’incorporazione comporta da parte dei membri gli obblighi e i diritti definiti dalle costituzioni; da parte della società l’impegno di guidare i membri alla realizzazione della propria vocazione secondo le costituzioni.

can. 738 § 1. Tutti i membri sono soggetti ai propri Moderatori a norma delle costituzioni in ciò che riguarda la vita interna e la disciplina della società. § 2. Sono soggetti inoltre al Vescovo diocesano in ciò che riguarda il culto pubblico, la cura delle anime e le altre attività apostoliche, attesi i cann. 679-683. § 3. Le relazioni tra il membro incardinato nella diocesi e il proprio Vescovo sono definite dalle costituzioni o da particolari convenzioni.

can. 739 I membri, oltre agli obblighi che secondo le costituzioni li toccano in quanto tali, sono tenuti agli obblighi comuni ai chierici, a meno che non risulti altrimenti dalla natura delle cose o dal contesto.

can. 740 I membri devono abitare nella casa o nella comunità legittimamente costituita e osservare la vita in comune a norma del diritto proprio; da questo sono pure regolate le assenze dalla casa o dalla comunità.

can. 741 § 1. Le società e, se non è detto altrimenti nelle costituzioni, le loro parti e le case, sono persone giuridiche e in quanto tali hanno la capacità di acquistare, possedere, amministrare e alienare beni temporali a norma delle disposizioni del Libro V, I beni temporali della Chiesa, dei cann. 636, 638 e 639, nonché del diritto proprio. § 2. Anche i membri, a norma del diritto proprio, hanno la capacità di acquistare, possedere e amministrare beni temporali e di disporne, ma tutto ciò che loro proviene in considerazione della società rimane acquisito per la società stessa.

can. 742 L’uscita e la dimissione dei membri non ancora incorporati in modo definitivo sono regolate dalle costituzioni di ciascuna società.

can. 743 Un membro incorporato definitivamente può ottenere dal Moderatore supremo, col consenso del suo consiglio, l’indulto di lasciare la società, con la conseguente cessazione dei diritti e degli obblighi derivanti dall’incorporazione, fermo restando il disposto del can. 693, a meno che tale concessione non sia a norma delle costituzioni riservata alla Santa Sede.

can. 744 § 1. È parimenti riservato al Moderatore supremo, col consenso del suo consiglio, di concedere a un membro incorporato definitivamente la licenza di passare ad un’altra società di vita apostolica, venendo frattanto sospesi i diritti e gli obblighi della propria società, fermo restando tuttavia il diritto di potervi ritornare prima dell’incorporazione definitiva nella nuova società. § 2. Per il passaggio ad un istituto di vita consacrata, o da questo ad una società di vita apostolica, si richiede la licenza della Santa Sede, alle cui disposizioni ci si dovrà attenere.

can. 745 Il Moderatore supremo con il consenso del suo consiglio può concedere a un membro incorporato in modo definitivo l’indulto di vivere fuori della società, tuttavia non oltre tre anni, rimanendo sospesi i diritti e gli obblighi incompatibili con la sua nuova condizione; questi però rimane sotto la cura dei Moderatori. Se si tratta di un sacerdote, si richiede inoltre il consenso dell’Ordinario del luogo in cui deve dimorare, rimanendo anche sotto la sua cura e dipendenza.

can. 746 Per la dimissione di un membro definitivamente incorporato si osservino, con gli adattamenti del caso, i cann. 694-704.

Libro terzo. La funzione di insegnare della Chiesa (cann. 747-833)

can. 747 § 1. La Chiesa, alla quale Cristo Signore affidò il deposito della fede affinché essa stessa, con l’assistenza dello Spirito Santo, custodisse santamente, scrutasse più intimamente, annunziasse ed esponesse fedelmente la verità rivelata, ha il dovere e il diritto nativo, anche con l’uso di propri mezzi di comunicazione sociale, indipendente da qualsiasi umana potestà, di predicare il Vangelo a tutte le genti. § 2. È compito della Chiesa annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigono i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime.

can. 748 § 1. Tutti gli uomini sono tenuti a ricercare la verità nelle cose, che riguardano Dio e la sua Chiesa, e, conosciutala, sono vincolati in forza della legge divina e godono del diritto di abbracciarla e di osservarla. § 2. Non è mai lecito ad alcuno indurre gli uomini con la costrizione ad abbracciare la fede cattolica contro la loro coscienza.

can. 749 § 1. Il Sommo Pontefice, in forza del suo ufficio, gode dell’infallibilità nel magistero quando, come Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli, che ha il compito di confermare i suoi fratelli nella fede, con atto definitivo proclama da tenersi una dottrina sulla fede o sui costumi. § 2. Anche il Collegio dei Vescovi gode dell’infallibilità nel magistero quando i Vescovi radunati nel Concilio Ecumenico esercitano il magistero, come dottori e giudici della fede e dei costumi, nel dichiarare per tutta la Chiesa da tenersi definitivamente una dottrina sulla fede o sui costumi; oppure quando dispersi per il mondo, conservando il legame di comunione fra di loro e con il successore di Pietro, convergono in un’unica sentenza da tenersi come definitiva nell’insegnare autenticamente insieme con il medesimo Romano Pontefice una verità che riguarda la fede o i costumi. § 3. Nessuna dottrina si intende infallibilmente definita, se ciò non consta manifestamente.

Giovanni Paolo II, m.p. Ad tuendam fidem, 18 maggio 1998: Il can. 750 del Codice di Diritto Canonico d’ora in poi avrà due paragrafi, il primo dei quali consisterà del testo del canone vigente e il secondo presenterà un testo nuovo, cosicché nell’insieme il can. 750 suonerà:

can. 750 § 1. Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell’unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria. § 2. Si devono pure fermamente accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente.

can. 751 Vien detta eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti.

can. 752 Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda.

can. 753 I Vescovi, che sono in comunione con il capo del Collegio e con i membri, sia singolarmente sia riuniti nelle Conferenze Episcopali o nei concili particolari, anche se non godono dell’infallibilità nell’insegnamento, sono autentici dottori e maestri della fede per i fedeli affidati alla loro cura; a tale magistero autentico dei propri Vescovi i fedeli sono tenuti ad aderire con religioso ossequio dell’animo.

can. 754 Tutti i fedeli sono tenuti all’obbligo di osservare le costituzioni e i decreti, che la legittima autorità della Chiesa propone per esporre una dottrina e per proscrivere opinioni erronee; per ragione speciale, quando poi le emanano il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi.

can. 755 § 1. Spetta in primo luogo a tutto il Collegio dei Vescovi e alla Sede Apostolica sostenere e dirigere presso i cattolici il movimento ecumenico, il cui fine è il ristabilimento dell’unità tra tutti i cristiani, che la Chiesa è tenuta a promuovere per volontà di Cristo. § 2. Spetta parimenti ai Vescovi, e, a norma del diritto, alle Conferenze Episcopali, promuovere la medesima unità e secondo che le diverse circostanze lo esigano o lo consiglino, impartire norme pratiche, tenute presenti le disposizioni emanate dalla suprema autorità della Chiesa.

Titolo I. Il ministero della parola divina (cann. 756-780)

can. 756 § 1. Nei riguardi della Chiesa universale la funzione di annunciare il Vangelo è affidata principalmente al Romano Pontefice e al Collegio dei Vescovi. § 2. Nei riguardi della Chiesa particolare loro affidata esercitano tale funzione i singoli Vescovi, i quali in essa sono i moderatori di tutto il ministero della parola; a volte però alcuni Vescovi la esplicano congiuntamente nei riguardi di più Chiese insieme, a norma del diritto.

can. 757 È proprio dei presbiteri, che sono i cooperatori dei Vescovi, annunciare il Vangelo di Dio; sono tenuti soprattutto a questo dovere, nei riguardi del popolo loro affidato, i parroci e gli altri cui viene commessa la cura delle anime; spetta anche ai diaconi servire il popolo di Dio nel ministero della parola, in comunione con il Vescovo e il suo presbiterio.

can. 758 I membri degli istituti di vita consacrata, in forza della propria consacrazione a Dio, rendono testimonianza del Vangelo in modo peculiare, e convenientemente essi vengono assunti dal Vescovo in aiuto per annunciare il Vangelo.

can. 759 I fedeli laici, in forza del battesimo e della confermazione, con la parola e con l’esempio della vita cristiana sono testimoni dell’annuncio evangelico; possono essere anche chiamati a cooperare con il Vescovo e con i presbiteri nell’esercizio del ministero della parola.

can. 760 Nel ministero della parola, che deve fondarsi sulla sacra Scrittura, la Tradizione, la liturgia, il magistero e la vita della Chiesa, sia integralmente e fedelmente proposto il mistero di Cristo.

can. 761 Per annunciare la dottrina cristiana si adoperino i diversi mezzi, che sono a disposizione, in primo luogo la predicazione e l’istruzione catechetica, che tengono sempre il posto principale, ma anche la presentazione della dottrina nelle scuole, nelle accademie, conferenze e adunanze di ogni genere, e altresì la diffusione della medesima attraverso le dichiarazioni pubbliche fatte dalla legittima autorità in occasione di taluni eventi con la stampa e con gli altri strumenti di comunicazione sociale.

Capitolo I. La predicazione della parola di Dio (cann. 762-772)

can. 762 Dal momento che il popolo di Dio viene radunato in primo luogo dalla parola di Dio vivente, che è del tutto legittimo ricercare dalle labbra dei sacerdoti, i sacri ministri abbiano grande stima della funzione della predicazione, essendo tra i loro principali doveri annunciare a tutti il Vangelo di Dio.

can. 763 È diritto dei Vescovi predicare dovunque la parola di Dio, non escluse le chiese e gli oratori degli istituti religiosi di diritto pontificio, a meno che il Vescovo del luogo in casi particolari non lo abbia negato espressamente.

can. 764 Salvo il disposto del can. 765, i presbiteri e i diaconi godono della facoltà di predicare dovunque, da esercitare con il consenso almeno presunto del rettore della chiesa, a meno che la medesima facoltà non sia stata ristretta o tolta del tutto da parte dell’Ordinario competente, o per legge particolare si richieda la licenza espressa.

can. 765 Per predicare ai religiosi nelle loro chiese o oratori si richiede la licenza del Superiore competente a norma delle costituzioni.

can. 766 I laici possono essere ammessi a predicare in una chiesa o in un oratorio, se in determinate circostanze lo richieda la necessità o in casi particolari l’utilità lo consigli, secondo le disposizioni della Conferenza Episcopale, e salvo il can. 767, § 1.

can. 767 § 1. Tra le forme di predicazione è eminente l’omelia, che è parte della stessa liturgia ed è riservata al sacerdote o al diacono; in essa lungo il corso dell’anno liturgico siano esposti dal testo sacro i misteri della fede e le norme della vita cristiana. § 2. Nei giorni di domenica e nelle feste di precetto, in tutte le Messe che si celebrano con concorso di popolo, si deve tenere l’omelia né la si può omettere se non per grave causa. § 3. Si raccomanda caldamente che, se si dà un sufficiente concorso di popolo, si tenga l’omelia anche nelle Messe che vengono celebrate durante la settimana, soprattutto quelle celebrate nel tempo di avvento e di quaresima o in occasione di qualche festa o di un evento luttuoso. § 4. Spetta al parroco o al rettore della chiesa curare che queste disposizioni siano osservate religiosamente.

can. 768 § 1. I predicatori della parola divina propongano in primo luogo ai fedeli ciò che è necessario credere e fare per la gloria di Dio e per la salvezza degli uomini. § 2. Impartiscano ai fedeli anche la dottrina che il magistero della Chiesa propone sulla dignità e libertà della persona umana, sull’unità e stabilità della famiglia e sui suoi compiti, sugli obblighi che riguardano gli uomini uniti nella società, come pure sul modo di disporre le cose temporali secondo l’ordine stabilito da Dio.

can. 769 La dottrina cristiana sia proposta in modo conforme alla condizione degli uditori e adattato alle necessità dei tempi.

can. 770 I parroci in tempi determinati, secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, organizzino quelle predicazioni, che denominano esercizi spirituali e sacre missioni, o altre forme adattate alle necessità.

can. 771 § 1. I pastori delle anime, soprattutto i Vescovi e i parroci, siano solleciti che la parola di Dio venga annunciata anche a quei fedeli, i quali per la loro condizione di vita non usufruiscono a sufficienza della comune e ordinaria cura pastorale o ne sono totalmente privi. § 2. Provvedano pure che l’annuncio del Vangelo giunga ai non credenti che vivono nel territorio, dal momento che la cura delle anime deve comprendere anche loro, non altrimenti che i fedeli.

can. 772 § 1. Per ciò che concerne l’esercizio della predicazione, si osservino inoltre da tutti le norme date dal Vescovo diocesano. § 2. Per parlare sulla dottrina cristiana mediante la radio o la televisione, siano osservate le disposizioni date dalla Conferenza Episcopale.

Capitolo II. L’istruzione catechetica (cann. 773-780)

can. 773 È dovere proprio e grave soprattutto dei pastori delle anime curare la catechesi del popolo cristiano, affinché la fede dei fedeli, per mezzo dell’insegnamento della dottrina e dell’esperienza della vita cristiana, diventi viva, esplicita e operosa.

can. 774 § 1. La sollecitudine della catechesi, sotto la guida della legittima autorità ecclesiastica, riguarda tutti i membri della Chiesa, ciascuno per la sua parte. § 2. I genitori sono tenuti prima di tutti gli altri all’obbligo di formare con la parola e l’esempio i figli nella fede e nella pratica della vita cristiana; sono vincolati da una pari obbligazione, coloro che ne fanno le veci e i padrini.

can. 775 § 1. Osservate le disposizioni date dalla Sede Apostolica, spetta al Vescovo diocesano emanare norme circa la materia catechetica e parimenti provvedere che siano disponibili gli strumenti adatti per la catechesi, preparando anche un catechismo, se ciò sembrasse opportuno, e altresì favorire e coordinare le iniziative catechistiche. § 2. Spetta alla Conferenza Episcopale, se pare utile, curare che vengano pubblicati catechismi per il proprio territorio, previa approvazione della Sede Apostolica. § 3. Presso la Conferenza Episcopale può essere istituito l’ufficio catechistico, con la precipua funzione di offrire aiuto alle singole diocesi in materia catechetica.

can. 776 Il parroco, in forza del suo ufficio, è tenuto a curare la formazione catechetica degli adulti, dei giovani e dei fanciulli; a tal fine adoperi la collaborazione dei chierici addetti alla parrocchia, dei membri degli istituti di vita consacrata come pure delle società di vita apostolica, tenuto conto dell’indole di ciascun istituto, e altresì dei fedeli laici, soprattutto dei catechisti; tutti questi, se non sono legittimamente impediti, non ricusino di prestare volentieri la loro opera. Nella catechesi familiare, promuova e sostenga il compito dei genitori, di cui al can. 774, § 2.

can. 777 In modo peculiare il parroco, tenute presenti le norme stabilite dal Vescovo diocesano, curi: 1) che si impartisca una catechesi adatta in vista della celebrazione dei sacramenti; 2) che i fanciulli, mediante l’istruzione catechetica impartita per un congruo tempo, siano debitamente preparati alla prima ricezione dei sacramenti della penitenza e della santissima Eucaristia, come pure al sacramento della confermazione; 3) che i medesimi, ricevuta la prima comunione, abbiano una più abbondante e più profonda formazione catechetica; 4) che l’istruzione catechetica sia trasmessa anche a quelli che sono impediti nella mente o nel corpo, per quanto lo permette la loro condizione; 5) che la fede dei giovani e degli adulti, con svariate forme e iniziative, sia difesa, illuminata e fatta progredire.

can. 778 I Superiori religiosi e delle società di vita apostolica curino che nelle proprie chiese, scuole o altre opere in qualunque modo loro affidate, venga impartita diligentemente l’istruzione catechetica.

can. 779 L’istruzione catechetica sia trasmessa con l’uso di tutti gli aiuti, sussidi didattici e strumenti di comunicazione sociale, che sembrano più efficaci perché i fedeli, in modo adatto alla loro indole, alle loro capacità ed età come pure alle condizioni di vita, siano capaci di apprendere più pienamente la dottrina cattolica e di tradurla in pratica in modo più conveniente.

can. 780 Gli Ordinari dei luoghi curino che i catechisti siano debitamente preparati a svolgere bene il loro incarico, che cioè venga loro offerta una formazione continua, e che conoscano in modo appropriato la dottrina della Chiesa e imparino teoreticamente e praticamente i principi delle discipline pedagogiche.

Titolo II. L’azione missionaria della Chiesa (cann. 781-792)

can. 781 Dal momento che tutta quanta la Chiesa è per sua natura missionaria e che l’opera di evangelizzazione è da ritenere dovere fondamentale del popolo di Dio, tutti i fedeli, consci della loro responsabilità, assumano la propria parte nell’opera missionaria.

can. 782 § 1. La suprema direzione e coordinamento delle iniziative e delle attività riguardanti l’opera missionaria e la cooperazione per le missioni, compete al Romano Pontefice e al Collegio dei Vescovi. § 2. I singoli Vescovi, in quanto garanti della Chiesa universale e di tutte le Chiese, abbiano una peculiare sollecitudine per l’opera missionaria, soprattutto suscitando, favorendo e sostenendo le iniziative missionarie nella propria Chiesa particolare.

can. 783 I membri degli istituti di vita consacrata, dal momento che si dedicano al servizio della Chiesa in forza della stessa consacrazione, sono tenuti all’obbligo di prestare l’opera loro in modo speciale nell’azione missionaria, con lo stile proprio dell’istituto.

can. 784 I missionari, vale a dire coloro che sono mandati dalla competente autorità ecclesiastica a compiere l’opera missionaria, possono essere designati fra gli autoctoni o no, sia chierici secolari, sia membri degli istituti di vita consacrata o delle società di vita apostolica, sia altri fedeli laici.

can. 785 § 1. Nello svolgimento dell’opera missionaria siano assunti i catechisti, cioè fedeli laici debitamente istruiti e eminenti per vita cristiana, perché, sotto la guida del missionario, si dedichino a proporre la dottrina evangelica e a organizzare gli esercizi liturgici e le opere di carità. § 2. I catechisti siano formati nelle scuole a ciò destinate o, dove queste mancano, sotto la guida dei missionari.

can. 786 L’azione propriamente missionaria, per mezzo della quale la Chiesa è impiantata nei popoli o nei gruppi dove ancora non è stata radicata, viene assolta dalla Chiesa soprattutto mandando gli annunziatori del Vangelo fino a quando le nuove Chiese non siano pienamente costituite, vale a dire quando siano dotate di forze proprie e di mezzi sufficienti, per cui esse stesse siano capaci da sé di compiere l’opera di evangelizzazione.

can. 787 § 1. I missionari, con la testimonianza della vita e della parola, istituiscano un dialogo sincero con i non credenti in Cristo, perché, con procedimento adatto al loro ingegno e cultura, si aprano loro le vie per le quali possano essere condotti a conoscere l’annuncio evangelico. § 2. Curino d’istruire nelle verità della fede coloro che giudicano preparati a ricevere l’annuncio evangelico, in modo tale che essi stessi, chiedendolo liberamente, possano essere ammessi a ricevere il battesimo.

can. 788 § 1. Quelli che avranno manifestato la volontà di abbracciare la fede in Cristo, compiuto il tempo del precatecumenato, siano ammessi con le cerimonie liturgiche al catecumenato, e i loro nomi siano scritti nell’apposito libro. § 2. I catecumeni, per mezzo dell’istruzione e del tirocinio della vita cristiana, siano adeguatamente iniziati al mistero della salvezza e vengano introdotti a vivere la fede, la liturgia, la carità del popolo di Dio e l’apostolato. § 3. Spetta alla Conferenza Episcopale emanare statuti con cui ordinare il catecumenato, determinando quali siano gli obblighi dei catecumeni, e quali prerogative si debbano loro riconoscere.

can. 789 I neofiti siano formati con un’istruzione appropriata a conoscere più profondamente la verità evangelica e ad adempiere i doveri assunti per mezzo del battesimo; siano compenetrati da un sincero amore verso Cristo e la sua Chiesa.

can. 790 § 1. Nei territori di missione spetta al Vescovo diocesano: 1) promuovere, guidare e coordinare le iniziative e le opere, che tendono all’azione missionaria; 2) curare che siano stipulate le debite convenzioni con i Moderatori degli istituti che si dedicano all’opera missionaria, e che le relazioni con i medesimi tornino a bene della missione. § 2. Alle disposizioni emanate dal Vescovo diocesano di cui al § 1, n. 1, sono sottoposti tutti i missionari, anche religiosi e i loro aiutanti che vivono nella circoscrizione a lui soggetta.

can. 791 Nelle singole diocesi per favorire la cooperazione missionaria: 1) si promuovano le vocazioni missionarie; 2) sia deputato un sacerdote per promuovere efficacemente le iniziative a favore delle missioni, soprattutto le Pontificie Opere Missionarie; 3) si celebri la giornata annuale per le missioni; 4) sia versato ogni anno un congruo contributo per le missioni, da trasmettere alla Santa Sede.

can. 792 Le Conferenze Episcopali istituiscano e promuovano opere, per mezzo delle quali coloro che dalle terre di missione si recano nel territorio delle medesime Conferenze per ragioni di lavoro o di studio, siano accolti fraternamente e vengano aiutati con una adeguata cura pastorale.

Titolo III. L’educazione cattolica (cann. 793-821)

can. 793 § 1. I genitori, come pure coloro che ne fanno le veci, sono vincolati dall’obbligo e hanno il diritto di educare la prole; i genitori cattolici hanno anche il dovere e il diritto di scegliere quei mezzi e quelle istituzioni attraverso i quali, secondo le circostanze di luogo, possano provvedere nel modo più appropriato all’educazione cattolica dei figli. § 2. È diritto dei genitori di usufruire anche degli aiuti che la società civile deve fornire e di cui hanno bisogno nel procurare l’educazione cattolica dei figli.

can. 794 § 1. A titolo speciale il dovere e il diritto di educare spetta alla Chiesa, alla quale è stata affidata da Dio la missione di aiutare gli uomini, perché siano in grado di pervenire alla pienezza della vita cristiana. § 2. È dovere dei pastori delle anime disporre ogni cosa, perché tutti i fedeli possano fruire dell’educazione cattolica.

can. 795 Dal momento che la vera educazione deve perseguire la formazione integrale della persona umana, in vista del suo fine ultimo e insieme del bene comune delle società, i fanciulli e i giovani siano coltivati in modo da poter sviluppare armonicamente le proprie doti fisiche, morali e intellettuali, acquistino un più perfetto senso di responsabilità e il retto uso della libertà e siano preparati a partecipare attivamente alla vita sociale.

Capitolo I. Le scuole (cann. 796-806)

can. 796 § 1. Tra i mezzi per coltivare l’educazione i fedeli stimino grandemente le scuole, le quali appunto sono di precipuo aiuto ai genitori nell’adempiere la loro funzione educativa. § 2. È necessario che i genitori cooperino strettamente con i maestri delle scuole, cui affidano i figli da educare; i maestri poi nell’assolvere il proprio dovere collaborino premurosamente con i genitori; questi poi vanno ascoltati volentieri e inoltre siano istituite e grandemente apprezzate le loro associazioni o riunioni.

can. 797 È necessario che i genitori nello scegliere le scuole godano di vera libertà; di conseguenza i fedeli devono impegnarsi perché la società civile riconosca ai genitori questa libertà e, osservata la giustizia distributiva, la tuteli anche con sussidi.

can. 798 I genitori affidino i figli a quelle scuole nelle quali si provvede all’educazione cattolica; se non sono in grado di farlo, sono tenuti all’obbligo di curare, che la debita educazione cattolica sia loro impartita al di fuori della scuola.

can. 799 I fedeli facciano di tutto perché nella società civile le leggi, che ordinano la formazione dei giovani, contemplino nelle scuole stesse anche la loro educazione religiosa e morale, secondo la coscienza dei genitori.

can. 800 § 1. È diritto della Chiesa fondare e dirigere scuole di qualsiasi disciplina, genere e grado. § 2. I fedeli favoriscano le scuole cattoliche, cooperando secondo le proprie forze per fondarle e sostenerle.

can. 801 Gli istituti religiosi che hanno la missione specifica dell’educazione, mantenendo fedelmente questa loro missione, si adoperino efficacemente per dedicarsi all’educazione cattolica anche attraverso proprie scuole, fondate con il consenso del Vescovo diocesano.

can. 802 § 1. Se non ci sono ancora scuole nelle quali venga trasmessa una educazione impregnata di spirito cristiano, spetta al Vescovo diocesano curare che siano fondate. § 2. Quando ciò sia conveniente, il Vescovo diocesano provveda che vengano fondate pure scuole professionali e tecniche e anche altre, che siano richieste da speciali necessità.

can. 803 § 1. Per scuola cattolica s’intende quella che l’autorità ecclesiastica competente o una persona giuridica ecclesiastica pubblica dirige, oppure quella che l’autorità ecclesiastica riconosce come tale con un documento scritto. § 2. L’istruzione e l’educazione nella scuola cattolica deve fondarsi sui principi della dottrina cattolica; i maestri si distinguano per retta dottrina e per probità di vita. § 3. Nessuna scuola, benché effettivamente cattolica, porti il nome di scuola cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica.

can. 804 § 1. All’autorità della Chiesa è sottoposta l’istruzione e l’educazione religiosa cattolica che viene impartita in qualunque scuola o viene procurata per mezzo dei vari strumenti di comunicazione sociale; spetta alla Conferenza Episcopale emanare norme generali su questo campo d’azione, e spetta al Vescovo diocesano regolarlo e vigilare su di esso. § 2. L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica.

can. 805 È diritto dell’Ordinario del luogo per la propria diocesi di nominare o di approvare gli insegnanti di religione, e parimenti, se lo richiedano motivi di religione o di costumi, di rimuoverli oppure di esigere che siano rimossi.

can. 806 § 1. Al Vescovo diocesano compete il diritto di vigilare e di visitare le scuole cattoliche situate nel suo territorio, anche quelle fondate o dirette da membri di istituti religiosi; a lui parimenti compete dare disposizioni che concernono l’ordinamento generale delle scuole cattoliche: e queste disposizioni hanno valore anche circa le scuole che sono dirette dai medesimi religiosi, salva però la loro autonomia sulla conduzione interna di tali scuole. § 2. Curino i Moderatori delle scuole cattoliche, sotto la vigilanza dell’Ordinario del luogo, che l’istruzione in esse impartita si distingua dal punto di vista scientifico almeno a pari grado che nelle altre scuole della regione.

Capitolo II. Le università cattoliche e gli altri istituti di studi superiori (cann. 807-814)

can. 807 È diritto della Chiesa istituire e dirigere università di studi, che contribuiscano ad una più profonda cultura degli uomini e a una più piena promozione della persona umana e altresì ad adempiere la funzione d’insegnare della Chiesa stessa.

can. 808 Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica.

can. 809 Le Conferenze Episcopali curino che ci siano, se possibile e conveniente, università di studi o almeno facoltà, distribuite in modo appropriato nel loro territorio, nelle quali le diverse discipline, salvaguardata senza dubbio la loro autonomia scientifica, siano studiate e insegnate, tenuto conto della dottrina cattolica.

can. 810 § 1. È dovere dell’autorità competente secondo gli statuti provvedere che nelle università cattoliche siano nominati docenti i quali, oltre che per l’idoneità scientifica e pedagogica, eccellano per integrità di dottrina e per probità di vita, e che, mancando tali requisiti, osservato il modo di procedere definito dagli statuti, siano rimossi dall’incarico. § 2. Le Conferenze Episcopali e i Vescovi diocesani interessati hanno il dovere e il diritto di vigilare, che nelle medesime università siano osservati fedelmente i principi della dottrina cattolica.

can. 811 § 1. L’autorità ecclesiastica competente curi che nelle università cattoliche sia eretta la facoltà o l’istituto o almeno la cattedra di teologia, in cui vengano impartite lezioni anche agli studenti laici. § 2. Nelle singole università cattoliche si tengano lezioni, nelle quali si trattino precipuamente le questioni teologiche connesse con le discipline delle medesime facoltà.

can. 812 Coloro che in qualunque istituto di studi superiori insegnano discipline teologiche, devono avere il mandato della competente autorità ecclesiastica.

can. 813 Il Vescovo diocesano abbia una intensa cura pastorale degli studenti, anche erigendo una parrocchia, o almeno per mezzo di sacerdoti a ciò stabilmente deputati, e provveda che presso le università, anche non cattoliche, ci siano centri universitari cattolici, che offrano un aiuto soprattutto spirituale alla gioventù.

can. 814 Le disposizioni, date per le università, si applicano a pari ragione agli altri istituti di studi superiori.

Capitolo III. Le università e le facoltà ecclesiastiche (cann. 815-821)

can. 815 La Chiesa, in forza della sua funzione di annunciare la verità rivelata, ha proprie università o facoltà ecclesiastiche per l’investigazione delle discipline sacre o connesse con le sacre, e per istruire scientificamente gli studenti nelle medesime discipline.

can. 816 § 1. Le università e le facoltà ecclesiastiche possono essere costituite soltanto se erette dalla Sede Apostolica o da questa approvate; ad essa compete pure la loro superiore direzione. § 2. Le singole università e facoltà ecclesiastiche devono avere i propri statuti e l’ordinamento degli studi approvati dalla Sede Apostolica.

can. 817 Nessuna università o facoltà, che non sia stata eretta o approvata dalla Sede Apostolica, può validamente conferire gradi accademici con effetti canonici nella Chiesa.

can. 818 Le disposizioni date per le università cattoliche nei cann. 810, 812 e 813, hanno valore anche per le università e facoltà ecclesiastiche.

can. 819 Nella misura in cui lo richieda il bene della diocesi o dell’istituto religioso o anzi della stessa Chiesa universale, i Vescovi diocesani o i Superiori competenti degli istituti devono inviare alle università o facoltà ecclesiastiche giovani, chierici e religiosi, che si segnalino per indole, virtù e ingegno.

can. 820 I Moderatori e i professori delle università e facoltà ecclesiastiche procurino che le diverse facoltà dell’università collaborino vicendevolmente, per quanto l’oggetto lo consente, e che tra la propria università o facoltà e le altre università o facoltà, anche non ecclesiastiche, ci sia mutua cooperazione, con la quale cioè le medesime con azione congiunta operino concordemente ad un maggior incremento della scienza, per mezzo di convegni, investigazioni scientifiche coordinate e altri sussidi.

can. 821 La Conferenza Episcopale e il Vescovo diocesano provvedano che, dove è possibile, siano fondati istituti superiori di scienze religiose, nei quali cioè vengano insegnate le discipline teologiche e le altre che concernono la cultura cristiana.

Titolo IV. Gli strumenti di comunicazione sociale e in specie i libri (cann. 822-832)

can. 822 § 1. I pastori della Chiesa, valendosi del diritto proprio della Chiesa nell’adempimento del loro incarico, cerchino di utilizzare gli strumenti di comunicazione sociale. § 2. Sia cura dei medesimi pastori istruire i fedeli del dovere che hanno di cooperare perché l’uso degli strumenti di comunicazione sociale sia vivificato da spirito umano e cristiano. § 3. Tutti i fedeli, quelli soprattutto che in qualche modo hanno parte nell’uso e nell’organizzazione dei medesimi strumenti, siano solleciti nel prestare la loro cooperazione alle attività pastorali, in modo tale che la Chiesa anche con tali strumenti possa esercitare efficacemente la sua funzione.

can. 823 § 1. Perché sia conservata l’integrità della verità della fede e dei costumi, i pastori della Chiesa hanno ii dovere e il diritto di vigilare che non si arrechi danno alla fede e ai costumi dei fedeli con gli scritti o con l’uso degli strumenti di comunicazione sociale; parimenti di esigere che vengano sottoposti al proprio giudizio prima della pubblicazione gli scritti dei fedeli che toccano la fede o i costumi; e altresì di riprovare gli scritti che portino danno alla retta fede o ai buoni costumi. § 2. Il dovere e il diritto, di cui al § 1, competono ai Vescovi, sia singolarmente sia riuniti nei concili particolari o nelle Conferenze Episcopali nei riguardi dei fedeli alla loro cura affidati, d’altro lato competono alla suprema autorità della Chiesa nei riguardi di tutto il popolo di Dio.

can. 824 § 1. Se non è stabilito altrimenti, l’Ordinario del luogo, la cui licenza o approvazione per la pubblicazione dei libri va richiesta secondo i canoni del presente titolo, è l’Ordinario del luogo proprio dell’autore oppure l’Ordinario del luogo nel quale il libro viene effettivamente edito. § 2. Ciò che viene stabilito nei canoni di questo titolo sui libri, si deve applicare a qualunque scritto destinato alla pubblica divulgazione, se non consti altro.

can. 825 § 1. I libri delle sacre Scritture non possono essere pubblicati senza essere stati approvati dalla Sede Apostolica o dalla Conferenza Episcopale; e parimenti perché le versioni delle medesime possano essere edite nelle lingue correnti, si richiede che siano state approvate dalla stessa autorità e contemporaneamente siano corredate da sufficienti spiegazioni. § 2. I fedeli cattolici, su licenza della Conferenza Episcopale, possono preparare e pubblicare le versioni delle sacre Scritture corredate da convenienti spiegazioni, in collaborazione anche con i fratelli separati.

can. 826 § 1. Per ciò che attiene ai libri liturgici, si osservino le disposizioni del can. 838. § 2. Perché siano pubblicati di nuovo i libri liturgici o parti di essi, come pure le loro versioni nelle lingue correnti, deve risultare la concordanza con l’edizione approvata da un attestato dell’Ordinario del luogo in cui vengono effettivamente editi. § 3. I libri di preghiere per l’uso pubblico o privato dei fedeli non siano pubblicati se non su licenza dell’Ordinario del luogo.

can. 827 § 1. I catechismi come pure gli altri scritti pertinenti all’istruzione catechetica o le loro versioni, per essere pubblicati, devono avere l’approvazione dell’Ordinario del luogo, fermo restando il disposto del can. 775, § 2. § 2. Qualora non siano stati pubblicati con l’approvazione della competente autorità ecclesiastica o da essa successivamente approvati, nelle scuole, sia elementari sia medie sia superiori, non possono essere adottati come testi-base dell’insegnamento i libri che toccano questioni concernenti la sacra Scrittura, la teologia, il diritto canonico, la storia ecclesiastica e le discipline religiose o morali. § 3. Si raccomanda che i libri che trattano le materie di cui al § 2, sebbene non siano adoperati come testi d’insegnamento, e parimenti gli scritti in cui ci sono elementi che riguardano in modo peculiare la religione o l’onestà dei costumi, vengano sottoposti al giudizio dell’Ordinario del luogo. § 4. Nelle chiese o negli oratori non si possono esporre, vendere o dare libri o altri scritti che trattano di questioni di religione o di costumi, se non sono stati pubblicati con licenza della competente autorità ecclesiastica o da questa successivamente approvati.

can. 828 Non è lecito pubblicare di nuovo le collezioni dei decreti o degli atti editi da una autorità ecclesiastica, senza aver richiesto precedentemente la licenza della medesima autorità e osservate le condizioni da essa imposte.

can. 829 L’approvazione o la licenza di pubblicare un’opera ha valore per il testo originale, non però per le sue nuove edizioni o traduzioni.

can. 830 § 1. Rimanendo intatto il diritto di ciascun Ordinario del luogo di affidare a persone per lui sicure il giudizio sui libri, può essere redatto dalla Conferenza Episcopale un elenco di censori, eminenti per scienza, retta dottrina e prudenza, che siano a disposizione delle curie diocesane, oppure può essere costituita una commissione di censori, che gli Ordinari locali possano consultare. § 2. Il censore, nell’attendere al suo ufficio, messa da parte ogni preferenza personale, tenga presente solamente la dottrina della Chiesa sulla fede e sui costumi, quale è proposta dal magistero ecclesiastico. § 3. Il censore deve dare il suo parere per iscritto; se sarà risultato favorevole, l’Ordinario secondo il suo prudente giudizio conceda la licenza di procedere alla pubblicazione, espresso il proprio nome e altresì il tempo e il luogo della concessione; che se non la conceda, l’Ordinario comunichi le motivazioni del diniego allo scrittore dell’opera.

can. 831 § 1. Sui giornali, opuscoli o riviste periodiche che sono soliti attaccare apertamente la religione cattolica o i buoni costumi, i fedeli non scrivano nulla, se non per causa giusta e ragionevole; i chierici poi e i membri degli istituti religiosi, solamente su licenza dell’Ordinario del luogo. § 2. Spetta alla Conferenza Episcopale stabilire norme sui requisiti perché ai chierici e ai membri degli istituti religiosi sia lecito partecipare a trasmissioni radiofoniche o televisive che trattino questioni attinenti la dottrina cattolica o la morale.

can. 832 I membri degli istituti religiosi, per poter pubblicare scritti che trattano questioni di religione o di costumi, necessitano anche della licenza del proprio Superiore maggiore a norma delle costituzioni.

Titolo V. La professione di fede (can. 833)

can. 833 All’obbligo di emettere personalmente la professione di fede, secondo la formula approvata dalla Sede Apostolica, sono tenuti: 1) alla presenza del presidente o di un suo delegato, tutti quelli che partecipano al Concilio Ecumenico o particolare, al sinodo dei Vescovi e al sinodo diocesano con voto sia deliberativo sia consultivo; il presidente poi alla presenza del Concilio o del sinodo; 2) i promossi alla dignità cardinalizia secondo gli statuti del sacro Collegio; 3) alla presenza del delegato della Sede Apostolica, tutti i promossi all’episcopato, e parimenti quelli che sono equiparati al Vescovo diocesano; 4) alla presenza del collegio dei consultori, l’Amministratore diocesano; 5) alla presenza del Vescovo diocesano o di un suo delegato, i Vicari generali e i Vicari episcopali come pure i Vicario giudiziali; 6) alla presenza dell’Ordinario del luogo o di un suo delegato, i parroci, il rettore e gli insegnanti di teologia e filosofia nei seminari, all’inizio dell’assunzione dell’incarico; quelli che devono essere promossi all’ordine del diaconato; 7) alla presenza del Gran Cancelliere o, in sua assenza, alla presenza dell’Ordinario del luogo o dei loro delegati, il rettore dell’università ecclesiastica o cattolica, all’inizio dell’assunzione dell’incarico; alla presenza del rettore, se sacerdote, o alla presenza dell’Ordinario del luogo o dei loro delegati, i docenti che insegnano in qualsiasi università discipline pertinenti alla fede e ai costumi, all’inizio dell’assunzione dell’incarico; 8) i Superiori negli istituti religiosi e nelle società di vita apostolica clericali, a norma delle costituzioni.

Libro IV. La funzione di santificare della Chiesa (cann. 834-1253)

can. 834 § 1. La Chiesa adempie la funzione di santificare in modo peculiare mediante la sacra liturgia, che è ritenuta come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo, nel quale per mezzo di segni sensibili viene significata e realizzata, in modo proprio a ciascuno, la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto di Dio pubblico integrale. § 2. Tale culto allora si realizza quando viene offerto in nome della Chiesa da persone legittimamente incaricate e mediante atti approvati dall’autorità della Chiesa.

can. 835 § 1. Esercitano la funzione di santificare innanzitutto i Vescovi, che sono i grandi sacerdoti, i principali dispensatori dei misteri di Dio e i moderatori, i promotori e i custodi di tutta la vita liturgica nella Chiesa loro affidata. § 2. Esercitano la stessa funzione i presbiteri, i quali cioè, partecipi essi stessi del sacerdozio di Cristo, come suoi ministri sotto l’autorità del Vescovo, sono consacrati per celebrare il culto divino e santificare il popolo. § 3. I diaconi partecipano alla celebrazione del culto divino, a norma delle disposizioni di diritto. § 4. Nella funzione di santificare hanno una parte loro propria anche gli altri fedeli partecipando attivamente secondo modalità proprie alle celebrazioni liturgiche, soprattutto a quella eucaristica; partecipano in modo peculiare alla stessa funzione i genitori, conducendo la vita coniugale secondo lo spirito cristiano e attendendo all’educazione cristiana dei figli.

can. 836 Poiché il culto cristiano, nel quale si esercita il sacerdozio comune dei fedeli, è opera che procede dalla fede e in essa si fonda, i ministri sacri provvedano assiduamente a ravvivarla e illuminarla, soprattutto con il ministero della parola, mediante il quale la fede nasce e si nutre.

can. 837 § 1. Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa stessa, che è “sacramento di unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi; perciò appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi di esso vi sono coinvolti in diverso modo, secondo la diversità degli ordini, delle funzioni e dell’attuale partecipazione. § 2. Le azioni liturgiche, per il fatto che comportano per loro natura una celebrazione comunitaria, vengano celebrate, dove ciò è possibile, con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli.

can. 838 § 1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano. § 2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque. § 3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, dopo averle adattate convenientemente entro i limiti definiti negli stessi libri liturgici, e pubblicarle, previa autorizzazione della Santa Sede. § 4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti.

can. 839 § 1. La Chiesa adempie la funzione di santificare anche con altri mezzi, sia con la preghiera, mediante la quale si supplica Dio affinché i fedeli siano santificati nella verità, sia con le opere di penitenza e di carità, le quali aiutano grandemente a radicare e corroborare il Regno di Cristo nelle anime e contribuiscono alla salvezza del mondo. § 2. Provvedano gli Ordinari dei luoghi che le preghiere e i pii e sacri esercizi del popolo cristiano siano pienamente conformi alle norme della Chiesa.

Parte prima. I sacramenti (cann. 840-1165)

can. 840 I sacramenti del Nuovo Testamento, istituiti da Cristo Signore e affidati alla Chiesa, in quanto azioni di Cristo e della Chiesa, sono segni e mezzi mediante i quali la fede viene espressa e irrobustita, si rende culto a Dio e si compie la santificazione degli uomini, e pertanto concorrono sommamente a iniziare, confermare e manifestare la comunione ecclesiastica; perciò nella loro celebrazione sia i sacri ministri sia gli altri fedeli debbono avere una profonda venerazione e la dovuta diligenza.

can. 841 Poiché i sacramenti sono gli stessi per tutta la Chiesa e appartengono al divino deposito, è di competenza unicamente della suprema autorità della Chiesa approvare o definire i requisiti per la loro validità e spetta alla medesima autorità o ad altra competente, a norma del can. 838, § § 3 e 4, determinare quegli elementi che riguardano la loro lecita celebrazione, amministrazione e recezione, nonché il rito da osservarsi nella loro celebrazione.

can. 842 § 1. Chi non ha ricevuto il battesimo non può essere ammesso validamente agli altri sacramenti. § 2. I sacramenti del battesimo, della confermazione e della santissima Eucaristia sono tra loro talmente congiunti, da essere richiesti per la piena iniziazione cristiana.

can. 843 § 1. I ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano ben disposti e non ne abbiano dal diritto la proibizione di riceverli. § 2. I pastori d’anime e gli altri fedeli, ciascuno secondo i compiti che ha nella Chiesa, hanno il dovere di curare che coloro che chiedono i sacramenti, siano preparati a riceverli mediante la dovuta evangelizzazione e formazione catechetica, in conformità alle norme emanate dalla competente autorità.

can. 844 § 1. I ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti ai soli fedeli cattolici, i quali parimenti li ricevono lecitamente dai soli ministri cattolici, salve le disposizioni dei § § 2, 3 e 4 di questo canone e del can. 861, § 2. § 2. Ogni qualvolta una necessità lo esiga o una vera utilità spirituale lo consigli e purché sia evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, è lecito ai fedeli, ai quali sia fisicamente o moralmente impossibile accedere al ministro cattolico, ricevere i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e dell’unzione degli infermi da ministri non cattolici, nella cui Chiesa sono validi i predetti sacramenti. § 3. I ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e dell’unzione degli infermi ai membri delle Chiese orientali, che non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica, qualora li richiedano spontaneamente e siano ben disposti; ciò vale anche per i membri delle altre Chiese, le quali, a giudizio della Sede Apostolica, relativamente ai sacramenti in questione, si trovino nella stessa condizione delle predette Chiese orientali. § 4. Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, incombesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti. § 5. Per i casi di cui ai § § 2, 3 e 4, il Vescovo diocesano o la conferenza dei Vescovi non diano norme generali, se non dopo aver consultato l’autorità competente almeno locale della Chiesa o della comunità non cattolica interessata.

can. 845 § 1. I sacramenti del battesimo, della confermazione e dell’ordine, in quanto imprimono il carattere, non possono essere ripetuti. il dubbio prudente che i sacramenti di cui al § 1 siano stati dati veramente o validamente, vengano conferiti sotto condizione.

can. 846 § 1. Nella celebrazione dei sacramenti, si seguano fedelmente i libri liturgici approvati dalla competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa. § 2. Il ministro celebri i sacramenti secondo il proprio rito.

can. 847 § 1. Nell’amministrazione dei sacramenti nei quali si deve far uso dei sacri oli, il ministro deve servirsi di oli ottenuti dagli olivi o da altre piante, e, salvo il disposto del can. 999, n. 2, consacrati o benedetti dal Vescovo e per di più di recente; non si serva di quelli vecchi, a meno che non vi sia una necessità. § 2. Il parroco richieda i sacri oli al Vescovo proprio e li conservi diligentemente in una custodia decorosa.

can. 848 Il ministro, oltre alle offerte determinate dalla competente autorità, per l’amministrazione dei sacramenti non domandi nulla, evitando sempre che i bisognosi abbiano ad essere privati dell’aiuto dei sacramenti a motivo della povertà.

Titolo I. Il battesimo (cann. 849-878)

can. 849 Il battesimo, porta dei sacramenti, necessario di fatto o almeno nel desiderio per la salvezza, mediante il quale gli uomini vengono liberati dai peccati, sono rigenerati come figli di Dio e, configurati a Cristo con un carattere indelebile, vengono incorporati alla Chiesa, è validamente conferito soltanto mediante il lavacro di acqua vera e con la forma verbale stabilita.

Capitolo I. La celebrazione del battesimo (cann. 850-860)

can. 850 Il battesimo viene amministrato secondo il rito stabilito nei libri liturgici approvati, salvo il caso di urgente necessità, nel quale deve essere osservato soltanto ciò che è richiesto per la validità del sacramento.

can. 851 La celebrazione del battesimo deve essere opportunamente preparata; pertanto: 1) l’adulto che intende ricevere il battesimo sia ammesso al catecumenato e, per quanto è possibile, attraverso i vari gradi, sia condotto all’iniziazione sacramentale, secondo il rito dell’iniziazione, adattato dalla Conferenza Episcopale e secondo le norme peculiari da essa emanate; 2) i genitori di un bambino da battezzare, come pure coloro che stanno per assumersi l’incarico di padrino, siano bene istruiti sul significato di questo sacramento e circa gli obblighi ad esso inerenti; il parroco, personalmente o tramite altri, provveda che i genitori, mediante esortazioni pastorali ed anche con la preghiera comune, siano debitamente istruiti, radunando più famiglie e dove sia possibile visitandole.

can. 852 § 1. Le disposizioni contenute nei canoni per il battesimo degli adulti, si applicano a tutti coloro che, usciti dall’infanzia, hanno raggiunto l’uso di ragione. § 2. Viene assimilato al bambino, anche per quanto concerne il battesimo, colui che non è responsabile dei suoi atti.

can. 853 L’acqua da usarsi nel conferimento del battesimo, eccetto in caso di necessità, deve essere benedetta secondo le disposizioni dei libri liturgici.

can. 854 Il battesimo venga conferito o per immersione o per infusione, osservando le disposizioni della Conferenza Episcopale.

can. 855 I genitori, i padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano.

can. 856 Anche se il battesimo può essere celebrato in qualsiasi giorno, si raccomanda tuttavia che ordinariamente venga celebrato di domenica o, se possibile, nella veglia pasquale.

can. 857 § 1. Fuori del caso di necessità, il luogo proprio del battesimo è la chiesa o l’oratorio. § 2. Si abbia come regola che l’adulto sia battezzato nella propria chiesa parrocchiale, il bambino invece nella chiesa parrocchiale propria dei genitori, a meno che una giusta causa non suggerisca diversamente.

can. 858 § 1. Ogni chiesa parrocchiale abbia il fonte battesimale, salvo il diritto cumulativo già acquisito da altre chiese. § 2. Per comodità dei fedeli, l’Ordinario del luogo, udito il parroco locale, può permettere o disporre che il fonte battesimale si trovi anche in un’altra chiesa o oratorio entro i confini della parrocchia.

can. 859 Qualora il battezzando, a causa della distanza dei luoghi o per altre circostanze, non possa accedere o non possa trasferirsi senza grave disagio alla chiesa parrocchiale o ad altra chiesa o oratorio di cui al can. 858, § 2, il battesimo può e deve essere conferito in un’altra chiesa o in un oratorio più vicini, o anche in altro luogo decoroso.

can. 860 § 1. Fuori del caso di necessità, il battesimo non si conferisca nelle case private, a meno che l’Ordinario del luogo per grave causa non lo abbia permesso. § 2. Negli ospedali, a meno che il Vescovo diocesano non abbia stabilito diversamente, non si celebri il battesimo, se non in caso di necessità o per altra ragione pastorale cogente.

Capitolo II. Il ministro del battesimo (cann. 861-863)

can. 861 § 1. Ministro ordinario del battesimo è il Vescovo, il presbitero e il diacono, fermo restando il disposto del can. 530, n. 1. § 2. Qualora il ministro ordinario mancasse o fosse impedito, conferisce lecitamente il battesimo il catechista o altra persona incaricata dall’Ordinario del luogo a questo compito e anzi, in caso di necessità, chiunque, mosso da retta intenzione; siano solleciti i pastori d’anime, soprattutto il parroco, affinché i fedeli abbiano ad essere istruiti sul retto modo di battezzare.

can. 862 Eccetto il caso di necessità, a nessuno è consentito, senza la dovuta licenza, conferire il battesimo nel territorio altrui, neppure ai propri sudditi.

can. 863 Il battesimo degli adulti, per lo meno di coloro che hanno compiuto i quattordici anni, venga deferito al Vescovo diocesano, perché, se lo riterrà opportuno, lo amministri personalmente.

Capitolo III. I battezzandi (cann. 864-871)

can. 864 È capace di ricevere il battesimo ogni uomo e solo l’uomo non ancora battezzato.

can. 865 § 1. Affinché un adulto possa essere battezzato, è necessario che abbia manifestato la volontà di ricevere il battesimo, sia sufficientemente istruito nelle verità della fede e sui doveri cristiani e sia provato nella vita cristiana per mezzo del catecumenato; sia anche esortato a pentirsi dei propri peccati. § 2. L’adulto, che si trova in pericolo di morte, può essere battezzato qualora, avendo una qualche conoscenza delle verità principali della fede, in qualunque modo abbia manifestato l’intenzione di ricevere il battesimo e prometta che osserverà i comandamenti della religione cristiana.

can. 866 L’adulto che viene battezzato, se non vi si oppone una grave ragione, subito dopo il battesimo riceva la confermazione e partecipi alla celebrazione eucaristica, ricevendo anche la comunione.

can. 867 § 1. I genitori sono tenuti all’obbligo di provvedere che i bambini siano battezzati entro le prime settimane; al più presto dopo la nascita, anzi anche prima di essa, si rechino dal parroco per chiedere il sacramento per il figlio e vi si preparino debitamente. § 2. Se il bambino è in pericolo di morte, lo si battezzi senza alcun indugio.

can. 868 § 1. Per battezzare lecitamente un bambino si esige: 1) che i genitori o almeno uno di essi o chi tiene legittimamente il loro posto, vi consentano; 2) che vi sia la fondata speranza che sarà educato nella religione cattolica; se tale speranza manca del tutto, il battesimo venga differito, secondo le disposizioni del diritto particolare, dandone ragione ai genitori. § 2. Il bambino di genitori cattolici e persino di non cattolici, in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori.

can. 869 § 1. Se si dubita che uno sia stato battezzato, o che il battesimo non gli sia stato amministrato validamente e il dubbio persiste anche dopo una seria ricerca, il battesimo gli sia conferito sotto condizione. § 2. I battezzati in una comunità ecclesiale non cattolica non vanno battezzati sotto condizione, a meno che, esaminata la materia e la forma verbale usata nel conferimento del battesimo, considerata inoltre l’intenzione del battezzato adulto e del ministro battezzante, non persista una seria ragione per dubitare della validità del battesimo. § 3. Se nei casi di cui al § § 1 e 2 il conferimento o la validità del battesimo rimanessero dubbi, il battesimo non venga conferito se non dopo che al battezzando sia stata esposta la dottrina sul sacramento del battesimo, se adulto, e che al medesimo o ai suoi genitori, se si tratta di un bambino, siano state illustrate le ragioni della dubbia validità del battesimo celebrato.

can. 870 Il bambino esposto o trovatello sia battezzato, a meno che, condotta una diligente ricerca, non consti del suo battesimo.

can. 871 I feti abortivi, se vivono, nei limiti del possibile, siano battezzati.

Capitolo IV. I padrini (cann. 872-874)

can. 872 Al battezzando, per quanto è possibile, venga dato un padrino, il cui compito è assistere il battezzando adulto nell’iniziazione cristiana, e presentare al battesimo con i genitori il battezzando bambino e parimenti cooperare affinché il battezzando conduca una vita cristiana conforme al battesimo e adempia fedelmente gli obblighi ad esso inerenti.

can. 873 Si ammettano un solo padrino o una madrina soltanto, oppure un padrino e una madrina.

can. 874 § 1. Per essere ammesso all’incarico di padrino, è necessario che: 1) sia designato dallo stesso battezzando o dai suoi genitori o da chi ne fa le veci oppure, mancando questi, dal parroco o dal ministro e abbia l’attitudine e l’intenzione di esercitare questo incarico; 2) abbia compiuto i sedici anni, a meno che dal Vescovo diocesano non sia stata stabilita un’altra età, oppure al parroco o al ministro non sembri opportuno, per giusta causa, ammettere l’eccezione; 3) sia cattolico, abbia già ricevuto la confermazione, il santissimo sacramento dell’Eucaristia e conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume; 4) non sia irretito da alcuna pena canonica legittimamente inflitta o dichiarata; 5) non sia il padre o la madre del battezzando. § 2. Non venga ammesso un battezzato che appartenga ad una comunità ecclesiale non cattolica, se non insieme ad un padrino cattolico e soltanto come testimone del battesimo.

Capitolo V. Prova e annotazione del battesimo conferito (cann. 875-878)

can. 875 Colui che amministra il battesimo faccia in modo che, qualora non sia presente il padrino, vi sia almeno un testimone mediante il quale possa essere provato il conferimento del battesimo.

can. 876 Per provare l’avvenuto conferimento del battesimo, se non si reca pregiudizio ad alcuno, è sufficiente la dichiarazione di un solo testimone al di sopra di ogni sospetto, o il giuramento dello stesso battezzato, se egli ha ricevuto il battesimo in età adulta.

can. 877 § 1. Il parroco del luogo dove si celebra il battesimo, deve diligentemente e senza alcun indugio registrare nel libro dei battesimi i nomi dei battezzati, facendo menzione del ministro, dei genitori, dei padrini e, se vi sono, dei testimoni, del luogo e del giorno del battesimo conferito, indicando al tempo stesso il giorno e il luogo della nascita. § 2. Trattandosi di un bambino nato da madre non sposata, si deve annotare il nome della madre, se consta pubblicamente della sua maternità o lei stessa spontaneamente lo richiede, per iscritto o davanti a due testimoni; ugualmente si deve scrivere il nome del padre, se la sua paternità è provata con documento pubblico, o per sua dichiarazione fatta davanti al parroco e due testimoni; negli altri casi si iscriva il battezzato senza porre alcuna indicazione circa il nome del padre o dei genitori. § 3. Se si tratta di un figlio adottivo, si scrivano i nomi degli adottanti, e, almeno se così viene fatto nell’atto civile della regione, dei genitori naturali a norma dei § § 1 e 2, attese le disposizioni della Conferenza Episcopale.

can. 878 Qualora il battesimo non sia stato amministrato né dal parroco, né alla sua presenza, il ministro del battesimo, chiunque egli sia, è tenuto a informare del suo conferimento il parroco della parrocchia nella quale il battesimo è stato amministrato, perché lo annoti a norma del can. 877, § 1.

Titolo II. Il sacramento della confermazione (cann. 879-896)

can. 879 Il sacramento della confermazione, che imprime il carattere e per il quale i battezzati, proseguendo il cammino dell’iniziazione cristiana, sono arricchiti del dono dello Spirito Santo e vincolati più perfettamente alla Chiesa, corrobora coloro che lo ricevono e li obbliga più strettamente ad essere con le parole e le opere testimoni di Cristo e a diffondere e difendere la fede.

Capitolo I. La celebrazione della confermazione (cann. 880-881)

can. 880 § 1. Il sacramento della confermazione viene conferito mediante l’unzione del crisma sulla fronte, unzione che si fa con l’imposizione della mano e con le parole prescritte nei libri liturgici approvati. § 2. Il crisma da usarsi nel sacramento della confermazione deve essere consacrato dal Vescovo, anche se il sacramento viene amministrato dal presbitero.

can. 881 È conveniente che il sacramento della confermazione venga celebrato in chiesa e durante la Messa; tuttavia per una giusta e ragionevole causa può essere celebrato fuori della Messa e in qualsiasi luogo degno.

Capitolo II. Il ministro della confermazione (cann. 882-888)

can. 882 Ministro ordinario della confermazione è il Vescovo; conferisce validamente questo sacramento anche il presbitero provvisto di questa facoltà in forza del diritto universale o per speciale concessione della competente autorità.

can. 883 Per il diritto stesso hanno facoltà di amministrare la confermazione: 1) entro i confini della propria circoscrizione, coloro che sono equiparati dal diritto al Vescovo diocesano; 2) relativamente alla persona di cui si tratta, il presbitero, che, in forza dell’ufficio o del mandato del Vescovo diocesano, battezza uno fuori dell’infanzia o ammette uno già battezzato nella piena comunione della Chiesa cattolica; 3) in riferimento a coloro che si trovano in pericolo di morte, il parroco, anzi ogni presbitero.

can. 884 § 1. Il Vescovo diocesano amministri personalmente la confermazione o provveda che sia amministrata da un altro Vescovo; qualora lo richiedesse una necessità, può concedere la facoltà di amministrarlo a uno o più sacerdoti determinati. § 2. Per una causa grave il Vescovo e similmente il presbitero che possiede la facoltà di confermare in forza del diritto o per speciale concessione della competente autorità, possono, in singoli casi, associarsi dei presbiteri, perché anch’essi amministrino il sacramento.

can. 885 § 1. Il Vescovo diocesano è tenuto all’obbligo di curare che il sacramento della confermazione sia conferito ai sudditi che lo richiedono nel dovuto modo e ragionevolmente. § 2. Il presbitero che gode di questa facoltà deve usarla per coloro in favore dei quali la facoltà venne concessa.

can. 886 § 1. Il Vescovo nella sua diocesi amministra legittimamente il sacramento della confermazione anche ai fedeli non sudditi, a meno che non si opponga una espressa proibizione del loro Ordinario proprio. § 2. Per amministrare lecitamente la confermazione in un’altra diocesi, il Vescovo, a meno che non si tratti dei suoi sudditi, deve avere la licenza almeno ragionevolmente presunta del Vescovo diocesano.

can. 887 Il presbitero che gode della facoltà di amministrare la confermazione, conferisce lecitamente questo sacramento anche agli estranei, entro il territorio per lui designato, a meno che non si opponga il divieto del loro Ordinario proprio; fuori del proprio territorio non lo conferisce validamente a nessuno, salvo il disposto del can. 883, n. 3.

can. 888 Entro il territorio nel quale validamente conferiscono la confermazione, i ministri la possono amministrare anche nei luoghi esenti.

Capitolo III. I confermandi (cann. 889-891)

can. 889 § 1. È capace di ricevere la confermazione ogni battezzato e il solo battezzato, che non l’ha ancora ricevuta. § 2. Fuori del pericolo di morte per ricevere lecitamente la confermazione si richiede, se il fedele ha l’uso di ragione, che sia adeguatamente preparato, ben disposto e sia in grado di rinnovare le promesse battesimali.

can. 890 I fedeli sono obbligati a ricevere tempestivamente questo sacramento; i genitori e i pastori d’anime, soprattutto i parroci, provvedano affinché i fedeli siano bene istruiti per riceverlo e vi accedano a tempo opportuno.

can. 891 Il sacramento della confermazione venga conferito ai fedeli all’incirca all’età della discrezione, a meno che la Conferenza Episcopale non abbia determinata un’altra età o non vi sia il pericolo di morte o, a giudizio del ministro, non suggerisca diversamente una grave causa.

Capitolo IV I padrini (cann. 892-893)

can. 892 Il confermando sia assistito per quanto è possibile dal padrino, il cui compito è provvedere che il confermato si comporti come vero testimone di Cristo e adempia fedelmente gli obblighi inerenti allo stesso sacramento.

can. 893 § 1. Affinché uno possa adempiere l’incarico di padrino, è necessario che soddisfi le condizioni di cui al can. 874. § 2. È conveniente che come padrino venga assunto colui che ebbe il medesimo incarico nel battesimo.

Capitolo V. Prova e annotazione dell’avvenuta confermazione (cann. 894-896)

can. 894 Per provare l’avvenuta confermazione si osservi quanto disposto nel can. 876.

can. 895 I nomi dei cresimati, fatta menzione del ministro, dei genitori e dei padrini, del luogo e del giorno del conferimento della confermazione, siano trascritti nel libro dei cresimati della curia diocesana, o, se lo avrà stabilito la Conferenza Episcopale o il Vescovo diocesano, nel libro da conservarsi nell’archivio parrocchiale; il parroco deve informare dell’avvenuta confermazione il parroco del luogo del battesimo, affinché l’annotazione sia fatta nel libro dei battezzati, a norma del can. 535, § 2.

can. 896 Se il parroco del luogo non fu presente, il ministro personalmente o per mezzo di altri lo informi quanto prima dell’avvenuta confermazione.

Titolo III. La santissima Eucaristia (cann. 897-958)

can. 897 Augustissimo sacramento è la santissima Eucaristia, nella quale lo stesso Cristo Signore è presente, viene offerto ed è preso come cibo, e mediante la quale continuamente vive e cresce la Chiesa. Il Sacrificio eucaristico, memoriale della morte e della risurrezione del Signore, nel quale si perpetua nei secoli il Sacrificio della croce, è culmine e fonte di tutto il culto e della vita cristiana, mediante il quale è significata e prodotta l’unità del popolo di Dio e si compie l’edificazione del Corpo di Cristo. Gli altri sacramenti infatti e tutte le opere ecclesiastiche di apostolato sono strettamente uniti alla santissima Eucaristia e ad essa sono ordinati.

can. 898 I fedeli abbiano in sommo onore la santissima Eucaristia, partecipando attivamente nella celebrazione dell’augustissimo Sacrificio, ricevendo con frequenza e massima devozione questo sacramento e venerandolo con somma adorazione; i pastori d’anime che illustrano la dottrina di questo sacramento, istruiscano diligentemente i fedeli circa questo obbligo.

Capitolo I. La celebrazione eucaristica (cann. 899-933)

can. 899 § 1. La celebrazione eucaristica è azione di Cristo stesso e della Chiesa; in essa Cristo Signore, mediante il ministero del sacerdote, offre a Dio Padre se stesso, sostanzialmente presente sotto le specie del pane e del vino, e si comunica in cibo spirituale ai fedeli associati nella sua offerta. § 2. Nella Sinassi eucaristica il popolo di Dio è chiamato a radunarsi in unità sotto la presidenza del Vescovo o, in dipendenza dalla sua autorità, del presbitero, che agiscono nella persona di Cristo, e tutti i fedeli che prendono parte, sia chierici sia laici, concorrono partecipandovi ciascuno a suo modo secondo il proprio ordine e la diversità di compiti liturgici. § 3. La celebrazione eucaristica sia ordinata in modo che tutti coloro che vi partecipano traggano da essa abbondanza di frutti, per il conseguimento dei quali Cristo Signore ha istituito il Sacrificio eucaristico.

Articolo 1. Il ministro della santissima Eucaristia (cann. 900-911)

can. 900 § 1. Ministro, in grado di celebrare nella persona di Cristo il sacramento dell’Eucaristia, è il solo sacerdote validamente ordinato. § 2. Celebra lecitamente l’Eucaristia il sacerdote che non sia impedito per legge canonica, osservando le disposizioni dei canoni che seguono.

can. 901 Il sacerdote ha diritto di applicare la Messa per chiunque, sia per i vivi sia per i defunti.

can. 902 A meno che l’utilità dei fedeli non richieda o non consigli diversamente, i sacerdoti possono concelebrare l’Eucaristia, rimanendo tuttavia intatta per i singoli la libertà di celebrarla in modo individuale, non però nello stesso tempo nel quale nella medesima chiesa o oratorio si tiene la concelebrazione.

can. 903 Un sacerdote sia ammesso a celebrare anche se sconosciuto al rettore della Chiesa, purché esibisca le lettere commendatizie del suo Ordinario o del suo Superiore, date almeno entro l’anno, oppure si possa prudentemente ritenere che non sia impedito di celebrare.

can. 904 Memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito.

can. 905 § 1. Eccettuati i casi in cui, a norma del diritto, è lecito celebrare o concelebrare l’Eucaristia più volte nello stesso giorno, non è consentito al sacerdote celebrare più di una volta al giorno. § 2. Nel caso vi sia scarsità di sacerdoti, l’Ordinario del luogo può concedere che i sacerdoti, per giusta causa, celebrino due volte al giorno e anche, se lo richiede la necessità pastorale, tre volte nelle domeniche e nelle feste di precetto.

can. 906 Il sacerdote non celebri il Sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa.

can. 907 Nella celebrazione eucaristica ai diaconi e ai laici non è consentito proferire le orazioni, in particolare la preghiera eucaristica, o eseguire le azioni che sono proprie del sacerdote celebrante.

can. 908 È vietato ai sacerdoti cattolici concelebrare l’Eucaristia con i sacerdoti o i ministri delle Chiese o delle comunità ecclesiali, che non hanno la piena comunione con la Chiesa cattolica.

can. 909 Il sacerdote non ometta di prepararsi diligentemente con la preghiera alla celebrazione del sacrificio eucaristico, e, dopo averlo terminato, di renderne grazie a Dio.

can. 910 § 1. Ministro ordinario della sacra comunione è il Vescovo, il presbitero e il diacono. § 2. Ministro straordinario della sacra comunione è l’accolito o anche un altro fedele incaricato a norma del can. 230, § 3.

can. 911 § 1. Hanno il dovere e il diritto di portare l’Eucaristia sotto forma di Viatico agli infermi, il parroco e i vicari parrocchiali, i cappellani, come pure il Superiore della comunità negli istituti religiosi clericali o nelle società di vita apostolica, nei riguardi di tutti coloro che si trovano nella casa. § 2. Ciò deve fare qualsiasi sacerdote o un altro ministro della sacra comunione, in caso di necessità o con la licenza almeno presunta del parroco, del cappellano o del Superiore, i quali debbono poi essere informati.

Articolo 2. Partecipazione alla santissima Eucaristia (cann. 912-923)

can. 912 Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione.

can. 913 § 1. Per poter amministrare la santissima Eucaristia ai fanciulli, si richiede che essi posseggano una sufficiente conoscenza e una accurata preparazione, così da percepire, secondo la loro capacità, il mistero di Cristo ed essere in grado di assumere con fede e devozione il Corpo del Signore. § 2. Tuttavia ai fanciulli che si trovino in pericolo di morte la santissima Eucaristia può essere amministrata se possono distinguere il Corpo di Cristo dal cibo comune e ricevere con riverenza la comunione.

can. 914 È dovere innanzitutto dei genitori e di coloro che ne hanno le veci, come pure dei parroci, provvedere affinché i fanciulli che hanno raggiunto l’uso di ragione siano debitamente preparati e quanto prima, premessa la confessione sacramentale, alimentati di questo divino cibo; spetta anche al parroco vigilare che non si accostino alla sacra Sinassi fanciulli che non hanno raggiunto l’uso di ragione o avrà giudicati non sufficientemente disposti.

can. 915 Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto.

can. 916 Colui che è consapevole di essere in peccato grave, non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza premettere la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi di porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima.

can. 917 Chi ha già ricevuto la santissima Eucaristia, può riceverla di nuovo lo stesso giorno, soltanto entro la celebrazione eucaristica alla quale partecipa, salvo il disposto del can. 921, § 2.

can. 918 Si raccomanda vivissimamente che i fedeli ricevano la sacra comunione nella stessa celebrazione eucaristica; tuttavia a coloro che la chiedono per una giusta causa fuori della Messa venga data, osservando i riti liturgici.

can. 919 § 1. Chi sta per ricevere la santissima Eucaristia si astenga per lo spazio di almeno un’ora prima della sacra comunione da qualunque cibo o bevanda, fatta eccezione soltanto per l’acqua e le medicine. § 2. Il sacerdote, che nello stesso giorno celebra due o tre volte la santissima Eucaristia, può prendere qualcosa prima della seconda o terza celebrazione, anche se non sarà intercorso lo spazio di un’ora. § 3. Gli anziani, coloro che sono affetti da qualche infermità e le persone addette alle loro cure, possono ricevere la santissima Eucaristia anche se hanno preso qualcosa entro l’ora antecedente.

can. 920 § 1. Ogni fedele, dopo che è stato iniziato alla santissima Eucaristia, è tenuto all’obbligo di ricevere almeno una volta all’anno la sacra comunione. § 2. Questo precetto deve essere adempiuto durante il tempo pasquale, a meno che per una giusta causa non venga compiuto in altro tempo entro l’anno.

can. 921 § 1. I fedeli che si trovano in pericolo di morte derivante da una causa qualsiasi, ricevano il conforto della sacra comunione come Viatico. § 2. Anche se avessero ricevuto nello stesso giorno la sacra comunione, tuttavia si suggerisce vivamente che quanti si trovano in pericolo di morte, si comunichino nuovamente. § 3. Perdurando il pericolo di morte, si raccomanda che la sacra comunione venga amministrata più volte, in giorni distinti.

can. 922 Il santo Viatico per gli infermi non venga differito troppo; coloro che hanno la cura d’anime vigilino diligentemente affinché gli infermi ne ricevano il conforto nel pieno possesso delle loro facoltà.

can. 923 I fedeli possono partecipare al Sacrificio eucaristico e ricevere la sacra comunione in qualunque rito cattolico, fermo restando il disposto del can. 844.

Articolo 3. Riti e cerimonie della celebrazione eucaristica (cann. 924-930)

can. 924 § 1. Il sacrosanto Sacrificio eucaristico deve essere offerto con pane e vino, cui va aggiunta un pò d’acqua. § 2. Il pane deve essere solo di frumento e confezionato di recente, in modo che non ci sia alcun pericolo di alterazione. § 3. Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato.

can. 925 La sacra comunione venga data sotto la sola specie del pane o, a norma delle leggi liturgiche, sotto le due specie; però, in caso di necessità, anche sotto la sola specie del vino.

can. 926 Nella celebrazione eucaristica, secondo l’antica tradizione della Chiesa latina, il sacerdote usi pane azzimo, ovunque egli celebri.

can. 927 Non è assolutamente lecito, anche nel caso di urgente estrema necessità, consacrare una materia senza l’altra o anche l’una e l’altra, fuori della celebrazione eucaristica.

can. 928 La celebrazione eucaristica venga compiuta in lingua latina o in altra lingua, purché i testi liturgici siano stati legittimamente approvati.

can. 929 I sacerdoti e i diaconi, nel celebrare e nell’amministrare l’Eucaristia, indossino le vesti sacre prescritte dalle rubriche.

can. 930 § 1. Il sacerdote infermo o avanzato in età, se non può rimanere in piedi, può celebrare il Sacrificio eucaristico stando seduto, osservando le leggi liturgiche; non però davanti al popolo, se non con licenza dell’Ordinario del luogo. § 2. Il sacerdote cieco o affetto da qualche altra infermità celebra lecitamente il Sacrificio eucaristico usando un testo, tra quelli approvati, di qualsiasi Messa, con l’assistenza, se il caso lo esige, di un altro sacerdote o di un diacono o anche di un laico debitamente istruito, che lo aiuti.

Articolo 4. Tempo e luogo della celebrazione eucaristica (cann. 931-933)

can. 931 La celebrazione e la distribuzione dell’Eucaristia può essere compiuta in qualsiasi giorno e ora, eccettuati quelli che sono esclusi dalle norme liturgiche.

can. 932 § 1. La celebrazione eucaristica venga compiuta nel luogo sacro, a meno che in un caso particolare la necessità non richieda altro; nel qual caso la celebrazione deve essere compiuta in un luogo decoroso. § 2. Il sacrificio eucaristico si deve compiere sopra un altare dedicato o benedetto; fuori del luogo sacro può essere usato un tavolo adatto, purché sempre ricoperto di una tovaglia e del corporale.

can. 933 Per una giusta causa e con licenza espressa dell’Ordinario del luogo, è consentito al sacerdote celebrare l’Eucaristia nel tempio di qualche Chiesa o comunità ecclesiale non aventi piena comunione con la Chiesa cattolica, allontanato il pericolo di scandalo.

Capitolo II. Conservazione e venerazione della santissima eucaristia (cann. 934-944)

can. 934 § 1. La santissima Eucaristia: 1) deve essere conservata nella chiesa cattedrale o a questa equiparata, in ogni chiesa parrocchiale e nella chiesa o oratorio annesso alla casa di un istituto religioso o di una società di vita apostolica; 2) può essere conservata nella cappella privata del Vescovo e, su licenza dell’Ordinario del luogo, nelle altre chiese, oratori o cappelle private. § 2. Nei luoghi sacri dove viene conservata la santissima Eucaristia, vi deve essere sempre chi ne abbia cura e, per quanto possibile, il sacerdote vi celebri la Messa almeno due volte al mese.

can. 935 Non è lecito ad alcuno conservare presso di sé la santissima Eucaristia o portarsela in viaggio, a meno che non vi sia una necessità pastorale urgente e osservate le disposizioni del Vescovo diocesano.

can. 936 Nella casa di un istituto religioso o in un’altra pia casa, la santissima Eucaristia venga conservata soltanto nella chiesa o nell’oratorio principale annesso alla casa; l’Ordinario può tuttavia permettere per una giusta causa che venga conservata anche in un altro oratorio della medesima casa.

can. 937 Se non vi si oppone una grave ragione, la chiesa nella quale viene conservata la santissima Eucaristia, resti aperta ai fedeli almeno per qualche ora al giorno, affinché possano trattenersi in preghiera dinanzi al santissimo Sacramento.

can. 938 § 1. La santissima Eucaristia venga custodita abitualmente in un solo tabernacolo della chiesa o dell’oratorio. § 2. Il tabernacolo nel quale si custodisce la santissima Eucaristia sia collocato in una parte della chiesa o dell’oratorio che sia distinta, visibile, ornata decorosamente, adatta alla preghiera. § 3. Il tabernacolo nel quale si custodisce abitualmente la santissima Eucaristia sia inamovibile, costruito con materiale solido non trasparente e chiuso in modo tale che sia evitato il più possibile ogni pericolo di profanazione. § 4. Per causa grave è consentito conservare la santissima Eucaristia, soprattutto durante la notte, in altro luogo più sicuro e decoroso. § 5. Chi ha la cura della chiesa o dell’oratorio, provveda che la chiave del tabernacolo, nel quale è conservata la santissima Eucaristia, sia custodita con la massima diligenza.

can. 939 Le ostie consacrate vengano conservate nella pisside o in un piccolo vaso in quantità sufficiente alle necessità dei fedeli e, consumate nel debito modo le precedenti, siano rinnovate con frequenza.

can. 940 Davanti al tabernacolo nel quale si custodisce la santissima Eucaristia, brilli perennemente una speciale lampada, mediante la quale venga indicata e sia onorata la presenza di Cristo.

can. 941 § 1. Nelle chiese e negli oratori a cui è concesso conservare la santissima Eucaristia, si possono compiere esposizioni sia con la pisside, sia con l’ostensorio, osservando le norme stabilite nei libri liturgici. § 2. Durante la celebrazione della Messa non vi sia nella stessa navata della chiesa o dell’oratorio l’esposizione del santissimo Sacramento.

can. 942 Si raccomanda che nelle stesse chiese e oratori ogni anno si compia l’esposizione solenne del santissimo Sacramento prolungata per un tempo conveniente, anche se non continuo, affinché la comunità locale mediti e adori con intensa devozione il mistero eucaristico; però tale esposizione si faccia soltanto se si prevede una adeguata affluenza di fedeli e osservando le norme stabilite.

can. 943 Ministro dell’esposizione del santissimo Sacramento e della benedizione eucaristica è il sacerdote o il diacono; in speciali circostanze sono ministri della sola esposizione e riposizione, ma non della benedizione, l’accolito, il ministro straordinario della sacra comunione o altra persona designata dall’Ordinario del luogo, osservando le disposizioni del Vescovo diocesano.

can. 944 § 1. Ove, a giudizio del Vescovo diocesano, è possibile, si svolga, quale pubblica testimonianza di venerazione verso la santissima Eucaristia e specialmente nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo, la processione condotta attraverso le pubbliche vie. § 2. Spetta al Vescovo diocesano dare delle direttive circa le processioni, con cui provvedere alla loro partecipazione e dignità.

Capitolo III. L’offerta data per la celebrazione della messa (cann. 945-958)

can. 945 § 1. Secondo l’uso approvato della Chiesa, è lecito ad ogni sacerdote che celebra la Messa, ricevere l’offerta data affinché applichi la Messa secondo una determinata intenzione. § 2. È vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la Messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta.

can. 946 I fedeli che danno l’offerta perché la Messa venga celebrata secondo la loro intenzione, contribuiscono al bene della Chiesa, e mediante tale offerta partecipano della sua sollecitudine per il sostentamento dei ministri e delle opere.

can. 947 Dall’offerta delle Messe deve essere assolutamente tenuta lontana anche l’apparenza di contrattazione o di commercio.

can. 948 Devono essere applicate Messe distinte secondo le intenzioni di coloro per ciascuno dei quali l’offerta, anche se esigua, è stata data e accettata.

can. 949 Chi è onerato dall’obbligo di celebrare la Messa e di applicarla secondo l’intenzione di coloro che hanno dato l’offerta, vi è ugualmente obbligato anche se, senza sua colpa, le offerte percepite sono andate perdute.

can. 950 Se viene offerta una somma di denaro per l’applicazione di Messe senza indicare il numero delle Messe da celebrare, questo venga computato in ragione dell’offerta stabilita nel luogo ove l’offerente dimora, a meno che non debba legittimamente presumersi che fu un’altra la sua intenzione.

can. 951 § 1. Il sacerdote che celebra più Messe nello stesso giorno, può applicare ciascuna di esse secondo l’intenzione per la quale è stata data l’offerta, ma a condizione però che, al di fuori del giorno di Natale, egli tenga per sé l’offerta di una sola Messa e consegni invece le altre per le finalità stabilite dall’Ordinario, essendogli consentito di percepire una certa retribuzione a titolo estrinseco. § 2. Il sacerdote che concelebra nello stesso giorno una seconda Messa, a nessun titolo può percepire l’offerta per questa.

can. 952 § 1. Spetta al concilio provinciale o alla riunione dei Vescovi della provincia definire per tutta la provincia, mediante decreto, quale sia l’offerta da dare per la celebrazione e l’applicazione della Messa, né è lecito al sacerdote chiedere una somma maggiore; gli è tuttavia consentito accettare una offerta data spontaneamente, maggiore e anche minore di quella stabilita per l’applicazione della Messa. § 2. Ove manchi tale decreto si osservi la consuetudine vigente nella diocesi. § 3. Anche i membri di tutti gli istituti religiosi debbono attenersi allo stesso decreto o alla consuetudine del luogo, di cui ai § § 1 e 2.

can. 953 Non è lecito ad alcuno accettare tante offerte di Messe da applicare personalmente, alle quali non può soddisfare entro l’anno.

can. 954 Se in talune chiese o oratori vengono richieste celebrazioni di Messe in numero maggiore di quante ivi possono essere celebrate, è lecito farle celebrare altrove, eccetto che gli offerenti non abbiano manifestato espressamente una volontà contraria.

can. 955 § 1. Chi intendesse affidare ad altri la celebrazione di Messe da applicare, le trasmetta quanto prima a sacerdoti a lui accetti, purché a lui consti che sono al di sopra di ogni sospetto; deve trasmettere l’offerta ricevuta intatta, a meno che non consti con certezza che la parte eccedente l’offerta dovuta nella diocesi, fu data in considerazione della persona; è tenuto anche all’obbligo di provvedere alla celebrazione delle Messe, fino a che non avrà ricevuto la prova sia dell’accettazione dell’obbligo sia dell’offerta pervenuta. § 2. Il tempo entro il quale debbono essere celebrate le Messe, ha inizio dal giorno in cui il sacerdote che le celebrerà, le riceve, se non consti altro. § 3. Coloro che affidano ad altri Messe da celebrare, annotino senza indugio nel registro sia le Messe che hanno ricevuto sia quelle che hanno trasmesso ad altri, segnando anche le loro offerte. § 4. Qualsiasi sacerdote deve annotare accuratamente le Messe che ha ricevuto da celebrare e quelle cui ha soddisfatto.

can. 956 Tutti e ciascun degli amministratori di cause pie o coloro che in qualunque modo sono obbligati a provvedere alla celebrazione di Messe, sia chierici sia laici, consegnino ai propri Ordinari, secondo modalità che essi dovranno definire, gli oneri di Messe ai quali non si sia soddisfatto entro l’anno.

can. 957 Il dovere e il diritto di vigilare sull’adempimento degli oneri di Messe, competono, nelle chiese del clero secolare, all’Ordinario del luogo, nelle chiese degli istituti religiosi o delle società di vita apostolica, ai loro Superiori.

can. 958 § 1. Il parroco come pure il rettore di una chiesa o di un altro luogo pio ove si è soliti ricevere offerte di Messe, abbiano un registro speciale, nel quale annotino accuratamente il numero delle Messe da celebrare, l’intenzione, l’offerta data e l’avvenuta celebrazione. § 2. L’Ordinario è tenuto all’obbligo di prendere visione ogni anno di tali registri, personalmente o tramite altri.

Titolo IV. Il sacramento della penitenza (cann. 959-997)

can. 959 Nel sacramento della penitenza i fedeli, confessando i peccati al ministro legittimo, essendone contriti ed insieme avendo il proposito di emendarsi, per l’assoluzione impartita dallo stesso ministro ottengono da Dio il perdono dei peccati, che hanno commesso dopo il battesimo e contemporaneamente vengono riconciliati con la Chiesa che, peccando, hanno ferito.

Capitolo I. La celebrazione del sacramento (cann. 960-964)

can. 960 La confessione individuale e integra e l’assoluzione costituiscono l’unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa; solamente una impossibilità fisica o morale scusa da una tale confessione, nel qual caso la riconciliazione si può ottenere anche in altri modi.

can. 961 § 1. L’assoluzione a più penitenti insieme senza la previa confessione individuale non può essere impartita in modo generale se non: 1) vi sia imminente pericolo di morte ed al sacerdote o ai sacerdoti non basti il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti; 2) vi sia grave necessità, ossia quando, dato il numero dei penitenti, non si ha a disposizione abbondanza di confessori per ascoltare, come si conviene, le confessioni dei singoli entro un un tempo conveniente, sicché i penitenti, senza loro colpa, sarebbero costretti a rimanere a lungo privi della grazia sacramentale o della sacra comunione; però la necessità non si considera sufficiente quando non possono essere a disposizione dei confessori, per la sola ragione di una grave affluenza di penitenti, quale può aversi in occasione di una grande festa o di un pellegrinaggio. § 2. Giudicare se ricorrano le condizioni richieste a norma del § 1, n. 2, spetta al Vescovo diocesano, il quale, tenuto conto dei criteri concordati con gli altri membri della Conferenza Episcopale, può determinare i casi di tale necessità.

can. 962 § 1. Affinché un fedele usufruisca validamente della assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare. § 2. I fedeli, per quanto è possibile anche nell’occasione di ricevere l’assoluzione generale, vengano istruiti circa i requisiti di cui al § 1 e all’assoluzione generale, anche nel caso di pericolo di morte, qualora vi sia tempo sufficiente, venga premessa l’esortazione che ciascuno provveda a porre l’atto di contrizione.

can. 963 Fermo restando l’obbligo di cui al can. 989, colui al quale sono rimessi i peccati gravi mediante l’assoluzione generale, si accosti quanto prima, offrendosene l’occasione, alla confessione individuale, prima che abbia a ricevere un’altra assoluzione generale, a meno che non sopraggiunga una giusta causa.

can. 964 § 1. Il luogo proprio per ricevere le confessioni sacramentali è la chiesa o l’oratorio. § 2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vengano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si trovino sempre in un luogo aperto i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desiderano possano liberamente servirsene. § 3. Non si ricevano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta causa.

Capitolo II. Il ministro del sacramento della penitenza (cann. 965-986)

can. 965 Ministro del sacramento della penitenza è il solo sacerdote.

can. 966 § 1. Per la valida assoluzione dei peccati si richiede che il ministro, oltre alla potestà di ordine, abbia la facoltà di esercitarla sui fedeli ai quali imparte l’assoluzione. § 2. Il sacerdote può essere dotato di questa facoltà o per il diritto stesso o per concessione fatta dalla competente autorità a norma del Can. 969.

can. 967 § 1. Oltre al Romano Pontefice, anche i Cardinali godono per il diritto stesso della facoltà di ricevere ovunque le confessioni dei fedeli; così i Vescovi, i quali se ne avvalgono lecitamente ovunque, a meno che, in un caso particolare, il Vescovo diocesano non ne abbia fatto divieto. § 2. Coloro che godono della facoltà di ricevere abitualmente le confessioni sia in forza dell’ufficio, sia in forza della concessione dell’Ordinario del luogo di incardinazione o del luogo nel quale hanno il domicilio, possono esercitare la stessa facoltà ovunque, a meno che l’Ordinario del luogo, in un caso particolare, non abbia fatto divieto, ferme restando le disposizioni del can. 974, § § 2 e 3. § 3. Per il diritto stesso hanno ovunque la medesima facoltà verso i membri e verso quanti vivono giorno e notte nella casa dell’istituto o della società, coloro che in forza dell’ufficio o della concessione del Superiore competente, a norma dei cann. 968, § 2 e 969, § 2, sono provvisti della facoltà di ricevere le confessioni; essi inoltre se ne avvalgono lecitamente, a meno che qualche Superiore maggiore per quanto riguarda i propri sudditi in un caso particolare non ne abbia fatto divieto.

can. 968 § 1. In forza dell’ufficio, ciascuno per la sua circoscrizione, hanno facoltà di ricevere le confessioni l’Ordinario del luogo, il canonico penitenziere, così pure il parroco e chi ne fa le veci. § 2. In forza dell’ufficio hanno facoltà di ricevere le confessioni dei propri sudditi e degli altri che vivono giorno e notte nella casa, i Superiori di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, clericali di diritto pontificio, i quali a norma delle costituzioni godano della potestà di governo esecutiva, fermo restando il disposto del can. 630, § 4.

can. 969 § 1. Solo l’Ordinario del luogo è competente a conferire a qualunque presbitero la facoltà di ricevere le confessioni di tutti i fedeli; tuttavia i presbiteri che sono membri degli istituti religiosi non ne useranno senza la licenza almeno presunta del proprio Superiore. § 2. Il Superiore di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, di cui al can. 968, § 2, è competente a conferire a qualunque presbitero la facoltà di ricevere le confessioni dei suoi sudditi e degli altri che vivono giorno e notte nella casa.

can. 970 La facoltà di ricevere le confessioni non venga concessa se non ai presbiteri che sono stati riconosciuti idonei mediante un esame, oppure la cui idoneità consti da altra fonte.

can. 971 L’Ordinario del luogo non conceda la facoltà di ricevere abitualmente le confessioni ad un presbitero, anche se ha il domicilio o il quasi-domicilio entro la sua circoscrizione, se prima non avrà udito, per quanto possibile, l’Ordinario dello stesso presbitero.

can. 972 La facoltà di ricevere le confessioni data dalla competente autorità di cui al can. 969, può essere concessa per un tempo sia indeterminato, sia determinato.

can. 973 La facoltà di ricevere abitualmente le confessioni sia concessa per iscritto.

can. 974 § 1. L’Ordinario del luogo come pure il Superiore competente, non revochino la facoltà concessa per ricevere abitualmente le confessioni, se non per grave causa. § 2. Revocata la facoltà di ricevere le confessioni da parte dell’Ordinario del luogo che l’ha concessa, di cui al can. 967, § 2, il presbitero perde tale facoltà ovunque; revocata la stessa facoltà da un altro Ordinario del luogo, la perde solo nel territorio del revocante. § 3. Qualunque Ordinario del luogo che avrà revocata a qualche sacerdote la facoltà di ricevere le confessioni, informi l’Ordinario proprio del presbitero in ragione dell’incardinazione oppure, trattandosi di un membro di un istituto religioso, il suo Superiore competente. § 4. Revocata la facoltà di ricevere le confessioni dal proprio Superiore maggiore, il presbitero perde la facoltà di ricevere le confessioni ovunque verso i sudditi dell’istituto; revocata invece la stessa facoltà da un altro Superiore competente, la perde verso i soli sudditi della sua circoscrizione.

can. 975 Oltre che per revoca, la facoltà di cui al can. 967, § 2, cessa con la perdita dell’ufficio o con l’escardinazione o con la perdita del domicilio.

can. 976 Ogni sacerdote, anche se privo della facoltà di ricevere le confessioni, assolve validamente e lecitamente tutti i penitenti che si trovano in pericolo di morte, da qualsiasi censura e peccato, anche qualora sia presente un sacerdote approvato.

can. 977 L’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo è invalida, eccetto che in pericolo di morte.

can. 978 § 1. Ricordi il sacerdote che nell’ascoltare le confessioni svolge un compito ad un tempo di giudice e di medico, ricordi inoltre di essere stato costituito da Dio ministro contemporaneamente della divina giustizia e misericordia, così da provvedere all’onore divino e alla salvezza delle anime. § 2. Il confessore, in quanto ministro della Chiesa, nell’amministrazione del sacramento aderisca fedelmente alla dottrina del Magistero e alle norme date dalla competente autorità.

can. 979 Il sacerdote nel porre le domande proceda con prudenza e discrezione, avendo riguardo anche della condizione e dell’età del penitente, e si astenga dall’indagare sul nome del complice.

can. 980 Se il confessore non ha dubbi sulle disposizioni del penitente e questi chieda l’assoluzione, essa non sia negata né differita.

can. 981 A seconda della qualità e del numero dei peccati e tenuto conto della condizione del penitente, il confessore imponga salutari e opportune soddisfazioni; il penitente è tenuto all’obbligo di adempierle personalmente.

can. 982 Colui che confessa d’aver falsamente denunziato un confessore innocente presso l’autorità ecclesiastica per il delitto di sollecitazione al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, non sia assolto se non avrà prima ritrattata formalmente la falsa denuncia e non sia disposto a riparare i danni, se ve ne siano.

can. 983 § 1. Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito ai confessore rendere noto anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa. § 2. All’obbligo di osservare il segreto sono tenuti anche l’interprete, se c’è, e tutti gli altri ai quali in qualunque modo sia giunta notizia dei peccati dalla confessione.

can. 984 § 1. È affatto proibito al confessore far uso delle conoscenze acquisite dalla confessione con aggravio del penitente, anche escluso qualsiasi pericolo di rivelazione. § 2. Colui che è costituito in autorità ed ha avuto notizia dei peccati in una confessione ricevuta in qualunque momento, non può avvalersene in nessun modo per il governo esterno.

can. 985 Il maestro dei novizi e il suo aiutante, il rettore del seminario o di un altro istituto di educazione, non ascoltino le confessioni sacramentali dei propri alunni, che dimorano nella stessa casa, a meno che gli alunni in casi particolari non lo chiedano spontaneamente.

can. 986 § 1. Tutti coloro cui è demandata in forza dell’ufficio la cura delle anime, sono tenuti all’obbligo di provvedere che siano ascoltate le confessioni dei fedeli a loro affidati, che ragionevolmente lo chiedano, e che sia ad essi data l’opportunità di accostarsi alla confessione individuale, stabiliti, per loro comodità, giorni e ore. § 2. In caso di urgente necessità ogni confessore è tenuto all’obbligo di ricevere le confessioni dei fedeli; in pericolo di morte vi è tenuto qualunque sacerdote.

Capitolo III. Il penitente (cann. 987-991)

can. 987 Il fedele per ricevere il salutare rimedio del sacramento della penitenza, deve essere disposto in modo tale che, ripudiando i peccati che ha commesso e avendo il proposito di emendarsi, si converta a Dio.

can. 988 § 1. Il fedele è tenuto all’obbligo di confessare secondo la specie e il numero tutti i peccati gravi commessi dopo il battesimo e non ancora direttamente rimessi mediante il potere delle chiavi della Chiesa, né accusati nella confessione individuale, dei quali abbia coscienza dopo un diligente esame. § 2. Si raccomanda ai fedeli di confessare anche i peccati veniali.

can. 989 Ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, e tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno.

can. 990 Non è proibito confessarsi tramite l’interprete, evitati comunque gli abusi e gli scandali e fermo restando il disposto del can. 983, § 2.

can. 991 È diritto di ogni fedele confessare i peccati al confessore che preferisce, legittimamente approvato, anche di altro rito.

Capitolo IV. Le indulgenze (cann. 992-997)

can. 992 L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, dispensa ed applica autoritativamente il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi.

can. 993 L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati.

can. 994 Ogni fedele può lucrare per se stesso o applicare ai defunti a modo di suffragio indulgenze sia parziali sia plenarie.

can. 995 § 1. Oltre alla suprema autorità della Chiesa possono elargire indulgenze solamente quelli cui questa potestà viene riconosciuta dal diritto o è concessa dal Romano Pontefice. § 2. Nessuna autorità sotto il Romano Pontefice può comunicare ad altri la facoltà di concedere indulgenze, se ciò non sia stato ad essa concesso espressamente dalla Sede Apostolica.

can. 996 § 1. È capace di lucrare indulgenze chi è battezzato, non scomunicato, in stato di grazia almeno al termine delle opere prescritte. § 2. Per lucrare di fatto le indulgenze il soggetto capace deve avere almeno l’intenzione di acquistarle e adempiere le opere ingiunte nel tempo stabilito e nel modo dovuto, a tenore della concessione.

can. 997 Per quanto attiene alla concessione e all’uso delle indulgenze, debbono essere inoltre osservate le altre disposizioni che sono contenute nelle leggi peculiari della Chiesa.

Titolo V. Il sacramento dell’unzione degli infermi (cann. 998-1007)

can. 998 L’unzione degli infermi, con la quale la Chiesa raccomanda al Signore sofferente e glorificato i fedeli gravemente infermi affinché li sollevi e li salvi, viene conferita ungendoli con olio e pronunciando le parole stabilite nei libri liturgici.

Capitolo I. La celebrazione del sacramento (cann. 999-1002)

can. 999 Oltre al Vescovo possono benedire l’olio da usare nell’unzione degli infermi: 1) coloro che per diritto sono equiparati al Vescovo diocesano; 2) in caso di necessità, qualunque presbitero, però nella stessa celebrazione del sacramento.

can. 1000 § 1. Le unzioni siano compiute accuratamente con le parole, l’ordine e il modo stabiliti nei libri liturgici; tuttavia in caso di necessità è sufficiente un’unica unzione sulla fronte, o anche in altra parte del corpo, pronunciando integralmente la formula. § 2. Il ministro compia le unzioni con la propria mano, salvo che una grave ragione non suggerisca l’uso di uno strumento.

can. 1001 I pastori d’anime e i parenti degli infermi provvederanno che a tempo opportuno gli infermi siano alleviati mediante questo sacramento.

can. 1002 La celebrazione comune dell’unzione degli infermi, per più infermi simultaneamente, i quali siano adeguatamente preparati e ben disposti, può essere compiuta secondo le disposizioni del Vescovo diocesano.

Capitolo II. Il ministro dell’unzione degli infermi (can. 1003)

can. 1003 § 1. Amministra validamente l’unzione degli infermi ogni sacerdote e soltanto il sacerdote. § 2. Hanno il dovere e il diritto di amministrare l’unzione degli infermi tutti i sacerdoti ai quali è demandata la cura delle anime, ai fedeli affidati al loro ufficio pastorale; per una ragionevole causa, qualunque sacerdote può amministrare questo sacramento con il consenso almeno presunto del sacerdote di cui sopra. § 3. A qualunque sacerdote è lecito portare con sé l’olio benedetto, perché sia in grado di amministrare, in caso di necessità, il sacramento dell’unzione degli infermi.

Capitolo III. A chi va conferita l’unzione degli infermi (cann. 1004-1007)

can. 1004 § 1. L’unzione degli infermi può essere amministrata al fedele che, raggiunto l’uso di ragione, per malattia o vecchiaia comincia a trovarsi in pericolo. § 2. Questo sacramento può essere ripetuto se l’infermo, dopo essersi ristabilito, sia ricaduto nuovamente in una grave malattia o se, nel decorso della medesima, il pericolo sia divenuto più grave.

can. 1005 Nel dubbio se l’infermo abbia già raggiunto l’uso di ragione, se sia gravemente ammalato o se sia morto, questo sacramento sia amministrato.

can. 1006 Si conferisca il sacramento a quegli infermi che, mentre erano nel possesso delle proprie facoltà mentali, lo abbiano chiesto almeno implicitamente.

can. 1007 Non si conferisca l’unzione degli infermi a coloro che perseverano ostinatamente in un peccato grave manifesto.

Titolo VI. Ordine (cann. 1008-1054)

can. 1008 Con il sacramento dell’ordine per divina istituzione alcuni tra i fedeli mediante il carattere indelebile con il quale vengono segnati, sono costituiti ministri sacri; coloro cioè che sono consacrati e destinati a pascere il popolo di Dio, adempiendo nella persona di Cristo Capo, ciascuno nel suo grado, le funzioni di insegnare, santificare e governare.

can. 1009 § 1. Gli ordini sono l’episcopato, il presbiterato e il diaconato. § 2. Vengono conferiti mediante l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria, che i libri liturgici prescrivono per i singoli gradi.

Capitolo I. Celebrazione e ministro dell’ordinazione (cann. 1010-1023)

can. 1010 L’ordinazione si celebri durante la Messa solenne, in giorno di domenica o in una festa di precetto, ma per ragioni pastorali si può compiere anche in altri giorni, non esclusi i giorni feriali.

can. 1011 § 1. L’ordinazione si celebri generalmente nella chiesa cattedrale; tuttavia per ragioni pastorali può essere celebrata in un’altra chiesa od oratorio. § 2. All’ordinazione debbono essere invitati i chierici e gli altri fedeli, affinché vi partecipino nel maggior numero possibile.

can. 1012 Ministro della sacra ordinazione è il Vescovo consacrato.

can. 1013 A nessun Vescovo è lecito consacrare un altro Vescovo, se prima non consta del mandato pontificio.

can. 1014 A meno che dalla Sede Apostolica non sia stata concessa dispensa, il Vescovo consacrante principale nella consacrazione episcopale associ a sé almeno due Vescovi consacranti; è però assai conveniente che tutti i Vescovi presenti consacrino l’eletto insieme ad essi.

can. 1015 § 1. Ogni promovendo sia ordinato al presbiterato e al diaconato dal Vescovo proprio o con le sue legittime lettere dimissorie. § 2. Il Vescovo proprio, che per una giusta causa non sia impedito, ordini personalmente i suoi sudditi; non può tuttavia ordinare lecitamente un suddito di rito orientale, senza indulto apostolico. § 3. Chi può dare le lettere dimissorie per ricevere gli ordini, può anche conferire personalmente i medesimi ordini, purché sia insignito del carattere episcopale.

can. 1016 Vescovo proprio, relativamente all’ordinazione diaconale di coloro che intendono essere ascritti al clero secolare, è il Vescovo della diocesi nella quale il promovendo ha il domicilio, o della diocesi alla quale il promovendo ha deciso di dedicarsi; relativamente all’ordinazione presbiterale dei chierici secolari, è il Vescovo della diocesi nella quale il promovendo è stato incardinato con il diaconato.

can. 1017 Il Vescovo fuori della propria circoscrizione non può conferire gli ordini, se non con licenza del Vescovo diocesano.

can. 1018 § 1. Possono dare le lettere dimissorie per i secolari: 1) il Vescovo proprio, di cui al can. 1016; 2) l’Amministratore apostolico e, con il consenso del collegio dei consultori, l’Amministratore diocesano; con il consenso del consiglio di cui al can. 495, § 2, il Pro-vicario e il Pro-prefetto apostolico. § 2. L’Amministratore diocesano, il Pro-vicario e il Pro-prefetto apostolico non concedano le lettere dimissorie a coloro ai quali l’accesso agli ordini venne negato dal Vescovo diocesano oppure dal Vicario o dal Prefetto apostolico.

can. 1019 § 1. Spetta al Superiore maggiore di un istituto religioso clericale di diritto pontificio o di una società clericale di vita apostolica di diritto pontificio, concedere ai propri sudditi, ascritti secondo le costituzioni in modo perpetuo e definitivo all’istituto o alla società, le lettere dimissorie per il diaconato e per il presbiterato. § 2. L’ordinazione di tutti gli altri alunni di qualsiasi istituto o società è retta dal diritto dei chierici secolari, revocato qualsiasi indulto concesso ai Superiori.

can. 1020 Le lettere dimissorie non vengano concesse senza aver avuto prima tutti i certificati e i documenti, che per diritto sono richiesti a norma dei cann. 1050 e 1051.

can. 1021 Le lettere dimissorie possono essere inviate a qualsiasi Vescovo in comunione con la Sede Apostolica, eccettuato soltanto, tranne che per indulto apostolico, un Vescovo di rito diverso dal rito del promovendo.

can. 1022 Il Vescovo ordinante, ricevute le legittime lettere dimissorie, non proceda all’ordinazione se non consti chiaramente della sicura attendibilità delle lettere.

can. 1023 Le lettere dimissorie possono essere revocate o limitate dallo stesso concedente o dal suo successore, ma una volta concesse non si estinguono venuto meno il diritto del concedente.

Capitolo II. Gli ordinandi (cann. 1024-1052)

can. 1024 Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile.

can. 1025 § 1. Per conferire lecitamente gli ordini del presbiterato o del diaconato, si richiede che il candidato, compiuto il periodo di prova a norma del diritto, sia in possesso delle dovute qualità, a giudizio del Vescovo proprio o del Superiore maggiore competente, non sia trattenuto da alcuna irregolarità e da nessun impedimento e abbia adempiuto quanto previamente richiesto a norma dei cann. 1033-1039; vi siano inoltre i documenti di cui al can. 1050 e sia stato fatto lo scrutinio di cui al can. 1051. § 2. Si richiede inoltre che, a giudizio dello stesso legittimo Superiore, risulti utile per il ministero della Chiesa. § 3. Al Vescovo che ordina un proprio suddito, che sarà destinato al servizio di un’altra diocesi, deve risultare che l’ordinando sarà ad essa assegnato.

Articolo 1. Requisiti negli ordinandi (cann. 1026-1032)

can. 1026 Chi viene ordinato deve godere della debita libertà; non è assolutamente lecito costringere alcuno, in qualunque modo, per qualsiasi causa a ricevere gli ordini, oppure distogliere un candidato canonicamente idoneo dal riceverli.

can. 1027 Gli aspiranti al diaconato e al presbiterato siano formati mediante un’accurata preparazione, a norma del diritto.

can. 1028 Il Vescovo diocesano o il Superiore competente provvedano che i candidati, prima che siano promossi a qualche ordine, vengano debitamente istruiti su ciò che riguarda l’ordine e i suoi obblighi.

can. 1029 Siano promossi agli ordini soltanto quelli che, per prudente giudizio del Vescovo proprio o del Superiore maggiore competente, tenuto conto di tutte le circostanze, hanno fede integra, sono mossi da retta intenzione, posseggono la scienza debita, godono buona stima, sono di integri costumi e di provate virtù e sono dotati di tutte quelle altre qualità fisiche e psichiche congruenti con l’ordine che deve essere ricevuto.

can. 1030 Soltanto per una causa canonica, anche occulta, il Vescovo proprio o il Superiore maggiore competente possono interdire l’accesso al presbiterato ai diaconi ad esso destinati, loro sudditi, salvo il ricorso a norma di diritto.

can. 1031 § 1. Il presbiterato sia conferito solo a quelli che hanno compiuto i 25 anni di età e posseggono una sufficiente maturità, osservato inoltre l’intervallo di almeno sei mesi tra il diaconato e il presbiterato; coloro che sono destinati al presbiterato, vengano ammessi all’ordine del diaconato soltanto dopo aver compiuto i 23 anni di età. § 2. Il candidato al diaconato permanente, che non è sposato, non vi sia ammesso se non dopo aver compiuto almeno i 25 anni di età; colui che è sposato, se non dopo aver compiuto i 35 anni di età e con il consenso della moglie. § 3. È diritto delle Conferenze Episcopali stabilire una norma con cui si richieda un’età più avanzata per il presbiterato e per il diaconato permanente. § 4. La dispensa dall’età richiesta a norma dei § § 1 e 2, che superi l’anno, è riservata alla Sede Apostolica.

can. 1032 § 1. Gli aspiranti al presbiterato possono essere promossi al diaconato soltanto dopo aver espletato il quinto anno del curricolo degli studi filosofico-teologici. § 2. Compiuto il curricolo degli studi, il diacono per un tempo conveniente, da definirsi dal Vescovo o dal Superiore maggiore competente, partecipi alla cura pastorale esercitando l’ordine diaconale prima di essere promosso al presbiterato. § 3. L’aspirante al diaconato permanente non sia promosso a questo ordine se non espletato il tempo della formazione.

Articolo 2. Requisiti previi all’ordinazione (cann. 1033-1039)

can. 1033 È promosso lecitamente agli ordini soltanto chi ha ricevuto il sacramento della sacra confermazione.

can. 1034 § 1. L’aspirante al diaconato o al presbiterato non sia ordinato se non avrà ottenuto in antecedenza mediante il rito liturgico dell’ammissione da parte dell’autorità di cui ai cann. 1016 e 1019, la ascrizione tra i candidati, fatta previa domanda, redatta e firmata di suo pugno, accettata per iscritto dalla medesima autorità. § 2. Non è tenuto a richiedere la medesima ammissione chi è stato cooptato in un istituto clericale mediante i voti.

can. 1035 § 1. Prima che uno venga promosso al diaconato sia permanente sia transeunte, si richiede che abbia ricevuto i ministeri di lettore e accolito e li abbia esercitati per un tempo conveniente. § 2. Tra il conferimento dell’accolitato e del diaconato intercorra un periodo di almeno sei mesi.

can. 1036 Il candidato, per poter essere promosso all’ordine del diaconato o del presbiterato, consegni al Vescovo proprio o al Superiore maggiore competente, una dichiarazione, redatta e firmata di suo pugno, nella quale attesta che intende ricevere il sacro ordine spontaneamente e liberamente e si dedicherà per sempre al ministero ecclesiastico, e nella quale chiede simultaneamente di essere ammesso all’ordine da ricevere.

can. 1037 Il promovendo al diaconato permanente, che non sia sposato, e così pure il promovendo al presbiterato, non siano ammessi all’ordine del diaconato, se non hanno assunto, mediante il rito prescritto, pubblicamente, davanti a Dio e alla Chiesa, l’obbligo del celibato oppure non hanno emesso i voti perpetui in un istituto religioso.

can. 1038 Il diacono che rifiuta di essere promosso al presbiterato, non può essere impedito di esercitare l’ordine ricevuto, a meno che non vi sia trattenuto da un impedimento canonico o da altra grave causa, da valutarsi a giudizio del Vescovo diocesano o del Superiore maggiore competente.

can. 1039 Tutti coloro che debbono essere promossi a qualche ordine, attendano agli esercizi spirituali per almeno cinque giorni, nel luogo e nel modo stabiliti dall’Ordinario; il Vescovo, prima di procedere all’ordinazione, deve accertarsi che i candidati li abbiano debitamente compiuti.

Articolo 3. Irregolarità e altri impedimenti (cann. 1040-1049)

can. 1040 Non siano ammessi a ricevere gli ordini coloro che vi sono trattenuti da qualche impedimento sia perpetuo, che viene sotto il nome di irregolarità, sia semplice; non si contrae alcun impedimento all’infuori di quelli elencati nei canoni che seguono.

can. 1041 Sono irregolari a ricevere gli ordini: 1) chi è affetto da qualche forma di pazzia o da altra infermità psichica, per la quale, consultati i periti, viene giudicato inabile a svolgere nel modo appropriato il ministero; 2) chi ha commesso il delitto di apostasia, eresia o scisma; 3) chi ha attentato al matrimonio anche soltanto civile, o perché lui stesso è impedito da vincolo matrimoniale o da ordine sacro o da voto pubblico perpetuo di castità dal contrarre il matrimonio, oppure ha attentato al matrimonio con una donna sposata validamente o legata dallo stesso voto; 4) chi ha commesso omicidio volontario o ha procurato l’aborto, ottenuto l’effetto, e tutti coloro che vi hanno cooperato positivamente; 5) chi ha mutilato gravemente e dolosamente se stesso o un altro o ha tentato di togliersi la vita; 6) chi ha posto un atto di ordine riservato a coloro che sono costituiti nell’ordine dell’episcopato o del presbiterato, o essendone privo o avendo la proibizione del suo esercizio in seguito a pena canonica dichiarata o inflitta.

can. 1042 Sono semplicemente impediti di ricevere gli ordini: 1) l’uomo sposato, a meno che non sia legittimamente destinato al diaconato permanente; 2) chi esercita un ufficio o un’amministrazione vietata ai chierici a norma dei cann. 285 e 286 di cui deve render conto, fintantoché, abbandonato l’ufficio e l’amministrazione e fatto il rendiconto, è divenuto libero; 3) il neofita, a meno che, a giudizio dell’Ordinario, non sia stato sufficientemente provato.

can. 1043 I fedeli sono tenuti all’obbligo di rivelare gli impedimenti ai sacri ordini, se ne sono a conoscenza, all’Ordinario o al parroco, prima dell’ordinazione.

can. 1044 § 1. Sono irregolari a esercitare gli ordini ricevuti: 1) colui che mentre era impedito da irregolarità a ricevere gli ordini, li ha ricevuti illegittimamente; 2) colui che ha commesso il delitto di cui al can. 1041, n. 2, se il delitto è pubblico; 3) colui che ha commesso i delitti di cui al can. 1041 nn. 3, 4, 5, 6. § 2. Sono impediti di esercitare gli ordini: 1 colui che, trattenuto da impedimenti per ricevere gli ordini, li ha ricevuti illegittimamente; 2 colui che è affetto da pazzia o da altre infermità psichiche di cui al can. 1041, n. 1, fino a che l’Ordinario, consultato il perito, non avrà consentito l’esercizio del medesimo ordine.

can. 1045 L’ignoranza delle irregolarità e degli impedimenti non esime dai medesimi.

can. 1046 Le irregolarità e gli impedimenti si moltiplicano a seconda delle loro diverse cause, non però per ripetizione della stessa causa, a meno che non si tratti dell’irregolarità da omicidio volontario o da procurato aborto, ottenuto l’effetto.

can. 1047 § 1. La dispensa da tutte le irregolarità è riservata esclusivamente alla Sede Apostolica, se il fatto su cui si fondano sia stato deferito al foro giudiziale. § 2. Ad essa è anche riservata la dispensa dalle seguenti irregolarità e impedimenti a ricevere gli ordini: 1) dalle irregolarità provenienti dai delitti pubblici di cui al can. 1041, nn. 2 e 3; 2) dall’irregolarità proveniente da delitto sia pubblico sia occulto di cui al can. 1041, n. 4; 3) dall’impedimento di cui al can. 1042, n. 1. § 3. È inoltre riservata alla Sede Apostolica la dispensa dalle irregolarità nell’esercizio dell’ordine ricevuto, delle quali al can. 1041, n. 3, soltanto nei casi pubblici, e al n. 4 del medesimo canone, anche nei casi occulti. § 4. L’Ordinario può validamente dispensare dalle irregolarità e impedimenti non riservati alla Santa Sede.

can. 1048 Nei casi occulti più urgenti, se non si possa ricorrere al Vescovo o quando si tratti delle irregolarità di cui al can. 1041, nn. 3 e 4, alla Penitenzieria, e se incomba il pericolo di grave danno o infamia, colui che è impedito dalla irregolarità di esercitare l’ordine, può esercitarlo, fermo però restando l’onere di ricorrere quanto prima all’Ordinario o alla Penitenzieria, taciuto il nome e tramite il confessore.

can. 1049 § 1. Nelle domande per ottenere la dispensa dalle irregolarità e dagli impedimenti, debbono essere indicate tutte le irregolarità e gli impedimenti; tuttavia, la dispensa generale vale anche per quelli taciuti in buona fede eccettuate le irregolarità di cui al can. 1041, n. 4, o le altre deferite al foro giudiziale, ma non per quelle taciute in cattiva fede. § 2. Se si tratta di irregolarità per omicidio volontario o procurato aborto, deve essere espresso anche il numero dei delitti, per la validità della dispensa. § 3. La dispensa generale dalle irregolarità e dagli impedimenti a ricevere gli ordini, vale per tutti gli ordini.

Articolo 4. Documenti richiesti e scrutinio (cann. 1050-1052)

can. 1050 Perché uno possa essere promosso ai sacri ordini si richiedono i seguenti documenti: 1) certificato degli studi regolarmente compiuti a norma del can. 1032; 2) certificato di diaconato ricevuto, se si tratta di ordinandi al presbiterato; 3) se si tratta di promovendi al diaconato, certificato di battesimo e di confermazione e dell’avvenuta ricezione dei ministeri di cui al can. 1035; ugualmente il certificato della dichiarazione di cui al can. 1036, e inoltre, se l’ordinando che deve essere promosso al diaconato permanente è sposato, il certificato di matrimonio e il consenso della moglie.

can. 1051 Per quanto riguarda lo scrutinio circa le qualità richieste nell’ordinando, si osservino le norme che seguono: 1) vi sia l’attestato del rettore del seminario o della casa di formazione, sulle qualità richieste per ricevere l’ordine, vale a dire la sua retta dottrina, la pietà genuina, i buoni costumi, l’attitudine ad esercitare il ministero; ed inoltre, dopo una diligente indagine, un documento sul suo stato di salute sia fisica sia psichica; 2) il Vescovo diocesano o il Superiore maggiore, perché lo scrutinio sia fatto nel modo dovuto può avvalersi di altri mezzi che gli sembrino utili, a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, quali le lettere testimoniali, le pubblicazioni o altre informazioni.

can. 1052 § 1. Il Vescovo che conferisce l’ordinazione per diritto proprio, per poter ad essa procedere deve essere certo che siano a disposizione i documenti dei quali al can. 1050, che l’idoneità del candidato risulti provata con argomenti positivi, dopo aver fatto lo scrutinio a norma del diritto. § 2. Perché il Vescovo proceda all’ordinazione di un suddito altrui, è sufficiente che le lettere dimissorie riferiscano che gli stessi documenti sono a disposizione, che lo scrutinio è stato compiuto a norma del diritto e che consta dell’idoneità del candidato; che se il promovendo è membro di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, le medesime lettere debbono testimoniare inoltre che egli è stato cooptato definitivamente nell’istituto o nella società e che è suddito del Superiore che dà le lettere. § 3. Se nonostante tutto ciò il Vescovo per precise ragioni dubita che il candidato sia idoneo a ricevere gli ordini, non lo promuova.

Capitolo III. Annotazione e certificato dell’avvenuta ordinazione (cann. 1053-1054)

can. 1053 § 1. Compiuta l’ordinazione, i nomi dei singoli ordinati e del ministro ordinante, il luogo e il giorno dell’ordinazione, siano annotati nell’apposito libro da custodirsi diligentemente nella curia del luogo dell’ordinazione, e tutti i documenti delle singole ordinazioni vengano conservati accuratamente. § 2. Il Vescovo ordinante consegni a ciascun ordinato un certificato autentico dell’ordinazione ricevuta; essi, se sono stati promossi da un Vescovo estraneo con lettere dimissorie, lo presentino al proprio Ordinario per l’annotazione dell’ordinazione nel libro speciale da conservarsi in archivio.

can. 1054 L’Ordinario del luogo, se si tratta dei secolari, oppure il Superiore maggiore competente, se si tratta dei suoi sudditi, comunichi la notizia di ciascuna ordinazione celebrata al parroco del luogo del battesimo, il quale la annoterà nel suo libro dei battesimi a norma del can. 535, § 2.

Titolo VII. Il matrimonio (cann. 1055-1165)

can. 1055 § 1. Il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento. § 2. Pertanto tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento.

can. 1056 Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità, che nel matrimonio cristiano conseguono una peculiare stabilità in ragione del sacramento.

can. 1057 § 1. L’atto che costituisce il matrimonio è il consenso delle parti manifestato legittimamente tra persone giuridicamente abili; esso non può essere supplito da nessuna potestà umana. § 2. Il consenso matrimoniale è l’atto della volontà con cui l’uomo e la donna, con patto irrevocabile, dànno e accettano reciprocamente se stessi per costituire il matrimonio.

can. 1058 Tutti possono contrarre il matrimonio, se non ne hanno la proibizione dal diritto.

can. 1059 Il matrimonio dei cattolici, anche quando sia cattolica una sola delle parti, è retto non soltanto dal diritto divino, ma anche da quello canonico, salva la competenza dell’autorità civile circa gli effetti puramente civili del medesimo matrimonio.

can. 1060 Il matrimonio ha il favore del diritto; pertanto nel dubbio si deve ritenere valido il matrimonio fino a che non sia provato il contrario.

can. 1061 § 1. Il matrimonio valido tra battezzati si dice solamente rato, se non è stato consumato; rato e consumato se i coniugi hanno compiuto tra loro, in modo umano, l’atto per sé idoneo alla generazione della prole, al quale il matrimonio è ordinato per sua natura, e per il quale i coniugi divengono una sola carne. § 2. Celebrato il matrimonio, se i coniugi hanno coabitato, se ne presume la consumazione, fino a che non sia provato il contrario. § 3. Il matrimonio invalido si dice putativo, se fu celebrato in buona fede da almeno una delle parti, fino a tanto che entrambe le parti non divengano consapevoli della sua nullità.

can. 1062 § 1. La promessa di matrimonio, sia unilaterale sia bilaterale, detta fidanzamento, è regolata dal diritto particolare stabilito dalla Conferenza Episcopale, nel rispetto delle eventuali consuetudini e leggi civili. § 2. Dalla promessa di matrimonio non consegue l’azione per esigerne la celebrazione; consegue, invece, quella per la riparazione dei danni, se dovuta.

Capitolo I. La cura pastorale e gli atti da premettere alla celebrazione del matrimonio (cann. 1063-1072)

can. 1063 I pastori d’anime sono tenuti all’obbligo di provvedere che la propria comunità ecclesiastica presti ai fedeli quell’assistenza mediante la quale lo stato matrimoniale perseveri nello spirito cristiano e progredisca in perfezione. Tale assistenza va prestata innanzitutto: 1) con la predicazione, con una adeguata catechesi ai minori, ai giovani e agli adulti, e anche con l’uso dei mezzi di comunicazione sociale, mediante i quali i fedeli vengano istruiti sul significato del matrimonio cristiano e sul compito dei coniugi e genitori cristiani; 2) con la preparazione personale alla celebrazione del matrimonio, per cui gli sposi si dispongano alla santità e ai doveri del loro nuovo stato; 3) con una fruttuosa celebrazione liturgica del matrimonio, in cui appaia manifesto che i coniugi significano e partecipano al mistero di unione e di amore fecondo tra Cristo e la Chiesa; 4) offrendo aiuto agli sposi perché questi, osservando e custodendo con fedeltà il patto coniugale, giungano a condurre una vita familiare ogni giorno più santa e più intensa.

can. 1064 Spetta all’Ordinario del luogo curare che tale assistenza sia debitamente organizzata, consultando anche, se sembra opportuno, uomini e donne di provata esperienza e competenza.

can. 1065 § 1. I cattolici che non hanno ancora ricevuto il sacramento della confermazione, lo ricevano prima di essere ammessi al matrimonio, se è possibile farlo senza grave incomodo. § 2. Si raccomanda vivamente agli sposi che, per ricevere fruttuosamente il sacramento del matrimonio, si accostino ai sacramenti della penitenza e della santissima Eucaristia.

can. 1066 Prima di celebrare il matrimonio, deve constare che nulla si oppone alla sua celebrazione valida e lecita.

can. 1067 La Conferenza Episcopale stabilisca le norme circa l’esame degli sposi, nonché circa le pubblicazioni matrimoniali e gli altri mezzi opportuni per compiere le necessarie investigazioni prematrimoniali, dopo la cui diligente osservanza il parroco possa procedere all’assistenza del matrimonio.

can. 1068 In pericolo di morte, qualora non sia possibile avere altre prove, né sussistano indizi contrari, è sufficiente l’affermazione dei contraenti, anche giurata se il caso lo richiede, che essi sono battezzati e non trattenuti da impedimento.

can. 1069 Prima della celebrazione di un matrimonio, tutti i fedeli sono tenuti all’obbligo di rivelare al parroco o all’Ordinario del luogo, gli impedimenti di cui fossero a conoscenza.

can. 1070 Se eseguì le investigazioni un parroco diverso da quello cui compete assistere al matrimonio, informi questo quanto prima del loro esito mediante un documento autentico.

can. 1071 § 1. Tranne che in caso di necessità, nessuno assista senza la licenza dell’Ordinario del luogo: 1) al matrimonio dei girovaghi; 2) al matrimonio che non può essere riconosciuto o celebrato a norma della legge civile; 3) al matrimonio di chi è vincolato da obblighi naturali derivati da una precedente unione verso un’altra parte o i figli; 4) al matrimonio di chi ha notoriamente abbandonato la fede cattolica; 5) al matrimonio di chi è irretito da censura; 6) al matrimonio di un figlio minorenne, se ne sono ignari o ragionevolmente contrari i genitori; 7) ai matrimonio da celebrarsi mediante procuratore, di cui al can. 1105. § 2. L’Ordinario del luogo non conceda la licenza di assistere al matrimonio di chi ha notoriamente abbandonato la fede cattolica, se non dopo che siano state osservate, con opportuno riferimento, le norme di cui al can. 1125.

can. 1072 I pastori d’anime si adoperino a distogliere i giovani dal celebrare il matrimonio prima dell’età in cui si è soliti farlo secondo le usanze della regione.

Capitolo II. Gli impedimenti dirimenti in genere (cann. 1073-1082)

can. 1073 L’impedimento dirimente rende la persona inabile a contrarre validamente il matrimonio.

can. 1074 L’impedimento si ritiene pubblico se può essere provato in foro esterno; altrimenti è occulto.

can. 1075 § 1. Spetta solo alla autorità suprema della Chiesa dichiarare autenticamente quando il diritto divino proibisca o dirima il matrimonio. § 2. È pure diritto della sola autorità suprema stabilire altri impedimenti per i battezzati.

can. 1076 È riprovata ogni consuetudine che introduca un nuovo impedimento o che sia contraria a quelli esistenti.

can. 1077 § 1. L’Ordinario del luogo può vietare il matrimonio ai propri sudditi, dovunque dimorino, e a tutti quelli che vivono attualmente nel suo territorio, in un caso peculiare, ma solo per un tempo determinato, per una causa grave e fin tanto che questa perduri. § 2. Solo l’autorità suprema della Chiesa può aggiungere al divieto una clausola dirimente.

can. 1078 § 1. L’Ordinario del luogo può dispensare i propri sudditi, dovunque dimorino, e quanti vivono attualmente nel suo territorio, da tutti gli impedimenti di diritto ecclesiastico, eccetto quelli la cui dispensa è riservata alla Sede Apostolica. § 2. Gli impedimenti la cui dispensa è riservata alla Sede Apostolica, sono: 1) l’impedimento proveniente dai sacri ordini o dal voto pubblico perpetuo di castità emesso in un istituto religioso di diritto pontificio; 2) l’impedimento di crimine, di cui al can. 1090. § 3. Mai si dà dispensa dall’impedimento di consanguineità nella linea retta o nel secondo grado della linea collaterale.

can. 1079 § 1. In urgente pericolo di morte, l’Ordinario del luogo può dispensare i propri sudditi, dovunque dimorino, e quanti vivono attualmente nel suo territorio, sia dalla osservanza della forma prescritta per la celebrazione del matrimonio, sia da tutti e singoli gli impedimenti di diritto ecclesiastico, pubblici e occulti, eccetto l’impedimento proveniente dal sacro ordine del presbiterato. § 2. Nelle medesime circostanze di cui al § 1, ma solo nei casi in cui non sia possibile ricorrere neppure all’Ordinario del luogo, hanno uguale facoltà di dispensare, sia il parroco sia il ministro sacro legittimamente delegato sia il sacerdote o diacono che assiste al matrimonio a norma del can. 1116, § 2. § 3. In pericolo di morte il confessore ha la facoltà di dispensare dagli impedimenti occulti nel foro interno, sia durante sia fuori della confessione sacramentale. § 4. Nel caso di cui al § 2, si ritiene impossibile il ricorso all’Ordinario del luogo, se lo si può fare solo tramite telegrafo o telefono.

can. 1080 § 1. Ogniqualvolta si scopra un impedimento mentre tutto è già pronto per le nozze, e non è possibile, senza probabile pericolo di grave male, differire il matrimonio finché non si ottenga la dispensa dall’autorità competente, hanno facoltà di dispensare da tutti gli impedimenti, eccetto quelli di cui al can. 1078, § 2, n. 1, l’Ordinario del luogo e, purché il caso sia occulto, tutti quelli di cui al can. 1079, § § 2-3, alle condizioni ivi determinate. § 2. Tale facoltà vale anche per la convalidazione del matrimonio, qualora vi sia il medesimo pericolo nell’attesa e manchi il tempo di ricorrere alla Sede Apostolica o all’Ordinario del luogo, relativamente agli impedimenti da cui questi può dispensare.

can. 1081 Il parroco oppure il sacerdote o il diacono, di cui al can. 1079, § 2, informi subito l’Ordinario del luogo della dispensa da essi concessa in foro esterno; e la medesima sia annotata nel libro dei matrimoni.

can. 1082 Se il rescritto della Penitenzieria non dispone diversamente, la dispensa da impedimento occulto concessa nel foro interno non sacramentale, sia annotata nel libro che si deve conservare nell’archivio segreto della curia; né occorre altra dispensa per il foro esterno, qualora l’impedimento occulto in seguito divenisse pubblico.

Capitolo III. Gli impedimenti dirimenti in specie (cann. 1083-1094)

can. 1083 § 1. L’uomo prima dei sedici anni compiuti, la donna prima dei quattordici pure compiuti, non possono celebrare un valido matrimonio. § 2. È diritto della Conferenza Episcopale fissare una età maggiore per la lecita celebrazione del matrimonio.

can. 1084 § 1. L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio. § 2. Se l’impedimento di impotenza è dubbio, sia per dubbio di diritto sia per dubbio di fatto, il matrimonio non deve essere impedito né, stante il dubbio, dichiarato nullo. § 3. La sterilità né proibisce né dirime il matrimonio, fermo restando il disposto del can. 1098.

can. 1085 § 1. Attenta invalidamente al matrimonio chi è legato dal vincolo di un matrimonio precedente, anche se non consumato. § 2. Quantunque il matrimonio precedente sia, per qualunque causa, nullo o sciolto, non per questo è lecito contrarne un altro prima che si sia constatata legittimamente e con certezza la nullità o lo scioglimento del precedente.

can. 1086 § 1. È invalido il matrimonio tra due persone, di cui una sia battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta e non separata dalla medesima con atto formale, e l’altra non battezzata. § 2. Non si dispensi da questo impedimento se non dopo che siano state adempiute le condizioni di cui ai cann. 1125 e 1126. § 3. Se al tempo della celebrazione del matrimonio una parte era ritenuta comunemente battezzata o era dubbio il suo battesimo, si deve presumere a norma del can. 1060 la validità del matrimonio finché non sia provato con certezza che una parte era battezzata e l’altra invece non battezzata.

can. 1087 Attentano invalidamente al matrimonio coloro che sono costituiti nei sacri ordini.

can. 1088 Attentano invalidamente il matrimonio coloro che sono vincolati dal voto pubblico perpetuo di castità emesso in un istituto religioso.

can. 1089 Non è possibile costituire un valido matrimonio tra l’uomo e la donna rapita o almeno trattenuta allo scopo di contrarre matrimonio con essa, se non dopo che la donna, separata dal rapitore e posta in un luogo sicuro e libero, scelga spontaneamente il matrimonio.

can. 1090 § 1. Chi, allo scopo di celebrare il matrimonio con una determinata persona, uccide il coniuge di questa o il proprio, attenta invalidamente a tale matrimonio. § 2. Attentano pure invalidamente al matrimonio tra loro quelli che cooperano fisicamente o moralmente all’uccisione di un coniuge.

can. 1091 § 1. Nella linea retta della consanguineità è nullo il matrimonio tra tutti gli ascendenti e i discendenti, sia legittimi sia naturali. § 2. Nella linea collaterale il matrimonio è nullo fino al quarto grado incluso. § 3. L’impedimento di consanguineità non si moltiplica. § 4. Non si permetta mai il matrimonio, se sussiste qualche dubbio che le parti siano consanguinee in qualunque grado della linea retta o nel secondo grado della linea collaterale.

can. 1092 L’affinità nella linea retta rende nullo il matrimonio in qualunque grado.

can. 1093 L’impedimento di pubblica onestà sorge dal matrimonio invalido in cui vi sia stata vita comune o da concubinato pubblico e notorio; e rende nulle le nozze nel primo grado della linea retta tra l’uomo e le consanguinee della donna, e viceversa.

can. 1094 Non possono contrarre validamente il matrimonio tra loro nella linea retta o nel secondo grado della linea collaterale, quelli che sono uniti da parentela legale sorta dall’adozione.

Capitolo IV. Il consenso matrimoniale (cann. 1095-1107)

can. 1095 Sono incapaci a contrarre matrimonio: 1) coloro che mancano di sufficiente uso di ragione; 2) coloro che difettano gravemente di discrezione di giudizio circa i diritti e i doveri matrimoniali essenziali da dare e accettare reciprocamente; 3) coloro che per cause di natura psichica, non possono assumere gli obblighi essenziali del matrimonio.

can. 1096 § 1. Perché possa esserci il consenso matrimoniale, è necessario che i contraenti almeno non ignorino che il matrimonio è la comunità permanente tra l’uomo e la donna, ordinata alla procreazione della prole mediante una qualche cooperazione sessuale. § 2. Tale ignoranza non si presume dopo la pubertà.

can. 1097 § 1. L’errore di persona rende invalido il matrimonio. § 2. L’errore circa una qualità della persona, quantunque sia causa del contratto, non rende nullo il matrimonio, eccetto che tale qualità sia intesa direttamente e principalmente.

can. 1098 Chi celebra il matrimonio, raggirato con dolo ordito per ottenerne il consenso, circa una qualità dell’altra parte, che per sua natura può perturbare gravemente la comunità di vita coniugale, contrae invalidamente.

can. 1099 L’errore circa l’unità o l’indissolubilità o la dignità sacramentale del matrimonio non vizia il consenso matrimoniale, purché non determini la volontà.

can. 1100 Sapere o supporre che il matrimonio sia nullo, non esclude necessariamente il consenso matrimoniale.

can. 1101 § 1. Il consenso interno dell’animo si presume conforme alle parole o ai segni adoperati nel celebrare il matrimonio. § 2. Ma se una o entrambe le parti escludono con un positivo atto di volontà il matrimonio stesso, oppure un suo elemento essenziale o una sua proprietà essenziale, contraggono invalidamente.

can. 1102 § 1. Non si può contrarre validamente il matrimonio sotto condizione futura. § 2. Il matrimonio celebrato sotto condizione passata o presente è valido o no, a seconda che esista o no il presupposto della condizione. § 3. Tuttavia non si può porre lecitamente la condizione di cui al § 2, se non con la licenza scritta dell’Ordinario del luogo.

can. 1103 E invalido il matrimonio celebrato per violenza o timore grave incusso dall’esterno, anche non intenzionalmente, per liberarsi dal quale uno sia costretto a scegliere il matrimonio.

can. 1104 § 1. Per contrarre validamente il matrimonio è necessario che i contraenti siano presenti contemporaneamente, sia di persona sia tramite procuratore. § 2. Gli sposi manifestino il consenso matrimoniale con le parole; se però non possono parlare, lo facciano con segni equivalenti.

can. 1105 § 1. Per celebrare validamente il matrimonio tramite procuratore si richiede: 1) che vi sia un mandato speciale per contrarre con una persona determinata; 2) che il procuratore sia designato dallo stesso mandante e che egli adempia di persona il suo incarico. § 2. Il mandato, perché sia valido, deve essere sottoscritto dal mandante e inoltre dal parroco o dall’Ordinario del luogo in cui il mandato viene dato o da un sacerdote delegato da uno di essi, o da almeno due testimoni; oppure deve essere fatto con documento autentico a norma del diritto civile. § 3. Se il mandante non sa scrivere, lo si annoti nello stesso mandato e si aggiunga un altro testimone che firmi egli pure lo scritto; diversamente il mandato è invalido. § 4. Se il mandante, prima che il procuratore contragga in suo nome, revoca il mandato o cade in pazzia, il matrimonio è invalido, anche se lo ignoravano sia il procuratore sia l’altra parte contraente.

can. 1106 È consentito contrarre matrimonio tramite interprete; tuttavia il parroco non vi assista se non gli consta della fedeltà dell’interprete.

can. 1107 Anche se il matrimonio fu celebrato invalidamente a motivo di un impedimento o per difetto di forma, si presume che il consenso manifestato perseveri finché non consti della sua revoca.

Capitolo V. La forma della celebrazione del matrimonio (cann. 1108-1123)

can. 1108 § 1. Sono validi soltanto i matrimoni che si contraggono alla presenza dell’Ordinario del luogo o del parroco o del sacerdote oppure diacono delegato da uno di essi che sono assistenti, nonché alla presenza di due testimoni, conformemente, tuttavia, alle norme stabilite nei canoni seguenti, e salve le eccezioni di cui ai cann. 144, 1112, § 1, 1116 e 1127, § § 2-3. § 2. Si intende assistente al matrimonio soltanto colui che, di persona, chiede la manifestazione del consenso dei contraenti e la riceve in nome della Chiesa.

can. 1109 L’Ordinario del luogo e il parroco, eccetto che con sentenza o decreto siano stati scomunicati o interdetti o sospesi dall’ufficio oppure dichiarati tali, in forza dell’ufficio assistono validamente, entro i confini del proprio territorio, ai matrimoni non solo dei sudditi, ma anche dei non sudditi, purché almeno uno di essi sia di rito latino.

can. 1110 L’Ordinario e il parroco personale, in forza dell’ufficio assistono validamente soltanto al matrimonio di coloro di cui almeno un contraente sia suddito nell’ambito della loro giurisdizione.

can. 1111 § 1. L’Ordinario del luogo e il parroco, fintanto che esercitano validamente l’ufficio, possono delegare a sacerdoti e diaconi la facoltà anche generale di assistere ai matrimoni entro i confini del proprio territorio. § 2. Perché sia valida, la delega della facoltà di assistere ai matrimoni deve essere data espressamente a persone determinate; e se si tratta di delega speciale, deve essere data anche per un matrimonio determinato; se poi si tratta di delega generale, deve essere concessa per iscritto.

can. 1112 § 1. Dove mancano sacerdoti e diaconi, il Vescovo diocesano, previo il voto favorevole della Conferenza Episcopale e ottenuta la facoltà dalla Santa Sede, può delegare dei laici perché assistano ai matrimoni. § 2. Si scelga un laico idoneo, capace di istruire gli sposi e preparato a compiere nel debito modo la liturgia del matrimonio.

can. 1113 Prima di concedere la delega speciale, si adempia tutto ciò che stabilisce il diritto per provare lo stato libero.

can. 1114 L’assistente al matrimonio agisce illecitamente se non gli consti dello stato libero dei contraenti a norma del diritto e, se è possibile, del permesso del parroco, ogni volta che assiste in forza della delega generale.

can. 1115 I matrimoni siano celebrati nella parrocchia in cui l’una o l’altra parte contraente ha il domicilio o il quasi-domicilio o la dimora protratta per un mese, oppure, se si tratta di girovaghi, nella parrocchia in cui dimorano attualmente; con il permesso del proprio Ordinario o del proprio parroco, il matrimonio può essere celebrato altrove.

can. 1116 § 1. Se non si può avere o andare senza grave incomodo dall’assistente competente a norma del diritto, coloro che intendono celebrare il vero matrimonio, possono contrarlo validamente e lecitamente alla presenza dei soli testimoni: 1) in pericolo di morte; 2) al di fuori del pericolo di morte, purché si preveda prudentemente che tale stato di cose durerà per un mese. § 2. Nell’uno e nell’altro caso, se vi è un altro sacerdote o diacono che possa essere presente, deve essere chiamato e assistere, insieme ai testimoni, alla celebrazione del matrimonio, salva la validità del matrimonio in presenza dei soli testimoni.

can. 1117 La forma qui sopra stabilita deve essere osservata se almeno una delle parti contraenti il matrimonio è battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta e non separata dalla medesima con atto formale, salve le disposizioni del can. 1127, § 2.

can. 1118 § 1. Il matrimonio tra cattolici o tra una parte cattolica e l’altra non cattolica battezzata sia celebrato nella chiesa parrocchiale; con il permesso dell’Ordinario del luogo o del parroco potrà essere celebrato in altra chiesa o oratorio. § 2. L’Ordinario del luogo può permettere che il matrimonio sia celebrato in altro luogo conveniente. § 3. Il matrimonio tra una parte cattolica e l’altra non battezzata potrà essere celebrato in chiesa o in un altro luogo conveniente.

can. 1119 Fuori del caso di necessità, nella celebrazione del matrimonio si osservino i riti prescritti dai libri liturgici approvati dalla Chiesa o recepiti per legittime consuetudini.

can. 1120 La Conferenza Episcopale può redigere un proprio rito del matrimonio, che dovrà essere autorizzato dalla Santa Sede, adeguato alle usanze dei luoghi e dei popoli conformate allo spirito cristiano, a condizione però che l’assistente al matrimonio, di persona, chieda e riceva la manifestazione del consenso dei contraenti.

can. 1121 § 1. Celebrato il matrimonio, il parroco del luogo della celebrazione o chi ne fa le veci, anche se nessuno dei due fu presente, annoti quanto prima nel registro dei matrimoni i nomi dei coniugi, dell’assistente e dei testimoni, il luogo e il giorno della celebrazione, secondo le modalità determinate dalla Conferenza Episcopale o dal Vescovo diocesano. § 2. Ogni volta che il matrimonio viene contratto a norma del can. 1116, il sacerdote o il diacono, se fu presente alla celebrazione, altrimenti i testimoni sono tenuti, in solido con i contraenti, a comunicare quanto prima al parroco o all’Ordinario del luogo l’avvenuta celebrazione del matrimonio. § 3. Quanto al matrimonio contratto con dispensa dalla forma canonica, l’Ordinario del luogo che la concesse provveda che dispensa e celebrazione siano registrate nel libro dei matrimoni sia della curia sia della parrocchia propria della parte cattolica, il cui parroco eseguì le indagini sullo stato libero; il coniuge cattolico è tenuto a comunicare quanto prima all’Ordinario e al parroco di cui sopra l’avvenuta celebrazione del matrimonio, indicandone anche il luogo nonché la forma pubblica usata.

can. 1122 § 1. Si annoti anche l’avvenuta celebrazione del matrimonio nel registro dei battezzati, in cui è iscritto il battesimo dei coniugi. § 2. Se un coniuge non ha contratto il matrimonio nella parrocchia in cui fu battezzato, il parroco del luogo della celebrazione trasmetta quanto prima la notizia del matrimonio celebrato al parroco del luogo in cui fu amministrato il battesimo.

can. 1123 Ogni volta che un matrimonio o è convalidato per il foro esterno, o è dichiarato nullo, o viene sciolto legittimamente fuori del caso di morte, deve essere comunicato al parroco del luogo della celebrazione del matrimonio, perché se ne faccia la dovuta annotazione nel registro dei matrimoni e dei battezzati.

Capitolo VI. I matrimoni misti (cann. 1124-1129)

can. 1124 Il matrimonio fra due persone battezzate, delle quali una sia battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta dopo il battesimo e non separata dalla medesima con atto formale, l’altra invece sia iscritta a una Chiesa o comunità ecclesiale non in piena comunione con la Chiesa cattolica, non può essere celebrato senza espressa licenza della competente autorità.

can. 1125 L’Ordinario del luogo, se vi è una causa giusta e ragionevole, può concedere tale licenza; ma non la conceda se non dopo il compimento delle seguenti condizioni: 1) la parte cattolica si dichiari pronta ad allontanare i pericoli di abbandonare la fede e prometta sinceramente di fare quanto èin suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica; 2) di queste promesse che deve fare la parte cattolica, sia tempestivamente informata l’altra parte, così che consti che questa è realmente consapevole della promessa e dell’obbligo della parte cattolica; 3) entrambe le parti siano istruite sui fini e le proprietà essenziali del matrimonio, che non devono essere esclusi da nessuno dei due contraenti.

can. 1126 Spetta alla conferenza Episcopale sia stabilire il modo in cui devono essere fatte tali dichiarazioni e promesse, sempre necessarie, sia determinare la forma per cui di esse consti nel foro esterno e la parte non cattolica ne sia informata.

can. 1127 § 1. Relativamente alla forma da usare nel matrimonio misto, si osservino le disposizioni del can. 1108; se tuttavia la parte cattolica contrae matrimonio con una parte non cattolica di rito orientale, l’osservanza della forma canonica della celebrazione è necessaria solo per la liceità; per la validità, invece, si richiede l’intervento di un ministro sacro, salvo quant’altro è da osservarsi a norma del diritto. § 2. Qualora gravi difficoltà si oppongano alla osservanza della forma canonica, l’Ordinario del luogo della parte cattolica ha il diritto di dispensare da essa in singoli casi, previa consultazione, però, dell’Ordinario del luogo in cui viene celebrato il matrimonio, e salva, per la validità, una qualche forma pubblica di celebrazione; spetta alla Conferenza Episcopale stabilire norme per le quali la predetta dispensa venga concessa per uguali motivazioni. § 3. È vietato, sia prima sia dopo la celebrazione canonica a norma del § 1, dar luogo a un’altra celebrazione religiosa del medesimo matrimonio nella quale si dia o si rinnovi il consenso matrimoniale; parimenti non si deve fare una celebrazione religiosa in cui l’assistente cattolico e il ministro non cattolico, celebrando ciascuno il proprio rito, richiedano insieme il consenso delle parti.

can. 1128 Gli Ordinari del luogo e gli altri pastori d’anime facciano in modo che al coniuge cattolico e ai figli nati da matrimonio misto non manchi l’aiuto spirituale per adempiere i loro obblighi, e aiutino i coniugi ad accrescere l’unione della vita coniugale e familiare.

can. 1129 Le disposizioni dei cann. 1127 e 1128 si devono applicare anche ai matrimoni ai quali si oppone l’impedimento di disparità di culto, di cui al can. 1086, § 1.

Capitolo VII. La celebrazione segreta del matrimonio (cann. 1130-1133)

can. 1130 Per una grave e urgente causa l’Ordinario del luogo può permettere che il matrimonio sia celebrato in segreto.

can. 1131 Il permesso di celebrare il matrimonio in segreto comporta: 1) che si facciano in segreto le debite indagini prematrimoniali; 2) che dell’avvenuta celebrazione del matrimonio conservino il segreto l’Ordinario del luogo, l’assistente, i testimoni e i coniugi.

can. 1132 L’obbligo di conservare il segreto di cui al can. 1131, n. 2, cessa per l’Ordinario del luogo se dall’osservanza del segreto incombe un grave scandalo o una grave ingiuria alla santità del matrimonio: e ciò sia reso noto alle parti prima della celebrazione del matrimonio.

can. 1133 Il matrimonio celebrato in segreto sia annotato solo nello speciale registro da conservarsi nell’archivio segreto della curia.

Capitolo VIII. Effetti del matrimonio (cann. 1134-1140)

can. 1134 Dalla valida celebrazione del matrimonio sorge tra i coniugi un vincolo di sua natura perpetuo ed esclusivo; inoltre nel matrimonio cristiano i coniugi, per i compiti e la dignità del loro stato, vengono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento.

can. 1135 Entrambi i coniugi hanno pari dovere e diritto per quanto riguarda la comunità di vita coniugale.

can. 1136 I genitori hanno il dovere gravissimo e il diritto primario di curare secondo le proprie forze, l’educazione della prole, sia fisica, sociale e culturale, sia morale e religiosa.

can. 1137 Sono legittimi i figli concepiti o nati da matrimonio valido o putativo.

can. 1138 § 1. Il padre è colui che indicano le giuste nozze, eccetto che si provi il contrario con argomenti evidenti. § 2. Si presumono legittimi i figli nati almeno 180 giorni dopo la celebrazione del matrimonio, o entro 300 giorni da quello dello scioglimento della vita coniugale.

can. 1139 I figli illegittimi sono legittimati per il susseguente matrimonio dei genitori, sia valido sia putativo, o per rescritto della Santa Sede.

can. 1140 I figli legittimati, relativamente agli effetti canonici, sono in tutto equiparati ai legittimi, a meno che il diritto non abbia disposto altro espressamente.

Capitolo IX. La separazione dei coniugi (cann. 1141-1155)

Articolo 1. Lo scioglimento del vincolo (cann. 1141-1150)

can. 1141 Il matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte.

can. 1142 Il matrimonio non consumato fra battezzati o tra una parte battezzata e una non battezzata, per una giusta causa può essere sciolto dal Romano Pontefice, su richiesta di entrambe le parti o di una delle due, anche se l’altra fosse contraria.

can. 1143 § 1. Il matrimonio celebrato tra due non battezzati, per il privilegio paolino si scioglie in favore della fede della parte che ha ricevuto il battesimo, per lo stesso fatto che questa contrae un nuovo matrimonio, purché si separi la parte non battezzata. § 2. Si ritiene che la parte non battezzata si separa se non vuol coabitare con la parte battezzata o non vuol coabitare pacificamente senza offesa al Creatore, eccetto che sia stata questa a darle, dopo il battesimo, una giusta causa per separarsi.

can. 1144 § 1. Perché la parte battezzata possa contrarre validamente un nuovo matrimonio, si deve sempre interpellare la parte non battezzata: 1) se voglia essa pure ricevere il battesimo; 2) se almeno voglia coabitare con la parte battezzata pacificamente, senza offesa al Creatore. § 2. Detta interpellazione deve essere fatta dopo il battesimo; tuttavia l’Ordinario del luogo può, per una grave causa, permettere che l’interpellazione sia fatta prima del battesimo; anzi può anche dispensare da essa, sia prima sia dopo il battesimo, purché da un procedimento almeno sommario ed extragiudiziale risulti che non è possibile o che sarebbe inutile farla.

can. 1145 § 1. Di regola l’interpellazione va fatta per autorità dell’Ordinario del luogo della parte convertita, e al medesimo Ordinario spetta pure concedere all’altro coniuge, se mai lo richiede, un intervallo di tempo per rispondere, ammonendolo tuttavia che, trascorso inutilmente l’intervallo, il suo silenzio verrà ritenuto come una risposta negativa. § 2. È valida anche l’interpellazione fatta privatamente dalla stessa parte convertita, che anzi è lecita se non è possibile osservare la forma sopra stabilita. § 3. In entrambi i casi, l’interpellazione compiuta e il suo esito devono constare legittimamente nel foro esterno.

can. 1146 La parte battezzata ha diritto a contrarre nuove nozze con una parte cattolica: 1) se l’altra parte rispose negativamente all’interpellazione, o se questa fu legittimamente omessa; 2) se la parte non battezzata, già interpellata o no, prima perseverante nella pacifica coabitazione senza offesa al Creatore, in seguito si sia separata senza una giusta causa, ferme restando le disposizioni dei cann. 1144 e 1145.

can. 1147 Tuttavia l’Ordinario del luogo, per una grave causa, può concedere alla parte battezzata che usufruisce del privilegio paolino, di contrarre matrimonio con una parte non cattolica, sia battezzata sia non battezzata, ottemperando anche alle disposizioni dei canoni sui matrimoni misti.

can. 1148 § 1. Il non battezzato che abbia contemporaneamente più mogli non battezzate, ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica, se per lui è gravoso rimanere con la prima di esse, può ritenerne una qualsiasi licenziando le altre. Lo stesso vale per la moglie non battezzata che abbia contemporaneamente più mariti non battezzati. § 2. Nei casi di cui al § 1, il matrimonio, dopo aver ricevuto il battesimo, deve essere contratto secondo la forma canonica, osservando anche, se necessario, le norme sui matrimoni misti e le altre disposizioni del diritto. § 3. L’Ordinario del luogo, considerata la condizione morale, sociale ed economica dei luoghi e delle persone, curi che sia provveduto sufficientemente alle necessità della prima moglie e delle altre licenziate, secondo le norme della giustizia, della carità cristiana e dell’equità naturale.

can. 1149 Il non battezzato che, ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica, non può ristabilire la coabitazione con il coniuge non battezzato a causa della prigionia o della persecuzione, può contrarre un altro matrimonio, anche se nel frattempo l’altra parte avesse ricevuto il battesimo, fermo restando il disposto del can. 1141.

can. 1150 Nel dubbio, il privilegio della fede gode del favore del diritto.

Articolo 2. La separazione con permanenza del vincolo (cann. 1151-1155)

can. 1151 I coniugi hanno il dovere e il diritto di osservare la convivenza coniugale, eccetto che ne siano scusati da causa legittima.

can. 1152 § 1. Per quanto si raccomandi vivamente che ciascun coniuge, mosso da carità cristiana e premuroso per il bene della famiglia, non rifiuti il perdono alla comparte adultera e non interrompa la vita coniugale, tuttavia se non le ha condonato la colpa espressamente o tacitamente, ha il diritto di sciogliere la convivenza coniugale, a meno che non abbia acconsentito all’adulterio, o non ne abbia dato il motivo, o non abbia egli pure commesso adulterio. § 2. Si ha condono tacito se il coniuge innocente, dopo aver saputo dell’adulterio, si sia spontaneamente intrattenuto con l’altro coniuge con affetto maritale; è presunto, invece, se conservò per sei mesi la convivenza coniugale, senza interporre ricorso presso l’autorità ecclesiastica o civile. § 3. Se il coniuge innocente avesse sciolto di propria iniziativa la convivenza coniugale, deferisca entro sei mesi la causa di separazione alla competente autorità ecclesiastica; e questa, esaminate tutte le circostanze, valuti se non sia possibile indurre il coniuge innocente a condonare la colpa e a non protrarre in perpetuo la separazione.

can. 1153 § 1. Se uno dei coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell’altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune, dà all’altro una causa legittima per separarsi, per decreto dell’Ordinario del luogo e anche per decisione propria, se vi è pericolo nell’attesa. § 2. In tutti i casi, cessata la causa della separazione, si deve ricostituire la convivenza coniugale, a meno che non sia stabilito diversamente dall’autorità ecclesiastica.

can. 1154 Effettuata la separazione dei coniugi, si deve sempre provvedere opportunamente al debito sostentamento e educazione dei figli.

can. 1155 Il coniuge innocente, con atto degno di lode, può ammettere nuovamente l’altro coniuge alla vita coniugale: nel qual caso rinuncia al diritto di separazione.

Capitolo X. Convalidazione del matrimonio (cann. 1156-1165)

Articolo 1. La convalidazione semplice (cann. 1156-1160)

can. 1156 § 1. Per la convalidazione di un matrimonio nullo a causa di un impedimento dirimente, si richiede che l’impedimento cessi o che si dispensi da esso, e che rinnovi il consenso almeno la parte che è consapevole dell’impedimento. § 2. Questa rinnovazione del consenso per diritto ecclesiastico è richiesta per la validità della convalidazione, anche se entrambe le parti hanno dato il consenso all’inizio e non lo hanno revocato in seguito.

can. 1157 La rinnovazione del consenso deve essere un nuovo atto di volontà per il matrimonio, che la parte che rinnova sa o suppone essere stato nullo dall’inizio.

can. 1158 § 1. Se l’impedimento è pubblico, il consenso deve essere rinnovato da entrambe le parti secondo la forma canonica, salvo il disposto del can. 1127, § 2. § 2. Se l’impedimento non può essere provato, è sufficiente che il consenso sia rinnovato privatamente e in segreto, e certamente dalla parte consapevole dell’impedimento, purché l’altra perseveri nel consenso dato, o da entrambe le parti se l’impedimento è noto ad ambedue.

can. 1159 § 1. Il matrimonio nullo a causa di un vizio di consenso, si convalida se dà il consenso la parte che non lo aveva dato, purché perseveri il consenso dell’altra. § 2. Se il vizio di consenso non può essere provato, è sufficiente che la parte che non lo aveva dato, lo dia privatamente e in segreto. § 3. Se il vizio di consenso può essere provato, è necessario che questo venga dato secondo la forma canonica.

can. 1160 Il matrimonio nullo a causa di un vizio di forma, per diventare valido deve essere nuovamente contratto secondo la forma canonica, salvo il disposto del can. 1127, § 2.

Articolo 2. La sanazione in radice (cann. 1161-1165)

can. 1161 § 1. La sanazione in radice di un matrimonio nullo consiste nella sua convalidazione senza rinnovazione del consenso, concessa dalla competente autorità; essa comporta la dispensa dall’impedimento, se c’è, e dalla forma canonica se non fu osservata, nonché la retroazione al passato degli effetti canonici. § 2. La convalidazione avviene al momento della concessione della grazia; la retroazione, invece, la si intende fatta al momento della celebrazione del matrimonio, se non è stabilito altro espressamente. § 3. Non si conceda la sanazione in radice se non è probabile che le parti vogliano perseverare nella vita coniugale.

can. 1162 § 1. Se difetta il consenso in entrambe le parti o in una delle parti, il matrimonio non può essere sanato in radice, sia che il consenso manchi fin dall’inizio, sia che, dato all’inizio, sia stato revocato in seguito. § 2. Che se invece, il consenso era mancato all’inizio, ma poi venne dato, si può concedere la sanazione dal momento in cui fu dato il consenso.

can. 1163 § 1. Il matrimonio nullo a causa di un impedimento o di un vizio della forma legittima, può essere sanato, purché perseveri il consenso di entrambe le parti. § 2. Il matrimonio nullo a causa di un impedimento di diritto naturale o divino positivo, può essere sanato solo dopo che sia cessato l’impedimento.

can. 1164 La sanazione può essere concessa validamente anche all’insaputa di una o di entrambe le parti; ma non la si conceda se non per una grave causa.

can. 1165 § 1. La sanazione in radice può essere concessa dalla Sede Apostolica. § 2. In singoli casi può essere concessa dal Vescovo diocesano, anche se nello stesso matrimonio concorrano più cause di nullità, e ottemperando alle condizioni di cui al can. 1125, per la sanazione di un matrimonio misto; dal medesimo, invece, non può essere concessa, se c’è un impedimento la cui dispensa è riservata alla Sede Apostolica a norma del can. 1078, § 2, o se si tratta di un impedimento di diritto naturale o divino positivo già cessato.

Parte seconda. Gli altri atti del culto divino (cann. 1166-1204)

Titolo I. I sacramentali (cann. 1166-1172)

can. 1166 I sacramentali sono segni sacri con cui, per una qualche imitazione dei sacramenti, vengono significati e ottenuti per l’impetrazione della Chiesa, effetti soprattutto spirituali.

can. 1167 § 1. Solo la Sede Apostolica può costituire nuovi sacramentali o interpretare autenticamente quelli già accolti, abolirne alcuni o modificarli. § 2. Nel porre o amministrare i sacramentali si osservino accuratamente i riti e le formule approvate dalla Chiesa.

can. 1168 Ministro dei sacramentali è il chierico munito della debita potestà; a norma dei libri liturgici, alcuni sacramentali, a giudizio dell’Ordinario del luogo, possono essere amministrati anche dai laici che siano dotati delle qualità convenienti.

can. 1169 § 1. Le consacrazioni e le dedicazioni possono essere compiute validamente da coloro che sono insigniti del carattere episcopale, nonché dai presbiteri ai quali ciò sia permesso dal diritto o da legittima concessione. § 2. Le benedizioni possono essere impartite da qualunque sacerdote, eccettuate quelle riservate al Romano Pontefice o ai Vescovi. § 3. Il diacono può impartire solo le benedizioni che gli sono espressamente consentite dal diritto.

can. 1170 Le benedizioni, che vanno impartite in primo luogo ai cattolici, possono essere date anche ai catecumeni, anzi, se non vi si oppone una proibizione della Chiesa, persino ai non cattolici.

can. 1171 Le cose sacre, quelle cioè che sono state destinate al culto divino con la dedicazione o la benedizione, siano trattate con riverenza e non siano adoperate per usi profani o impropri, anche se sono in possesso di privati.

can. 1172 § 1. Nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi, se non ne ha ottenuto dall’Ordinario del luogo peculiare ed espressa licenza. § 2. L’Ordinario del luogo conceda tale licenza solo al sacerdote che sia ornato di pietà, di scienza, di prudenza e d’integrità di vita.

Titolo II. La liturgia delle ore (cann. 1173-1175)

can. 1173 La Chiesa, esercitando l’ufficio sacerdotale di Cristo, celebra la liturgia delle ore, in cui, ascoltando Dio che parla al suo popolo e facendo memoria del mistero della salvezza, Gli rende incessantemente lode e intercede per la salvezza di tutto il mondo con il canto e la preghiera.

can. 1174 § 1. Sono vincolati all’obbligo di celebrare la liturgia delle ore, i chierici a norma del can. 276, § 2, n. 3; a norma delle proprie costituzioni, invece, i membri degli istituti di vita consacrata nonché delle società di vita apostolica. § 2. Anche gli altri fedeli, secondo le circostanze, sono caldamente invitati a partecipare alla liturgia delle ore, in quanto è azione della Chiesa.

can. 1175 Nel celebrare la liturgia delle ore, per quanto è possibile si osservi il tempo vero di ciascuna ora.

Titolo III. Le esequie ecclesiastiche (cann. 1176-1185)

can. 1176 § 1. Ai fedeli defunti si devono dare le esequie ecclesiastiche a norma del diritto. § 2. Le esequie ecclesiastiche, con le quali la Chiesa impetra l’aiuto spirituale per i defunti e ne onora i corpi, e insieme arreca ai vivi il conforto della speranza, devono essere celebrate a norma delle leggi liturgiche. § 3. La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana.

Capitolo I. La celebrazione delle esequie (cann. 1177-1182)

can. 1177 § 1. Per qualsiasi fedele defunto, le esequie devono essere celebrate di norma nella chiesa della propria parrocchia. § 2. Tuttavia è consentito a ciascun fedele, o a coloro cui compete provvedere alle esequie del fedele defunto, scegliere un’altra chiesa per il funerale, con il consenso del rettore di questa e avvertito il parroco proprio del defunto. § 3. Se la morte è avvenuta fuori della propria parrocchia, e il cadavere non è stato trasportato in essa, né è stata legittimamente scelta alcuna chiesa per il funerale, le esequie siano celebrate nella chiesa della parrocchia in cui è avvenuta la morte, a meno che non ne sia designata un’altra dal diritto particolare.

can. 1178 Le esequie del Vescovo diocesano siano celebrate nella sua chiesa cattedrale, eccetto che ne abbia scelta un’altra egli stesso.

can. 1179 Le esequie dei religiosi o dei membri di una società di vita apostolica, di norma siano celebrate nella loro chiesa od oratorio dal Superiore, se l’istituto o la società sono clericali, diversamente dal cappellano.

can. 1180 § 1. Se la parrocchia ha un proprio cimitero, i fedeli defunti devono essere tumulati in esso, a meno che non ne sia stato legittimamente scelto un altro dal medesimo defunto o da coloro cui compete provvedere alla sua sepoltura. § 2. A tutti, poi, se non ne hanno la proibizione dal diritto, è consentito scegliere il cimitero della propria sepoltura.

can. 1181 Per quanto riguarda le offerte date in occasione dei funerali, si osservino le disposizioni del can. 1264, procurando, tuttavia, che nelle esequie non si faccia alcuna preferenza di persone, e che i poveri non siano privati delle dovute esequie.

can. 1182 Compiuta la tumulazione, si faccia la registrazione nel libro dei defunti a norma del diritto particolare.

Capitolo II. A chi si devono concedere o negare le esequie ecclesiastiche (cann. 1183-1185)

can. 1183 § 1. Relativamente alle esequie, i catecumeni vanno annoverati tra i fedeli. § 2. L’Ordinario del luogo può permettere che si celebrino le esequie ecclesiastiche per i bambini che i genitori intendevano battezzare, ma che sono morti prima del battesimo. § 3. A prudente giudizio dell’Ordinario del luogo, si possono concedere le esequie ecclesiastiche ai battezzati iscritti a una Chiesa o comunità ecclesiale non cattolica, a meno che non consti della loro volontà contraria e purché non sia possibile avere un ministro proprio.

can. 1184 § 1. Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli. § 2. Presentandosi qualche dubbio, si consulti l’Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare.

can. 1185 A chi è escluso dalle esequie ecclesiastiche, deve essere negata anche ogni Messa esequiale.

Titolo IV. Il culto dei santi, delle sacre immagini e delle reliquie (cann. 1186-1190)

can. 1186 Per favorire la santificazione del popolo di Dio, la Chiesa affida alla speciale e filiale venerazione dei fedeli la Beata Maria sempre Vergine, la Madre di Dio, che Cristo costitui Madre di tutti gli uomini, e promuove inoltre il vero e autentico culto degli altri Santi, perché i fedeli siano edificati dal loro esempio e sostenuti dalla loro intercessione.

can. 1187 E lecito venerare con culto pubblico solo quei servi di Dio che, per l’autorità della Chiesa, sono riportati nel catalogo dei Santi o dei Beati.

can. 1188 Sia mantenuta la prassi di esporre nelle chiese le sacre immagini alla venerazione dei fedeli; tuttavia siano esposte in numero moderato e con un conveniente ordine, affinché non suscitino la meraviglia del popolo cristiano e non diano ansa a devozione meno retta.

can. 1189 Le immagini preziose, ossia insigni per antichità, arte o culto, che sono esposte alla venerazione dei fedeli nelle chiese o negli oratori, qualora necessitino di riparazione, non siano mai restaurate senza la licenza scritta dell’Ordinario; e questi, prima di concederla, consulti dei periti.

can. 1190 § 1. È assolutamente illecito vendere le sacre reliquie. § 2. Le reliquie insigni, come pure quelle onorate da grande pietà popolare, non possono essere alienate validamente in nessun modo né essere trasferite in modo definitivo senza la licenza della Sede Apostolica. § 3. Il disposto del § 2 vale anche per le immagini che in taluna chiesa sono onorate da grande pietà popolare.

Titolo V. Il voto e il giuramento (cann. 1191-1204)

Capitolo I. Il voto (cann. 1191-1198)

can. 1191 § 1. Il voto, ossia la promessa deliberata e libera di un bene possibile e migliore fatta a Dio, deve essere adempiuto per la virtù della religione. § 2. Sono capaci di emettere il voto tutti coloro che hanno un conveniente uso di ragione, a meno che non ne abbiano la proibizione dal diritto. § 3. Il voto emesso per timore grave e ingiusto o per dolo, è nullo per il diritto stesso.

can. 1192 § 1. Il voto è pubblico, se viene accettato dal legittimo Superiore in nome della Chiesa; diversamente è privato. § 2. È solenne, se è riconosciuto come tale dalla Chiesa; diversamente è semplice. § 3. È personale, se l’oggetto della promessa è un’azione di chi emette il voto; reale, se l’oggetto della promessa è una cosa; misto, se partecipa della natura del voto personale e reale.

can. 1193 Per sé il voto non obbliga se non chi lo emette.

can. 1194 Il voto cessa: quando è trascorso il tempo fissato per il compimento dell’obbligo, quando cambia sostanzialmente la materia della promessa, quando viene meno la condizione da cui dipende il voto o la sua causa finale, con la dispensa e con la commutazione.

can. 1195 Chi ha potestà sulla materia del voto, può sospenderne l’obbligo fintantoché il suo adempimento gli arreca pregiudizio.

can. 1196 Oltre al Romano Pontefice, possono dispensare dai voti privati per una giusta causa e purché la dispensa non leda l’altrui diritto acquisito: 1) l’Ordinario del luogo e il parroco, relativamente a tutti i propri sudditi e pure ai forestieri; 2) il Superiore di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, se sono clericali di diritto pontificio, relativamente ai membri, ai novizi e alle persone che vivono giorno e notte in una casa dell’istituto o della società; 3) coloro ai quali sia stata delegata la potestà di dispensare dalla Sede Apostolica o dall’Ordinario del luogo.

can. 1197 L’opera promessa con voto privato, può essere commutata con un bene maggiore o uguale anche da chi l’ha emesso; con un bene minore, invece, da chi ha la potestà di dispensare a norma del can. 1196.

can. 1198 I voti emessi prima della professione religiosa, restano sospesi fintantoché chi li ha emessi rimane nell’istituto religioso.

Capitolo II. Il giuramento (cann. 1199-1204)

can. 1199 § 1. Il giuramento, ossia l’invocazione del nome di Dio a testimonianza della verità, non può essere prestato se non secondo verità, prudenza e giustizia. § 2. Il giuramento richiesto o ammesso dai canoni, non può essere prestato validamente tramite procuratore.

can. 1200 § 1. Chi giura liberamente di fare qualcosa, è tenuto da peculiare obbligo di religione a compiere quanto ha sancito col giuramento. § 2. Il giuramento estorto con dolo, violenza o timore grave, è nullo per il diritto stesso.

can. 1201 § 1. Il giuramento promissorio partecipa della natura e delle condizioni dell’atto a cui è unito. § 2. Se il giuramento è unito a un atto direttamente rivolto a danno degli altri oppure a pregiudizio del bene pubblico o della salvezza eterna, tale atto non consegue dal giuramento alcuna conferma.

can. 1202 L’obbligo causato da un giuramento promissorio, cessa: 1) se viene condonato da colui a vantaggio del quale fu emesso il giuramento; 2) se la materia giurata muta sostanzialmente oppure, per le mutate circostanze, diviene o cattiva o del tutto indifferente o impedisce un bene maggiore; 3) se viene meno la causa finale o la condizione sotto cui il giuramento fu eventualmente prestato; 4) con la dispensa o la commutazione a norma del can. 1203.

can. 1203 Coloro che possono sospendere, dispensare, commutare il voto, hanno la medesima potestà, con le stesse modalità circa il giuramento promissorio; se però la dispensa da un giuramento torna a pregiudizio di terzi che si rifiutino di condonare l’obbligo, da tale giuramento può dispensare solo la Sede Apostolica.

can. 1204 Il giuramento va interpretato in senso stretto secondo il diritto e l’intenzione di chi giura oppure, se questi agisce con dolo, secondo l’intenzione di colui al quale viene prestato il giuramento.

Parte terza. I luoghi e i tempi sacri (cann. 1205-1253)

Titolo I. I luoghi sacri (cann. 1205-1243)

can. 1205 Sono sacri quei luoghi che vengono destinati al culto divino o alla sepoltura dei fedeli mediante la dedicazione o la benedizione, a ciò prescritti dai libri liturgici.

can. 1206 La dedicazione di un luogo spetta al Vescovo diocesano e a quanti sono a lui equiparati dal diritto; gli stessi possono affidare a qualunque Vescovo o, in casi eccezionali, a un presbitero il compito di celebrare la dedicazione nel proprio territorio.

can. 1207 I luoghi sacri vengono benedetti dall’Ordinario; tuttavia la benedizione delle chiese è riservata al Vescovo diocesano; entrambi, poi, possono delegare a ciò un altro sacerdote.

can. 1208 Della compiuta dedicazione o benedizione della chiesa, come pure della benedizione del cimitero si rediga un documento, e se ne conservi una copia nella curia diocesana e un’altra nell’archivio della chiesa.

can. 1209 La dedicazione o benedizione di un luogo, purché non torni a danno di alcuno, è sufficientemente provata anche da un solo testimone al di sopra di ogni sospetto.

can. 1210 Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietato qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo. L’Ordinario, però, per modo d’atto può permettere altri usi, purché non contrari alla santità del luogo.

can. 1211 I luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente ingiuriose, che a giudizio dell’Ordinario del luogo sono tanto gravi e contrarie alla santità del luogo da non essere più lecito esercitare in essi il culto finché l’ingiuria non venga riparata con il rito penitenziale, a norma dei libri liturgici.

can. 1212 I luoghi sacri perdono la dedicazione o la benedizione se sono stati distrutti in gran parte oppure destinati permanentemente a usi profani con decreto del competente Ordinario o di fatto.

can. 1213 Nei luoghi sacri l’autorità ecclesiastica esercita liberamente i suoi poteri e i suoi uffici.

Capitolo I. Le chiese (cann. 1214-1222)

can. 1214 Col nome di chiesa si intende un edificio sacro destinato al culto divino, ove i fedeli abbiano il diritto di entrare per esercitare soprattutto pubblicamente tale culto.

can. 1215 § 1. Non si costruisca nessuna chiesa senza espresso consenso scritto del Vescovo diocesano. § 2. Il Vescovo diocesano non dia tale consenso se, udito il consiglio presbiterale e i rettori delle chiese vicine, non giudica che la nuova chiesa potrà servire al bene delle anime e che non mancheranno i mezzi necessari alla sua costruzione e al culto divino. § 3. Anche gli istituti religiosi, quantunque abbiano ricevuto dal Vescovo diocesano il consenso per costituire una nuova casa nella diocesi o nella città, tuttavia devono ottenere la sua licenza prima di edificare la chiesa in un determinato luogo.

can. 1216 Nel costruire e nel restaurare le chiese, con il consiglio dei periti si osservino i principi e le norme della liturgia e dell’arte sacra.

can. 1217 § 1. Compiuta opportunamente la costruzione, la nuova chiesa sia quanto prima dedicata o almeno benedetta, osservando le leggi della sacra liturgia. § 2. Le chiese, particolarmente quelle cattedrali e parrocchiali, siano dedicate con rito solenne.

can. 1218 Ciascuna chiesa abbia il suo titolo, che non può essere cambiato, una volta avvenuta la dedicazione.

can. 1219 Nella chiesa legittimamente dedicata o benedetta si possono compiere tutti gli atti del culto divino, salvi i diritti parrocchiali.

can. 1220 § 1. Tutti coloro cui spetta, abbiano cura che nella chiesa sia mantenuta quella pulizia e quel decoro che si addicono alla casa di Dio, e che sia tenuto lontano da esse tutto ciò che è alieno dalla santità del luogo. § 2. Per proteggere i beni sacri e preziosi si adoperino con la cura ordinaria nella manutenzione anche gli opportuni mezzi di sicurezza.

can. 1221 L’ingresso in chiesa durante il tempo delle sacre funzioni sia libero e gratuito.

can. 1222 § 1. Se una chiesa non può in alcun modo essere adibita al culto divino, né è possibile restaurarla, il Vescovo diocesano può ridurla a uso profano non indecoroso. § 2. Quando altre gravi ragioni suggeriscono che una chiesa non sia più adibita al culto divino, il Vescovo diocesano, udito il consiglio presbiterale, può ridurla a uso profano non indecoroso, con il consenso di quanti rivendicano legittimamente diritti su di essa e purché non ne patisca alcun danno il bene delle anime.

Capitolo II. Gli oratori e le cappelle private (cann. 1223-1229)

can. 1223 Col nome di oratorio si intende il luogo destinato, su licenza dell’Ordinario, al culto divino in favore di una comunità o di un gruppo di fedeli che ivi si radunano, e al quale possono accedere anche altri fedeli con il consenso del Superiore competente.

can. 1224 § 1. L’Ordinario non conceda la licenza richiesta per la costituzione dell’oratorio, se prima non abbia visitato personalmente o per mezzo di altri, il luogo destinato all’oratorio e non l’abbia trovato allestito in modo conveniente. § 2. Concessa la licenza, poi, l’oratorio non può essere convertito ad usi profani senza l’autorizzazione del medesimo Ordinario.

can. 1225 Negli oratori legittimamente costituiti si possono compiere tutte le celebrazioni sacre, a meno che alcune non siano eccettuate dal diritto o per disposizione dell’Ordinario del luogo, oppure non vi si oppongano le norme liturgiche.

can. 1226 Col nome di cappella privata si intende il luogo destinato, su licenza dell’Ordinario del luogo, al culto divino in favore di una o più persone fisiche.

can. 1227 I Vescovi possono costituire per se stessi una cappella privata: questa gode dei medesimi diritti dell’oratorio.

can. 1228 Fermo restando il disposto del can. 1227, per celebrare la Messa o altre sacre funzioni in una cappella privata, si richiede la licenza dell’Ordinario del luogo.

can. 1229 È opportuno che gli oratori e le cappelle private siano benedetti secondo il rito prescritto nei libri liturgici; è d’obbligo, invece, che siano riservati unicamente al culto divino e liberi da ogni uso domestico.

Capitolo III. I santuari (cann. 1230-1234)

can. 1230 Col nome di santuario si intendono la chiesa o altro luogo sacro ove i fedeli, per un peculiare motivo di pietà, si recano numerosi in pellegrinaggio con l’approvazione dell’Ordinario del luogo.

can. 1231 Un santuario, perché possa dirsi nazionale deve avere l’approvazione della Conferenza Episcopale; perché possa dirsi internazionale, della Santa Sede.

can. 1232 § 1. Competente per l’approvazione degli statuti di un santuario diocesano, è l’Ordinario del luogo; per quelli di un santuario nazionale, è la Conferenza Episcopale; per gli statuti di un santuario internazionale, soltanto la Santa Sede. § 2. Negli statuti siano determinati in particolare: il fine, l’autorità del rettore, la proprietà e l’amministrazione dei beni.

can. 1233 Ai santuari si potranno concedere taluni privilegi, ogniqualvolta sembra che lo suggeriscano le circostanze dei luoghi, la frequenza dei pellegrini e soprattutto il bene dei fedeli.

can. 1234 § 1. Nei santuari si offrano ai fedeli con maggior abbondanza i mezzi della salvezza, annunziando con diligenza la parola di Dio, incrementando opportunamente la vita liturgica soprattutto con la celebrazione dell’Eucaristia e della penitenza, come pure coltivando le sane forme della pietà popolare. § 2. Le testimonianze votive dell’arte e della pietà popolari siano conservate in modo visibile e custodite con sicurezza nei santuari o in luoghi adiacenti.

Capitolo IV. Gli altari (cann. 1235-1239)

can. 1235 § 1. L’altare, ossia la mensa sulla quale si celebra il Sacrificio eucaristico, si dice fisso se è costruito in modo che sia unito al pavimento e che perciò non possa essere rimosso; si dice mobile, invece, se può essere trasportato. § 2. È opportuno che in ogni chiesa vi sia l’altare fisso; invece negli altri luoghi destinati alle celebrazioni sacre, l’altare può essere fisso o mobile.

can. 1236 § 1. Secondo l’uso tradizionale della Chiesa, la mensa dell’altare fisso sia di pietra e per di più di una pietra naturale intera; tuttavia, a giudizio della Conferenza Episcopale, si può usare anche altra materia decorosa e solida. Gli stipiti o base, invero, possono essere fatti di qualsiasi materia. § 2. L’altare mobile può essere costruito con qualsiasi materia solida conveniente all’uso liturgico.

can. 1237 § 1. Gli altari fissi devono essere dedicati; quelli mobili, invece, dedicati o benedetti secondo i riti prescritti nei libri liturgici. § 2. Secondo le norme prescritte nei libri liturgici, si mantenga l’antica tradizione di riporre sotto l’altare fisso le reliquie dei Martiri o di altri Santi.

can. 1238 § 1. L’altare perde la dedicazione o la benedizione a norma del can. 1212. § 2. Gli altari, fissi o mobili, non perdono la dedicazione o la benedizione per il fatto che la chiesa o altro luogo sacro siano ridotti a usi profani.

can. 1239 § 1. L’altare, sia fisso sia mobile, deve essere riservato unicamente al culto divino, escludendo del tutto qualsivoglia uso profano. § 2. Sotto l’altare non sia riposto alcun cadavere; altrimenti non è lecito celebrarvi sopra la Messa.

Capitolo V. I cimiteri (cann. 1240-1243)

can. 1240 § 1. Dove è possibile, si abbiano cimiteri propri della Chiesa; o almeno degli spazi, nei cimiteri civili, riservati ai fedeli defunti; gli uni e gli altri devono essere benedetti secondo il rito proprio. § 2. Ma se non è possibile ottenere ciò, secondo il rito si benedicano di volta in volta i singoli tumuli.

can. 1241 § 1. Le parrocchie e gli istituti religiosi possono avere il cimitero proprio. § 2. Anche le altre persone giuridiche o le famiglie possono avere un cimitero o un sepolcro peculiare, che va benedetto a giudizio dell’Ordinario del luogo.

can. 1242 Non si seppelliscano cadaveri nelle chiese, eccetto che si tratti di seppellire il Romano Pontefice oppure, nella propria chiesa, i Cardinali o i Vescovi diocesani anche emeriti.

can. 1243 Nel diritto particolare si stabiliscano opportune norme circa la disciplina da osservarsi nei cimiteri, soprattutto per quanto riguarda la tutela e il rispetto della loro indole sacra.

Titolo II. I tempi sacri (cann. 1244-1253)

can. 1244 § 1. Stabilire, trasferire, abolire i giorni di festa e parimenti i giorni di penitenza comuni alla Chiesa universale, spetta unicamente alla suprema autorità ecclesiastica, fermo restando il disposto del can. 1246, § 2. § 2. I Vescovi diocesani possono indire peculiari giorni di festa o di penitenza per la diocesi o i luoghi propri, ma solo per modo di atto.

can. 1245 Fermo restando il diritto dei Vescovi diocesani di cui al can. 87, il parroco, per una giusta causa e conforme alle disposizioni del Vescovo diocesano, può concedere la dispensa dall’obbligo di osservare il giorno festivo o di penitenza, oppure commutarlo in altre opere pie; lo stesso può anche il Superiore di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, se sono clericali di diritto pontificio, relativamente ai propri sudditi e agli altri che vivono giorno e notte nella loro casa.

Capitolo I. I giorni di festa (cann. 1246-1248)

can. 1246 § 1. Il giorno di domenica in cui si celebra il mistero pasquale, per la tradizione apostolica deve essere osservato in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto. Ugualmente devono essere osservati i giorni del Natale del Signore Nostro Gesù Cristo, dell’Epifania, dell’Ascensione e del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, della Santa Madre di Dio Maria, della sua Immacolata Concezione e Assunzione, di san Giuseppe, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e infine di tutti i Santi. § 2. Tuttavia la Conferenza Episcopale può, previa approvazione della Sede Apostolica, abolire o trasferire alla domenica alcuni giorni festivi di precetto.

can. 1247 La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa; si astengano inoltre, da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo.

can. 1248 § 1. Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente. § 2. Se per la mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano parte alla liturgia della Parola, se ve n’è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia o, secondo l’opportunità, in gruppi di famiglie.

Capitolo II. I giorni di penitenza (cann. 1249-1253)

can. 1249 Per legge divina, tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza, ciascuno a proprio modo; ma perché tutti siano tra loro uniti da una comune osservanza della penitenza, vengono stabiliti dei giorni penitenziali in cui i fedeli attendano in modo speciale alla preghiera, facciano opere di pietà e di carità, sacrifichino se stessi compiendo più fedelmente i propri doveri e soprattutto osservando il digiuno e l’astinenza a norma dei canoni che seguono.

can. 1250 Sono giorni e tempi di penitenza nella Chiesa universale, tutti i venerdì dell’anno e il tempo di Quaresima.

can. 1251 Si osservi l’astinenza dalle carni o da altro cibo, secondo le disposizioni della Conferenza Episcopale, in tutti e singoli i venerdì dell’anno, eccetto che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità; l’astinenza e il digiuno, invece, il mercoledì delle Ceneri e il venerdì della Passione e Morte del Signore Nostro Gesù Cristo.

can. 1252 Alla legge dell’astinenza sono tenuti coloro che hanno compiuto il 14 anno di età; alla legge del digiuno, invece, tutti i maggiorenni fino al 60 anno iniziato. Tuttavia i pastori d’anime e i genitori si adoperino perché anche coloro che non sono tenuti alla legge del digiuno e dell’astinenza a motivo della minore età, siano formati al genuino senso della penitenza.

can. 1253 La Conferenza Episcopale può determinare ulteriormente l’osservanza del digiuno e dell’astinenza, come pure sostituirvi, in tutto o in parte, altre forme di penitenza, soprattutto opere di carità ed esercizi di pietà.

Libro quinto. I beni temporali della Chiesa (cann. 1254-1310)

can. 1254 § 1. La Chiesa cattolica ha il diritto nativo, indipendentemente dal potere civile, di acquistare, possedere, amministrare ed alienare i beni temporali per conseguire i fini che le sono propri. § 2. I fini propri sono principalmente: ordinare il culto divino, provvedere ad un onesto sostentamento del clero e degli altri ministri, esercitare opere di apostolato sacro e di carità, specialmente a servizio dei poveri.

can. 1255 La Chiesa universale e la Sede Apostolica, le Chiese particolari e tutte le altre persone giuridiche, sia pubbliche sia private, sono soggetti capaci di acquistare, possedere, amministrare ed alienare beni temporali a norma del diritto.

can. 1256 La proprietà dei beni, sotto la suprema autorità del Romano Pontefice, appartiene alla persona giuridica che li ha legittimamente acquistati.

can. 1257 § 1. Tutti i beni temporali appartenenti alla Chiesa universale, alla Sede Apostolica e alle altre persone giuridiche pubbliche nella Chiesa sono beni ecclesiastici e sono retti dai canoni seguenti, nonché dai propri statuti. § 2. I beni temporali appartenenti a persone giuridiche private sono retti dai propri statuti e non da questi canoni, a meno che non si disponga espressamente altro.

can. 1258 Nei canoni seguenti con il nome di Chiesa s’intende non soltanto la Chiesa universale o la Sede Apostolica, ma anche qualsiasi persona giuridica pubblica nella Chiesa, a meno che non risulti diversamente dal contesto o dalla natura delle cose.

Titolo I. L’acquisto dei beni (cann. 1259-1272)

can. 1259 La Chiesa può acquistare beni temporali in tutti i giusti modi di diritto sia naturale sia positivo, alla stessa maniera di chiunque altro.

can. 1260 La Chiesa ha il diritto nativo di richiedere ai fedeli quanto le è necessario per le finalità sue proprie.

can. 1261 § 1. I fedeli hanno diritto di devolvere beni temporali a favore della Chiesa. § 2. Il Vescovo diocesano è tenuto ad ammonire i fedeli sull’obbligo di cui al can. 222, § 1, urgendone l’osservanza in maniera opportuna.

can. 1262 I fedeli contribuiscano alle necessità della Chiesa con le sovvenzioni richieste e secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale.

can. 1263 Il Vescovo diocesano ha il diritto, uditi il consiglio per gli affari economici e il consiglio presbiterale, d’imporre alle persone giuridiche pubbliche soggette al suo governo un contributo non eccessivo e proporzionato ai redditi di ciascuna, per le necessità della diocesi; nei confronti delle altre persone fisiche e giuridiche gli è soltanto consentito, in caso di grave necessità e alle stesse condizioni, d’imporre una tassa straordinaria e moderata; salve le leggi e le consuetudini particolari che gli attribuiscano maggiori diritti.

can. 1264 Salvo che il diritto non abbia altrimenti disposto, spetta all’assemblea dei Vescovi della provincia: 1) stabilire le tasse per gli atti di potestà esecutiva graziosa o per l’esecuzione dei rescritti della Sede Apostolica, da approvarsi dalla medesima Sede Apostolica; 2) determinare le offerte da farsi in occasione dell’amministrazione dei sacramenti e dei sacramentali.

can. 1265 § 1. Salvo il diritto dei religiosi mendicanti, si fa divieto a qualunque persona privata sia fisica sia giuridica di raccogliere denaro per qualunque fine o istituto pio o ecclesiastico, senza la licenza scritta del proprio Ordinario e di quello del luogo. § 2. La Conferenza Episcopale può stabilire norme sulle questue, che devono essere da tutti osservate, non esclusi coloro che per istituzione sono detti e sono mendicanti.

can. 1266 In tutte le chiese ed oratori, anche se appartenenti ad istituti religiosi, che di fatto siano abitualmente aperti ai fedeli, l’Ordinario del luogo può disporre che si faccia una questua speciale a favore di determinate iniziative parrocchiali, diocesane, nazionali o universali, da inviare poi sollecitamente alla curia diocesana.

can. 1267 § 1. Salvo non consti il contrario, le offerte fatte ai superiori o agli amministratori di qualunque persona giuridica ecclesiastica, anche privata, si presumono fatte alla stessa persona giuridica. § 2. Le offerte di cui al § 1 non possono essere rifiutate se non vi sia una giusta causa, e, se si tratti di persona giuridica pubblica in affari di maggior importanza, con la licenza dell’Ordinario; si richiede la licenza dello stesso Ordinario per accettare offerte gravate da modalità di adempimento o da condizione, fermo restando il disposto del can. 1295. § 3. Le offerte fatte dai fedeli per un determinato fine non possono essere impiegate che per quel fine.

can. 1268 La Chiesa recepisce per i beni temporali la prescrizione, come modo di acquisto o per liberarsi da un onere, a norma dei cann. 197-199.

can. 1269 Gli oggetti sacri se in proprietà di privati, possono essere acquistati con la prescrizione da persone private, ma non è lecito adibirli ad usi profani, a meno che non abbiano perso la dedicazione o la benedizione; se invece appartengono ad una persona giuridica ecclesiastica pubblica, possono essere acquistati soltanto da un’altra persona giuridica ecclesiastica pubblica.

can. 1270 Le cose immobili, quelle mobili preziose, i diritti e le azioni sia personali sia reali, che appartengono alla Sede Apostolica si prescrivono nello spazio di cento anni; quelli che appartengono ad un’altra persona giuridica ecclesiastica pubblica nello spazio di trent’anni.

can. 1271 I Vescovi, in ragione del vincolo di unità e di carità, secondo le disponibilità della propria diocesi, contribuiscano a procurare i mezzi di cui la Sede Apostolica secondo le condizioni dei tempi necessita, per essere in grado di prestare in modo appropriato il suo servizio alla Chiesa universale.

can. 1272 Nelle regioni dove ancora esistono benefici propriamente detti, spetta alla Conferenza Episcopale regolarne il governo con norme opportune concordate con la Sede Apostolica e dalla medesima approvate, così che i redditi e anzi per quanto è possibile la stessa dote dei benefici siano poco a poco trasferiti all’istituto di cui al can. 1274, § 1.

Titolo II. L’amministrazione dei beni (cann. 1273-1289)

can. 1273 Il Romano Pontefice, in forza del primato di governo è il supremo amministratore ed economo di tutti i beni ecclesiastici.

can. 1274 § 1. Nelle singole diocesi ci sia un istituto speciale che raccolga i beni o le offerte, al preciso scopo che si provveda al sostentamento dei chierici che prestano servizio a favore della diocesi, a norma del can. 281, a meno che non si sia provveduto ai medesimi diversamente. § 2. Dove non sia ancora stata organizzata convenientemente la previdenza sociale in favore del clero, la Conferenza Episcopale disponga la costituzione di un istituto che provveda sufficientemente alla sicurezza sociale dei chierici. § 3. Nelle singole diocesi si costituisca, nella misura in cui è necessario, un fondo comune, con il quale i Vescovi possano soddisfare agli obblighi verso le altre persone che servono la Chiesa e andare incontro alle varie necessità della diocesi, e con il quale le diocesi più ricche possano anche aiutare le più povere. § 4. A seconda delle diverse circostanze dei luoghi, le finalità di cui ai § § 2 e 3 si possono più convenientemente ottenere con istituti diocesani tra loro federati, o con la cooperazione o l’opportuna consociazione tra varie diocesi, anzi anche organizzata per tutto il territorio della Conferenza Episcopale. § 5. Questi istituti, se possibile, siano costituiti in modo che ottengano anche il riconoscimento da parte del diritto civile.

can. 1275 Il fondo dei beni che provengono da diverse diocesi è amministrato secondo norme opportunamente concordate dai Vescovi interessati.

can. 1276 § 1. Spetta all’Ordinario di vigilare con cura sulla amministrazione di tutti i beni appartenenti alle persone giuridiche pubbliche a lui soggette, salvo titoli legittimi per i quali gli si riconoscano più ampi diritti. § 2. Gli Ordinari, tenuto conto dei diritti, delle legittime consuetudini e delle circostanze, abbiano cura di ordinare l’intero affare dell’amministrazione dei beni, dando speciali istruzioni entro i limiti del diritto universale e particolare.

can. 1277 Il Vescovo diocesano per porre atti di amministrazione, che, attesa la situazione economica della diocesi, sono di maggior importanza, deve udire il consiglio per gli affari economici e il collegio dei consultori; ha tuttavia bisogno del consenso del medesimo consiglio ed anche del collegio dei consultori, oltre che nei casi specificamente espressi nel diritto universale o nelle tavole di fondazione, per porre atti di amministrazione straordinaria. Spetta poi alla Conferenza Episcopale stabilire quali atti debbano ritenersi di amministrazione straordinaria.

can. 1278 Oltre ai compiti di cui al can. 494, § § 3 e 4, all’economo possono essere affidati dal Vescovo diocesano i compiti di cui ai cann. 1276, § 1 e 1279, § 2.

can. 1279 § 1. L’amministrazione dei beni ecclesiastici spetta a chi regge immediatamente la persona cui gli stessi beni appartengono, a meno che non dispongano altro il diritto particolare, gli statuti o la legittima consuetudine, e salvo il diritto dell’Ordinario d’intervenire in caso di negligenza dell’amministratore. § 2. Per l’amministrazione dei beni di una persona giuridica pubblica che dal diritto o dalle tavole di fondazione o dai suoi statuti non abbia amministratori propri, l’Ordinario cui la medesima è soggetta assuma per un triennio persone idonee; le medesime possono essere dall’Ordinario riconfermate nell’incarico.

can. 1280 Ogni persona giuridica abbia il proprio consiglio per gli affari economici o almeno due consiglieri, che coadiuvino l’amministratore nell’adempimento del suo compito, a norma degli statuti.

can. 1281 § 1. Ferme restando le disposizioni degli statuti, gli amministratori pongono invalidamente atti che oltrepassano i limiti e le modalità dell’amministrazione ordinaria, a meno che non abbiano ottenuto prima permesso scritto dall’Ordinario. § 2. Negli statuti si stabiliscano gli atti eccedenti i limiti e le modalità dell’amministrazione ordinaria; se poi gli statuti tacciono in merito, spetta al Vescovo diocesano, udito il consiglio per gli affari economici, determinare tali atti per le persone a lui soggette. § 3. La persona giuridica non è tenuta a rispondere degli atti posti invalidamente dagli amministratori, se non quando e nella misura in cui ne ebbe beneficio; la persona giuridica stessa risponderà invece degli atti posti validamente ma illegittimamente dagli amministratori, salva l’azione o il ricorso da parte sua contro gli amministratori che le abbiano arrecato danni.

can. 1282 Tutti coloro, sia chierici sia laici, che a titolo legittimo hanno parte nell’amministrazione dei beni ecclesiastici, sono tenuti ad adempiere i loro compiti in nome della Chiesa, a norma del diritto.

can. 1283 Prima che gli amministratori inizino il loro incarico: 1) gli stessi devono garantire con giuramento avanti all’Ordinario o a un suo delegato di svolgere onestamente e fedelmente le funzioni amministrative; 2) sia accuratamente redatto un dettagliato inventario, che essi devono sottoscrivere, dei beni immobili, dei beni mobili sia preziosi sia comunque riguardanti i beni culturali, e delle altre cose, con la loro descrizione e la stima, e sia rivisto dopo la redazione; 3) una copia dell’inventario sia conservata nell’archivio dell’amministrazione, un’altra nell’archivio della curia; qualunque modifica eventualmente subita dal patrimonio dovrà essere annotata in entrambe le copie.

can. 1284 § 1. Tutti gli amministratori sono tenuti ad attendere alle loro funzioni con la diligenza di un buon padre di famiglia. § 2. Devono pertanto: 1) vigilare affinché i beni affidati alla loro cura in qualsiasi modo non vadano distrutti o subiscano danneggiamenti, stipulando allo allo scopo, se necessario, contratti di assicurazione; 2) curare che sia messa al sicuro la proprietà dei beni ecclesiastici in modi validi civilmente; 3) osservare le disposizioni canoniche e civili o quelle imposte dal fondatore o dal donatore o dalla legittima autorità e badare soprattutto che dall’inosservanza delle leggi civili non derivi danno alla Chiesa; 4) esigere accuratamente e a tempo debito i redditi dei beni e i proventi, conservandoli poi in modo sicuro dopo la riscossione ed impiegandoli secondo le intenzioni del fondatore o le norme legittime; 5) pagare nel tempo stabilito gli interessi dovuti a causa di un mutuo o d’ipoteca e curare opportunamente la restituzione dello stesso capitale; 6) impiegare, con il consenso dell’Ordinario, il denaro eccedente le spese e che possa essere collocato utilmente, per le finalità della Chiesa o dell’istituto; 7) tenere bene in ordine i libri delle entrate e delle uscite; 8) redigere il rendiconto amministrativo al termine di ogni anno; 9) catalogare adeguatamente documenti e strumenti, sui quali si fondano i diritti della Chiesa o dell’istituto circa i beni, conservandoli in un archivio conveniente ed idoneo; depositare poi gli originali, ove si possa fare comodamente, nell’archivio della curia. § 3. Si raccomanda vivamente agli amministratori di redigere ogni anno il preventivo delle entrate e delle uscite; si lascia poi al diritto particolare imporlo e determinarne le modalità di presentazione.

can. 1285 E permesso agli amministratori, entro i limiti soltanto dell’amministrazione ordinaria, di fare donazioni a fini di pietà o di carità cristiana dei beni mobili non appartenenti al patrimonio stabile.

can. 1286 Gli amministratori dei beni: 1) osservino accuratamente, nell’affidare i lavori, anche le leggi civili relative al lavoro e alla vita sociale, secondo i principi dati dalla Chiesa; 2 2) retribuiscano con giustizia e onestà i lavoratori dipendenti, così che essi siano in grado di provvedere convenientemente alle necessità proprie e dei loro familiari.

can. 1287 § 1. Riprovata la consuetudine contraria, gli amministratori sia chierici sia laici di beni ecclesiastici qualsiasi, che non siano legittimamente sottratti alla potestà di governo del Vescovo diocesano, hanno il dovere di presentare ogni anno il rendiconto all’Ordinario del luogo, che lo farà esaminare dal consiglio per gli affari economici. § 2. Gli amministratori rendano conto ai fedeli dei beni da questi stessi offerti alla Chiesa, secondo norme da stabilirsi dal diritto particolare.

can. 1288 Gli amministratori non introducano né contestino una lite davanti al tribunale civile in nome di una persona giuridica pubblica, senza aver ottenuto la licenza scritta del proprio Ordinario.

can. 1289 Benché non siano tenuti all’amministrazione a titolo dell’ufficio ecclesiastico, gli amministratori non possono di loro iniziativa dimettere l’incarico assunto; che se dalla loro arbitraria dimissione derivi danno alla Chiesa, sono tenuti al risarcimento.

Titolo III. I contratti e specialmente l’alienazione (cann. 1290-1298)

can. 1290 Le norme di diritto civile vigenti nel territorio sui contratti sia in genere sia in specie, e sui pagamenti, siano parimenti osservate per diritto canonico in materia soggetta alla potestà di governo della Chiesa e con gli stessi effetti, a meno che non siano contrarie al diritto divino o per diritto canonico si preveda altro, e fermo restando il disposto del can. 1547.

can. 1291 Per alienare validamente i beni che costituiscono per legittima assegnazione il patrimonio stabile di una persona giuridica pubblica, e il cui valore ecceda la somma fissata dal diritto, si richiede la licenza dell’autorità competente a norma del diritto.

can. 1292 § 1. Salvo il disposto del can. 638, § 3, quando il valore dei beni che s’intendono alienare, sta tra la somma minima e quella massima da stabilirsi dalla Conferenza Episcopale per la propria regione, l’autorità competente, nel caso di persone giuridiche non soggette all’autorità del Vescovo diocesano, è determinata dai propri statuti; altrimenti l’autorità competente è lo stesso Vescovo diocesano, con il consenso del consiglio per gli affari economici e del collegio dei consultori nonché degli interessati; il Vescovo diocesano stesso ha anche bisogno del consenso dei medesimi organismi per alienare i beni della diocesi. § 2. Trattandosi tuttavia di beni il cui valore eccede la somma massima stabilita, oppure di ex-voto donati alla Chiesa o di oggetti preziosi di valore artistico o storico, per la valida alienazione si richiede inoltre la licenza della Santa Sede. § 3. Se la cosa che s’intende alienare è divisibile, nel chiedere la licenza si devono indicare le parti già alienate in precedenza; altrimenti la licenza è nulla. § 4. Coloro che sono tenuti a prendere parte alla alienazione dei beni con il consiglio o il consenso, non diano il consiglio o il consenso senza essersi prima esattamente informati, sia sulle condizioni finanziarie della persona giuridica i cui beni si vogliono alienare sia sulle alienazioni già fatte.

can. 1293 § 1. Per l’alienazione dei beni il cui valore eccede la somma stabilita, si richiede inoltre: 1) una giusta causa, quale la necessità urgente, l’utilità palese, la pietà, la carità o altra grave ragione pastorale; 2) la stima della cosa da alienare fatta da periti per iscritto. § 2. Si osservino inoltre le altre cautele prescritte dall’autorità legittima per evitare danni alla Chiesa.

can. 1294 § 1. La cosa non deve essere ordinariamente alienata a prezzo minore di quello indicato nella stima. § 2. Il denaro ricavato dall’alienazione venga cautamente investito in favore della Chiesa, oppure sia prudentemente impiegato secondo le finalità dell’alienazione.

can. 1295 I requisiti a norma dei cann. 1291-1294, ai quali devono conformarsi anche gli statuti delle persone giuridiche, devono essere osservati non soltanto per l’alienazione, ma in qualunque altro affare che intacchi il patrimonio della persona giuridica peggiorandone la condizione.

can. 1296 Qualora i beni ecclesiastici fossero stati alienati senza le debite formalità canoniche, ma l’alienazione sia civilmente valida, spetta all’autorità competente stabilire, dopo aver soppesato attentamente la situazione, se si debba intentare una azione e di che tipo, se cioè personale o reale, chi la debba fare e contro chi, per rivendicare i diritti della Chiesa.

can. 1297 Spetta alla Conferenza Episcopale, attese le circostanze dei luoghi, stabilire norme per la locazione dei beni della Chiesa, soprattutto circa la licenza da ottenersi dalla autorità ecclesiastica competente.

can. 1298 Salvo non si tratti di un affare di infima importanza, i beni ecclesiastici non devono essere venduti o locati ai propri amministratori o ai loro parenti fino al quarto grado di consanguineità o di affinità senza una speciale licenza data per iscritto dall’autorità competente.

Titolo IV. Pie volontà in genere e pie fondazioni (cann. 1299-1310)

can. 1299 § 1. Chi è in grado di disporre liberamente dei propri beni per diritto naturale e canonico, può lasciarli per cause pie sia con atto tra vivi sia con atto valevole in caso di morte. § 2. Nelle disposizioni valevoli in caso di morte a favore della Chiesa si osservino, se possibile, le formalità del diritto civile; se queste furono omesse, gli eredi devono essere ammoniti circa il loro obbligo di adempiere la volontà del testatore.

can. 1300 Le volontà dei fedeli che donano o lasciano i propri averi per cause pie sia con atto tra vivi sia con atto valevole in caso di morte, una volta legittimamente accettate devono essere scrupolosamente adempiute, anche circa il modo dell’amministrazione e dell’erogazione dei beni, fermo restando il disposto del can. 1301, § 3.

can. 1301 § 1. L’Ordinario è l’esecutore di tutte le pie volontà, sia valevoli in caso di morte sia tra vivi. § 2. In forza di questo diritto l’Ordinario può e deve vigilare, anche con la visita, perché le pie volontà siano adempiute, e gli altri esecutori, terminato il loro compito, devono rendergliene conto. § 3. Le clausole contrarie a questo diritto dell’Ordinario, annesse alle ultime volontà, si considerino come non apposte.

can. 1302 § 1. Chi riceve fiduciariamente dei beni per cause pie sia con atto tra vivi sia con testamento, deve informarne l’Ordinario, indicandogli tutti i beni anzidetti sia mobili sia immobili con gli oneri annessi; che se il donatore glielo avesse espressamente ed assolutamente proibito, non accetti la fiducia. § 2. L’Ordinario deve esigere che i beni fiduciari siano collocati al sicuro e vigilare sull’esecuzione della pia volontà a norma del can. 1301. § 3. Per i beni fiduciari affidati ad un membro di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, se i beni furono devoluti al luogo o alla diocesi o ai loro abitanti oppure a favore di cause pie, l’Ordinario di cui nel § § 1 e 2 è l’Ordinario del luogo; altrimenti è il Superiore maggiore nell’istituto clericale di diritto pontificio e nelle società clericali di vita apostolica di diritto pontificio; negli altri istituti religiosi è l’Ordinario proprio del religioso fiduciario.

can. 1303 § 1. In diritto vanno sotto il nome di fondazioni pie: 1) le pie fondazioni autonome, cioè la massa di beni destinati ai fini di cui al can. 114, § 2, ed eretti in persona giuridica dall’autorità ecclesiastica competente; 2) le pie fondazioni non autonome, cioè i beni temporali comunque devoluti ad una persona giuridica pubblica, con l’onere per un ampio spazio di tempo da determinarsi dal diritto particolare, della celebrazione di Messe o di altre specifiche funzioni ecclesiastiche o altrimenti per conseguire le finalità di cui al can. 114, § 2, in ragione dei redditi annui. § 2. I beni della pia fondazione non autonoma, se furono affidati ad una persona giuridica soggetta al Vescovo diocesano, trascorso il tempo, devono essere destinati all’istituto di cui al can. 1274, § 1, a meno che il fondatore non abbia espressamente manifestato una volontà diversa; altrimenti passano alla stessa persona giuridica.

can. 1304 § 1. Perché una fondazione possa essere validamente accettata da una persona giuridica, si richiede la licenza scritta dell’Ordinario; questi però non la rilasci prima di essersi reso legittimamente conto che la persona giuridica possa soddisfare sia al nuovo onere sia a quelli precedentemente assunti; e soprattutto badi che i redditi corrispondano appieno agli oneri aggiunti, secondo l’usanza del luogo o della regione. § 2. Ulteriori condizioni per quanto concerne la costituzione e l’accettazione delle fondazioni siano stabilite per diritto particolare.

can. 1305 Il denaro e i beni mobili assegnati a titolo di dote siano immediatamente posti in luogo sicuro da approvarsi dall’Ordinario, allo scopo di custodire il denaro stesso o il ricavato dai beni mobili, ed al più presto siano cautamente ed utilmente investiti secondo il prudente giudizio dello stesso Ordinario, uditi gli interessati e il proprio consiglio per gli affari economici, a vantaggio della stessa fondazione facendo espressa e distinta menzione dell’onere.

can. 1306 § 1. Le fondazioni, anche quelle fatte verbalmente, siano messe per iscritto. § 2. Si conservi al sicuro una copia delle tavole di fondazione nell’archivio della curia ed un’altra copia nell’archivio della persona giuridica cui è annessa la fondazione.

can. 1307 § 1. Osservate le disposizioni dei cann. 1300-1302 e 1287, si rediga una tabella degli oneri derivanti dalle pie fondazioni e la si esponga in luogo ben visibile affinché gli obblighi da adempiere non siano dimenticati. § 2. Oltre al registro di cui al can. 958, § 1, ci sia un secondo registro che il parroco o il rettore conservino presso di sé, dove si annotino i singoli oneri, il loro adempimento e le elemosine.

can. 1308 § 1. La riduzione degli oneri delle Messe, da farsi soltanto per causa giusta e necessaria, è riservata alla Sede Apostolica, salvo le disposizioni che seguono. § 2. Se ciò sia espressamente stabilito nelle tavole di fondazione, l’Ordinario a causa della diminuzione dei redditi può ridurre gli oneri delle Messe. § 3. Il Vescovo diocesano ha la facoltà di ridurre a causa della diminuzione dei redditi e fintantoché tale causa perduri, le Messe dei legati che sono autonomi, secondo l’elemosina legittimamente vigente in diocesi, purché non vi sia persona obbligata e che possa essere efficacemente coatta a provvedere all’aumento dell’elemosina. § 4. Al medesimo compete la facoltà di ridurre gli oneri o legati di Messe che gravano su istituti ecclesiastici, se i redditi siano diventati insufficienti a conseguire convenientemente le finalità proprie dell’istituto ecclesiastico stesso. § 5. Ha le stesse facoltà di cui ai § § 3 e 4 il Moderatore supremo di un istituto religioso clericale di diritto pontificio.

can. 1309 Alle stesse autorità di cui al can. 1308 compete inoltre la facoltà di trasferire per causa proporzionata gli oneri delle Messe in giorni, chiese o altari diversi da quelli stabiliti nelle fondazioni stesse.

can. 1310 § 1. La riduzione, il contenimento e la permuta delle volontà dei fedeli a favore di cause pie possono essere attuate soltanto per causa giusta e necessaria dall’Ordinario, se il fondatore gli abbia espressamente concesso questa facoltà. § 2. Se l’esecuzione degli oneri imposti sia diventata impossibile per la diminuzione dei redditi o per altra causa, senza che gli amministratori ne abbiano colpa alcuna, l’Ordinario, uditi gli interessati e il proprio consiglio per gli affari economici e rispettata nel miglior modo possibile la volontà del fondatore, potrà equamente diminuire gli stessi oneri, ad eccezione della riduzione delle Messe che è regolata dalle disposizioni del can. 1308. § 3. Nei rimanenti casi si deve ricorrere alla Sede Apostolica.

Libro sesto. Le sanzioni nella Chiesa (cann. 1311-1399)

Parte prima. Delitti e pene in genere (cann. 1311-1363)

Titolo I. La punizione dei delitti in generale (cann. 1311-1312)

can. 1311 La Chiesa ha il diritto nativo e proprio di costringere con sanzioni penali i fedeli che hanno commesso delitti.

can. 1312 § 1. Le sanzioni penali nella Chiesa sono: 1) le pene medicinali o censure, elencate nei cann. 1331-1333; 2) le pene espiatorie di cui al can. 1336. § 2. La legge può stabilire altre pene espiatorie, che privino il fedele di qualche bene spirituale o temporale e siano congruenti con il fine soprannaturale della Chiesa. § 3. Sono inoltre impiegati rimedi penali e penitenze, quelli soprattutto per prevenire i delitti, queste piuttosto per sostituire la pena o in aggiunta ad essa.

Titolo II. La legge penale e precetto penale (cann. 1313-1320)

can. 1313 § 1. Se dopo che il delitto è stato commesso la legge subisce mutamenti, si deve applicare la legge più favorevole all’imputato. § 2. Che se una legge posteriore elimina la legge, o almeno la pena, questa cessa immediatamente.

can. 1314 La pena per lo più è ferendae sententiae, di modo che non costringe il reo se non dopo essere stata inflitta; è poi latae sententiae, così che vi s’incorra per il fatto stesso d’aver commesso il delitto, sempre che la legge o il precetto espressamente lo stabilisca.

can. 1315 § 1. Chi ha potestà legislativa può anche emanare leggi penali; può inoltre munire, con leggi proprie, di una congrua pena, la legge divina o la legge ecclesiastica emanata dalla potestà superiore, osservati i limiti della propria competenza in ragione del territorio o delle persone. § 2. La legge può essa stessa determinare la pena, oppure lasciarne la determinazione alla prudente valutazione del giudice. § 3. La legge particolare può aggiungere altre pene a quelle stabilite dalla legge universale per qualche delitto; ciò tuttavia non si faccia se non vi sia una gravissima necessità. Se la legge universale prevede una pena indeterminata o facoltativa, la legge particolare può anche stabilire al suo posto una pena determinata od obbligatoria.

can. 1316 I Vescovi diocesani facciano in modo che nella stessa città o regione, qualora si debbano emanare leggi penali, lo si faccia nei limiti del possibile con uniformità.

can. 1317 Le pene siano costituite nella misura in cui si rendono veramente necessarie a provvedere più convenientemente alla disciplina ecclesiastica. La dimissione dallo stato clericale non può essere stabilita per legge particolare.

can. 1318 Il legislatore non commini pene latae sententiae se non eventualmente contro qualche singolo delitto doloso, che o risulti arrecare gravissimo scandalo o non possa essere efficacemente punito con pene ferendae sententiae; non costituisca poi censure, soprattutto la scomunica, se non con la massima moderazione e soltanto contro i delitti più gravi.

can. 1319 § 1. Nella misura in cui qualcuno può imporre precetti in foro esterno in forza della potestà di governo, il medesimo può anche comminare con un precetto pene determinate, ad eccezione delle pene espiatorie perpetue. § 2. Non si emani un precetto penale, se non dopo aver profondamente soppesato la cosa ed osservato quanto è stabilito per le leggi particolari nei cann. 1317-1318.

can. 1320 In tutto ciò in cui sono soggetti all’Ordinario del luogo i religiosi possono essere dal medesimo costretti con pene.

Titolo III. Il soggetto passivo delle sanzioni penali (cann. 1321-1330)

can. 1321 § 1. Nessuno è punito, se la violazione esterna della legge o del precetto da lui commessa non sia gravemente imputabile per dolo o per colpa. § 2. È tenuto alla pena stabilita da una legge o da un precetto, chi deliberatamente violò la legge o il precetto; chi poi lo fece per omissione della debita diligenza non è punito, salvo che la legge o il precetto non dispongano altrimenti. § 3. Posta la violazione esterna l’imputabilità si presume, salvo che non appaia altrimenti.

can. 1322 Coloro che non hanno abitualmente l’uso della ragione, anche se hanno violato la legge o il precetto mentre apparivano sani di mente, sono ritenuti incapaci di delitto.

can. 1323 Non è passibile di alcuna pena chi, quando violò la legge o il precetto: 1) non aveva ancora compiuto i 16 anni di età; 2) senza sua colpa ignorava di violare una legge o un precetto; all’ignoranza sono equiparati l’inavvertenza e l’errore; 3) agì per violenza fisica o per un caso fortuito che non potè prevedere o previstolo non vi potè rimediare; 4) agì costretto da timore grave, anche se solo relativamente tale, o per necessità o per grave incomodo, a meno che tuttavia l’atto non fosse intrinsecamente cattivo o tornasse a danno delle anime; 5) agì per legittima difesa contro un ingiusto aggressore suo o di terzi, con la debita moderazione; 6) era privo dell’uso di ragione, ferme restando le disposizioni dei cann. 1324, § 1, n. 2 e 1325; 7 senza sua colpa credette esserci alcuna delle circostanze di cui al n. 4 o 5.

can. 1324 § 1. L’autore della violazione non è esentato dalla pena stabilita dalla legge o dal precetto, ma la pena deve essere mitigata o sostituita con una penitenza, se il delitto fu commesso: 1) da una persona che aveva l’uso di ragione in maniera soltanto imperfetta; 2) da una persona che mancava dell’uso di ragione a causa di ubriachezza o di altra simile perturbazione della mente, di cui fosse colpevole; 3) per grave impeto passionale, che tuttavia non abbia preceduto ed impedito ogni deliberazione della mente e consenso della volontà e purché la passione stessa non sia stata volontariamente eccitata o favorita; 4) da un minore che avesse compiuto i 16 anni di età; 5) da una persona costretta da timore grave, anche se soltanto relativamente tale, o per necessità o per grave incomodo, se il delitto commesso sia intrinsecamente cattivo o torni a danno delle anime; 6) da chi agì per legittima difesa contro un ingiusto aggressore suo o di terzi, ma senza la debita moderazione; 7) contro qualcuno che l’abbia gravemente e ingiustamente provocato; 8) da chi per un errore, di cui sia colpevole, credette esservi alcuna delle circostanze di cui al can. 1323, n. 4 o 5; 9) da chi senza colpa ignorava che alla legge o al precetto fosse annessa una pena; 10) da chi agì senza piena imputabilità, purché questa fosse ancora grave. § 2. Il giudice può agire allo stesso modo quando vi sia qualche altra circostanza attenuante la gravità del delitto. § 3. Nelle circostanze di cui al § 1, il reo non è tenuto dalle pene latae sententiae.

can. 1325 L’ignoranza crassa o supina o affettata non può mai essere presa in considerazione nell’applicare le disposizioni dei cann. 1323 e 1324; parimenti non si considerano l’ubriachezza o altre perturbazioni della mente se ricercate ad arte per mettere in atto il delitto o scusarsene, e la passione volontariamente eccitata o favorita.

can. 1326 § 1. Il giudice può punire più gravemente di quanto la legge o il precetto stabiliscono: 1) chi dopo la condanna o la dichiarazione della pena persiste ancora ancora nel delinquere, a tal punto da lasciar prudentemente presumere dalle circostanze la sua pertinacia nella cattiva volontà; 2) chi è costituito in dignità o chi ha abusato dell’autorità o dell’ufficio per commettere il delitto; 3) il reo che, essendo stabilita una pena per il delitto colposo, previde l’evento e ciononostante omise le precauzioni per evitarlo, come qualsiasi persona diligente avrebbe fatto. § 2. Nei casi di cui al § 1, se la pena stabilita sia latae sententiae, vi si può aggiungere un’altra pena o una penitenza.

can. 1327 La legge particolare può stabilire altre circostanze esimenti, attenuanti o aggravanti, oltre ai cann. 1323-1326, sia con una norma generale, sia per i singoli delitti. Parimenti si possono stabilire nel precetto circostanze che esimano dalla pena costituita con il precetto o l’attenuino o l’aggravino.

can. 1328 § 1. Chi fece od omise alcunché per il compimento di un delitto, che tuttavia, nonostante la sua volontà, effettivamente non commise, non è tenuto alla pena stabilita per il delitto effettivamente compiuto, a meno che la legge o il precetto non dispongano altrimenti. § 2. Che se quegli atti od omissioni per loro natura conducono all’esecuzione del delitto, l’autore può essere sottoposto ad una penitenza o ad un rimedio penale, a meno che non abbia spontaneamente desistito dall’esecuzione già intrapresa del delitto. Se poi ne sia derivato scandalo o altro grave danno o pericolo, l’autore, anche se abbia spontaneamente desistito, può essere punito con una giusta pena, tuttavia più lieve di quella stabilita per il delitto effettivamente compiuto.

can. 1329 § 1. Coloro che di comune accordo concorrono nel delitto, e non vengono espressamente nominati dalla legge o dal precetto, se sono stabilite pene ferendae sententiae contro l’autore principale, sono soggetti alle stesse pene o ad altre di pari o minore gravità. § 2. Incorrono nella pena latae sententiae annessa al delitto i complici non nominati dalla legge o dal precetto, se senza la loro opera il delitto non sarebbe stato commesso e la pena sia di tal natura che possa essere loro applicata, altrimenti possono essere puniti con pene ferendae sententiae.

can. 1330 Il delitto che consiste in una dichiarazione o in altra manifestazione di volontà, di dottrina o di scienza, non deve considerarsi effettivamente compiuto, se nessuno raccolga quella dichiarazione o manifestazione.

Titolo IV. Le pene e le altre punizioni (cann. 1331-1340)

Capitolo I. Le censure (cann. 1331-1335)

can. 1331 § 1. Allo scomunicato è fatto divieto: 1) di prendere parte in alcun modo come ministro alla celebrazione del Sacrificio dell’Eucaristia o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico; 2) di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti; 3) di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi, o di porre atti di governo. § 2. Se la scomunica fu inflitta o dichiarata, il reo: 1) se vuole agire contro il disposto del § 1, n.1, deve essere allontanato o si deve interrompere l’azione liturgica, se non si opponga una causa grave; 2) pone invalidamente gli atti di governo, che a norma del § 1, n. 3, sono illeciti; 3) incorre nel divieto di far uso dei privilegi a lui concessi in precedenza; 4) non può conseguire validamente dignità, uffici o altro incarico nella Chiesa; 5) non si appropria dei frutti della dignità, dell’ufficio, di qualunque altro incarico, della pensione, che abbia effettivamente nella Chiesa.

can. 1332 Chi è interdetto è tenuto dai divieti di cui al can. 1331, § 1, nn. 1 e 2; se l’interdetto fu inflitto o dichiarato, si deve osservare il disposto del can. 1331, § 2, n. 1.

can. 1333 § 1. La sospensione, che può essere applicata soltanto ai chierici, vieta: 1) tutti od alcuni atti della potestà di ordine; 2) tutti od alcuni atti della potestà di governo; 3) l’esercizio di tutti od alcuni diritti o funzioni inerenti l’ufficio. § 2. Nella legge o nel precetto si può stabilire che dopo la sentenza di condanna o che dichiara la pena, chi è sospeso non possa porre validamente atti di governo. § 3. Il divieto non tocca mai: 1) gli uffici o la potestà di governo che non ricadano sotto la potestà del superiore che ha costituito la pena; 2) il diritto di abitare se il reo lo abbia in ragione dell’ufficio; 3) il diritto di amministrare i beni, che eventualmente appartengono all’ufficio di colui che è sospeso, se la pena sia latae sentitae; § 4. La sospensione che vieta di percepire i frutti, lo stipendio, le pensioni o altro, comporta l’obbligo della restituzione di quanto fu illegittimamente percepito, anche se in buona fede.

can. 1334 § 1. L’ambito della sospensione, entro i limiti stabiliti nel canone precedente, è definito o dalla legge stessa o dal precetto, oppure dalla sentenza o dal decreto con cui è inflitta la pena. § 2. La legge, ma non il precetto, può costituire una sospensione latae sententiae, senza apporvi alcuna determinazione o limitazione; tale pena poi ha tutti gli effetti recensiti nel can. 1333, § 1.

can. 1335 Se la censura vieta la celebrazione dei sacramenti o dei sacramentali o di porre atti di governo, il divieto è sospeso ogniqualvolta ciò sia necessario per provvedere a fedeli che si trovano in pericolo di morte; che se la censura latae sententiae non sia stata dichiarata, il divieto è inoltre sospeso tutte le volte che un fedele chieda un sacramento, un sacramentale o un atto di governo; tale richiesta poi è lecita per una giusta causa qualsiasi.

Capitolo II. Le pene espiatorie (cann. 1336-1338)

can. 1336 § 1. Le pene espiatorie, che possono essere applicate a un delinquente in perpetuo oppure per un tempo prestabilito o indeterminato, oltre alle altre che la legge può eventualmente aver stabilito, sono queste: 1) la proibizione o l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio; 2) la privazione della potestà, dell’ufficio, dell’incarico, di un di un diritto, di un privilegio, di una focoltà, di una grazia, di un titolo, di un’insegna, anche se semplicemente onorifica; 3) la proibizione di esercitare quanto si dice al n. 2, o di farlo in un determinato luogo o fuori di esso; queste proibizioni non sono mai sotto pena di nullità; 4 il 4) il trasferimento penale ad altro ufficio; 5) la dimissione dallo stato clericale. § 2. Soltanto le pene espiatorie recensite al § 1, n. 3, possono essere pene latae sententiae.

can. 1337 § 1. La proibizione di dimorare in un determinato luogo o territorio può essere applicata sia ai chierici sia ai religiosi; l’ingiunzione di dimorarvi può essere applicata ai chierici secolari e, nei limiti delle costituzioni, ai religiosi. § 2. Per infliggere l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio, è necessario che vi sia il consenso dell’Ordinario di quel luogo, salvo non si tratti di una casa destinata alla penitenza ed alla correzione dei chierici anche extradiocesani.

can. 1338 § 1. Le privazioni e le proibizioni recensite nel can. 1336, § 1, nn. 2 e 3, non si applicano mai a potestà, uffici, incarichi, diritti, privilegi, facoltà, grazie, titoli, insegne che non siano sotto la potestà del superiore che costituisce la pena. § 2. Non si può privare alcuno della potestà di ordine, ma soltanto proibire di esercitarla o di esercitarne alcuni atti; parimenti non si può privare dei gradi accademici. § 3. Per le proibizioni indicate nel can. 1336, § 1, n. 3, si deve osservare la norma data per le censure al can. 1335.

Capitolo III. Rimedi penali e penitenze (cann. 1339-1340)

can. 1339 § 1. L’Ordinario può ammonire, personalmente o tramite un altro, colui che si trovi nell’occasione prossima di delinquere, o sul quale dall’indagine fatta cada il sospetto grave d’aver commesso il delitto. § 2. Può anche riprendere, in modo appropriato alle condizioni della persona e del fatto, chi con il proprio comportamento faccia sorgere scandalo o turbi gravemente l’ordine. § 3. Dell’ammonizione e della riprensione deve sempre constare almeno da un qualche documento, che si conservi nell’archivio segreto della curia.

can. 1340 § 1. La penitenza che può essere imposta in foro esterno, consiste in una qualche opera di religione, di pietà o di carità da farsi. § 2. Per una trasgressione occulta non s’imponga mai una penitenza pubblica. § 3. L’Ordinario può a sua prudente discrezione aggiungere penitenze al rimedio penale dell’ammonizione o della riprensione.

Titolo V. L’applicazione delle pene (cann. 1341-1353)

can. 1341 L’Ordinario provveda ad avviare la procedura giudiziaria o amministrativa per infliggere o dichiarare le pene solo quando abbia constatato che né con l’ammonizione fraterna né con la riprensione né per altre vie dettate dalla sollecitudine pastorale è possibile ottenere sufficientemente la riparazione dello scandalo, il ristabilimento della giustizia, l’emendamento del reo.

can. 1342 § 1. Ogniqualvolta giuste cause si oppongono a che si celebri un processo giudiziario, la pena può essere inflitta o dichiarata con decreto extragiudiziale; rimedi penali e penitenze possono essere applicati per decreto in qualunque caso. § 2. Per decreto non si possono infliggere o dichiarare pene perpetue; né quelle pene che la legge o il precetto che le costituisce vieta di applicare per decreto. § 3. Quanto vien detto nella legge o nel precetto a riguardo del giudice per ciò che concerne la pena da infliggere o dichiarare in giudizio, si deve applicare al superiore, che infligga o dichiari la pena per decreto extragiudiziale, a meno che non consti altrimenti né si tratti di disposizioni attinenti soltanto la procedura.

can. 1343 Se la legge o il precetto diano al giudice potestà di applicare o di non applicare la pena, questi, secondo coscienza e a sua prudente discrezione, può anche mitigare la pena o imporre in luogo di essa una penitenza.

can. 1344 Ancorché la legge usi termini precettivi, il giudice, secondo coscienza e a sua prudente discrezione, può: 1) differire l’inflizione della pena a tempo più opportuno, se da una punizione troppo affrettata si prevede che insorgeranno mali maggiori; 2) astenersi dall’infliggere la pena, o infliggere una pena più mite o fare uso di una penitenza, se il reo si sia emendato ed abbia riparato lo scandalo, oppure se lo stesso sia stato sufficientemente punito dall’autorità civile o si preveda che sarà punito; 3) sospendere l’obbligo di osservare una pena espiatoria al reo che abbia commesso delitto per la prima volta dopo aver vissuto onorevolmente e qualora non urga la necessità di riparare lo scandalo, a condizione tuttavia che, se il reo entro il tempo determinato dal giudice stesso commetta nuovamente un delitto, sconti la pena dovuta per entrambi i delitti, salvo che frattanto non sia decorso il tempo per la prescrizione dell’azione penale relativa al primo delitto.

can. 1345 Ogniqualvolta il delinquente o aveva l’uso di ragione in maniera soltanto imperfetta o commise il delitto per timore o per necessità o per impeto passionale o in stato di ubriachezza o di altra simile perturbazione della mente, il giudice può anche astenersi dall’infliggere qualunque punizione, se ritiene si possa meglio provvedere in altro modo al suo emendamento.

can. 1346 Ogniqualvolta il reo abbia commesso più delitti, se sembri eccessivo il cumulo delle pene ferendae sententiae, è lasciato al prudente arbitrio del giudice di contenere le pene entro equi limiti.

can. 1347 § 1. Non si può infliggere validamente una censura, se il reo non fu prima ammonito almeno una volta di recedere dalla contumacia, assegnandogli un congruo spazio di tempo per ravvedersi. § 2. Si deve ritenere che abbia receduto dalla contumacia il reo che si sia veramente pentito del delitto e che abbia inoltre dato congrua riparazione ai danni e allo scandalo o almeno abbia seriamente promesso di farlo.

can. 1348 Quando il reo viene assolto dall’accusa o non gli viene inflitta alcuna pena, l’Ordinario può provvedere al suo bene e al bene pubblico con opportune ammonizioni o per altre vie dettate dalla sollecitudine pastorale, o anche, se del caso, con rimedi penali.

can. 1349 Se la pena è indeterminata e la legge non disponga altrimenti, il giudice non infligga pene troppo gravi, soprattutto censure, a meno che non lo richieda assolutamente la gravità del caso; non può tuttavia infliggere pene perpetue.

can. 1350 § 1. Nell’infliggere pene ad un chierico si deve sempre provvedere che non gli manchi il necessario per un onesto sostentamento, a meno che non si tratti della dimissione dallo stato clericale. § 2. L’Ordinario abbia cura di provvedere nel miglior modo possibile a chi è stato dimesso dallo stato clericale e che a causa della pena sia veramente bisognoso.

can. 1351 La pena vincola il reo ovunque, anche venuto meno il diritto di colui che l’ha costituita o l’ha inflitta, a meno che non si disponga espressamente altro.

can. 1352 § 1. Se la pena vieta di ricevere i sacramenti o i sacramentali, il divieto è sospeso finché il reo versa in pericolo di morte. § 2. L’obbligo di osservare una pena latae sententiae che non sia stata dichiarata né sia notoria nel luogo ove vive il delinquente, è sospeso in tutto o in parte nella misura in cui il reo non la possa osservare senza pericolo di grave scandalo o d’infamia.

can. 1353 L’appello o il ricorso contro le sentenze giudiziali o i decreti che infliggono o dichiarano una pena qualsiasi hanno effetto sospensivo.

Titolo VI. La cessazione delle pene (cann. 1354-1363)

can. 1354 § 1. Oltre a quelli che sono enumerati nei cann. 1355-1356, tutti coloro che possono dispensare da una legge munita di una pena, o liberare da un precetto che commina una pena, possono anche rimettere quella pena. § 2. La legge o il precetto che costituiscono una pena possono inoltre dare anche ad altri potestà di rimettere la pena. § 3. Se la Sede Apostolica ha riservato a sé o ad altri la remissione della pena, la riserva deve essere interpretata in senso stretto.

can. 1355 § 1. Possono rimettere la pena stabilita dalla legge, che sia stata inflitta o dichiarata, purché non sia riservata alla Sede Apostolica: 1) l’Ordinario che ha promosso il giudizio per infliggere o dichiarare la pena, oppure l’ha inflitta o dichiarata per decreto personalmente o tramite altri; 2) l’Ordinario del luogo in cui si trova il delinquente, dopo aver però consultato l’Ordinario di cui al n. 1, a meno che per circostanze straordinarie ciò sia impossibile. § 2. La pena latae sententiae non ancora dichiarata stabilita dalla legge, se non è riservata alla Sede Apostolica, può essere rimessa dall’Ordinario ai propri sudditi e a coloro che si trovano nel suo territorio o vi hanno commesso il delitto, e anche da qualunque Vescovo tuttavia nell’atto della confessione sacramentale.

can. 1356 § 1. Possono rimettere la pena ferendae sententiae o latae sententiae stabilita da un precetto che non sia stato dato dalla Sede Apostolica: 1) l’Ordinario del luogo in cui si trova il delinquente; 2) se la pena sia stata inflitta o dichiarata, anche l’Ordinario che ha promosso il giudizio per infliggere o dichiarare la pena o che l’ha inflitta o dichiarata per decreto personalmente o tramite altri. § 2. Prima che avvenga la remissione, deve essere consultato l’autore del precetto, a meno che per circostanze straordinarie ciò non sia possibile.

can. 1357 § 1. Ferme restando le disposizioni dei cann. 508 e 976, il confessore può rimettere in foro interno sacramentale la censura latae sententiae di scomunica o d’interdetto, non dichiarata, se al penitente sia gravoso rimanere in stato di peccato grave per il tempo necessario a che il Superiore competente provveda. § 2. Il confessore nel concedere la remissione imponga al penitente l’onere di ricorrere entro un mese sotto pena di ricadere nella censura al Superiore competente o a un sacerdote provvisto della facoltà, e di attenersi alle sue decisioni; intanto imponga una congrua penitenza e la riparazione, nella misura in cui ci sia urgenza, dello scandalo e del danno. Il ricorso poi può essere fatto anche tramite il confessore, senza fare menzione del nominativo del penitente. § 3. Allo stesso onere di ricorrere sono tenuti, dopo essersi ristabiliti in salute, coloro che a norma del can. 976 furono assolti da una censura inflitta o dichiarata o riservata alla Sede Apostolica.

can. 1358 § 1. Non si può rimettere la censura se non al delinquente che abbia receduto dalla contumacia, a norma del can. 1347, § 2; a chi abbia receduto poi non si può negare la remissione. § 2. Chi rimette la censura può provvedere a norma del can. 1348 o anche imporre una penitenza.

can. 1359 Se qualcuno è vincolato da numerose pene, la remissione vale soltanto per le pene in essa espresse; la remissione generale poi toglie tutte le pene, ad eccezione di quelle che il reo nella domanda abbia taciuto in mala fede.

can. 1360 La remissione della pena estorta per mezzo di timore grave è invalida.

can. 1361 § 1. La remissione può anche essere data ad una persona assente, oppure sotto condizione. § 2. La remissione in foro esterno sia data per scritto, a meno che una grave causa suggerisca altrimenti. § 3. Si provveda che la domanda di remissione o la remissione stessa non sia divulgata, se non nella misura in cui ciò sia utile a tutelare la fama dell’imputato o sia necessario per riparare lo scandalo.

can. 1362 § 1. L’azione criminale si estingue per prescrizione in tre anni, a meno che non si tratti: 1) di diritti riservati alla Congregazione per Dottrina della fede. 2) dell’azione per i delitti di cui ai cann. 1394, 1395, 1397, 1398, che si prescrive in cinque anni; 3) di delitti non puniti dal diritto universale, se la legge particolare abbia stabilito un altro limite di tempo per la prescrizione. § 2. La prescrizione decorre dal giorno in cui fu commesso il delitto, oppure, se il delitto è permanente o abituale, dal giorno in cui è cessato.

can. 1363 § 1. Se nei limiti di tempo di cui al can. 1362, da computarsi a partire dal giorno in cui la sentenza di condanna è passata in giudicato, all’imputato non sia stato notificato il decreto esecutivo del giudice di cui al can. 1651, l’azione intesa a far eseguire la pena si estingue per prescrizione. § 2. Il che vale, osservate le disposizioni del diritto, se la pena è stata inflitta per decreto extragiudiziale.

Parte seconda. Le pene per i singoli delitti (cann. 1364-1399)

Titolo I. Delitti contro la religione e l’unità della Chiesa (cann. 1364-1369)

can. 1364 § 1. L’apostata, l’eretico e lo scismatico incorrono nella scomunica latae sententiae, fermo restando il disposto del can. 194, § 1, n. 2; il chierico inoltre può essere punito con le pene di cui al can. 1336, § 1, nn. 1, 2 e 3. § 2. Se lo richieda la prolungata contumacia o la gravità dello scandalo, possono essere aggiunte altre pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale.

can. 1365 Il reo imputato di partecipazione vietata alle sacre celebrazioni sia punito con una giusta pena.

can. 1366 I genitori o coloro che ne fanno le veci, che fanno battezzare od educare i figli in una religione acattolica, siano puniti con una censura o con altra giusta pena.

can. 1367 Chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; il chierico inoltre può essere punito con altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale.

can. 1368 Se alcuno, asserendo o promettendo qualcosa avanti all’autorità ecclesiastica, commette spergiuro, sia punito con una giusta pena.

can. 1369 Chi in uno spettacolo o in una pubblica adunanza o in uno scritto pubblicamente divulgato, o in altro modo servendosi dei mezzi di comunicazione sociale, proferisce bestemmia od offende gravemente i buoni costumi o pronuncia ingiurie o eccita all’odio o al disprezzo contro la religione o la Chiesa, sia punito con una giusta pena.

Titolo II. Delitti contro le autorità ecclesiastiche e la libertà della Chiesa (cann. 1370-1377)

can. 1370 § 1. Chi usa violenza fisica contro il Romano Pontefice, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, alla quale, se si tratta di un chierico, si può aggiungere a seconda della gravità del delitto, un’altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. § 2. Chi fa ciò contro un Vescovo incorre nell’interdetto latae sententiae, e, se chierico, anche nella sospensione latae sententiae. § 3. Chi usa violenza fisica contro un chierico o religioso per disprezzo della fede, della Chiesa, della potestà ecclesiastica o del ministero, sia punito con una giusta pena.

Giovanni Paolo II, m.p. Ad tuendam fidem, 18 maggio 1998:

can. 1371 Sia punito con una giusta pena: 1) chi oltre al caso di cui nel can. 1364 § 1, insegna una dottrina condannata dal Romano Pontefice o dal Concilio Ecumenico oppure respinge pertinacemente la dottrina di cui nel can. 750 § 2 o nel can. 752, ed ammonito dalla Sede Apostolica o dall’Ordinario non ritratta; 2) chi in altro modo non obbedisce alla Sede Apostolica, all’Ordinario o al Superiore che legittimamente gli comanda o gli proibisce, e dopo l’ammonizione persiste nella sua disobbedienza.

can. 1372 Chi contro un atto del Romano Pontefice ricorre al Concilio Ecumenico o al collegio dei Vescovi, sia punito con una censura.

can. 1373 Chi pubblicamente suscita rivalità e odi da parte dei sudditi contro la Sede Apostolica o l’Ordinario per un atto di potestà o di ministero ecclesiastico, o eccita i sudditi alla disobbedienza nei loro confronti, sia punito con l’interdetto o altre giuste pene.

can. 1374 Chi dà il nome ad una associazione, che complotta contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto.

can. 1375 Coloro che impediscono la libertà del ministero o dell’elezione o della potestà ecclesiastica oppure l’uso legittimo dei beni sacri o di altri beni ecclesiastici, oppure terrorizzano l’elettore o l’eletto o chi esercitò potestà o ministero ecclesiastico, possono essere puniti con giusta pena.

can. 1376 Chi profana una cosa sacra, mobile o immobile, sia punito con giusta pena.

can. 1377 Chi senza la debita licenza aliena beni ecclesiastici sia punito con giusta pena.

Titolo III. Usurpazione degli uffici ecclesiastici e delitti nel loro esercizio (cann. 1378-1389)

can. 1378 § 1. Il sacerdote che agisce contro il disposto del can. 977, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. § 2. Incorre nella pena latae sententiae dell’interdetto, o, se chierico, della sospensione: 1) chi non elevato all’ordine sacerdotale attenta l’azione liturgica del Sacrificio eucaristico; 2) chi, al di fuori del caso di cui al § 1, non potendo dare validamente la assoluzione sacramentale, tenta d’impartirla oppure ascolta la confessione sacramentale. § 3. Nei casi di cui al § 2, a seconda della gravità del delitto, possono essere aggiunte altre pene, non esclusa la scomunica.

can. 1379 Chi oltre ai casi del can. 1378, simula d’amministrare un sacramento, sia punito con giusta pena.

can. 1380 Chi per simonia celebra o riceve un sacramento, sia punito con l’interdetto o la sospensione.

can. 1381 § 1. Chiunque usurpa un ufficio ecclesiastico sia punito con giusta pena. § 2. È equiparato all’usurpazione il conservare illegittimamente l’incarico, in seguito a privazione o cessazione.

can. 1382 Il Vescovo che senza mandato pontificio consacra qualcuno Vescovo e chi da esso ricevette la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.

can. 1383 Il Vescovo che contro il disposto del can. 1015, abbia ordinato un suddito di altri senza le legittime lettere dimissorie, incorre nel divieto di conferire l’ordine per un anno. Chi poi ricevette l’ordinazione è per il fatto stesso sospeso dall’ordine ricevuto.

can. 1384 Chi, oltre i casi di cui ai cann. 1378-1383, esercita illegittimamente una funzione sacerdotale o altro sacro ministero, può essere punito con giusta pena.

can. 1385 Chi trae illegittimamente profitto dall’elemosina della Messa, sia punito con una censura o altra giusta pena.

can. 1386 Chi dona o promette qualunque cosa per ottenere un’azione o un’omissione illegale da chi esercita un incarico nella Chiesa, sia punito con una giusta pena; così chi accetta i doni e le promesse.

can. 1387 Il sacerdote che, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione sacramentale, sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo, a seconda della gravità del delitto, sia punito con la sospensione, con divieti, privazioni e, nei casi più gravi, sia dimesso dallo stato clericale.

can. 1388 § 1. Il confessore che viola direttamente il sigillo sacramentale incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; chi poi lo fa solo indirettamente sia punito proporzionalmente alla gravità del delitto. § 2. L’interprete e le altre persone di cui al can. 983, § 2, che violano il segreto, siano puniti con giusta pena, non esclusa la scomunica.

can. 1389 § 1. Chi abusa della potestà ecclesiastica o dell’incarico sia punito a seconda della gravità dell’atto o dell’omissione, non escluso con la privazione dell’ufficio, a meno che contro tale abuso non sia già stata stabilita una pena dalla legge o dal precetto. § 2. Chi, per negligenza colpevole, pone od omette illegittimamente con danno altrui un atto di potestà ecclesiastica, di ministero o di ufficio, sia punito con giusta pena.

Titolo IV. Il delitto di falso (cann. 1390-1391)

can. 1390 § 1. Chi falsamente denuncia al Superiore ecclesiastico un confessore per il delitto di cui al can. 1387, incorre nell’interdetto latae sententiae e, se sia chierico, anche nella sospensione. § 2. Chi presenta al Superiore ecclesiastico un’altra denuncia calunniosa per un delitto, o lede in altro modo l’altrui buona fama, può essere punito con una giusta pena non esclusa la censura. § 3. Il calunniatore può anche essere costretto a dare una adeguata soddisfazione.

can. 1391 Può essere punito con giusta pena, a seconda della gravità del delitto: 1) chi redige un documento ecclesiastico falso, o ne altera uno vero, lo distrugge, lo occulta, o si serve di un documento falso o alterato; 2) chi si serve in materia ecclesiastica di un altro documento falso o alterato; 3) chi asserisce il falso in un documento ecclesiastico pubblico.

Titolo V. Delitti contro obblighi speciali (cann. 1392-1396)

can. 1392 Chierici o religiosi che contro le disposizioni dei canoni esercitino l’attività affaristica o commerciale, siano puniti a seconda della gravità del delitto.

can. 1393 Chi viola gli obblighi impostigli da una pena, può essere punito con giusta pena.

can. 1394 § 1. Fermo restando il disposto del can. 194, § 1, n. 3, il chierico che attenta al matrimonio anche solo civilmente, incorre nella sospensione latae sententiae; che se ammonito non si ravveda e continui a dare scandalo, può essere gradualmente punito con privazioni, fino alla dimissione dallo stato clericale. § 2. Il religioso di voti perpetui, non chierico, il quale attenti al matrimonio anche solo civilmente, incorre nell’interdetto latae sententiae, fermo restando il disposto del can. 694.

can. 1395 § 1. Il chierico concubinario, oltre il caso di cui al can. 1394, e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo, siano puniti con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l’ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale. § 2. Il chierico che abbia commesso altri delitti contro il sesto precetto del Decalogo, se invero il delitto sia stato compiuto con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni, sia punito con giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale, se il caso lo comporti.

can. 1396 Chi viola gravemente l’obbligo della residenza cui è tenuto in ragione dell’ufficio ecclesiastico, sia punito con giusta pena non esclusa, dopo esser stato ammonito, la privazione dell’ufficio.

Titolo VI. Delitti contro la vita e la libertà dell’uomo (cann. 1397-1398)

can. 1397 Chi commette omicidio, rapisce oppure detiene con la violenza o la frode una persona, o la mutila o la ferisce gravemente, sia punito a seconda della gravità del delitto con le privazioni e le proibizioni di cui al can. 1336; l’omicidio poi contro le persone di cui al can. 1370, è punito con le pene ivi stabilite.

can. 1398 Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae.

Titolo VII. Norma generale (can. 1399)

can. 1399 Oltre i casi stabiliti da questa o da altre leggi, la violazione esterna della legge divina o canonica può essere punita con giusta pena o penitenza, solo quando la speciale gravità della violazione esige una punizione e urge la necessità di prevenire o riparare gli scandali.

Libro settimo. I processi (cann. 1400-1752)

Parte prima. I giudizi in generale (cann. 1400-1500)

can. 1400 § 1. Oggetto del giudizio sono: 1) i diritti di persone fisiche o giuridiche da perseguire o da rivendicare, o fatti giuridici da dichiarare; 2) i delitti per quanto riguarda l’irrogazione e la dichiarazione della pena. § 2. Le controversie insorte per un atto di potestà amministrativa possono tuttavia essere deferite solo al Superiore o al tribunale amministrativo.

can. 1401 La Chiesa per diritto proprio ed esclusivo giudica: 1) le cause che riguardano cose spirituali e annesse alle spirituali; 2) la violazione delle leggi ecclesiastiche e tutto ciò in cui vi è ragione di peccato, per quanto concerne lo stabilirne la colpa ed infliggere pene ecclesiastiche.

can. 1402 Tutti i tribunali della Chiesa sono retti dai canoni seguenti, salve le norme dei tribunali della Sede Apostolica.

can. 1403 § 1. Le cause di canonizzazione dei Servi di Dio, sono regolate da una legge pontificia peculiare. § 2. Alle stesse cause si applicano inoltre le disposizioni di questo Codice, ogniqualvolta in quella legge si rinvia al diritto universale, o si tratta di norme che per la natura stessa della cosa le riguardano.

Titolo I. Il tribunale competente (cann. 1404-1416)

can. 1404 La prima Sede non è giudicata da nessuno.

can. 1405 § 1. Il Romano Pontefice stesso ha il diritto esclusivo di giudicare nelle cause di cui al can. 1401: 1) i capi di Stato; 2) i Padri Cardinali; 3) i Legati della Sede Apostolica e nelle cause penali i Vescovi; 4) le altre cause che egli stesso abbia avocato al proprio giudizio. § 2. Il giudice non è competente a giudicare atti o strumenti confermati in forma specifica dal Romano Pontefice, salvo non ne abbia avuto prima mandato dal medesimo. § 3. È riservato al tribunale della Rota Romana giudicare: 1) i Vescovi nelle cause contenziose, fermo restando il disposto del can. 1419, § 2 2) l’Abate primate o l’Abate superiore di una congregazione monastica, il Moderatore supremo di istituti religiosi di diritto pontificio; 3) le diocesi e le altre persone ecclesiastiche sia fisiche sia giuridiche che non hanno Superiore al di sotto del Romano Pontefice.

can. 1406 § 1. Violato il disposto del can. 1404, atti e decisioni si ritengono come non fatti. § 2. Nelle cause di cui al can. 1405, l’incompetenza degli altri giudici è assoluta.

can. 1407 § 1. Nessuno può essere chiamato in giudizio in prima istanza se non davanti al giudice ecclesiastico competente per uno dei titoli determinati nei cann. 1408-1414. § 2. Si dice relativa l’incompetenza del giudice, che non abbia l’appoggio di nessuno di questi titoli. § 3. L’attore segue il tribunale della parte convenuta; che se la parte convenuta abbia diversi tribunali competenti, all’attore è concessa la scelta del tribunale.

can. 1408 Chiunque può essere chiamato in giudizio avanti al tribunale del domicilio o del quasi-domicilio.

can. 1409 § 1. Il tribunale del girovago è quello del luogo ove di fatto dimora. § 2. Colui del quale non si conosca né il domicilio o il quasi-domicilio, né il luogo della dimora, può essere chiamato in giudizio avanti al tribunale dell’attore, purché non risulti un altro tribunale legittimo.

can. 1410 A motivo della collocazione della cosa, la parte può essere chiamata in giudizio avanti al tribunale del luogo ove è situata la cosa che è oggetto di litigio, ogni qualvolta l’azione è diretta contro di essa o si tratta di azione di spoglio.

can. 1411 § 1. A motivo del contratto la parte può essere chiamata in giudizio avanti al tribunale del luogo ove il contratto fu stipulato o dove deve essere adempiuto, a meno che le parti concordemente non abbiano scelto un altro tribunale. § 2. Se la causa verta su obblighi che provengono da altro titolo, la parte può essere chiamata in giudizio avanti al tribunale del luogo ove l’obbligo è sorto o deve essere adempiuto.

can. 1412 L’accusato nelle cause penali, benché assente, può essere chiamato in giudizio avanti al tribunale del luogo ove il delitto fu commesso.

can. 1413 La parte può essere chiamata in giudizio: 1) nelle cause vertenti sull’amministrazione dei beni, avanti al tribunale del luogo ove l’amministrazione viene fatta; 2) nelle cause che riguardano l’eredità o i legati pii, avanti al tribunale dell’ultimo domicilio o quasi-domicilio o della dimora, a norma dei cann. 1408-1409, di colui della cui eredità o legato pio si discute, a meno che non si tratti della semplice esecuzione del legato, che deve essere esaminata secondo le norme ordinarie della competenza.

can. 1414 A motivo della connessione, le cause tra loro connesse devono essere giudicate da un solo ed identico tribunale e nello stesso processo, a meno che non vi si opponga il disposto della legge.

can. 1415 A motivo della prevenzione, quando due o più tribunali sono egualmente competenti, ha diritto di giudicare la causa quel tribunale che per primo citò legittimamente la parte convenuta.

can. 1416 I conflitti di competenza tra due tribunali soggetti allo stesso tribunale di appello, sono risolti da questo tribunale; se non sono soggetti allo stesso tribunale di appello, dalla Segnatura Apostolica.

Titolo II. Differenti gradi e specie di tribunali (cann. 1417-1445)

can. 1417 § 1. In forza del primato del Romano Pontefice, qualunque fedele ha diritto di deferire al giudizio della Santa Sede la propria causa, sia contenziosa sia penale, in qualsiasi grado di giudizio e in qualunque stadio della lite, oppure d’introdurla avanti alla medesima. § 2. Il ricorso fatto alla Sede Apostolica non sospende tuttavia, salvo il caso di appello, l’esercizio della giurisdizione nel giudice che ha già cominciato a giudicare la causa; e questi può pertanto proseguire il giudizio fino alla sentenza definitiva, a meno che la Sede Apostolica non gli abbia comunicato di avere avocato a sé la causa.

can. 1418 Qualsiasi tribunale ha diritto di chiamare in aiuto un altro tribunale per istruire la causa o per intimare gli atti.

Capitolo I. Il tribunale di prima istanza (cann. 1419-1437)

Articolo 1. Il giudice (cann. 1419-1427)

can. 1419 § 1. In ciascuna diocesi e per tutte le cause non escluse espressamente dal diritto, giudice di prima istanza è il Vescovo diocesano, che può esercitare la potestà giudiziaria personalmente o tramite altri, secondo i canoni che seguono. § 2. Se poi si tratta di diritti o di beni temporali di una persona giuridica rappresentata dal Vescovo, giudica in primo grado il tribunale di appello.

can. 1420 § 1. Tutti i Vescovi diocesani sono tenuti a costituire un Vicario giudiziale o Officiale con potestà ordinaria per giudicare, distinto dal Vicario generale a meno che l’esiguità della diocesi o lo scarso numero di cause non suggerisca altrimenti. § 2. Il Vicario giudiziale forma un unico tribunale con il Vescovo, ma non può giudicare le cause che il Vescovo riserva a sé. § 3. Al Vicario giudiziale possono essere dati degli aiutanti, detti Vicari giudiziali aggiunti o Vice-officiali. § 4. Sia il Vicario giudiziale sia i Vicari giudiziali aggiunti devono essere sacerdoti, di integra fama, dottori o almeno licenziati in diritto canonico e che non abbiano meno di trent’anni. § 5. Essi non cessano dall’incarico quando la sede si rende vacante, né possono essere rimossi dall’Amministratore diocesano; venendo però il nuovo Vescovo devono essere riconfermati.

can. 1421 § 1. Nella diocesi il Vescovo costituisca giudici diocesani chierici. § 2. La Conferenza Episcopale può permettere che anche dei fedeli laici siano costituiti giudici; di essi, se la necessità lo suggerisca, uno può essere assunto a formare un collegio. § 3. I giudici siano di integra fama e dottori in diritto canonico o almeno licenziati.

can. 1422 Il Vicario giudiziale, i Vicari giudiziali aggiunti e gli altri giudici sono nominati a tempo determinato, fermo restando il disposto del can. 1420, § 5, e non possono essere rimossi se non per causa legittima e grave.

can. 1423 § 1. Più Vescovi diocesani possono concordemente, con l’approvazione della Sede Apostolica, costituire nelle loro diocesi un unico tribunale di prima istanza, in luogo dei tribunali diocesani di cui ai cann. 1419-1421; nel qual caso a quel gruppo di Vescovi o al Vescovo da essi designato competono tutti i poteri che ha il Vescovo diocesano per il proprio tribunale. § 2. I tribunali di cui al § 1, possono essere costituiti per tutte le cause oppure soltanto per determinati generi di cause.

can. 1424 Il giudice unico in qualunque giudizio può scegliersi come consulenti due assessori, chierici o laici di onesta condotta.

can. 1425 § 1. Riprovata la consuetudine contraria, al tribunale collegiale di tre giudici sono riservate: 1) le cause contenziose: a) sul vincolo della sacra ordinazione e sugli oneri ad essa annessi; b) sul vincolo del matrimonio, fermo restando il disposto dei cann. 1686 e 1688; 2) le cause penali: a) sui delitti che possono comportare la pena della dimissione dallo stato clericale; b) per infliggere o dichiarare la scomunica. § 2. Il Vescovo può affidare le cause più difficili o di maggiore importanza al giudizio di tre o cinque giudici. § 3. Il Vicario giudiziale chiami i giudici a giudicare le singole cause secondo un turno ordinatamente stabilito, a meno che il Vescovo in casi singoli non abbia stabilito diversamente. § 4. In primo grado di giudizio, se eventualmente non si possa costituire un collegio, la Conferenza Episcopale, fintantoché una tale impossibilità perduri, può permettere che il Vescovo affidi la causa ad un unico giudice chierico, il quale si scelga, ove sia possibile, un assistente e un uditore. § 5. Il Vicario giudiziale non sostituisca i giudici una volta designati se non per gravissima causa, che deve essere espressa nel decreto.

can. 1426 § 1. Il tribunale collegiale deve procedere collegialmente, e dare sentenze a maggioranza assoluta di voti. § 2. Lo deve presiedere, nella misura del possibile, il Vicario giudiziale o un Vicario giudiziale aggiunto.

can. 1427 § 1. Se insorga una controversia tra religiosi o case dello stesso istituto religioso clericale di diritto pontificio, giudice di prima istanza, a meno che non si disponga altrimenti nelle costituzioni, è il Superiore provinciale, oppure, se si tratti di un monastero sui iuris, l’Abate locale. § 2. Salvo le costituzioni non dispongano diversamente, trattandosi di una questione contenziosa tra due province, in prima istanza giudicherà il Moderatore supremo personalmente o tramite un delegato; se tra due monasteri l’Abate superiore della congregazione monastica. § 3. Se infine insorga una controversia tra persone religiose fisiche o giuridiche di istituti religiosi diversi o anche dello stesso istituto clericale di diritto diocesano o laicale, oppure tra una persona religiosa e un chierico secolare o un laico o una persona giuridica secolare, giudica in prima istanza il tribunale diocesano.

Articolo 2. Uditori e relatori (cann. 1428-1429)

can. 1428 § 1. Il giudice o il presidente del tribunale collegiale possono designare un uditore per svolgere l’istruttoria nella causa, scegliendolo tra i giudici del tribunale o tra le persone approvate dal Vescovo a tale incarico. § 2. Il Vescovo può approvare all’incarico di uditore chierici o laici, che rifulgano per buoni costumi, prudenza e dottrina. § 3. Spetta all’uditore, secondo il mandato del giudice, solo raccogliere le prove e una volta raccolte trasmetterle al giudice; può inoltre, a meno che non si opponga il mandato del giudice, decidere nel frattempo quali prove debbano essere raccolte e secondo quale metodo, se eventualmente sorga controversia in proposito durante l’esercizio delle sue funzioni.

can. 1429 Il presidente del tribunale collegiale deve designare tra i giudici del collegio un ponente o relatore che riferisca sulla causa nella riunione dei giudici e rediga per iscritto le sentenze; il presidente stesso lo può sostituire con un altro per giusta causa.

Articolo 3. Promotore di giustizia, difensore del vincolo e notaio (cann. 1430-1437)

can. 1430 Per le cause contenziose ove il bene pubblico può essere messo in pericolo, e per le cause penali si costituisca in diocesi il promotore di giustizia, che ha il dovere di tutelare il bene pubblico.

can. 1431 § 1. Nelle cause contenziose spetta al Vescovo diocesano giudicare se il bene pubblico possa essere messo in pericolo o no, a meno che l’intervento del promotore di giustizia non sia prescritto dalla legge o si renda evidentemente necessario per la natura della cosa. § 2. Se nella precedente istanza è intervenuto il promotore di giustizia, nel grado successivo il suo intervento si presume necessario.

can. 1432 Per le cause in cui si tratta della nullità della sacra ordinazione o della nullità o dello scioglimento del matrimonio sia costituito in diocesi il difensore del vincolo, che deve proporre ed esporre tutti gli argomenti che possono essere ragionevolmente addotti contro la nullità o lo scioglimento.

can. 1433 Nelle cause dove è richiesta la presenza del promotore di giustizia o del difensore del vincolo, se non furono citati, gli atti sono nulli, a meno che, benché non citati, essi siano di fatto intervenuti, o almeno prima della sentenza abbiano potuto svolgere il loro compito dopo aver esaminato gli atti.

can. 1434 Se non si disponga espressamente altro: 1) ogniqualvolta la legge prescrive che il giudice ascolti le parti o una di esse, anche il promotore di giustizia e il difensore del vincolo, se intervengono in giudizio, devono essere ascoltati; 2) ogniqualvolta si richiede l’istanza della parte perché il giudice possa definire qualcosa, l’istanza del promotore di giustizia o del difensore del vincolo, che intervengono in giudizio, ha lo stesso valore.

can. 1435 Spetta al Vescovo nominare il promotore di giustizia e il difensore del vincolo; essi siano chierici o laici, di integra fama, dottori o licenziati in diritto canonico e di provata prudenza e sollecitudine per la giustizia.

can. 1436 § 1. La stessa persona, ma non nella stessa causa, può avere l’incarico di promotore di giustizia e di difensore del vincolo. § 2. Promotore e difensore possono essere costituiti sia per tutte le cause sia per singole cause; possono poi essere rimossi dal Vescovo per un giusto motivo.

can. 1437 § 1. In qualunque processo intervenga il notaio, così che si ritengano nulli gli atti se non furono da lui sottoscritti. § 2. Gli atti che i notai redigono fanno fede pubblica.

Capitolo II. Il tribunale di seconda istanza (cann. 1438-1441)

can. 1438 Fermo restando il disposto del can. 1444, § 1, n.1: 1) dal tribunale del Vescovo suffraganeo si appella al tribunale del Metropolita, salvo il disposto del can. 1439; 2) nelle cause trattate in prima istanza avanti al Metropolita si appella al tribunale che egli stesso abbia, con l’approvazione della Sede Apostolica, stabilmente designato; 3) per le cause fatte avanti al Superiore provinciale il tribunale di seconda istanza è presso il Moderatore supremo; per le cause fatte avanti all’Abate locale è presso l’Abate superiore della congregazione monastica.

can. 1439 § 1. Se fu costituito un tribunale unico di prima istanza per più diocesi, a norma del can. 1423, la Conferenza Episcopale deve costituire con l’approvazione della Sede Apostolica un tribunale di seconda istanza, a meno che tutte quelle diocesi non siano suffraganee della stessa archidiocesi. § 2. La Conferenza Episcopale può costituire, con la approvazione della Sede Apostolica, uno o più tribunali di seconda istanza, anche oltre i casi di cui al § 1. § 3. Per quanto riguarda i tribunali di seconda istanza di cui ai § § 1 e 2, la Conferenza Episcopale o il Vescovo da essa designato hanno tutti i poteri che ha il Vescovo diocesano per il suo tribunale.

can. 1440 Se la competenza relativa al grado di giudizio non viene osservata a norma dei cann. 1438 e 1439, l’incompetenza del giudice è assoluta.

can. 1441 Il tribunale di seconda istanza deve essere costituito alla stessa maniera del tribunale di prima istanza. Se tuttavia nel primo grado di giudizio secondo il can. 1425, § 4, emanò la sentenza un giudice unico, il tribunale di seconda istanza proceda collegialmente.

Capitolo III. I tribunali della Sede Apostolica (cann. 1442-1445)

can. 1442 Il Romano Pontefice è giudice supremo in tutto l’orbe cattolico, e giudica o personalmente o tramite i tribunali ordinari della Sede Apostolica oppure per mezzo di giudici da lui delegati.

can. 1443 Il tribunale ordinario costituito dal Romano Pontefice per ricevere gli appelli è la Rota Romana.

can. 1444 § 1. La Rota Romana giudica: 1) in seconda istanza le cause giudicate dai tribunali ordinari di prima istanza e deferite alla Santa Sede per legittimo appello; 2 in terza o ulteriore istanza le cause già giudicate dalla stessa Rota Romana e da qualunque altro tribunale, a meno che la cosa non sia passata in giudicato. § 2. Questo tribunale giudica anche in prima istanza le cause di cui al can. 1405, § 3, o le altre cause che il Romano Pontefice sia motu proprio sia ad istanza delle parti avocò al suo tribunale ed affidò alla Rota Romana; e queste, la Rota stessa le giudica anche in seconda ed ulteriore istanza, salvo che nel rescritto di commissione non si sia disposto altrimenti.

can. 1445 § 1. Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica giudica: 1) le querele di nullità, le richieste di restitutio in integrum ed altri ricorsi contro le sentenze rotali; 2) i ricorsi nelle cause sullo stato delle persone, che la Rota Romana rifiutò di ammettere a nuovo esame; 3) le eccezioni di sospetto ed altre cause contro gli Uditori della Rota Romana per gli atti posti durante l’esercizio delle loro funzioni; 4) i conflitti di competenza di cui al can. 1416. § 2. Lo stesso Tribunale dirime le contese sorte per un atto di potestà amministrativa ecclesiastica, ad esso legittimamente deferite, le altre controversie amministrative ad esso deferite dal Romano Pontefice o dai dicasteri della Curia Romana e il conflitto di competenza tra gli stessi dicasteri. § 3. Spetta inoltre a questo supremo tribunale: 1) vigilare sulla retta amministrazione della giustizia e prendere provvedimenti, se necessario, contro avvocati e procuratori; 2) prorogare la competenza dei tribunali; 3) promuovere ed approvare l’erezione dei tribunali di cui ai cann. 1423 e 1439.

Titolo III. La disciplina che deve essere osservata nei tribunali (cann. 1446-1475)

Capitolo I. L’ufficio dei giudici e dei ministri del tribunale (cann. 1446-1457)

can. 1446 § 1. Tutti i fedeli, ma in primo luogo i Vescovi, s’impegnino assiduamente perché, salva la giustizia, siano evitate, per quanto è possibile, le liti nel popolo di Dio e si compongano al più presto pacificamente. § 2. Il giudice sul nascere della lite ed anche in qualunque altro momento, ogni volta che scorga qualche speranza di buon esito, non lasci di esortare le parti e di aiutarle a cercare di comune accordo un’equa soluzione della controversia, e indichi loro le vie idonee a tal proposito, servendosi eventualmente anche di persone autorevoli per la mediazione. § 3. Che se la lite verta sul bene privato delle parti, il giudice veda se con la transazione o il giudizio arbitrale, a norma dei cann. 1713-1716, possa concludersi vantaggiosamente.

can. 1447 Chi è intervenuto in una causa come giudice, promotore di giustizia, difensore del vincolo, procuratore, avvocato, teste o perito, non può in seguito validamente definire la stessa causa in altra istanza come giudice o svolgere in essa la funzione di assessore.

can. 1448 § 1. Il giudice non accetti di giudicare una causa che in qualche modo lo riguarda in ragione di vincoli di consanguineità o affinità in qualunque grado della linea retta e fino al quarto grado della linea collaterale, o in ragione di tutela e curatela, di convivenza, di grave inimicizia, oppure a scopo di guadagno o per evitare un danno. § 2. Nelle medesime circostanze devono astenersi dal loro ufficio il promotore di giustizia, il difensore del vincolo, l’assessore e l’uditore.

can. 1449 § 1. Nei casi di cui al can. 1448, se il giudice stesso non si astiene, la parte lo può ricusare. § 2. Circa la ricusazione decide il Vicario giudiziale; se è lui stesso ad essere ricusato decide il Vescovo che presiede il tribunale. § 3. Se il Vescovo stesso è giudice e contro di lui va la ricusazione, si astenga dal giudicare. § 4. Se la ricusazione viene fatta contro il promotore di giustizia, il difensore del vincolo o gli altri ministri del tribunale, su questa eccezione decide il presidente del tribunale collegiale o il giudice stesso, se è unico.

can. 1450 Ammessa la ricusazione, le persone devono essere sostituite, ma non cambia il grado di giudizio.

can. 1451 § 1. La questione circa la ricusazione deve essere definita con la massima celerità, udite le parti, il promotore di giustizia o il difensore del vincolo, se intervengono in causa e non siano stati essi stessi ricusati. § 2. Gli atti posti dal giudice prima d’essere ricusato sono validi; quelli posti dopo che fu proposta la ricusazione devono essere rescissi se la parte lo chieda entro dieci giorni dall’ammissione della ricusazione.

can. 1452 § 1. In un affare che interessa soltanto privati, il giudice può procedere solo ad istanza della parte. Ma se la causa fu legittimamente introdotta, il giudice può e deve procedere anche d’ufficio nelle cause penali e nelle altre cause che vertano sul bene pubblico della Chiesa o sulla salvezza delle anime. § 2. Il giudice inoltre può supplire la negligenza delle parti nell’addurre le prove o nell’opporre eccezioni, ogniqualvolta ritenga che ciò sia necessario ad evitare una sentenza gravemente ingiusta, ferme restando le disposizioni del can. 1600.

can. 1453 Giudici e tribunali provvedano affinché, salva la giustizia, tutte le cause si concludano al più presto, di modo che non si protraggano più di un anno nel tribunale di prima istanza, e non più di sei mesi nel tribunale di seconda istanza.

can. 1454 Tutti coloro che compongono il tribunale o in esso collaborano devono prestare giuramento di adempiere convenientemente e fedelmente l’ufficio.

can. 1455 § 1. I giudici e gli aiutanti del tribunale sono tenuti a mantenere il segreto d’ufficio, nel giudizio penale sempre, nel contenzioso poi se dalla rivelazione di qualche atto processuale possa derivare pregiudizio alle parti. § 2. Sono anche sempre tenuti a mantenere il segreto sulla discussione che si ha tra i giudici nel tribunale collegiale prima di dare la sentenza, e anche sui vari suffragi e sulle opinioni ivi pronunciate, fermo restando il disposto del can. 1609, § 4. § 3. Anzi ogniqualvolta la causa o le prove siano di tal natura che dalla divulgazione degli atti o delle prove sia messa in pericolo la fama altrui, o si dia occasione a dissidi, o sorga scandalo o altri simili inconvenienti, il giudice può vincolare con il giuramento di mantenere il segreto i testi, i periti, le parti e i loro avvocati o procuratori.

can. 1456 Al giudice e a tutti i ministri del tribunale è proibito accettare qualunque regalo in occasione dello svolgimento del giudizio.

can. 1457 § 1. I giudici che, essendo sicuramente ed evidentemente competenti, si rifiutano di giudicare, o che non sorretti da alcuna disposizione del diritto si dichiarano competenti e giudicano e definiscono le cause, oppure violano la legge del segreto, o per dolo o negligenza grave procurano altro danno ai contendenti, possono essere puniti dall’autorità competente con congrue pene, non esclusa la privazione dell’ufficio. § 2. Alle medesime sanzioni sono soggetti i ministri e gli aiutanti del tribunale, se fossero venuti meno al loro dovere come sopra; tutti questi anche il giudice li può punire.

Capitolo II. L’ordine da seguire nel giudicare le cause (cann. 1458-1464)

can. 1458 Le cause devono essere giudicate nell’ordine secondo il quale furono proposte e scritte nell’elenco, a meno che alcuna di esse esiga una trattazione più rapida rispetto alle altre, il che deve però essere stabilito con speciale decreto corredato dalle motivazioni.

can. 1459 § 1. I vizi, per i quali si può avere la nullità della sentenza, possono essere eccepiti e anche dichiarati d’ufficio dal giudice in qualunque stadio o grado del giudizio. § 2. Oltre i casi di cui al § 1, le eccezioni dilatorie, soprattutto quelle che riguardano le persone e le modalità del giudizio, devono essere proposte prima della contestazione della lite, a meno che non siano emerse per la prima volta a lite già contestata, e devono essere definite al più presto.

can. 1460 § 1. Se è proposta una eccezione contro la competenza del giudice, della cosa deve decidere il giudice stesso. § 2. In caso di eccezione di incompetenza relativa, se il giudice si dichiara competente, la sua decisione non ammette appello, ma non sono proibite la querela di nullità e la restitutio in integrum. § 3. Che se il giudice si dichiara incompetente, la parte che si ritiene onerata, entro quindici giorni di tempo utile può ricorrere al tribunale di appello.

can. 1461 Il giudice che in qualunque stadio della causa si riconosca incompetente d’incompetenza assoluta, deve dichiarare la propria incompetenza.

can. 1462 § 1. Le eccezioni di cosa giudicata, di transazione e le altre perentorie dette litis finitae devono essere proposte ed esaminate prima della contestazione della lite; chi le sollevasse più tardi non deve essere respinto, ma sia condannato a pagare le spese, a meno che non provi di non aver maliziosamente differito l’opposizione. § 2. Le altre eccezioni perentorie siano proposte nella contestazione della lite, e devono essere a suo tempo trattate secondo le regole proprie delle questioni incidentali.

can. 1463 § 1. Le azioni riconvenzionali non possono essere validamente poste, se non entro trenta giorni dalla avvenuta contestazione della lite. § 2. Le medesime siano poi giudicate insieme all’azione convenzionale, cioè in pari grado con essa, a meno che non sia necessario giudicarle separatamente o il giudice lo abbia ritenuto più opportuno.

can. 1464 Le questioni relative alla cauzione da dare sulle spese giudiziali, o alla concessione del gratuito patrocinio, richiesto subito da principio, ed altre simili devono essere giudicate di regola prima della contestazione della lite.

Capitolo III. Termini e dilazioni (cann. 1465-1467)

can. 1465 § 1. I così detti fatalia legis, cioè i termini costituiti dalla legge per la perenzione dei diritti, non possono essere prorogati, né possono essere validamente ridotti se non lo richiedano le parti. § 2. I termini giudiziari e convenzionali invece, prima della loro decadenza, possono essere prorogati dal giudice intervenendo una giusta causa, udite le parti o a loro richiesta, ma non possono essere mai validamente ridotti, senza il consenso delle parti. § 3. Il giudice provveda tuttavia affinché la lite non si protragga troppo a lungo a causa della proroga.

can. 1466 Dove la legge non fissa termini per il compimento degli atti processuali, li deve stabilire il giudice, tenuto conto della natura di ciascun atto.

can. 1467 Se nel giorno notificato per un atto processuale il tribunale non abbia lavorato, il termine s’intende prorogato al primo giorno non festivo seguente.

Capitolo IV. Il luogo del giudizio (cann. 1468-1469)

can. 1468 Ciascun tribunale abbia una sede per quanto è possibile stabile, che sia aperta ad ore stabilite.

can. 1469 § 1. Il giudice espulso con la violenza dal suo territorio o impedito di esercitare in esso la giurisdizione, può esercitare la sua giurisdizione fuori del territorio ed emanare sentenze, dopo aver tuttavia di ciò informato il Vescovo diocesano. § 2. Oltre il caso di cui al § 1, il giudice, per giusta causa e dopo aver udite le parti, può anche recarsi fuori del proprio territorio per acquisire le prove, su licenza tuttavia del Vescovo diocesano del luogo dove intende andare e nella sede designata dal medesimo.

Capitolo V. Le persone da ammettersi in aula, modalità per la redazione e la conservazione degli atti (cann. 1470-1475)

can. 1470 § 1. Salvo che la legge particolare non disponga altrimenti, durante lo svolgimento delle cause avanti al tribunale siano ammesse in aula quelle persone soltanto che la legge o il giudice abbiano stabilito essere necessarie per il compimento del processo. § 2. Il giudice può richiamare al loro dovere con congrue pene tutte le persone presenti al giudizio che abbiano gravemente mancato al rispetto e all’obbedienza dovuti al tribunale, ed inoltre anche sospendere dall’esercizio del loro incarico avanti ai tribunali ecclesiastici avvocati e procuratori.

can. 1471 Se qualche persona da interrogare usi una lingua sconosciuta al giudice o alle parti, si ricorra ad un interprete giurato designato dal giudice. Le dichiarazioni siano tuttavia redatte per iscritto nella lingua originaria e vi si aggiunga la traduzione. Si ricorra parimenti all’interprete qualora si debba interrogare un sordo o un muto, a meno che il giudice eventualmente non preferisca che risponda alle domande postegli per iscritto.

can. 1472 § 1. Gli atti giudiziari, sia quelli relativi al merito della questione o atti di causa, sia quelli attinenti alla procedura o atti del processo, devono essere redatti per iscritto. § 2. Le singole pagine degli atti siano numerate e autenticate.

can. 1473 Ogniqualvolta negli atti giudiziari è richiesta la firma delle parti o dei testimoni, se una parte o un testimone non può o non vuole sottoscrivere, lo si annoti negli atti stessi, e nello stesso tempo giudice e notaio facciano fede che l’atto stesso fu letto parola per parola alla parte o al testimone e che questi non poterono o non vollero firmare.

can. 1474 § 1. In caso di appello, un esemplare degli atti, della cui autenticità abbia fatto fede il notaio, sia inviato al tribunale superiore. § 2. Se gli atti furono scritti in una lingua sconosciuta al tribunale superiore, siano tradotti in lingua nota al medesimo, usando le dovute cautele affinché consti che la traduzione è fedele.

can. 1475 § 1. Terminato il giudizio i documenti che sono proprietà di privati devono essere restituiti, conservandone però un esemplare. § 2. È fatto divieto ai notai e al cancelliere di rilasciare senza il mandato del giudice copia degli atti giudiziari e dei documenti acquisiti al processo.

Titolo IV. Le parti nella causa (cann. 1476-1490)

Capitolo I. Attore e convenuto (cann. 1476-1480)

can. 1476 Chiunque, sia battezzato sia non battezzato, può agire in giudizio; la parte poi legittimamente chiamata in giudizio deve rispondere.

can. 1477 benché l’attore o la parte convenuta si siano costituiti un procuratore od un avvocato, devono tuttavia sempre presenziare personalmente in giudizio secondo il disposto del diritto o del giudice.

can. 1478 § 1. I minori e coloro che non hanno l’uso di ragione, possono stare in giudizio soltanto tramite i loro genitori o i tutori o i curatori, salvo il disposto del § 3. § 2. Se il giudice reputa che i loro diritti siano in conflitto con i diritti dei genitori, dei tutori o dei curatori, o che questi non possano sufficientemente tutelarne i diritti, stiano in giudizio tramite un tutore o un curatore assegnato dal giudice. § 3. Ma nelle cause spirituali e connesse alle spirituali, se i minorenni hanno raggiunto l’uso di ragione, possono agire e rispondere senza il consenso dei genitori o dei tutori, anzi personalmente se hanno compiuto i quattordici anni di età; se non li hanno ancora compiuti, per il tramite di un curatore costituito dal giudice. § 4. Gli interdetti dall’amministrazione dei beni e gli infermi di mente, possono stare in giudizio personalmente solo per rispondere dei propri delitti o per disposizione del giudice; per tutto il resto devono agire e rispondere per il tramite dei loro curatori.

can. 1479 Ogniqualvolta vi è un tutore o un curatore costituito dall’autorità civile, il medesimo può essere ammesso dal giudice ecclesiastico, udito, se possibile, il Vescovo diocesano di colui al quale fu dato; che se non vi sia o non si ritenga di doverlo ammettere, il giudice stesso designerà un tutore o un curatore per la causa.

can. 1480 § 1. Le persone giuridiche stanno in giudizio per il tramite dei loro legittimi rappresentanti. § 2. Nel caso poi non vi sia rappresentante o sia negligente, l’Ordinario stesso personalmente o tramite altro può stare in giudizio a nome delle persone giuridiche soggette alla sua potestà.

Capitolo II. Procuratori alle liti e avvocati (cann. 1481-1490)

can. 1481 § 1. La parte può liberamente costituirsi un avvocato e un procuratore; può tuttavia, oltre i casi stabiliti nei § § 2 e 3, anche agire e rispondere personalmente, a meno che il giudice non abbia ritenuto necessaria l’assistenza di un procuratore o di un avvocato. § 2. Nel giudizio penale l’accusato deve sempre avere un avvocato, che si sia egli stesso costituito o assegnato a lui dal giudice. § 3. Nel giudizio contenzioso, se si tratti di minori o di un giudizio vertente circa il bene pubblico ad eccezione delle cause matrimoniali, il giudice costituisca d’ufficio un difensore alla parte che non l’abbia.

can. 1482 § 1. Ognuno può costituirsi un solo procuratore, a questi non è consentito di farsi sostituire da un altro, a meno che non gliene sia stata data espressamente facoltà. § 2. Che se tuttavia, suggerendolo una giusta causa, la stessa persona ne abbia costituito parecchi, questi siano designati in modo che tra di loro abbia luogo la prevenzione. § 3. È possibile invece costituire più avvocati allo stesso tempo.

can. 1483 Procuratore ed avvocato devono essere maggiorenni e di buona fama; l’avvocato deve inoltre essere cattolico, a meno che il Vescovo diocesano non permetta altrimenti, e dottore in diritto canonico, o in caso contrario veramente esperto, ed approvato dal Vescovo stesso.

can. 1484 § 1. Procuratore ed avvocato prima di assumere l’incarico, devono depositare presso il tribunale un mandato autentico. § 2. Per impedire tuttavia l’estinguersi di un diritto il giudice può ammettere un procuratore anche senza che abbia presentato il mandato, previe idonee garanzie, se del caso; l’atto però non ha alcun valore se nel termine perentorio da stabilirsi dal giudice, il procuratore non esibisca regolarmente il mandato.

can. 1485 Se non abbia avuto un mandato speciale, il procuratore non può validamente rinunciare all’azione, all’istanza o agli atti giudiziali, né può fare transazioni, patti, compromessi arbitrali ed in genere quelle cose per le quali il diritto richiede un mandato speciale.

can. 1486 § 1. La rimozione del procuratore o dell’avvocato per avere effetto deve essere loro intimata, e, se la lite fu già contestata, della rimozione siano informati il giudice e la parte avversa. § 2. Emanata la sentenza definitiva, il diritto e il dovere di appellare, se il mandante non si opponga, resta al procuratore.

can. 1487 Sia il procuratore sia l’avvocato possono essere rimossi dal giudice d’ufficio o ad istanza della parte con l’emanazione di un decreto, ciò tuttavia per una causa grave.

can. 1488 § 1. È fatto divieto ad entrambi di trarre dalla propria parte la lite con denaro, oppure di pattuire per sé un emolumento esagerato o pretendendo una parte della cosa che è oggetto del litigio. Se lo facessero, il patto è nullo e potranno essere multati dal giudice con un’ammenda. L’avvocato inoltre può essere sospeso dall’ufficio, e, se sia recidivo, anche essere cancellato dall’albo degli avvocati. § 2. Allo stesso modo possono essere puniti avvocati e procuratori che, eludendo la legge, sottraggono ai tribunali competenti le cause perché siano definite da altri più favorevolmente.

can. 1489 Avvocati e procuratori che a causa di doni, promesse o per qualunque altro motivo abbiano tradito il loro ufficio, siano sospesi dall’esercizio del patrocinio e siano puniti con un’ammenda o con altre congrue pene.

can. 1490 In ciascun tribunale si costituiscano, per quanto è possibile, patroni stabili, stipendiati dallo stesso tribunale, che esercitino l’incarico di avvocati o procuratori nelle cause soprattutto matrimoniali per le parti che di preferenza desiderino sceglierli.

Titolo V. Azioni ed eccezioni (cann. 1491-1500)

Capitolo I. Azioni ed eccezioni in genere (cann. 1491-1495)

can. 1491 Ogni diritto è protetto non soltanto da un’azione, ma anche da un’eccezione, a meno che non sia disposto espressamente altro.

can. 1492 § 1. Ogni azione si estingue con la prescrizione a norma del diritto o in altro legittimo modo, fatta eccezione per le azioni sullo stato delle persone che non si estinguono mai. § 2. L’eccezione, salvo il disposto del can. 1462, è sempre possibile e per la sua stessa natura è perpetua.

can. 1493 L’attore può convenire un altro con più azioni simultanee, tuttavia tra loro non contrarie, sia sulla stessa cosa sia in materie diverse, se non oltrepassino i limiti della competenza del tribunale cui accede.

can. 1494 § 1. La parte convenuta può intraprendere un’azione riconvenzionale avanti allo stesso giudice e nello stesso giudizio contro l’attore, o per il nesso della causa con l’azione principale, oppure per far ritirare o ridurre la domanda dell’attore. § 2. Non è permesso all’attore riconvenuto di riconvenire a sua volta la parte avversa.

can. 1495 L’azione riconvenzionale deve essere proposta al giudice avanti al quale fu intrapresa la prima azione, anche se delegato soltanto ad un’unica causa o per altri motivi relativamente incompetente.

Capitolo II. Azioni ed eccezioni in specie (cann. 1496-1500)

can. 1496 § 1. Chi avrà dimostrato con argomenti almeno probabili di avere diritto ad una qualche cosa in possesso altrui, e che è imminente per lui un danno se quella cosa non sia consegnata in custodia, ha diritto di ottenerne dal giudice il sequestro. § 2. In analoghe circostanze può ottenere che sia inibito a un terzo l’esercizio di un diritto.

can. 1497 § 1. Il sequestro della cosa è ammesso anche per assicurare un credito, purché consti sufficientemente del diritto del creditore. § 2. Il sequestro può estendersi anche ai beni del debitore che si trovino a qualunque titolo presso terze persone, e ai crediti del debitore.

can. 1498 Il sequestro della cosa e l’inibizione all’esercizio del diritto non possono assolutamente essere decisi, se il danno temuto possa essere altrimenti riparato o se ne dia idonea garanzia.

can. 1499 Il giudice può imporre a colui al quale concede il sequestro della cosa o l’inibizione all’esercizio del diritto, una cauzione previa sui danni da risarcire in caso non abbia provato il suo diritto.

can. 1500 Per quanto concerne la natura e il valore dell’azione possessoria, si osservino le disposizioni del diritto civile del luogo ov’è situata la cosa del cui possesso si tratta.

Parte seconda. Il giudizio contenzioso (cann. 1501-1670)

Sezione I. Il giudizio contenzioso ordinario (cann. 1501-1655)

Titolo I. L’introduzione della causa (cann. 1501-1512)

Capitolo I. Il libello introduttorio della lite (cann. 1501-1506)

can. 1501 Il giudice non può esaminare alcuna causa, se non gli venga presentata, a norma dei canoni, una domanda da chi ha interesse o dal promotore di giustizia.

can. 1502 Chi vuol convenire qualcuno deve presentare al giudice competente un libello in cui si proponga l’oggetto della controversia e si richieda il ministero del giudice.

can. 1503 § 1. Il giudice può ammettere la domanda orale, ogniqualvolta o l’attore sia impedito di presentare il libello o la causa comporti una ricerca facile e sia di minor importanza. § 2. In ambo i casi tuttavia il giudice ordini al notaio di redigere un atto per iscritto, che deve essere letto all’attore e da questi approvato, e che sostituisce a tutti gli effetti di diritto il libello scritto dall’attore.

can. 1504 Il libello con il quale s’introduce la lite deve: 1) esprimere avanti a quale giudice la causa viene introdotta, che cosa si chiede e da chi; 2) indicare su quale diritto si fonda l’attore, e almeno per sommi capi fatti e prove per dimostrare quanto e asserito; 3) essere sottoscritta dall’attore o dal suo procuratore, apponendovi giorno, mese e anno, nonché il luogo ove l’attore o il procuratore abitano o dissero di risiedere per ricevere gli atti; 4) indicare il domicilio o il quasi-domicilio del convenuto.

can. 1505 § 1. Il giudice unico o il presidente del tribunale collegiale, dopo aver constatato che la cosa è di sua competenza e che all’attore non manca la capacità legittima di stare in giudizio, deve al più presto con un suo decreto ammettere o respingere il libello. § 2. Il libello può essere respinto soltanto: 1) se il giudice o il tribunale sono incompetenti; 2) se consta senza dubbio che all’attore manca la capacità legittima di stare in giudizio; 3) se non sono state osservate le disposizioni del can. 1504, nn. 1-3; 4) se è sicuramente manifesto dal libello stesso che che la domanda manca di qualunque fondamento, né potrà accadere che alcun fondamento venga fuori dal processo. § 3. Se il libello fu respinto a causa di difetti che possono essere emendati, l’attore può nuovamente esibire allo stesso giudice un altro libello correttamente redatto. § 4. Contro la reiezione del libello, la parte ha sempre diritto di interporre ricorso corredato di motivazioni, entro il tempo utile di dieci giorni o al tribunale d’appello o al collegio se il libello fu respinto dal presidente; la questione poi della reiezione deve essere definita con la massima celerità.

can. 1506 Se il giudice entro un mese dalla presentazione del libello non ha emesso il decreto, con il quale ammette o respinge il libello a norma del can. 1505, la parte interessata può fare istanza perché il giudice adempia il suo compito; che se ciononostante il giudice taccia, trascorsi inutilmente dieci giorni dalla data dell’istanza, il libello si consideri ammesso.

Capitolo II. Citazione e intimazione degli atti giudiziari (cann. 1507-1512)

can. 1507 § 1. Nel decreto con il quale si ammette il libello dell’attore, il giudice o il presidente deve chiamare in giudizio ovvero citare le altre parti per la contestazione della lite, stabilendo se debbano rispondere per iscritto o presentandosi davanti a lui per concordare i dubbi. Che se dalle risposte scritte veda la necessità di convocare le parti, lo può stabilire con un nuovo decreto. § 2. Se il libello si considera accolto a norma del can. 1506, il decreto di citazione in giudizio deve essere dato entro venti giorni dal momento in cui fu fatta l’istanza, di cui in quel canone. § 3. Che se le parti contendenti di fatto si presentino davanti al giudice per fare la causa, non c’è bisogno di citazione, ma l’attuario metta agli atti che le parti furono presenti in giudizio.

can. 1508 § 1. Il decreto di citazione in giudizio deve essere subito notificato alla parte convenuta e contemporaneamente reso noto agli altri che devono comparire. § 2. Alla citazione si aggiunga il libello introduttorio della lite, a meno che il giudice per cause gravi non ritenga che non si debba rendere noto alla parte il libello prima che questa abbia deposto in giudizio. § 3. Se si fa causa a una persona che non ha il libero esercizio dei suoi diritti, o la libera amministrazione delle cose in questione, la citazione deve essere intimata, a seconda dei casi, al tutore, al curatore, al procuratore speciale ovvero a chi è tenuto a norma di diritto ad incaricarsi del giudizio a nome della medesima.

can. 1509 § 1. La notificazione di citazioni, decreti, sentenze, ed altri atti giudiziari deve essere fatta tramite i servizi postali o in altro modo assolutamente sicuro, osservate le norme stabilite per legge particolare. § 2. Del fatto della notificazione e del modo in cui essa fu fatta deve constare agli atti.

can. 1510 Il convenuto che si rifiuta di ricevere la scheda di citazione o impedisce alla citazione di raggiungerlo, si consideri legittimamente citato.

can. 1511 Se la citazione non fu legittimamente notificata, gli atti del processo sono nulli, salvo il disposto del can. 1507, § 3.

can. 1512 Notificata legittimamente la citazione o presentatesi le parti davanti al giudice per fare la causa: 1) la cosa cessa di essere integra; 2) la causa diventa propria di quel giudice o di quel tribunale per altro competente, avanti al quale fu introdotta l’azione; 3) la potestà del giudice delegato si rende stabile, di modo che non cessa con il venir meno del diritto del delegante; 4) s’interrompe la prescrizione, a meno che non sia disposto altrimenti; 5) la lite comincia ad essere aperta; pertanto vale immediatamente il principio: lite pendente nihil innovetur.

Titolo II. La contestazione della lite (cann. 1513-1516)

can. 1513 § 1. Si ha la contestazione della lite, quando con un decreto del giudice si definiscono i termini della controversia, desunti dalle richieste e dalle risposte delle parti. § 2. Le richieste e le risposte, oltre che nel libello introduttorio della lite, possono essere espresse o nella risposta alla citazione o in dichiarazioni fatte a voce avanti al giudice; ma nelle cause più difficili le parti devono essere convocate dal giudice per concordare il dubbio o i dubbi, a cui si dovrà rispondere nella sentenza. § 3. Il decreto del giudice deve essere notificato alle parti, le quali, salvo che non si siano già dichiarate consenzienti, possono ricorrere entro dieci giorni al giudice perché sia mutato; la questione deve poi essere definita con decreto del giudice stesso con la massima celerità.

can. 1514 I termini della controversia una volta stabiliti non possono essere validamente mutati, se non con un nuovo decreto, per una causa grave, ad istanza di una parte dopo aver udito le altre parti ed averne soppesato le ragioni.

can. 1515 Contestata la lite il possessore di un bene altrui cessa di essere in buona fede; pertanto se è condannato a restituire la cosa, deve rendere anche i frutti dal giorno della contestazione della lite e risarcire i danni.

can. 1516 Contestata la lite, il giudice stabilisca alle parti un congruo spazio di tempo per proporre e completare le prove.

Titolo III. Della istanza giudiziale (cann. 1517-1525)

can. 1517 L’inizio dell’istanza avviene con la citazione; la fine non si ha soltanto con la sentenza definitiva, ma anche negli altri modi stabiliti dal diritto.

can. 1518 Se una parte contendente muoia, o cambi stato o cessi dall’ufficio in ragione del quale agisce: 1) a causa non ancora conclusa, l’istanza è sospesa fino a che sia riassunta la lite dall’erede del defunto, dal successore o dall’avente interesse; 2) a causa conclusa, il giudice deve procedere oltre, dopo aver citato il procuratore, se vi sia, altrimenti l’erede del defunto o il successore.

can. 1519 § 1. Se cessino dall’incarico il tutore o il curatore o il procuratore, che sia necessario a norma del can. 1481, § § 1 e 3, l’istanza è nel frattempo sospesa. § 2. Il giudice costituisca al più presto un altro tutore o curatore; può poi costituire un procuratore alla lite se la parte abbia trascurato di farlo entro un breve termine di tempo stabilito dal giudice stesso.

can. 1520 Se nessun atto processuale sia posto dalle parti per sei mesi, senza che vi si opponga alcun impedimento, l’istanza va in perenzione. La legge particolare può stabilire altri termini per la perenzione.

can. 1521 La perenzione ha effetto per il diritto stesso e contro tutti, anche minorenni o ad essi equiparati, e deve anche essere dichiarata d’ufficio, salvo il diritto di chiedere indennità contro i tutori, curatori, amministratori, procuratori, i quali non abbiano dimostrato di non averne colpa.

can. 1522 La perenzione estingue gli atti del processo, ma non gli atti della causa; anzi questi possono avere valore anche in una successiva istanza, purché essa si svolga tra le stesse persone e sullo stesso oggetto; ma per ciò che riguarda gli estranei, non hanno altro valore se non di documenti.

can. 1523 Le spese del giudizio andato in perenzione sono rispettivamente a carico di ciascuno dei contendenti nella misura in cui furono fatte dai medesimi.

can. 1524 § 1. In qualunque stadio e grado del giudizio l’attore può rinunciare all’istanza; anzi sia l’attore sia la parte convenuta possono rinunciare agli atti del processo, sia a tutti sia ad alcuni soltanto. § 2. Tutori e amministratori di persone giuridiche, perché possano rinunciare all’istanza necessitano del parere o del consenso di coloro dei quali è richiesto il concorso per porre atti che eccedono i limiti dell’amministrazione ordinaria. § 3. Per essere valida la rinuncia deve essere fatta per iscritto e deve essere sottoscritta dalla parte o dal suo procuratore, che sia tuttavia munito di mandato speciale, deve essere comunicata all’altra parte e da essa accettata o almeno non impugnata, e deve essere ammessa dal giudice.

can. 1525 La rinuncia ammessa dal giudice, per gli atti ai quali si ha rinunciato, ottiene gli stessi effetti della perenzione dell’istanza, e obbliga il rinunciante a pagare le spese degli atti cui ha rinunciato.

Titolo IV. Le prove (cann. 1526-1586)

can. 1526 § 1. L’incombenza di fornire le prove tocca a chi asserisce. § 2. Non necessitano di prova: 1) ciò che dalla legge stessa si presume; 2) i fatti asseriti da uno dei contendenti ed ammessi dall’altro, a meno che ciò nonostante la prova sia esigita dal diritto o dal giudice.

can. 1527 § 1. Possono essere addotte prove di qualunque genere, che sembrino utili per esaminare la causa e siano lecite. § 2. Se una parte fa istanza perché una prova rifiutata dal giudice venga ammessa, il giudice definisca la cosa con la massima celerità.

can. 1528 Se una parte o un testimone si rifiutano di comparire per rispondere avanti al giudice, è consentito udirli anche tramite un laico designato dal giudice, o richiedere la loro deposizione avanti a un pubblico notaio o in qualunque altro modo legittimo.

can. 1529 Il giudice non proceda a raccogliere le prove prima della contestazione della lite se non per una causa grave.

Capitolo I. Le dichiarazioni delle parti (cann. 1530-1538)

can. 1530 Il giudice per scoprire più adeguatamente la verità può sempre interrogare le parti; anzi lo deve fare su istanza di una parte o per provare un fatto sul quale è di pubblico interesse togliere ogni dubbio.

can. 1531 § 1. La parte legittimamente interrogata deve rispondere e dire integralmente la verità. § 2. Che se si rifiuta di rispondere, spetta al giudice valutare che cosa se ne può dedurre per la prova dei fatti.

can. 1532 Nei casi in cui è in causa il bene pubblico, il giudice faccia fare alle parti il giuramento di dire la verità o almeno di avere detto la verità, a meno che una causa grave non suggerisca altro; negli altri casi può farlo a sua prudente discrezione.

can. 1533 Le parti, il promotore di giustizia e il difensore del vincolo possono presentare al giudice dei punti sui quali la parte sia interrogata.

can. 1534 Circa l’interrogatorio delle parti si osservino proporzionalmente le regole stabilite per i testimoni nei cann. 1548, § 2, n. 1, 1552 e 1558-1565.

can. 1535 L’asserzione di un qualche fatto circa la materia stessa del giudizio, resa per iscritto o oralmente da una parte contro di sé avanti al giudice competente, sia spontaneamente sia a domanda del giudice, è una confessione giudiziale.

can. 1536 § 1. La confessione giudiziale di una parte, se si tratta di un qualche affare privato e non è in causa il bene pubblico, libera le altre parti dall’onere della prova. § 2. Nelle cause poi che riguardano il bene pubblico la confessione giudiziale e le dichiarazioni delle parti che non siano confessioni, possono aver forza probante, da valutarsi dal giudice insieme a tutte le altre circostanze della causa, ma non si può attribuire loro forza di prova piena se non si aggiungano altri elementi ad avvalorarle in modo definitivo.

can. 1537 Spetta al giudice, soppesate tutte le circostanze, decidere qual valore dare alla confessione extragiudiziale prodotta in giudizio.

can. 1538 La confessione o qualsiasi altra dichiarazione della parte manca assolutamente di forza probante se consti che essa fu pronunciata per errore di fatto o fu estorta con la violenza o con timore grave.

Capitolo II. Prova documentale (cann. 1539-1546)

can. 1539 In ogni genere di giudizio è ammessa la prova per via di documenti sia pubblici sia privati.

Articolo 1. Natura e forza probante dei documenti (cann. 1540-1543)

can. 1540 § 1. Sono documenti pubblici ecclesiastici quelli rilasciati da una persona pubblica nell’esercizio del suo incarico nella Chiesa, osservate le formalità stabilite nel diritto. § 2. Sono documenti pubblici civili quelli che sono ritenuti tali secondo le leggi di ciascun luogo. § 3. Tutti gli altri documenti sono privati.

can. 1541 Salvo che non si dimostri altro con argomenti contrari ed evidenti, i documenti pubblici fanno fede di ciò che in essi è direttamente e principalmente affermato.

can. 1542 Il documento privato, sia riconosciuto dalla parte, sia ammesso dal giudice, ha contro il suo autore o chi l’ha sottoscritto e gli aventi causa da essi la stessa forza probante della confessione extragiudiziale; contro estranei ha la stessa forza probante delle dichiarazioni delle parti che non siano confessioni, a norma del can. 1536, § 2.

can. 1543 Se i documenti appaiono cancellati, corretti, interpolati o guasti per altro difetto, spetta al giudice decidere se ed in qual conto tali documenti si debbano tenere.

Articolo 2. Produzione dei documenti (cann. 1544-1546)

can. 1544 I documenti non hanno forza probante in giudizio, se non siano originali o esibiti in esemplare autentico e consegnati alla cancelleria del tribunale, perché possano essere esaminati dal giudice e dalla parte avversa.

can. 1545 Il giudice può ordinare che sia esibito nel processo un documento comune ad entrambe le parti.

can. 1546 § 1. Nessuno è tenuto a produrre documenti, anche se comuni, che non possono essere esibiti senza pericolo di danno a norma del can. 1548, § 2, n. 2, o senza pericolo di violazione del segreto che si deve mantenere. § 2. Se tuttavia è possibile descrivere almeno una piccola parte del documento o produrla in esemplare senza gli inconvenienti menzionati, il giudice può ordinarne l’esibizione.

Capitolo III. Testimoni e testimonianze (cann. 1547-1573)

can. 1547 In qualsiasi causa è ammessa la prova tramite testimoni, sotto la direzione del giudice.

can. 1548 § 1. I testimoni devono confessare la verità al giudice che legittimamente li interroghi. § 2. Salvo il disposto del can. 1550, § 2, n. 2, sono liberati dal dovere di rispondere: 1) i chierici per quanto fu loro manifestato in ragione del sacro ministero; i pubblici magistrati, i medici, le ostetriche, gli avvocati, i notai e altri che sono tenuti al segreto d’ufficio anche in ragione del consiglio dato, per quanto riguarda gli affari soggetti a questo segreto; 2) coloro che dalla propria testimonianza temano per sé o per il il coniuge o per i consanguinei o gli affini più vicini infamia, pericolosi maltrattamenti o altri gravi mali.

Articolo 1. Chi può essere testimone (cann. 1549-1550)

can. 1549 Tutti possono essere testimoni, a meno che non siano espressamente riprovati dal diritto in tutto o in parte.

can. 1550 § 1. Non siano ammessi a fare da testimone i minori al di sotto dei quattordici anni e i deboli di mente; potranno tuttavia essere uditi per decreto del giudice, con il quale se ne dichiari l’opportunità. § 2. Si reputano incapaci: 1) le parti in causa o coloro che compaiono in giudizio a loro nome, il giudice o i suoi assistenti, l’avvocato e gli altri che assistono o abbiano assistito le parti nella stessa causa; 2) i sacerdoti per quanto concerne tutto ciò che fu loro rivelato nella confessione sacramentale, anche se il penitente ne richieda la manifestazione; anzi, tutto ciò che da chiunque ed in qualunque modo fu udito in occasione della confessione non può essere recepito neppure come indizio di verità.

Articolo 2. Presentazione ed esclusione dei testimoni (cann. 1551-1557)

can. 1551 La parte che ha fatto venire in giudizio un testimone può rinunciare alla sua escussione; ma la parte avversa può chiedere che ciononostante il teste sia interrogato.

can. 1552 § 1. Quando si chiede la prova tramite testimoni, siano indicati al tribunale i loro nomi e il domicilio. § 2. Si esibiscano, entro il termine stabilito dal giudice, i punti degli argomenti sui quali si chiede l’interrogatorio dei testimoni; altrimenti si ritenga abbandonata la richiesta.

can. 1553 Spetta al giudice limitare il numero troppo grande di testimoni.

can. 1554 Prima che i testimoni siano interrogati, dei loro nominativi siano informate le parti; che se ciò, a prudente valutazione del giudice non sia possibile senza grave difficoltà, lo si faccia almeno prima della pubblicazione delle deposizioni testimoniali.

can. 1555 Fermo restando il disposto del can. 1550, una parte può chiedere che un testimone sia escluso, se sia dimostrata una giusta causa per l’esclusione prima dell’escussione del medesimo.

can. 1556 La citazione del testimone avviene con un decreto del giudice legittimamente notificato.

can. 1557 Il testimone regolarmente citato compaia o renda nota al giudice la causa della sua assenza.

Articolo 3. L’esame dei testimoni (cann. 1558-1571)

can. 1558 § 1. I testimoni devono essere interrogati nella sede stessa del tribunale, salvo diverso parere del giudice. § 2. I Cardinali, i Patriarchi, i Vescovi e quelli che secondo il diritto del loro paese godono di egual beneficio, siano uditi nel luogo scelto da essi stessi. § 3. Il giudice decida dove devono essere uditi coloro ai quali, per la distanza, la malattia o altro impedimento, sia impossibile o difficile raggiungere la sede del tribunale, ferme restando le disposizioni dei cann. 1418 e 1469, § 2.

can. 1559 Le parti non possono assistere all’esame dei testimoni, a meno che il giudice non abbia ritenuto di doverle ammettere. Possono tuttavia assistervi i loro avvocati o procuratori, a meno che il giudice per circostanze di cose e di persone non abbia ritenuto doversi procedere in segreto.

can. 1560 § 1. I testimoni devono essere esaminati uno ad uno separatamente. § 2. Se i testimoni sono discordi in cosa grave tra di loro o con una parte, il giudice può riunire tra loro o mettere a confronto coloro che sono in contraddizione, rimossi, per quanto è possibile, dissidi e scandalo.

can. 1561 L’esame del testimone viene fatto dal giudice, o da un suo delegato o uditore, che deve essere assistito dal notaio; di conseguenza le parti, il promotore di giustizia, il difensore del vincolo, o gli avvocati che intervengano nell’esame, se hanno altre domande da fare al testimone, queste non le facciano al testimone ma al giudice o a chi ne fa le veci, perché le rivolga lui stesso, salvo la legge particolare non disponga altrimenti.

can. 1562 § 1. Il giudice ricordi al teste il grave obbligo di dire tutta e sola la verità. § 2. Il giudice faccia giurare il testimone secondo il can. 1532; che se il testimone si rifiuti di prestarlo, lo ascolti senza che abbia giurato.

can. 1563 Il giudice comprovi innanzitutto l’identità del testimone; domandi quale rapporto egli abbia con le parti, e facendogli specifiche domande sulla causa, lo interroghi anche sulle fonti della sua conoscenza e quando precisamente seppe le cose che asserisce.

can. 1564 Le domande siano brevi, appropriate all’intelligenza di colui che deve essere interrogato, non includano più elementi insieme, non siano cavillose, non siano subdole, non suggeriscano la risposta, escludano qualunque offesa e riguardino la causa di cui si tratta.

can. 1565 § 1. Non si comunichino in precedenza ai testimoni le domande. § 2. Se tuttavia la materia su cui si deve deporre sia così lontana nella memoria da non poter essere affermata con certezza dal testimone senza essergli precedentemente richiamata, il giudice, quando ritenga che lo si possa fare senza pericolo, prevenga il testimone su qualche particolare.

can. 1566 I testimoni facciano la testimonianza a voce, senza leggere, a meno che non si tratti di dati numerici o di conti; in tal caso potranno consultare gli appunti che abbiano portato con sé.

can. 1567 § 1. La risposta deve essere immediatamente redatta per iscritto dal notaio e deve riferire le stesse parole della testimonianza prodotta, almeno per quanto concerne direttamente la materia del giudizio. § 2. Può essere ammesso l’uso del magnetofono, purché le risposte siano successivamente trascritte e firmate, se possibile, da coloro che hanno deposto.

can. 1568 Il notaio riferisca in atti sul giuramento fatto, dispensato o rifiutato, sulla presenza delle parti, sulle domande aggiunte d’ufficio e in genere su tutti i fatti degni di menzione eventualmente accaduti durante l’escussione dei testimoni.

can. 1569 § 1. Al termine dell’interrogatorio deve essere letto al testimone quanto della sua deposizione il notaio redasse per iscritto o fargli ascoltare al magnetofono ciò che fu registrato, concedendogli facoltà di aggiungere, sopprimere, correggere e variare. § 2. Infine il testimone, il giudice e il notaio devono sottoscrivere l’atto.

can. 1570 I testimoni, benché già esaminati, potranno, ad istanza della parte o d’ufficio, prima che gli atti o le testimonianze siano pubblicate, essere nuovamente chiamati a testimoniare, se il giudice lo ritenga necessario o vantaggioso, purché non vi sia pericolo di qualsiasi segreta intesa o di curruzione.

can. 1571 Ai testimoni, secondo un’equa tassazione stabilita dal giudice, si devono rifondere sia le spese fatte sia il guadagno che essi persero per rendere la testimonianza.

Articolo 4. Forza probante delle testimonianze (cann. 1572-1573)

can. 1572 Nella valutazione delle testimonianze, il giudice, dopo aver richiesto, se necessario, lettere testimoniali, prenda in considerazione: 1) quale sia la condizione e l’onestà della persona; 2) se la testimonianza è fatta per conoscenza propria, soprattutto per aver veduto o udito personalmente, oppure in base alla propria opinione, per fama o per averlo udito da altri; 3) se il testimone sia costante e fermamente coerente con se stesso, oppure sia variabile, insicuro o dubbioso; 4) se abbia contestimoni su quanto ha deposto, e sia confermato o no da altri elementi di prova.

can. 1573 La deposizione di un solo testimone non può fare fede piena, a meno che non si tratti di un testimone qualificato che deponga su cose fatte d’ufficio, o le circostanze di cose e di persone suggeriscano altro.

Capitolo IV. I periti (cann. 1574-1581)

can. 1574 Ci si deve servire dell’opera dei periti, ogniqualvolta, secondo il disposto del diritto o del giudice è necessario il loro esame o il parere, fondato sulle regole della pratica e della scienza, per provare qualche fatto o per conoscere la vera natura di una qualche cosa.

can. 1575 Spetta al giudice nominare i periti, udite le parti o su loro proposta, oppure, se del caso, accettare relazioni già fatte da altri periti.

can. 1576 I periti vengono esclusi o possono essere ricusati per le stesse cause per le quali sono esclusi o ricusati i testimoni.

can. 1577 § 1. Il giudice, atteso quanto i contendenti abbiano eventualmente prodotto, definisca con suo decreto i singoli punti sui quali si deve svolgere l’opera del perito. § 2. Al perito devono essere trasmessi gli atti di causa e gli altri documenti e sussidi di cui può aver bisogno per eseguire correttamente e fedelmente il suo compito. § 3. Il giudice, udito il perito stesso, stabilisca il tempo entro il quale dovrà essere espletato l’esame e presentata la relazione.

can. 1578 § 1. I periti facciano ciascuno la propria relazione distinta da quella degli altri, a meno che il giudice non ordini che se ne faccia una sola che i singoli periti dovranno sottoscrivere; se ciò avvenga, si annotino diligentemente le differenze dei pareri, se ce ne fossero. § 2. I periti devono indicare con chiarezza con quali documenti o in quali altri modi idonei abbiano accertato l’identità delle persone, delle cose o dei luoghi, secondo quale metodo e criterio abbiano proceduto nell’espletare il compito loro richiesto, e soprattutto su quali argomenti si fondino le loro conclusioni. § 3. Il perito può essere convocato dal giudice perché fornisca le spiegazioni che sembrino ulteriormente necessarie.

can. 1579 § 1. Il giudice valuti attentamente non soltanto le conclusioni dei periti, anche se concordi, ma tutte le altre circostanze della causa. § 2. Quando espone le ragioni della decisione, deve esprimere quali argomenti lo hanno indotto ad ammettere o a respingere le conclusioni dei periti.

can. 1580 Ai periti devono essere pagate le spese e gli onorari, che il giudice deve stabilire secondo onestà e giustizia, osservato il diritto particolare.

can. 1581 § 1. Le parti possono designare periti privati, i quali devono essere approvati dal giudice. § 2. Questi, se il giudice li ammette, possono esaminare, nella misura in cui sia necessario, gli atti di causa, e prendere parte all’esecuzione della perizia; possono poi sempre presentare la loro relazione.

Capitolo V. Accesso e ispezione giudiziaria (cann. 1582-1583)

can. 1582 Se per la definizione della causa il giudice ritiene opportuno di recarsi in qualche luogo o d’ispezionare qualche cosa, lo stabilisca con un decreto, con cui descriva sommariamente, dopo aver udite le parti, tutto ciò che nell’ispezione deve essergli messo a disposizione.

can. 1583 Dell’ispezione fatta si rediga uno strumento.

Capitolo VI. Le presunzion (cann. 1584-1586)

can. 1584 La presunzione è la deduzione probabile da un fatto certo di una cosa incerta; è detta iuris la presunzione che viene stabilita dalla legge stessa; è detta hominis quella che è formulata dal giudice.

can. 1585 Chi ha dalla sua parte una presunzione iuris, viene liberato dall’onere della prova, che ricade sulla parte avversa.

can. 1586 Il giudice non formuli presunzioni, che non sono stabilite dal diritto, se non sulla base di un fatto certo e determinato, direttamente connesso con il fatto che è oggetto della controversia.

Titolo V. Le cause incidentali (cann. 1587-1597)

can. 1587 Si ha una causa incidentale ogni qualvolta, cominciato il giudizio con la citazione, viene proposta una questione, la quale, benché non contenuta espressamente nel libello introduttorio della lite, risulta tuttavia così pertinente alla causa da dover essere per lo più risolta prima della questione principale.

can. 1588 La causa incidentale si propone per iscritto o a voce, indicato il nesso che intercorre tra essa e la causa principale, avanti al giudice competente a decidere la causa principale.

can. 1589 § 1. Il giudice, accolta la domanda e udite le parti, decida con la massima celerità se la questione incidentale proposta sembri aver fondamento ed essere connessa al giudizio principale, oppure se la si debba respingere fin da principio; e, posto che l’ammetta, se sia di tal gravità da dover essere risolta con sentenza interlocutoria oppure con decreto. § 2. Se poi giudichi non doversi risolvere la questione incidentale prima della sentenza definitiva, stabilisca che di essa si tenga conto quando si deciderà la causa principale.

can. 1590 § 1. Se la questione incidentale deve essere risolta con sentenza, si osservino le norme circa il processo contenzioso orale, a meno che il giudice non ritenga diversamente, attesa la gravità della cosa. § 2. Se poi la questione incidentale deve essere risolta con decreto, il tribunale può affidare la cosa a un uditore o al presidente.

can. 1591 Prima che si concluda la causa principale il giudice o il tribunale possono, intervenendo una ragione giusta, revocare o riformare il decreto o la sentenza interlocutoria, sia ad istanza di una parte, sia d’ufficio, udite le parti.

Capitolo I. Le parti che non si presentano in giudizio (cann. 1592-1595)

can. 1592 § 1. Se la parte convenuta citata non si presentò in giudizio né scusò idoneamente la sua assenza, o non rispose a norma del can. 1507, § 1, il giudice la dichiari assente dal giudizio e decida che la causa, osservato quanto è prescritto, proceda fino a sentenza definitiva e alla sua esecuzione. § 2. Prima che si emani il decreto di cui al § 1, deve constare, anche a mezzo di una nuova citazione se è necessario, che la citazione legittimamente fatta pervenne in tempo utile alla parte convenuta.

can. 1593 § 1. La parte convenuta se in seguito si presenti in giudizio o abbia risposto prima della decisione della causa, può addurre conclusioni e prove, fermo restando il disposto del can. 1600; il giudice eviti però che il giudizio si protragga di proposito con ritardi troppo lunghi e non necessari. § 2. Benché non si sia presentata in giudizio né abbia risposto prima della decisione della causa, può servirsi delle impugnazioni contro la sentenza; se poi provi di essere stata trattenuta da un legittimo impedimento, che senza sua colpa non le fu possibile dimostrare, può anche servirsi della querela di nullità.

can. 1594 Se l’attore non comparve nel giorno ed ora fissati per la contestazione della lite né addusse idonea scusa: 1) il giudice lo citi una seconda volta; 2) se l’attore non obbedì alla nuova citazione, si presume abbia rinunciato all’istanza a norma dei cann. 1524-1525; 3) se in seguito voglia intervenire nel processo, si osservi il can. 1593.

can. 1595 § 1. La parte assente dal giudizio, sia l’attore sia il convenuto, che non abbia dimostrato di avere un giusto impedimento, è obbligata sia a pagare le spese della lite che furono fatte a motivo della sua assenza, sia anche, se necessario, a indennizzare l’altra parte. § 2. Se l’attore e il convenuto furono assenti dal giudizio, sono in solido tenuti all’obbligo di pagare le spese della lite.

Capitolo II. L’intervento di un terzo nella causa (cann. 1596-1597)

can. 1596 § 1. Chi ne abbia interesse può essere ammesso ad intervenire nella causa, in qualunque istanza della lite, sia come parte a difendere il proprio diritto, sia accessoriamente ad aiutare una delle parti contendenti. § 2. Ma per essere ammesso deve presentare al giudice prima della conclusione della causa un libello, in cui brevemente dimostri il proprio diritto d’intervenire. § 3. Chi interviene nella causa deve essere ammesso in quello stadio in cui essa si trova, dopo avergli assegnato un termine breve e perentorio per presentare le sue prove, se la causa sia giunta alla fase probatoria.

can. 1597 Il giudice, udite le parti, deve chiamare in giudizio un terzo, del quale sembri necessario l’intervento.

Titolo VI. La pubblicazione degli atti, la conclusione in causa e la discussione della causa (cann. 1598-1606)

can. 1598 § 1. Acquisite le prove, il giudice con decreto deve permettere alle parti e ai loro avvocati, sotto pena di nullità, di prendere visione degli atti loro ancora sconosciuti presso la cancelleria del tribunale; anzi agli avvocati che lo chiedano si può anche dare copia degli atti; ma nelle cause che riguardano il bene pubblico il giudice, per evitare pericoli gravissimi, può decidere, garantendo tuttavia sempre ed integralmente il diritto alla difesa, che qualche atto non sia fatto conoscere a nessuno. § 2. Per completare le prove le parti possono presentarne altre al giudice; acquisite le quali, se necessario a parere del giudice, avrà nuovamente luogo il decreto di cui al § 1.

can. 1599 § 1. Espletato tutto quanto riguarda le prove da produrre, si addiviene alla conclusione in causa. § 2. Questa conclusione si ha ogniqualvolta o le parti dichiarano di non aver null’altro da addurre, o il tempo utile stabilito dal giudice per produrre le prove è trascorso, o il giudice dichiara di ritenere sufficientemente istruita la causa. § 3. Sulla compiuta conclusione in causa, in qualunque modo essa sia avvenuta, il giudice emetta un decreto.

can. 1600 § 1. Dopo la conclusione in causa il giudice può convocare ancora gli stessi o altri testimoni, oppure ordinare altre prove che in precedenza non furono richieste, soltanto: 1) nelle cause in cui si tratta del solo bene privato delle parti, se tutte le parti vi consentano; 2) nelle altre cause, udite le parti e purché vi sia una ragione grave e venga rimosso qualsiasi pericolo di frode o di subornazione; 3) in tutte le cause, ogni qualvolta è probabile che, se la nuova prova non sia ammessa, si avrà una sentenza ingiusta per le ragioni di cui al can. 1645, § 2, nn. 1-3. § 2. Il giudice può inoltre ordinare o ammettere che sia prodotto un documento, che, senza colpa dell’interessato, non potè essere prodotto in precedenza. § 3. Le nuove prove siano pubblicate, osservato il can. 1598, § 1.

can. 1601 Fatta la conclusione in causa, il giudice stabilisca un congruo spazio di tempo per presentare le difese e le osservazioni.

can. 1602 § 1. Difese e osservazioni siano scritte, a meno che il giudice, d’accordo con le parti, non reputi sufficiente il dibattimento durante la seduta del tribunale. § 2. Se le difese con i documenti principali vengono stampati, è richiesta la licenza previa del giudice, salvo l’obbligo del segreto se ve ne sia alcuno. § 3. Per l’ampiezza della difesa, il numero degli esemplari ed altri particolari del genere, si osservi il regolamento del tribunale.

can. 1603 § 1. Comunicate vicendevolmente le difese e le osservazioni, all’una e all’altra parte è consentito presentare delle risposte entro un breve spazio di tempo stabilito dal giudice. § 2. Le parti abbiano questo diritto una sola volta, a meno che al giudice per una causa grave non sembri lo si debba concedere un’altra volta; in tal caso allora la concessione fatta ad una parte si intende fatta anche all’altra. § 3. Il promotore di giustizia e il difensore del vincolo hanno diritto di replicare nuovamente alle risposte delle parti.

can. 1604 § 1. È assolutamente proibito alle parti, ai loro avvocati o anche ad altri di dare al giudice informazioni, che rimangano fuori dagli atti di causa. § 2. Se la discussione della causa è fatta per iscritto, il giudice può stabilire che vi sia durante la seduta del tribunale un moderato dibattimento orale per mettere in chiaro alcune questioni.

can. 1605 Al dibattimento orale di cui ai cann. 1602, § 1 e 1604, § 2, sia presente il notaio al fine di riferire immediatamente per iscritto, se il giudice lo ordini o la parte lo chieda; il giudice acconsenta, sulle cose discusse e decise.

can. 1606 Se le parti abbiano trascurato di preparare in tempo utile la loro difesa o si rimettano alla scienza e coscienza del giudice, questi, se dagli atti e da quanto è stato dimostrato ritenga palesemente provata la causa, potrà immediatamente pronunciare la sentenza, dopo aver tuttavia richiesto le osservazioni del promotore di giustizia e del difensore del vincolo, se intervengono nel giudizio.

Titolo VII. I pronunciamenti del giudice (cann. 1607-1618)

can. 1607 La causa trattata per via giudiziaria, se è principale viene decisa dal giudice con sentenza definitiva; se è incidentale con sentenza interlocutoria, fermo restando il disposto del can. 1589, § 1.

can. 1608 § 1. Per pronunciare una sentenza qualsiasi si richiede nell’animo del giudice la certezza morale su quanto deve decidere con essa. § 2. Il giudice deve attingere questa certezza dagli atti e da quanto è stato dimostrato. § 3. Il giudice deve poi valutare le prove secondo la sua coscienza, ferme restando le disposizioni della legge su l’efficacia di talune prove. § 4. Il giudice che non abbia potuto conseguire quella certezza, sentenzi che non consta del diritto dell’attore e prosciolga il convenuto, a meno che non si tratti di una causa che gode il favore del diritto, nel qual caso si deve pronunciare a favore della medesima.

can. 1609 § 1. Nel tribunale collegiale, il presidente del collegio stabilisca il giorno e l’ora in cui i giudici devono ritrovarsi per la decisione, e salvo una causa peculiare non suggerisca altrimenti, la riunione si tenga nella sede stessa del tribunale. § 2. Fissata la data della riunione, i singoli giudici portino per iscritto le loro conclusioni in merito alla causa e le ragioni sia in diritto sia in fatto, sulla base delle quali sono pervenuti alle rispettive conclusioni; queste conclusioni, da mantenere sotto segreto, siano allegate agli atti di causa. § 3. Dopo aver invocato il nome di Dio, esposte per ordine le conclusioni dei singoli secondo la precedenza, in modo tuttavia che si abbia sempre inizio con il ponente o relatore della causa, si apra la discussione sotto la guida del presidente del tribunale, soprattutto per concordare insieme ciò che si deve stabilire nella parte dispositiva della sentenza. § 4. Nella discussione poi a ciascuno è permesso di recedere dalla sua precedente conclusione. Il giudice tuttavia se non intende accedere alla decisione degli altri può esigere che, se vi sia l’appello, le sue conclusioni siano trasmesse al tribunale superiore. § 5. Che se i giudici o non vogliono o non possono addivenire a sentenza nella prima discussione, la decisione può essere differita ad una nuova riunione da tenersi non oltre una settimana, a meno che a norma del can. 1600 non si debba completare l’istruttoria della causa.

can. 1610 § 1. Se il giudice è unico scriverà lui stesso la sentenza. § 2. Nel tribunale collegiale è il ponente o relatore a scrivere la sentenza, desumendo le motivazioni da quelle addotte dai singoli giudici durante la discussione, a meno che i giudici a maggioranza non abbiano stabilito le motivazioni da preferirsi; la sentenza infine dovrà essere sottoposta alla approvazione dei singoli giudici. § 3. La sentenza deve essere pubblicata non oltre un mese dal giorno in cui la causa fu decisa, a meno che, nel tribunale collegiale, i giudici per una grave ragione non abbiano stabilito un tempo più lungo.

can. 1611 La sentenza deve: 1 definire la controversia discussa avanti al tribunale, dando una congrua risposta ai singoli dubbi; 2) determinare quali siano gli obblighi delle parti sorti dal giudizio, e in quale modo debbano essere adempiuti; 3) esporre le ragioni ossia i motivi, in diritto e in fatto, sui quali si fonda la parte dispositiva della sentenza; 4) decidere sulle spese processuali.

can. 1612 § 1. È necessario che la sentenza, dopo l’invocazione del Nome di Dio, esprima per ordine quale sia il giudice o il tribunale; chi sia l’attore, la parte convenuta, il procuratore, indicandone correttamente i nominativi e i domicili, chi sia il promotore di giustizia e il difensore del vincolo, se ebbero parte nel giudizio. § 2. Deve quindi riferire brevemente la fattispecie con le conclusioni delle parti e la formulazione dei dubbi. § 3. A queste cose faccia seguito la parte dispositiva della sentenza, premesse le ragioni sulle quali si regge. § 4. Si chiuda con l’indicazione del giorno e del luogo in cui fu pronunciata, con le firme del giudice, o, se il tribunale è collegiale, di tutti i giudici e del notaio.

can. 1613 Le regole sopra riferite circa la sentenza definitiva, devono essere adattate anche all’interlocutoria.

can. 1614 La sentenza sia al più presto pubblicata, indicati i modi secondo i quali la si può impugnare; essa non ha alcun valore prima della pubblicazione, anche se la parte dispositiva, permettendolo il giudice, fu resa nota alle parti.

can. 1615 La pubblicazione o intimazione della sentenza può avvenire o dandone un esemplare alle parti o ai loro procuratori, oppure trasmettendo ai medesimi l’esemplare stesso a norma del can. 1509.

can. 1616 § 1. Se nel testo della sentenza sia sfuggito un errore di calcolo o vi sia stato un errore materiale nella trascrizione della parte dispositiva oppure nel riferire i fatti o le petizioni delle parti o sia stato omesso quanto richiede il can. 1612, § 4, la sentenza deve essere corretta o completata dal tribunale stesso che l’ha emanata, sia ad istanza della parte sia d’ufficio, udite tuttavia le parti e con decreto apposto in calce alla sentenza. § 2. Se una delle parti fa opposizione, la questione incidentale sia definita per decreto.

can. 1617 Tutti gli altri pronunciamenti del giudice oltre alla sentenza, sono decreti, che, salvo non siano mere ordinanze, non hanno valore, se non esprimano almeno sommariamente i motivi oppure rinviino ai motivi espressi in un altro atto.

can. 1618 La sentenza interlocutoria o il decreto hanno valore di sentenza definitiva se impediscono il giudizio o pongono fine al giudizio stesso o ad un grado di esso, nei riguardi di almeno una delle parti in causa.

Titolo VIII. Impugnazione della sentenza (cann. 1619-1640)

Capitolo I. Querela di nullità contro la sentenza (cann. 1619-1627)

can. 1619 Fermi restando i cann. 1622 e 1623, la nullità degli atti stabilita dal diritto positivo, che pur essendo nota alla parte proponente la querela non fu denunziata al giudice prima della sentenza, si considera sanata per mezzo della sentenza stessa ogniqualvolta si tratta di una causa relativa al bene di privati.

can. 1620 La sentenza è viziata da nullità insanabile se: 1) fu emessa da un giudice incompetente d’incompetenza assoluta; 2) fu emessa da un giudice privo della potestà di giudicare nel tribunale dove la causa fu decisa; 3) fu emessa da un giudice a ciò coatto gravemente con violenza o timore grave; 4) il giudizio fu fatto senza la domanda giudiziale di cui al can. 1501, oppure non fu istituito contro una parte convenuta; 5) fu emessa tra parti, di cui almeno una non aveva capacità di stare in giudizio; 6) qualcuno agì in nome di un altro senza legittimo mandato; 7) all’una o all’altra parte si negò il diritto alla difesa; 8) non definì la controversia, neppure parzialmente.

can. 1621 La querela di nullità, di cui al can. 1620, può essere proposta a modo di eccezione senza limiti di tempo, e a modo di azione avanti al giudice che emise la sentenza entro dieci anni a partire dal giorno della pubblicazione della sentenza.

can. 1622 La sentenza è viziata solo da nullità sanabile, se: 1) fu emessa da un numero non legittimo di giudici, contro il disposto del can. 1425, § 1; 2) non contiene i motivi o le ragioni della decisione; 3) manca delle firme prescritte dal diritto; 4) non riporta l’indicazione dell’anno, mese, giorno e luogo in cui fu emessa; 5) si regge su un atto giudiziale nullo o non sanato a norma del can. 1619; 6) fu emessa contro una parte legittimamente assente, secondo il can. 1593, § 2.

can. 1623 La querela di nullità nei casi di cui al can. 1622, può essere proposta entro tre mesi dalla notizia della pubblicazione della sentenza.

can. 1624 Esamina la querela di nullità lo stesso giudice che ha emesso la sentenza; che se la parte tema che il giudice che ha emesso la sentenza impugnata con la querela di nullità sia prevenuto e pertanto lo ritenga sospetto, può esigere che sia sostituito da un altro giudice a norma del can. 1450.

can. 1625 La querela di nullità può essere proposta insieme all’appello, entro il termine stabilito per appellare.

can. 1626 § 1. Possono interporre querela di nullità non solo le parti che si ritengono onerate, ma anche il promotore di giustizia o il difensore del vincolo ogniqualvolta hanno diritto d’intervenire. § 2. Il giudice stesso può ritrattare d’ufficio la propria sentenza nulla o correggerla entro il termine stabilito per agire dal can. 1623, a meno che nel frattempo non sia stato interposto appello insieme alla querela di nullità o la nullità sia stata sanata per il decorso del termine di cui al can. 1623.

can. 1627 Le cause sulla querela di nullità possono essere trattate secondo le norme del processo contenzioso orale.

Capitolo II. L’appello (cann. 1628-1640)

can. 1628 La parte che si considera onerata da una sentenza, e parimenti il promotore di giustizia e il difensore del vincolo nelle cause in cui la loro presenza è richiesta, hanno diritto di appellare contro la sentenza avanti al giudice superiore, salvo il disposto del can. 1629.

can. 1629 Non si dà luogo all’appello: 1) contro una sentenza emessa dallo stesso Sommo Pontefice o dalla Segnatura Apostolica; 2) contro una sentenza nulla, salvo non lo si faccia congiuntamente alla querela di nullità a norma del can. 1625; 3) contro una sentenza passata in giudicato; 4) contro il decreto del giudice o una sentenza interlocutoria, che non abbiano valore di sentenza definitiva, a meno che non lo si faccia insieme all’appello contro la sentenza definitiva; 5 contro una sentenza o un decreto in una causa nella quale il diritto stabilisce si debba definire la questione con la massima celerità.

can. 1630 § 1. L’appello deve essere interposto avanti al giudice che ha emesso la sentenza, nel termine perentorio di quindici giorni utili dalla notizia della pubblicazione della sentenza. § 2. Se l’appello è fatto a voce, il notaio lo rediga per iscritto avanti allo stesso appellante.

can. 1631 Se insorge una questione sul diritto di appello, la esamini con la massima celerità il tribunale di appello secondo le norme del processo contenzioso orale.

can. 1632 § 1. Se nell’appello non è indicato a quale tribunale esso è diretto, si presume fatto al tribunale di cui ai cann. 1438 e 1439. § 2. Se l’altra parte ricorre ad un tribunale di appello diverso, esamina la causa il tribunale superiore in grado, salvo il can. 1415.

can. 1633 L’appello deve essere proseguito avanti al giudice al quale è diretto entro un mese dalla sua interposizione, a meno che il giudice che ha emesso la sentenza non abbia stabilito alla parte un tempo più lungo per la prosecuzione.

can. 1634 § 1. Per la prosecuzione dell’appello si richiede e basta che la parte invochi il ministero del giudice superiore perché corregga la sentenza impugnata, allegando copia di questa sentenza e indicando le ragioni dell’appello. § 2. Che se la parte non possa ottenere entro il tempo utile copia della sentenza impugnata dal tribunale che l’ha emessa, nel frattempo non decorrono i termini, e l’impedimento va segnalato al giudice di appello, il quale obbligherà con precetto il giudice che ha emesso la sentenza ad adempiere al più presto il suo dovere. § 3. Nel frattempo il giudice che ha emesso la sentenza deve trasmettere al giudice di appello gli atti a norma del can. 1474.

can. 1635 Trascorsi inutilmente i fatalia per l’appello sia avanti al giudice che ha emesso la sentenza sia avanti al giudice di appello, si ritiene abbandonato l’appello.

can. 1636 § 1. L’appellante può rinunciare all’appello con gli effetti di cui al can. 1525. § 2. Se l’appello fu interposto dal difensore del vincolo o dal promotore di giustizia, la rinuncia può essere fatta, a meno che la legge non stabilisca altrimenti, dal difensore del vincolo o dal promotore di giustizia del tribunale d’appello.

can. 1637 § 1. L’appello fatto dall’attore vale anche per il convenuto e viceversa. § 2. Se sono parecchi i convenuti o gli attori, e da uno o contro uno di essi soltanto viene impugnata la sentenza, l’impugnazione si considera fatta da tutti e contro tutti ogni qualvolta la cosa richiesta sia indivisibile o l’obbligo in solido. § 3. Se l’appello è interposto da una parte su un qualche capitolo della sentenza, la parte avversa, benché i fatalia per l’appello siano trascorsi, può incidentalmente appellare sugli altri capitoli entro il termine perentorio di quindici giorni dalla data in cui le fu notificato l’appello principale. § 4. Salvo non consti altro, l’appello si presume fatto contro tutti i capitoli della sentenza.

can. 1638 L’appello sospende l’esecuzione della sentenza.

can. 1639 § 1. Salvo il disposto del can. 1683, nel grado di appello non può essere ammessa una nuova causa per la domanda, neppure sotto forma di cumulazione per ragioni di utilità; pertanto la contestazione della lite può riferirsi esclusivamente alla conferma o alla riforma della prima sentenza in tutto o in parte. § 2. Nuove prove poi sono ammesse soltanto a norma del can. 1600.

can. 1640 Nel grado d’appello si deve procedere allo stesso modo che in prima istanza, salve le debite proporzioni; ma, se non si debbano eventualmente completare le prove, si addivenga alla discussione e alla sentenza immediatamente dopo la contestazione della lite fatta a norma dei cann. 1513, § 1 e 1639, § 1.

Titolo IX. La cosa giudicata e la restitutio in integrum (cann. 1641-1648)

Capitolo I. La cosa giudicata (cann. 1641-1644)

can. 1641 Fermo restando il disposto del can. 1643, la cosa passa in giudicato: 1) se tra le medesime parti ci furono due sentenze conformi sulla stessa richiesta e per lo stesso motivo; 2) se l’appello contro la sentenza non fu interposto entro il tempo utile; 3) se in grado di appello l’istanza andò perenta o si rinunciò ad essa; 4) se fu emessa una sentenza definitiva contro la quale non è dato appello a norma del can. 1629.

can. 1642 § 1. La cosa passata in giudicato gode della stabilità del diritto e non può essere direttamente impugnata se non a norma del can. 1645, § 1. § 2. La stessa fa legge tra le parti e permette un’azione di giudicato e un’eccezione di cosa giudicata, la quale può anche essere dichiarata d’ufficio dal giudice per impedire una nuova introduzione della stessa causa.

can. 1643 Le cause sullo stato delle persone, non escluse le cause per la separazione dei coniugi, non passano mai in giudicato.

can. 1644 § 1. Se furono emesse due sentenze conformi in una causa sullo stato delle persone, si può adire il tribunale di appello in qualsiasi momento, adducendo nuove e gravi prove o argomenti entro il termine perentorio di trenta giorni da quando l’impugnazione fu proposta. Il tribunale di appello poi entro un mese dalla presentazione delle nuove prove e degli argomenti deve stabilire con decreto se la nuova proposizione della causa si debba ammettere o no. § 2. L’appello al tribunale superiore per ottenere la nuova proposizione della causa non sospende l’esecuzione della sentenza a meno che la legge non stabilisca altrimenti oppure il tribunale d’appello non ordini la sospensione a norma del can. 1650, § 3.

Capitolo II. La restitutio in integrum (cann. 1645-1648)

can. 1645 § 1. Contro una sentenza che sia passata in giudicato, purché consti palesemente della sua ingiustizia, si dà la restitutio in integrum. § 2. Non si ritiene che consti palesemente l’ingiustizia, se non quando: 1) la sentenza si appoggia talmente a prove successivamente trovate false, che senza di esse la parte dispositiva della sentenza non regga; 2) furono in seguito scoperti documenti che dimostrano senza incertezza fatti nuovi e che esigono una decisione contraria; 3) la sentenza fu emessa per dolo di una parte e a danno dell’altra; 4) fu evidentemente trascurato il disposto di una legge che non sia semplicemente procedurale; 5) la sentenza va contro una precedente decisione passata in giudicato.

can. 1646 § 1. La restitutio in integrum per i motivi di cui al can. 1645, § 2, nn. 1-3, deve essere chiesta al giudice che ha emesso la sentenza entro tre mesi da computarsi a partire dal giorno in cui si venne a conoscenza degli stessi motivi. § 2. La restitutio in integrum per i motivi di cui al can. 1645, § 2, nn. 4 e 5, deve essere chiesta al tribunale di appello entro tre mesi dalla notizia della pubblicazione della sentenza; che se nel caso di cui al can. 1645, § 2, n. 5, la notizia della precedente decisione si abbia più tardi, il termine decorre da questa data. § 3. I termini di cui sopra non decorrono per tutto il tempo in cui la persona lesa è di età minore.

can. 1647 § 1. La richiesta di restitutio in integrum sospende l’esecuzione della sentenza non ancora intrapresa. § 2. Se tuttavia da probabili indizi ci sia il sospetto che la richiesta fu fatta per porre ritardi all’esecuzione, il giudice può decidere che la sentenza sia mandata ad esecuzione, assegnata tuttavia un’idonea cauzione a chi chiede la restitutio, sicché non abbia danni se questa gli sia concessa.

can. 1648 Concessa la restitutio in integrum il giudice deve sentenziare sul merito della causa.

Titolo X. Spese giudiziarie e gratuito patrocinio (can. 1649)

can. 1649 § 1. Il Vescovo, al quale spetta dirigere il tribunale, stabilisca norme per la propria diocesi o regione: 1) sulla condanna delle parti a pagare o compensare le spese del giudizio; 2) sugli onorari ai procuratori, avvocati, periti ed interpreti e sul rimborso spese ai testimoni; 3) sulla concessione del gratuito patrocinio o sulla riduzione delle spese; 4) sulla riparazione dei danni, dovuta da chi non soltanto perse la causa, ma la fece sconsideratamente; 5) sul deposito pecuniario o cauzione che deve essere fatto relativamente alle spese da pagare e ai danni da riparare § 2. Contro l’ordine relativo alle spese, gli onorari e la riparazione dei danni non si dà un appello distinto; la parte può tuttavia ricorrere entro quindici giorni allo stesso giudice, il quale potrà modificare la tassazione.

Titolo XI. L’esecuzione della sentenza (cann. 1650-1655)

can. 1650 § 1. La sentenza che passò in giudicato può essere mandata ad esecuzione, salvo il disposto del can. 1647. § 2. Il giudice che ha emesso la sentenza, e, se fu interposto appello, anche il giudice di appello, possono ordinare d’ufficio o ad istanza della parte l’esecuzione provvisoria di una sentenza che non sia ancora passata in giudicato, stabilite, se del caso, idonee cauzioni, qualora si tratti di provvedimenti o di prestazioni ordinate al necessario sostentamento oppure urga un’altra giusta causa. § 3. Che se la sentenza di cui al § 2 viene impugnata, il giudice che deve esaminare l’impugnazione, qualora veda che questa ha un fondamento probabile e che dalla esecuzione può insorgere un danno irreparabile, può sospendere la esecuzione oppure sottoporla a cauzione.

can. 1651 Non potrà avere luogo l’esecuzione prima che il giudice non abbia emesso il decreto esecutivo, con il quale si stabilisce che la sentenza stessa deve essere mandata ad esecuzione; questo decreto a seconda della diversa natura delle cause, sia incluso nel testo stesso della sentenza oppure sia edito separatamente.

can. 1652 Se l’esecuzione della sentenza esige prima un rendiconto, si ha una questione incidentale, da decidersi da quello stesso giudice che emise la sentenza da mandare ad esecuzione.

can. 1653 § 1. A meno che la legge particolare non stabilisca altro, deve mandare ad esecuzione la sentenza, personalmente o tramite altri, il Vescovo della diocesi in cui fu emessa la sentenza di primo grado. § 2. Che se questi non lo voglia fare o sia negligente, l’esecuzione spetta, ad istanza della parte interessata o anche d’ufficio, all’autorità cui è soggetto il tribunale di appello a norma del can. 1339, § 3. § 3. Per i religiosi l’esecuzione della sentenza spetta al Superiore che emise la sentenza da mandare ad esecuzione o delegò il giudice.

can. 1654 § 1. L’esecutore, salvo alcunché non sia lasciato al suo arbitrio dal tenore stesso della sentenza, deve mandare ad esecuzione la sentenza stessa, secondo il senso ovvio delle parole. § 2. Al medesimo è consentito di occuparsi delle eccezioni circa il modo e il valore dell’esecuzione, non però del merito della causa; che se fosse altrimenti edotto che la sentenza è nulla o palesemente ingiusta a norma dei cann. 1620, 1622 e 1645, si astenga dall’esecuzione, e rinvii la cosa al tribunale che ha emesso la sentenza, dopo averne informato le parti.

can. 1655 § 1. Per quanto concerne le azioni reali, ogniqualvolta sia aggiudicata all’attore una qualche cosa, questa deve essergli data non appena la causa passa in giudicato. § 2. Trattandosi poi di azioni personali, quando l’imputato fu condannato a dare una cosa mobile, o a pagare una somma di denaro oppure a dare o fare altro, il giudice nel tenore stesso della sentenza o l’esecutore a sua prudente discrezione stabilisca un termine per l’adempimento dell’obbligo, che tuttavia non dovrà esser ristretto al di sotto dei quindici giorni e non andare oltre sei mesi.

Sezione II. Il processo contenzioso orale (cann. 1656-1670)

can. 1656 § 1. Con processo contenzioso orale, di cui in questa sezione, possono essere trattate tutte le cause che il diritto non escluda, a meno che una parte non chieda il processo contenzioso ordinario. § 2. Se il processo orale sia usato al di fuori dei casi permessi dal diritto, gli atti giudiziari sono nulli.

can. 1657 § 1. Il processo contenzioso orale si svolge in primo grado avanti ad un giudice unico, a norma del can. 1424.

can. 1658 § 1. Il libello con cui s’introduce la lite, oltre alle esigenze enumerate nel can. 1504, deve: 1) esporre brevemente, in maniera integrale e con chiarezza, i fatti sui quali si fondano le richieste dell’attore; 2) indicare le prove con le quali l’attore intende dimostrare i fatti e che egli non può addurre contemporaneamente, in modo che possano essere immediatamente raccolte dal giudice. § 2. Al libello devono essere allegati, almeno in copia autentica, i documenti su cui si fonda la domanda.

can. 1659 § 1. Qualora il tentativo di riconciliazione a norma del can. 1446, § 2, si sia dimostrato inutile, il giudice, se ritiene che il libello abbia qualche fondamento, entro tre giorni, con un decreto apposto in calce al libello stesso, ordini che un esemplare della domanda sia reso noto alla parte convenuta, dando a questa facoltà di mandare, entro quindici giorni, alla cancelleria del tribunale una risposta scritta. § 2. Questa notificazione ha gli effetti della citazione giudiziaria, di cui al can. 1512.

can. 1660 Qualora le eccezioni della parte convenuta lo esigano, il giudice fissi un termine alla parte attrice per rispondere, così che dagli elementi addotti da entrambi egli abbia chiaro l’oggetto della controversia.

can. 1661 § 1. Trascorsi i termini di cui ai cann. 1659 e 1660, il giudice, visti gli atti, determini la formulazione del dubbio; quindi citi tutti coloro che devono comparire ad una udienza, da tenersi non oltre un mese, allegando per le parti la formulazione del dubbio. § 2. Nella citazione le parti siano informate che possono presentare un breve scritto al tribunale a comprovare le loro asserzioni, tre giorni almeno prima della udienza.

can. 1662 Nell’udienza in primo luogo sono trattate le questioni di cui ai cann. 1459-1464.

can. 1663 § 1. Le prove sono raccolte durante l’udienza, salvo il disposto del can. 1418. § 2. La parte e il suo avvocato possono assistere all’escussione delle altre parti, dei testimoni e dei periti.

can. 1664 Le risposte delle parti, dei testimoni e dei periti, le richieste e le eccezioni degli avvocati devono essere redatte per iscritto dal notaio, ma sommariamente e soltanto relativamente alla sostanza della cosa controversa e devono essere sottoscritte da coloro che depongono.

can. 1665 Le prove che non siano addotte o richieste nella domanda o nelle risposte, possono essere ammesse dal giudice solo a norma del can. 1452; dopo che anche un solo teste fu ascoltato, il giudice può disporre di richiedere nuove prove soltanto a norma del can. 1600.

can. 1666 Se nell’udienza non fu possibile raccogliere tutte le prove, si stabilisca una seconda udienza.

can. 1667 Raccolte le prove, nella stessa udienza avviene il dibattimento orale.

can. 1668 § 1. A meno che dal dibattimento non si evidenzi la necessità di un supplemento di istruttoria o vi sia altro che impedisca di pronunciare nel dovuto modo la sentenza, il giudice, in quello stesso luogo, conclusa l’udienza, decida separatamente la causa; la parte dispositiva della sentenza sia immediatamente letta alle parti presenti. § 2. Il tribunale tuttavia, per la difficoltà della cosa o per altra giusta causa può differire la decisione fino al quinto giorno utile. § 3. Il testo integrale della sentenza, espressamente motivata, sia notificato alle parti al più presto e ordinariamente non oltre quindici giorni.

can. 1669 Qualora il tribunale d’appello riscontri che nel primo grado di giudizio fu impiegato il processo contenzioso orale nei casi esclusi dal diritto, dichiari la nullità della sentenza e rinvii la causa al tribunale che ha emesso la sentenza.

can. 1670 Per tutto il resto che si riferisce al modo di procedere si osservino le disposizioni sul giudizio contenzioso ordinario. Il tribunale poi con suo decreto, corredato dei motivi, può derogare a quelle norme processuali che non siano stabilite per la validità, allo scopo di renderlo più spedito, salva la giustizia.

Parte terza. Alcuni processi speciali (cann. 1671-1716)

Titolo I. I processi matrimoniali (cann. 1671-1707)

Capitolo I. Le cause per la dichiarazione di nullità del matrimonio (cann. 1671-1691)

Articolo 1. Il tribunale competente (cann. 1671-1673)

can. 1671 Le cause matrimoniali dei battezzati per diritto proprio spettano al giudice ecclesiastico.

can. 1672 Le cause sugli effetti puramente civili del matrimonio spettano al magistrato civile, a meno che il diritto particolare non stabilisca che le medesime cause, qualora siano trattate incidentalmente e accessoriamente, possano essere esaminate e decise dal giudice ecclesiastico.

can. 1673 Sulle cause di nullità del matrimonio che non siano riservate alla Sede Apostolica è competente: 1) il tribunale del luogo in cui il matrimonio fu celebrato; 2) il tribunale del luogo in cui la parte convenuta ha il domicilio o il quasi-domicilio; 3) il tribunale del luogo in cui la parte attrice ha il domicilio, purché entrambe le parti risiedano nel territorio della stessa Conferenza Episcopale, e il Vicario giudiziale del luogo del domicilio della parte convenuta, udita la medesima, sia d’accordo; 4) il tribunale del luogo in cui di fatto si debba raccogliere la maggior parte delle prove, purché si aggiunga il consenso del Vicario giudiziale del domicilio della parte convenuta, il quale prima la interroghi, se mai abbia qualcosa da eccepire.

Articolo 2. Diritto di impugnare il matrimonio (cann. 1674-1675)

can. 1674 Sono abili ad impugnare il matrimonio: 1) i coniugi; 2) il promotore di giustizia, quando la nullità sia già stata divulgata, se non si possa convalidare il matrimonio o non sia opportuno.

can. 1675 § 1. Il matrimonio che, viventi entrambi i coniugi, non fu accusato, non può più esserlo dopo la morte di entrambi o di uno di essi, a meno che la questione della validità non pregiudichi la soluzione di un’altra controversia sia in foro canonico sia in foro civile. § 2. Se poi un coniuge muore durante il processo, si osservi il can. 1518.

Articolo 3. L’ufficio dei giudici (cann. 1676-1677)

can. 1676 Il giudice prima di accettare la causa ed ogniqualvolta intraveda una speranza di buon esito, faccia ricorso a mezzi pastorali, per indurre i coniugi, se è possibile, a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale.

can. 1677 § 1. Accolto il libello il presidente o il ponente notifichi il decreto di citazione a norma del can. 1508. § 2. Trascorso il termine di quindici giorni dalla notifica il presidente o il ponente, a meno che una delle parti non abbia richiesto l’udienza per la contestazione della lite, entro dieci giorni stabilisca d’ufficio con suo decreto la formulazione del dubbio o dei dubbi e la notifichi alle parti. § 3. La formula del dubbio non chieda soltanto se consta della nullità del matrimonio nel caso, ma deve anche determinare per quale capo o per quali capi è impugnata la validità delle nozze. § 4. Dopo dieci giorni dalla notificazione del decreto, se le parti non obiettano nulla, il presidente o il ponente con un nuovo decreto stabilisca l’istruttoria della causa.

Articolo 4. Le prove (cann. 1678-1680)

can. 1678 § 1. Il difensore del vincolo, i patroni delle parti, e, se intervenga nel giudizio, anche il promotore di giustizia, hanno diritto: 1) di essere presenti all’esame delle parti, dei testimoni e dei periti, salvo il disposto del can. 1559; 2) di prendere visione degli atti giudiziari, benché non ancora pubblicati, e di esaminare i documenti prodotti dalle parti. § 2. Le parti non possono assistere all’esame di cui al § 1, n.1.

can. 1679 A meno che non si abbia da altra fonte pienezza di prove, il giudice, per valutare a norma del can. 1536 le deposizioni delle parti, si serva, se è possibile, di testimoni sulla credibilità delle parti stesse, oltre ad altri indizi ed amminicoli.

can. 1680 Nelle cause sull’impotenza o sul difetto di consenso per malattia mentale, il giudice si serva dell’opera di uno o più periti, a meno che dalle circostanze non appaia evidentemente inutile; nelle rimanenti cause si osservi il disposto del can. 1574.

Articolo 5. La sentenza e l’appello (cann. 1681-1685)

can. 1681 Ogniqualvolta nell’istruttoria della causa fosse insorto un dubbio assai probabile che il matrimonio non sia stato consumato, il tribunale, sospesa la causa di nullità con il consenso delle parti, può completare l’istruttoria in vista della dispensa super rato, ed infine trasmettere gli atti alla Sede Apostolica insieme alla domanda di dispensa di uno o di entrambi i coniugi ed al voto del tribunale e del Vescovo.

can. 1682 § 1. La sentenza che da principio dichiarò la nullità del matrimonio insieme agli appelli, se ce ne furono, e agli altri atti del giudizio, siano trasmessi d’ufficio al tribunale di appello entro venti giorni dalla pubblicazione della sentenza. § 2. Se fu emanata una sentenza a favore della nullità del matrimonio in primo grado, il tribunale di appello, ponderate le osservazioni del difensore del vincolo e anche delle parti, se ve ne siano, con suo decreto confermi sollecitamente la decisione oppure ammetta la causa all’esame ordinario del nuovo grado.

can. 1683 Se nel grado di appello si adduca un nuovo capo di nullità del matrimonio, il tribunale lo può ammettere e su di esso giudicare come se fosse in prima istanza.

can. 1684 § 1. Dopo che la sentenza che dichiarò la nullità del matrimonio in primo grado fu confermata in grado di appello con un decreto o con una seconda sentenza, coloro, il cui matrimonio fu dichiarato nullo, possono contrarre nuove nozze, non appena il decreto o la nuova sentenza siano stati loro notificati, a meno che non lo proibisca un divieto apposto alla sentenza stessa o al decreto oppure stabilito dall’Ordinario del luogo. § 2. Le disposizioni del can. 1644 devono essere osservate, anche se la sentenza che dichiarò la nullità del matrimonio fu confermata non già con un’altra sentenza, ma con decreto.

can. 1685 Non appena la sentenza diventa esecutiva, il Vicario giudiziale la deve notificare all’Ordinario del luogo in cui fu celebrato il matrimonio. Questi poi deve provvedere affinché al più presto si faccia menzione nei registri dei matrimoni e dei battezzati della nullità di matrimonio decretata e degli eventuali divieti stabiliti.

Articolo 6. Il processo documentale (cann. 1686-1688)

can. 1686 Ricevuta la domanda presentata a norma del can. 1677, il Vicario giudiziale o un giudice dal medesimo designato, tralasciate le formalità del processo ordinario, citate però le parti e con l’intervento del difensore del vincolo, può dichiarare con sentenza la nullità del matrimonio, se da un documento che non sia soggetto a contraddizione o ad eccezione alcuna, consti con certezza l’esistenza di un impedimento dirimente o la mancanza della forma legittima, purché sia chiaro con eguale sicurezza che non fu concessa la dispensa, oppure che il procuratore non aveva un mandato valido.

can. 1687 § 1. Contro questa dichiarazione il difensore del vincolo, se prudentemente giudichi che non vi sia certezza dei difetti di cui al can. 1686 o della mancata dispensa, deve appellare al giudice di seconda istanza, al quale si devono trasmettere gli atti ammonendolo per iscritto che si tratta di un processo documentale. § 2. Alla parte che si ritiene onerata resta il diritto di appellare.

can. 1688 Il giudice di seconda istanza, con l’intervento del difensore del vincolo e dopo aver udito le parti, decida allo stesso modo di cui al can. 1686 se la sentenza debba essere confermata o se piuttosto si debba procedere nella causa per il tramite ordinario del diritto; nel qual caso la rimandi al tribunale di prima istanza.

Articolo 7. Norme generali (cann. 1689-1691)

can. 1689 Nella sentenza si ammoniscano le parti sugli obblighi morali o anche civili, cui siano eventualmente tenute l’una verso l’altra e verso la prole, per quanto riguarda il sostentamento e l’educazione.

can. 1690 Le cause per la dichiarazione di nullità del matrimonio non possono essere trattate con il processo contenzioso orale.

can. 1691 In tutto il resto attinente il modo di procedere, si devono applicare, salvo la natura della cosa non si opponga, i canoni sui giudizi in generale e sul giudizio contenzioso ordinario, osservate le norme speciali per le cause sullo stato delle persone e per le cause riguardanti il bene pubblico.

Capitolo II. Cause di separazione dei coniugi (cann. 1692-1696)

can. 1692 § 1. La separazione personale dei coniugi battezzati, salvo non sia legittimamente disposto altro per luoghi particolari, può essere definita con decreto del Vescovo diocesano, oppure con sentenza del giudice a norma dei canoni seguenti. § 2. Dove la decisione ecclesiastica non ottiene effetti civili o si preveda una sentenza civile non contraria al diritto divino, il Vescovo della diocesi dove dimorano i coniugi, ponderate le peculiari circostanze, potrà concedere licenza di ricorrere al tribunale civile. § 3. Se la causa verte anche sugli effetti puramente civili del matrimonio, il giudice faccia in modo che, osservato il disposto del § 2, la causa fin dal suo inizio sia presentata avanti al tribunale civile.

can. 1693 § 1. Salvo che una parte o il promotore di giustizia chiedano il processo contenzioso ordinario, si faccia uso del processo contenzioso orale. § 2. Se si è fatto uso del processo contenzioso ordinario ed è stato interposto l’appello, il tribunale di secondo grado proceda a norma del can. 1682, § 2, osservato quanto è prescritto.

can. 1694 Per quanto concerne la competenza del tribunale si osservi il disposto del can. 1673.

can. 1695 Il giudice, prima di accettare la causa ed ogniqualvolta intraveda una speranza di buon esito, faccia uso di mezzi pastorali, affinché i coniugi si riconcilino e siano indotti a ristabilire la convivenza coniugale.

can. 1696 Le cause di separazione dei coniugi riguardano anche il bene pubblico; in esse deve pertanto sempre intervenire il promotore di giustizia a norma del can. 1433.

Capitolo III. Processo per la dispensa dal matrimonio rato e non consumato (cann. 1697-1706)

can. 1697 I soli coniugi, o uno di essi benché l’altro sia contrario, hanno diritto di chiedere la grazia della dispensa dal matrimonio rato e non consumato.

can. 1698 § 1. La sola Sede Apostolica giudica sul fatto della inconsumazione del matrimonio e sulla esistenza di una giusta causa per la concessione della dispensa. § 2. La dispensa poi è concessa esclusivamente dal Romano Pontefice.

can. 1699 § 1. Per l’accettazione del libello con cui si chiede la dispensa è competente il Vescovo della diocesi ove l’oratore ha il domicilio o il quasi-domicilio, il quale, se il fondamento della domanda sia evidente, deve ordinare l’istruzione del processo. § 2. Se il caso proposto tuttavia presenta speciali difficoltà di ordine giuridico o morale, il Vescovo diocesano consulti la Sede Apostolica. § 3. Contro il decreto con cui il Vescovo respinge il libello, è dato il ricorso alla Sede Apostolica.

can. 1700 § 1. Fermo restando il disposto del can. 1681, il Vescovo affidi l’istruttoria di questi processi o stabilmente o caso per caso al tribunale della propria o di altra diocesi oppure ad un sacerdote idoneo. § 2. Che se fu introdotta domanda giudiziaria per la dichiarazione di nullità dello stesso matrimonio, l’istruttoria venga affidata allo stesso tribunale.

can. 1701 § 1. In questi processi deve sempre intervenire il difensore del vincolo. § 2. Non è ammesso un patrono, ma per la difficoltà del caso il Vescovo può permettere che l’oratore o la parte convenuta si avvalgano dell’opera di un legale.

can. 1702 Nell’istruttoria si ascoltino entrambi i coniugi e si osservino per quanto è possibile i canoni circa le prove da raccogliersi nel giudizio contenzioso ordinario e nelle cause di nullità di matrimonio, purché si possano adattare alla natura di questi processi.

can. 1703 § 1. Non vi è la pubblicazione degli atti; tuttavia il giudice, qualora veda che a causa delle prove addotte un grave ostacolo si frappone contro la domanda dell’oratore o contro l’eccezione della parte convenuta, lo renda noto con prudenza alla parte interessata. § 2. Il giudice può mostrare alla parte che ne faccia richiesta un documento prodotto o una testimonianza raccolta e stabilire il tempo per presentare le deduzioni.

can. 1704 § 1. L’istruttore, terminata l’istruttoria, trasmetta tutti gli atti al Vescovo con appropriata relazione; questi esprima il suo voto secondo verità, sia sul fatto dell’inconsumazione sia sulla giusta causa per la dispensa e sulla opportunità della grazia. § 2. Se l’istruzione del processo è stata affidata ad un altro tribunale a norma del can. 1700, le osservazioni a favore del vincolo siano fatte nel medesimo tribunale, ma il voto di cui al § 1 spetta al Vescovo committente, al quale l’istruttore insieme con gli atti trasmetterà appropriata relazione.

can. 1705 § 1. Il Vescovo trasmetta alla Sede Apostolica tutti gli atti insieme al suo voto ed alle osservazioni del difensore del vincolo. § 2. Se, a giudizio della Sede Apostolica, si richiede un supplemento d’istruttoria, ciò sarà segnalato al Vescovo indicando la materia circa la quale l’istruzione deve essere completata. § 3. Che se la Sede Apostolica pronunciò con rescritto che da quanto fu prodotto non consta l’inconsumazione, in tal caso il legale di cui al can. 1701, § 2, può prendere visione degli atti del processo, ma non del voto del Vescovo, presso la sede del tribunale, per valutare se si possa addurre qualche grave ragione allo scopo di proporre nuovamente la domanda.

can. 1706 Il rescritto della dispensa è trasmesso dalla Sede Apostolica al Vescovo; questi poi notificherà il rescritto alle parti ed inoltre ordinerà al più presto al parroco del luogo dove fu contratto il matrimonio e dove fu ricevuto il battesimo che si faccia menzione della dispensa concessa nei registri dei matrimoni e dei battezzati.

Capitolo IV. Processo di morte presunta del coniuge (can. 1707)

can. 1707 § 1. Ogniqualvolta la morte del coniuge non può essere dimostrata con un documento autentico ecclesiastico o civile, non si consideri l’altro coniuge libero dal vincolo matrimoniale se non dopo la dichiarazione di morte presunta pronunciata dal Vescovo diocesano. § 2. La dichiarazione di cui al § 1 può essere fatta dal Vescovo diocesano soltanto dopo aver conseguito, fatte opportune indagini, la certezza morale del decesso del coniuge dalla deposizione di testimoni, per fama oppure da indizi. La sola assenza del coniuge, benché prolungata, non è sufficiente. § 3. Nei casi incerti e complessi il Vescovo consulti la Sede Apostolica.

Titolo II. Cause per la dichiarazione di nullità della sacra ordinazione (cann. 1708-1712)

can. 1708 Hanno diritto di accusare la validità della sacra ordinazione sia il chierico stesso, sia l’Ordinario cui il chierico è soggetto o nella cui diocesi fu ordinato.

can. 1709 § 1. Il libello deve essere inviato alla Congregazione competente, la quale deciderà se la causa debba essere trattata dalla stessa Congregazione della Curia Romana o da un tribunale da essa designato. § 2. Inviato il libello, al chierico è proibito per il diritto stesso di esercitare gli ordini.

can. 1710 Se la Congregazione ha rinviato la causa ad un tribunale, si osservino, a meno che non si opponga la natura della cosa, i canoni sui giudizi in generale e sul giudizio contenzioso ordinario, salve le disposizioni di questo titolo.

can. 1711 In queste cause il difensore del vincolo gode degli stessi diritti ed è tenuto agli stessi doveri del difensore del vincolo del matrimonio.

can. 1712 Dopo la seconda sentenza a conferma della nullità della sacra ordinazione, il chierico perde tutti i diritti propri dello stato clericale ed è liberato da tutti gli obblighi.

Titolo III. Modi per evitare i giudizi (cann. 1713-1716)

can. 1713 Per evitare le contese giudiziarie si può utilmente ricorrere alla transazione o riconciliazione, oppure affidare la controversia al giudizio di uno o più arbitri.

can. 1714 Per la transazione, il compromesso e il giudizio arbitrale si osservino le norme prescelte dalle parti, oppure, se le parti non ne abbiano scelto, la legge fatta dalla Conferenza Episcopale, se vi sia, o la legge civile vigente nel luogo dove la convenzione viene fatta.

can. 1715 § 1. Non può esserci valida transazione o compromesso su tutto ciò che appartiene al bene pubblico e sulle altre cose di cui le parti non possono disporre liberamente. § 2. Trattandosi di beni ecclesiastici temporali, si osservino, ogni qualvolta la materia lo richiede, le formalità stabilite dal diritto per l’alienazione delle cose ecclesiastiche.

can. 1716 § 1. Se la legge civile non riconosce valore alla sentenza arbitrale che non sia confermata dal giudice, perché abbia valore in foro canonico la sentenza arbitrale circa una controversia ecclesiastica necessita della conferma del giudice ecclesiastico del luogo in cui fu emessa. § 2. Se poi la legge civile ammette l’impugnazione della sentenza arbitrale avanti al giudice civile, la stessa impugnazione è ammessa in foro canonico avanti al giudice ecclesiastico competente a giudicare la controversia in primo grado.

Parte quarta. Il processo penale (cann. 1717-1731)

Capitolo I. L’indagine previa (cann. 1717-1719)

can. 1717 § 1. Ogniqualvolta l’Ordinario abbia notizia, almeno probabile, di un delitto, indaghi con prudenza, personalmente o tramite persona idonea, sui fatti, le circostanze e sull’imputabilità, a meno che questa investigazione non sembri assolutamente superflua. § 2. Si deve provvedere che con questa indagine non sia messa in pericolo la buona fama di alcuno. § 3. Chi fa l’indagine ha gli stessi poteri ed obblighi che ha l’uditore nel processo; lo stesso non può, se in seguito sia avviato un procedimento giudiziario, fare da giudice in esso.

can. 1718 § 1. Qualora gli elementi raccolti sembrino bastare l’Ordinario decida: 1) se si possa avviare il processo per infliggere la pena o dichiararla; 2) se ciò, atteso il can. 1341, sia conveniente; 3) se si debba ricorrere al processo giudiziario, oppure, a meno che la legge non lo vieti, si debba procedere con decreto extragiudiziale. § 2. L’Ordinario revochi o modifichi il decreto di cui al § 1, ogniqualvolta da elementi nuovi gli sembri di dover disporre diversamente. § 3. Nell’emanare i decreti di cui ai § § 1 e 2, l’Ordinario, se prudentemente lo ritiene opportuno, ascolti due giudici e altri esperti in diritto. § 4. Prima di decidere a norma del § 1, l’Ordinario consideri se non sia conveniente, per evitare giudizi inutili, che egli stesso o l’investigatore, consenzienti le parti, dirima la questione dei danni secondo il giusto e l’onesto.

can. 1719 Gli atti dell’indagine e i decreti dell’Ordinario, con i quali l’indagine ha inizio o si conclude e tutto ciò che precede l’indagine, se non sono necessari al processo penale, si conservino nell’archivio segreto della curia.

Capitolo II. Lo svolgimento del processo (cann. 1720-1728)

can. 1720 Se l’Ordinario ha ritenuto doversi procedere con decreto per via extragiudiziale: 1) renda note all’imputato l’accusa e le prove, dandogli possibilità di difendersi, a meno che l’imputato debitamente chiamato non abbia trascurato di presentarsi; 2) valuti accuratamente con due assessori tutte le prove e gli argomenti; 3) se consta con certezza del delitto e l’azione criminale non è estinta, emani il decreto a norma dei cann. 1342-1350, esponendo almeno brevemente le ragioni in diritto e in fatto.

can. 1721 § 1. Se l’Ordinario ha decretato doversi avviare un processo penale giudiziario, trasmetta gli atti dell’indagine al promotore di giustizia, il quale presenti al giudice il libello di accusa a norma dei cann. 1502 e 1504. § 2. Avanti al tribunale superiore copre il ruolo di attore il promotore di giustizia costituito presso quel tribunale.

can. 1722 L’Ordinario per prevenire gli scandali, tutelare la libertà dei testimoni e garantire il corso della giustizia, può in qualunque stadio del processo, udito il promotore di giustizia e citato l’accusato stesso, allontanare l’imputato dal ministero sacro o da un ufficio o compito ecclesiastico, imporgli o proibirgli la dimora in qualche luogo o territorio, o anche vietargli di partecipare pubblicamente alla santissima Eucaristia; tutti questi provvedimenti, venendo meno la causa, devono essere revocati, e cessano per il diritto stesso con il venir meno del processo penale.

can. 1723 § 1. Il giudice citando l’imputato deve invitarlo a costituirsi un avvocato a norma del can. 1481, § 1, entro un termine da lui stesso stabilito. § 2. Che se l’imputato non vi abbia provveduto, il giudice stesso prima della contestazione della lite nomini un avvocato, che rimarrà nell’incarico fin tanto che l’imputato non se ne sia costituito uno proprio.

can. 1724 § 1. In qualunque grado del giudizio il promotore di giustizia può rinunciare all’istanza, per mandato o con il consenso dell’Ordinario che ha deliberato l’avvio del processo. § 2. Perché la rinuncia sia valida occorre che sia accettata dall’imputato, salvo questi non sia stato dichiarato assente dal giudizio.

can. 1725 Nella discussione della causa, sia che essa avvenga per iscritto sia oralmente, l’imputato abbia sempre il diritto di scrivere o di parlare per ultimo, personalmente o tramite il suo avvocato o procuratore.

can. 1726 In qualunque grado e stadio del giudizio penale, se consta con evidenza che il delitto non fu commesso dall’imputato, il giudice lo deve dichiarare con sentenza ed assolvere l’imputato, anche se contemporaneamente consti l’estinzione dell’azione penale.

can. 1727 § 1. L’imputato può interporre appello, anche se la sentenza lo ha prosciolto solo perché la pena era facoltativa o il giudice fece uso dei poteri di cui nei cann. 1344 e 1345. § 2. Il promotore di giustizia può appellare ogniqualvolta giudichi che non si sia sufficientemente provveduto a riparare lo scandalo o a reintegrare la giustizia.

can. 1728 § 1. Salve le disposizioni dei canoni di questo titolo, nel giudizio penale devono essere applicati, se non vi si opponga la natura della cosa, i canoni sui giudizi in generale e sul giudizio contenzioso ordinario, osservate le norme speciali per le cause riguardanti il bene pubblico. § 2. L’accusato non è tenuto a confessare il delitto, né può essergli imposto il giuramento.

Capitolo III. L’azione per la riparazione dei danni (cann. 1729-1731)

can. 1729 § 1. La parte lesa può promuovere nel corso del giudizio penale stesso un’azione contenziosa per la riparazione dei danni ad essa inferti dal delitto, a norma del can. 1596. § 2. L’intervento della pane lesa di cui al § 1, non è più ammissibile se non fu fatto nel primo grado del giudizio penale. § 3. L’appello nella causa sui danni avviene a norma dei cann. 1628-1640, anche se nel giudizio penale non è possibile l’appello; che se sono interposti entrambi gli appelli, anche se da parti diverse, si faccia un unico giudizio di appello, salvo il disposto del can. 1730.

can. 1730 § 1. Per evitare eccessivi ritardi nel processo penale, il giudice può differire il giudizio sui danni fino a che abbia emanato la sentenza definitiva nel giudizio penale. § 2. Il giudice che abbia così agito, dopo aver emesso la sentenza nel giudizio penale, deve giudicare sui danni, anche se il giudizio penale è ancora in corso a causa di una impugnazione interposta, o l’imputato è stato assolto per un motivo che non toglie l’obbligo di riparare i danni.

can. 1731 La sentenza emanata nel giudizio penale, pur essendo passata in giudicato, non fa legge in alcun modo per la parte lesa, a meno che questa non sia intervenuta a norma del can. 1729.

Parte quinta. Il modo di procedere nei ricorsi amministrativi e nella rimozione o nel trasferimento dei parroci (cann. 1732-1752)

Sezione I. Il ricorso contro i decreti amministrativi (cann. 1732-1739)

can. 1732 Quanto è stabilito nei canoni di questa sezione per i decreti, deve essere applicato a tutti gli atti amministrativi singolari, che vengono dati in foro esterno fuori del giudizio, ad eccezione di quelli emanati dal Romano Pontefice stesso o dal Concilio Ecumenico stesso.

can. 1733 § 1. È assai desiderabile che, ogniqualvolta qualcuno si ritenga onerato da un decreto, non vi sia contesa tra di lui e l’autore del decreto, ma tra di loro si provveda di comune accordo a ricercare un’equa soluzione, ricorrendo anche a persone autorevoli per la mediazione e lo studio, così che per via idonea si eviti o si componga la controversia. § 2. La Conferenza Episcopale può stabilire che in ciascuna diocesi si costituisca stabilmente un vero e proprio ufficio o consiglio, che abbia il còmpito, secondo norme da stabilirsi dalla Conferenza medesima, di ricercare e suggerire eque soluzioni; se la Conferenza poi non diede tale disposizione può costituirlo anche il Vescovo. § 3. L’ufficio o consiglio, di cui al § 2, operi principalmente allorquando sia richiesta la revoca del decreto a norma del can. 1734, né siano spirati i termini per ricorrere; che se è stato proposto ricorso contro il decreto, lo stesso Superiore o il giudice che esamina il ricorso esorti il ricorrente e l’autore del decreto, ogni qualvolta intraveda una speranza di buon esito, a ricercare tali soluzioni.

can. 1734 § 1. Chiunque prima di presentare ricorso deve chiedere per iscritto la revoca o la correzione del decreto al suo autore; presentat