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CONSIDERAZIONI SULL’ORDINE SISTEMATICO DEL CODICE LATINO A TRENTA ANNI DELLA FORMULAZIONE DEI «PRINCIPIA QUAE CODICIS IURIS CANONICI RECOGNITIONEM DIRIGANT»*

Javier Canosa

I. Introduzione

II. La disposizione sistematica nel Codex del 1917

III. L’annunzio di un nuovo Codice e i nuovi presupposti sistematici

IV. La deliberazione della questione sistematica

V. La strumentalità dell’assetto sistematico durante l’opera legislativa

VI. La disposizione sistematica come strumento della funzione legislativa.

 

I. Introduzione

La valutazione del decimo principio direttivo della riforma del «Codex Iuris Canonici» può partire da un chiaro assioma, e cioè, l’esistenza nella Chiesa di un ordine giusto, che si trova alla base dell’ordinamento giuridico e quindi alla base della sua dimensione dinamica nella quale il diritto svolge una funzione ordinatrice della realtà secondo parametri di giustizia[1]. Siffatta funzione ordinatrice, che non può prescindere dei criteri sistematici diretti a garantire la coerente interrelazione fra i diversi elementi dell’ordinamento come una totalità[2], si è resa presente con particolare intensità al momento di tradurre la dottrina del Concilio Vaticano II a norme giuridiche. La prospettiva fornita dal trascorrere di più di trenta anni dalla formulazione dei principi direttivi — e tra essi il principio decimo, riguardante appunto la disposizione sistematica del Codice —, offre degli spunti per alcune riflessioni che non erano, al tempo, presumibili. Suggerisce anche seguire una traccia storica che, garantendo un’opportuna — e relativa — indipendenza da impostazioni aprioristiche, cerchi di evitare un approccio alla questione sistematica — di per sé teorica — a partire da moduli preconcetti.

II. La disposizione sistematica nel Codex del 1917

La soluzione sistematica scelta dal legislatore del Codice del 1917 rispondeva ad un piano di ordinazione capace di coniugare l’introduzione in un unico corpo legislativo della normativa canonica vigente con la minima complicazione strutturale pratica[3]. Tale soluzione consisteva nella divisione dell’intera materia in cinque libri; il primo contenente le norme generali e i quattro restanti strutturati secondo un ordine che seguiva la disposizione usata da Paolo Lancelotti nelle sue Institutiones iuris canonici (Perusiae 1563), opera che pur senza carattere di fonte normativa, tuttavia aveva acquistato un rilevante riconoscimento nell’essere aggiunta come appendice al Corpus Iuris Canonici, a partire dell’anno 1587. La divisione di quest’opera in quattro libri (de personis, de rebus, de iudiciis, de criminibus et poenis) era stata adottata da numerosi canonisti posteriori nelle loro trattazioni[4].

In tale soluzione sistematica, benché restassero fuori alcune rilevanti materie come, ad esempio, il diritto regolante i rapporti fra la Chiesa e gli Stati, si riusciva a riunire la legislazione che in qualche misura toccasse le norme generali, le persone, le cose, i processi e i delitti e le pene[5]. La scelta sulle materie codiciali e sulla collocazione delle stesse è sempre da collegarsi con il progetto della codificazione, comportante a sua volta l’idea di ordinazione sistematica secondo un criterio aprioristico; è «un’impostazione che lo distingue nettamente dei testi canonici della Chiesa antica, o medievale, o post-tridentina e che invece lo ravvicina, anzi lo inserisce nella serie di codificazioni civili del secolo XIX. (...) Con una fiducia assoluta nell’ideale della formula astratta, si mirava alla costruzione quasi matematica di un sistema legislativo impeccabile, un insieme razionale di tutte le norme giuridiche ridotte alla più assoluta formula, e concepite come completamente avulse dalle situazioni concrete sociali che nella vita sono il fondo materiale da cui sorge il diritto»[6].

L’ordine del Codex Iuris Canonici del 1917 che alla fine serve a strutturare i diversi canoni, si presenta così:

Liber primus  Normae generales

Liber secundus       De personis

Pars prima        De clericis

Sectio I    De clericis in genere

Sectio II  De clericis in specie

Pars secunda    De religiosis

Pars tertia         De laicis

Liber tertius De rebus

Pars prima        De Sacramentis

Pars secunda    De locis et temporibus sacris

Sectio I    De locis sacris

Sectio II  De temporibus sacris

Pars tertia         De cultu divino

Pars quarta       De magisterio ecclesiastico

Pars quinta       De beneficiis aliisque institutis ecclesiasticis non collegialibus

Pars sexta         De bonis ecclesiae temporalibus

Liber quartus         De processibus

Pars prima        De iudiciis

Sectio I    De iudiciis in genere

Sectio II  De peculiaribus normis in quibusdam iudiciis servandis

Pars secunda    De causis beatificationis Servorum Dei et canonizationis Beatorum

Pars tertia         De modo procedendi in nonnullis expediendis negotiis vel sanctionibus poenalibus applicandis

Liber quintus         De delictis et poenis

Pars prima        De delictis et poenis in genere

Pars secunda    De poenis

Sectio I    De poenis in genere

Sectio II  De poenis in specie

Pars tertia         De poenis in singula delicta

 

Esso non risulta dunque da un raggruppamento dei canoni secondo la struttura interna delle fonti normative fino ad allora vigenti; infatti la commissione codificatrice non ricorse all’ordine presente nel Corpus Iuris Canonici[7], così come non adoperò neanche un criterio considerante i diversi organi di governo che risolvevano le questioni sottostanti le norme da promulgare[8]. Le diverse norme furono disposte dal legislatore conformemente ad una struttura — quella menzionata delle Institutiones del Lancelotti — collaudata soprattutto nell’insegnamento del diritto canonico durante un considerevole periodo di tempo.

Una volta stabilita l’ordinazione sistematica del Codice e funzionante ormai dopo la promulgazione nel mese di maggio del 1917, essa si conferma come struttura portante nello studio, nell’insegnamento e nella trattazione del diritto canonico con l’emanazione dei decreti della S. C. de Seminariis, del 7 agosto 1917, sul modo di insegnare il diritto canonico[9] e del 31 ottobre 1918, sugli esami per accedere ai gradi accademici del diritto canonico[10], a motivo dei quali una parte della scienza del diritto canonico sembra perdere interesse nell’ordine sistematico delle leggi, per concentrarsi nella loro esegesi. Semmai alcuni settori della canonistica, che resteranno più sensibili ai problemi teorici, s’interesseranno per altre possibili distribuzioni sistematiche legislative diverse a ragione di esigenze scientifiche, metodologiche o accademiche; taluni autori trattano sulle lacune sistematiche del Codice allora vigente senza che però si arrivi ad una pretesa di sostituzione[11]. A motivo di riflessioni pressoché occasionali vengono avanzate alcune proposte particolari (se si pensa al Decreto di Graziano o alle Institutiones del Lancelotti si rileva che nella storia del diritto canonico le proposte private di ordinazione sistematica godono infatti di lunga tradizione) che non trovano un riscontro legislativo.

III. L’annunzio di un nuovo Codice e i nuovi presupposti sistematici

La questione cominciò ad acquistare un nuovo interesse da quando Giovanni XXIII annunciò la riforma del Codex Iuris Canonici, il 25 gennaio 1959. A partire di questo momento i diversi contributi dottrinali sulla struttura del Codice prospettarono la possibilità d’applicazioni concrete di diverse proposte sistematiche[12] (così, per esempio, i contributi di Heribert Schmitz[13] o di Pedro Lombardía[14]).

Lo sviluppo del Concilio Vaticano II rileva l’efficacia di un metodo di lavoro (in stretto rapporto con questioni sistematiche) capace di affrontare la grande ampiezza dei campi, e all’interno di ognuno, le svariate aree di analisi. Lo stesso svolgimento del Concilio lascia vedere come alle previe scelte di materie e di criteri sistematici corrispondono sovente dei documenti conciliari e la disposizione del contenuto degli stessi[15].

Non sorprende dunque che il bisogno di ordinare la materia seguendo definite regole, ben sperimentato nei lavori conciliari, si traduca in una della prime questioni considerate da parte della commissione incaricata di avviare la riforma del Codice. Tale commissione, istituita il 28 marzo 1963, aveva avuto nel novembre dello stesso anno la prima sessione — «adunatio confidentialis», secondo il resoconto del lavori offerto nel primo numero di «Comunicationes» — dei cardinali membri. In essa si era deciso che «formales labores recognitionis Codicis differendos esse post conclusionem Concilii Vaticani II, attamen initium dari posse modo privato laboribus praeparatoriis»[16]. Quando nell’anno 1965 si cominciò ad intravedere la fine del Concilio, vennero formulate ai consultori della



comissione
[17], convocati dal nuovo presidente della stessa il giorno 6 maggio per una «sessio confidentialis», tre questioni da studiare preliminarmente, poiché sarebbero state oggetto di deliberazione nella seconda sessione dei membri della commissione: «1. Quaestio utrum unus an duo Codices faciendi sunt, unus prc Orientalibus et alter pro aliis praemisso Codice quodam Fundamentali. 2. Redactio alicuius Ordinis, indicantis modum quo Comissio eiusque organa procederent. 3. Divisio laboris, magni quidem, pro recognitione Codicis, variis subcommissionibus, quae simul agerent, constituendis»[18]. Lo studio di tali questioni, elaborato dai consultori distribuiti in tre sottocommissioni, diede luogo ad un volumeto titolato Quaestiones fundamentales inviato a tutti i membri della commissione verso la metà del mese di ottobre di 1965, ai quali furono formulati il 25 novembre 1965, durante la seconda sessione della commissione, quattro quesiti riguardanti le predette questioni fondamentali. La quarta e ultima questione riguardava la concreta distribuzione della materia oggetto di riforma fra i diversi gruppi di consultori[19]. Benché non si ponesse in essa direttamente la questione sistematica, la decisione che fu presa a riguardo faceva riferimento all’ordinazione della materia, e da questo punto di vista si collegava con la questione sistematica. In seguito, nel mese di gennaio del 1966 venne suddiviso lo studio della materia da riformare in dieci parti, le quali vennero assegnate a dieci gruppi di studio: «Normae generales Codicis, Clerici, Religiosi, Laici, Ius Sacramentale, Ius matrimoniale in particulari, Magisterium ecclesiasticum, Bona temporalia, Ius processuale, Ius poenale»[20].

Come si può apprezzare nel confronto con la divisione de Codice del 1917,

 

Gruppo di studio     Codex 1917

Normae generales Codicis,                                     1°Lib.

Clerici,                                                         2°Lib.1ªpars

Religiosi                                                       2°Lib.2ªpars

Laici,                                                           2°Lib.3ªpars

Ius Sacramentale,                                        3°Lib.1ªpars

lus Matrimoniali in particulari,                      3°Lib.1ªpars

Magisterium Ecclesiasticum,                         3°Lib.4ªpars

Bona temporalia,                                          3°Lib.6ªpars

Ius processuale,                                                     4°Lib.

Ius poenale,  5°Lib.,

tale distribuzione segue in linea di massima l’ordine stabilito nel Codice del 1917, e quindi non traspare in questa decisione di organizzazione del lavoro una diretta scelta sistematica che si allontani da quanto già sperimentato, e ciò viene sottolineato nel commento ufficiale pubblicato su «Comunicationes»: «Haec materiae distributio cum ordine systematico Codicis vigentis congruebat tantum ob exigentias practicas laboris, quin ullum praeiudicium afferret novo ordini Codicis Iuris Canonici, qui quidem ex ipsis studiis peractis ac peragendis apparere debebat[21]». In realtà delle scelte sistematiche ci furono, per esempio, nell’omettere la assegnazione di gruppi di studio alle parti seconda, terza e quinta del libro terzo del Codice (riguardanti rispettivamente i luoghi e i tempi sacri —100 canoni nel Codice del 1917—, il culto divino — 66 canoni nel Codice del 1917 — e i benefici ecclesiastici — 85 canoni nel Codice del 1917 —), e invece affidare interamente la materia riguardante i laici, che nel Codex del 1917 occupava 43 canoni, ad un gruppo di studio.

Tuttavia la questione sistematica come tale è stata affrontata direttamente durante la riunione del «coetus centralis consultorum» incaricato di esaminare tre nuove questioni relative all’andamento dei lavori della commissione[22], avuta luogo fra il 3 e il 7 aprile 1967.

IV. La deliberazione della questione sistematica

Quando nel mese di aprile del 1967 si riunì il «coetus centralis» dei consultori, per attuare le decisioni della seconda riunione de la commissione, vennero considerate tre questioni fondamentali relative all’andamento dei lavori della commissione:

«1) principia directiva pro recognitione vigentis Codicis Iuris Canonici;

 2) schema Legis Fundamentalis seu constitutionalis Ecclesiae;

 3) possibilitas condendi schema provisorium ordinis systematici novi Codicis»[23].

Riguardo il terzo punto, «statutum est tempus nondum esse ad efficax studium peragendum istius problematis. Qua de causa sequens tantum principium enuntiatum fuit in numero 10 “Principiorum” quae Synodo Episcoporum exhibita sunt»: fra i principi direttivi ne venne aggiunto uno che riguardava la configurazione sistematica giacché il «coetus centralis» che doveva preparare insieme alla bozza dei principi della riforma anche una proposta sistematica, trovò siffatta questione di portata tale da non dover essere risolta se non in un ulteriore momento, considerando inoltre che la materia possedeva una consistenza sufficiente per poter essere considerata come uno dei principi: è chiaro che la questione sistematica non si ritenne risolta con la distribuzione attuata per l’organizzazione dei gruppi di studio. Coesistevano dunque due problemi relativi all’ordine o distribuzione della materia. Uno, più immediato riguardava la distribuzione della materia fra i diversi gruppi di studio. L’altro, più importante — acquistò il livello di principio direttivo —, consisteva nella distribuzione della materia all’interno del Codice[24].

Il decimo principio proposto presentò il testo seguente:

«Deductio in praxim principiorum quae super enucleata sunt, structuram Codicis Iuris Canonici postulare videtur haud leviter novam. Inde sequitur eius ordinem esse innovandum. Fere ab initiis publicationis vigentis Codicis, eius ordo systematicus a praeclarioribus canonistis aestimatus est in aliquibus deficere, praesertim in dispositione librorum secundi et tertii. Nunc vero minus adhuc aptus apparet. Componendus igitur est sive ad mentem et spiritum Decretorum Sacri Concilii sive ad scientificas legislationis canonicae exigentias.

Verum cum nimis arduum videatur ordinem systematicum veluti a priori statuere (ut colligi etiam potest ex diversis conatibus, ceteroquin vere laudabilibus, a variis auctoribus factis), sapientius esse ducitur ordinem redigere quando singularum partium recognitio, quae iam peragitur, sufficienter progressa sit. Aliunde haec docet historia cuiuslibet operis novae codificationis[25]».

Nella sua prima parte il principio dichiara che l’applicazione dei precedenti nove principi richiede una struttura codiciale nuova, come per altro era stato postulato da alcuni autori — «praeclarioribus canonistis» —. Ma indica anche un’altra direttiva metodologica nella seconda parte: quella di ordinare la materia man mano che essa venga proposta. Tale aggiunta spiega che venga formulato come il decimo e ultimo dei principi e manifesta anche il suo carattere strumentale, ed in certa misura, dipendente dai nove restanti.

Alcuni mesi più tardi, durante lo svolgimento del Sinodo, nei primi giorni di ottobre 1967, i principi — oggetto della deliberazione del Sinodo per volere di Paolo VI — furono approvati dalla assemblea sinodale[26].

In seguito si rileva una circostanza non priva d’interesse. In contrasto con la menzionata strumentalità del principio decimo, che potrebbe farlo apparire come di rango minore, il decimo è l’unico principio che diede origine ad un gruppo speciale di consultori, incaricato di stabilire le direttive sistematiche che determinerano l’attività e la distribuzione dei restanti gruppi di lavoro; in effetti, dopo la celebrazione del Sinodo del 1967 venne constituito un nuovo gruppo di lavoro per risolvere le questioni sistematiche[27]. I consultori che formavano parte di detto gruppo di lavoro interpelati «utrum in novo Codice perficiendo retinendus sit ordo systematicus praesentis Codicis Iuris Canonici, debite renovatus, an novus ordo systematicus adoptandus sit et quibusnam innixus principiis[28]» ribadirono unanimemente nei loro voti scritti la premessa secondo la quale si doveva abbandonare l’ordine sistematico del Codice del 1917: «Omnes concordabant — saltem quoad conclusiones practicas — circa necessitatem derelinquendi veterem ordinem novamque adhibendi systematicam ordinationem in futuro Codice[29]». A questo lavoro di consultazione scritta seguì una riunione di studio nella quale si cercò di salvare la diversità fra le varie proposte sistematiche presentate, per arrivare a quella che dovrebbe costituire la struttura codiciale. Le circostanze vengono così descritte dalla rivista «Communicationes»:

«Dissensiones autem et difficultates habebantur inter diversas sententias Consultorum quoad novum systema internum Codicis seu quoad modum iuxta quem singulae partes conmponendae ac disponendae sunt, etiamsi novus Codex Iuris Canonici ut mere disciplinaris intelligeretur. Non pauci Consultores expressis verbis affirmarunt nullum systema absolutum, immo neque relativum, ita hodie adstrui posse ut ab omnibus sine difficultate admittatur, Cum obiective nulla regula ordinis inveniri valeat, quae multiplicibus ac diversis nexibus, votis rationibusque satis faciat.

Illa igitur ordinatio quaerenda videbatur, quae aptius conveniret doctrinae ecclesiologicae Concilli Vaticani II, cohaerentiae organicae, hodiernis Ecclesiae adiunctis socialibus atque apostolicis et practicae utilitati iuridicae. Hunc in finem Consultores proposuerunt diversas ordinationes, in quibus quaedam notae communes inveniebantur, sed etiam discordantiae notari poterant[30]».

Nella menzionata sessione del 2-4 aprile 1968, i consultori partirono dunque dalla base che l’assetto sistematico del futuro Codice avrebbe dovuto adeguarsi alle innovazioni introdotte dal Concilio, senza che potesse mantenersi la disposizione sistematica del Codice promulgato nel 1917. Subito vengono risolti all’unanimità alcuni degli interrogativi sistematici che si erano posti:

«Ineunte sessione omnes Consultores iterum manifestarunt suam sententiam quoad necessitatem inveniendi novam Codicis ordinationem.

A) Quaestiones de quibus immediate fuit inter omnes concordia:

1° Leges liturgicae ut tales extra Codicem disciplinarem maneant, ad mentem can. 2 vigentis Codicis.

2° Pleraeque normae circa processus beatificationis et canonizationis remitti debent ad leges alterius ordinis, quae pro iis specialibus processibus condantur.

3° Normae generales respicientes relationes Ecclesiae ad extra seu cum humana consortione — nempe quoad libertatem Ecclesiae, etc.—in Lege Fundamentali proprium locum habeant (nihil hic dicitur de quaestione terminologica, utrum scilicet hae normae vocari debeant «ius publicum externum» an «ius ecclesiasticum externum» vel «ius internationale », etc.).

4° In parte ubi de Populo Dei agatur, ponendum est statutum personale omnium christifidelium atque iura et officia quae diversis fidelium speciebus competunt iuxta earum respectivas missiones ecclesiales; haec tamen statuta, iura personalia tantum continentia, apte distinguantur oportet a facultatibus necessariis ad rite exercenda diversa munera vel officia ecclesiastica.

5° Praesens structura libri III Codicis, qui sub rubrica « de rebus » materias inter se valde diversas complectitur, servari non posse videtur[31]».

Per altri problemi, non si trovò invece una soluzione soddisfacente per tutti. Ma comunque furono percorse vie di risoluzione tali da rendere possibile la realizzazione di uno schema provvisorio. Fra queste soluzioni una generale fu quella di decidere a favore del seguente quesito: «An placeat ut in Codice recognoscendo componantur variae partes inter se distinctae, quamvis connexae, in quibus nempe diversae materiae tractentur»[32]. La rivista «Communicationes» spiega in una nota in calce, «in quaesitis adhibetur expressio “in parte distincta” loco verbi “libri” vel alius similis, ne praeiudicialiter solvi videatur quaestio de nomine sub quo, tempore futuro, complexus homogenei normarum inter se distinguendi sint. Hoc quaesitum ideo propositum est, quod in votis Consultorum et in disceptatione tria diversa criteria fundamentalia apparuerunt: a) systema legislativum ecclesiasticum dividatur in plures codices separatos uti fieri solet in ordinationibus statalibus; b) licet Codex unitatem habeat, diversae eius partes (sive libri) sint inter se independentes, ne claritas in ordinatione normarum obscuretur propter considerationem quamdam theoreticam artificialem; c) contra id quod proponebatur in prioribus duabus sententiis, alii propugnabant ut intima et perfecta connexio vigeret inter diversas Codicis partes, ita ut mutua normarum dependentia daretur[33]».

Come si vede le impostazioni dalla questione sistematica erano due: la prima, più pratica, poggiava sull’aggancio oggettivo con la realtà dettato dell’esperienza, fosse quella statale o quella del Codice del 1917, e si adeguava al carattere inequivocabilmente strumentale della soluzione sistematica cercando una congiunzione fra le diverse parti del Codice utile alla chiarezza della norma. L’altra impostazione, comportava elevare l’importanza della configurazione sistematica, in modo che diventasse il nucleo ideale di aggregazione interna della legislazione.

Con il tempo sarà forse possibile riconoscere questa fase del lavoro comprendente la preparazione e lo svolgimento della terza sessione dei cardinali membri della commissione come uno dei momenti chiave in grado di spiegare l’ordine sistematico del Codice del 1983. Nella relazione tenuta dall’allora presidente della commissione, card. Felici, durante la sessione della commissione celebrata fra i giorni 24-27 maggio 1977, si riferiva a quel momento:

«Cum tamen huiusmodi quaestio magni ponderis sit pro universo labore recognitionis Codicis, necessarium visum est Card. Praesidi Commissionis, annuente Summo Pontifice, ut nova sessio plenaria Sodalium Commissionis haberetur ad hanc momentosam quaestionem generalem perpendendam atque, saltem modo provisorio, definiendam. Peculiaris ergo «Positio» a Commissionis Secretaria apparata est, in qua, praeter expositionem status quaestionis synthesis tradebatur de opinionibus a Consultoribus prolatis tum in singulis votis tum in sessione studii ad lineamenta novi ordinis systematici Codicis dicata. In eadem «Positione» schema adumbratum huius novi ordinis systematici proponebatur, circa quod octo quesita posita sunt Em.mis Commissionis Sodalibus[34]».

In effetti, il problema concreto al quale si doveva dare soluzione era doppio: stabilire la disposizione sistematica del nuovo Codice e ristrutturare conformemente a detta configurazione sistematica i gruppi di studio. E la necessità di risolvere la seconda parte del problema contribuì a snellire la prima parte[35]; cioè, la necessità di far andare avvanti la riforma[36], preoccupazione che premeva concretamente alla commissione, ebbe un influsso determinante sui consultori del gruppo «de ordinatione systematica» che dovevano preparare la «positio» contenente un progetto sistematico per il Codice, che servisse da base per la sessione dei cardinali del mese successivo. La finalità era quella di non dover investire ulteriore tempo nella ricerca di una disposizione sistematica ideale e perfetta che fosse capace di recepire le diverse esigenze emerse durante i lavori. Era sufficiente strutturare il contenuto del nuovo Codice ordinatamente secondo i tria munera (come era stato chiesto in uno degli interventi del Sinodo del 1967). Essendo stato percepito dai diversi organi competenti — presidenza e segreteria della commissione, consultori del coetus, cardinali membri della commissione — che si era già oltre i termini prospettati e che effettivamente non era possibile arrivare ad una nuova soluzione sistematica perfetta, se ne stabilì la strumentalità rispetto alla inderogabile necessità di riunire alcuni, fondamentali, requisiti: che riflettesse il Concilio Vaticano II[37], che offrisse una visione d’insieme di tutta la normativa e permettesse il proficuo lavoro dei vari gruppi di studio[38] senza che fosse una copia dell’impianto sistematico del Codice precedente[39]. Il risultato fu il seguente:

«Schema adumbratum proponitur. Ex his omnibus deliberatis, atque supposita quidem Lege Fundamentali ius constitutionale Ecclesiae attinente, sequens schema de nova ordinatione systematica Codicis Iuris Canonici provisorie propositum fuit:

I. Legislatio de fontibus iuris (leges et consuetudines) atque de actibus administrativis qui influunt in conditionem iuridicam personarum (dispensationes, privilegia, etc.).

II. Legislatio de Populo Dei, in genere et in specie:

1° De personis physicis in genere (ubi habeatur legislatio de obligationibus et iuribus omnium christifidelium). De personis iuridicis seu moralibus (ubi contineatur etiam legislatio de associationibus fidelium).

2° De personis physicis in specie seu de variis statibus fidelium: de clericis, seu de iis qui in Sacram Hierarchiam cooptantur; de laicis; de iis qui sunt in statu perfectionis (ubi habeantur normae de eorum associationibus).

3° Normae de Hierarchia in Ecclesia constituta.

III. Legislatio de tribus muneribus Ecclesiae:

1ª Sectio. Normae de Magisterio Ecclesiastico, seu de munere docendi.

2ª Sectio. Normae de Sacramentis, de Sacramentalibus et de cultu divino (inclusis locis et temporibus sacris), seu de munere sanctificandi.

3ª Sectio. Normae de regimine Ecclesiae seu de munere regendi: de variis organis regiminis et de exercitio potestatis regiminis, tum in Ecclesia universali, tum in Ecclesiis particularibus.

IV. Legislatio de bonis Ecclesiae temporalibus seu de iure patrimoniali Ecclesiae.

V. Legislatio de iure poenali.

V. Legislatio de tutela iurium in Ecclesia:

1ª Sectio. Normae de procedura iudiciali, contentiosa et criminali.

2ª Sectio. Normae de procedura in recursu administrativo servanda[40].

Si può affermare che la scelta operata fu prevalentemente realistica, a scapito di una struttura ordinata secondo concezioni puramente teoriche. Ciò risulta evidente nelle parole del Presidente della commissione, card. Felici, nella relazione tenuta durante la Congregazione plenaria della commissione il 20 ottobre 1981:

«Iam in initio, quando agebatur de ordinatione systematica novi Codicis, multas easque inter se diversas propositiones recepimus. Quidam enim, ad extremam conclusionem ducentes iustissimum principium de fundamento sacramentali iuris canonici, proposuerunt ut diversi Libri Codicis ordinarentur exclusive prae oculis habitis septem Sacramentis. Alii vero, aspectum communitarium Populi Dei extollentes, proposuerunt ordinem systematicum in hoc solo principio innixum. Alii autem sugesserunt ut criterium unicum ordinationis totius Codicis esset conceptus missionis, vel motus oecumenicus, etc. Angebat tandem quorundam animos timor ne tam locuples doctrina in S. Scriptura et traditione fundata et in Concilio tradita, posset apte sermone iuridico contineri et exprimi.

Postquam has omnes propositiones cum sensu realistico examinavimus, clare intelleximus, praesertim in tertia sessione plenaria habita die 20 aprilis 1969, optimam viam esse quae substantialiter retineret structuram Codicis Pio‑Benedictini, introducendo simul necessarias modificationes, locupletando conceptus ecclesiologicos et adiungendo novas normas institutionales: haec omnia vero non super fundamentum quarumdam idearum theologicarum quae valorem quidem habent, at sunt partiales et insufficientes, sed super fundamentum considerationis complexivae omnium Constitutionum ac Decretorum Concilii Vaticani II. Cuius spiritui simul biblico et pastorali Consultores steterunt, etsi censerent non posse, in conficiendo Codice, recedere a stilo iuridico et a perpetua traditione Ecclesiae, uti in primo Coetu Generali Synodi Episcoporum statutum est[41]».

Visto dai giorni nostri, si accentua ulteriormente il carattere realistico della decisione se si pensa alla provvisorietà attribuita a la distribuzione sistematica usata [42].

Due anni dopo, il Papa, in riferimento alla preparazione del nuovo Codice, facendo riferimento ai principi direttivi e all’ordinazione sistematica[43], ritenne approvato il progetto, sottolineando però la necessità di un ulteriore esame da parte dei pastori della Chiesa anche per ciò che riguardava l’assetto sistematico stesso che doveva, quindi, avere la capacità di essere soggetto a modifiche. Siffatta capacità fu attuata effettivamente, come si rileva dalle correzioni operate sul modello tripartitico dei tre munera[44]. Così apparve l’«Index provisorius novi Codicis Iuris Canonici» del 1977:

Liber primus                 Normae generales

Liber secundus            De Populo Dei

Pars prima                       De personis in genere

Pars secunda                   De personis in specie

Sectio I                            De ministris sacris seu de clericis

Sectio II                          De Ecclesiae constitutione hierarchica

Sectio III                         De Institutis vitae consecratae per professionem consiliorum evangelicorum

Sectio IV                          De christifidelibus laicis     

Liber tertius                De Ecclesiae munere docendi

Liber quartus              De Ecclesiae munere sanctificandi

Pars prima                       De Sacramentis et sacramentalibus

Pars prima                       De locis et temporibus sacris deque cultu divino

Liber quintus               De iure patrimoniali Ecclesiae

Liber sextus                 De sanctionibus in Ecclesia

Liber septimus             De tutela iurium seu processibus[45]

Nuove modificazioni avvengono più tardi, come quelle imposte dall’abbandono del progetto della «Lex Ecclesiae Fundamentalis», nell’anno 1979, che si riflettono in altri cambiamenti dello schema[46],

Liber primus              De normis generalibus

Liber secundus        De Populo Dei

Pars prima                   De christifidelibus

Pars secunda                De Ecclesiae constitutione hierarchica

Sectio I                        De suprema Ecclesiae auctoritate eiusque exercitio

Sectio II                       De Ecclesiis particularibus deque earundem coetibus

Pars tertia                    De consociationibus in Ecclesia

Sectio I                        De institutis vitae consecratae

Sectio II                       De societatibus vitae apostolicae

Sectio III                     De aliis christifidelium consociationibus

Liber tertius            De Ecclesiae munere docendi

Liber quartus           De Ecclesiae munere sanctificandi

Pars prima                   De Sacramentis

Pars secunda                De ceteris actibus cultus divini

Pars tertia                    De locis et temporibus sacris

Liber quintus           De bonis Ecclesiae temporalibus

Liber sextus              De sanctionibus in Ecclesia

Pars prima                   De delictis et poenis in genere

Pars secunda                De poenis in singula delicta

Liber septimus              De processibus

Pars prima                       De iudiciis in genere

Pars secunda                   De iudicio contentioso

Sectio I                            De iudicio contentioso ordinario

Sectio II                          De processu contentioso orali

Pars tertia                        De iudiciis specialibus

Pars quarta                      De processu criminali

Pars quinta                      De procedura administrativa

Sectio I                            De procedura administrativa in genere

Sectio II        De procedura in parochis amovendis et transferendis[47]

 Tale schema riflette i cambiamenti operati dopo la consultazione fatta a diverse istanze: i Cardinali, le conferenze dei Vescovi, i dicasteri della Curia romana, le Università e le Facoltà ecclesiastiche, i Superiori degli istituti di vita consacrata[48].

Finalmente venne promulgato il Codex Iuris Canonici, il 25 gennaio 1983 con la configurazione sistematica già conosciuta:

Liber primus                 De normis generalibus

Liber secundus            De Populo Dei

Pars prima                       De christifidelibus

Pars secunda                   De Ecclesiae constitutione hierarchica

Sectio I                            De suprema Ecclesiae auctoritate

Sectio II                          De Ecclesiis particularibus et de auctoritate in iisdem constituta

Pars tertia                        De institutis vitae consecratae et de societatibus vitae apostolicae

Sectio I                            De institutis vitae consecratae

Sectio II                          De societatibus vitae apostolicae

Liber tertius                De Ecclesiae munere docendi

Liber quartus              De Ecclesiae munere sanctificandi

Pars prima                       De Sacramentis

Pars secunda                   De ceteris actibus cultus divini

Pars tertia                        De locis et temporibus sacris

Liber quintus               De bonis Ecclesiae temporalibus

Liber sextus                 De sanctionibus in Ecclesia

Pars prima                       De delictis et poenis in genere

Pars secunda                   De poenis in singula delicta

Liber septimus              De processibus

Pars prima                       De iudiciis in genere

Pars secunda                   De iudicio contentioso

Sectio I                            De iudicio contentioso ordinario

Sectio II                          De processu contentioso orali

Pars tertia                        De quibusdam processibus specialibus

Pars quarta                      De processu poenali

Pars quinta                      De ratione procedendi in recursibus administrativis et in parochis amovendis

Sectio I                            De recursu adversus decreta administrativa

Sectio II                       De procedura in parochis amovendis et transferendis[49]

V. La strumentalità dell’assetto sistematico durante l’opera legislativa

Sette anni dopo venne promulgato il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium. Se si guarda la scelta sistematica subito si avvertono le diversità con el Codex latino:

Titulus I     De christifidelibus eorumque omnium iuribus et obligationibus

Titulus II    De Ecclesiis sui iuris et de ritibus

Titulus III   De suprema Ecclesiae auctoritate

Titulus IV   De Ecclesiis patriarchalibus

Titulus V     De Ecclesiis archiepiscopalibus maioribus

Titulus VI   De Ecclesiis metropolitanis ceterisque Ecclesiis sui iuris

Titulus VII  De eparchiis et de Episcopis

Titulus VIII De exarchiis et de exarchis

Titulus IX   De conventibus hierarcharum plurium ecclesiarum sui iuris

Titulus X     De clericis

Titulus XI   De laicis

Titulus XII  De monachis ceterisque religiosis et de sodalibus aliorum institutorum vitae consecratae

Titulus XIII De christifidelium consociationibus

Titulus XIV De evangelizatione gentium

Titulus XV   De magisterio ecclesiastico

Titulus XVI De cultu divino et praesertim de sacramentis

Titulus XVII         De baptizatis acatholicis ad plenam communionem cum Ecclesia catholica convenientibus

Titulus XVIII        De oecumenismo seu de christianorum unitate fovenda

Titulus XIX De personis et de actibus iuridicis

Titulus XX   De officiis

Titulus XXI De potestate regiminis

Titulus XXII         De recursibus adversus decreta administrativa

Titulus XXIII        De bonis Ecclesiae temporalibus

Titulus XXIV         De iudiciis in genere

Titulus XXV De iudicio contentioso

Titulus XXVI         De quibusdam processibus specialibus

Titulus XXVII       De sanctionibus penalibus in Ecclesia

Titulus XXVIII      De procedura in poenis irrogandis

Titulus XXIX         De lege, de consuetudine et de actibus administrativis

Titulus XXX De praescriptione et de temporis supputatione[50]

Nell’osservare l’intero Corpus della legislazione canonica, traspare subito una nuova prova dalla strumentalità della sistematica adottata dal Codice latino del 1983. Infatti la diversità sistematica presente nel Codice orientale promulgato nel 1990 serve a dimostrare come, se l’idea sistematica del Codice latino fosse stata ritenuta essenziale per qualsiasi testo codiciale postconciliare, la scelta sistematica del CCEO non si sarebbe discostato tanto da quella presente nel CIC (più o meno, sarebbe accaduto qualcosa di simile a quanto verificato sul contenuto, dove ci sono numerosi canoni di entrambi i Codici che si corrispondono esattamente[51]). Invece così non è accaduto poiché le idee sistematiche di entrambi i Codici sono quantomeno diverse[52].

Partendo del presupposto della validità di entrambe le soluzioni sistematiche, si dovrà quindi rifiutare una assolutizzazione dell’organizzazione sistematica, senza che ciò tolga la liceità di porsi la domanda su quale dovrebbe essere la scelta sistematica migliore per un corpo di legislazione canonica[53]. La risposta però non risulta semplice.

VI. La disposizione sistematica come strumento della funzione legislativa.

Sembra chiaro che la scelta sistematica nel caso di un manuale di uso didattico, è la più adatta al modo d’impostare la materia da parte del proprio autore, spesso anche docente. Tale scelta è responsabilità dell’autore e rispecchia i propri punti di vista[54], e può convincere magari soltanto lui, anche la maggioranza dei restanti autori o alcuni soltanto. Tramite la stessa, l’autore — nel caso del diritto canonico — cerca di spiegare in modo armonico una parte o l’intera dimensione giuridica della Chiesa.

Nel testo normativo, invece, non si può — allo stesso modo — far dipendere l’oggetto del lavoro, che in questo caso è la vita che viene giuridicamente ordinata da uno schema sistematico preconcetto che faccia astrazione della realtà[55]. L’ordine sistematico deve anche adeguarsi alla realtà con realismo giuridico e non può mai sovrastarla.

Si possono comunque fare alcune considerazioni che si rilevano dallo sviluppo della questione sistematica del Codice del 1983, che potrebbero offrire lo spunto per eventuali ulteriori sviluppi in questo campo.

Va sottolineata la conferma del valore strumentale della disposizione sistematica dal momento che il legislatore ha voluto consentire l’operatività[56] dei gruppi di studio nel fare ricorso ad una serie di direttive pratiche di lavoro, che in sè comportano già un’opzione strutturante. Dette direttive pratiche alla fine sono state concause di un risultato sistematico eclettico che ha consentito di armonizzare criteri diversi e che, fra l’altro, ha messo in risalto ancora una volta la peculiare elasticità del diritto canonico .

Una conseguenza di tale strumentalità è che difficilmente potrebbe sostenersi in modo generale un criterio interpretativo assoluto fondato meramente sulla disposizione sistematica, come se tale ordine rispondesse ad un piano perfettamente armonico[57]. Il criterio principale d’interpretazione viene determinato dalla realtà stessa: lo ius non è tanto la norma con il suo testo e il suo contesto quanto la res iusta. In questo senso le eventuali mancanze o lacune di legge vanno integrate e colmate con il ricorso all’analogia[58]. Ciò che non comporta togliere valore al criterio sistematico come elemento coadiuvante l’interpretazione del Codice in casi determinati[59], purché venga applicato secondo la propria indole (di per sé flessibile ed elastica) tenendo conto della realtà alla quale fa riferimento, e senza escludere un’ulteriore correzione o miglioramento[60].

Il nodo sistematico e il modo nel quale è stato risolto lasciano intravedere rilievi nuovi nel rapporto dottrina canonistica - diritto positivo[61], al di fuori della dialettica tradizionale di questi due poli riguardo i contenuti normativi concreti. Infatti la relazione si svolge nell’ambito più astratto delle costruzioni generali, ed invita la canonistica a sviluppare una riflessione che, prendendo spunto delle recenti Codificazioni latina e orientale, riesca ad apportare nuovi elementi dottrinali di appoggio per la costruzione della struttura sistematica delle legislazioni future (generali o speciali; particolari o universali); elementi che approfondiscano il ruolo del sistema nella tecnica legislativa generale, e peculiarmente nell’ordinamento canonico; che illustrino i metodi di ordinazione più adeguati con il realismo giuridico e che non si riducano alla materialità di una proposta sistematica diversa.

Considerando l’iter di riforma del Codex del 1917 e la congiunzione tra la struttura lancelottiana e quella dei tre munera riappare la questione d’indubbio interesse riguardante il bisogno di armonizzare criteri teologici con dei criteri giuridici al momento di costruire le soluzioni sistematiche normative[62]. Le due categorie dovrebbero trasparire in maggiore o minore proporzione, mai però in modo esclusivo o escludente.

Infine, dal percorso formativo dell’attuale Codice di diritto canonico appare con forza l’importanza di coniugare teoria e pratica in modo adatto quando si deve stabilire la struttura sistematica di una norma[63]. Non soltanto per l’influsso che il modo di impostare il lavoro da parte dei tecnici che elaborano le norme può avere nella configurazione sistematica risultante. Soprattutto si manifesta l’importanza dell’adeguata congiunzione fra teoria e pratica nel considerare il peso che acquista l’applicazione nel tempo di un metodo, come verifica che anche circa le questioni sistematiche è utile che la vita preceda la norma. Basta pensare, per esempio, al fatto che la Chiesa ha incorporato al suo ordinamento la soluzione codiciale una volta che era stata ben collaudata negli ordinamenti statali. Il passare del tempo mostra con evidenza maggiore le mancanze e le lacune (così è accaduto con la sistematica del Codex del 1917) ma anche la reale capacità dello strumento sistematico di adempiere il compito previsto.



* Pubblicato in AA. VV. (a cura di J. Canosa), I principi per la revisione del Codice di diritto canonico. La ricezione giuridica del Concilio Vaticano II, Giuffrè, Milano 2000, pp. 671-707.

[1] Cfr. J. Hervada, Fin y características del ordenamiento canónico. Notas en torno al tema, en «Ius Canonicum» 2 (1962), pp. 5 - 110, particolarmente le pp. 47 - 51.

[2] Per riferirsi all’ordinata totalità cosmica gli stoici usavano il termine susthma. Da esso deriva l’attributo susthmatikós.

[3] Cfr. il recente lavoro di J. LLobell, E. De León, J. Navarrete, Il Libro «De processibus» nella Codificazione del 1917. Studi e documenti, vol. 1, Cenni storici sulla Codificazione. «De iudiciis in genere», il processo contenzioso ordinario e sommario, il processo di nullità del matrimonio, Milano 1999, che oltre al contenuto specifico sulla materia processuale, riporta dati generali di notevole spessore critico sulla codificazione.

[4] Sull’influsso del metodo delle Institutiones nel diritto canonico a partire del sec. XVI, cfr. A. Van Hove, Prolegomena ad Codicem iuris canonici. Editio altera auctior et emendatior, Mechliniae - Romae 1945, p. 385 e P. Erdö, Introductio in historiam scientiae canonicae: praenotanda ad codicem, Roma 1990, p. 128. Anche i progetti privati di Codex che vengono proposti negli ultimi anni del secolo XIX (come quelli di Pillet, Deshayes, Pezzani, Russo) presentano una simile struttura (cfr. A. Vetulani, Codex Juris Canonici. Travaux préparatoires in Dictionnaire de Droit Canonique, III, Paris 1942, col. 915-918) .

[5] Vedi una prima distribuzione della materia sulla lettera del 6 aprile 1904, inviata da mons. P. Gasparri, come segretario della Pontificia Commissio pro Ecclesiae legibus in unum redigendis alle Università e agli Studi, in ASS 37 (1904-1905), p. 130, nella quale si legge «Ordo autem servandus hic plus minusve erit: praemissa parte generali complectente titulos de Summa Trinitate et fide catholica, de constitutionibus, de rescriptis, quinque habebuntur libri: de personis, de Sacramentis, de rebus et locis sacris, de delictis et poenis, de iudiciis» e, in modo più dettagliato, sull’«Indice delle materie del Codice di Diritto can. col Nome ed indirizzo dei Sig. Consultori ed il termine per la consegna del lavoro», elaborato anche all’inizio dell’anno 1904, che riporta G. Feliciani nell’edizione da lui curata dell’opera di M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex Iuris Canonici», Bologna 1992, pp. 36-49. Non coincide con l’ordine dei cinque libri del Codice del 1917, dove il libro «De Processibus» sarà il quarto, al posto del libro «De Delictis et Poenis» che diventerà il quinto (vedi l’Index del Codex nel volume degli AAS 9, pars II, (1917), pp. 511-521). Tali cambiamenti non mutano la struttura basilare (persona, res, actiones) lancelottiana.

[6] Vedi S. Kuttner, Il Codice di Diritto Canonico nella Storia. Lezione ufficiale commemorativa del cinquantesimo della promulgazione del codice di diritto canonico tenuta, alla presenza del Sommo Pontefice Pablo VI, il 27 maggio 1967, pubblicata nel volume L’attività della Santa Sede nel 1967. Pubblicazione non ufficiale, Città del Vaticano 1968, pp. 1620-1634, p. 1628.)

[7] Non si segue lo schema delle Decretali di Gregorio IX, ripreso a sua volta dalla Compilatio di Bernardo di Pavia: la gerarchia, il processo, la condizione clericale, il matrimonio e il diritto penale (Cfr. su questa ordinazione sistematica P. Landau, Die Entstehung der systematischen Dekretalensammlungen, in «Zeitschrift der Savigny - Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung », 66 [1979], pp. 120-149 e J. Gaudemet, Storia del diritto canonico. Ecclesia et Civitas, Roma 1998, pp. 454-456).

[8] Si potrebbe considerare un tentativo in questo senso l’opera di E. Colomiati, Codex iuris pontificii seu canonici, Taurini 1888 — 1893.

[9] «Debent scilicet doctores iure canonico tradendo, ipso Codicis ordine ac titulorum capitumque serie religiosissime servata, singulos canones diligenti explanatione interpretari» (AAS 9 [1917] p. 439).

[10] «Periculorum materia sint ipsius Codicis canones, vel omnes vel partim, pro diversitate gradus adipiscendi, remoto quolibet indice thesium, vel quae doctrinam exhibeant in ipsis canonibus contentam» (AAS 11 [1919] p. 19).

[11] A queste opinioni farà riferimento il rapporto sui lavori della commissione di riforma pubblicato nella rivista «Communicationes», organo ufficiale della «Pontificia Commissio Codici Iuris Canonici recognoscendo»: «Verumtamen auctores non defuerunt qui, iam tempore Codificationis, triplicem defectum fundamentalem, praeter alios minoris ponderis, Codici Iuris Canonici tribuerent, scilicet quod: 1) iuxta systema iuris romani —quod aptatum fuit ad ius privatum exponendum—, nihil traderetur circa ius publicum externum, dum ius publicum internum seu constitutivum Ecclesiae latebat sub iure privato personarum; 2) sub rubrica «de rebus» multa ponerentur quae miro et alieno modo «res» essent iuxta sensum iuridicum communem, videlicet sacramenta et sacramentalia, tempora sacra, cultus divinus, magisterium ecclesiasticum, etc.; 3) satis prae oculis non haberetur ratio diversarum functionum potestatis ecclesiasticae. Fere autem omnes auctores semper addebant in tractatione notiones vel partes de fontibus materialibus et formalibus, de iure publico externo, nempe de habitudine ad alias confessiones et religiones necnon ad Statum; quidam praeterea in propria tractatione adiungebant expositionem de influxu iuris et de habitudine Ecclesiae ad mundum. Mirum ergo non est quod artifices Codificationis Pianae systema simplex Lancelotti prae ceteris divisionibus propositis selegerint» («Communicationes» 1 [1969], p. 103). Cfr. anche M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex Iuris Canonici», Bologna 1992, pp. 136-138.

[12] «Damit wurde ein Thema angesprochen, das in der kanonistik schon längst gesehen worden ist und das heute zu den drängenden Fragen der Reform unseres Gesetzbuches gehört» (K. Mörsdorf, Zur Neuordnung der Systematik des Codex Iuris Canonici. Herrn Prof. P. Dr. theol. Philipp Hofmeister OSB zum 80. Geburtstag in treuer Verbundenheit zugeeignet in «Archiv für katholisches Kirchenrecht» 137 [1968], pp. 3-38).

[13] H. Schmitz, Die Gesetzessystematik des allgemeinen kirchlichen Verfassungsrechtes in CIC, in «Archiv für katholisches Kirchenrecht» 129 (1959-1960), pp. 408-485 e Die Gesetzessystematik des CIC Liber I-III, München 1963.

[14] P. Lombardía, La Sistemática del Codex y su posible adaptación, in AA. VV., Teoría general de la adaptación del Código de Derecho Canónico. Trabajos de la VIII Semana Española de Derecho Canónico, Bilbao 1961, pp. 213-237; ripubblicato anche nei suoi Escritos de Derecho Canónico, I, Pamplona 1973, pp. 349-395.

[15]Cfr. Giovanni XXIII; m. p. Supernu Dei nutu in AAS 52 (1960), pp. 433 - 437. Cfr. anche V. Carbone, Gli schemi preparatori del Concilio Ecumenico Vaticano II in «Monitor Ecclesiasticus» 96 (1971), pp. 76-86.

[16]Cfr. «Communicationes» 1 (1969), p. 101 e «Communicationes» 13 (1981), p. 262.

[17] Nel mese di aprile dell’anno 1964 il Santo Padre Paulo VI aveva nominato settanta consultori della «Pontificia Comissio Codici Iuris Canonici reconoscendo» Cfr. «Communicationes» 1 (1969), p. 33.

[18]Cfr. «Communicationes» 1 (1969), p. 37.

[19] Uno degli ufficiali della Commissione a quell’epoca riferisce che «alla quarta questione sul modo di suddividere la materia del Codice come viene suggerito nella terza relazione del volume “Questioni fundamentali”, non tutti i cardinali presenti diedero una risposta. Alcuni accettarono la divisione della materia proposta nella relazione, altri invece l’ammisero solamente in via provvisoria» (N. Pavoni, L’iter del nuovo Codice in F. Coccopalmerio, P. A. Bonnet, N. Pavoni, Perché un codice nella Chiesa, Bologna 1984, pp. 127-170, p. 134).

[20] Vedi «Communicationes» 1 (1969), p. 44: «Mense ianuario 1966 decem Coetus a studiis inter Consultores constituti sunt quibus commissum est examinare et recognoscere, prae oculis praesertim habitis praescriptis Decretorum Ss. Concilii Vaticani II, leges vigentis Codicis Iuris Canonici, indeque schemata canonum exarare examini Commissionis Cardinalium proponenda.». Nella relazione tenuta dal card. Felici, presidente della commissione, durante la Congrezazione planaria della commissione celebrata fra i giorni 24-27 maggio 1977, ricordava che «eodem mense ianuario 1966 decem Coetus studii inter Consultores constituti sunt iuxta placita Em.morum Sodalium Commissionis» («Communicationes» 9 [1977], p. 64).

[21]Vedi «Communicationes» 1 (1969), p. 44:

[22] Cfr. «Communicationes» 1 (1969), p. 101. Il «coetus centralis» o di coordinamento era formato dai relatori di tutti i restanti gruppi di studio.

[23]«Communicationes» 1 (1969), p. 101. Come si può rilevare tali tre questioni benché abbiano un rapporto con le altre tre questioni formulate nella seconda sessione dei membri della commissione del novembre 1965, sono questioni diverse che presuppongono la decisione delle precedenti.

[24] A. De la Hera Los primeros pasos de la ordenación sistemática del nuevo Código de Derecho Canónico, in AA. VV., Estudios de Derecho Canónico en homenaje al profesor Maldonado, Madrid 1983, pp. 223-243 ha messo in luce l’articolazione di questi due problemi e il collegamento reciproco fra di essi.

[25]«Communicationes» 1 (1969), pp. 101-102. Sulla diversa portata dei principi direttivi, cfr. R. Castillo Lara, Criteri di lettura e di comprensione del nuovo Codice, in AA. VV., Il nuovo Codice di diritto canonico. Novità, motivazione e significato, Roma 1983, pp. 9-33.

[26] Il decimo principio ottenne 134 placet, 52 placet iuxta modum e 1 non placet («Communicationes» 1 [1969], p. 100). La questione sistematica apparve in altri momenti durante lo svolgimento del Sinodo. Infatti, l’ottava animadversio pubblicata fra le animadversiones riguardanti i «Principia quae Codicis Iuris Canonici recognitionem dirigant», diceva così: «Optandum est ut novus Codex sit simplicior et ea contineat quae generaliora sunt, et locum det legislationibus particularibus. Ordo systematicus regatur secundum munera pastorum, sanctificandi, docendi, regendi Populum Dei» La risposta del Card. Presidente fu: «Sumus plene concordes in hoc, quod sat clare in principiis expositis continetur» («Communicationes» 1 [1969], p. 96).

[27]«Mense vero novembri anni 1967 opportuna iam visa est constitutio specialis Coetus Consultorum, qui in studio incumberent ordinis systematici novi Codicis Iuris Canonici. Videbatur enim tempus iam advenisse ad hunc laborem incipiendum, imprimis quia aderat fundamentum, nempe “Principia” a Synodo approbata; deinceps vero propter experientiam iam acquisitam circa problemata e diversis Codicis partibus exsurgentia perdurantibus duobus his annis laboris ex parte aliorum duodecim Coetuum Consultorum nostrae Commissionis» («Communicationes» 1 [1969], p. 102).

[28]«Communicationes» 1 (1969), p. 102.

[29]«Communicationes» 1 (1969), p. 104.

[30]«Communicationes» 1 (1969), pp. 104-105. La diversità tra i consultori su questo punto è spiegabile, anche perché gran parte di essi appartenevano al mondo universitario, e avevano avuto l’occasione di trattare con scelte sistematiche proprie argomenti di diritto canonico; a questo si aggiunse il fatto che altri autori fornirono diverse progetti sistematici. Così descrive l’attuale presidente del Pontificio Consiglio per l’interpretazione autentica dei testi legislativi, a quel momento ufficiale presso la commissione di riforma del Codice, il lavoro dei consultori del gruppo di ordinazione sistematica in quella fase: «los consultores tuvieron también en cuenta varias propuestas presentadas por otros canonistas, a título privado, para una reelaboración total de la sistemática del Código. Estas propuestas se apoyaban en principios doctrinales de indudable valor: por ejemplo, la raíz sacramental del Derecho canónico, la tarea misionera de la Iglesia, el aspecto esencialmente comunitario del Pueblo de Dios, el movimiento ecuménico, etc. Pero ninguno de estos principios -aun siendo todos teológicamente válidos- era suficiente para enmarcar bien el conjunto de las normas jurídicas que debían tutelar el entero orden social de la Iglesia» (J. Herranz, Génesis y elaboración del nuevo Código de Derecho Canónico in AA. VV. [a cura di A. Marzoa, J. Miras, R. Rodríguez-Ocaña], Comentario exegético al Código de Derecho canónico, Pamplona 1996, vol. I, pp. 157-205, p. 186).

[31]«Communicationes» 1 (1969), p. 106.

[32] «Exitus suffragationis fuit: Praesentes votantes: 10 Placet: 9 Non placet: 1» («Communicationes» 1 [1969], p. 107).

[33]«Communicationes» 1 (1969), p. 107.

[34] «Communicationes» 9 (1977), p. 66.

[35] L’allora segretario della commissione di riforma ricordava: «Es de advertir que la división en materias de estudio de los grupos, que calca en parte la estructura del actual código y por consiguiente parecería condicionar la solución y planteo de algunas cuestiones, obedeció a criterios de orden práctico, especialmente al de comenzar el trabajo sin esperar la solución, necesariamente, de algunas cuestiones de sistemática» (R. Castillo Lara, Estado actual de los trabajos de la Pontificia Comisión para la Revisión del CIC, in AA. VV., La norma en el Derecho Canónico. Actas del II Congreso Internacional de Derecho Canónico. Pamplona, 10-15 de octubre de 1976, vol. II, pp. 3-13, Pamplona 1979, p. 5).

[36] Il card. Felici, nella relazione tenuta durante la Congregazione plenaria della commissione del maggio 1977 affermava: «approbatio huius adumbratae propositionis de ordinatione systematica ex parte Patrum Commisionis, in sessione plenaria die 28 maii 1968 habita, magnae fuit utilitatis ad melius perficiendas structuram et competentiam Coetuum studii Consultorum» «Communicationes» 9 (1977), p. 66. «Estamos convencidos que este primer intento de sistemática representa un significativo paso adelante en el proceso de codificación» (R. Castillo Lara, Estado actual de los trabajos de la Pontificia Comisión para la Revisión del CIC, in AA. VV., La norma en el Derecho Canónico. Actas del II Congreso Internacional de Derecho Canónico. Pamplona, 10-15 de octubre de 1976, vol. II, pp. 3-13, Pamplona 1979, p. 11).

[37] «necessitate accommodandi, quoad rem et quoad formam (systema), totum Corpus Iuris doctrinae ecclesiologicae a Concilio Vaticano II propositae» «Communicationes» 1 (1969), p. 104.

[38]«Post celebratam tertiam Sessionem Em.morum Cardinalium, in qua ordinatio systematica Codicis provisorie approbata fuit, Card. Felici, Praeses, Coetus studiorum in novum ordinem disposuit, ita: de ordinatione systematica Codicis, de lege fundamentali Ecclesiae, de normis generalibus, de sacra hierarchia, de institutis perfectionis, de laicis, de personis physicis et moralibus in genere, de matrimonio, de sacramentis, de magisterio ecclesiastico, de iure patrimoniali Ecclesiae, de processibus, de iure poenali» («Communicationes» 1 [1969], p. 45): cioè «Quaestiones speciales Libri II Codicis» divenne «De personis physicis et iuridicis» e più avanti si fuse con «De normis generalibus». Più avvanti fu costituito il gruppo «De locis et temporibus sacris deque cultu divino». Il gruppo «De laicis» acquistò una maggiore competenza e divenne «De fidelium iuribus et Associationibus deque laicis»; il «De religiosis» divenne «De Institutis perfectionis» e poi «De Institutis vitae consecratae per professionem consiliorum evangelicorum» («Communicationes» 9 [1977], pp. 68-69).

[39] «desiderio medendi defectibus hodierni Codicis atque supplendi eas normas quae a novis adiunctis vitae christianae postulantur» («Communicationes» 1 [1969], p. 104).

[40] «Utrum adumbrata ordinatio systematica Codicis Iuris Canonici recipienda sit quoad substantiam, habita ratione discussionis in hoc plenario Commissionis coetu factae. Placet 27; Non placet 1; Placet iuxta modum 12» («Communicationes» 1 [1969], p. 113).

[41] «Communicationes» 13 (1981), pp. 264-265. Forse la menzione alla «tertia sessione plenaria habita die 20 aprilis 1969» si deve riferire alla «sessio plenaria Sodalium Commissionis, quibus, per Litteras Prot. N. 1402/68 die 20 aprilis datas», celebrata il giorno 28 maggio 1968 alla quale si ha fatto riferimento. Infatti, il volume L’attività della Santa Sede nel 1969. Pubblicazione non ufficiale, Città del Vaticano 1970, nelle pp. 879-880, dedicate al lavoro della commissione non fa riferimento ad una riunione plenaria nel aprile del 1969.

[42] «Esta sistemática, como dije, es provisional y deberá ser perfeccionada o quizá totalmente rehecha» (R. Castillo Lara, Estado actual de los trabajos de la Pontificia Comisión para la Revisión del CIC, in AA. VV., La norma en el Derecho Canónico. Actas del II Congreso Internacional de Derecho Canónico. Pamplona, 10-15 de octubre de 1976, vol. II, pp. 3-13, Pamplona 1979, p. 11). Carattere provvisorio che consente agli autori di avanzare proposte in merito. Cfr. ad esempio, P. Krämer, Kritische Anmerkungen zur Systematik des Codex Iuris Canonici in «Archiv für katholisches Kirchenrecht» 147 (1978), pp. 463-470 e H. Schmitz, De ordinatione systematica novi codicis iuris canonici recogniti in «Periodica de re morali canonica liturgica» 68 (1979), pp. 171-200.

[43] Paolo vi, Discorso al collegio dei Cardinali in AAS 62 (1970), p. 518.

[44] «Por razones prácticas no se ha seguido totalmente la distinción del triplex munus, y así, no hay un libro especial para el munus regendi, que viene incorporado sin más a la De Ecclesiae Constitutione Hierarchica, donde se habla de las personas constituidas en jerarquía, de los órganos de gobierno y del ejercicio de la potestad de régimen» (R. Castillo Lara, Estado actual de los trabajos de la Pontificia Comisión para la Revisión del CIC, in AA. VV., La norma en el Derecho Canónico. Actas del II Congreso Internacional de Derecho Canónico. Pamplona, 10-15 de octubre de 1976, vol. II, pp. 3-13, Pamplona 1979, p. 11). Nonostante ciò lo schema del Codice continua ad avere secondo alcuni autori una portata ecclesiologica: «Essentially, the picture is not different with the “theological” structure of the triple office doctrine. In fact the Commission failed in its attempt to make use of this structure for the systematization of canon law. The partial use of a tripartite principle is a contradiction in terms. The designations of Books III and IV in one way alter this. But if the abortive “ideological” substantiation is disregarded, the Commission did in fact manage a division that is ecclesiologically relevant. While the second book deals with the structures for the juridical organization of the people of God the third and fourth books follow with the central norms on the way in which the mission and life of God’s people are realized: word and sacrament» (W. Aymans, Ecclesiological Implications of the New Legislation in «Studia Canonica» 17 [1983], pp. 63-93).

[45] «Communicationes» 9 (1977), pp. 229, e nella pagina succesiva si legge: «Haec ordinatio systematica novi Codicis Iuris Canonici parata est iuxta ea quae deliberata sunt et approbata in Congregatione Plenaria Patrum Commissionis, die 28 Maii 1968 habita. Agitur tamen de ordinatione systematica provisoria, quae adhuc perfici forsan poterit post consultationem circa omnia schemata novae Codificationis. Mens Legislatoris est, et quidem Patrum Commissionis, ut inter tanta diversaque criteria quae adoptari possunt, ordo systematicus seligatur ordinatione vigentis Codicis fundamentaliter innixus. Hoc quidem conveniens visum est propter rationes technicas, practicas et didacticas ab experientia satis probatas. Praedictum tamen systema, planum quidem ac simplex, quod originem suam ultimam trahit ex illo pervetere principio «omne ius quo utimur vel ad personas pertinet vel ad res vel ad actiones», aptatum atque perfectum est in quantum fieri potest iuxta expositionem theologicam de tribus muneribus Ecclesiae, quae in documentis Concilii Vaticani II invenitur, praesertim in Const. dogm. Lumen gentium. De munere tamen regendi necessarium visum est ut tractetur, iuxta diversitatem materiae, sive in Libro II (ubi normae simul traduntur de personis atque de organis et officiis quibus potestas regiminis exercetur) sive etiam in Libris V, VI et VII. Ideoque non adest liber specificus qui inscribitur «De Munere regendi», quia hoc plures secumferret repetitiones».

[46] Sull’influsso di questi cambiamenti sulla parte riguardante il libro II del Codice, cfr. T. Bertone, Sistematica del libro II. I «Christifideles». Doveri e diritti fondamentali, in AA. VV., Il nuovo Codice di diritto canonico. Novità, motivazione e significato, Roma 1983, pp. 96-106.

[47]Cfr. Index di Pontificia Commissio Codici Iuris Canonici recognoscendo, Schema Codicis Iuris Canonici iuxta animadversiones S.R.E. Cardinalium, Episcoporum Conferentiarum, Dicasteriorum Curiae Romanae, Universitatum Facultatumque ecclesiasticarum necnon Superiorum Institutorum vitae consecratae recognitum. (Patribus Commissionis reservatum), Vaticano 1980, pp. XIII-XXIII.

[48] In parole del segretario aggiunto della commissione di riforma «cette consultation s’est avérée d’une très grande utilité, voire même d’une nécessité certaine. Il est absolument certain en effet, que les projets élaborés et proposés ont pu être amendés pour le plus grand bien de l’Eglise, grâce aux remarques de caractère prépondéramment pastoral qu’ont faites les Conférences épiscopales et les évêques, de même que l’Union de Supérieurs majeurs, grâce aussi aux propositions d’amendement, fondées sur l’expérience, transmises par les Dicastères de la Curie romaine, grâce enfin aux suggestions d’orde scientifique et technique soumises à la Commission par les Universités et Facultés ecclesiastiques» (W. Onclin, État actuel des travaux de la Commission Pontificale pour la revision du Codex Iuris Canonici, in AA. VV. [a cura di E. Corecco, N. Herzog, A. Scola], Les droits fondamentaux du chrétien dans l’Église et dans la société = Die Grundrechte des Christen in Kirche und Gesellschaft = I diritti fondamentali del cristiano nella Chiesa e nella società: actes du IVº Congrès international de droit canonique, Fribourg [Suisse], 6-11-X-1980, Freiburg im Breisgau, 1981).

[49]Cfr. AAS 75, pars II, (1983), pp. 305 - 317. Per quanto riguarda la distribuzione della materia presenta alcuni cambiamenti rispetto allo schema novissimum (Pontificia Commissio Codici Iuris Canonici recognoscendo, Codex Iuris Canonici Schema novissimum post consultationem S.R.E. Cardinalium, Episcoporum Conferentiarum, Dicasteriorum Curiae Romanae, Universitatum Facultatumque ecclesiasticarum necnon Superiorum Institutorum vitae consecratae recognitum, iuxta placita Patrum Commissionis deinde emendatum atque Summo Pontifice praesentatum, e Civitate Vaticana, 25 marzo 1982, pp. VII-XVIII) attuati dalla commissione ridotta di esperti che per ultima ha rivisto con il Papa Giovanni Paolo II il progetto del Codice, prima della promulgazione.

[50]Cfr. AAS 82 (1990), pp. 1355 - 1363.

[51]«Tout d’abord un résultat d’ordre quantitatif: sur les 1546 canons que contient le Code oriental un peu plus de 1000 ont un canon correspondant dans le Code latin; la forme littéraire diffère quelque pèu dans la plupart des cas, mais les dispositions législatives sont identiques». (R. Metz, Les canons communs a l’Église latine et aux Églises orientales a la fin du XXe siècle, in AA. VV. [a cura di R. Coppola], Incontro fra canoni d’Oriente e d’Occidente. Atti del Congresso Internazionale, Roma 1994, pp. 57-81).

[52] Come spiega uno degli esperti della Codificazione orientale, giacché ricopri l’incarico di vicepresidente della commissione codificatrice, «c’est pourquoi, pour rendre la forme du Code adhérente avec transparence à son contenu à la fois unitaire et si complexe, et aussi mieux adaptée aux différentes institutions et fonctions du droit, on a préféré disposer les trente “titres” par ordre de priorité de substance des matières expressément indiqués dans les titres et dans les subdivisions en chapitres et articles» (É. Eid, Conformation du Code des canons des Églises orientales, in AA. VV. [a cura di A. Al-Ahmar, A. Khalife, D. Le Tourneau], Acta Symposii internationalis circa Codicem canonum Ecclesiarum orientalium. Kaslik, 24-29 aprilis 1995, Kaslik 1995, pp. 69-91).

[53] Se «l’intelaiatura sistematica è sempre particolarmente importante, poiché costituisce un primo indice, e per di più non certo secondario, dal quale comprendere l’ideologia fondamentale alla quale la codificazione si è ispirata e della quale ha tentato di esprimere la dimensione giuridica» (P. A. Bonnet, La codificazione canonica nel sistema delle fonti tra continuità e discontinuità in F. Coccopalmerio, P. A. Bonnet, N. Pavoni, Perché un codice nella Chiesa, Bologna 1984, pp. 57-125, p. 116), una disposizione sistematica migliore renderà più trasparente la dimensione giuridica.

[54] Cfr. J. Mª González del Valle, La sistemática del nuevo Código de Derecho Canónico, in «Ius Canonicum» 25 (1985), pp. 12 - 28, particolarmente la p. 25. Cfr. esempi di costruzione sistematica in trattazioni di diritto canonico: dal ormai classico P. Hinschius, System des katholischen Kirchenrechts, mit besonderer rücksicht auf Deutschland, Berlin 1883 ad altre trattazioni più recenti come P. A. D’Avack, Trattato di diritto canonico: introduzione sistematica generale, Milano 1980 e P. V. Pinto, I processi nel codice di diritto canonico: commento sistematico, Città del Vaticano 1993. L’autonomia sistematica non è soltanto patrimonio dei giorni nostri; vid. per esempio, un caso di trattazione dell’argomento canonico-matrimoniale seguendo la traccia del corrispondente delle Decretali, ma usando anche il titolo X delle Institutiones di Giustiniano, in J. Canosa, El jurista Tadeo Pisón (1565c.-1615). Un olvidado maestro de la Universidad de Padua in «Quaderni per la storia dell’Università di Padova» 26-27 (1993-1994), pp. 223-235, in modo particolare le pp. 227-231.

[55] Cfr. S. Kuttner, Betrachtungen zur Systematik eines neuen Codex Iuris Canoci in Ex Aequo et Bono. Willibald M. Plöchl zum 70. Geburtstag, Innsbruck, 1977, p. 18.

[56] «Haec materiae distributio cum ordine systematico Codicis vigentis congruebat tantum ob exigentias practicas laboris, quin ullum praeiudicium afferret novo ordini Coicis luris Canonici, qui quidem ex ipsis studiis peractis ac peragendis apparere debebat» («Communicationes» 1 [1969], p. 104 e «Communicationes» 9 [1977], pp. 68).

[57]I consultori dei gruppi di studio erano consapevoli della complessità delle questioni sistematiche che sorgevano a volte, e non potevano fermarsi a risolverle. Alcune questioni sistematiche sono rimaste fissate in un modo, ma legittimamente ammettono un’altra soluzione. Vedi, ad esempio, una mostra in questo passo dello studio di una parte del libro II, durante la seduta di lavoro del «coetus centralis» del 15 ottobre 1979: «Il primo Consultore si domanda se sia compito di questo gruppo di studio prendere decisioni che riguardano questioni molto complesse. Per es., si tratta nello schema “De Populo Dei” “De institutione clericorum”, ma questi canoni hanno evidenti affinità con i canoni “De munere docendi” e quindi bisogna stabilire se devono essere trasferiti al Libro III. Il Relatore: Ci sono alcune Conferenze Episcopali che propongono di trasferire in altro schema le norme “De institutione clericorum” ma ci sono altri organismi consultivi che preferiscono la sistemazione di questa materia nel “De Populo Dei”» («Communicationes» 12 [1980], p. 52).

[58] Per esempio, per quanto riguarda gli atti amministrativi singolari, il ragruppamento di diversi istituti tradizionali -decreto, precetto, rescritto, privilegio, dispensa- sotto il titolo del Codice latino «De actibus administrativis singularibus» comporta per questi istituti l’ascrizione legale in una nuova categoria legislativa. Cfr. E. Labandeira, Trattato di diritto amministrativo canonico, Milano 1994, pp. 310, 339-348; J. Miras, Introducción al T. IV. De los actos administrativos singulares, in AA. VV. [a cura di A. Marzoa, J. Miras, R. Rodríguez-Ocaña], Comentario exegético al Código de Derecho canónico, Pamplona 1996, vol. I, pp. 498-500. In questo caso la disposizione sistematica del Codice ha una importanza che non ha per altre figure, ma comunque non è il criterio assoluto che potrebbe escludere atti amministrativi singolari che non vengono previsti in modo esplicito un quei canoni. Un altro esempio in questo senso lo costituisce l’importanza sistematica della divisione in due sezioni (I. De Institutis vitae consecratae e II. De Societatibus vitae apostolicae) della parte terza del libro II dello stesso Codice (cfr. J. L. Gutiérrez, Le Società di vita apostolica in «Ius Ecclesiae» 6[1994], pp. 553-569, con particolare riferimento alle pp. 563-566).

[59] Cfr. J. L. Gutiérrez, La interpretación literal de la ley, in «Ius Canonicum» 35 (1995), pp. 529-560; Idem, Alcune questioni sull’interpretazione della legge, in «Apollinaris» 60 (1987), pp. 507-525; C. J. Errázuriz M., Circa l’equiparazione quale uso dell’analogia in diritto canonico, in «Ius Ecclesiae» 4 (1992), pp. 215-224; Idem, Ancora sull’equiparazione in diritto canonico: il caso delle prelature personali, in «Ius Ecclesiae» 5 (1993), pp. 633-642.

[60] Cfr. E. Molano, La constitución jerárquica de la Iglesia y la sistemática del Código de Derecho Canónico, in Pontificium consilium de legum textibus interpretandis, Ius in vita et in missione ecclesiae. Acta Symposii Internationalis iuris canonici occurrente X anniversario promulgationis  Codicis Iuris Canonici diabus 19-24 aprilis 1993 in Civitate Vaticana celebrati, Città del Vaticano 1994, p. 229.

[61] «Es posible contraponer un sistema científico a un sistema legislativo y un Código no puede tener la misma sistematica que un tratado; no es lícito, sin embargo, prescindir de la ayuda de la ciencia... La aspiracion de que una sistematica sea sencilla y no tenga una excesiva carga técnica, no puede confundirse con un conformismo ante el hecho de que sea anticientífica». (P. Lombardía, La Sistemática del Codex y su posible adaptación, in AA. VV., Teoría general de la adaptación del Código de Derecho Canónico. Trabajos de la VIII Semana Española de Derecho Canónico, in Escritos de Derecho Canónico, I, Pamplona 1973, p. 394).

[62] «A un più attento esame, risulta evidente la reale portata delle innovazioni che non si limitano ai pur notevoli cambiamenti intervenuti nei singoli libri, ma investono l’impostazione di tutta la sistematica. Infatti, come emerge dalla denominazione di alcuni libri, essa non viene più esclusivamente mutuata da dottrine giuridiche di origine secolare - come la tripartizione giustinianea in persone, cose, azioni- ma ha anche una matrice teologica in quanto deriva dalla dottrina della chiesa come popolo d Dio e delle sue diverse funzioni» (G. Feliciani, Il nuovo codice tra fedeltà e novità, in AA. VV. [a cura di E. Cappellini], La normativa del nuovo codice, Brescia 1983, pp. 9-26, p. 19).

[63] «No se olvide que el Codex es un instrumento práctico de trabajo, que deberá ser consultado continuamente por muchos no especialistas» (R. Castillo Lara, Estado actual de los trabajos de la Pontificia Comisión para la Revisión del CIC, in AA. VV., La norma en el Derecho Canónico. Actas del II Congreso Internacional de Derecho Canónico. Pamplona, 10-15 de octubre de 1976, vol. II, pp. 3-13, Pamplona 1979, p. 11).