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PONTIFICIA UNIVERSITAS SANCTAE CRUCIS

FACULTAS IURIS CANONICI

 

VEĆESLAV TUMIR

 

 

L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLE SCUOLE PUBBLICHE NELLA REPUBBLICA DI CROAZIA

 

 

Thesis ad Doctoratum in Iure canonico

totaliter edita

ROMAE 2009

 

Vidimus et adprobavimus ad normam statutorum

Prof. Dr. David Cito

Prof. Dr. Joseph Thomas Martin de Agar

Imprimi potest

Prof. Dr. Aloisius Ph. Navaro

Decanus Facultatis Iuris Canonoci

Dr. Emmanuel Miedes

Secretaruis Generalis Universitatis

Roma 4.09. 2007.

Prot.n. 621/2007.

Imprimatur

con approvazione ecclesiastica

Mons. Mauro Parmeggiani

Prelato Segretario Generale Vicariato di Roma

Roma, 03.10. 2007.

 

A tutti coloro senza i quali il presente lavoro non sarebbe stato scritto.

 

INDICE

INTRODUZIONE. 8

1. STORIA DELL’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NEL SISTEMA SCOLASTICO CROATO. 13

1.1. Brevi cenni di storia croata. 13

1.2. Evoluzione del sistema scolastico fino al 1874. 21

1.3. L’insegnamento di religione e le leggi del 1874 e del 1888. 26

1.4 L’insegnamento di religione nel Regno di Jugoslavia. 44

1.5. L’abolizione dell’insegnamento di religione sotto la dittatura comunista. 55

1.6. La. 78

2. PRINCIPI GENERALI DELLA VIGENTE LEGISLAZIONE CANONICA E CIVILE. 83

2. 1. La finalità dell’educazione. 83

2.2. Diriti-doveri che competono alla Chiesa in materia di educazione. 88

2.3. Doveri dei fedeli affinché le leggi civili contemplino l’educazione religiosa e morale dei giovani nelle scuole. 96

2.4. Diritti-doveri che riguardano l’obbligo dei genitori di educare i propri figli. 99

2.5. L’educazione nella legislazione della Repubblica di Croazia. 108

3. L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLE SCUOLE E NEGLI ISTITUTI PRESCOLASTICI PUBBLICI IN CROAZIA. 116

3. 1. Il diritto dei genitori all’educazione religiosa dei figli. 117

3.2. Lo status dell’insegnamento della religione nel sistema educativo croato. 125

3.2.1 La scelta dell’insegnamento della religione. 125

3.2.2. La posizione della religione rispetto alle altre materie scolastiche. 132

3.2.3. La valutazione degli insegnanti sulla conoscenza della materia. 138

3.2.4. Il programma di insegnamento e i libri di testo. 141

3.3. La posizione giuridica dell’insegnante di religione. 148

3.3.1. Le qualifiche dell’insegnante di religione. 148

3.3.2. La missio canonica e l’assunzione dell’insegnante di religione. 153

3.3.3. L’esame professionale di Stato. 159

3.3.4. Diritti-doveri dell’insegnante di religione. 162

3.3.5. La formazione permanente degli insegnanti 165

3.3.6. La possibilità di promozione al grado di mentore e consigliere. 170

3.4. L’educazione religiosa nei centri prescolastici. 178

3.5. Gli organi ecclesiastici del coordinamento dell’insegnamento della religione. 187

CONCLUSIONE. 194

APPENDICE I. 198

Accordo tra la Santa e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale. 198

APPENDICE II. 204

Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici. 204

APPENDICE III. 210

Le leggi emanate nell’Impero Austro-Ungarico. 210

Concordato fra Pio IX e Francesco Giuseppe I Imperatore d’Austria del 18 agosto 1855. 210

Zakon ob ustroju pučkih škola i preparandija za pučko učiteljstvo u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji iz 1874. 211

(Legge sulla costituzione delle scuole elementari e degli istituti magistrali nei Regni di Croazia e di Slavonia del 1874) 211

Zakon o uređenju pučke nastave i obrazovanja pučkih učitelja u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji iz 1888. 215

(Legge sull’ordinamento dell’istruzione elementare e sulla formazione degli insegnanti delle scuole elementari nei Regni di Croazia e di Slavonia del 1888) 215

Le leggi emanate nel Regno di Jugoslavia. 217

Zakon o narodnim školama iz 1929. 217

(Legge sulle scuole popolari del 1929) 217

Pravilnik o izvršenju odredaba o vjerskoj nastavi i privatnim školama po Zakonu o narodnim školama. 219

(Regolamento per l’esecuzione delle norme sull’insegnamento religioso e sulle scuole private secondo la Legge sulle scuole popolari) 219

Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama. 222

(Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari) 222

Le leggi emanate nella Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavija. 225

Upute za rad na prosvjetnom polju. 225

(Istruzione circa il lavoro nel campo educativo) 225

Okružnica o vjeronauku Ministarstva prosvjete Federale Države Hrvatske. 227

(Circolare del Ministero della Pubblica Istruzione dello Stato Federale di Croazia sull'insegnamento della religione) 227

Postavljanje vjeroučitelja i izdavanje odobrenja za vršenje katehizacije – upute. 229

(Nomina degli insegnanti di religione e il rilascio delle approvazioni per insegnare la religione – istruzione) 229

I. 229

LA NOMINA DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE. 229

II. 231

L’APPROVAZIONE PER L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE. 231

Upute za jedinstveni postupak po školama u pitanju obuke iz vjeronauka. 232

(Istruzioni per il procedimento uniforme nelle scuole a riguardo dell’insegnamento della religione) 232

Dekret o školskim praznicima, broj 86275-III-1946. 233

(Decreto sui giorni festivi nelle scuole, numero 86275-III-1946) 233

Dekret o zabrani školskog vjeronauka. 233

(Decreto sulla proibizione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche) 233

Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica. 236

(Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose) 236

Le leggi emanate nella Repubblica di Croazia. 237

Ustav Republike Hrvatske. 237

(Costituzione della Repubblica di Croazia) 237

Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica. 238

(Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose) 238

Zakon o osnovnom školstvu. 240

(Legge sulle scuole elementari) 240

Zakon o predškolskom odgoju i naobrazbi 241

(Legge sull’educazione e sull’istruzione prescolastica) 242

Bibliografia. 243

Fonti. 243

Fonti e documenti dei Romani Pontefici 243

Documenti della Curia Romana. 243

Trattati internazionali e intese. 244

Documenti della Chiesa Cattolica in Croazia. 245

Altri fonti e documenti ecclesiastici 249

Fonti e documenti statali 250

Altri fonti civili 259

Libri e articoli. 259

 

ABBREVIAZIONI

AA      Apostolicam Auctositatem

AAS    Acta Apostolicae Sedis

BKJ     Biskupska konferencija Jugoslavije

       (Conferenza Episcopale Jugoslava)

DH      Dignitatis Humane

FNRJ       Federativna Narodna Republica Jugoslavija

       (Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia)

GE      Gravissimum Educationis

GS      Gaudium et Spes

HBK    Hrvatska biskupska konferencija

       (Conferenza Episcopale Croata)

HSS    Hrvatska seljačka stranka

       (Partito Croato dei Contadini)

KPJ     Komunistička partija Jugoslavije

       (Partito Comunista della Jugoslavia)

LG      Lumen Gentium

NKU    Nacionalni katehetski ured

       (Ufficio Catechistico Nazionale)

NOO       Narodnooslobodilački odbor

(Comitato Popolare di Liberazione)

NOP    Narodnooslobodilački pokret

(Movimento Popolare di Liberazione)

ZAVNOH    Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske

(Consiglio Regionale Antifascista di Liberazione Popolare della Croazia)

INTRODUZIONE

 

 

“Scoprire la bellezza e la gioia della fede è un cammino che ogni nuova generazione deve percorrere in proprio, perché nella fede viene messo in gioco quanto abbiamo di più nostro e di più intimo, il nostro cuore, la nostra intelligenza, la nostra libertà, in un rapporto profondamente personale con il Signore che opera dentro di noi. (…) Educare le nuove generazioni alla fede è un compito grande e fondamentale che coinvolge l'intera comunità cristiana. Cari fratelli e sorelle, voi toccate con mano come questo compito sia diventato oggi per vari aspetti particolarmente difficile, ma proprio per questo ancora più importante e quanto mai urgente. È possibile individuare infatti due linee di fondo dell'attuale cultura secolarizzata, tra loro chiaramente interdipendenti, che spingono in direzione contraria all'annuncio cristiano e non possono non avere un'incidenza su coloro che stanno maturando i propri orientamenti e scelte di vita. Una di esse è quell'agnosticismo che scaturisce dalla riduzione dell'intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale e che tende a soffocare il senso religioso iscritto nel profondo della nostra natura. L'altra è quel processo di relativizzazione e di sradicamento che corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell'uomo, col risultato di rendere fragili le persone, precarie e instabili le nostre reciproche relazioni.

Proprio in questa situazione tutti noi abbiamo bisogno, e specialmente i nostri ragazzi, adolescenti e giovani hanno bisogno, di vivere la fede come gioia, di assaporare quella serenità profonda che nasce dall'incontro con il Signore.”[1]

 

Il discorso, che papa Benedetto XVI tenne ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma il 5 giugno 2006, rivela l’importanza dell’educazione religiosa dei bambini, adolescenti e giovani. Da una parte il Pontefice sottolinea che la scoperta di bellezza della fede è un cammino personale, che ciascun individuo nelle successive generazioni deve percorrere personalmente. I giovani, tuttavia, non possono essere lasciati soli in tale scoperta, ma vanno aiutati dall’intera comunità cristiana.

L’organizzazione dell’insegnamento della religione nella Repubblica di Croazia si è sforzato, per l’appunto, di dare il suo sostegno alle nuove generazioni di cattolici nel loro cammino di fede, offrendo loro un’introduzione sistematica alla fede cattolica.

Il crollo del regime comunista suscitò la riforma di tutta la società croata, compreso il sistema della pubblica istruzione, che fino a tale momento era fortemente connotato dall’ideologia. A differenza di tutte le altre riforme della scuola precedentemente compiute, la recente riforma coinvolse la Chiesa Cattolica, ritenendo che essa con la sua esperienza in campo di educazione potesse essere una delle forze del rinnovamento della società croata.[2] La Chiesa e lo Stato furono consapevoli, inoltre, del fatto che la cultura e la storia Croata e in genere Europea non potevano essere compresi senza la conoscenza del cristianesimo.

Nell’anno scolastico 1991/1992, perciò, l'insegnamento della religione cattolica fu reintegrato nel sistema scolastico in una posizione giuridica uguale a tutte le altre materie obbligatorie. Tale posizione sarà, poi, confermata con la stipulazione dell'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, firmato a Zagabria il 19 dicembre 1996. In occasione dello scambio degli strumenti di ratifica dei tre Accordi stipulati, papa Giovanni Paolo II volle sottolineare i tre principi sui quali si basavano gli Accordi e, di conseguenza, anche l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in Croazia:

 

“Sono lieto che tali Convenzioni offrano ora un chiaro quadro giuridico per l’opera della Chiesa Cattolica nella Repubblica di Croazia, permettendole di svolgere in modo adeguato la sua missione. Come è noto, tali intese si fondano su tre principi basilari quali la libertà religiosa, la distinzione tra Chiesa e Stato e la necessità di collaborazione fra le due istituzioni.

Il rispetto della libertà religiosa serve da sfondo per stabilire i mutui rapporti tra la comunità ecclesiale e quella politica. Per la Chiesa Cattolica tale principio è stato recepito nei Documenti del Concilio Vaticano II e poi nel Codice del Diritto Canonico. Con l’avvento della democrazia, tale norma è stata sancita anche nella Costituzione della Repubblica di Croazia.

La distinzione tra la Chiesa e lo Stato che sono due entità indipendenti ed autonome, ciascuna nel proprio ordine, è poi il secondo principio ispiratore di tali Accordi. Ognuna ha il suo campo specifico di azione; sono diverse le loro origini, le loro finalità e i mezzi per raggiungerle. Tuttavia, la Chiesa e lo Stato si incontrano nell’uomo, il quale è, come cittadino, membro di uno Stato e in quanto credente, membro della Chiesa Cattolica.

È pertanto importante l’ulteriore principio di una retta e costruttiva collaborazione tra la Chiesa e lo Stato, per la promozione del bene comune dei singoli cittadini e dell’intera società. Difatti, esiste un ampio campo misto, in cui le reciproche competenze ed azioni si avvicinano e non di rado si intrecciano.”[3]

 

Il rispetto della libertà religiosa, la distinzione tra la Chiesa e lo Stato e una collaborazione retta e costruttiva sono i presupposti per una fruttuosa cooperazione tra la Chiesa Cattolica in Croazia e lo Stato Croato, per la promozione di una vera e integrale educazione dei cittadini croati.

La reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche ha trovato, purtroppo, e trova ancor oggi, l’opposizione da una parte della società civile. Secondo questa posizione, l’insegnamento della religione nei locali delle scuole pubbliche si oppone al principio della laicità dello Stato. Da una parte, la fonte di tali opinioni è il pensiero ereditato del sistema precedente, nel quale la fede e la Chiesa erano messi ai margini e i fedeli non avevano nessun diritto alla pubblicità. Dall’altra parte, l’opposizione si sviluppa a partire dal moderno pensiero “laicista”, ma giunge allo stesso scopo di ridurre la fede e la Chiesa al privato, negando ai fedeli le manifestazioni pubbliche delle loro convinzioni. Tali posizioni sono strettamente collegate, come sottolinea papa Benedetto XVI, con l’“agnosticismo che scaturisce dalla riduzione dell'intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale e che tende a soffocare il senso religioso iscritto nel profondo della nostra natura” e con il “processo di relativizzazione e di sradicamento che corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell'uomo, col risultato di rendere fragili le persone, precarie e instabili le nostre reciproche relazioni.”[4]

Nonostante i portavoce delle due posizioni precedentemente illustrate nascondono le loro idee sotto gli stessi principi del rispetto della libertà religiosa e della distinzione tra la Chiesa e lo Stato, le loro posizioni mirano, alla fine, a una violazione degli stessi principi. Quando i concetti di pluralismo, di laicità, e di democrazia sono compresi nel loro vero senso, diventa chiaro il perché l’insegnamento della religione deve avere una sua collocazione entro il sistema scolastico. In un certo senso, si può dire che l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche è lo stesso garante della libertà del sistema scolastico di fronte a ogni tipo di ideologizzazione.

Il presente lavoro, scritto quindici anni dopo la reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, prende in esame sia la storia di tale insegnamento sia il suo stato attuale in Croazia, cercando di esaminare la posizione giuridica che esso aveva nel passato e che gode oggi.

Il primo capitolo esamina l’evoluzione del sistema scolastico croato e dell’insegnamento della religione in tal contesto. La storia della scuola in Croazia, come nel resto d’Europa, è strettamente legata alla Chiesa Cattolica. Le prime scuole, infatti, sono state fondate e gestite da diversi ordini religiosi o da sacerdoti diocesani. Dopo una breve presentazione delle istruzioni dell’impero austriaco, cominciando dall’Allgemeine Schulordnung für die deutschen Normal-, Haupt-, Trival-Schulen in sämmtlichen kais. -königl Erbländern, pubblicato da Maria Teresa nel 1774, oggetto di particolare interesse saranno le prime leggi scolastice croate, vale a dire Zakon ob ustroju pučkih škola i preparandija za pučko učiteljstvo u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji (Legge sulla costituzione delle scuole elementari e degli istituti magistrali nei Regni di Croazia e di Slavonia) del 1874 e Zakon o uređenju pučke nastave i obrazovanja pučkih učitelja u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji (Legge sull’ordinamento dell’istruzione elementare e sulla formazione degli insegnanti delle scuole elementari nei Regni di Croazia e di Slavonia) del 1888.

Durante il periodo del Regno di Jugoslavia il sistema scolastico dovette servire alla Corona e alla creazione della jugoslavità integrale, e perciò la scuola pubblica subì una grave ideologizzazione, comportante anche l’emarginazione dell’insegnamento della religione, presente nel Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari). Tali avvenimenti furono un deciso annuncio del forte scontro ideologico tra comunisti e Chiesa Cattolica, scoppiato dopo la Seconda Guerra Mondiale, il quale terminerà con l’espulsione della religione dalle scuole pubbliche nel 1952. La sua reintroduzione poté avvenire solo dopo i cambiamenti politici del 1991.

Il secondo capitolo del lavoro vuole presentare in modo sintetico i principi basilari che oggi reggono la legislazione canonica e civile. I canoni del Codice di diritto canonico che regolano la materia dell’educazione cattolica e dell’insegnamento della religione trovano il loro fondamento soprattutto nella Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. La legislazione croata, da parte sua, cerca di fondarsi sul rispetto della persona umana e sul suo diritto all’educazione, garantiti dai diversi patti e dichiarazioni internazionali e, perciò, fatti propri anche dalla Costituzione della Repubblica di Croazia.

L’ultimo capitolo prospetta la posizione giuridica della quale gode l’insegnamento della religione in Croazia oggi. Nell’esposizione si parte dalle istruzioni del Ministero della Pubblica Istruzione, grazie alle quali fu introdotto l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie. L’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale e di conseguenza l’Ugovor o katoličkom vjeronauku u javnim školama i vjerskom odgoju u javnim predškolskim ustanovama (Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici) stipulato tra il Governo Croato e la Conferenza Episcopale Croata sono di particolare importanza. Essi garantiscono oggi la posizione giuridica dell’insegnamento della religione, dandogli una collocazione di uguaglianza alle altre materie obbligatorie.

Il terzo capitolo espone tutti i punti nodali dell’Accordo e dell’Intesa, vale a dire il diritto dei genitori all’educazione religiosa dei figli, lo status giuridico dell’insegnamento della religione con le sue moltipliche implicazioni: la scelta dell’insegnamento, la sua posizione rispetto alle altre materie scolastiche, la valutazione della materia e l’approvazione del programma e dei libri di testo. Il successo dell’insegnamento della religione dipende in grande misura dagli insegnanti e, perciò, una parte del terzo capitolo è dedicata alla ricerca della loro posizione giuridica marcato dalle qualifiche necessarie, mandato canonico e assunzione, esame professionale di Stato e dai loro diritti e doveri. La Chiesa Cattolica in Croazia cerca costantemente di promuovere e di migliorare l’insegnamento della religione, e perciò nel testo dell’Accordo e specialmente dell’Intesa il suo posto trovano anche il diritto-dovere degli insegnanti alla formazione permanente e il diritto alla promozione ai diversi gradi stabiliti dalla legge scolastica croata per gli insegnanti.

La Chiesa, consapevole che l’educazione religiosa comincia sin dai primi anni della vita, durante le trattative non si limitò soltanto all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, ma incluse nell’Accordo anche l’educazione religiosa dei bambini in età prescolare. Per poter esporre le specificità di tale educazione, essa è trattata in un titolo separato del terzo capitolo.

Rispettando il principio della distinzione tra la Chiesa e lo Stato e il principio della loro collaborazione, furono istituiti l’Ufficio Catechistico Nazionale e gli Uffici Catechistici Diocesani con lo scopo di un’attiva e pratica collaborazione tra la Chiesa e lo Stato nel campo dell’insegnamento della religione. Alla loro struttura e dedicato l’ultimo titolo del terzo capitolo.

Dal momento che il testo del lavoro cerca di presentare la posizione giuridica dell’insegnamento della religione nella Repubblica di Croazia, la maggioranza delle leggi e della letteratura è scritta in lingua croata. Durante l’elaborazione del testo gli articoli delle leggi, ritenuti più importanti, sono stati tradotti in italiano, mentre in alcuni casi, sopratutto delle istruzioni e dei regolamenti, si è cercato di esporre il loro contenuto. Tale scelta è stata fatta con l’intenzione di dare una panoramica sia storica sia quella della sua uguale dignità con le diverse implicazioni che ne conseguono. Durante la ricerca della bibliografia si è incontrato il problema della scarsità degli articoli pubblicati al riguardo. Ancora oggi in Croazia il dibattito scientifico intorno all’insegnamento della religione riguarda piuttosto la catechetica, la metodologia e la pedagogia, trattando solo con poche righe il quadro giuridico. Il lavoro, perciò, si fonda soprattutto sui documenti e sulle leggi, emanate dalle diverse autorità ecclesiastiche e civili, e su scarsi articoli giuridici o loro parti, che riguardano la posizione giuridica della materia. Il presente lavoro, con tutti i suoi limiti, vuole essere un piccolo contributo alla sistematizzazione e alla presentazione della materia e al dibattito scientifico.

 

1. STORIA DELL’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NEL SISTEMA SCOLASTICO CROATO

 

 

1.1. Brevi cenni di storia croata

 

Le leggi che oggi regolano l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in Croazia sono il risultato di un lungo processo, che subì una battuta d’arresto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per poter meglio capire l’evoluzione del sistema vigente, vogliamo offrire una breve introduzione alla storia generale croata e, in questo quadro, alle vicende del sistema scolastico, soffermandoci specialmente sulle leggi del XIX e XX secolo.

I Croati si stabilirono nel territorio che oggi occupano, quando ancora erano una tribù nomade proveniente dall’Asia e dalle pianure dell'odierna Russia e Ucraina. Tra il VI e il VII secolo furono inquadrati in tribù militari, insieme agli Avari, nel territorio delle province romane di Illiria, Pannonia e Dalmazia. Nel 582 espugnarono e distrussero la città imperiale di Sirmium (odierna Srijemska Mitrovica), mentre, nel 614, Salona, capoluogo della provincia dalmata ed Epidaurum (Cavtat).[5]

Gli abitanti di Epidaurum e di Salona, di origine romana e illirica, avevano trovato rifugio in luoghi sicuri: questi nella Villa di Diocleziano e quelli su di un'isoletta protetta dal mare, dando così inizio alle odierne Split (Spalato) e Dubrovnik (Ragusa). Il resto della popolazione trovò rifugio nelle montagne o in altre città ben fortificate, sotto l’amministrazione bizantina, come, per citarne alcune, Zadar (Zara), Trogir (Traù), Rab (Arbe), Krk (Veglia), Osor (Ossero).[6]

Dopo la migrazione, i Croati si estendevano ai territori dell’odierna Croazia, Istria, Bosnia, Erzegovina, Dalmazia e Montenegro, eccezion fatta per le città marittime. Così, alla fine del VIII secolo, nacquero i primi principati croati: al nord Panonska Hrvatska (Croazia Pannonica), al sud e all’ovest Primorska Hrvatska (Croazia Marittima), chiamate anche Bijela Hrvatska (La Croazia Bianca). A sud-est di questi due principati si formarono quattro piccoli stati, “sclavinie” o Crvena Hrvatska (La Croazia Rossa): Neretvanska kneževina (Il Principato di Neretva), oppure Pagania, Zahumlje, Travunja, e Duklja.[7]

I Croati non fecero propria solo la preesistente cultura romana, con i suoi edifici e opere pubbliche, ma altresí l’organizzazione ecclesiastica, con le diocesi stabilite nelle citate cittadine. Il contatto con la popolazione romana, e perciò già cristiana, fu per i Croati anche il primo contatto con il cristianesimo.[8] Esistono diverse teorie su come, quando e da dove i Croati ricevettero il battesimo. L’ipotesi più accreditata parla di un lungo processo, condotto dalla popolazione romana, con l’invio di missionari da Roma, da Aquilea, da Costantinopoli e da Aquisgrana, che, iniziato già nel VII secolo, si estese fino al IX.

Alcune zone, soprattutto nella Croazia Rossa, rimasero pagane per un periodo più lungo, come rivelano ancora oggi i toponimi presenti in queste zone.[9]

Carlo Magno e Bisanzio si spartirono le zone d'influenza nel 812 e perciò, mentre le città marittime rimasero sotto l'amministrazione bizantina, il continente passò a quella franca. Conseguenza di questa divisione fu la rivolta di Ljudevit (circa 810-823), principe della Croazia Pannonica, contro i Franchi e contro Borna (circa 810-821), principe della Croazia Marittima e sostenitore della politica di Carlo Magno. Dopo alcune battaglie vittoriose, la rivolta di Ljudevit fu sedata nel 822 e il centro dell'influsso politico si spostò dalla Croazia Pannonica alla Croazia Marittima.[10]

Fu in quest’epoca che nacquero le prime città marittime Croate, Šibenik (Sebenico) e Biograd (Zaravecchia), e le prime capitali, Knin (Tenin) e Bijaći. Nel processo di organizzazione dello Stato, sia amministrativa che militare, come pure ecclesiastica e culturale, i principi della Croazia Marittima, ebbero un ruolo notevole. Per esempio, il principe Trpimir (845-864) intraprese le guerre contro i Bulgari e contro Bisanzio in Dalmazia, costruì i primi monasteri benedettini e pubblicò il documento dove per la prima volta apparve il titolo Dux Croatorum. Il principe Branimir (879-892) stabilì buoni rapporti con il papa Giovanni VIII (872-882), che riconobbe lo Stato Croato indipendente. Fu solo durante il regno di Branimir che in Croazia giunsero i discepoli dei santi Cirillo e Metodio, portando con sé i libri liturgici in lingua slava, e così vide i suoi inizi la liturgia romana in paleoslavo e non in latino, che, in alcune parti della Croazia, è rimasto un privilegio fino ai nostri giorni.[11]

In seguito i principati croati furono riuniti sotto il primo re croato Tomislav (910-928), e così la Croazia, insieme alla Bulgaria, divenne uno Stato notevolmente influente ubicato fra il regno Franco e Bisanzio.[12] Il Re sconfisse gli Ungheresi e li cacciò a nord della Drava. Come alleato di Bisanzio mosse guerra contro i Bulgari, ricevendo da Bisanzio l’amministrazione delle città dalmate. Nel 925 si proclamò re.[13]

A Tomislav successero i suoi discendenti, tra i quali Držislav (969-997) che, ricevuta la corona da Bisanzio, portò il titolo di Re di Dalmazia e di Croazia. L’ultimo grande Re croato fu Dmitar Zvonimir (1074-1089), che ricevette la corona, lo scettro e lo stendardo da Gebison, legato di papa Gregorio VII (1073-1085).[14]

Dopo la morte di re Zvonimir, l’ultimo re di casa Trpimirović, e la successiva estinzione della dinastia, cominciò la lunga lotta per la corona croata. Da una parte, il Partito Ungherese, radunato intorno alla vedova di Zvonimir, regina Elena, sorella del re ungherese Ladislao (1077-1095) e perciò della dinastia Arpad, voleva che il regno passasse a Ladislao. Dall’altra, il Partito Croato scelse come nuovo re il croato Petar Svačić (1093-1097), ucciso nel 1097 in battaglia vicino al monte Gvozd da Coloman (1102-1116), successore di Ladislao.[15] Nel 1102, il nuovo Re stipulò un accordo con la nobiltà croata, conosciuto come Pacta Conventa, creando l’unione personale tra i due regni. In base ai Pacta, i Regni erano uniti nella persona del Re, mentre i nobili croati potevano mantenere i propri privilegi e il governo interno, il parlamento, le tasse, e la moneta rimanevano indipendenti dall’influsso ungherese. Dopo la stipulazione dei Pacta, Coloman fu incoronato a Biograd (Zaravecchia). Al posto del re in Croazia governava un reggente, chiamato anche ban o herzog.[16]

Nei secoli successivi la nobiltà croata rafforzò ancor più il proprio potere: soprattutto i principi di Krk, più tardi chiamati Frankopani, e i principi di Bribir, o Šubić Bribirski, più tardi Šubić Zrinski, diventarono i più importanti attori politici del regno.[17]

A partire dal Duecento la Bosnia cominciò ad agire indipendentemente, diventando una regione autonoma, fino alla proclamazione del primo re Tvrtko nel 1377. I re di Bosnia, pur cattolici, concessero piena libertà di azione a una setta manichea chiamata Bogumili. La Bosnia perderà la sua indipendenza nel 1463, a seguito dell'invasione turca e della morte della ultima regina Katarina Kotromanić Kosača (1478), già in esilio a Roma.[18]

Sempre al tredicesimo secolo risale la nascita della Repubblica di Dubrovnik, la quale dopo una prima soggezione all'autorità di Bisanzio, si legò ai re croato-ungheresi. In seguito, per garantirsi l’indipendenza e il libero commercio dovette pagare un tributo all'Impero Ottomano. Tale situazione ebbe fine con l’occupazione da parte di Napoleone nel 1806, cui seguì la sua abolizione nel 1808.[19]

Dal 1102 al 1301 i re croati ed ungheresi provenivano dalla dinastia Arpad, ma alla morte dell’ultimo re, Andrea III (1290-1301), Pavao Šubić portò la corona a Carlo Roberto degli Angioini (1301-1342) di Napoli, figlio di Carlo Martello e nipote di Maria d’Ungheria, sorella di Ladislao IV. Egli, trasferitosi a Zagabria, fu incoronato nel 1301 ad Esztergom con la Corona di Santo Stefano, così la dinastia regnante dal 1301 al 1409 fu quella degli Angiò. Il figlio di Carlo Roberto, Lodovico I (1342-1382), condusse tre guerre vittoriose contro la Repubblica di Venezia, costringendola, nel 1358, alla Pace di Zara, in forza della quale Venezia dovette ritirarsi dalla Dalmazia, e far passare sotto la protezione della Corona Croata la Repubblica di Dubrovnik.[20]

Morto Ludovico senza eredi maschi, ebbe inizio la lotta per la Corona di Santo Stefano. In un primo momento salì al trono sua figlia Maria d’Ungheria (1382-1395), che governò con l’aiuto di sua madre Elisabetta ed alcuni nobili. Carlo III di Napoli (1385-1386), che pretendeva anch’egli il trono di Ungheria, fondando tale diritto sul fatto che era a capo della dinastia degli Angioini, fu ucciso da Elisabetta nel 1386. Il regno di Maria, tuttavia, non fu molto solido in quanto, sia suo marito, Sigismundo di Lussemburgo (1387-1437), sia una parte dei nobili le furono avversi. Nel 1386, la regina Maria, sua madre Elisabetta e il palatino ungherese Nicolò furono rapiti mediante un complotto ordito da Sigismundo e dai fratelli Horvat. Nicolò fu ucciso subito ed Elisabetta un anno dopo. Maria, anch’essa in seguito uccisa da Sigismondo, non avrebbe perdonato mai queste morti a suo marito. Ladislao, figlio di Carlo III di Napoli, d’altra parte, continuò ad accampare pretese sul Trono ungherese. Nel 1409 egli, comprendendo che non era in grado di realizzare il proprio proposito, nonostante non fosse Re d’Ungheria, vendette la Dalmazia alla Repubblica di Venezia per la somma di 100.000 ducati.[21]

Il ‘400 vide emergere un nuovo pericolo, non soltanto per la Croazia, ma per tutta l’Europa: l’espansione degli Ottomani. Dopo la caduta di Costantinopoli, nel 1453, e della Serbia, nel 1459, gli Ottomani, fra il 1465 e il 1482, grazie a una serie di guerre vittoriose, annetterono la Bosnia ai propri territori. Dopo che nella battaglia di Mohač morì l’ultimo re ungherese Ludovico Jagelović (1516-1526), i Croati scelsero, nel 1527, come proprio sovrano Ferdinando (1527-1564), fratello di Carlo V Asburgo.[22]

Durante il dominio asburgico, il Regno Croato continuò a mantenere il proprio parlamento e il ruolo del ban, a capo del governo. Gli Ottomani, tuttavia, proseguirono nella loro conquista e così si impadronirono di gran parte del Regno. Per poter meglio difendere i territori dell’Impero, gli Asburgo istituirono i Vojna Krajina (= Confini militari), un territorio esente dalla potestà del Parlamento Croato, in prossimità della frontiera con gli Ottomani, e sottoposto al governo militare austriaco. Da tutto questo processo risultò la divisione del territorio croato tra Austria, Venezia e Impero Ottomano.[23]

Le guerre contro gli Ottomani continuarono, con alterne vicende, per centocinquanta anni. Solo a seguito della grande sconfitta dell’esercito turco a Vienna, nel 1683, l’esercito imperiale liberò l’Ungheria, la Slavonia e lo Srijem.[24]

Nel 1712 il Parlamento Croato scelse di nuovo, indipendentemente dal Parlamento Ungherese, la dinastia degli Asburgo come Re proprio. Dal momento tuttavia che Carlo IV (1711-1740) non aveva figli maschi, i Croati con la cosiddetta Sanzione pragmatica, accettarono come sovrano qualsiasi persona della famiglia Asburgo, a condizione che essa fosse l’erede delle terre austriache, dando così impulso a una legge interna della casata che regolò il diritto all’eredità. L’esercito croato partecipò alle guerre per l’eredità austriaca, fornendo così il proprio sostegno a Maria Teresa (1740-1780). Ella reintegrò la Slavonia, liberata dagli Ottomani, nel Regno di Croazia e riorganizzò le contee. La Regina, che governava da monarca assoluto e illuminato, introdusse una serie di riforme allo scopo di migliorare la vita dei cittadini, tra queste anche quella del sistema scolastico.[25]

Suo figlio Giuseppe II (1780-1790) continuò con la politica centralistica e con una decisa germanizzazione della popolazione. Tale atteggiamento della Corte spinse il Parlamento Croato a trasferire alcuni dei suoi diritti al Parlamento Ungherese, creando un governo unico, nella speranza di far fronte comune alla politica accentratrice di Vienna. Il Parlamento Ungherese approfittò di tale opportunità e cominciò ad introdurre le leggi, l’amministrazione e la lingua ungherese in Croazia. La politica croata si trovò così a combattere, fino alla fine della Monarchia, contro il centralismo austriaco, da una parte, e contro l’egemonismo ungherese, dall’altra.[26]

Le guerre napoleoniche apportarono grandi cambiamenti alla mappa politica di Europa. Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone e il Congresso di Vienna, l’Austria si impadronì di tutti i possedimenti di Venezia, tra i quali la Dalmazia e l’Istria, come anche il territorio della Repubblica di Dubrovnik, già abolita da Napoleone nel 1808. Nonostante la Dalmazia e la Croazia avessero lo stesso monarca, non furono unite in un unico regno. Mentre la Croazia era governata dal Parlamento Croato e dal ban, la Dalmazia fu direttamente sottoposta alla Corona d’Austria.[27]

L’indebolimento del ruolo della nobiltà e la crescita della borghesia, a seguito della Rivoluzione Francese, e delle guerre napoleoniche, la politica centralistica di Austria e di Ungheria, e il risveglio dei sentimenti nazionali in tutta Europa, contribuirono alla nascita del movimento nazionale, chiamato Movimento Illirico. Sotto l’influsso di illustri personaggi come Ljudevit Gaj, Janko Drašković ed il vescovo di Zagabria Maksimiljan Vrhovac, la lingua croata fu standardizzata e furono fondate le prime istituzioni nazionali e i giornali in lingua croata. Il Movimento Illirico esercitò grande influsso sui movimenti nazionali in Istria e in Dalmazia.[28] Nel 1847, il croato sostituì il latino nel Parlamento come lingua ufficiale. Nello stesso anno, il Parlamento si riunì per l’ultima volta secondo la sua tradizionale composizione: Nobili, dignitari del Clero e quanti potevano partecipare a motivo dell’ufficio espletato.

Tali cambiamenti costituirono un annuncio degli accadimenti rivoluzionari del 1848. Il nuovo ban Josip Jelačić Bužimski (1848-1859) indisse, il 18 maggio 1848, le prime elezioni parlamentari, abolì la servitù della gleba, e, a fronte delle pretese sempre più forti dell’Ungheria, separò il Governo Croato da quello Ungherese, rompendo le relazioni con l’Ungheria. Essendo egli contemporaneamente Ban di Croazia, Comandante dei Confini Militari e Governatore di Dalmazia e di Fiume, per la prima volta dopo tanti secoli le province croate furono unite sotto un unico comando. Fallite le trattative con gli Ungheresi, Jelačić intraprese, con il permesso della Corte, la guerra contro l’Ungheria. Con il suo esercito egli offrì un valido sostegno alla Corona Austriaca nei confronti degli Ungheresi ed uscì vincitore.

Sedata la rivoluzione, il nuovo imperatore austriaco Francesco Giuseppe (1848-1916) proclamò il governo assoluto, ma Jelačić rimase il ban della Croazia. Egli si sforzò di migliorare l'economia croata e di attenuare l'influsso ungherese nella vita politica. Anche per queste ragioni egli ottenne, nel 1850, dall’Imperatore, la fondazione della metropolia croato-slavonica con sede a Zagabria, pur con l’opposizione della sede primaziale di Esztergom e di quella metropolitana di Kalocsa in Ungheria. Per questo motivo papa Pio IX confermò questa fondazione solo due anni dopo, l’11 dicembre 1852, con la bolla Ubi primum placuit.[29]

A seguito delle sconfitte che l'Austria subì nelle guerre con la Prussia e l'Italia, Francesco Giuseppe fu costretto a reintrodurre la Costituzione. Nel 1867 la Monarchia fu bipartita tra Impero Austriaco e Regno d’Ungheria, rimanendo i territori croati soggetti a quest’ultima; due anni dopo, il Governo Ungherese riconobbe l'indipendenza del Governo Croato negli affari interni, nella giurisdizione, nella pubblica istruzione e la Croazia poté anche organizzare un esercito proprio.[30]

I Confini Militari, che erano serviti agli Asburgo non solo per la guerra contro gli Ottomani, ma anche per reclutare i soldati per i loro eserciti, furono finalmente aboliti nel 1881 e si ricongiunsero alla Croazia. La classe politica croata si sforzò di annettere anche l'Istria, la Dalmazia e la Boka, territori rimasti sotto l’amministrazione Austriaca, nonché Fiume e Međimurje direttamente sotto l’amministrazione Ungherese, ma senza alcun successo. Tale situazione durò sino al 1918.[31]

I partiti politici croati si radunarono intorno a due grandi personaggi. Da una parte, il vescovo Josip Juraj Strossmayer (1815-1905) voleva che gli Slavi in genere, e sopratutto gli Slavi del Sud si unissero in modo da diventare una grande forza politica. Antun Starčević (1823-1896), dall’altra, aspirava alla completa indipendenza della Croazia, sia da Vienna e da Budapest, sia da Belgrado. La forzata ungarizzazione della vita quotidiana aiutava a creare un clima di mal contento che qualche volta sfociava nelle ribellioni contro il Governo Ungherese. Di tale clima di malcontento approfittarono i politici di origine serba, che riconobbero come leader, Svetozar Pribičević (1875-1936) e cercarono di spingere sempre più la Croazia all’unità con la Serbia.[32]

Il Regno di Serbia, sotto la dinastia Karađorđević, dopo la vittoria nelle Guerre Balcaniche (1912-1913), estese il suo territorio. Essa, sentendosi minacciata dall’Austria, diede l’occasione per la Prima Guerra Mondiale, con l’uccisone a Sarejevo dell’arciduca Francesco Ferdinando (1914). Dopo le prime vittorie nel 1915, essa fu facilmente conquistata dall’esercito imperial-regio e il Governo Serbo trovò riparo con l’intero esercito in Grecia. Solo grazie all’aiuto degli Alleati, tra il 1917 e il 1918 poterono riconquistare non solo la Serbia, ma anche alcune parti della Bosnia e della Croazia.

La sconfitta dell’Impero segnò anche la sua morte, ed esso si frantumò nelle parti che lo avevano costituito. Il Parlamento Croato, il 29 ottobre 1918, proclamò la rottura di tutti i legami statali e giuridici con l’Austria-Ungheria e così dalle terre, fino ad allora parte dell’Impero, vide la luce un primo Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, di natura transitoria, la cui capitale fu Zagabria.

L’esistenza del giovane Stato era minacciata da una parte dal Regno d’Italia, il quale, secondo le Trattative di Londra, poteva annettersi l’Istria, Fiume e tutta la Dalmazia, come, infatti, fece, e, dall’altra, dalla Serbia che avanzava dal Sud. I capi dello nuovo Stato, e soprattutto Svetozar Pribičević, accolsero la proposta della Serbia di formare un unico regno con la dinastia Karađorđević. Il nuovo Regno di Serbi, Croati e Sloveni con capitale Belgrado fu proclamato il 1° dicembre del 1918. Alcuni politici croati avevano cercato di chiarire le relazioni, che avrebbero dovuto stabilirsi nell’organizzazione interna di questo nuovo Stato, prima ancora della sua fondazione, ma, purtroppo, i loro tentativi caddero nel vuoto. Il Parlamento Croato, di per sé ancora unico soggetto della sovranità nazionale, non fu mai richiesto di approvare tale unione. [33]

Il nuovo Regno non era tuttavia democratico. La costituzione del 1921 abolì la sovranità della Croazia e il governo del ban, e istituì un governo centralistico a Belgrado. La maggioranza dei ministri e degli ufficiali erano Serbi. La popolazione serba del nuovo Stato fu privilegiata e tutte le risorse furono dirette allo sviluppo della Serbia. In tale difficile situazione politica assunse ruolo di leader croato Stjepan Radić (1871-1928), presidente del Hrvatska seljačka stranka (Partito Croato dei Contadini - HSS), il quale rivendicava una maggiore libertà per i popoli del Regno. Il suo programma politico trovava grande appoggio non soltanto in Croazia, ma anche in altre parti del Regno per modo che il Governo si sentì minacciato. Radić, nel 1928, venne ucciso nel parlamento a Belgrado da Puniša Račić, parlamentare serbo. Il suo attentato causò la rivolta popolare nel Regno, che fu sedata con l’abolizione di tutti i partiti politici e con la proclamazione di una nuova Costituzione, la quale mutò il nome in Regno di Jugoslavia, sotto il regime dittatoriale di re Alessandro (1921-1934).

Le persecuzioni continuarono e tanti decisero di lasciare il Paese. Tra questi anche Ante Pavelić (1889-1959). Egli fondò all'estero la Hrvatska Oslobodilačka Organizacija (Organizzazione Croata di Liberazione), la quale si sarebbe poi evoluta nel Movimento di Ustaša, con lo scopo di abbattere il Regno di Jugoslavia. Il re Alessandro fu ucciso nel 1934 a Marsiglia dai rivoluzionari macedoni, con l’aiuto di Ustaša.

Nonostante le persecuzioni dei Croati, il Partito Croato dei Contadini raccoglieva sempre di più consensi e, nel 1939, riuscì ad ottenere la proclamazione di una certa autonomia. Ciò comportò il rinnovamento dell’istituzione della Banovina di Croazia.

Il 25 marzo 1941, il Regno firmò l’accordo con le forze nazional-socialiste, ma dopo la rivolta popolare esso fu cancellato. Tale atteggiamento del Governo di Belgrado offrì alla Germania la scusa per attaccare la Jugoslavia, e con l’aiuto dell’Italia, dell’Ungheria e della Bulgaria, conquistò il Paese in soli dodici giorni dividendolo in zone di interesse e di controllo. Sul territorio croato risultante dai resti della spartizione e dall’annessione della Bosnia ed Herzegovina, fu creato lo Stato Indipendente Croato (Nezavisna Država Hrvatska), il cui capo fu Ante Pavelić. La nuova entità politica era uno stato alleato con la Germania e l’Italia e, che perseguitò Ebrei, Zingari e Serbi, ma anche i Croati che si opponevano alla nuova ideologia.[34]

Le forze politiche croate, però, si divisero: alcuni politici appoggiavano il nuovo Stato, altri, come Vladko Maček (1879-1964), del Partito dei Contadini, rimasero neutrali mentre altri intrapresero la lotta contro le forze fasciste. Tra questi ultimi, che costituivano la forza più organizzata, ci furono anche i membri del Partito Comunista, guidati da Josip Broz Tito. Così il primo drappello di partigiani, non soltanto della Croazia, ma di tutta l’Europa, fu fondato a Sisak il 22 giugno 1941.

Dopo del crollo del fascismo in Italia, il numero di partigiani salì e così la Croazia, la Bosnia ed Herzegovina e la Slovenia diventarono il centro della resistenza. Nel 1945 i partigiani, con l’aiuto dei Russi, presero potere in tutto il territorio il quale sarebbe diventato in seguito la Repubblica di Jugoslavia.

Negli anni seguenti Tito continuò con la persecuzione di tutti coloro che egli riteneva essere “nemici del popolo”, Croati, Sloveni, Italiani, Tedeschi ed Austriaci. Essi dovettero lasciare le loro case e andare fuori del Paese oppure subire la carcerazione nei campi di concentramento, triste eredità del Governo Pavelić.[35]

Nel 1948, Tito, con l'appoggio degli alleati, riuscì a non entrare nel Blocco Sovietico, stabilendo pertanto un suo governo. Dagli anni ‘50 fino alla morte di Broz, la Jugoslavia fu un Paese a regime dittatoriale, governato da lui e dai suoi più stretti collaboratori, ma anche un Paese di sviluppo economico. Nel 1971 Tito sedò la cosiddetta Primavera Croata, una rivolta attuata da alcuni politici croati, che chiedevano una maggiore libertà. Nonostante l’apparente fallimento della Primavera Croata nella Costituzione del 1974 si ottenne la possibilità di separazione delle singole Repubbliche.

Gli anni precedenti al crollo del muro di Berlino videro anche alcuni cambiamenti nella vita politica della Jugoslavia. Il comunismo non aveva più la sua forza interna. Al posto di un sistema totalitario a partito unico, fu introdotto un sistema democratico, con le prime elezioni democratiche del 22 aprile 1990.

Questi cambiamenti non furono graditi alla linea dura della politica nazionalista serba, che vedeva come proprio leader Slobodan Milošević (1941-2006). Nonostante tutte le trattative con i presidenti delle altre Repubbliche, tra i quali quello croato Franjo Tuđman (1922-1999), la Serbia cominciò la guerra in Jugoslavia.

Il Parlamento Croato proclamò l’indipendenza della Repubblica di Croazia il 25 luglio 1991. La guerra in Croazia fu feroce e fece molte vittime, ma la politica Serba e il suo esercito furono fermati. La comunità internazionale riconobbe il 15 gennaio 1992 la sovranità e l’indipendenza della Croazia.

Il conflitto armato finì alcuni mesi più tardi, ma gran parte del territorio croato rimase sotto il controllo di ribelli serbi. Grazie agli interventi militari e alla diplomazia tali territori furono integrati nella Repubblica di Croazia nel corso del 1995.[36]

 

1.2. Evoluzione del sistema scolastico fino al 1874

 

Il quadro generale della storia croata, che siamo venuti fino a qui esponendo, risulta necessario per poter introdurre le vicende della storia del sistema scolastico croato e dell’istruzione pubblica. Anche su questo argomento lo sguardo dovrà essere necessariamente d’insieme, mentre una maggiore attenzione verrà riservata alle leggi prodotte a cavallo tra il XIX e il XX secolo e, soprattutto, la proibizione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche nel regime seguito alla Seconda Guerra Mondiale.

La storia del sistema scolastico croato, e quindi anche dell’insegnamento della religione, è legato in modo strettissimo alla Chiesa Cattolica. Benché non siano pervenuti i documenti sulla realtà dell’istruzione dopo la grande migrazione dei popoli dei primi secoli dell’evo cristiano, si può sicuramente arguire che nelle città fortificate fossero rimaste alcune scuole, e, parimenti, si può supporre che negli altri territori ve ne fossero alcune legate alla formazione ecclesiastica. In questo senso, tale sistema non doveva di molto differire dal coevo sistema scolastico del resto dell’Europa.[37]

La prima notizia sicura relativa all’esistenza di una scuola risale al 852 e si riferisce al monastero benedettino a Rižnice. Il principe Trpimir chiamò in Croazia i monaci benedettini, i quali, appena giunti, aprirono nel loro monastero una scuola nella quale venivano educati, da una parte i propri novizi, i cosiddetti pueri oblati (schola interior), e, dall’altra i chierici secolari insieme a qualche fanciullo delle principali famiglie (schola exterior). In queste due classi, gli alunni, oltre ad imparare a leggere e a scrivere, apprendevano anche le sette materie classiche, del trivium (grammatica, retorica e dialettica) e del quadrivium, (aritmetica, geometria, musica e astronomia). Il numero dei monasteri benedettini aumentò nel corso dei secoli, e, con esso, anche il numero delle scuole, che, nel XII secolo, raggiunsero le duecento unità.[38] Sembra che, già dall’XI secolo, fossero esistite anche scuole pubbliche, fondate dall’autorità civile con il consenso dell’autorità ecclesiastica.[39]

In alcuni monasteri, nonostante le aspre polemiche tra coloro che volevano usare soltanto il latino e coloro che conservavano il paleoslavo, si studiava anche la scrittura glagoltica e il paleoslavo. Grazie a tali monasteri, l’uso del paleoslavo si diffuse anche tra il popolo e il primo documento in croato,[40] come pure un gran numero di documenti medioevali, fu scritto in lettere glagolitiche.[41]

Con i nuovi ordini religiosi sorti nel XIII secolo non si moltiplicò solo il numero delle scuole, ma videro la luce anche le prime università. I Domenicani, nel 1396, fondarono a Zara lo studium solemne, al quale, nel 1495, furono concessi tutti i diritti e i privilegi delle altre università europee.

All’installazione della rete scolastica nei territori croati diedero valido contributo non solo i Gesuiti, i Francescani, i Paolini, nonché numerosi ordini femminili, ma anche il clero diocesano. L’insegnamento della religione, come materia a sé stante, entrò a far parte del sistema scolastico a partire dal 1774, e vi rimase fino al 1952.[42]

Nel 1774, infatti, iniziò lo sviluppo di un sistema scolastico propriamente statale, su impulso dell’imperatrice Maria Teresa, la quale da monarca illuminato affidò il compito di elaborare uno statuto per le scuole dell’Impero a Johan Ignaz Felbiger (1724-1788).[43] Il 6 dicembre dello stesso anno egli pubblicò l’Allgemeine Schulordnung für die deutschen Normal-, Haupt-, Trival-Schulen in sämmtlichen kais. -königl Erbländern.[44]

L’Imperatrice stabilì che in ogni paese sede di una chiesa parrocchiale e nei paesi più piccoli, qualora esistesse una chiesa filiale, dovesse essere fondata una scuola triviale per insegnare ai fanciulli la religione, la storia biblica, le lettere tedesche, il far di conto e l’economia. Le scuole dovevano essere fondate dal comune oppure dai signori feudali proprietari della terra.

In ogni distretto, poi, doveva essere fondata una scuola principale che insegnasse, tra le altre discipline, la religione, il latino, la geografia, la storia, e il disegno. La Schulordnung prevedeva le scuole normali in ogni luogo dove si trovava la sede della commissione scolastica. Il programma scolastico di tali scuole era uguale a quello degli istituti principali con una maggiore attenzione alla preparazione dei futuri insegnanti. La sovrintendenza diretta delle scuole normali e principali fu attribuita al direttore delle scuole. Un ispettore scolastico del paese, nominato dal comune o dal signore feudale, sorvegliava sull’amministrazione della scuola in generale e dei suoi beni.[45]

Tutte le scuole principali e triviali furono sottoposte alla sorveglianza suprema dell’ispettore distrettuale, il quale solitamente era il vicario foraneo. In ogni regione era inoltre previsto che si formasse una commissione scolastica, composta dall’autorità civile e ecclesiastica, con il compito, tra l’altro, di nominare gli insegnanti e gli ispettori distrettuali nonché di assistere agli esami scolastici. A Vienna fu fondata la Direzione Suprema per le Scuole Normali alla quale erano inviati tutti i rapporti delle singole commissioni scolastiche.[46]

Dal momento che l’insegnamento, nelle menzionate scuole, si svolgeva in lingua tedesca, esse risultarono inaccessibili ai più, suscitando una grande opposizione sia in Croazia che in Ungheria.[47] Per tale motivo tre anni dopo, il 22 agosto 1777, fu pubblicata la Ratio educationis totiusque rei literariae per regnum Hungariae et provincias eidem adnexas, una nuova istruzione amministrativa per la Croazia e l’Ungheria, la quale istituiva le scuole laiche in lingua volgare, e i ginnasi latini. Tale istruzione, tuttavia, non trovava applicazione nei Confini Militari, i quali, trovandosi sotto l’amministrazione austriaca[48], seguivano il sistema scolastico previsto dall’Allgemeine Schulordnung.[49]

Quest’ultimo fu sostituito nel 1805 dal Politische Verfassung der deutchen Schulen in den k. u k. deutchen Erbstaaten, a norma del quale i parroci rimanevano gli ispettori diretti delle scuole triviali e principali sotto il controllo del rispettivo vicario foraneo. L’insegnamento della religione continuò, naturalmente, a mantenere il posto principale all’interno del curriculum.[50]

Nell’anno 1779, fu elaborata una nuova Ratio Educationis publicae totiusque rei literariae per regnum Hungariae et provincias eidem adnexas, la quale non cambiò né la posizione dell’insegnamento della religione, né il ruolo dei parroci nella cura delle scuole.[51]

Nel corso della prima metà dell’Ottocento, la questione della lingua ufficiale del curriculum costituì il punto cruciale di molti dei dibattiti nel Parlamento congiunto Croato-Ungherese. Nel 1844, il Governo Ungherese, su impulso del Parlamento, chiese al conte Apponyi di emanare nuove istruzioni sulla scuola. La sua istruzione, dal titolo Systema Scholarum elementarium, ricevette la conferma dell’imperatore Ferdinando V, il 16 luglio 1845.[52]

Un’ultima riforma del sistema scolastico nell’ambito dei Confini Militari si ebbe l’8 giugno 1871 con la pubblicazione da parte del Ministero della Guerra[53] delle isrtuzioni: Propisi o učionah u vojnoj Krajini (Regole sulle scuole nei Confini Militari),[54] Propisi o nastavi u pučkih učionah vojne Krajine (Regole sul curriculum nelle scuole elementari nei Confini Militari)[55] e Propisi o uređenju pravnih odnošajah učiteljstva na pučkih učionah vojne Krajine (Regole sulla posizione giuridica degli insegnanti nelle scuole elementari nei Confini Militari)[56]. Tutte le istruzioni elencate, tuttavia, erano di natura amministrativa e non avevano vera forza di legge.[57]

Nel corso del XVIII e del XIX secolo, si diffusero anche in Croazia le idee illuministiche e liberali. Grazie al Concordato che Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria, stipulò con Pio IX il 18 agosto 1855, esse non poterono più influire ufficialmente sulla vita della Chiesa; il loro influsso non ufficiale, tuttavia, continuò, come si può vedere nella prima Legge del Parlamento Croato in materia scolastica del 1874.

A detto Accordo bisogna riferirsi per poter illustrare la situazione scolastica e l’influsso che la Chiesa esercitava prima della Legge del 1874. Oltre ad altri punti, il Concordato stabilisce quanto segue:

 

ART. V. – Omnis iuventutis catholicae institutio in cunctis scholis tam publicis quam privatis conformis erit doctrinae religionis catholicae. Episcopi autem ex proprii pastoralis officii munere dirigent religiosam iuventutis educationem in omnibus instructionis locis et publicis et privatis, atque diligenter advigilabunt, ut in quavis tradenda disciplina nihil adsit, quod catholicae religioni morumque honestati adversetur.

ART. VI. – Nemo sacram Theologiam, disciplinam catecheticam, vel religionis doctrinam in quocumque instituto vel publico vel privato tradet, nisi cum missionem tum auctoritatem obtinuerit ab Episcopo dioecesano, cuius eamdem revocare est, quando id opportunum censuerit. Publici Theologiae professores et disciplinae catecheticae magistri, postquam sacrorum Antistes de candidatorum fide, scientia ac pietate sententiam suam exposuerit nominabuntur ex iis, quibus docendi missionem et auctoritatem conferre paratum se exhibuerit. Ubi autem theologicae facultatis professorum quidam ab Episcopo ad Seminarii sui alumnos in Theologia erudiendos adhiberi solent, in eiusmodi professores nunquam non assumentur viri, quos sacrorum Antistes ad munus praedictum obeundum prae ceteris habiles censuerit. Pro examinibus eorum, qui ad gradum doctoris Theologiae vel sacrorum Canonum adspirant, dimidiam partem examinantuium Episcopus diocesanus ex doctoribus Theologiae vel sacrorum Canonum constituet.

ART. VII. – In gymnasiis et omnibus, quas medias vocant, scholis pro iuventute catholica destinatis, nonnisi viri catholici in professores seu magistros nominabuntur, et omnis institutio ad vitae christianae legem cordibus inscribendam pro rei, quae tractatur, natura composita erit. Quinam libri in iisdem scholis ad religiosam tradendam instructionem adhibendi sint, Episcopi collatis inter se consiliis statuent. De Religionis magistris pro publicis gymnasiis mediisque scholis deputandis, firma manebunt, quae hac de re salubriter constituta sunt.

ART. VIII. – Omnes scholarum elementarium pro catholicis destinatarum magistri inspectioni ecclesiasticae subditi erunt. Inspectores scholarum diocesanos Maiestas Sua Cesarea ex viris ab Antistite dioecesano propositis nominabit. Casu quo iisdem in scholis instructioni religiosae haud sufficienter provisium sit, Episcopus virum ecclesiasticum, qui discipulis cathecismum tradat, libere constituet. In ludimagistrum assumendi fides et conversatio intemerata sit oportet. Loco movebitur, qui a recto tramite deflexerit.”[58]

 

Come emerge dagli articoli citati, nel Concordato si prevedeva una stretta vigilanza della Chiesa sulle scuole destinate all’istruzione dei cattolici, non solo nell’insegnamento della religione, ma anche in tutte le altre materie scolastiche. La responsabilità di vigilare era affidata al Vescovo diocesano, come dovere proprio del suo ministero pastorale. In tal modo, tutto l’insegnamento manteneva uno stesso indirizzo e una forte valenza educativa. Senza la missio canonica del Vescovo nessuno avrebbe potuto insegnare, né teologia, né scienza catechetica, né dottrina cattolica, sia in un istituto pubblico, sia in uno privato.

Dal momento che uno dei compiti della scuola era anche l’educazione integrale degli studenti, gli insegnanti dei ginnasi e delle scuole medie dovevano essere uomini cattolici di provata fede e buona condotta morale. Gli ispettori delle scuole elementari erano nominati dall’Imperatore, sulla base della lista di candidati compilata dal Vescovo diocesano. I presuli erano, inoltre, responsabili anche dei libri per l’insegnamento della religione.

Nel 1857, con l’intento di delineare con maggior precisione i diritti e gli obblighi del clero in materia scolastica, venne pubblicata la Privremeni naputak za katoličke duhovne pastire u njihovu prema pučkim školama odnošenju (Istruzione provvisoria per i pastori spirituali cattolici nel loro comportamento verso le scuole elementari).[59] Volendo prendere in esame solamente i tratti, che, in modo più evidente, delineano l’influsso che la Chiesa aveva in quel tempo, si noterà come il parroco doveva insegnare la religione e annotare in un registro la materia insegnata. Qualora non avesse atteso personalmente all’insegnamento, doveva sorvegliare gli insegnanti. Il compito di sovrintendere includeva altresì il mandare ad esecuzione tutte le leggi riguardanti la scuola, sorvegliare la vita e il comportamento dei maestri, sia nella scuola, sia nella vita privata, prendersi cura della regolare frequenza alle lezioni da parte degli studenti, accrescere il prestigio della scuola, amministrarne i beni e controllarne i conti e, da ultimo, fare da mediatore in eventuali problemi che fossero insorti tra i maestri e tra questi e i genitori.[60]

Nel 1860, dopo la sconfitta della guerra contro l’Italia, l’imperatore Francesco Giuseppe fu costretto a reintrodurre la Costituzione. L’anno successivo il Parlamento Croato prese in esame la possibilità di emanare una legge sul sistema scolastico. Già durante questi primi tentavi si resero evidenti gli sforzi di una parte dei parlamentari per limitare l’influsso della Chiesa sull’istruzione, con la proposta di trasferire la vigilanza sull’insegnamento di tutte le materie, tranne che su quello della religione, alle istituzioni civili. La sessione del Parlamento fu sciolta, e, così, tale progetto non ebbe alcun esito.[61]

 

1.3. L’insegnamento di religione e le leggi del 1874 e del 1888

 

Negli anni successivi si fece sentire sempre più la mancanza di una legge scolastica ben inquadrata. Nello stesso tempo, cresceva il numero di quanti volevano che lo Stato assumesse la gestione e il controllo della scuola. Fu precisamente tale idea a ispirare prevalentemente il Parlamento Croato nell’elaborazione della Legge del 1874, sotto il governo del ban Ivan Mažuranić (1873-1880)[62].

Il 14 ottobre 1874, dopo una lunga discussione in Parlamento, fu votata la Zakon ob ustroju pučkih škola i preparandija za pučko učiteljstvo u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji (Legge sulla costituzione delle scuole elementari e degli istituti magistrali nei Regni di Croazia e di Slavonia).[63] La Legge consisteva da 195 paragrafi divisi in nove capitoli, dei quali l’ottavo era diviso in quattro titoli:

1.    Istituti generali (§§ 1-17)

2.    Della scuola elementare in generale (§§ 18-66)

3.    Della scuola superiore (§§ 67-73)

4.    Degli istituti magistrali (§§ 74-93)

5.    Della formazione permanente degli insegnanti (§§ 94-101)

6.    Delle scuole private (§§102.-108.)

7.    Degli insegnanti nelle scuole pubbliche elementari (§§ 109-145)

8.    Dell’amministrazione delle scuole (§§ 146-192)

I.               L’amministrazione del comune (§§ 146-158)

II.             L’amministrazione della contea (§§ 159-174)

III.          L’amministrazione nazionale (§§ 175-184)

IV.           L’amministrazione ecclesiastica (§§ 185-192)

9.    Parte conclusiva (§§ 193-195)

 

Il primo paragrafo della Legge stabiliva lo scopo dell’istruzione pubblica:

 

“§ 1. Fine della scuola elementare è il dare l’educazione morale e religiosa ai bambini, lo sviluppare le loro forze d’anima e di corpo, e l’ammaestrar loro la necessaria scienza e arte generale per la vita civile.”[64]

 

Secondo il primo paragrafo, quindi, gli scopi dell’istruzione elementare sono due: anzitutto l’educazione religiosa e morale e, poi, l’insegnamento delle scienze e delle arti.[65] La precedenza all’educazione religiosa e morale fu confermata anche dalla formulazione dell’elenco delle materie, dove l’insegnamento della religione si trovava al primo posto dell’elenco.[66]

La Chiesa, tuttavia, continuava a temere che, senza una diretta sorveglianza sulle materie insegnate nelle scuole frequentate dai cattolici, sottrattale, come si vedrà, nei paragrafi successivi, si sarebbero potute insegnare anche dottrine non concordi con la dottrina cattolica. Così il primo principio enunciato sarebbe rimasto solo un bel proposito, ma senza alcun valore pratico.[67]

In questo senso verranno di seguito prese in esame le altre novità della Legge, che provocarono la reazione della Chiesa, raggruppando i paragrafi in modo tematico, compresi quelli contenuti nel titolo quarto del capitolo ottavo Dell’amministrazione ecclesiastica.

Anzitutto vi era la questione relativa all’autorità che doveva sovrintendere alle scuole. La Legge introdusse i comitati comunali scolastici, composti dal capo politico del comune, dal parroco, un insegnante, dal direttore della scuola e da 2 a 5 membri eletti per un periodo di tre anni. Tali comitati erano responsabili per la proposta degli insegnanti, si prendevano cura delle condizioni materiali della scuola e ne amministravano i beni economici, si prendevano cura della frequenza obbligatoria dei bambini, vigilavano affinché insegnanti adempissero i loro obblighi verso la legge scolastica. La contea, da parte sua ma su proposta del comitato scolastico della stessa, nominava come ispettore uno dei membri del comitato scolastico comunale, per vigilare sull’istruzione e sull’educazione impartita dalla scuola.[68] La composizione dei comitati scolastici della contea, i quali avevano la responsabilità per la pubblica istruzione nel territorio di una contea, era analogo a quelli ora descritti.[69]

Il cambiamento avvenuto con la Legge del 1874 è evidente: il ruolo di ispettore della scuola, precedentemente svolto dal parroco, passò ai comitati, composti dall’autorità civile, mediante esperti, e dall’autorità ecclesiastica, mediante il ministro sacro per le scuole elementari presenti in un comune e i rappresentanti delle diverse religioni di una contea presenti nel comitato della contea stessa. Questo fu un grande passo nella modernizzazione del sistema scolastico, sia dal punto di vista dell’amministrazione, sia da quello didattico-pedagogico.

In una parola, i comitati divennero responsabili per la sovrintendenza dell’insegnamento, per l’amministrazione, per procurare i mezzi, per costruire o mantenere le scuole, per l’accrescimento del prestigio delle scuole. In questo modo, essi assorbirono in sé tutte le funzioni che prima, secondo il Concordato del 1855, erano di competenza della Chiesa.

Se con la nuova Legge la Chiesa assumeva un ruolo secondario nella sovrintendenza della scuola, con la presenza dei suoi membri nei diversi comitati, d’altra parte, essa non ne fu completamente allontanata.

Il Governo permetteva, poi, alle comunità religiose un altro tipo di sorveglianza:

 

“§ 191. L’autorità ecclesiastica ha il diritto di informarsi attraverso i propri organi sulla situazione religiosa e morale della scuola, e, a seconda delle carenze riscontrate, di chiederne la rettifica da parte del Governo Nazionale.”[70]

 

Secondo il § 191 all’autorità ecclesiastica era dato il potere di indagare circa la situazione morale e religiosa della scuola, sebbene non potesse intervenire, in quanto la Legge del 1874 limitava al solo Governo qualsiasi tipo di intervento in ambito scolastico.

Sebbene alcuni sacerdoti membri del Parlamento, prima della votazione, lamentassero che la nuova Legge sarebbe stata contraria al Concordato, perché, appunto, secondo tale accordo tutti i menzionati compiti erano riservati alla Chiesa,[71] le loro obiezioni non furono prese in seria considerazione.

Il secondo gruppo dei paragrafi stabilisce il modo di assunzione degli insegnanti di religione:

 

“§ 188. In tutte le scuole superiori e, dove ci sono due scuole elementari, entrambe due con quattro insegnanti, si deve assumere per l’insegnamento della religione uno specifico insegnante di religione appositamente pagato.

Diversamente, il rispettivo parroco o il suo assistente spirituale è obbligato ad insegnare la religione ai fanciulli, al quale il comune in questione può dare un premio adeguato.

L’insegnante è tuttavia obbligato a dare un sostegno all’assistente spirituale della propria religione, e a sostituirlo quando egli sia impedito dal ministero o dalle altre incombenze.

 

§ 189. Gli insegnanti di religione autonomi[72] sono equiparati agli altri insegnanti nelle questioni del salario e della pensione.

 

§ 190. Gli insegnanti di religione autonomi sono nominati dal Governo nazionale in base della proposta della rispettiva curia diocesana.”[73]

La Legge del 1874 violava il Concordato anche nella questione relativa alla nomina degli insegnanti di religione. Il Vescovo diocesano non poteva più nominare tali docenti in piena libertà. Essi, invece, erano nominati dal Governo, mentre alla Chiesa spettava soltanto la proposta dei candidati. Gli insegnanti di religione divennero in tal modo degli impiegati statali, equiparati in tutti i diritti e gli obblighi agli altri insegnanti.

Il Governo introdusse nella Legge un paragrafo che proclamava la libertà della Chiesa in ordine all’insegnamento della religione.

 

“§ 185. L’intero insegnamento della religione è guidato e sorvegliato autonomamente dalle rispettive autorità ecclesiastiche.”[74]

 

Tale libertà, tuttavia, era ben limitata dai paragrafi seguenti:

 

“§ 12. Il Governo nazionale approva il programma didattico e i libri di testo; per la religione in tutte le scuole elementari [lo fa] su proposta dell’autorità ecclesiastica; non possono essere utilizzati altri [libri di testo].

 

§ 186. L’autorità ecclesiastica pubblica il programma didattico per l’insegnamento della religione e propone per l’approvazione i libri di testo per l’insegnamento della religione.

 

§ 187. Il numero di lezioni dell’insegnamento della religione che si devono impartire ogni settimana nelle scuole elementari pubbliche sarà stabilito dal Governo nazionale in accordo con l’autorità ecclesiastica.

 

§ 192. L’autorità ecclesiastica comunica tutte le proprie decisioni sull’istruzione religiosa e sull’adempimento delle pratiche pie al Governo nazionale, il quale, se non ha obbiezioni fondate sulle leggi e sulle istruzioni vigenti, le trasmette ai direttori delle scuole pubbliche per l’esecuzione.”[75]

 

La libertà, pur proclamata nel § 185, non era tuttavia una vera libertà: la Chiesa, infatti, era tenuta a sottoporre tutte le sue decisioni all’approvazione del Governo. A tale controllo furono sottoposti anche i libri scolastici di religione. La Chiesa veniva in tal modo a perdere non solo la sua parte di sorveglianza sul contenuto dei libri di testo delle altre materie insegnate ai cattolici nelle scuole pubbliche, e garantita dalla precedente legislazione, ma anche quella sugli stessi libri di testo di religione.

Il § 187, con il quale si stabilisce che il Governo era competente anche nella determinazione del numero delle lezioni di religione, fu la logica conseguenza del fatto che esso determinava tutto il programma scolastico. In seguito fu stabilito che all’insegnamento della religione fossero dedicate due lezioni la settimana, come si ricava dall’esame dei programmi scolastici.[76]

La Legge del 1874 prevedeva la possibilità di fondare scuole confessionali, ma esse rimanevano di natura privata. Se l’autorità ecclesiastica voleva aprire tali scuole al pubblico, esse dovevano adeguarsi in tutto, sia nella struttura interna che in quella esterna, alla Legge:

 

Ҥ 3. Inoltre, le scuole elementari sono o pubbliche o private. Quelle che sono fondate e curate totalmente o parzialmente dal Paese o dal comune politico sono le scuole pubbliche e come tali possono essere frequentate da bambini senza differenza di religione.

Le scuole fondate e curate diversamente sono scuole private.

 

§ 4. Le comunità religiose esistenti nel Paese possono fondare e curare a proprie spese le scuole elementari confessionali, alle quali sarà riconosciuto il diritto della pubblicità, se si adegueranno nella loro organizzazione esterna e nella struttura interna alle condizioni prescritte da questa Legge.”[77]

 

La nomina dell’insegnante della stessa confessione dei fanciulli fu l’unica garanzia che, a seguito della nuova Legge, la Chiesa aveva conservata, in modo tale che gli scolari cattolici avrebbero comunque ricevuto non solo un’istruzione ma anche un’educazione cattolica:

 

“§ 6. Nelle scuole elementari l’insegnante deve essere della religione, alla quale appartiene la gioventù che frequenta la scuola.

Nelle scuole con confessioni miste, l’insegnante, se è uno, deve essere della religione alla quale appartiene la maggioranza degli studenti e, se si crea la necessità di assumere due o più insegnanti, in tale caso si devono prendere in considerazione anche quelle minoranze, alla religione dei quali, appartiene almeno un quarto della popolazione del comune che mantiene la scuola.”[78]

 

Come sopra ricordato, la nuova Legge modernizzò il sistema scolastico. Il clero cattolico protestò non contro tale modernizzazione, ma contro il ruolo preponderante che lo Stato acquisiva nelle questioni dell’istruzione e dell’educazione dei bambini.[79]

Usando le parole polemiche di Stjepan Hartmann,[80] sacerdote e insegnante di religione:

“Da dove proviene allo Stato il diritto, non autorizzato da alcuno, a sottrarre un tale servizio dalla Chiesa e senza il suo consenso, per ragione che, dicono, i suoi organi non hanno esercitato tale servizio coscienziosamente? Chi ha costituito lo Stato come tutore della Chiesa? Forse Cristo? (…)

Dunque, è chiaro che quei così famigerati abusi degli ufficiali ecclesiastici sotto il sistema scolastico precedente, che tutta quella noncuranza della Chiesa per la scuola, dipinta con così vivi e mostruosi colori, della quale non si smette di parlare, fu soltanto una scusa, e non la vera causa per strappare dalla Chiesa quello che le appartiene rispetto alla scuola sulla base del diritto divino e umano. La vera causa per far ciò fu completamente diversa. Vale a dire, la falsa dottrina panteistica o, meglio, ateistica della nostra epoca, circa la supremazia e l’onnipotenza dello Stato come fonte di ogni diritto; e l’altra causa, conseguenza di questo errore fondamentale, lo spirito odierno, dell’evo moderno, in altre parole, lo spirito dell’opposizione ad ogni autorità spirituale, allo spirito ecclesiastico, l’odio verso il cristianesimo positivo. (…)

E se si chiede allo Stato con quale diritto esso aveva preso la scuola completamente nelle sue mani, esso ti risponde: Secondo la legge. E cosa è la legge allo Stato moderno? Quello che esso dispone; lo Stato è la fonte sia al diritto, sia alla legge.

Come abbiamo già sopra menzionato tale errore fondamentale panteistico o, per dir meglio, ateistico, per il quale lo Stato è onnipotente, è dio, un essere assoluto, è la vera causa della secolarizzazione della scuola elementare, come anche dei beni ecclesiastici, e questo è anche la vera causa delle altre violenze della supremazia statale tanto nei confronti del diritto della Chiesa, quanto in quello del diritto delle famiglie e degli individui”.[81]

 

La reazione negativa alla Legge non veniva soltanto da parte cattolica, ma anche da parte della comunità ortodossa. Il giornale Zastava di Novi Sad, trovò molti pregi della nuova normativa, ma affermò che essa non era accettabile per la comunità serba, dal momento che aveva abolito l’autonomia della scuola serba.[82] Nonostante tutte le proteste, la Legge entrò in vigore il 1° ottobre 1875.

I Presuli cercarono di tranquillizzare il clero e di continuare a influire sull’educazione e sull’istruzione nelle scuole elementari secondo le nuove modalità. Fu il Vescovo di Senj, Mons. Soić,[83] il primo ad esortare il proprio clero a collaborare in tutto ciò che veniva previsto dalla Legge.[84] Il 14 settembre 1875, l’arcivescovo di Zagabria Mihalović[85] convocò una riunione nella quale, tra gli altri argomenti, si discusse anche su quale dovesse essere l’atteggiamento del clero nei confronti della nuova Legge. L’esito del confronto fu che si chiese ai parroci, qualora fossero stati eletti, di accettare l’incarico di presidente del comitato scolastico comunale. In seguito alla conferenza, l’Arcivescovo pubblicò una circolare nella quale impartiva ulteriori istruzioni al clero.[86] Sulla base di questo documento i parroci erano tenuti ad insegnare la religione ai bambini e solo in caso di una necessità assai grave avrebbero potuto chiedere l’aiuto a un insegnante laico. Il Presule intimò loro di scrivere ogni sei mesi un rapporto sulla situazione morale della loro scuola. Essi, poi, nel loro nuovo ruolo di membri del comitato erano tenuti a dimostrare verso i beni materiali della scuola la stessa cura con la quale se ne erano occupati quando ne avevano la responsabilità esclusiva.[87]

In seguito anche il vescovo di Đakovo, Josip Juraj Strossmayer[88] pubblicò una sua lettera circolare:

“ (…) Il clero ha fatto numerose obiezioni a tale Legge, e la verità è semplice: vale a dire che la Legge non distingue sufficientemente quei due poteri, che governano il mondo, e che il primo Fondatore e Principio della nostra santa fede aveva attentamente distinto e con la sua santa autorità e con il suo santo sangue aveva consacrato e ordinato di modo che nel mondo regga da una parte la legge e la pace, e dall’altra la libertà della fede e della coscienza, sulla quale poggia ogni altra libertà. Nella Legge non esiste garanzia sufficiente dei diritti della Chiesa, per modo che rispetto alle scuole, benché non volontariamente, la zizzania si mischia al frumento. L’argomento è certamente molto importante: perché ogni educazione, che vuole rispondere al suo fine, si deve fondare sulla purezza della santa fede e sulla morale evangelica. Qui ben si applica alla lettera quella bellissima parabola di Gesù sulla casa, che rimane salda contro la bora e il vento, quando è fondata sulla roccia, e che va in rovina e crolla al primo soffio, se è fondata sulla sabbia. La gran parte delle leggi attuali in questa materia porta in sé tale vizio. È questo, disgraziatamente, lo spirito del tempo odierno e, almeno mi pare, quando leggo nella sua interezza questa normativa, che essa, su questa questione, non emani tanto dal cuore e dalla convinzione del Legislatore, quanto piuttosto dalla opinione comune; non si potrebbe capire, altrimenti, perché la Legge stessa si occupi del fatto che l’educazione dei bambini sia religiosa e morale. La verità elementare è che lo Stato non può insegnare la religione. È evidente che questo è compito della Chiesa, la quale non può rinunciare a tale suo diritto, perché esso attiene di per sé al sacro mandato che essa adempie per la felicità e la salvezza del popolo, con tanto più zelo, quando le circostanze sono sfavorevoli. Ogni legge è, più o meno, lettera morta, e diventa una viva, concreta verità solo grazie alle mani e alle azioni umane. Date le presenti circostanze, le scuole non possono ottenere alcun successo, se non con l’attiva partecipazione del clero.”[89]

 

Dalla lettera circolare si vede come i vescovi fossero ben consapevoli della portata e di tutte le conseguenze della nuova Legge, ma anche che essi vi intuivano l’opportunità, offerta alla Chiesa, di continuare il proprio compito di evangelizzazione.

A dimostrazione che la nuova Legge non diminuì la cura dei vescovi per i cattolici nelle scuole pubbliche, è significativo quanto avvenne nella scuola elementare di Osijek, dove, sebbene la maggioranza dei bambini fosse cattolica, era stata assunta come insegnante a tempo determinato una non cattolica. Questa assunzione, contraria al § 6 della Legge del 1874, che stabiliva che l’insegnante di bambini cattolici doveva essere cattolico, provocò la forte reazione del vescovo Strossmayer, il quale, venuto a conoscenza di tale fatto attraverso i giornali, protestò fermamente e con una lettera circolare ammonì il clero della diocesi a vigilare più attentamente sulla vita scolastica.[90]

Strossmayer espresse, ribadendola fortemente, la posizione della Chiesa nei confronti della nuova scuola “aconfessionale”, in una risposta alla lettera che l’ispettore della contea Grotić scrisse al Vescovo nella citata occasione della violazione del § 6:

 

“Io penso che oggi, più che mai, il mondo si illuda e giochi con parole vuote. Una di queste è ‘scuola aconfessionale’. Prendiamo per esempio la scuola della città alta a Osijek, dove il popolo è cattolico in modo preminente. Si può dire cento volte che la scuola è aconfessionale, ma essa è caratterizzata come cattolica da Dio e dalla natura delle cose, dalla volontà dei genitori e dalla Chiesa, e richiama tutti i fedeli insegnanti al sacratissimo obbligo di imprimere nel cuore dei bambini cattolici l’amore e la fedeltà per la fede cattolica.

Signor mio! Nessuna frase mai può cambiare la natura delle cose.

Di queste due cose, l’una: nel primo caso l’espressione ‘scuola aconfessionale’ significa che nella scuola della città alta si deve imprimere nel cuore della gioventù il principio che ogni verità, e specialmente la verità divina, è cosa indifferente, della quale non dobbiamo nemmeno minimamente preoccuparci, né nella coscienza né nella vita. In questo caso, tale frase è un vero assurdo, contro il quale protestano la mente e il cuore dell’uomo, dal momento che cercare la verità, amarla, ardere per essa, rinforzarla continuamente con la propria vita è onore e speciale privilegio dell’essere umano e fondamento di ogni progresso intellettuale e morale. Senza questo privilegio l’uomo cesserebbe di essere la creatura che porta in sé l’immagine e somiglianza di Dio e si abbasserebbe al livello di un animale. Nel caso in cui, invece, la frase ‘scuola aconfessionale’, certo maldestramente, vuol dire che si debbano accettare nella scuola cattolica della città alta a Osijek i bambini delle altre confessioni, che tali bambini debbano essere educati con la stessa fedeltà e con lo stesso amore, che si debba evitare tutto quanto potrebbe offendere i sentimenti religiosi dei fanciulli, che la cosa debba essere organizzata in modo che essi, mediante la scuola si introducano nella vita pratica, civile e sociale con l’intenzione di volersi bene e di rispettarsi reciprocamente e che non si odino e perseguitino per ragioni di fede, allora tale frase non dice nulla di nuovo perché questi sono gli stessi principi della Chiesa Cattolica, che essa stessa aveva seguito nelle scuole fino ad oggi e che seguirà per sempre.”[91]

 

Nel 1881, quando i Confini Militari furono uniti con il resto della Croazia e sottomessi al Parlamento e Governo Croato, nel territorio dello stesso regno erano in vigore due leggi scolastiche diverse. Ciò costituì il principale motivo, assieme alle grandi proteste di parte della comunità serba e della Chiesa Cattolica e alle deficienze che si erano notate, per studiare una nuova legge, comune a tutti i territori del Regno Croato.

Il 31 ottobre 1888, la Zakon o uređenju pučke nastave i obrazovanja pučkih učitelja u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji (Legge sull’ordinamento dell’istruzione elementare e sulla formazione degli insegnanti delle scuole elementari nei Regni di Croazia e di Slavonia) ricevette la sanzione imperial-regia ed ebbe valore di legge.[92]

Dal momento che, come disse il ban Khuen-Hederváry,[93] “il Governo non aveva avuto intenzione di cambiare, né ha cambiato, i principi della Legge del 1874”,[94] il rapporto della Chiesa con la scuola non registrò che poche modifiche.

Le novità del testo normativo furono riassunte, all’inizio del dibattito parlamentare, in tre punti dall’onorevole Kršnjavi,[95] a cui si deve la presentazione del progetto della Legge al Parlamento: la riorganizzazione delle scuole superiori, le quali accentuavano un indirizzo pratico, l’estensione dell’obbligo delle lezioni pomeridiane, l’organizzazione delle biblioteche scolastiche e, finalmente, una maggiore libertà per le scuole confessionali.[96]

La Legge del 1888 si articolava in 215 paragrafi, divisi in dieci capitoli, dei quali solo il quinto era suddiviso in cinque titoli:

1.    Istituti generali (§§ 1-15)

2.    Della scuola elementare in generale (§§ 16-62)

3.    Della scuola superiore (§§ 63-68)

4.    Degli istituti magistrali (§§ 69-89)

5.    Della formazione permanente degli insegnanti (§§ 90-95)

6.    Delle scuole confessionali e delle scuole autonome serbe (§§ 96-103)

7.    Delle scuole private (§§104-109)

8.    Degli insegnanti nelle scuole pubbliche elementari (§§ 110-173)

9.    Dell’amministrazione delle scuole (§§ 174-213)

I.       Dell’amministrazione comunale (§§ 174-188)

II.     Dell’amministrazione distrettuale (§§ 189-190)

III.  Dell’amministrazione comitale (§§ 191-202)

IV.   Dell’amministrazione nazionale (§§ 203-205)

V.     Dell’amministrazione ecclesiastica (§§ 206-213)

10. Parte conclusiva (§§ 214-215)

 

Come risulta evidente dalla stessa struttura della Legge del 1888, se si eccettua l’aggiunta del secondo titolo del nono capitolo Dell’amministrazione del distretto, nel quale si dava vita a una nuova istanza amministrativa del Paese,[97] la novità più significativa era la concessione di una più ampia libertà alle comunità religiose circa la fondazione e la gestione delle scuole confessionali, come esposta nei paragrafi 96-103.[98]

La possibilità di fondare scuole confessionali fu il risultato di una grande lotta, condotta dalla comunità serba ortodossa, la quale non era soddisfatta della Legge del 1874 e, pertanto, voleva l’autonomia per i propri istituti.[99]

Il 5 dicembre 1887, fu inviato al ban Khuen-Hederváry Il Memorandum dei Serbi membri del Parlamento Croato sulla questione scolastica, nel quale si richiedeva una maggiore autonomia per le scuole confessionali serbe e un più incisivo influsso della comunità ortodossa sulle future istruzioni del Ministero della Pubblica Istruzione.[100] Il 18 maggio 1888, a tale documento fece seguito il Memorandum del Consiglio Popolare Ecclesiastico Scolastico Serbo Ortodosso[101] al Parlamento Croato sulla questione della revisione della Legge scolastica nazionale esistente[102], recante la firma dal patriarca German Anđelić,[103] nel quale le medesime richieste vengono formulate in termini pressoché identici. La proposta più decisa del Memorandum del Consiglio era la richiesta di restituire alla Chiesa Ortodossa tutte le scuole che si trovavano nelle vicinanze delle chiese e delle canoniche serbe, come anche quelle per le quali si poteva dimostrare che erano state fondate dalla comunità serba e che, in un modo o nell’altro, erano passate alla gestione comunale.[104]

Il Presidente del Parlamento Mirko Hrvat[105] fece una prima bozza del sesto capitolo della Legge, prendendo in considerazione alcune proposte dei due Memorandum, ma menzionando solo le scuole confessionali serbe e i loro istituti magistrali. Le altre scuole confessionali furono inserite nella Legge del 1888, solo dopo un intervento del cardinale Josip Mihalović, durante un’udienza da lui concessa ai membri del Governo.[106] Nel testo della Legge si possono trovare tracce di questo sviluppo. In essa, di fatto, sono espressamente nominate solo le scuole serbe, mentre delle altre si fa menzione in modo generico.

Il § 96 offriva a tutte le comunità e a tutti gli ordini religiosi riconosciuti nel Paese la possibilità di fondare proprie scuole confessionali. La prima parte del paragrafo riprende quasi testualmente il § 4 della Legge del 1874, aggiungendo, però, la possibilità di fondare scuole confessionali a favore degli ordini religiosi ed indicando espressamente le scuole della comunità serba. Ogniqualvolta la Legge del 1888 fa menzione delle scuole della comunità serba aggiunge l’aggettivo “autonome”, il quale non appare mai apposto alle altre scuole confessionali. Tale fatto, come anche la menzione delle scuole serbe in tutti i paragrafi che reggono le scuole confessionali, rivelerebbe, oltre la summenzionata gestazione del testo, anche la mente del Governo, favorevole a una maggiore libertà per le scuole confessionali serbe, rispetto alle altre scuole confessionali.[107]

A norma del citato paragrafo, la comunità serba si vide riconosciuto anche il diritto di fondare istituti magistrali. Non era certo, in base al testo della Legge, se dello stesso diritto avessero potuto avvalersi anche le altre comunità religiose: dal testo del paragrafo, sembra tuttavia più probabile che alle altre comunità religiose tale possibilità non venisse riconosciuta. Per questo motivo, con lo Statuto per gli Istituti magistrali del 17 luglio 1889, il Governo nazionale estese tale diritto anche a queste. Con Stjepan Hartmann, tuttavia, si può osservare che tale atto del Governo, in quanto atto amministrativo, aveva una minore forza giuridica, rispetto al § 96 della Legge del 1888.[108]

Il § 97 stabiliva le procedure e le condizioni necessarie per poter fondare una scuola confessionale. L’ente confessionale, che voleva fondare una scuola, doveva anzitutto presentare una richiesta alla competente autorità civile, la quale svolgeva un’indagine sulle circostanze e sulla possibilità finanziarie di tali istituti e, attraverso l’amministrazione della contea, informava il Governo sui risultati. La Legge non prescriveva con esattezza quali fossero le condizioni necessarie minime per la fondazione di una scuola confessionale e, pertanto, la stessa indagine era in pratica lasciata alla discrezione dell’autorità civile competente.[109]

Se la riposta del Governo alla richiesta della comunità religiosa era positiva, la comunità poteva fondare la scuola confessionale. Quanti mantenevano la scuola con i propri contributi erano esclusi, secondo il § 98, dal pagamento delle tasse scolastiche comunali, per il tempo che la scuola stessa rispondeva ai criteri della Legge scolastica. Nello stesso paragrafo si trova un’altra novità: gli enti statali, vale a dire il comune o la contea, potevano aiutare le scuole confessionali. Ciò non era possibile a norma della Legge del 1874, dove il § 3 stabiliva che le scuole che erano mantenute, anche parzialmente, dell’autorità civile erano per ciò stesso scuole pubbliche.[110]

I due paragrafi successivi stabilivano che le materie scolastiche insegnate nelle scuole confessionali dovevano essere uguali a quelle delle scuole pubbliche (Cfr. § 99) e che gli insegnanti dovevano avere la stessa qualifica dei docenti delle scuole pubbliche. (Cfr. § 100) Tale qualifica, poi, era sottoposta dallo Stato ad un esame, al termine di due anni di praticantato nelle scuole.[111]

Anche il materiale didattico e i libri scolastici di tali scuole potevano essere adottati solo su previa approvazione del Governo nazionale (Cfr. § 101); ciò significava che, se da un lato, le comunità religiose avevano la libertà di preparare i propri libri scolastici, dall’altro essi non potevano essere utilizzati senza il menzionato permesso.[112]

La scuola confessionale, secondo il § 102, si presumeva pubblica solo se e fino al momento in cui raggiungeva le finalità previste per le scuole elementari generali. Il paragrafo citato costituiva una novità rispetto al § 4 della Legge del 1874, il quale stabiliva che una scuola confessionale, già fondata, avrebbe potuto ottenere il riconoscimento della sua pubblicità solo se si fosse adeguata in tutto alla Legge. Con il citato paragrafo della Legge del 1888, una volta ottenuto il permesso per la fondazione della scuola, essa otteneva la pubblicità ope legis e solo nel caso in cui gli organi dello Stato avessero trovato qualche irregolarità, essa poteva essere chiusa.[113]

Benché la nuova Legge prevedesse la fondazione di scuole confessionali e desse loro una più ampia libertà, tutti i paragrafi del sesto capitolo confermano l’idea della superiorità dello Stato sulla Chiesa nelle questioni scolastiche. La comunità religiosa doveva chiedere il permesso del Governo per poter fondare la scuola (cfr. § 97), le materie insegnate dovevano essere uguali in tutte le scuole (cfr. § 99), i libri scolastici dovevano avere l’approvazione del Governo (§ 101) e gli insegnanti dovevano possedere la stessa qualifica di quelli delle scuole elementari generali (§ 102). La supremazia dello Stato nell’autonomia delle scuole confessionali fu ancor più rafforzata dal § 103, che stabiliva la sovrintendenza dello Stato, a mezzo di organi diversi, sul funzionamento della scuola confessionale. Al limite, come si nota dal § 102, una scuola confessionale avrebbe potuto anche esser soppressa dallo Stato.[114]

L’intenzione del Governo fu ben chiarita dall’onorevole Kršnjavi durante la presentazione del progetto della Legge:

 

“Lo Stato ha il diritto e il dovere di dare la possibilità a un suo suddito di compiere ciò che egli da solo, come individuo, non avrebbe il potere di compiere. [...] Il cittadino non può preoccuparsi da solo per l’istruzione e per l’educazione dei suoi figli, e dunque è un dovere dello Stato, e non dell’individuo, quello di prendere nelle proprie mani il curriculum ed è suo dovere di prendersi cura che ogni individuo sia messo in grado di ben educare i propri figli. [...] Lo Stato, titolare così del dovere e della responsabilità, deve avere anche i mezzi per poter soddisfare a tale suo compito; lo Stato deve avere il diritto alla sovrintendenza, lo Stato, alla fin fine, deve avere nelle sue mani tutte le scuole del Paese, di modo che esso possa eliminare quelle scuole, che non rispondessero al proprio fine, e in loro luogo istituirne una della quale abbia la garanzia che essa sarà una buona scuola.”[115]

 

La Legge del 1888 introdusse, poi, un’altra novità. Il § 23 stabiliva infatti che:

 

Ҥ 23. In ogni paese, dove si trovano almeno 40 bambini che sono obbligati a frequentare la scuola, deve essere fondata una scuola elementare generale.

Il Governo nazionale, tuttavia, può fare eccezione a questa regola in quei paesi, dove sia in altro modo sufficientemente curata l’istruzione elementare (§ 96. fino al § 103.).”

 

In tale modo la Legge prevedeva la possibilità che in un comune una scuola confessionale elementare sostituisse completamente quella generale.[116]

Gli altri paragrafi della nuova Legge che riguardavano la relazione tra la Chiesa e la scuola pubblica riportavano quasi alla lettera i paragrafi della Legge del 1874, già precedentemente esposti.[117]

Nel 1910, in Croazia si potevano registrare, quale risultato degli sforzi per una maggiore libertà delle scuole confessionali, 32 scuole confessionali, tra cui 19 scuole serbo-autonome, 8 scuole evangeliche e 5 ebraiche.[118] Dal momento che la maggioranza della popolazione era cattolica, la Chiesa preferì non fondare vere e proprie scuole cattoliche pubbliche per tutti i bambini, ma vigilò perché si applicasse la Legge, la quale, comunque, dava sufficienti assicurazioni sull’educazione religiosa.[119]

Una ferma richiesta, in proposito, fu quella mossa dalla già menzionata Lettera Circolare del vescovo Strossmayer, relativa alla violazione del § 6 della Legge del 1874.[120]

Un altro campo, nel quale la Chiesa difendeva i diritti della propria autonomia, fu la precisa applicazione del § 185 della Legge del 1874 (§ 206 della nuova Legge), il quale disponeva l’autonomia della Chiesa nei confronti della sorveglianza sull’insegnamento della religione. Dopo la promulgazione della Legge del 1874 la Santa Sede venne interpellata su come si fosse dovuto comportare un insegnante di religione nell’eventualità di un’ispezione scolastica statale. La risposta della Santa Sede fu:

 

Relato ad S. Sedem dubio . . . . videlicet, an Presbyter, religionis magister continuare possit catechismum edocere coram Inspectore scholastico? S. Sedes respondit: quod Episcopus . . . . ob peculiares rationes et circumstantias, ab ipso (Episcopo) expositas permittere possit Presbyteris ipsius dioecesis, qui officio Magistrorum religionis funguntur, ut lectionem religionis adveniente etiam Inspectore scholastico continuent sub conditione tamen, ne ipsi Magistri religionis cuicunque interpellationi vel observationi respondeant, quam ipsis Inspector circa eorum lectiones abusive facere praetenderet.[121]

 

Il rescritto della Santa Sede, quindi, stabiliva anzitutto che un insegnante non poteva continuare la lezione in presenza di un ispettore scolastico civile, senza il permesso del Vescovo diocesano. Tale permesso doveva essere dato per ragioni peculiari e non come una regola generale. Inoltre al presbitero non era lecito rispondere ad alcuna interrogazione o osservazione, che l’ispettore gli avesse eventualmente rivolto.

L’applicazione del § 185 della vecchia Legge e § 206 della nuova da parte degli ispettori scolastici non fu sempre unanime, provocando in alcune occasioni anche scontri tra gli insegnanti di religione stessi. L’atteggiamento del Governo fu, in ogni modo, quello di garantire che l’ispezione dell’insegnamento della religione rimanesse ambito dell’autonomia della comunità religiosa.[122]

 

1.4 L’insegnamento di religione nel Regno di Jugoslavia

 

La tappa successiva dell’evoluzione storica del sistema scolastico si colloca durante il Regno di Jugoslavia. Il Governo del Regno, d’accordo con il Re, voleva introdurre un forte centralismo amministrativo e culturale, utilizzando lo strumento dell’ideologia statale della identità jugoslava, limitando così le diverse identità nazionali e religiose. Tale corso politico si rafforzò specialmente dopo l’uccisione di Stjepan Radić nel Parlamento a Belgrado e la successiva proclamazione della dittatura il 6 gennaio del 1929.[123] La politica nel periodo della dittatura si può definire come costante sforzo “di cancellare con un tratto, tutta la divisione lunga e tormentosa, insieme con la storia tragica, e di fare tabula rasa per cominciare tutto da capo.”[124] Significativo in questo senso fu il cambiamento del nome dello Stato.

L’amministrazione statale diede luogo a tutta una serie di progetti e di leggi, che dovevano concorrere a raggiungere i fini previsti, soprattutto tra la gioventù, “non contaminata”, usando come i mezzi l’istruzione, l’educazione e la cultura.[125] Tra questi si distingue l’istituzione dell’organizzazione giovanile statale Jugoslavenski Sokol e la proibizione di tutte le organizzazioni nazionali o religiose di tale tipo, tra le quali la più organizzata era la cattolica Hrvatski orlovski savez.[126]

Come piattaforma giuridica per il nuovo sistema scolastico, nel corso del 1929, fu emanata dal re Aleksandar una serie di leggi: Zakon o srednjim školama (Legge sulle scuole medie),[127] Zakon o učiteljskim školama (Legge sugli istituti magistrali),[128] e Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari).[129]

Ulteriore elemento, che contribuiva alla formazione di leggi scolastiche di tale tipo, era la vicinanza della Jugoslavia con la Francia e il sistema liberale francese.[130] In tale ambiente, la Chiesa Cattolica e tutte le organizzazioni, ad essa connesse, non potevano che costituire un ostacolo alla realizzazione di una simile ideologia.[131]

Dal momento che tutte le menzionate Leggi avevano gli stessi presupposti ideologici è sufficiente prenderne in esame solo una per poter vedere come essi venivano tradotti in termini giuridici.

La Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari) si articola in 183 paragrafi organizzati in 12 capitoli, suddivisi in diversi titoli:

1.     Norme generali (§§ 1-6)

2.     Tipi di scuole popolari e durata dell’istruzione (§§ 7-16)

3.     Fondazione e amministrazione delle scuole (§§ 17-41)

4.     L’istruzione (§§ 42-55)

5.     Gli studenti (§§ 56-69)

6.     Gli insegnanti (§§ 70-106)

I.                 Categorie di insegnanti e loro qualifiche (§§ 70-76)

II.               I doveri degli insegnanti (§§ 77-83)

III.             I diritti degli insegnanti (§§ 84-87)

IV.            Norme disciplinari (§§ 88-92)

V.              Assunzioni, trasferimenti, licenziamenti e pensionamento (§§ 93-102)

VI.            Valutazione degli insegnanti (§§ 103-106)

7.     Cura della salute degli insegnanti e degli studenti (§§ 107-111)

8.     L’amministrazione e la supervisione (§§ 112-143)

I.                 L’amministrazione della scuola (§§ 113-114)

II.               L’ispettore scolastico distrettuale (§§ 115-118)

III.             L’ispettore scolastico del Ban (§§ 119-122)

IV.            Il comitato scolastico locale (§§ 123-134)

V.              Il comitato scolastico del Ban (§§ 135-143)

9.     I Consigli degli insegnanti (§§ 144-149)

I.                 Il consiglio degli insegnanti locale (§§ 144-145)

II.               Il consiglio degli insegnanti distrettuale (§§ 146-148)

10.   Le relazioni della scuola con i cittadini, la famiglia e il comune (§§ 150-152)

11.   L’istruzione popolare (§§ 153-157)

12.   Parte conclusiva (§§ 158-183)

 

La forte dose di ideologizzazione emerge fin dal primo paragrafo:

 

“§ 1. Le scuole popolari sono istituzioni statali il cui fine consiste in: preparare gli studenti con l’istruzione e con l’educazione allo spirito dell’unità statale e popolare e della tolleranza religiosa, per farne membri buoni, leali e attivi della comunità statale, popolare e sociale;

propagare direttamente e indirettamente l’istruzione nel popolo, collaborando con le Istituzioni Culturali per l’Istruzione Popolare.”[132]

 

Il fine primario dell’istruzione pubblica divenne quindi la formazione di sudditi leali alla Corona e al suo progetto ideologico. Tutto l’insegnamento doveva concorrere a tale fine e, ovviamente, l’insegnamento religioso, nel quadro dei fini elencati nel primo paragrafo, non avrebbe dovuto aver alcun posto, benché l’elenco delle materie scolastiche del § 42[133] lo conservi al primo posto.

Il § 43, poi, si dedicava all’insegnamento e agli insegnanti della religione:

 

“§ 43. L’istruzione religiosa è obbligatoria per tutte le confessioni riconosciute. L’insegnamento della religione è impartito dai ministri sacri o dagli insegnanti della medesima confessione, secondo la volontà dei genitori. L’insegnante di religione – ministro sacro – deve essere cittadino del Regno di Jugoslavia.

Laddove i genitori decidano che l’insegnamento religioso venga impartito dall’insegnante, e non sia disponibile un insegnante della confessione degli studenti, l’insegnamento della religione verrà affidato al ministro sacro, e dove non vi siano né gli uni né gli altri, detto incarico verrà affidato ad altre persone idonee.

Gli insegnanti di religione – ministri sacri – sono nominati dal Ministro della Pubblica Istruzione tra i candidati proposti dall’autorità competente della relativa confessione e la loro retribuzione è determinata dal comune confessionale del luogo o dai soli genitori. Lo stesso vale anche per le altre persone che insegnano la religione in mancanza di ministri sacri o degli insegnanti.

Gli insegnanti di religione – ministri sacri – devono affrontare uno speciale esame d’insegnamento della religione per poter ottenere la competenza pedagogico–metodologica.

Gli insegnanti di religione – ministri sacri – e le altre persone, che non siano insegnanti o ministri sacri, saranno destituiti dal loro incarico dal Ministro della Pubblica Istruzione, su proposta dell’amministrazione del ban, se il loro lavoro nella scuola non corrisponde ai principi pedagogico-metodologici, o se il loro comportamento nella scuola o al di fuori di essa non è concorde con le finalità generali delle scuole popolari.

Il programma scolastico d’insegnamento della religione è imposto dal Ministro della Pubblica Istruzione, dopo aver sentito il Ministero della Giustizia.”[134]

 

Il paragrafo delinea l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione per i fanciulli, ma lascia anche la libertà ai genitori di scegliere se l’insegnante di religione debba essere un laico oppure un ministro sacro. Tale norma si rivela peraltro molto imprecisa, omettendo di delineare in quale modo dovesse avvenire tale elezione. Il testo del paragrafo non prevede alcun intervento da parte dell’autorità religiosa per la nomina degli insegnanti di religione non appartenenti alla categoria dei ministri sacri; sembra, perciò, che l’intenzione della Legge fosse quella di assoggettare l’insegnamento della religione all’esclusiva competenza del Ministero della Pubblica Istruzione. Anche la norma relativa alla “persona idonea”, che avrebbe eventualmente potuto assumere l’insegnamento della religione, qualora non ci fosse stata la disponibilità né di un insegnante di religione, scelto dai genitori, né di un ministro sacro, era imprecisa e rimaneva aperta a molteplici interpretazioni.

L’insegnamento della religione, a dispetto della posizione primaria che occupava nell’elenco delle materie scolastiche, subiva di fatto l’emarginazione attraverso il trattamento riservato agli insegnanti di religione. Essi, a seguito della Legge del 1929, avevano perso il ruolo di insegnanti pagati dallo Stato; il loro stipendio, invece, ricadeva interamente sulla comunità religiosa del luogo o sui genitori stessi. Non meno rilevante, poi, risultava il fatto che il programma scolastico, non venisse più proposto dall’autorità religiosa. Esso era imposto dal Ministro della Pubblica Istruzione, dopo una consultazione con il Ministero di Giustizia, senza alcun influsso da parte dell’autorità religiosa.

Un tale ordinamento può essere compreso solo inquadrandolo nella concezione per cui l’identità religiosa era vista come un ostacolo allo sviluppo dell’unità tra le diverse nazionalità presenti nel Regno.[135] I programmi e i libri scolastici dovevano servire ad educare al rispetto nazionale e fungere da strumento nelle mani del Governo per veicolare l’idea nazionale.[136]

Come già si è avuto modo di dire, l’Esecutivo riteneva che l’ideologizzazione avrebbe dovuto cominciare dalla gioventù e, per tale motivo, voleva limitare qualsiasi altro influsso su di essa:

 

“§ 68. Gli studenti non possono essere membri di associazioni su base religiosa o di associazioni che potrebbero ostacolare, in qualsiasi modo, la tolleranza religiosa o essere contro l’integrità dello Stato o l’unità dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni.

 

§69. Gli studenti possono prendere parte, oltre che alle feste puramente scolastiche, anche a quelle feste e lezioni pubbliche che hanno significato statale o nazionale generale, o sono strettamente legati alla scuola.”[137]

 

I due paragrafi citati vietano praticamente qualsiasi iscrizione degli studenti cattolici ad associazioni puramente religiose nonché la loro partecipazione alle festività religiose, cercando in tale modo di staccarli dalla Chiesa.[138] Questo fu un altro colpo alla libertà religiosa nel Paese, soprattutto dopo la soppressione del menzionato Hrvatski sokolski savez.

Allo scadere dei primi dieci anni di Regno, il Governo dovette tuttavia rimproverare agli insegnanti di non esser stati i portatori “dell’idea statale”. Per tale motivo, il Re pubblicò la Zakon o učiteljskim školama (Legge sugli istituti magistrali) [139] con l’intenzione di farne un luogo di formazione per gli insegnanti consapevoli del loro compito. La Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari), in seguito, limitò la possibilità dell’attiva partecipazione dei docenti in varie associazioni:

 

“§ 81. Tutti gli insegnanti devono comportarsi, in servizio e fuori di esso, da persone educate e da educatori della gioventù e del popolo.

L’insegnante è obbligato a dare esempio di tolleranza civica, religiosa, politica e culturale. Egli deve perciò evitare tutte le azioni a carattere pubblico o privato, e specialmente politico, che possano condurre a tale intolleranza. Per questa ragione gli insegnanti non possono essere membri delle associazioni che sono, in qualsiasi modo, dannose ai fini della scuola (§ 1), né possono occuparsi di questioni che non siano concordi con la vocazione magistrale.

Per partecipare ad attività diverse dall’insegnamento essi devono chiedere la previa approvazione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione.”[140]

 

La Legge, non prendendo in considerazione la natura specifica dell’insegnamento della religione, non prevedeva alcuna autorizzazione da parte dell’autorità religiosa per il trasferimento dei docenti. Gli insegnanti di religione non stabili, se non avevano acquistato il diritto alla pensione, dovevano essere licenziati, perché la Legge, nel già citato § 43, aveva stabilito che gli insegnanti di religione non dovessero essere pagati dallo Stato:

 

“§ 168. Il Ministro della Pubblica Istruzione distribuirà gli insegnanti di religione stabili trovati in servizio là dove siano più necessari, ai sensi del § 43, ed essi manterranno i diritti che loro spettano per legge. Gli insegnanti di religione, che non hanno acquistato il diritto alla pensione, secondo la Legge sugli impiegati statali e sugli altri ufficiali statali civili del 31 luglio 1923,[141] saranno licenziati dal servizio.”[142]

 

I rappresentati delle comunità religiose furono allontanati dall’amministrazione scolastica, con la soppressione del posto che era precedentemente loro riservato nei comitati scolastici in forza del loro ufficio:

 

“§ 123. Il comitato scolastico del luogo è formato da:

a)   il presidente del comune;

b)   il direttore della scuola popolare, che nello stesso tempo è gestore degli affari del comitato;

c)     il direttore della scuola superiore;

d)   il medico comunale del rione;

e)   cinque persone stimate, nostri cittadini, scelti dal comune per ogni comune scolastico. Laddove una scuola comprendesse più comuni, ciascun comune sceglie una persona per il comitato scolastico del luogo.

Se possibile, i membri del comitato siano persone i cui figli frequentino la scuola, che facciano parte del consiglio comunale e, se il comune scolastico è composto da diversi paesi, che risiedano in detti paesi.

Se ci sono più persone che esercitano quella professione, alla quale è connessa la qualità di membro in forza dell’ufficio, nel comitato entra colui che è il più anziano di grado. In assenza del presidente, le sedute sono presiedute dal direttore della scuola. Se il presidente del comitato è il direttore della scuola, egli stesso designa chi lo sostituirà in caso di sua assenza.”[143]

 

   Le scuole private furono previste solo come eccezione e senza possibilità di nuove fondazioni:

 

“§ 164. Le scuole popolari private esistenti al momento dell’entrata in vigore di questa Legge sono escluse dal § 1, e potranno continuare ad esistere solo se si adeguano in tutto alle norme di questa Legge entro il tempo massimo di quattro mesi, dalla sua entrata in vigore.

La scelta dei professori delle scuole popolari private è sottoposta all’approvazione del Ministro della Pubblica Istruzione.

Non si possono fondare nuove scuole popolari private e le esistenti non possono essere trasferite da un paese ad un altro.”[144]

 

Le scuole private, pertanto, rimasero tali solo perché gli insegnanti non venivano retribuiti dallo Stato, ma dal loro fondatore, mentre per tutto il resto, compresa la scelta degli insegnanti esse erano assimilate alle scuole statali, con l’ovvio tentativo di chiudere anche quelle esistenti fino ad allora.

Si deve infine sottolineare che la lettura della Legge del 1929 non indica alcuna possibilità di vigilanza da parte dell’autorità ecclesiastica sull’insegnamento di religione e sui relativi insegnanti.

Tale Legge era manifestamente inaccetabile per la Chiesa Cattolica e, per tale motivo, i presuli espressero una vibrante protesta al riguardo.[145] Il comportamento del Re nei confronti della Chiesa Cattolica non era univoco. Mentre nel corso del 1929 pubblicava leggi che limitavano la libertà religiosa, già nel 1930 prese una posizione conciliante, chiedendo che si prendessero in considerazione le richieste del Memorandum dell’Episcopato. Sembra che il Re avesse mutato le sue posizioni per rispetto del suo fedele collaboratore Anton Korošec,[146] sacerdote e politico sloveno, e poter procedere alla stipulazione di un concordato con la Santa Sede, peraltro mai ratificato.[147]

Una prima variante alla Legge fu introdotta già il 14 gennaio 1930, con il Pravilnik o izvršenju odredaba o vjerskoj nastavi i privatnim školama po Zakonu o narodnim školama (Regolamento per l’esecuzione delle norme sull’insegnamento religioso e sulle scuole private secondo la Legge sulle scuole popolari),[148] emanato dal Ministro della Pubblica Istruzione. Il Regolamento migliorò la posizione dell’insegnamento della religione, non riservandone più la competenza quasi esclusicamente allo Stato.

La validità del Regolamento, emanato da un organo esecutivo e senza l’espressa menzione del mandato dell’autorità legislativa, tuttavia, rimase dubbia, dal momento che le interpretazioni e i supplementi ai rispettivi paragrafi della Legge andavano ben oltre i limiti delle norme contenute nella Legge stessa.[149]

Il 7 luglio 1930, il Re firmo la Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari),[150] per mezzo della quale le variazioni introdotte dal Regolamento ricevettero forza di legge.

Con questi cambiamenti la posizione dell’insegnamento della religione risultò notevolmente migliorata, rispetto alla Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari).[151] Va anzitutto notato che il ministro sacro si caratterizza per essere ordinariamente l’insegnante di religione. Dal momento che il § 43 non menzionava più la possibilità di scelta da parte dei genitori fra un ministro sacro e un insegnante di religione laico, e, dal momento che il § 43 della Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari) era l’unico paragrafo completamente riscritto dal § 1 della Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari), si può dedurre che tale possibilità sia stata completamente cancellata nella nuova normativa.[152] Furono gli insegnanti regolari ad essere obbligati a sostituire i ministri sacri nell’insegnamento della religione, qualora i primi fossero stati impediti. Al punto che la Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari) prevedeva la possibilità che tale supplenza potesse essere permanente, previo consenso dell’autorità religiosa e del Ministro della Pubblica Istruzione.

Il primo paragrafo della Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari) reintroduceva la possibilità di assumere gli insegnanti di religione stabili nelle scuole dove essi godevano di almeno 20 ore settimanali con un minimo di venti alunni per classe. Tali nomine erano fatte dal Ministro della Pubblica Istruzione tra i candidati proposti dall’autorità religiosa. Non era previsto uno stipendio fisso per i ministri sacri che insegnavano la religione e che non avevano la qualifica di impiegati statali.[153]

Gli insegnanti di religione, come gli altri docenti, del resto, erano tenuti a seguire tutte le norme scolastiche. In caso di inadempienza, potevano essere destituiti dal Ministro con notifica data all’autorità religiosa. L’ispezione dell’insegnamento della religione fu reintrodotta, pur limitata alla misura di una sola volta l’anno. Secondo il § 8 della nuova Legge, l’autorità civile, vale a dire il direttore della scuola, non poteva, tuttavia, controllare il contenuto dell’insegnamento di religione, ma soltanto il modo in cui esso era condotto.[154]

Il programma scolastico non rimase di esclusiva competenza del Ministero della Pubblica Istruzione. Con la nuova Legge era l’autorità religiosa che tornava a proporre il programma d’insegnamento, mentre non si rendeva più necessaria la consultazione del Ministero della Giustizia.[155]

I paragrafi 2 e 3 della Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari) mitigavano la rigidezza dei paragrafi 68 e 69 della Legge precedente e permettevano agli alunni di essere contemporaneamente membri delle associazioni cattoliche e di partecipare attivamente ai riti solenni.[156]

Il problema di quegli insegnanti che avevano studiato negli istituti magistrali privati, e che non erano stati nemmeno menzionati nella Legge precedente, fu risolto con il paragrafo seguente della Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari): al loro diploma veniva riconosciuta l’equipollenza con i diplomi statali.

Il § 5 della nuova Legge risolse la questione della nomina degli insegnanti stabili di religione. Essi, per poter accedere a tale nomina, dovevano superare uno speciale esame, il contenuto del quale avrebbe dovuto essere concordato con le autorità religiose. Il 5 febbraio 1935, il Ministro della Pubblica Istruzione pubblicò le Pravila o polaganju državnog stručnog ispita za stalne vjeroučitelje narodnih škola (Regole sul sostenimento dell’esame professionale statale per gli insegnanti di religione stabili delle scuole popolari).[157] L’insegnante di religione, per poter ottenere la qualifica di insegnante stabile, doveva avere 20 mesi di lavoro nella scuola ed essere cittadino del Regno di Jugoslavia. L’esame era articolato in tre parti: scritto, orale e pratico. Coloro che avevano ottenuto una valutazione superiore al voto medio (tre) all’esame scritto, sarebbero stati esentati dall’esame orale. La commissione era composta dal direttore dell’istituto magistrale, da un professore di lingua croata, da un professore di storia e geografia, da due professori di teologia per esaminare la conoscenza teologica e didattico-religiosa e, infine, da un insegnante di religione, in qualità di esperto. Il diploma ricevuto alla fine dell’esame sarebbe stato equivalente a quello che ricevevano gli altri insegnanti dopo aver superato l’esame professionale di Stato.[158]

La visita alla chiesa o la partecipazione dei bambini sotto la guida dell’insegnante, secondo il § 6 della Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama (Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari), andava concordata tra l’autorità religiosa e il Presidente del Consiglio dei Ministri.[159]

La Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari) con il § 81 di fatto proibiva agli insegnanti di essere organisti o cantori ecclesiastici, ufficio che nei regimi scolastici precedenti era stato spesso unito a quello di insegnante. La nuova Legge nel § 7 corresse anche questo aspetto e stabilì che essi potessero svolgere tale incarico, senza l’approvazione del Ministro, purché esso non rappresentasse un ostacolo al loro ufficio.

Oltre che per le citate libertà, la Chiesa dovette combattere anche per garantire la libertà di associazione e per non essere sottoposta al controllo statale. La Legge precedente, ai §§ 156-157, stabiliva che lo Stato doveva prendere il controllo delle associazioni culturali e delle altre nel campo educativo, al fine di unire tutte le forze per poter raggiungere le finalità dell’istruzione, vale a dire “l’integrale jugoslavità”.[160] La Chiesa si accorse che tale paragrafo rappresentava un grave pericolo sia per la libertà di associazione sia per la libertà di azione. La nuova Legge al § 9 esenta dunque le associazioni religiose da tale normativa.[161]

Il § 10 stabilisce infine che le norme sulle assunzioni e sui trasferimenti degli insegnanti, previste dal § 163, dovevano essere applicate in accordo con le rispettive autorità religiose.

 

1.5. L’abolizione dell’insegnamento di religione sotto la dittatura comunista

 

Sebbene l’ideologia comunista, istauratasi nel 1945, non potesse né prevedere, né tollerare qualsivoglia scopo religioso nella pubblica istruzione, le prime istruzioni del nuovo regime, pubblicate nel 1944, ancora durante la guerra quindi, furono assai favorevole all’insegnamento della religione. Solo col passare del tempo, il regime comunista andò sempre più rinforzarsi, tanto da entrare in aperto conflitto con tutti i nemici della propria ideologia, il primo dei quali era la Chiesa.

Sin dal 1874, come precedentemente accennato, l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in Croazia, tanto nell’Impero Austro-Ungarico quanto nel Regno di Jugoslavia, faceva parte integrale e obbligatoria dell’istruzione.

Il regime comunista, instauratosi dopo la Seconda Guerra Mondiale, sotto la dittatura di Josip Broz, detto Tito,[162] divenuto poi il primo Presidente della Jugoslavia, apportò profondi cambiamenti in tutti gli aspetti della vita della Chiesa, compreso, naturalmente, l’insegnamento della religione.

Ancora durante la Seconda Guerra Mondiale, il Consiglio Regionale Antifascista di Liberazione Popolare della Croazia (ZAVNOH)[163], nella sua terza sessione, tenutasi a Topusko l’8 e il 9 maggio 1944, votò le Upute za rad na prosvjetnom polju (Istruzione circa il lavoro nel campo educativo).[164] Il documento stabiliva:

“L’educazione religiosa nelle scuole non è obbligatoria… Il nostro nuovo Stato si fonda su principi più basilari, che riguardano tutte le questioni, incluse quelle religiose. Nelle nostre scuole deve dunque esistere la più grande tolleranza religiosa e perciò lo studio della religione è facoltativo (secondo la volontà). Questo atteggiamento del NOP[165] nei confronti della religione non è ancora del tutto chiaro a molti. Alcuni, infatti, interpretano che Dio e religione, per il NOP, sono a priori (per principio) esclusi dalla scuola. Il popolo sente con dolore questa interpretazione e ciò spesso lo trattiene dall’attiva partecipazione al movimento.[166] Per tale motivo in questo campo si impartono le seguenti istruzioni:

1.                     Il legittimo rappresentante della religione – il prete – ha il diritto di tenere settimanalmente in ogni nostra scuola un’ora di insegnamento della propria religione in ogni classe, a favore dei fanciulli che professano la religione che egli rappresenta. Per quanto riguarda l’orario delle lezioni, gli insegnanti devono adattarsi all’insegnante di religione. Gli altri maestri non devono influire negativamente sulla frequenza dei fanciulli alle lezioni di religione.

2.                     Gli insegnanti di religione devono insegnare religione secondo le prescrizioni della propria confessione. Per questo motivo non devono chiedere speciali autorizzazioni per il programma didattico, ma devono evitare ogni spiegazione che potrebbe essere contraria, ostile oppure nociva alla politica e alla politica-economica perseguita dal NOP.

3.                     Il popolo cattolico e ortodosso, in gran maggioranza, desidera che l’insegnamento inizi e si concluda con la preghiera. Per soddisfare in tutte le scuole questo desiderio del popolo, laddove non si dimostrerà una sua diversa volontà, si pregherà nel modo seguente: Nelle regioni cattoliche si reciterà il ’Padre nostro’ in lingua croata. Nelle regioni ortodosse si reciterà il ‘Padre nostro’ in lingua paleoslava. Nelle regioni con popolazione mista, si reciterà il ‘Padre nostro’ in croato e in paleoslavo, in una lingua all’inizio e nell’altra al termine delle lezioni. Al posto del ‘Padre nostro’ si può ovunque recitare una preghiera che è stata approvata dai legittimi rappresentanti delle diverse religioni: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia da te il suo inizio e in te il suo compimento. Per Cristo nostro Signore. Amen. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

4.                     Gli studenti di ciascuna religione hanno il diritto di celebrare la domenica e tutte le festività di precetto celebrate fino ad ora. Gli studenti hanno anche il diritto di compiere i propri doveri religiosi senza ostacoli da parte delle autorità scolastiche, di frequentare la Messa, di confessarsi, di comunicarsi, ecc. L’insegnante che distogliesse i giovani dai loro obblighi religiosi, lo farebbe contro i principi del NOP.

5.                     La croce rimanga nelle scuole, dove si trova, in un posto d’onore. Se essa non è esposta, mentre il popolo lo desidera, i Comitati Popolari di Liberazione locali (NOO)[167] provvedano alla sua collocazione. Si faccia conoscere questa circolare al popolo, e particolarmente ai ministri di tutte le religioni, i quali hanno lo stesso diritto degli altri cittadini di fare proposte oppure chiedere spiegazioni alle autorità popolari nei casi di malintesi o scorrettezze.”[168]

 

La succitata Istruzione in alcuni punti è molto ambigua. Nel suo Preambolo, essa pone il principio della facoltatività dell’insegnamento e della tolleranza religiosa. Potremmo dire che, in un certo senso, si afferma la “laicità” della scuola. Nello stesso tempo, però, essa permette di recitare delle preghiere nella scuola (Cfr. art. 3) e di esporre la croce nelle aule, laddove il popolo lo desideri (Cfr. art. 5).

Anche l’espressione “la volontà del popolo”, senza ulteriori determinazioni, lascia all’autorità amministrativa e agli insegnanti un enorme spazio di discrezionalità, che potrebbe diventare fonte di eventuali abusi. Infatti, come in seguito avrebbe denunciato l’arcivescovo Stepinac,[169] la croce era stata rimossa, pur contro “la volontà del popolo” in tante aule e la preghiera abolita in molte scuole.[170]

Ciononostante, l’Istruzione dello ZAVNOH afferma la possibilità di una certa libertà religiosa in campo educativo: nell’orario delle lezioni l’insegnamento della religione ha la priorità (Cfr. art. 1); il programma didattico è esente dal controllo delle autorità civili, purché esso non sia contrario ai valori del NOP (Cfr. art. 2); gli studenti sono del tutto liberi di scegliere l’insegnamento della religione e di ricevere i sacramenti (Cfr. art. 4).

Si ha l’impressione che, dal bell’inizio, vi siano diversi interessi che si intrecciano a riguardo dell’Istruzione in parola. Il vicepresidente dello ZAVNOH, Andrija Hebrang,[171] aveva una visione piuttosto democratica del futuro sviluppo della società croata. Egli riteneva, infatti, che la Croazia avesse un diritto di autogoverno e che la sua assemblea dovesse avere la sovranità ed esercitare il governo. Non era contrario all’idea di formare la Jugoslavia, ma, a suo parere, la nuova repubblica doveva “assicurare ad ogni popolo i propri diritti nazionali, la libertà nazionale e l’indipendenza”. Hebrang fu il primo responsabile dell’introduzione dell’insegnamento facoltativo della religione nelle scuole, perché ciò era in conformità con la sua visione democratica e liberale della società.

Hebrang trovò sostegno di Vladimir Nazor,[172] presidente dello ZAVNOH. Quest’ultimo era un educatore, un uomo di cultura, e non un membro del partito comunista. Per tale motivo, egli non aveva nessuna obiezione all’insegnamento della religione.[173]

Giova, peraltro, ricordare che non tutti i partecipanti alle sedute dello ZAVNOH erano comunisti. Presenziavano, infatti, anche membri del Partito Croato dei Contadini (HSS)[174] e alcuni Serbi, uniti nel Circolo dei Consiglieri Serbi.[175] La politica dell’HSS, fin da prima della guerra, non era contraria all’insegnamento della religione.

Dobbiamo anche accennare al fatto che, nel Preambolo dell’Istruzione, si insinua la volontà dello ZAVNOH di non mostrarsi contrario alla religione, per cercare di coinvolgere anche quelle parti della popolazione che non volevano partecipare al NOP precisamente perché ritenevano che esso fosse contrario alla religione.

A queste condizioni, l’Istruzione in parola non era accettabile da parte della Chiesa sia, e soprattutto, in ragione della lunga tradizione dell’insegnamento della religione, sia del posto preminente che esso rivestiva prima della guerra. Con un contesto storico di questo tipo i presuli non potevano dare il proprio assenso alla facoltatività e alla riduzione del numero di ore di insegnamento.[176]

Benché il Governo[177] avesse pubblicato istruzioni favorevoli all’insegnamento della religione, la realtà era ben diversa. Questa discrepanza fra la legislazione e la realtà era derivata anche dalla destituzione di Hebrang, proprio perché imputato di eccessive concessioni alla religione.

A testimonianza delle difficoltà, che presto sorsero, vi è il Memorandum del 21 luglio 1945 della Presidenza della Conferenza Episcopale Jugoslava, firmato dal presidente Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria, e indirizzato al Governo della Repubblica Federativa di Croazia. In detto documento i presuli così manifestano le proprie proteste:

 

“Nonostante tutte le affermazioni contrarie, secondo le quali l’insegnamento della religione non è stato abolito, rimangono i fatti: a) Esso è completamente abolito nelle classi superiori delle scuole medie. Ciò non concorda con il principio della libertà religiosa e della libertà di coscienza; dal momento che da questo principio si deduce la facoltatività dell’insegnamento della religione nelle classe minori delle scuole medie, perché lo stesso non deve valere anche per le classi superiori? È ovvio che, nel momento in cui si stava prendendo la decisione di abolire l’insegnamento religioso, qualche altro elemento è risultato decisivo. È certo che quest’”altro” non è stato un motivo di amicizia verso la fede e la Chiesa. E le masse popolari lo percepiscono chiaramente. b) Nelle classe minori l’insegnamento è ridotto a una materia facoltativa e a un’ora di lezione. c) Nelle scuole elementari esso è facoltativo e ridotto ad un’ora di lezione”.[178]

 

La risposta del Presidente del Governo, Vladimir Bakarić,[179] illustra perfettamente l’atteggiamento dell’autorità civile nei confronti della Chiesa:

“Le sono grato per la Sua sincera comunicazione. Trovo che su alcuni punti Ella sia disinformato, su altri non condivido il Suo punto di vista, e su altri ancora trovo che Ella abbia completamente ragione.”[180]

 

All’inizio del successivo anno scolastico (1945/1946), le autorità civili emanarono nuove direttive per l’insegnamento della religione. Esse erano per lo più in accordo con l’Istruzione dello ZAVNOH, benché venissero già introdotte alcune restrizioni.

Così, in data 27 ottobre, il Comitato Popolare del Distretto di Đakovo trasmetteva la circolare del Ministero della Pubblica Istruzione dello Stato Federale di Croazia alla Curia diocesana, con il quale si stabiliva la procedura per avvalersi dell’insegnamento della religione, la posizione della religione entro l’orario scolastico e la necessità del permesso per insegnare la religione.[181]

Nei mesi precedenti l’emanazione della circolare menzionata, le autorità scolastiche avevano chiesto in diversi modi l’opinione dei genitori a riguardo dell’insegnamento della religione, sia nelle scuole elementari sia in quelle medie, e la risposta affermativa era ovunque risultata quasi unanime.[182] Una risposta così largamente positiva da parte dei genitori costituiva fonte di grave imbarazzo per il Governo, tanto più che era pubblica e, dunque, non poteva essere nascosta. Con il pretesto di voler tutelare la riservatezza dei genitori, il Ministero della Pubblica Istruzione proibì pertanto alle autorità scolastiche, e perfino a quelle ecclesiastiche, di chiedere per il futuro l’opinione dei genitori nel corso delle loro riunioni. Questi dovevano singolarmente venire presso le autorità scolastiche ed esprimere la propria volontà. Il Governo, come risulta della circolare, vietava altresì di convocare speciali riunioni dei genitori. In questo modo esso sperava quanto meno di nascondere, se non di diminuire, l’evidenza del grande numero di famiglie che sceglievano di avvalersi dell’insegnamento della religione.

La circolare modificava l’Istruzione dello ZAVNOH anche a riguardo dell’orario delle lezioni. Mentre lo ZAVNOH aveva stabilito che l’orario dovesse adattarsi alla disponibilità degli insegnanti di religione, la circolare permetteva di tenere le lezioni soltanto nella prima o nell’ultima ora dell’orario scolastico. Questa disposizione creava ovviamente delle difficoltà agli insegnati di religione, soprattutto nelle scuole di maggior dimensione, dove le classi erano più numerose, come pure agli insegnanti che svolgevano la loro attività in più scuole. Anche questa possibilità di scelta fra la prima e l’ultima ora di lezione fu presto modificata. Con una nuova lettera circolare, N. 25541-III-1945, del 14 dicembre 1945, il Ministero dispose che l’insegnamento della religione potesse aver luogo solo nell’ultima ora dell’orario scolastico. Laddove ci fossero state troppe classi e nelle scuole in cui questa nuova disposizione avrebbe potuto ostacolare il normale svolgimento dell’insegnamento, si sarebbe dovuto procedere alla loro unificazione.[183] Le autorità locali o scolastiche, a loro volta, andarono persino oltre le disposizioni del Ministero, al punto che, in alcune scuole, l’insegnamento della religione si teneva al di fuori del regolare orario di lezione.[184]

Nella seconda parte della circolare, il Governo introdusse una novità di grande rilievo, che divenne il mezzo più efficace per contrastare l’insegnamento della religione fino alla sua completa abolizione: il permesso per insegnare la religione. La lentezza e le incertezze dei diversi organi dell’amministrazione, che dovevano intervenire nel rilascio di tale permesso, finì per lasciare tante scuole senza gli insegnati.

Nella fase iniziale, tale concessione sembrava molto semplice: la “competente autorità ecclesiastica” doveva redigere un elenco di insegnanti e inviarlo al Comitato Popolare Provinciale per l’approvazione. Tutte le successive disposizioni del Ministero o dei diversi comitati, però, crearono sempre più ostacoli amministrativi, perplessità e confusioni.

Il Dipartimento dell’Istruzione Pubblica del Comitato Popolare Distrettuale di Osijek, ad esempio, stabilì che:

 

“Il prete, che vuole insegnare la religione nelle scuole, deve prima chiedere l’approvazione della competente autorità ecclesiastica per compiere questo ufficio. Dopo aver ricevuto tale approvazione, si dovrà rivolgere con una richiesta bollata, in conformità al regolamento, alla competente autorità popolare, la quale trasmetterà la richiesta al Ministero della Pubblica Istruzione con tutti i dati necessari e le caratteristiche della persona”.[185]

 

Questa disposizione data da un’istanza inferiore rispetto a quella ministeriale è contraria alla norma, già stabilita dal Ministero stesso con la già citata circolare N. 16.293, del 27 settembre 1945, la quale disponeva che i permessi dovevano essere rilasciati dai Comitati Popolari Provinciali e non dal Ministero stesso. Quest’ultima lettera del Dipartimento per la Pubblica Istruzione del Comitato Popolare della Provincia di Osijek non precisa quale fosse l’autorità competente a trasmettere la lettera al Ministero, se, cioè, il Comitato Popolare Locale, quello Distrettuale oppure quello Provinciale. La disposizione in parola suscitò non pochi problemi, perché se in alcuni luoghi tali richieste erano trasmesse dai direttori delle scuole, in altri, invece, essi non solo non volevano farlo, ma neppure chiarivano a chi spettava tale compito.[186]

Il Dipartimento per la Pubblica Istruzione del Comitato Popolare della Provincia di Osijek ribadì questa sua disposizione, rendendola ancora più dura con la lettera N. 10.330, del 7 marzo 1946, con la quale proibiva a tutti i sacerdoti, che non avessero il permesso del Ministero, di entrare nelle scuole e perfino di radunare i fanciulli.[187] In alcuni casi le autorità locali, basandosi su di un’interpretazione errata della summenzionata disposizione, giunsero a proibire ai sacerdoti sprovvisti del permesso rilasciato dal Ministero di tenere anche la catechesi nelle parrocchie.[188]

La Curia diocesana di Đakovo, perciò, si rivolse con la lettera N. 782/946, del 13 aprile 1946 al Ministero della Pubblica Istruzione chiedendo:

1.                     “Per quale via i sacerdoti devono inviare le richieste per ottenere il permesso di insegnare la religione al Ministero della Pubblica Istruzione: attraverso questa Curia diocesana, o direttamente, oppure tramite la direzione della scuola, o, ancora, attraverso i Comitati Popolari Locali?

2.                     Quali allegati devono essere uniti ad ognuna di tali richieste, con le quali si chiede il permesso per insegnare la religione nelle scuole pubbliche?

3.                     Chiediamo cortesemente che ci vengano fornite tali indicazioni, e che, parimenti, gli organi del Governo Popolare siano informati sul come si debba procedere in questa materia, di modo che la procedura sia ovunque uniforme, dal momento che, dall’esperienza finora avuta, risulta che i diversi organi del Governo Popolare hanno interpretato diversamente queste norme.”[189]

 

La risposta del Ministero arrivò, con una certa rapidità, il 29 aprile 1946, registrata con il protocollo N. 30891-II-1946. Con questa si chiarì finalmente la competenza dei diversi organi del Governo in ordine al rilascio dei permessi:

 

A riguardo alla vostra domanda, N. 782/46, del 13 aprile 1946, La informiamo:

1.                     Le richieste per l’approvazione degli insegnanti di religione nelle scuole elementari devono essere presentate attraverso i Dipartimenti per la Pubblica Istruzione del Comitato Popolare Distrettuale al Dipartimento per la Pubblica Istruzione del competente Comitato Popolare Provinciale al quale spetta di rilasciare tale approvazione o rifiutarla per ragioni giustificate.

2.                     Non trattandosi dell’ufficiale stipulazione di un rapporto di lavoro (della nomina), le richieste non devono contenere alcun allegato.

3.                     La citata circolare di questo Ministero concerne l’approvazione per l’insegnamento della religione nelle scuole medie. In tal caso le richieste devono essere presentate attraverso il Dipartimento per la Pubblica Istruzione del Comitato Popolare della provincia a questo Ministero cui spetta altresì di prendere la decisione relativa”.[190]

 

Con questa risposta fu chiarita la competenza dei diversi organi del Governo circa il rilascio dei permessi per i preti che non avevano soltanto l’incarico di insegnare religione, ma anche ulteriori compiti pastorali. Rimaneva tuttavia aperta la questione relativa agli insegnanti che non avevano altre mansioni oltre quelle didattiche.

Alcuni giorni dopo, perciò, il 21 maggio 1946, la Commissione per gli Affari Religiosi della Presidenza del Governo della Repubblica Popolare di Croazia[191] inviò alla Curia diocesana di Đakovo la lettera N. 857/1946, nella quale citava la decisione del 29 aprile del Ministero a riguardo del rilascio del permesso ai ministri sacri con altri incarichi pastorali. Con tale lettera, la Commissione diede anche le indicazioni per la nomina degli insegnati di religione senza altri incarichi pastorali:

 

“Nei casi in cui sia necessario nominare stabilmente un insegnate di religione, il quale detenga tale incarico come unico (dunque che non sia parroco, né viceparroco o simile) e che abbia almeno 18 ore settimanali in tutte le scuole, nelle quali è necessario che egli insegni la religione, si procederà come avviene per la nomina degli altri ufficiali di Stato, cioè secondo l’Istruzione della Presidenza del Governo, Dipartimento Personale N. 2200/46, del 26 marzo 1946, e l’Istruzione di questo Ministero N. 27921/46, del 6 aprile 1946.”[192]

 

Con tali risposte del Ministero e della Commissione fu riaffermata la circolare del Ministero della Pubblica Istruzione della Repubblica Federativa di Croazia, N. 16.293, con cui, come visto, la competenza per la concessione del permesso era attribuita al Dipartimento per la Pubblica Istruzione del Comitato Popolare della Provincia. La novità di queste risposte consisteva nella riserva al Ministero stesso delle concessioni per gli insegnanti delle scuole medie. Se in linea teorica, benché non ancora nella prassi, le diverse competenze per il rilascio dei permessi erano state chiarite, tutto ciò avveniva troppo tardi, in quanto l’anno scolastico era oramai al termine.

All’inizio del nuovo anno scolastico, il 25 settembre 1946, il Ministero della Pubblica Istruzione emanò una nuova Istruzione che regolava la nomina degli insegnanti di religione, il rilascio dei permessi per coloro che avevano altro incarico pastorale e lo stipendio che essi dovevano percepire.[193]

L’istruzione rappresentò un nuovo ostacolo all’insegnamento della religione. Essa fu portata a conoscenza dei Vescovi verso la metà di ottobre, quando l’anno scolastico era già cominciato. Numerosi insegnanti e parroci, di conseguenza, non potevano entrare nelle scuole, ma dovevano, sfidando i diversi ostacoli posti dai Comitati Popolari, radunare i bambini nelle chiese per l’insegnamento della religione oppure, se non potevano fare neanche questo, si limitavano a tenere omelie di contenuto catechistico durante le celebrazioni eucaristiche.[194]

Nell’Istruzione si distingue chiaramente fra la nomina dei docenti e l’approvazione per l’insegnamento della religione. Il procedimento per ottenere una nomina divenne molto più severo, in quanto l’insegnante di religione diventava un impiegato statale. Emerge quindi, in maniera palese, la volontà del Governo di controllare gli insegnanti di religione. Il candidato, dopo aver raccolto otto diversi documenti, doveva inviare la richiesta al Ministero, attraverso il Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare competente, che, però, poteva rilasciare soltanto un’approvazione generica. Trattandosi tuttavia di livelli relativi a ufficiali statali superiori, il Ministero non poteva decidere, ma doveva trasmettere la richiesta alla Presidenza del Governo. In tal modo il più alto organo dell’amministrazione era coinvolto nella decisione su tali richieste.

La centralizzazione e la volontà di esercitare uno stretto controllo sugli insegnanti si manifestò anche con la disposizione che ingiungeva ai Dipartimenti del Personale delle Segreterie dei Comitati Popolari di comunicare al Ministero l’approvazione di un insegnante che lavorava ad onorario.

Nonostante la chiarezza della succitata Istruzione del Ministero, i diversi Comitati Popolari continuarono a procedere in modo difforme, pretendendo, anche per la semplice approvazione, tutti i documenti che erano richiesti per la nomina dei docenti.[195]

La disposizione più assurda fu, tuttavia, quella che riservava la nomina soltanto a quegli insegnanti che avrebbero avuto un orario minimo di diciotto ore settimanali: lo stesso Ministero, infatti, già a partire dall’anno precedente, con la citata circolare, N. 25541-III-1945, aveva disposto che le lezioni di religione potessero aver luogo soltanto nell’ultima ora dell’orario scolastico quotidiano. In tal modo, rimasero pochissime scuole nelle quali si sarebbe potuto nominare un insegnante di religione in grado di poter conciliare queste due norme.

La Curia diocesana di Đakovo rispose al Ministero della Pubblica Istruzione con la lettera N. 1737/946, dell’8 novembre 1946, protestando per tale situazione e chiedendo di permettere l’insegnamento anche in altre ore:

 

“Esistono, tuttavia, anche certe difficoltà circa il procedimento della nomina di insegnanti indipendenti di religione derivate dalle precedenti istruzioni relative all’insegnamento della religione nelle scuole elementari e superiori. Così, per esempio, è stato prescritto con una precedente norma che la materia della religione dovesse essere messa nelle ultime ore dell’orario. Se questa prescrizione vale ancora, allora è impossibile comporre l’orario in modo che, per esempio, un insegnante di religione, con 24 ore settimanali di lezione, abbia tutte le ultime ore. (…)

A motivo delle succitate ragioni la Curia diocesana invia questa richiesta e lettera al Ministero della Pubblica Istruzione della Repubblica Popolare di Croazia a Zagabria, affinché codesto Ministero, in riferimento alle emanate ‘Istruzioni’, del 25 settembre del 1946, N. 37450-II-1946, produca altre istruzioni speciali ai direttori delle scuole, che vengano incontro agli insegnanti di religione di modo che il loro insegnamento possa esser messo nell’orario scolastico anche nelle prime ore, cosicché essi possano tenere tutte le lezioni di religione previste.”[196]

 

Dal momento che l’intero sistema amministrativo, aveva come scopo quello di ostacolare in ogni modo la nomina degli insegnanti e l’approvazione dell’insegnamento della religione, la risposta del Dipartimento del Personale del Ministero, N. 79060/1946, del 18 novembre, fu negativa:

 

“In riferimento alla sua richiesta, N. 1737/46, del 8 novembre 1946, La informiamo che non possiamo esaudire la Sua richiesta di introdurre in alcune scuole l’insegnamento della religione nella prima ora dell’orario, in luogo dell’ultima, in quanto ciò sarebbe contrario al programma imposto dell’istruzione, che ha validità su tutto il territorio della Repubblica Popolare di Croazia, né si possono fare eccezioni per singole province o, ancor meno, per singole scuole. Di più, le ragioni che Ella ha indicato nella Sua lettera sono di tale natura, che le difficoltà indicate, possono essere superate per ciò che concerne la Sua propria competenza.”[197]

 

I vescovi e i presbiteri risposero nel miglior modo possibile a questa nuova esigenza, cercando la soluzione “nell’ambito della loro competenza” e chiedendo l’aiuto di tutti i sacerdoti disponibili, religiosi inclusi.[198]

Quello relativo all’orario non era tuttavia l’unico problema. Anche gli insegnanti di religione che avevano raccolto tutti i documenti necessari e che avevano osservato la complessa procedura prevista per la nomina, spesso ricevevano dal Comitato Popolare competente o dallo stesso Ministero una risposta negativa. Tra le ragioni addotte per questa decisione gli organi competenti addussero anche quella per cui gli insegnanti, ai quali era stata negata la nomina o l’approvazione, risultavano essere stati “simpatizzanti del movimento degli Ustaša”, aver “scritto articoli antisovietici nella stampa cattolica”, aver “odiato i bambini delle altre nazionalità” e, ancora, che il loro “atteggiamento verso il Governo Popolare era contrapposto alle aspirazioni del popolo e che era strettamente collegato con i nemici dei nostri popoli nei villaggi, dei quali sono un pilastro.”[199]

Il gran numero di ricorsi accumulati a motivo della lentezza del procedimento e dei diversi ostacoli posti dall’autorità civile, è attestato anche da una lettera della Commissione per gli Affari Religiosi nella quale si ribadiva il principio che il ricorso normalmente non si poteva presentare direttamente al Ministero, ma tramite i Comitati Popolari Distrettuali, tranne nel caso in cui questi ultimi avessero deliberatamente bloccato le richieste.[200]

Un ulteriore passo, volto a sottomettere completamente l’insegnamento della religione al controllo del Governo, è documentato dalla lettera circolare riservata N. 1740/48, del 7 luglio 1948, inviata dal Dipartimento del Personale del Ministero della Pubblica Istruzione al Comitato Provinciale di Dalmazia, ai Comitati Popolari Cittadini di Zagabria e di Fiume, ai Comitati Popolari Distrettuali e Cittadini, nella quale si chiedeva loro la revisione di tutte le approvazioni fino ad allora accordate dai Comitati Popolari Distrettuali prima dell’inizio del nuovo anno scolastico. In tale revisione essi dovevano esaminare con particolare attenzione l’eventuale attività antipopolare degli insegnanti di religione, sia nella scuola sia al di fuori di essa. La circolare confermò la validità dei permessi concessi nel corso dell’anno precedente. Nel caso in cui la verifica avesse dimostrato la necessità di ritirare il permesso, la domanda doveva essere inviata, con un’apposita spiegazione particolareggiata, al Ministero onde ottenerne il consenso. Lo stesso procedimento doveva essere osservato sia da parte di quanti l’anno precedente avevano ricevuto un rifiuto sia da quanti chiedevano la nomina per la prima volta. Il Ministero esigeva, inoltre, dai Comitati un elenco preciso degli insegnanti di religione con i seguenti dati: nome e cognome dell’insegnante, luogo del suo ufficio, autorità che ha rilasciato i permessi, data e numero del permesso, scuole nelle quali insegna, numero delle ore di insegnamento per ciascuna scuola e attestato di regolarità nello svolgimento delle lezioni.[201]

Il Governo che, in quegli anni, voleva evitare una proibizione esplicita dell’insegnamento della religione, cercando piuttosto con ogni possibile mezzo amministrativo l’occasione per ostacolarlo, ottenne un buon successo nel suo intento. Ad ogni anno scolastico, erano di fatto sempre meno coloro che potevano insegnare la religione nelle scuole. L’Istruzione dello ZAVNOH, che aveva forza di legge, continuava a mantenere il suo vigore, ma era concretamente ostacolata da tutte le disposizioni amministrative sopra esaminate.

A tutti gli ostacoli frapposti fino all’inizio del anno scolastico 1948/1949, se ne aggiunsero nuovi con un’altra circolare riservata del Ministero della Pubblica Istruzione ed inviata al Comitato Popolare Provinciale di Dalmazia, ai Comitati Popolari Cittadini di Zagabria e Fiume, a tutti i ginnasi, a tutti gli istituti magistrali, a tutti i Commessariati dei Comitati Distrettuali e Cittadini:

 

“Malgrado tutte le premure del Ministero della Pubblica Istruzione finora dimostrate, nelle scuole esiste ancora difformità ed irregolarità nel modo di agire a riguardo dell’insegnamento della religione.

Le scuole tengono in maniera diversa l’elenco degli studenti che studiano la religione; in una scuola gli studenti si iscrivono per l’insegnamento della religione durante tutto l’anno scolastico, le lezioni si tengono anche nella prima, e non soltanto nell’ultima ora, le assenze dall’insegnamento della religione sono trattate diversamente a seconda della scuola, e c’è una prassi non uniforme nella registrazione dei voti.

Per unificare il modo di agire a riguardo dell’insegnamento della religione, si danno le seguenti disposizioni:

1.                      Agli studenti non è permesso di cominciare a frequentare l’insegnamento della religione nel corso dell’anno scolastico.

2.                      L’insegnamento della religione si può tenere soltanto nell’ultima ora, cioè nella quinta e sesta ora dell’orario scolastico quotidiano. Se in qualche scuola vi fossero più ore di insegnamento di religione, per modo che esso non si possa svolgere nell’ultima ora in tutte le classi, gli alunni dello stesso corso verranno uniti.

3.                      Le assenze degli studenti iscritti dalle lezioni di religione non devono essere in alcun modo considerate, né la scuola è responsabile per esse.

4.                      Le lezioni di religione non devono essere riportate nel registro ordinario, ma in un registro speciale composto da tante pagine quante bastano per un anno scolastico. Tali registri devono essere conservati nella direzione della scuola e gli insegnanti di religione li prenderanno prima delle lezioni per registrarvi il programma che svolgono.

5.                      I voti relativi alla religione non devono essere riportati né nel “piccolo registro” di classe, né in quello principale, né sulla pagella.

6.                      La direzione della scuola dovrà prendersi ogni cura facendo l’ispezione delle lezioni anche dell’insegnamento della religione.

Le direzioni delle scuole devono strettamente attenersi alle suddette istruzioni e gli organi di sorveglianza dedicheranno una particolare attenzione in ordine alla loro precisa osservanza.”[202]

 

L’Istruzione mostra chiaramente l’atteggiamento del Governo comunista nei confronti dell’insegnamento della religione. Esso non era considerato una materia come tutte le altre, ma una disciplina che doveva essere tollerata solo in vista della sua totale abolizione. Il documento peraltro presenta numerose incongruenze. Da una parte, l’Istruzione dello ZAVNOH affermava che l’insegnamento della religione era facoltativo e che poteva essere liberamente scelto,[203] d’altra parte essa proibiva agli studenti di cominciare a frequentare le lezioni durante l’anno scolastico (Cfr. art. 1). Gli articoli seguenti, poi, rendevano questa proibizione ancora più assurda: se le lezioni di religione e le relative assenze non potevano essere annotate in alcun registro ufficiale (Cfr. artt. 3, 4, e 5), il Governo e la direzione della scuola non avrebbero dovuto occuparsi della frequenza o meno dei singoli studenti. Lo stesso principio vale per la sorveglianza da parte della direzione della scuola sull’insegnamento stesso (Cfr. art. 6.).

È chiaro che il Governo intendeva da un lato limitare il più possibile la libertà dei pochi insegnanti di religione ancora rimasti nelle scuole, togliere rilevanza al loro insegnamento, non solo proclamandolo facoltativo, ma negandogli qualsiasi forma di ufficialità, ma, nello stesso tempo, sottoponendolo a un controllo totale. In questo modo, molti sacerdoti che non potevano più insegnare nelle scuole per il rifiuto dell’approvazione da parte del Governo, oppure perché lo svolgimento della lezione era reso impossibile dall’unione di più classi, cominciarono ad insegnare religione nelle parrocchie, trovando, tuttavia, anche in questo caso, non poche difficoltà.

All’inizio del successivo anno scolastico 1949/1950, la Commissione per gli Affari Religiosi della Presidenza del Governo della Repubblica Popolare di Croazia ordinò, con la circolare N. 1200-1949, del 30 luglio 1949, un ulteriore rinnovo dei permessi.[204]

A tutti questi ostacoli di carattere amministrativo, si aggiungeva il fatto che in alcuni casi gli altri insegnanti non permettevano a quelli di religione, pur forniti di regolare permesso, l’accesso alla scuola.[205] I vescovi e il clero, tuttavia, non volevano lasciare volontariamente le scuole. Per questo motivo, la Curia diocesana di Đakovo, ad esempio, preparò un’istruzione per tutti i sacerdoti, le cui richieste erano state respinte, obbligandoli a fare un ricorso amministrativo, pur prevedendo quali sarebbero state le ragioni per la risposta negativa da parte dell’autorità civile e quali contromosse si sarebbero potute tentare.[206]

L’ennesima lesione dei diritti della Chiesa fu l’abolizione della vacanza scolastica in occasione delle festività religiose. Già il 10 gennaio 1947, il Ministero della Pubblica Istruzione aveva regolato, con il decreto N. 86275-III-1946, in accordo con la decisione del Comitato per le Scuole e la Scienza del Governo della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia N. 7552, del 12 dicembre 1946, i giorni festivi nelle scuole:

 

In tutte le scuole della Repubblica Popolare di Croazia si stabiliscono i seguenti giorni festivi:

1.                      Feste nazionali proclamate dal Governo della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia,

2.                      Feste nazionali proclamate dal Governo della Repubblica Popolare di Croazia,

3.                      Capodanno,

4.                      Giorno della cerimonia scolastica conclusiva (stabilita dal Ministero della Pubblica Istruzione per tutte le scuole),

5.                      Vacanze invernali dal 1o al 10 febbraio (inclusi), destinate, tuttavia, a seconda delle circostanze locali, alla pratica dell’educazione fisica, dello sci, oppure per compiere gite, etc.,

6.                      a) per i cattolici e per i serbo-ortodossi, vigilia di Natale, Natale e il secondo giorno di Natale, Sabato Santo e Pasqua, il primo giorno di Pentecoste. Il Comitato Popolare Distrettuale oppure Cittadino decide sul giorno di festa della chiesa locale.

Inoltre, per i cattolici, il Corpus Domini e la solennità di Tutti i Santi; per gli ortodossi, il giorno di san Saba, il giorno di san Giorgio e la festa del santo patrono della famiglia (soltanto per quegli studenti e insegnanti che lo celebrano),

b) per i musulmani tre giorni di Ramadan Bairam e di Kurban Bairam e un giorno di Maouloud,

c) per gli ebrei due giorni di Pasqua, due giorni di Rosh Hashanà e il giorno di Yom Kippur.

7.                      Le scuole frequentate da studenti di diverse religioni, si asterranno dalle lezioni in occasione delle feste religiose citate nell’articolo 6, se più della metà degli studenti professano la religione che prevede una determinata festività.”[207]

 

Dal momento che tale Decreto fu emanato, mentre già il Governo cercava in ogni modo di ostacolare l’insegnamento della religione, esso apparve assai giusto, in quanto rispettava la libertà religiosa delle quattro principali confessioni nazionali, concedendo loro i giorni liberi per celebrare le rispettive feste.

Due anni dopo, il Ministero della Pubblica Istruzione, conformandosi alla decisione del Comitato per le Scuole e la Scienza del Governo della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia N. 14869, del 13 dicembre 1948, emanò il decreto N. 78800/49, che conservava solo la festa del Natale e quella di Tutti i Santi. La novità del decreto non consisteva soltanto nella riduzione del numero delle festività, ma anche nel fatto che l’orario avrebbe avuto il suo corso regolare, e solo gli studenti che intendevano celebrare le suddette ricorrenze erano giustificati per la loro assenza.[208] Tale decisione suscitò proteste, non solo da parte del clero, ma anche da parte dei genitori e dei fedeli i quali pregarono le autorità ecclesiastiche di far tutto il possibile per proteggere i sentimenti religiosi dei cattolici.[209]

Il Governo tuttavia, non solo non mutò la propria decisione, ma il Consiglio per la Pubblica Istruzione, per la Scienza e per la Cultura, con il decreto N. 21285-1951, del 10 dicembre 1951, decise di abolire tutte le festività religiose. In tal modo, tutti gli studenti dovettero frequentare le lezioni anche nei giorni delle principali solennità, quali ad esempio il Natale. Questo stato di cose si protrasse fino al crollo del sistema comunista nel 1990.[210]

Tale decreto suscitò una forte disapprovazione, ma le azioni di repressione nei confronti della vita religiosa crebbero in tutta la Croazia. Il Comitato Operativo della Conferenza episcopale, pertanto, in data 26 aprile 1950, inviò alla Sezione per gli Affari Religiosi della Presidenza del Governo Federale della Repubblica Federativa di Jugoslavia un Memorandum relativo alla nomina dei ministri sacri, alla libertà dell’insegnamento e alle vacanze scolastiche. Il documento offre una preziosa testimonianza della situazione religiosa in Croazia a cinque anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Due sono i punti di particolare interesse.

 

“1. La Chiesa è interessata anzitutto a insegnare liberamente la dottrina di Cristo, così come le è stato comandato dal suo stesso Divino Fondatore. Essa ha l’obbligo e il diritto di insegnare liberamente la fede e la morale ai suoi membri, giovani ed anziani. Da noi, tuttavia, ciò non è reso possibile nei confronti delle giovani generazioni. Nelle classi inferiori delle scuole medie e nella scuola elementare è permesso l’insegnamento religioso facoltativo, ma con numerose limitazioni ed ostacoli. A molti sacerdoti in tutte le diocesi non è stato dato il permesso di insegnare la religione, nonostante avessero presentato per tempo la dovuta richiesta. Troppe risposte a tali istanze, in vero la grande maggioranza, sono arrivate tre o più mesi dopo l’inizio dell’anno scolastico, e il numero delle lezioni è stato limitato là dove i sacerdoti avevano già iniziato a impartire l’insegnamento religioso: in luogo di un’ora settimanale per classe, alcune direzioni delle scuole hanno stabilito che si tenesse soltanto un’ora per tre o quattro classi unite tra loro (dunque per 150-200 studenti di classi diverse). Questa, poi, è prevista all’ultima ora, quando gli alunni sono stanchi. Ciò è contrario ad ogni principio pedagogico e in pratica irrealizzabile. Ci si domanda inoltre perché l’insegnamento religioso non sia permesso anche nelle classi superiori, visto che i genitori degli studenti generalmente lo desiderano…

(…)

4. Il recente ordinamento relativo alle vacanze scolastiche non è in armonia con la libertà di coscienza, perché con esso vengono abolite quasi tutte le festività cattoliche per gli studenti cattolici, fin anche la grande festa di Natale”.[211]

 

Nella sua risposta del 19 maggio 1950, il Governo Federativo scrisse che il Memorandum era stato composto con tale spirito da non poter essere preso in considerazione come una base per il dialogo.[212]

Nel corso degli anni scolastici 1950/1951 e 1951/1952, le pressioni si fecero sempre più forti e il numero degli insegnanti che ricevettero il permesso di insegnare si ridusse sempre più. Infatti, prima dell’inizio dell’anno scolastico 1951/1952, i docenti che avevano presentato le richieste o furono respinti, o semplicemente non ricevettero risposta.[213]

All’inizio dell’anno 1952, in una riunione dei membri del Segretariato del Comitato Centrale del Partito Comunista di Jugoslavia e dei membri del Politburo dei Comitati Centrali del Partito Comunista di Slovenia e Croazia, fu deciso di tentare un’offensiva ancora più dura nei confronti della Chiesa Cattolica e di giungere alla completa soppressione dell’insegnamento della religione nella scuola. Anche il presidente Josip Broz Tito disse che si sarebbe dovuto applicare coerentemente e duramente il principio della separazione fra la Chiesa e lo Stato.[214]

L’esito di tale politica fu il Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione[215] N. 1991/52, del 31 gennaio 1952, firmata dal ministro presidente Miloš Žanić, con la quale il Governo, finalmente, cessava dai giochi amministrativi e da un’iniziale apertura verso la libertà religiosa, peraltro meramente formale, abolì l’insegnamento della religione nelle scuole:

 

“Repubblica Popolare di Croazia

Consiglio per la Pubblica Istruzione e per la Cultura

N. 1991/52

 

A TUTTI I CONSIGLI

PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE E PER LA CULTURA

DEI COMITATI POPOLARI DISTRETTUALI,

CITTADINI, E LOCALI

 

 

In forza dell’esecuzione coerente delle norme della Legge sulle scuole popolari e la Costituzione della Repubblica Popolare di Croazia (Artt. 26. e 39.) do le seguenti spiegazioni e obbligatorie istruzioni:

 

I.

 

A partire dal 1 febbraio 1952, viene abolito il permesso di insegnare la religione nelle scuole popolari e nelle altre scuole statali. Le approvazioni per insegnare la religione nelle scuole popolari finora rilasciate sono pertanto revocate nei confronti dei rappresentanti di qualsiasi confessione religiosa. È altresì proibito radunare i fanciulli in età scolare (secondo la Legge sulle scuole popolari) negli uffici parrocchiali, nelle canoniche, e in aule private allo scopo di insegnare la religione o qualsiasi altra azione organizzata di insegnamento o di educazione religiosa.

 

II.

 

In conformità agli articoli 26 e 39 della Costituzione, le scuole sono statali e soltanto la legge può permettere l’istituzione di scuole private. La Chiesa può fondare scuole solo per la preparazione dei ministri sacri, ma non quelle aventi finalità di educazione generale. Dal momento che nessuna scuola, né privata né religiosa, avente detta finalità è approvata dalla legge, come prescrive la Costituzione, tali istituti non sono riconosciuti e, di fatto, non si riconoscono.[216]

IV.

 

Alle persone private, vale a dire ai ministri sacri di qualsiasi confessione religiosa, non è permesso di radunare in modo stabile ed organizzato i fanciulli e i giovani in associazioni che non siano notificate e approvate ai sensi della Legge sulle associazioni e comizi e altre manifestazioni pubbliche. Allo stesso modo non è permesso alle persone private, cioè ai ministri sacri, rappresentanti delle comunità religiose, di radunare in modo stabile e organizzato i fanciulli e i giovani allo scopo di svolgere attività sociali, quali, per esempio, lo sport, l’attività culturale-artistica, il divertimento, etc., qualora non avessero già ricevuto l’approvazione ai sensi delle norme e delle leggi sulle associazioni e comizi e altre manifestazioni pubbliche. Gli organi della pubblica istruzione sono tenuti, in caso di attività non autorizzate dagli organi competenti che non siano in accordo con le norme e le leggi sulle associazioni e comizi e altre manifestazioni pubbliche, a presentare denuncia ai competenti organi degli affari interni.

 

V.

 

Il presente Decreto dovrà essere prontamente notificato a tutti gli organi della pubblica istruzione delle scuole. Tutte le misure in esso previste hanno immediato vigore.”[217]

 

Ebbe così termine la lenta agonia dell’insegnamento della religione nelle scuole, che era cominciata sette anni prima, con il nuovo regime comunista. Il succitato Decreto, peraltro, non pose fine alle pretese di abolire anche l’insegnamento della religione nelle parrocchie. I vescovi, pertanto, fecero visita al ministro Žanić, chiedendo la spiegazione del Decreto. Egli rispose che, per l’innanzi, l’insegnamento della religione rimaneva proibito nelle scuole, negli uffici parrocchiali, nelle canoniche, e nelle aule private, ma non nelle chiese e nelle cappelle.[218]

Alti ufficiali dello Stato, nei mesi seguenti, cercarono di spiegare la posizione ideologica del Partito Comunista nei confronti della religione, della Chiesa e dell’insegnamento religioso.

Così Miloš Žanko,[219] Ministro della Pubblica Istruzione della Repubblica Popolare di Croazia, si espresse in un’intervista:

 

“[...] Ci siamo trovati di fronte, cioè, al problema della relazione della Chiesa nei confronti della scuola, ovvero dell’eliminazione di quel influsso del clero sulla scuola e sull’educazione delle giovani generazioni, che non è ammissibile, ancorché troppe volte incomprensibilmente tollerato… Appena abbiamo incominciato ad accentuare un po’ di più l’aspetto educativo del sistema scolastico, e perciò a chiedere alle parti non interessate di abbandonare le scuole e l’educazione pubblica, subito è scoppiato l’usale schiamazzo sulla persecuzione della fede… È appena il caso di evidenziare la nostra estraneità nei confronti degli scopi ‘educativi’ di quella parte di clero, estraniatosi dal popolo, che senza alcuna vergogna vuole gettare nelle file della nostra gioventù i semi velenosi dell’oscurantismo, dello sciovinismo, dell’ipocrisia, e del pessimismo, con il fine di avvelenare la robusta coscienza giovanile, la forza inarrestabile e la garanzia del camino vittorioso sulle strade illuminate di socialismo.”[220]

 

Un linguaggio ancora più duro e ideologico, che esprime peraltro la medesima idea, fu usato dal Segretario del Comitato per la Pubblica Istruzione del Consiglio per la Pubblica Istruzione, la Scienza, e la Cultura, Ivan Leko:[221]

 

“Gli insegnanti che seguono con attenzione la vita e le manifestazioni della gioventù, che si trova sotto l’influsso dell’educazione cristiana, dicono che tra quei giovani appaiono espressioni di disperazione, pessimismo, depressione e accidia. Tali persone fuggono dalla vita e dal lavoro, nelle loro menti regnano le tenebre, tra essi germoglia l’odio verso tutta la gioventù che va alle ferrovie,[222] e partecipa attivamente alla vita. Tali fenomeni sono, infatti, frutto della maledizione che i curatori d’anime scagliano dall’altare ai costruttori del socialismo.”[223]

 

La posizione presa dal Governo nei confronti dell’insegnamento della religione fu da ultimo ribadita con la Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica (Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose) del 27 maggio del 1953:

 

“Articolo 4.

 

La scuola è separata dalla Chiesa.

L’insegnamento della religione nelle chiese, templi, ovvero negli altri luoghi che sono a esso destinati, è libero.

 

Articolo 19.

 

Gli studenti delle scuole ordinarie non possono frequentare l’insegnamento religioso (l’insegnamento della religione) durante le lezioni scolastiche. Per poter frequentare tale insegnamento è necessaria l’approvazione di entrambi i genitori, ovvero del tutore, e il consenso del minorenne.

Le scuole per la preparazione dei ministri sacri possono essere frequentate soltanto da quelle persone che hanno concluso l’insegnamento obbligatorio.”[224]

 

Questa Legge, come pure il già menzionato atteggiamento dei diversi organi dell’autorità civile, prefigurava il nuovo campo di battaglia per la libertà religiosa: l’insegnamento della religione nell’ambito parrocchiale. I limiti imposti dall’oggetto del presente lavoro non consentono di esaminare gli ostacoli che, a questo riguardo furono posti da parte del Governo.[225]

1.6. La

 

Tale regime rimase in vigore sino agli avvenimenti del 1990. Con la reintroduzione della democrazia e la nascita dello Stato Croato, l’insegnamento della religione rientrò a pieno titolo nel sistema scolastico croato nel 1991.[226] Dal momento che le leggi odierne circa l’insegnamento della religione nella Repubblica in Croazia, e soprattutto l’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, saranno presi in esame nei capitoli seguenti, qui saranno esposti soltanto alcuni avvenimenti storici a tale riguardo.

Il 20 aprile 1990, il Consiglio per la Catechesi della Conferenza Episcopale Jugoslava pubblicò la dichiarazione Religiozna kultura u školi (Cultura religiosa nella scuola), che costituiva il primo documento che intendeva offrire alla scuola l’insegnamento della cultura religiosa, fondata sulla dottrina e il magistero della Chiesa Cattolica.[227]

Il 20 giugno 1990, la Commissione del Consiglio per la Catechesi della Conferenza Episcopale di Jugoslavia e dell’Istituto Catechetico della Facoltà Teologica Cattolica di Zagabria inviarono al Comitato della Repubblica per la Pubblica Istruzione, per la Cultura e per la Cultura Fisica e Tecnica il Promemoria o religioznoj kulturi u školi i društvenim medijima (Promemoria sulla cultura religiosa nella scuola e nei mezzi sociali), la quale fu un riassunto del dibattito pubblico e volle essere il fondamento per il dialogo ulteriore.[228]

Il 1° settembre 1990, alla fine della Scuola Catechistica Estiva a Đakovo, si tenne un incontro tra il Ministro della Pubblica Istruzione e della Cultura, Vlatko Pavletić, i membri del Consiglio per la Catechesi e del Consiglio per i Giovani e Laici della Conferenza Episcopale Jugoslava, nel quale il Ministro chiese opinioni e proposte alle Upute o vjeronauku u osnovnim i srednjim školama (Istruzioni sull'insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie), con l’intenzione di inviarle poi a tutte le scuole in Croazia.[229] Come contributo al dibattito pubblico alla reintroduzione dell’insegnamento di religione nelle scuole pubbliche il numero 4 del 1990 della rivista Kateheza raccolse tutti gli articoli, le interviste e gli interventi che riguardavano la materia.[230] Già nel corso dell’anno scolastico, la catechesi parrocchiale potè essere reintrodotta nelle scuole, qualora le parrocchie non avessero aule adeguate.[231]

I Vescovi croati approvarono il programma per l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie per il periodo di cinque anni.[232] Nel corso dell’anno 1990, le singole diocesi cominciarono ad organizzare seminari per i laici, che sarebbero divenuti i futuri insegnanti di religione, e nell’anno accademico 1991/1992 i primi studenti laici entrarono in diverse facoltà teologiche ed istituti catechistici.[233]

Nello stesso tempo si avviò anche il processo di introduzione dell’insegnamento della religione in tutte le scuole elementari e medie della Croazia, sulla base delle Upute o uvođenju vjeronauka kao izbornog predmeta u osnovne i srednje škole u Republici Hrvatskoj (Istruzioni sull’introduzione dell’insegnamento della religione come materia opzionale nelle scuole elementari e medie nella Repubblica di Croazia)[234] del Ministero della Pubblica Istruzione e della Cultura, emanate il 20 giugno 1991, e del Dodatno objašnjenje o uvođenju vjeronauka kao izbornog predmeta u osnovne i srednje škole u Republici Hrvatskoj (Chiarificazione addizionale sull’introduzione dell’insegnamento della religione come materia opzionale nelle scuole elementari e medie nella Repubblica di Croazia),[235] emanato nel settembre 1991. In molti luoghi tale processo fu ostacolato dalla guerra che scoppiò proprio nel corso dell’anno accademico. L’esperienza acquisita durante il primo anno di insegnamento di religione, tuttavia, permise al Ministero di emanare, il 7 luglio, la Upute o nastavi školskog vjeronauka u osnovnoj i srednjoj školi u Republici Hrvatskoj u školskoj godini 1992./93. (Istruzioni sul curriculum dell’insegnamento della religione nella scuola elementare e media nella Repubblica di Croazia nell’anno scolastico 1992/93),[236] una nuova istruzione che apportava alcune correzioni delle norme precedenti. Con la stessa finalità, il 12 dicembre 1994, fu pubblicata la Dodatni naputak o nastavi školskog vjeronauka (Istruzione addizionale sull’insegnamento della religione nelle scuole ).[237]

Le citate Istruzioni del Ministero della Pubblica Istruzione, particolarmente le prime tre, crearono la base giuridica per l’introduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole croate.

I Presuli Croati e lo Stato vollero contemporaneamente regolare le questioni inerenti la posizione giuridica, non solo dell’insegnamento della religione, ma anche di altre materie di comune interesse. Dopo che il 15 maggio 1993, la Congregazione per i Vescovi ebbe emanato il Decreto di approvazione dello Statuto della Conferenza Episcopale Croata,[238] nel corso della sessione costitutiva della Conferenza stessa, l’8 giugno 1993, fu istituita, tra l’altro, la Commissione della Conferenza Episcopale Croata per le Relazioni con lo Stato. Come risposta, anche lo Stato istituì la Commissione Statale per le Relazioni con le Comunità Religiose.[239] Gli incontri delle due Commissioni fecero crescere la consapevolezza della necessità di stipulare un accordo internazionale tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia per regolare le questioni comuni.

Il primo passo verso la stipulazione di tale accordo fu l’incontro dei rappresentanti della Repubblica di Croazia e della Santa Sede nell’ambasciata della Repubblica di Croazia presso la Santa Sede, il 18-19 maggio 1995. In seguito, al termine di un lavoro sistematico, si decise di stipulare quattro accordi: Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa le questioni giuridiche, Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa l’assistenza religiosa ai fedeli cattolici, membri delle Forze Armate e della Polizia della Repubblica di Croazia, e Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa questioni economiche. I testi, concordati e tradotti in italiano, furono inviati ai membri della Conferenza Episcopale Croata, ai Ministeri della Repubblica di Croazia, e ad altri esperti. Tutti i suggerimenti circa il testo degli accordi furono presi in considerazione per l’eventuale inserimento nel testo stesso.[240]

In gennaio, il testo dei primi tre accordi fu inviato alla Santa Sede attraverso la Nunziatura Apostolica in Croazia. La Segreteria di Stato – Sezione per i Rapporti con gli Stati – chiese l’opinione delle Congregazioni competenti ed inserì alcuni loro suggerimenti nel testo, rimandandoli, poi al Governo Croato. Il Governo, conclusa la consultazione con i Ministeri, inviò nuovamente il testo, con numerose correzioni sia formali che sostanziali, alla Sezione per i Rapporti con gli Stati. L’accordo finale fu raggiunto durante l’incontro tra il Vicepresidente del Governo Croato e il Presidente della Commissione Statale per le Relazioni con le Comunità Religiose Jure Radić, e la delegazione della Sezione per i Rapporti con gli Stati formata dal Sottosegretario mons. Celestino Migliore, da mons. Jean-Claude Perissét e da mons. Nikola Eterović. I testi così concordati erano dunque pronti per la firma. Gli Accordi furono firmati nel Palazzo presidenziale a Zagabria, il 19 dicembre 1996, da S. E. mons. Giulio Einaudi, Nunzio Apostolico e dal Vicepresidente del Governo Jure Radić.[241]

L’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, e l’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa l’assistenza religiosa ai fedeli cattolici, membri delle Forze Armate e della Polizia della Repubblica di Croazia furono ratificati dal Parlamento Croato il 24 gennaio mentre l’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa questioni giuridiche, il successivo 9 febbraio 1997. Il Presidente della Repubblica di Croazia emanò il documento della ratifica il 12 marzo, mentre papa Giovanni Paolo II ratificò gli Accordi il 19 marzo 1997. Con lo scambio degli strumenti di ratifica tra il cardinale Angelo Sodano e Jure Radić in Vaticano, il 9 aprile, essi entrarono in vigore.[242]

In merito al quarto Accordo, relativo alle questioni economiche, prevalse l’opinione che sarebbe stato meglio aspettare la legge sulla de-nazionalizzazione dei beni della Chiesa. Il Parlamento Croato votò la Zakon o naknadi za imovinu oduzetu u vrijeme jugoslavenske komunističke vladavine (Legge sulla ricompensa per i beni spossessati al tempo del governo comunista jugoslavo), l’11 ottobre 1997, dando così un nuovo impulso ai negoziati. Il testo dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa questioni economiche seguì poi la solita procedura. L’Accordo fu firmato, come nei casi precedenti, da S. E. mons. Giulio Einaudi e Jure Radić.[243] La ratifica avvenne nel Parlamento, il 4 dicembre 1998, e, tre giorni dopo, il 7 dicembre, il Presidente Tuđman emanò il documento di ratifica. Papa Giovanni Paolo II ratificò l’Accordo l’8 dicembre 1998. Esso entrò in vigore con lo scambio degli strumenti di ratifica tra il cardinale Angelo Sodano e Jure Radić, che ebbe luogo il 14 dicembre 1998 in Vaticano.[244]

In vista degli Accordi, il 28 maggio 1996 Ljilja Vokić, Ministro della Pubblica Istruzione, mentre svolgevano i negoziati tra le parti, decise di prorogare il periodo di passaggio ad un intero biennio, vale a dire agli anni scolastici 1996/97 e 1997/98.[245]

Con la ratifica dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, l’insegnamento della religione riacquistò la qualifica di materia d’insegnamento nella scuola pubblica, qualifica che le era propria sin dalle prime istruzioni scolastiche del 1774, e che perse solo sotto il regime comunista nel 1952.

2. PRINCIPI GENERALI DELLA VIGENTE LEGISLAZIONE CANONICA E CIVILE

 

 

Il Preambolo dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale menziona in modo esplicito le basi giuridiche, sia canoniche sia della legislazione croata, sulle quali esso si fonda.[246] Tali principi legislativi saranno ora oggetto di un esame comparativo, nei limiti di un’analisi che vuole mantenersi a un livello del mero dato positivo, con la finalità di rivelare quali diritti-doveri sono garantiti alla Chiesa in forza del menzionato Accordo. Pur non essendo strettamente oggetto di questa tesi, sarà presa in esame anche la legislazione canonica riguardante l’obbligo dei genitori di educare i propri figli, il ruolo che in tale processo assume la scuola, come anche l’obbligo dei fedeli ad operare perché le leggi civili contemplino l’educazione religiosa e morale dei giovani nelle scuole. Tale scelta si è resa necessaria perché l’educazione religiosa non può essere limitata solamente all’insegnamento della religione, oggetto di questa tesi, ma tutto il processo educativo deve rispettare le convinzioni religiose dei genitori. La scelta di avvalersi, o meno, dell’insegnamento della religione sempre deve essere libera, come anche la possibilità di scegliere in piena libertà una scuola che rispetti le proprie convizioni religiose.

 

2. 1. La finalità dell’educazione

 

Le finalità dell’educazione dei fanciulli e degli adolescenti sono espresse nel can. 795:

 

Can. 795 - Cum vera educatio integram persequi debeat personae humanae formationem, spectantem ad finem eius ultimum et simul ad bonum commune societatum, pueri et iuvenes ita excolantur ut suas dotes physicas, morales et intellectuales harmonice evolvere valeant, perfectiorem responsabilitatis sensum libertatisque rectum usum acquirant et ad vitam socialem active participandam conformentur.

 

Il testo di questo canone ha la sua fonte nel primo numero della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis (GE) sull’educazione cristiana:

 

Omnibus hominibus cuiusvis stirpis, condicionis et aetatis utpote dignitate personae pollentibus, ius est inalienabile ad educationem, proprio fini respondentem, propriae indoli, sexus differentiae, culturae patriisque traditionibus accommodatam et simul fraternae cum aliis populis consortioni apertam ad veram unitatem et pacem in terris fovendam. Vera autem educatio prosequitur formationem personae humanae in ordine ad finem eius ultimum et simul ad bonum societatum, quarum homo membrum exstat et in quarum officiis, adultus effectus, partem habebit.

Pueri igitur et adolescentes, ratione habita progressus scientiae psychologicae, paedagogicae et didacticae adiuventur oportet ad dotes physicas, morales et intellectuales harmonice evolvendas, ad gradatim acquirendum perfectiorem sensum responsabilitatis in propria vita continuo nisu recte excolenda et in vera libertate prosequenda, obstaculis magno et constanti animo superatis. Positiva et prudenti educatione sexuali progrediente aetate instituantur. Praeterea ad vitam socialem participandam ita conformentur ut, instrumentis necessariis et opportunis rite instructi, in varios humanae communitatis coetus actuose sese inserere valeant, colloquio cum aliis aperiantur communique bono provehendo operam libenter navent.

Similiter Sancta Synodus declarat pueris ac adolescentibus ius esse ut in valoribus moralibus recta conscientia aestimandis et adhaesione personali amplectendis necnon in Deo perfectius cognoscendo et diligendo instimulentur. Ideoque enixe rogat omnes qui vel populorum regimen tenent vel educationi praesunt, ut curent ne umquam iuventus hoc sacro iure privetur. Filios autem Ecclesiae exhortatur ut generoso animo operam praestent in universo educationis campo, praesertim hunc in finem ut congrua educationis et instructionis beneficia ad omnes ubique terrarum citius extendi possint.”[247]

 

Strettamente legato al can. 795 è, poi, il can. 217, che riconosce il diritto dei fedeli a ricevere l’educazione cristiana, con la differenza che il can. 795 è destinato particolarmente all’educazione dei fanciulli e degli adolescenti.[248]

Nel can. 795 e nel testo di GE si possono individuare quattro principi che devono ispirare l’educazione. Il principio di integralità è il primo ad esser citato. L’educazione, infatti, non può limitarsi alla sola istruzione, cioè alla semplice trasmissione di informazioni scientifiche, che i fanciulli devono imparare, ma deve essere indirizzata verso uno sviluppo armonico di tutte le dimensioni della persona, cioè le forze fisiche, morali e intellettuali.[249]

Il principio di progressività (gradazione), poi, sottolinea che le scienze pedagogiche, come la pedagogia stessa, la psicologia e la didattica devono essere impiegate in modo da aiutare i fanciulli nel loro sviluppo integrale e graduale, ovvero adatto alla loro età e alle loro capacità. In questo senso, nel processo dell’educazione i fanciulli non possono essere considerati come soggetti passivi, ma le scienze precedentemente elencate devono aiutare gli studenti a cooperare nello stesso processo educativo.[250]

Il terzo principio, il principio sociale, focalizza l’attenzione sul fatto che l’educazione non ha mai come finalità la sola acquisizione di nozioni, ma tutte le conoscenze, una volta apprese, devono servire al bene comune dell’intera società. Il principio ribadisce che la vera educazione deve caratterizzarsi per il fatto di essere un’educazione integrale in vista di un responsabile uso della libertà e per l’attiva partecipazione nella vita comunitaria.[251]

Il principio personalizzato dell’educazione, che si trova in modo esplicito nella Dichiarazione conciliare, ribadisce che l’educazione è un diritto precipuo della persona e che ogni opera di educazione deve fare riferimento alla persona.[252] Questo significa che il processo dell’educazione non può essere “standardizzato”, ma deve rispondere alle diverse esigenze personali, alle differenze di sesso, alla cultura e alla tradizione del soggetto che è protagonista dell’opera educativa. Il fine dell’educazione è la fraterna convivenza con le altre nazioni, in ordine al bene comune. Il processo educativo, in questo senso, se da una parte deve promuove la formazione della persona in vista del suo fine ultimo, dall’altra, ne deve costituire un membro responsabile della società in cui vive.[253]

I principi qui esposti si ritrovano anche negli elenchi dei diritti umani fondamentali, sanciti in numerose dichiarazioni e patti internazionali.[254]

Il canone 1372 del Codice del 1917 recitava:

Can. 1372. § 1. Fideles omnes ita sunt a pueritia instituendi ut non solum nihil eis tradatur quod catholicae religioni morumque honestati adversetur, sed praecipuum institutio religiosa ac moralis locum obtineat.

§ 2. Non modo parentibus ad normam can. 1113, sed etiam omnibus qui eorum locum tenent, ius et gravissimum officium est curandi christianam liberorum educationem.”

Comparando il can. 795 con il canone 1372, si nota un notevole sviluppo, ispirato dalla Dichiarazione conciliare. La legislazione canonica vigente, infatti, parte dalla centralità della persona piuttosto che dal processo dell’istruzione e dai suoi possibili contenuti. In tale modo il processo educativo riguarda tutta la persona nella sua dimensione fisica, morale e intellettuale, offrendo, da una parte, una visione dell’educazione più ampia e più ricca di indicazioni in merito ai diritti e ai doveri di coloro che intervengono nel processo educativo e, dall’altra, esigendo una reale collaborazione tra gli studenti e gli educatori.[255]

 

Nella legislazione croata le finalità della scuola elementare sono elencate nell’articolo 2 della Zakon o osnovnom školstvu (Legge sulle scuole elementari):

 

“Articolo 2

 

È finalità propria della scuola elementare aiutare lo studente ad acquisire conoscenze, nozioni, abilità, atteggiamenti e abitudini necessarie per la vita e per il lavoro o per la futura istruzione.

La scuola è obbligata ad assicurare uno sviluppo armonico dello studente sotto il profilo spirituale, fisico, morale, intellettuale e sociale in armonia con le sue abilità e inclinazioni.

Le finalità dell’istruzione elementare sono le seguenti:

-                       insegnare e sviluppare nello studente l’interesse e l’autonomia nello studio, la risoluzione dei compiti, la creatività, la coscienza morale, il gusto e i criteri estetici, la fiducia e la responsabilità per se stesso e per la natura, la coscienza sociale, economica e politica, la tolleranza e l’attitudine alla cooperazione, il rispetto dei diritti, del patrimonio e delle aspirazioni umane.

-                       istruire lo studente nello scrivere, nella comunicazione, nel far di conto, nei principi scientifici e tecnici, nell’osservazione critica, nella discussione ragionevole, nella comprensione del mondo nel quale vive e nella comprensione della reciproca dipendenza tra gli uomini e la natura, e tra gli individui e le diverse nazioni. Le finalità e i compiti dell’istruzione elementare si realizzano in armonia con i piani e i programmi stabiliti.”[256]

 

 Durante il periodo del regime comunista, invece, la forte pressione ideologica sul sistema scolastico, che doveva servire all’apparato statale, determinò le finalità della scuola, in modo che all’alunno dovesse essere insegnato:

 

“-abolizione della proprietà privata e di quella coscienza sociale che era vissuta in chiave privato-possesiva e individualista;

-abolizione del contrasto tra lavoro manuale e intellettuale, quale presupposto dell’eliminazione della coscienza idealistica, non produttiva, in vista della formazione di quella dialettico-materialista. Questo si cerca di ottenerlo uguagliando le professioni manuali e quelle intellettuali;

 -abolizione del contrasto tra coscienza laica e religiosa mediante l’affermazione dell’ateismo;

-affermazione della dittatura del proletariato come mezzo di dominio degli interessi e dei valori di proletariato, con la glorificazione dei valori della classe operaia e dei suoi simboli;

-comprensione del KPJ (Partito Comunista della Jugoslavia) come avanguardia della classe operaia e come portatore ideologico della realizzazione dell’internazionalismo del proletariato.”[257]

 

La lettura dell’articolo 2 della succitata Legge rivela, invece, che il nuovo sistema scolastico in Croazia risente di una maggior congruenza con le finalità che si trovano esposte nei principi, contenuti nella Dichiarazione Gravissimum Educationis e sanciti dalle dichiarazioni internazionali, vale a dire, la centralità della persona, lo sviluppo integrale e progressivo indirizzato verso il bene comune, cercando di affrancarsi da gravami ideologici. Trattandosi, poi, di una legge interamente dedicata alla scuola elementare, le finalità esposte non possono che essere più concretamente determinate di quelle del can. 795, ma i principi che reggono entrambe le leggi si rivelano del tutto simili.

 

2.2. Diriti-doveri che competono alla Chiesa in materia di educazione

 

Il Concilio, nel numero 3 della Dichiarazione Gravissimum Educationis, ha ribadito il diritto-dovere di insegnare della Chiesa, opponendosi quindi a tutte quelle ideologie che riservano unicamente allo Stato il diritto all’educazione:

 

Singulari demum ratione officium educandi ad Ecclesiam spectat, non solum quia humana quoque societas educationis tradendae capax agnoscenda est, sed maxime quia munus habet viam salutis omnibus hominibus annuntiandi, credentibus vitam Christi communicandi eosque continua sollicitudine adiuvandi ut ad huius vitae plenitudinem pervenire valeant. His igitur filiis suis tanquam Mater eam praestare Ecclesia tenetur educationem, qua tota eorum vita spiritu Christi imbuatur, simul autem omnibus populis suam operam praebet ad promovendam integram personae humanae perfectionem, ad bonum quoque societatis terrestris atque ad aedificationem mundi humanius configurandi.

 

La Dichiarazione conciliare mette particolarmente in evidenza due titoli, o motivazioni, per i quali la Chiesa rivendica il diritto di insegnare. Il primo deriva dal compito che essa ha ricevuto da Cristo di annunziare la salvezza a tutti gli uomini. In questo caso abbiamo una motivazione di diritto divino positivo. L’altro titolo, invece, derivando dalla configurazione della Chiesa come una società capace di educare, si configura pertanto come una ragione di ordine storico-sociale.[258] Tale duplicità di titoli per i quali alla Chiesa spetta la potestà di educare, la colloca in una posizione giuridica diversa da tutti gli altri soggetti che intervengono, o possono intervenire, nel processo educativo, i quali fanno riferimento soltanto alla motivazione storico-sociale.[259]

Il can. 794 e l’esplicitazione in esso contenuta del titolo per il quale la Chiesa rivendica il diritto di partecipare al processo educativo è una novità rispetto al Codice del ‘17, dove il diritto della Chiesa di fondare le scuole era enunciato, senza tuttavia menzionarne il fondamento.[260]

Il canone 794 indica però soltanto il titolo del diritto divino:

 

Can. 794 - § 1. Singulari ratione officium et ius educandi spectat ad Ecclesiam, cui divinitus missio concredita est homines adiuvandi, ut ad christianae vitae plenitudinem pervenire valeant.

 

§ 2. Animarum pastoribus officium est omnia disponendi, ut educatione catholica omnes fideles fruantur.”

 

Nonostante la scelta operata del Legislatore di omettere la motivazione storico-sociale, che pure è menzionata dalla Dichiarazione Gravissimum Educationis, essa non deve tuttavia essere dimenticata, specialmente nel contesto secolarizzato.[261] La menzione conciliare di tale motivazione si oppone a qualsiasi pretesa di monopolio da parte dello Stato in campo educativo, ivi compreso quello che, col pretesto di lasciare alla Chiesa tutta la libertà nell’insegnamento della religione, si riserva la competenza in ordine a tutte le altre materie. La motivazione storico-sociale, infatti, ribadisce il principio che non solo la famiglia, ma anche i diversi gruppi sociali hanno il diritto di impegnarsi nel campo educativo mediante la creazione, la gestione e la direzione di diverse scuole.[262] Il Legislatore ha concretizzato questo principio nei canoni che riguardano la fondazione delle scuole cattoliche (cfr. can 800 § 1) e delle università cattoliche (cfr. can 807).[263]

Come già abbiamo avuto modo di dire, la competenza della Chiesa in campo educativo deriva anche dalla sua missione divina, e perciò esclusiva, libera e indipendente, affidatale da Cristo, di annunciare a tutte le genti il Vangelo e la salvezza in Cristo (cfr. can 747).[264]

 

“La Chiesa attua questa predicazione:

a.                       servendosi di tutti i mezzi disponibili, anche degli strumenti della comunicazione sociale propri, per poter essere veramente libera nell’attuare la sua missione.

b.                       in maniera indipendente da ogni potestà umana: trattandosi di diritto nativo divino, nessuna potestà puramente umana, individuale, nazionale o internazionale, può limitare o soltanto condizionare l’esercizio di un tale diritto.

c.                        rivolgendosi a tutti i popoli: si tratta di offrire, non d’imporre, a tutti gli uomini il Vangelo di verità. L’accettarlo o il rifiutarlo è responsabilità personale del singolo individuo, ma la Chiesa deve offrire a tutti la possibilità di poterlo conoscere.” [265]

 

Il primo paragrafo del can. 794, messo in relazione con il secondo paragrafo, sembra implicare una coincidenza tra il termine “Chiesa” e la sua struttura gerarchica. Il canone, comunque, viene interpretato in chiave più larga, vale a dire in relazione alla missione di predicare il Vangelo, affidata da Cristo a tutti i fedeli (cfr. cann. 204 § 1, 211, 216, 225). In questo senso detta norma non regola soltanto i diritti-doveri della gerarchia e l’attività educativa da questa promossa, ma anche i diritti-doveri e le attività di tutti i fedeli (laici, religiosi, chierici), che sono impegnati nel campo educativo, sia singolarmente considerati, sia in quanto radunati nelle associazioni.[266]

 

“La funzione educatrice della Chiesa si pone nel contesto della missione di evangelizzazione, e perciò tutti coloro che svolgono la missione educativa partecipano, in forza della loro condizione di battezzati, al diritto/dovere della Chiesa di evangelizzare.”[267]

 

  Il diritto dei fedeli di ricevere dai Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa è definito nel secondo paragrafo del can. 794. Esso determina in modo esplicito il dovere dei Pastori di disporre ogni cosa perché tutti i fedeli possano fruire dell’educazione cattolica. Tra i doveri della gerarchia viene incluso anche quello di vigilanza affinché tutte le azioni nel campo educativo siano veramente conformi alla dottrina cattolica.[268]

Tale compito viene, poi, riaffermato nel canone 804:

Can. 804 - § 1. Ecclesiae auctoritati subicitur institutio et educatio religiosa catholica quae in quibuslibet scholis impertitur aut variis communicationis socialis instrumentis procuratur; Episcoporum conferentiae est de hoc actionis campo normas generales edicere, atque Episcopi dioecesani est eundem ordinare et in eum invigilare.

§ 2. Loci Ordinarius sollicitus sit, ut qui ad religionis institutionem in scholis, etiam non catholicis, deputentur magistri recta doctrina, vitae christianae testimonio atque arte paedagogica sint praestantes.“

Il can. 804 ribadisce la competenza esclusiva della Chiesa nel campo dell’istruzione e dell’educazione cattolica, sia nelle scuole, sia nei diversi mezzi di comunicazione sociale.[269] L’esclusività della Chiesa deriva, come è stato precedentemente accentato, dalla missione conferitale da Cristo.

 

“Si tratta di una competenza in forza della materia, che darà luogo a forme effettive di controllo e di vigilanza nelle scuole non soggette all’autorità ecclesiastica a seconda delle diverse situazioni culturali e delle intese con gli Stati.”[270]

 

Il principio dell’esclusiva competenza della Chiesa in materia di educazione e di istruzione cattolica si articola su due dimensioni. In riferimento alle relazioni con gli ordinamenti civili il principio afferma l’incompetenza assoluta di questi ultimi in materia di educazione e di istruzione cattolica, riservando alla Chiesa una garanzia per il libero esercizio della sua missione spirituale. In relazione all’ambito ecclesiale, invece, il principio dell’esclusività è un’espressione della costituzione divina del Popolo di Dio: può predicare il Vangelo soltanto colui che è membro della Chiesa e i Pastori per primi hanno il compito di vigilare sulla diffusione dell’annuncio cristiano.[271]

Il primo paragrafo del can. 804 richiama il can. 1381 § 1[272] del Codice del ‘17, precisando, però, la distribuzione della responsabilità fra le diverse autorità ecclesiastiche.[273] Salva la competenza della Congregazione per l’Educazione Cattolica, le autorità responsabili sono le Conferenze Episcopali, il Vescovo diocesano, e l’Ordinario del luogo. Il can. 806, poi, aggiunge anche la figura del moderatore della scuola cattolica, il quale deve curare, sotto la vigilanza dell’Ordinario del luogo, che l’istruzione si distingua dal punto di vista scientifico (Cfr. can 806 § 2).[274]

Le Conferenze Episcopali devono provvedere all’emanazione di norme generali che regolino l’istruzione e l’educazione cattolica nelle scuole cattoliche, sia private che pubbliche, oppure i mezzi pubblici che servono a tale finalità. Due sono le ragioni che hanno condotto il Legislatore Supremo ad affidare alle Conferenze Episcopali l’emanazione di norme generali in questa materia. Da una parte, le situazioni concrete presenti nei diversi paesi non permettono, a livello di legislazione universale, un’adeguata disciplina a tale riguardo. Di conseguenza, le norme che comprendono i regolamenti sugli insegnanti di religione, sugli incaricati dell’assistenza spirituale, sull’idoneità dei programmi di insegnamento e del materiale didattico saranno diverse nei diversi paesi, dipendendo dalla situazione concreta nella quale si trova la Chiesa e dai suoi rapporti con le autorità civili. D’altra parte, la materia implica delicate questioni di rapporto con lo Stato e perciò esige una regolazione particolare nell’ambito di ciascun Paese.[275]

Nonostante il fatto che il Codice non contenga nessuna specifica norma sui programmi di insegnamento della religione, si può affermare con sicurezza che la loro elaborazione rientri nella competenza della Conferenza Episcopale o, detto in altri termini, essa è la conseguenza della competenza di tale istituzione di emanare norme generali a riguardo dell’istruzione religiosa.[276]

Ancor meno, il Codice dà disposizioni specifiche circa i libri di testo per l’insegnamento di religione. In questa materia, tuttavia, si devono applicare alcuni canoni generali, come per esempio il can. 823 § 1,[277] il quale sancisce il diritto-dovere dei pastori di esigere che tutti gli scritti che toccano la fede o i costumi debbano essere sottoposti al loro giudizio, oppure il canone 827 §§ 1-3,[278] dove si richiede l’approvazione dell’Ordinario del luogo affinché i libri catechistici possano essere usati come testi-base nelle scuole.[279]

Al Vescovo diocesano compete regolare l’insegnamento della religione nel territorio della sua diocesi, l’organizzazione concreta dell’istruzione e dell’educazione cattolica e la vigilanza perché le norme emanate siano seguite, sia nelle scuole cattoliche sia in quelle non cattoliche. Dal can. 804 § 1 risulta che anche il Vescovo diocesano ha un potere normativo da esercitarsi nel quadro di quanto stabilito dalla Santa Sede e della Conferenza Episcopale. La sua competenza legislativa è di carattere cumulativo e subordinato. La vigilanza sull’istruzione religiosa costituisce invece un compito proprio ed esclusivo del Vescovo diocesano.[280] Egli deve dare disposizioni sull’ordinamento generale di tutte le scuole cattoliche esistenti nel territorio della diocesi, vigilare su di esse e visitarle, ivi incluse quelle fondate e dirette dai religiosi (Cfr. can. 806 § 1).[281]

Il secondo paragrafo del can. 804 demanda la responsabilità circa la retta dottrina, la testimonianza di vita cristiana e l’abilità pedagogica degli insegnanti di religione nelle scuole all’Ordinario del luogo. La valutazione circa l’idoneità dell’insegnante, soprattutto per ciò che riguarda la retta fede e la testimonianza di vita cristiana, deriva dalla peculiarità della materia.[282] Nonostante l’insegnamento della religione non coincida con la catechesi, esso non è una semplice trasmissione di informazioni culturali, che riguardano la fede cristiana, ma è strettamente collegato con l’esperienza della fede e della vita cristiana:

 

“È da notare però che (…) un insegnamento religioso rivolto ad alunni credenti non può che contribuire a rafforzarne la fede, come l'esperienza religiosa della catechesi rafforza la conoscenza del messaggio cristiano. 

Detto insegnamento ha cura altresì di sottolineare l'aspetto di razionalità, che contraddistingue e motiva la scelta cristiana del credente e prima ancora l'esperienza religiosa dell'uomo in quanto tale.”[283]

 

Il can. 804, messo in relazione con il can. 1381 § 2[284] del Codice del ‘17, rivela altresì un’evoluzione positiva nei confronti del problema dell’assistenza ai cattolici che frequentano le scuole non-cattoliche. Esso, di fatto, mostra implicitamente che la testimonianza di vita dell’insegnante di religione ha un grande valore per l’educazione cattolica dei fanciulli.[285]

La conseguenza che deriva dall’obbligo dell’Ordinario del luogo di sorvegliare sulla retta dottrina e sui costumi degli insegnanti di religione è la necessità della nomina o dell’approvazione dei docenti, come anche la possibilità della loro rimozione, ove ciò si rendesse necessario. Tale diritto-dovere è così stabilito dal can. 805:

 

Can. 805 - Loci Ordinario pro sua dioecesi ius est nominandi aut approbandi magistros religionis, itemque si religionis morumve ratio id requirat, amovendi aut exigendi ut amoveantur.

 

Alcuni autori ritengono che questa norma riguardi soltanto le scuole cattoliche e che non si possa applicare alle scuole statali o private. In caso contrario, secondo questa opinione, costituirebbe una violazione del principio della separazione fra lo Stato e la Chiesa, o dell’autonomia di coloro che gestiscono la scuola privata.[286] D’altra parte, si deve tener conto che la Chiesa basa la definizione di tale diritto-dovere di vigilanza “ratione materiae” e, pertanto, la questione della tipologia alla quale appartiene la scuola perde di rilevanza. Il diritto-dovere dell’ordinario del luogo di nominare, di approvare o di rimuovere gli insegnanti di religione vale, pertanto, per tutti i tipi di scuola. La negazione di tale diritto, in quanto tocca la questione della retta dottrina e dei costumi dell’insegnante di religione, sarebbe una limitazione della “libertas Ecclesiae”, in quanto la Chiesa ha il diritto di tutelare la propria identità.[287]

Il canone non specifica in quali casi si debba procedere con una nomina e in quali con l’approvazione. Tale fatto ha suscitato un dibattito in dottrina. Da una parte, alcuni autori ritengono che la nomina o l’approvazione dipendono dalla gestione della scuola. Così, se la scuola è fondata e gestita da qualche ente ecclesiastico, l’Ordinario procede con la nomina, in altri casi allo stesso spetta il diritto di approvare l’insegnante di religione presentatogli.[288] Altri autori, invece, sostengono una posizione più stretta, per la quale la nomina è possibile soltanto nei casi in cui la scuola dipende da qualche persona giuridica diocesana.[289]

L’interpretazione che sembra più accettabile, così come presentata da alcuni autori, ritiene che la distinzione fra la nomina e l’approvazione, derivi dai diversi regimi giuridici che esistono nei diversi sistemi legislativi statali. L’Ordinario del luogo procederà con la nomina in quei casi in cui ciò sia previsto dalla legge o dallo statuto, negli altri casi egli procederà con l’approvazione.[290] Tale opinione è fondata anche nel can. 1381 § 2[291] del Codice del ‘17, il quale non fa nessuna distinzione fra le scuole cattoliche e quelle non cattoliche.[292]

Prima di procedere con la nomina, o, a seconda dei casi, con l’approvazione, l’Ordinario del luogo deve verificare l’idoneità del candidato. Il can. 804 § 2, per sommi capi, indica quali sono le qualità dell’insegnante di religione sulle quali la competente autorità ecclesiastica deve vigilare, vale a dire la retta dottrina, la testimonianza della vita cristiana e l’abilità pedagogica. Il can. 805, invece, elencando i motivi per la rimozione di un insegnante, indica solo i motivi di religione e di costumi, evitando la menzione delle abilità pedagogiche. Una parte dei canonisti ritiene che le diverse espressioni usate nei due canoni siano equivalenti, e che il giudizio sulle abilità pedagogiche sia incluso nell’espressione “religionis morumve ratio”: a loro avviso una grave mancanza di capacità pedagogica danneggerebbe il “bonum religionis”.[293]

Un’altra parte della dottrina canonistica, invece, distingue fra la retta dottrina e i costumi, da un lato, e le abilità pedagogiche, dall’altro. Mentre il giudizio sulla aderenza del candidato alla dottrina cattolica e sul suo comportamento morale è basata sul diritto divino ed è di competenza esclusiva dell’autorità ecclesiastica, e, perciò, essa non può rinunciare a tale diritto, le abilità pedagogiche, d’altra parte, non entrano nel campo della competenza del magistero, in quanto esse non hanno relazione con la verità rivelata, ma fanno parte delle qualità umane e come tali sono sottoposte al giudizio degli esperti in pedagogia.[294]

L’autorità ecclesiastica, quindi, non può giudicare delle qualità pedagogiche di un candidato, basandosi sul diritto di vigilare sulla verità rivelata, ma lo deve fare per un altro titolo. Semmai può sindacare sui contenuti insegnati, ma non sulle modalità. Tutti coloro che insegnano in una scuola devono ottenere dalla autorità scolastica l’abilitazione per poter insegnare. Il giudizio dell’autorità ecclesiastica sulla preparazione pedagogica di un futuro insegnante di religione si colloca, in questo ambito, sul medesimo piano dell’equivalente diritto che spetta a tutte le altre autorità educative non cattoliche.[295]

L’intera questione della nomina, dell’approvazione o della rimozione degli insegnanti è collegata con la natura dello status degli insegnanti e, perciò, con la questione della natura della relazione fra l’autorità ecclesiastica e l’insegnante stesso. Una parte dei canonisti pensa che all’insegnante sia conferito un ufficio ecclesiastico e perciò egli è un rappresentante autorizzato, che compie una funzione pubblica ecclesiastica,[296] altri, invece, sostengono che essi ricevono un generico “munus” ecclesiastico.[297] Ogni presa di posizione in merito al dubbio citato porta con sé diverse conseguenze giuridiche.

Se l’insegnante di religione riceve un “munus” generico, infatti, il fedele che possiede i requisiti necessari, cioè la competenza scientifica, la retta dottrina e la morale vita cristiana, ha un vero diritto di ottenere un certificato d’idoneità a dedicarsi all’insegnamento, al pari degli insegnanti di altre materie che possiedono un’abilitazione. L’autorità ecclesiastica, in tale caso, si limita a verificare l’idoneità del candidato.[298]

Nel caso in cui si intenda lo status dell’insegnante di religione come legato al conferimento di un ufficio ecclesiastico, questi diventerebbe un “funzionario pubblico” della Chiesa e, di conseguenza, l’autorità ecclesiastica, non sarebbe più limitata alla sola verifica di idoneità, ma anche a quella di opportunità e di convenienza, e avrebbe dunque una maggiore discrezione nel conferimento dell’ufficio. Il dibattito non è ancora concluso in modo definitivo ed esistono elementi validi che sostengono entrambe le posizioni.[299]

Sembra che l’insegnamento della religione, tuttavia, a differenza della predicazione o della catechesi, non si debba includere nelle attività pubbliche connesse con l’esercizio gerarchico del “munus docendi”, perché esso è legato alla scuola e persegue finalità proprie. Tale fatto non significa che l’insegnamento di religione sia una semplice trasmissione di nozioni circa fatti religiosi, ma rimane sempre vincolato al Popolo di Dio. L’insegnante partecipa nell’impegno apostolico di annunciare a tutte le genti il Vangelo, compito che non appartiene a sola Gerarchia, ma a tutti i fedeli (can. 794).[300] L’attività degli insegnanti di religione entra in tal modo nella categoria di attività ecclesiastica, la quale non si deve confondere con l’attività ecclesiastica istituzionale, che è solo una parte dell’attività ecclesiastica.[301]

In definitiva, il dibattito sullo status giuridico degli insegnanti di religione e sulla natura della loro attività è strettamente connesso con il giudizio dell’autorità ecclesiastica sull’idoneità dei candidati. Nel caso in cui si trattasse di un vero ufficio ecclesiastico, la Chiesa si troverebbe nella posizione simile a quello che ha un ente pubblico nei riguardi dei suoi dipendenti, con tutte le conseguenze giuridiche di tipo amministrativo. Nel caso in cui si tratti di un munus, l’insegnante di religione rivestirebbe uno status uguale agli altri insegnanti, e sarà dunque sottomesso all’autorità ecclesiastica soltanto per gli aspetti che riguardano la fede e i costumi. Le sue abilità pedagogiche, una volta dichiarate, rimarrebbero sottomesse alla competenza dell’autorità scolastica, come avviene anche nel caso degli insegnati delle altre materie.[302]

Dal momento che l’idoneità dei laici che aspirano ad essere insegnanti di religione comprende anche una vera preparazione scientifica, la possibilità dell’iscrizione ai corsi che sono organizzati dalle diverse istituzioni ecclesiastiche e che preparano i futuri insegnanti di religione, costituisce per loro un vero diritto, a norma del can. 229 § 2.[303] Una volta ottenuta la nomina o l’approvazione, l’insegnante è però tenuto al dovere dell’aggiornamento, come stabilito dal can. 231.[304]

In ogni caso, la seria formazione che il Legislatore richiede da parte degli insegnanti non vuole essere un ostacolo, ma un sostegno per un esercizio più incisivo del loro servizio, vale a dire, una garanzia di autenticità in ambito ecclesiale e una premessa per una più precisa e rispettosa configurazione della loro condizione giuridica e professionale.[305]

 

2.3. Doveri dei fedeli affinché le leggi civili contemplino l’educazione religiosa e morale dei giovani nelle scuole

 

La vigilanza sull’educazione e sull’istruzione che si imparte ai fanciulli non è solamente responsabilità della famiglia e della gerarchia cattolica, ma anche di tutti i fedeli:

 

Can. 799 - Christifideles enitantur ut in societate civili leges quae iuvenum formationem ordinant, educationi eorum religiosae et morali quoque, iuxta parentum conscientiam, in ipsis scholis prospiciant.

 

La norma del canone sancisce l’obbligo per tutti i fedeli di impegnarsi nell’ambito della società civile, affinché le leggi statali garantiscano l’educazione religiosa e morale dei fanciulli secondo la coscienza dei loro genitori.

Il canone scaturisce dalla Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis, num. 7:

 

7. Gravissimum praeterea officium persentiens moralem et religiosam educationem omnium suorum filiorum sedulo curandi, Ecclesia peculiari suo affectu et adiutorio praesens sit oportet iis plurimis qui in scholis non catholicis instituuntur; tum per testimonium vitae eorum qui eos docent et moderantur, tum per condiscipulorum apostolicam actionem, tum maxime per ministerium sacerdotum et laicorum qui eis doctrinam salutis tradunt, ratione aetati et adiunctis accommodata et spirituale auxilium praebent opportunis incoeptis pro rerum temporumque condicione.

Parentibus autem grave recolit officium quod eis competit omnia disponendi vel etiam exigendi ut filii sui illis auxiliis frui possint et formatione christiana harmonico gressu cum profana progrediantur. Propterea Ecclesia illas auctoritates et societates civiles dilaudat, quae pluralismi hodiernae societatis ratione habita et debitae libertati religiosae consulentes, familias adiuvant ut educatio filiorum in omnibus scholis secundum propria familiarum principia moralia et religiosa impertiri possit.

 

La Dichiarazione mostra che la norma espressa nel can. 799 non richiede che le scuole siano di una precisa ispirazione religiosa, ma che l’autorità pubblica includa nell’istruzione data ai giovani anche la dimensione religiosa e morale secondo la coscienza dei genitori.[306] Tale esigenza, oggi, nelle società pluraliste, riveste una grande importanza. Essa si oppone ai principi contemporanei, per i quali, in nome del rispetto della libertà religiosa, si esige una neutralità, tanto completa, quanto impossibile da realizzare, delle scuole statali e, di conseguenza, la rimozione di ogni elemento religioso.[307] L’impegno dei fedeli, pertanto, deve far ricorso a tutti i mezzi legittimi, mediante i quali gli ordinamenti statali riconoscano che l’istruzione e l’educazione religiosa e morale hanno parte integrale nel processo educativo. I sistemi statali che non riconoscono questa esigenza violano la libertà religiosa, non solo delle singole persone, ma anche la libertà religiosa della famiglia.[308] Il diritto di avere un’educazione secondo le proprie convinzioni religiose fa parte dei diritti umani e come tale è garantito nelle diverse dichiarazioni sui diritti umani.[309]

La Dichiarazione conciliare e il canone, tuttavia, non richiedono che l’azione dei fedeli cattolici converta le scuole non cattoliche in scuole cattoliche, ma, come è già stato detto, impongono la necessità di realizzare un’azione che possa garantire il rispetto della libertà religiosa anche nell’ambito scolastico.[310]

Il canone comporta un grave obbligo morale per tutti i fedeli, soprattutto per i laici, la vocazione dei quali è il cercare il Regno di Dio, trattando e ordinando secondo Dio le cose temporali.[311] Il loro impegno in tale ordine costituisce uno dei principali diritti-doveri dei fedeli. Dal momento che essi, sia presi singolarmente sia riuniti nelle associazioni, agiscono come membri della società civile e non in quanto membri della Chiesa, non hanno diritto di rappresentare la Chiesa in diverse situazioni che riguardano l’ordine temporale.[312] La gerarchia, da parte sua, ha il compito di offrire ai fedeli i principi morali e gli orientamenti generali, ma non le soluzioni tecniche e concrete.[313] Questa distinzione è importante, perché la Chiesa non può essere legata ad una cultura o ad un sistema politico: tale situazione, infatti, comporterebbe il pericolo di confondere il messaggio evangelico con un determinato programma politico.

Impegno importante dei fedeli nel campo della legislazione sulle scuole, poi, è anche la questione del finanziamento delle scuole non statali.[314]

I diritti dei genitori a riguardo dell’educazione religiosa e morale dei figli, come anche il diritto di mandarli a scuole non fondate e non gestite dallo stato, sono garantiti dai diversi trattati e dalle dichiarazioni internazionali.[315] Queste ultime costituiscono, però, una dichiarazione programmatica e senza le leggi nazionali che le mettono pienamente in pratica non hanno valore giuridico all’interno del singolo ordinamento.

 

“Ricade in particolare sui fedeli cristiani il dovere d’operarsi perché siano riconosciuti simili diritti dell’uomo – come quelli relativi all’educazione - da cui dipende in gran misura l’avvenire religioso di interi Paesi, nonché il dovere di adoperarsi, una volta che siano stati riconosciuti, per una loro integrale applicazione, in modo di incidere realmente ed in modo effettive sulle istituzioni giuridiche e sociali. Promuovere una giusta legislazione in materia di insegnamento costituisce, specie per i cattolici, un importante dovere che si può perseguire facendo semplice appello ai propri diritti civili, pienamente esercitati.”[316]

 

2.4. Diritti-doveri che riguardano l’obbligo dei genitori di educare i propri figli

 

Prima ancora che sui diritti-doveri della Chiesa, delle associazioni dei fedeli e delle persone singole, la maggiore responsabilità per l’educazione dei fanciulli ricade tuttavia sui genitori e su coloro che ne fanno le veci:

 

Can. 793 - § 1. Parentes, necnon qui eorum locum tenent, obligatione adstringuntur et iure gaudent prolem educandi; parentes catholici officium quoque habent ea eligendi media et instituta quibus, iuxta locorum adiuncta, catholicae filiorum educationi aptius prospicere queant.

 

§ 2. Parentibus ius et etiam iis fruendi auxiliis a societate civili praestandis, quibus in catholica educatione filiorum procuranda indigeant.

 

Il canone, richiamando i canoni 1113 e 1372 § 2 del Codice del ‘17[317] e la Dichiarazione Gravissimum Educationis,[318] afferma un principio di diritto naturale, vale a dire il diritto-dovere dei genitori di educare i propri figli, che è fondato sulla generazione degli stessi.[319] L’importanza di questo fatto di diritto naturale viene ripetutamente ribadita nel Codice,[320] contro la tendenza di alcuni stati socialisti che negano questo diritto naturale e tendono ad appropriarsi di ogni tipo di educazione, o contro quegli stati che, pur ammettendo le scuole private, riservano loro un trattamento di inferiorità giuridica, senza, cioè, i necessari sussidi economici statali.[321]

Il pontefice Giovanni Paolo II ha qualificato il diritto dei genitori di educare i propri figli come un diritto-dovere essenziale, originale, insostituibile, e inalienabile:

 

“Il diritto-dovere educativo dei genitori si qualifica come essenziale, connesso com'è con la trasmissione della vita umana; come originale e primario, rispetto al compito educativo di altri, per l'unicità del rapporto d'amore che sussiste tra genitori e figli; come insostituibile ed inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato.”[322]

 

Le succitate qualifiche del diritto dei genitori ad educare i propri figli non significano che questo diritto-dovere sia esclusivo o escludente, perché l’educazione integrale costituisce a sua volta un diritto inviolabile del quale è titolare l’uomo in quanto tale e, perciò, il processo educativo, promosso dai genitori, non solo ha limiti intrinseci, ma anche deve permettere agli altri soggetti di intervenire, non di supplire, nel corso di tale processo.[323]

Titolari di questo diritto non sono soltanto i genitori biologici, ma anche coloro che ne fanno le veci, vale a dire i genitori addottivi e i tutori, nel caso dell’impossibilità o dell’incapacità dei genitori stessi di provvedere all’educazione dei loro figli.

I padrini, salvo in casi particolari, allorché si prendono cura dei bambini come genitori o tutori, non entrano in questa categoria. La loro funzione educativa si limita ad un’opera di natura cooperativa e sussidiaria a quella dei genitori (Cfr. cann. 774 § 2, 872, 879).[324]

Il contenuto di questo diritto-dovere comprende tutti gli elementi elencati nel canone 795[325] e si manifesta nella capacità di dirigere l’educazione, seguendo solo la propria coscienza, senza nessuna costrizione esterna. Il processo educativo, tuttavia, ha due limiti interni: da una parte esso è limitato dal diritto dei fanciulli di ricevere un’educazione vera e autentica e, dall’altra, i fanciulli stessi, crescendo, devono essere coinvolti nello stesso processo, assumendo sempre di più il ruolo di protagonisti.[326]

Il canone, dopo aver dichiarato il diritto naturale di tutti i genitori, sottolinea un ulteriore dovere specifico di quelli cattolici, quello ovvero di poter scegliere quei mezzi e quelle istituzioni, attraverso le quali possono provvedere nel modo più appropriato all’educazione cattolica dei propri figli.

Il testo del canone mette in evidenza come il diritto-dovere dei genitori cattolici non consiste nell’aggiungere una dimensione cattolica all’educazione comune a tutti i fanciulli, ma nel dirigere sia l’educazione umana sia quella cattolica in un unico processo integralmente cristiano in tutti i suoi aspetti.[327] Il secondo aspetto di questa espressa menzione di questo diritto-dovere dei genitori cattolici ha un’implicazione in campo civile. A essi spetta il diritto di educare i loro figli secondo le loro convinzioni religiose, prerogativa che l’autorità pubblica deve tutelare, riconoscendo che la dimensione religiosa del processo educativo è una dimensione essenziale dello stesso.[328]

Il secondo paragrafo del can. 793 dichiara il diritto dei genitori ad essere aiutati nel processo educativo dei loro figli, compresa l’educazione religiosa, da parte dello Stato. Il canone non indica i modi concreti in cui tale aiuto dovrebbe concretizzarsi, ma sottolinea, piuttosto, il fatto che la società civile ha un proprio dovere non solo nel campo dell’istruzione pubblica generale, ma anche nell’educazione religiosa.[329] Il rispetto della libera scelta della scuola o del tipo di educazione che i genitori vogliono dare alla propria prole è uno dei diritti umani fondamentali, come insegna anche il Concilio nella Dignitatis Humane, num. 5:

 

Cuique familiae, utpote quae est societas proprio ac primordiali iure gaudens, competit ius ad libere ordinandam religiosam vitam suam domesticam sub moderatione parentum. His autem competit ius ad determinandam rationem institutionis religiosae suis liberis tradendae, iuxta suam propriam religiosam persuasionem. Itaque a civili potestate agnoscendum est ius parentum deligendi, vera cum libertate, scholas vel alia educationis media, neque ob hanc electionis libertatem sunt eis iniusta onera sive directe sive indirecte imponenda. Praeterea iura parentum violantur, si liberi ad frequentandas lectiones scholares cogantur quae parentum persuasioni religiosae non correspondeant, vel si unica imponatur educationis ratio, ex qua formatio religiosa omnino excludatur.[330]

 

Il diritto di ogni persona all’educazione, poi, e il diritto dei genitori alla libera scelta dell’educazione per i propri figli, in base alle loro convinzioni religiose, sono riconosciuti come diritti umani fondamentali, non solo dal magistero della Chiesa, ma anche da numerose dichiarazioni o trattati internazionali.[331] La salvaguardia di questi diritti, inclusi i sussidi economici, non è un privilegio o una concessione da parte dello Stato, ma un dovere grave che rientra nell’ambito dei diritti umani e civili di ogni cittadino.[332]

 

Nella missione educatrice dei genitori la scuola costituisce un aiuto grande e necessario, come conferma il can. 796:

 

Can. 796 - § 1. Inter media ad excolendam educationem christifideles magni faciant scholas, quae quidem parentibus, in munere educationis implendo, praecipuo auxilio sunt.

 

§ 2. Cum magistris scholarum, quibus filios educandos concredant, parentes arcte cooperentur oportet; magistri vero in officio suo persolvendo intime collaborent cum parentibus, qui quidem libenter audiendi sunt eorumque consociationes vel conventus instaurentur atque magni existimentur.

 

  Il canone sancisce, in modo implicito, due possibili estremi. Il primo è costituito dalla supremazia della scuola nel processo educativo. La norma, infatti, indica il ruolo primario dei genitori nell’educazione, opponendosi ai sistemi che vogliono supplire con il sistema scolastico tutti gli altri tipi di educazione, oppure che vogliono introdurre un sistema scolastico opposto all’educazione familiare. D’altra parte, il canone si oppone all’idea che i genitori possano delegare alla scuola, qualunque essa sia, il loro ruolo educativo.[333] Il testo del canone va riferito alla Dichiarazione Gravissimum Educationis, numero 5, che in modo ancora più esplicito definisce il ruolo e i pregi della scuola nel processo educativo:[334]

 

Inter omnia educationis instrumenta peculiare momentum habet schola, quae vi suae missionis dum facultates intellectuales assidua cura excolit, recte iudicandi capacitatem evolvit, in patrimonium culturae a generationibus praeteritis acquisitum introducit, sensum valorum promovet, vitam professionalem praeparat, inter alumnos diversae indolis et condicionis amicalem consortionem pariens mutuam se comprehendendi dispositionem fovet; insuper velut quoddam centrum constituit cuius operositatem et profectum una participare debent familiae, magistri, varii generis consociationes vitam culturalem, civicam, religiosam promoventes, societas civilis, et tota communitas humana.

Pulchra igitur et gravis quidem ponderis est vocatio illorum omnium qui parentes in eorundem officio implendo iuvantes et communitatis humanae vices gerentes, munus educandi in scholis suscipiunt; quae vocatio peculiares mentis et cordis dotes, diligentissimam praeparationem, continuam renovationis et adaptationis promptitudinem expostulat.

 

La grande stima del Concilio e del Codice per la scuola proviene dalle finalità dell’educazione esposte nella Dichiarazione Gravissimum Educationis, num. 1 e confluite nel can. 795.[335] Esse in gran parte eccedono le possibilità concrete dei genitori e richiedono un intervento da parte di diversi soggetti capaci di educare, tra i quali la scuola è sicuramente un foro privilegiato. L’esortazione a stimare le scuole come “praecipuo auxilio”, rivolta ai genitori nell’adempiere la loro funzione educativa (Cfr. can. 795), non è dunque indirizzata soltanto a essi, ma a tutti i fedeli. La scuola e il sistema scolastico sono un foro privilegiato per l’azione apostolica dei fedeli (Cfr. can. 211) e per l’ordinazione delle cose temporali secondo Dio (Cfr. can. 225 § 2). La stima per la scuola attraverso l’azione apostolica si rivela in diversi modi, che dipendono dallo stato e dalla professione del fedele, vale a dire, attraverso la vita cristiana degli insegnanti cattolici, la gestione delle scuole, la sorveglianza sui programmi d’insegnamento, etc.[336]

Il secondo paragrafo del can. 796 delinea la relazione che sussiste fra i genitori e la scuola. Dal momento che i genitori non possono delegare i loro diritti-doveri nel campo dell’educazione dei propri figli, essi hanno il dovere di collaborare strettamente con i docenti delle scuole frequentate dai loro figli. Gli insegnanti, dal canto loro, devono essere disponibili nei confronti dei genitori e aperti ai loro suggerimenti, perché essi sono i veri protagonisti della vita scolastica e, in virtù della loro funzione, sono coloro che più di ogni altro contribuiscono a conservare alla scuola la sua identità culturale.[337] Tale relazione non deve costituirsi soltanto tra i singoli genitori e la scuola, ma anche fra la scuola e le associazioni dei genitori, alle quali, a loro volta, è riconosciuto il diritto di tenere adunanze, presentare richieste e proposte collettive, in ordine a meglio tutelare i propri diritti.[338]

 

È diritto dei genitori, quali primi educatori dei figli, anche la libera scelta della scuola secondo il dettato della propria coscienza. Detta libertà, come è già stato detto, è tutelata nell’ambito dei fondamentali diritti umani e, come tale, garantita non soltanto negli elenchi dei diritti dell’uomo, ma anche dal can. 797:[339]

 

Can. 797 - Parentes in scholis eligendis vera libertate gaudeant oportet; quare christifideles solliciti esse debent ut societas civilis hanc libertatem parentibus agnoscat atque, servata iustitia distributiva, etiam subsidiis tueatur.

 

Il can. 797, come anche il can. 799, trova la sua applicazione soprattutto nell’ordinamento civile e non in quello canonico. La competenza della Chiesa di regolare anche le cose che non rientrano nel suo ambito proprio deriva dal fatto che il Magistero ecclesiale non è limitato solo alle verità rivelate, ma comprende anche il diritto naturale, del quale è parte la libertà dell’educazione e, di conseguenza, la scelta della scuola. Il testo del canone deve dunque essere compreso nel senso che la Chiesa non cerca soltanto la libertà di fondare e dirigere le scuole (Cfr. can 800 § 1), ma altresì che gli ordinamenti civili devono riconoscere che la libertà della scelta della scuola deriva dalla dignità della persona umana, che deve essere garantita e tutelata anche dalla legislazione civile. [340]

Il contenuto di tale diritto dei genitori consiste nella possibilità reale di scegliere la scuola per la propria prole. La società civile, in conseguenza di ciò, deve riconoscere il diritto ai diversi gruppi capaci di educare la possibilità di fondare e dirigere scuole diverse da quelle statali e renderle accessibili a tutti i cittadini. Se tale possibilità è ostacolata dalla legislazione o dalle prescrizioni amministrative, lo stato opera in regime di monopolio scolastico e commette una grave ingiustizia, violando il diritto naturale.[341]

Il canone sottolinea l’importante ruolo di tutti i fedeli, ai quali spetta impegnarsi perché sia riconosciuto il diritto della libera scelta della scuola. La loro azione deve essere indirizzata verso il riconoscimento di tale libertà mediante sussidi economici, nel rispetto della giustizia distributiva. I contributi statali, infatti, sono il presupposto di una vera libertà nello scegliere la scuola secondo il dettato della propria coscienza, come viene sottolineato anche dal Concilio Vaticano II nel numero 6 della Dichiarazione Gravissimum Educationis:

 

Potestas publica igitur cuius est civium libertates tueri et defendere, iustitiae distributivae consulens curare debet, ut subsidia publica ita erogentur ut parentes pro filiis suis scholas, secundum conscientiam suam, vere libere selegere valeant.

 

Le scuole in uno stato sono sempre a carico dei cittadini che pagano le tasse per i bisogni di tutta la comunità. L’ordinamento statale che voglia rispettare i diritti dei propri cittadini e la libertà della scuola, e che non vuole sviluppare un monopolio scolastico, è tenuto a distribuire i tributi che riceve non solo alle scuole gestite direttamente da esso, ma anche a quelle fondate e gestite dalle altre entità. In caso contrario, i cittadini che scelgono un sistema scolastico diverso da quello statale sono discriminati, essendo costretti a una doppia tassazione scolastica. Purtroppo tale vera libertà nello scegliere l’educazione per i figli non è ancora pienamente riconosciuta dalla legislazione di tanti stati.[342]

Per i genitori cattolici, poi, la scelta della scuola deve essere guidata dal loro obbligo di educare i figli nella fede cattolica. Il codice del ‘17, allo scopo di evitare la corruzione dei bambini, proibiva esplicitamente ai fanciulli cattolici di frequentare le scuole acattoliche, neutrali o miste, riservando all’Ordinario del luogo il giudizio sugli eventuali permessi.[343] La legislazione vigente, in sostanza, riprende la norma precedente, ma cambia espressione nel senso in cui la norma esprime ciò che genitori devono fare e non ciò che non devono fare:[344]

 

Can. 798 - Parentes filios concredant illis scholis in quibus educationi catholicae provideatur; quod si facere non valeant, obligatione tenentur curandi, ut extra scholas debitae eorundem educationi catholicae prospiciatur.

 

Per i genitori cattolici il canone è più che un mero invito a mandare i figli alle scuole dove si provvede un’educazione cattolica. L’obbligo di educare i figli nella fede cattolica è un vero obbligo giuridico la cui inosservanza, qualora giungesse alla positiva educazione in una religione acattolica, costituisce un delitto canonico.[345] I genitori non sono obbligati a mandare i figli nelle scuole cattoliche costituite nel senso del canone 803, ma nelle scuole dove si provvede anche all’educazione cattolica. Perciò il can. 1366 prevede una pena per i genitori che volontariamente educhino i figli in una religione acattolica, inclusa la scelta deliberata di una scuola che porti a un’educazione acattolica.

La dottrina canonica non è univoca sulla questione circa quali siano le scuole che provvedono ad un’educazione cattolica. Alcuni ritengono che le scuole statali o private, dove si insegna la religione come materia obbligatoria o libera e dove l’insegnante di religione è pagato per il suo lavoro, rientrino in tale categoria, come anche quelle scuole dove l’insegnante di religione, pur non pagato dallo Stato o dal gerente della scuola, abbia un posto fisso nell’orario scolastico.[346] Altri, invece, basandosi sulla Dichiarazione Gravissimum Educationis num. 8,[347] ritengono che, il fatto che l’insegnamento della religione costituisca l’elemento più importante dell’istruzione cristiana nella scuola e che la sua presenza nei programmi scolastici garantisca il minimo della formazione cattolica, non sia sufficiente per affermare che in una determinata scuola si imparte un’educazione cattolica. Secondo la loro opinione, le scuole con l’educazione cattolica possono essere divise in tre categorie: le scuole cattoliche in senso tecnico, le scuole che hanno un programma educativo di ispirazione cattolica e le scuole dove si impartisce un’educazione cattolica grazie alla presenza degli insegnanti e dei genitori cattolici.[348]

Qualora per qualsiasi motivo non sia possibile disporre di una scuola in cui si offre un’educazione cattolica, i genitori sono tenuti all’obbligo di procurare ai loro figli tale formazione fuori dell’ambito scolastico. Essa può assumere varie forme, dall’educazione nella famiglia (Cfr. GE 3) ai programmi liturgici e catechistici elaborati nella comunità ecclesiale (Cfr. GE 4, 7).[349] Il testo del canone deve essere interpretato in modo ampio, nel senso cioè che l’obbligo di educare i figli nella fede cattolica non cessa se costoro frequentano una scuola cattolica, perché i genitori non possono essere esonerati dell’obbligo di educare la prole, né possono delegarlo ad un’istituzione,[350] persino qualora si trattasse di una scuola cattolica.[351]

Concludendo, si può dire che nella Chiesa i genitori rimangono vincolati ai pronunciamenti del magistero, alla dottrina da esso definita ed insegnata, ma possono scegliere tempi, modi ed espressioni con cui trasmettere la fede. Il legislatore, da parte sua, con lodevole impegno si preoccupa di armonizzare diritti e doveri dei genitori con la necessaria libertà di scelte educative, che sono legittimate dal diritto naturale.[352]

 

2.5. L’educazione nella legislazione della Repubblica di Croazia

 

La Costituzione della Repubblica di Croazia fu votata il 22 dicembre del 1990 e successivamente modificata, nel 1997, nel 2000 e nel 2001.[353] I cambiamenti della Costituzione non toccavano tanto i fondamentali diritti e doveri dei cittadini, quanto piuttosto la divisione del potere.[354]

Tutti gli articoli rilevanti per il tema dell’educazione e delle libertà religiose si trovano nel terzo capitolo della Costituzione, intitolato “Tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali.” Ciò stesso implica che lo Stato croato riconosce i valori della libertà religiosa e della libertà nel campo educativo come fondamentali diritti umani.

L’articolo 14 della Costituzione garantisce l’uguaglianza di tutte le persone davanti alla legge, proibendo quindi qualsiasi forma di discriminazione, inclusa quella religiosa:

 

“Articolo 14

 

Nella Repubblica di Croazia ciascuno gode di diritti e di libertà, indipendentemente dalla propria razza, dal colore della pelle, dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dalle convinzioni politiche o da qualsiasi altra convinzione, dall’origine nazionale o sociale, dalla proprietà, dalla nascita, dall’educazione, dallo stato sociale oppure da altre caratteristiche.

 

Tutti sono uguali davanti alla legge.”[355]

 

La libertà religiosa e la libertà di culto pubblico è, poi, ribadita nell’articolo 40 della Costituzione. Essa è confermata anche dall’art. 4 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa questioni giuridiche.[356] Si tratta dell’applicazione del principio di libertà religiosa, come uno dei diritti umani fondamentali.[357] L’elenco dei diritti fondamentali, umani e civili, che si trova nella Costituzione della Repubblica di Croazia non può essere letto come un elenco chiuso. L’articolo 140 stabilisce, infatti, il valore degli accordi e dei trattati internazionali nella legislazione croata:

 

“Articolo 140

 

Gli accordi internazionali che sono stipulati e ratificati secondo la Costituzione e pubblicati e che sono in vigore, fanno parte della legislazione interna della Repubblica di Croazia e la loro forza è sopra la legge. Le loro norme possono essere cambiate o abolite soltanto alle condizioni e nei modi da essi stabiliti, oppure in accordo con le norme generali del diritto internazionale.”[358]

 

I diversi trattati internazionali e, quindi, anche le diverse dichiarazioni e convenzioni sui diritti dell’uomo, che la Croazia ha firmato e ratificato, fanno di conseguenza parte della legislazione croata e si trovano al di sopra delle leggi nazionali.[359] A tale riguardo si deve notare che anche gli Accordi fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia godono di questo stesso status.

 

Le comunità religiose sono dunque uguali davanti la legge e possono fondare e gestire istituti scolastici, sociali e caritativi. È il principio della separazione fra lo Stato e le comunità religiose a garantire tale uguaglianza:[360]

 

“Articolo 40.

 

Si garantisce la libertà di coscienza, di confessione e di pubblica manifestazione di religione o di altra convinzione.

 

Articolo 41.

 

Tutte le comunità religiose sono uguali davanti alla legge e separate dallo Stato.

                  

Le comunità religiose sono libere, in accordo con legge, di esercitare pubblicamente i culti religiosi, fondare le scuole, gli istituti d’educazione e altri istituti, gli istituti sociali e caritativi e mantenerne la gestione e, nella loro attività, godono della protezione e dell’aiuto dello Stato.”[361]

 

Dall’articolo 41 si desume che la Costituzione croata garantisce alla Chiesa la possibilità di fondare e di gestire scuole e altri istituti d’educazione, diritto che la Chiesa rivendica, da parte sua, nei canoni 800 e 803 del Codice di diritto canonico. Tale prerogativa della Chiesa e delle altre comunità religiose è riaffermata nell’articolo 66 della Costituzione, che recita:

 

“Articolo 66.

 

Nel rispetto delle condizioni prescritte dalla legge si possono fondare scuole private e istituti d’educazione.”[362]

 

Il testo dell’articolo è generico e, perciò, il diritto di fondare scuole private appartiene a tutti i cittadini, sia singolarmente considerati, sia uniti nelle associazioni. La norma espressa nell’articolo succitato deve essere interpretata come comportante l’abbandono del diritto della gratuita istruzione in tali istituti.[363]

La Zakon o osnovnom školstvu (Legge sulle scuole elementari) fa un’ulteriore precisazione in merito alla fondazione delle scuole:

 

“Articolo 14

 

La scuola elementare è di istituzione pubblica.

La scuola elementare non può essere fondata con fini di lucro.

 

Possono fondare una scuola elementare:

- la Repubblica di Croazia

- un’unità dell’autorità locale o regionale e un’altra persona fisica e giuridica.

Articolo 17.

 

L’atto di fondazione della scuola elementare, oltre alle condizioni prescritte dalla Legge sulle istituzioni (“Narodne Novine”, br. 76/93., 29/97. i 47/99.) contiene le seguenti norme:

 

- sul programma scolastico e sulle condizioni del suo svolgimento

- sugli impiegati professionali necessari per lo svolgimento del programma scolastico

- sull’assicurazione dello spazio adeguato, dei mezzi e degli aiuti scolastici

- sulle condizioni e sui metodi dell’assicurazione dei mezzi finanziari necessari per lo svolgimento del programma scolastico

 

Con l'atto di fondazione della scuola elementare si può stabilire che la scuola operi secondo un programma d'istruzione, ovvero, con metodo alternativo.

 

I mezzi di sostegno per il funzionamento della scuola elementare della quale il fondatore sia una persona fisica, ovvero giuridica, prevista dall'articolo 14 paragrafo 3 numero 2 della presente Legge, sono assicurati dal bilancio preventivo in conformità ai criteri prescritti dal Ministro.

 

La scuola elementare può cominciare l’attività, dopo che il Ministro ha emanato la decisione in merito all’adempimento delle condizioni dal paragrafo 1 del presente articolo.”[364]

 

Sulla base dei due articoli della Legge, ora citati, diventa chiara la distinzione tra scuole pubbliche e private: per scuole private si intendono quelle fondate e gestite da qualche persona giuridica o fisica, diversa dalla Repubblica di Croazia o dalle altre autorità amministrative locali e regionali. Nell’atto di fondazione di questo genere di scuole si devono indicare le norme a proposito del programma scolastico e delle modalità del suo svolgimento, sugli impiegati professionali e sui metodi del finanziamento della scuola. Tale atto può prevedere anche metodi d’istruzione alternativi. I programmi della scuola, una volta approvati, equivalgono ai programmi tenuti nelle scuole pubbliche, ovvero gli studenti delle scuole private non devono fare gli esami per avere la convalida delle materie superate.

Il diritto delle comunità religiose di fondare scuole e istituti d’istruzione di qualsiasi grado e di seguire l’educazione religiosa nei centri prescolastici o l’insegnamento della religione nelle scuole è garantito anche con la Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica (Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose):

 

“Articolo 11

 

(1) Le comunità religiose[365] sono libere, in conformità alla legge, di fondare scuole e istituti d’educazione di qualunque grado.

 

(2) Le comunità religiose hanno anche il diritto di fondare scuole religiose e istituti d’educazione religiosi di qualunque grado, i quali ottengono la personalità giuridica e la parificazione alle condizioni e secondo il procedimento prescritti dalla legge.

 

Articolo 13

 

(1) Su richiesta dei genitori o dei curatori, il programma di educazione prescolastica nei centri prescolastici prevede l’educazione religiosa. L’educazione religiosa viene impartita in conformità alla legge e all’accordo fra la comunità religiosa e il Governo della Repubblica Croazia.

 

(2) Su richiesta dei genitori o dei curatori degli studenti sotto i 15 anni e sulla base della congiunta dichiarazione dei genitori o dei curatori e degli studenti dai 15 anni in su, nelle scuole elementari e medie si prevede l’insegnamento della religione come materia facoltativa in conformità al piano e al programma d’istruzione prescritto e all’accordo fra la comunità religiosa e il Governo della Repubblica Croazia.

 

(3) L’educazione religiosa nei centri prescolastici e l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie sono tenute da persone che soddisfino le condizioni stabilite dalle norme e dagli accordi dai paragrafi 1 e 2 del presente articolo.

 

(4) Il Ministero responsabile per l’educazione prescolastica, per l’istruzione elementare e media, sulla base della proposta della comunità religiosa, dà il suo consenso per i programmi di contenuto religioso, i quali devono essere svolti nei centri prescolastici, emana il piano e il programma dell’insegnamento di religione nelle scuole elementari e medie e approva i testi-base e il materiale didattico.

 

(5) L’educazione religiosa nei centri prescolastici e l’insegnamento di religione nelle scuole elementari e medie sono distinti dall’educazione religiosa e dall’insegnamento religioso impartito nelle comunità religiose. Alle condizioni dei paragrafi 1 e 2 del presente articolo, i fanciulli, ovvero i bambini, hanno il diritto di partecipare all’educazione prescolastica, cioè all’insegnamento della religione anche se non partecipano alle attività religiose, che si tengono al di fuori dell’educazione prescolastica o dell’istruzione scolastica elementare e media.”[366]

 

I diritti-doveri dei figli sull’educazione e i diritti-doveri dei genitori sulla libera scelta del tipo di educazione che vogliono essere impartita ai loro figli è, poi, garantita nei seguenti articoli della Costituzione:

 

“Articolo 63.

 

I genitori hanno l’obbligo di educare, mantenere e mandare a scuola i figli e hanno il diritto e la libertà di prendere in modo indipendente decisioni sull’educazione dei figli.

 

I genitori sono tenuti ad assicurare il diritto del bambino ad uno sviluppo completo e armonico della sua personalità.

 

Il bambino disabile fisicamente o mentalmente e il bambino socialmente trascurato hanno il diritto ad una cura, educazione e previdenza speciali.

 

I figli sono obbligati a curare i genitori anziani e incapaci di provvedere a se stessi.

 

Lo Stato prende speciale cura per i minorenni senza genitori o dei quali i genitori non abbiano cura.

 

Articolo 65.

 

L’educazione elementare è obbligatoria e gratuita.

 

A tutti è accessibile, sotto le stesse condizioni, l’educazione di scuola media e gli istituti superiori in conformità con le proprie abilità.”[367]

 

La Costituzione croata riconosce l’obbligo dei genitori di educare i propri figli e questo dovere trova posto tra i principali obblighi previsti dalla costituzione riguardo ai genitori, insieme a quello del mantenimento. Il diritto e la libertà di scegliere la migliore educazione per i propri figli sono garantiti dalla stessa Costituzione. Nonostante il fatto che il testo dell’articolo non menzioni la circostanza che tale scelta possa o debba essere in conformità con le rispettive convinzioni religiose o altre, ciò si rileva ugualmente dalla lettura congiunta con il sopraesposto articolo 14. La Costituzione sottolinea come i genitori siano i primi responsabili nell’assicurare alla prole un armonico sviluppo psico-fisico della loro personalità. Lo Stato, riconoscendo il diritto del bambino a tale sviluppo, prende su di sé la speciale cura per i bambini che sono trascurati oppure che sono rimasti senza genitori, prevedendo altresì una cura speciale per i bambini disabili.[368]

L’educazione elementare, che in Croazia dura otto anni, è obbligatoria per tutti i bambini e, in quanto tale, gratuita.[369]

Si può quindi concludere che i diritti dei bambini all’istruzione e all’educazione, i diritti dei genitori alla libera scelta sul tipo di educazione per i loro figli e il diritto della Chiesa di fondare i propri istituti di educazione, diritti tutti che derivano dal diritto naturale, riportato anche nei diversi trattati internazionali, sono garantiti alle parti interessate tanto dalla Costituzione della Repubblica di Croazia quanto dalle diverse leggi applicative.

3. L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLE SCUOLE E NEGLI ISTITUTI PRESCOLASTICI PUBBLICI IN CROAZIA

 

 

Lo status giuridico dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche elementari e medie, come anche dell’educazione religiosa nei centri prescolastici è fondata sull’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale e, di conseguenza, sull’Ugovor o katoličkom vjeronauku u javnim školama i vjerskom odgoju u javnim predškolskim ustanovama (Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici),[370] stipulata in base dell’art. 3 § 4 dell’Accordo tra la Conferenza Episcopale Croata e il Governo Croato il 29 gennaio 1999. Il citato art. 3 § 4 stabilisce:

 

“I programmi e le modalità di svolgimento dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, saranno oggetto di particolari intese tra il Governo della Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata.”[371]

 

Il quadro giuridico copre tutti gli aspetti dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, dalla sua scelta da parte della famiglia o dello studente, all’approvazione dei programmi scolastici. Il presente capitolo prenderà in esame le singole questioni della posizione giuridica dell’insegnamento di religione.

3. 1. Il diritto dei genitori all’educazione religiosa dei figli

 

La libertà religiosa dei cittadini Croati e, di conseguenza, la libertà dei genitori di scegliere il tipo di educazione che vogliono per i loro figli, è garantita dalla Costituzione della Repubblica di Croazia, soprattutto negli articoli 40, 41 e 42.[372] Tali norme costituzionali sulle libertà e sui diritti religiosi dei cittadini, basate sul diritto naturale, non presentano differenze rispetto alle norme che nelle società democratiche disciplinano questa materia.[373]

Nel caso della Chiesa Cattolica in Croazia, esistono altri documenti che offrono una concreta garanzia di efficacia delle norme costituzionali, vale a dire, l’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, completato dal documento esecutivo Ugovor o katoličkom vjeronauku u javnim školama i vjerskom odgoju u javnim predškolskim ustanovama (Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici), firmato dalla Conferenza Episcopale Croata e dal Governo della Repubblica di Croazia, e la Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica (Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose).

Gli artt. 1 e 2 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia recitano:

 

“Articolo 1

 

1. La Repubblica di Croazia, alla luce del principio della libertà religiosa, rispetta il diritto fondamentale dei genitori all’educazione religiosa dei figli e si impegna a garantire, nel quadro del piano e del programma scolastico e in conformità con la volontà dei genitori o dei tutori, l’insegnamento della religione cattolica in tutte le scuole pubbliche, elementari, medie e superiori e nei centri prescolastici, come materia obbligatoria per coloro che la scelgono, con le medesime condizioni delle altre materie obbligatorie.

2. Il sistema educativo-formativo nei centri prescolastici e nelle scuole, inclusi i centri universitari, terrà in considerazione i valori dell’etica cristiana.

Articolo 2

 

1. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità dei genitori per l’educazione dei loro figli, a tutti è garantito il diritto di avvalersi dell’insegnamento della religione.

2. In collaborazione con le competenti autorità della Chiesa, le autorità scolastiche daranno la possibilità ai genitori e agli alunni maggiorenni di avvalersi di tale insegnamento al momento della iscrizione nella scuola, di modo che la loro decisione non susciti alcuna forma di discriminazione nel campo dell’attività scolastica.”[374]

 

Il § 1 del primo articolo del citato Accordo richiama il principio della libertà religiosa, garantito dalla Costituzione della Repubblica di Croazia, e dagli artt. 4 e 14 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa questioni giuridiche.[375] Secondo il testo del primo articolo, la libertà dei genitori di scegliere l’educazione per i figli è la logica conseguenza della libertà religiosa. Le implicazioni giuridiche di tale rispetto sono molteplici.

Il Governo si impegna a garantire, a norma dello stesso primo articolo, l’insegnamento della religione cattolica, nel quadro del piano e del programma scolastico e in conformità con la volontà dei genitori, in tutte le scuole pubbliche e nei centri prescolastici. L’insegnamento della religione diventa obbligatorio per tutti coloro che lo scelgono e ha lo stesso valore, alle stesse condizioni, delle altre materie scolastiche.[376] In altre parole, i genitori hanno una vera possibilità di scegliere l’insegnamento della religione per i loro figli in tutte le scuole pubbliche in Croazia.

Alla Chiesa Cattolica, inoltre, viene garantito il diritto di organizzare nei centri d’educazione, d’intesa con le autorità scolastiche, ulteriori attività complementari, connesse con l’educazione e la cultura religiosa, utilizzando i locali e i sussidi pedagogici supplementari degli stessi istituti:

 

“Articolo 4

 

D'intesa con le autorità scolastiche, le competenti autorità ecclesiastiche potranno organizzare nei centri educativo - formativi altre attività complementari connesse con l'educazione e la cultura religiosa, utilizzando i locali e i sussidi pedagogici supplementari di tali istituti.”

 

Tali attività possono assumere forme diverse: catechesi, preparazione per i sacramenti, molteplici forme di associazionismo degli alunni con finalità caritative, missionarie, bibliche, spirituali ecc.

Si tratta, chiaramente, di attività al di fuori del programma scolastico regolare, ma che hanno in ogni caso un carattere religioso. Alcuni parroci sono costretti a ricorrere a tale possibilità o perché la loro parrocchia è priva di locali adatti a simili attività, sia perché facilita grandemente la possibilità di incontrare nella scuola quei bambini che, abitando lontano, sarebbe diversamente difficile contattare. L’intesa sullo svolgimento di attività religiose estranee al programma scolastico deve essere trovata, di solito, tra il parroco e il direttore della scuola.[377]

Il Dodatno objašnjenje o uvođenju vjeronauka kao izbornog predmeta u osnovne i srednje škole u Republici Hrvatskoj (Chiarificazione addizionale sull’introduzione dell’insegnamento della religione come materia opzionale nelle scuole elementari e medie nella Repubblica di Croazia)[378] del Ministero della Pubblica Istruzione[379] prevedeva, in casi particolari quali, per esempio, la mancanza dello spazio sufficiente nella scuola, la mancanza degli strumenti necessari, ec., la possibilità di impartire l’insegnamento della religione anche in locali di proprietà della Chiesa. Tale insegnamento, benché svolto al di fuori della scuola, rientrava tuttavia sotto la responsabilità del direttore della scuola. La medesima disposizione è stata, poi, confermata anche dalle Upute o nastavi školskog vjeronauka u osnovnoj i srednjoj školi u Republici Hrvatskoj u školskoj godini 1992./93. (Istruzione sul curriculum dell’insegnamento della religione nella scuola elementare e media nella Repubblica di Croazia nell’anno scolastico 1992/93).[380] L’Accordo e l’Intesa non menzionano tale possibilità e perciò si deve ritenere che essa mantiene un carattere di assoluta eccezionalità. In caso contrario resterebbe compromessa la posizione giuridica di uguaglianza dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica.

L’Accordo non menziona espressamente neppure la possibilità di svolgere celebrazioni liturgiche nei locali scolatici. Tale attività è tuttavia esplicitamente menzionata nell’ulteriore Intesa tra la Conferenza Episcopale e il Governo Croato, l’articolo 11 della quale stabilisce:

 

“Articolo 11

 

(…)

2. Le celebrazioni liturgiche si celebrano ordinariamente in locali ecclesiastici, pur essendo possibile, d’intesa con le autorità scolastiche, in circostanze e occasioni speciali, celebrarle nei locali scolastici. La partecipazione degli alunni e dei docenti a tali celebrazioni liturgiche è libera. Il consenso alla celebrazione della liturgia nei locali scolastici è data dal direttore della scuola.”[381]

 

Il paragrafo 3 dello stesso articolo dà segno di un ulteriore rispetto per le convinzioni religiose degli alunni e dei docenti cattolici nelle scuole pubbliche prevedendo l’obbligo per l’autorità scolastica di assicurare al Vescovo diocesano, che si trovi in visita pastorale alla parrocchia, la possibilità di incontrare nei locali della scuola gli alunni e i docenti che lo desiderano:

“3. Durante la visita pastorale del Vescovo diocesano nella parrocchia, la scuola darà la possibilità agli alunni e ai docenti che lo desiderino, di incontrarlo nei locali scolastici.”[382]

 

Un’altra prospettiva giuridica connessa alla libertà di scelta dell’educazione per i figli è sottolineata nel § 2 del primo articolo. Dal momento che una vera educazione cattolica non può essere limitata al solo insegnamento della religione,[383] ma che tutto il sistema scolastico deve rispettare il credo di coloro che frequentano le scuole, la Repubblica di Croazia si impegna a far sì che il sistema educativo-formativo nei centri prescolastici e nelle scuole, inclusi i centri universitari, tenga in considerazione i valori dell’etica cristiana.[384]

Il paragrafo in questione, come anche la reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, ha suscitato critiche e polemiche da una parte della società civile, secondo cui esso si oppone al principio della laicità dello Stato e semina divisione tra gli studenti.[385] Al posto di un insegnamento della religione di tipo confessionale, si sarebbe dovuto introdurre, semmai, un corso sulle religioni, o di cultura religiosa, in una prospettiva multiconfessionale.[386] Nonostante tali lamentele, resta il fatto che il menzionato articolo rispetta le convinzioni del 90% della popolazione della Repubblica di Croazia, che aderiscono alla Chiesa Cattolica o alle altre Chiese e comunità cristiane.[387] La scuola pubblica appartiene a tutti e non può promuovere soltanto un’ideologia, ma dei veri valori umani. L’istituzione scolastica croata, se vuole svolgere questo compito, non può non includere nel suo programma l’insegnamento della religione, il quale non solo è promotore dell’umanesimo, ma è anche la chiave, senza la quale diventerebbe impossibile comprendere la storia e la cultura della Croazia e nel suo insieme. Tutti coloro che vogliono “una scuola senza valori”, finiscono per sottomettere la scuola a una forte ideologizzazione, che il sistema scolastico ha già conosciuto nel periodo della dittatura comunista.[388]

La formulazione del testo del § 2 del primo articolo ha, pertanto, un profilo ecumenico. La Chiesa Cattolica, alla quale aderisce la maggioranza della popolazione della Repubblica di Croazia, vuole proteggere e promuovere i valori comuni a tutti i cristiani e, nella misura in cui essi sono effettivamente tali, anche alle altre religioni monoteiste. Il testo parla dell’etica cristiana e non, invece, della morale. Tale scelta fu operata in maniera deliberata, perché la nozione di “morale” è spesso collegata con il cattolicesimo. Dal momento che le parti contraenti volevano mantenere il valore ecumenico e, in un certo senso, anche interreligioso del testo, si è preferito parlare di etica cristiana che, nel linguaggio comune, abbraccia un significato più ampio.[389]

Dal momento tuttavia che i cattolici sono pur sempre la maggioranza della popolazione croata, di conseguenza l’Intesa precisa:

 

“Articolo 11

 

1. Le tradizioni religiose cattoliche sono profondamente radicate nella tradizione culturale croata, che sarà oggetto della considerazione dell’istruzione scolastica pubblica croata, specialmente nello svolgimento delle opportune iniziative e dei programmi religioso-culturali, i quali, insieme al sistema scolastico, comprendono le più diverse aree della vita sociale e culturale.”[390]

Tale norma trova attuazione grazie a diverse iniziative scolastiche, specialmente durante i tempi liturgici forti e grazie alla presenza dei temi religiosi nei libri di testo delle altre materie,[391] ed è una conseguenza della dichiarazione espressa nel Preambolo sia dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, sia dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa questioni economiche,[392] che riconosce l’importante ruolo che la Chiesa Cattolica ha avuto e ancora ha nel campo culturale, educativo, dell’istruzione, sociale e caritativo.[393]

Un’ulteriore conseguenza giuridica della libertà dei genitori di educare la propria prole si manifesta nel diritto delle comunità religiose, garantito sia dagli articoli 41 e 66 della Costituzione, sia, nel caso specifico della chiesa Cattolica, dagli articoli 8 e 9 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale, di fondare centri prescolastici e scuole di qualunque grado.[394] Dette scuole devono essere fondate e gestite in conformità alle norme del Diritto Canonico e della legislazione della Repubblica di Croazia. Esse sono peraltro equiparate in tutti i loro diritti e doveri alle scuole pubbliche e ricevono sussidi statali.[395]

Pur senza entrare più a fondo in una problematica che non è strettamente collegata con il tema del presente lavoro, si deve tuttavia sottolineare che a carico della Chiesa Cattolica rimangono gli stanziamenti di fondi più onerosi, come, ad esempio, quelli necessari per la costruzione dell’edificio scolastico. Il finanziamento delle scuole elementari e medie, invece, si svolge in modo combinato, vale a dire i professori sono pagati dallo stato mentre le spese correnti sono a carico dell’autorità scolastica regionale. Maggiori problemi si incontrano in relazione al finanziamento dei centri prescolastici, che, secondo la legislazione croata, non fanno parte dell’istruzione obbligatoria. Essi, di fatto, sono sovvenzionati dall’autorità locale e non dal Governo e perciò il finanziamento di tali istituzioni di orientamento cattolico dipende dalla volontà di tali autorità, le quali non sono in alcun modo obbligate dalla legge a finanziare iniziative di carattere privato.[396] Lo stesso Accordo, d’altra parte, menziona soltanto il finanziamento delle scuole cattoliche, omettendo i centri prescolastici. Le statistiche mostrano come tale discriminazione ha per conseguenza un innalzamento dei prezzi nei centri prescolastici cattolici, di modo che, oltre alla difficoltà di coprire le spese dei centri esistenti, diventa più difficoltosa l’apertura di nuovi centri.[397]

Il rispetto del principio secondo cui i genitori sono liberi di scegliere l’educazione che essi vogliono per i loro figli, non si dimostra soltanto nell’ambito della scuola, ma anche in quello di mezzi di comunicazione sociale:

 

“Articolo 12

 

1. A motivo del servizio che la Chiesa Cattolica presta alla società e nel rispetto della libertà religiosa, la Repubblica di Croazia permette alla Chiesa un adeguato accesso ai mezzi statali di comunicazione sociale, in particolare alla radio e alla televisione. Le particolarità al riguardo saranno accordate tra la Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata.

 

2. La Chiesa cattolica ha il diritto di possedere anche i propri mezzi di comunicazione sociale, in conformità alle disposizioni ecclesiastiche ed alle leggi della Repubblica di Croazia.

 

3. Nel rispetto dei principi della libertà religiosa in una società pluralista, la Repubblica di Croazia veglierà con coerenza affinché nei mezzi di comunicazione sociale vengano rispettati i sentimenti dei cattolici, come pure i valori umani fondamentali, di ordine etico e religioso.”[398]

 

L’articolo 12 dell’Accordo ha fornito la base per una speciale intesa fra la Conferenza Episcopale Croata e la Radiotelevisione Croata, stipulata il 27 luglio 2000.[399] In essa si precisa che la produzione dei programmi a carattere religioso sarà di competenza di apposite Redazioni sia per la televisione sia per la radio,[400] e che nel palinsesto televisivo verrà incluso, tra l’altro, un programma educativo di 30 minuti a carattere umanitario-sociale,[401] mentre, in quello radiofonico, uno spazio di 30 minuti dedicato all’educazione religiosa.[402]

Il fatto che l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in Croazia sia di carattere confessionale, non significa che esso sia precluso agli studenti acattolici. Proprio in ragione della sua apertura verso tutti gli alunni, capita spesso che esso sia frequentato anche da chi proviene da una famiglia non religiosa o appartiene ad un’altra comunità cristiana o ad un’altra religione.[403]

Tutti i diritti dei quali si è fatta menzione sono stati confermati dalla Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica (Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose). Tale normativa non ha cambiato nulla rispetto ai diritti della Chiesa Cattolica, ma, piuttosto, ha esteso alle altre comunità religiose quegli stessi diritti nel campo dell’educazione religiosa, che la Chiesa Cattolica aveva già ottenuto con gli Accordi fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia.[404]

Alla fine di questa esposizione sulla libertà dei genitori di scegliere l’educazione per i propri figli si deve menzionare il disagio in cui si trovano i genitori che non si avvalgono di tale insegnamento. Nelle scuole medie, da una parte, per tutti coloro che non si avvalgono dell’insegnamento della religione, è obbligatorio l’insegnamento dell’etica. Nelle scuole elementari, invece, non esiste una materia alternativa all’insegnamento della religione e perciò, se l’ora di insegnamento della religione non è la prima o l’ultima ora della giornata, l’autorità scolastica sarebbe obbligata a garantire agli studenti che non la frequentano una qualche attività, ma, purtroppo, essi sono spesso lasciati senza alcuna sorveglianza. Si deve, tuttavia, sottolineare che il problema dell’organizzazione di tali attività alternative per gli studenti delle scuole elementari che non frequentano l’insegnamento della religione ricade sulle autorità scolastiche e non sulla Chiesa Cattolica.[405]

Si può dunque concludere che la legislazione civile in Croazia, compresi gli Accordi firmati tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia, rispettano la libertà dei genitori nella scelta dell’educazione per i loro figli. In tale modo viene rispettata anche la normativa canonica, circa la libertà dei genitori nel campo dell’educazione,[406] il diritto della Chiesa a impegnarsi nel campo dell’educazione, sia mediante l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, sia mediante il diritto di fondare le proprie scuole,[407] lasciando anche un grande spazio per l’impegno dei fedeli, affinché l’educazione e l’istruzione in Croazia rispettino realmente le convinzioni religiose dei genitori.[408]

 

3.2. Lo status dell’insegnamento della religione nel sistema educativo croato

 

Per poter comprendere lo status giuridico dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in Croazia è necessario tener conto di diversi fattori: la modalità di scelta di tale insegnamento, la sua posizione rispetto alle altre materie scolastiche nonché la valutazione della materia da parte degli insegnanti di religione.

 

3.2.1 La scelta dell’insegnamento della religione

 

Sin dalla sua reintroduzione nell’anno scolastico 1991/92, il diritto di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione era riservato ai genitori o ai curatori dei bambini in età scolare. Nelle Upute o uvođenju vjeronauka kao izbornog predmeta u osnovne i srednje škole u Republici Hrvatskoj (Istruzioni sull’introduzione dell’insegnamento della religione come materia opzionale nelle scuole elementari e medie nella Repubblica di Croazia)[409] si stabilisce che:

“La scuola in collaborazione con i rappresentanti delle comunità religiose opererà un’inchiesta tra i genitori (e, per le scuole medie tra gli studenti) circa la scelta dell’insegnamento della religione e la relativa lettura dei risultati, come anche [si occuperà della] scelta degli insegnanti di religione fino all’inizio dell’anno scolastico, al più tardi fino al settembre del 1991. (…)

Per poter stabilire quali studenti vogliono frequentare l’insegnamento della religione come materia facoltativa, la scuola elementare, ovvero media, ha il dovere di procedere all’inchiesta nel modo seguente: quando si tratta degli studenti delle scuole elementari, l’inchiesta è fatta solo tra i genitori, invece, quando si tratta degli studenti delle scuole medie, l’inchiesta è diretta ai genitori e agli studenti. Nella scuola elementare, frequentano l’insegnamento della religione quegli studenti, i cui genitori hanno espresso tale volontà nella summenzionata inchiesta mentre per gli studenti delle scuole medie è a tal fine richiesto il consenso personale dello studente.”[410]

 

L’inchiesta venne attuata attraverso un formulario, preparato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nella prima parte, esso, oltre la firma del direttore o del segretario della scuola e il sigillo, conteneva l’informazione sulla reintroduzione dell’insegnamento della religione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione e l’invito ad esprimere la propria scelta al riguardo. La seconda parte, che doveva essere firmata dal genitore e, nel caso dello studente della scuola media, dallo studente stesso, conteneva due domande: se il genitore voleva che suo figlio frequentasse l’insegnamento della religione e, in caso di risposta positiva, la specificazione di quale religione. Il formulario conteneva la possibilità di scelta fra tre possibilità: cattolica, ortodossa e musulmana, ma lasciava lo spazio libero per altre scelte. I moduli dovevano essere consegnati a tutti gli studenti delle scuole elementari e medie, portando solo la firma dell’autorità scolastica e il sigillo della scuola. Una volta compilato, esso doveva essere restituito alla segreteria della scuola.[411]

Detta Istruzione, tuttavia, ha fatto sorgere dei dubbi su alcuni punti in essa contenuti. Tra questi si evidenziava la questione circa la possibilità di scelta di ulteriori materie facoltative. Per risolvere tali perplessità, il Ministero pubblicò il Dodatno objašnjenje o uvođenju vjeronauka kao izbornog predmeta u osnovne i srednje škole u Republici Hrvatskoj (Chiarificazione addizionale sull’introduzione dell’insegnamento della religione come materia opzionale nelle scuole elementari e medie nella Repubblica di Croazia), nella quale si precisava che l’insegnamento della religione non eliminava la possibilità per lo studente di scegliere anche altre materie facoltative e, di conseguenza, che egli aveva il diritto ad ulteriori due ore di lezioni scolastiche nel suo orario.[412]

Dopo l’esperienza del primo anno, il Ministero pubblicò ulteriori Upute o nastavi školskog vjeronauka u osnovnoj i srednjoj školi u Republici Hrvatskoj u školskoj godini 1992./93. (Istruzioni sul curriculum dell’insegnamento della religione nella scuola elementare e media nella Repubblica di Croazia nell’anno scolastico 1992/93), stabilendo che non era necessario fare un’ulteriore inchiesta tra i genitori che avevano già espresso il loro consenso circa la frequenza l’anno precedente. Coloro che invece non l’avevano fatto all’inizio dell’anno scolastico 1991/92 o chi avesse, nel frattempo, cambiato la propria opinione poteva riempire il formulario e consegnarlo al coordinatore di classe. L’inchiesta diventò così obbligatoria solo per i genitori degli studenti che si iscrivevano nella prima classe sia della scuola elementare sia di quella media. L’unico cambiamento nella procedura fu che il formulario doveva essere restituito al coordinatore di classe e non alla segreteria della scuola. Dal momento che l’insegnamento della religione era materia facoltativa, le Istruzioni prevedevano anche la possibilità che lo studente si ritirasse dalla frequenza ai corsi di religione, inizialmente scelti. In questo caso il Ministero predispose una dichiarazione, che il genitore doveva semplicemente firmare, senza peraltro dover fornire le ragioni, per le quali era stato indotto a farlo. Anche questa dichiarazione doveva essere presentata al coordinatore di classe.[413]

La procedura, sviluppata nei primi anni di reintroduzione dell’insegnamento della religione, divenne la base per il testo dell’articolo 2 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale:

 

 “Articolo 2

 

1. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità dei genitori per l’educazione dei loro figli, a tutti è garantito il diritto di avvalersi dell’insegnamento della religione.

2. In collaborazione con le competenti autorità della Chiesa, le autorità scolastiche daranno la possibilità ai genitori e agli alunni maggiorenni di avvalersi di tale insegnamento al momento della iscrizione nella scuola, di modo che la loro decisione non susciti alcuna forma di discriminazione nel campo dell’attività scolastica.

3. I genitori e gli alunni maggiorenni i quali dovessero mutare la propria decisione di cui al paragrafo 1 di quest’Articolo, dovranno informare per iscritto la scuola, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.”[414]

 

Ulteriori precisazioni sul modo in cui può avvenire la scelta dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche sono state oggetto dell’Ugovor o katoličkom vjeronauku u javnim školama i vjerskom odgoju u javnim predškolskim ustanovama (Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici):

 

“Articolo 1

 

1. L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche elementari e medie è materia obbligatoria per gli studenti che scelgono di avvalersene.

2. La dichiarazione scritta sulla scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica come materia obbligatoria va presentata al direttore della scuola.

3. Nel caso di alunni fino ai 15 anni, la dichiarazione dal paragrafo 2 del presente articolo è presentata dai genitori, ovvero dal curatore, e per lo studente che ha più di 15 anni, la dichiarazione è presentata dallo studente e dal genitore, ovvero dal curatore.

(…)

6. L’educazione religiosa nei centri pubblici prescolastici si tiene per i bambini, i cui genitori, ovvero il curatore, hanno presentato al direttore dell’istituto prescolastico una dichiarazione scritta in merito.

Articolo 2

 

Le autorità scolastiche ed ecclesiastiche competenti hanno il dovere di fornire agli alunni e ai loro genitori, ovvero ai curatori, al momento di prendere la decisione circa la frequenza dell’insegnamento di religione, le necessarie informazioni sulle sue finalità, contenuto e intento.”[415]

 

La Repubblica di Croazia, con i due documenti citati, intende garantire la libertà della scelta dell’insegnamento della religione cattolica, rispettando la libertà di coscienza dei genitori e la loro responsabilità nell’educazione dei propri figli.[416]

La procedura ordinaria per scegliere l’insegnamento della religione, stabilita con l’Accordo e con l’Intesa, prevede che, nel momento dell’iscrizione del bambino in una determinata scuola, venga consegnato al genitore il relativo formulario. Attualmente, tale documento consta di due parti: la prima contiene le informazioni circa la facoltatività, in linea di principio, della materia. Essa diventa tuttavia obbligatoria in forza della positiva scelta, dal momento che tale opzione veniva fatta alla base delle necessarie informazioni, previste dal formulario stesso, e con la possibilità di scegliere tra otto diversi tipi di religioni, le quali, a loro volta, hanno preparato un programma scolastico approvato dal Ministero della Pubblica Istruzione. La seconda parte del formulario richiede il nome e cognome del genitore e dell’alunno nonché la classe da questi frequentata. In caso di risposta positiva, si offrono otto possibilità: l’insegnamento della religione cattolica, quello della religione ortodossa, quello della religione musulmana, quello della religione ebraica, quello della religione luterana e quello della religione pentecostale, i fondamenti della religione della Chiesa cristiana avventista e, infine, i fondamenti del Vangelo della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Al termine della dichiarazione seguono la data e la firma.[417]

La differenza fra il formulario della scuola elementare e quello della scuola media consiste nel fatto che in quest’ultima si prevede una dichiarazione congiunta del genitore e dell’alunno con la firma di entrambi.[418] Il paragrafo 3 dell’articolo 1 dell’Intesa fra la Conferenza Episcopale e il Governo Croato stabilisce infatti che anche l’alunno debba dare il suo consenso, dai 15 anni in poi. Tale disposizione, pur non essendo stabilita dall’Accordo, non è, tuttavia, ad esso contraria. Lo studente, secondo la legislazione croata, diventa maggiorenne al compimento del diciottesimo anno di età e, da quel momento in poi, può decidere autonomamente anche circa l’insegnamento della religione.[419]

L’Accordo e l’Intesa non si occupano del procedimento da seguire nella scuola media per ritirarsi dall’insegnamento, ma si deve arguire che, se per l’avvalersi dell’insegnamento è necessaria la firma congiunta del genitore e dello studente, anche per il ritiro sarà richiesto lo stesso.

L’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata, per poter venire incontro ad alcuni dubbi sulla natura dell’insegnamento della religione e sui diritti dei genitori che intendono avvalersene per i propri figli, e usando del diritto previsto nell’articolo 2 dell’Intesa tra la Conferenza Episcopale e il Governo, ha pubblicato un foglio informativo intitolato Informazioni importanti relative al “Formulario” per i genitori e gli alunni della scuola elementare e media, che scelgono – si iscrivono all’insegnamento della religione cattolica.[420]

L’intenzione dell’Accordo di evitare qualsiasi forma di discriminazione mediante la scelta dell’insegnamento e, in seguito, durante l’insegnamento stesso trova applicazione nell’Articolo 2, §2. Le autorità ecclesiastiche e scolastiche, pertanto, hanno il dovere di organizzare l’insegnamento della religione in modo tale da non attuare alcuna forma di discriminazione nel campo dell’attività scolastica.[421] L’organizzazione delle attività per i bambini che non frequentano l’insegnamento della religione, tuttavia, ricade ovviamente sull’autorità scolastica e non quella ecclesiastica.

L’Accordo raccoglie la normativa precedente, esposta nelle Istruzioni del Ministero della Pubblica Istruzione, la quale si occupa del momento della scelta dell’insegnamento. L’opzione deve essere attuata soltanto al momento dell’iscrizione, sia nella scuola elementare sia in quella media, e vale per tutti gli anni scolastici. Tale modo di procedere, introdotto dal Ministero della Pubblica Istruzione e poi confermato con l’Accordo, è pratico e facilita il compito dei genitori. A costoro, tuttavia, rimane sempre la possibilità di cambiare la loro decisione e di interrompere la frequenza del figlio all’insegnamento della religione. Tale mutamento di volontà, però, secondo le norme precedenti, confermate nell’articolo 2 § 3, non può avvenire nel corso dell’anno scolastico, ma prima dell’inizio dell’anno successivo e deve essere sempre espresso con una dichiarazione scritta, nella quale non devono essere indicate le ragioni di tale decisione, e indirizzata alla direzione della scuola.[422]

L’Accordo indica come momento proprio di manifestazione della scelta dell’insegnamento della religione l’atto di iscrizione alla scuola mentre non si dice alcunché a proposito della possibilità di un’iscrizione seguente. Comunque, partendo dalla garanzia della libertà di scelta dei genitori circa l’avvalersi o meno dell’insegnamento della religione, esposti nel Preambolo e nei primi due articoli dell’Accordo, si deve concludere che i genitori hanno il diritto di scegliere l’avvalersi dell’insegnamento della religione anche successivamente. In un tale caso è compito degli insegnanti di religione accogliere i nuovi alunni e avere una speciale attenzione per integrare le mancanze degli anni precedenti.[423]

L’alternativa garantita ai genitori rispetto alla scelta dell’insegnamento della religione pone un problema per la pastorale della Chiesa. Il sistema di evangelizzazione dei bambini di età scolastica in Croazia, dopo la reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole, comprende due elementi distinti, ma non separati, vale a dire l’insegnamento della religione nelle scuole e la catechesi parrocchiale, come conferma il Messaggio dei Vescovi Croati sull’insegnamento della religione nelle scuole e sulla catechesi parrocchiale:

 

“Nonostante l’esistenza di una netta distinzione tra l’insegnamento della religione nella scuola e la catechesi nella parrocchia, essi sono collegati in modo inscindibile. Tenendo conto di ciò, è comprensibile che per l’accesso ai sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e della confermazione si chiede la regolare frequentazione sia dell’insegnamento della religione nella scuola sia della catechesi parrocchiale.”[424]

La finalità dell’insegnamento della religione è quella di offrire un aiuto ai bambini per scoprire la componente religiosa come un fattore indispensabile per la crescita nella vera umanità e libertà, mostrando loro che il Vangelo di Gesù dà le vere risposte alle domande esistenziali.[425] La finalità della catechesi parrocchiale, invece, è quella di offrire ai bambini la possibilità di vivere la loro fede e di crescere in essa nella comunione con gli altri parrocchiani.[426] Dal momento che l’insegnamento della religione fa parte dell’integrale sviluppo della persona e che la scuola non si può limitare a una mera trasmissione di nozioni, ma deve aiutare lo studente a formare le proprie opinioni, deve ad esso essere garantita la dignità di materia con lo stesso valore come le altre materie obbligatorie.[427] In un certo senso si può concludere che tale equiparazione deriva dalle finalità stesse della scuola, volte ad aiutare lo sviluppo armonico dei fanciulli, come definito sia dalla legge canonica, sia dalla legge civile.[428]

Come risulta evidente dal Messaggio dei Vescovi Croati sull’insegnamento della religione nelle scuole e sulla catechesi parrocchiale, esiste una stretta correlazione tra l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, la catechesi parrocchiale e l’ammissione ai sacramenti. Infatti, nel duplice sistema dell’educazione alla fede, in vigore in Croazia, l’insegnamento della religione e la catechesi parrocchiale conservano le loro specificità e non si sovrappongono. Mentre il primo offre l’insegnamento della religione con tutte le nozioni indispensabili per la vita cristiana, l’altro offre un luogo dove la vita cristiana può essere visuta. In tale modo sia l’insegnamento della religione, sia la catechesi parrocchiale sono elementi indispensabili per la ricezione dei sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e della confermazione. La Chiesa in tale modo potrebbe salvaguardare l’unità di questo duplice sistema dell’educazione religiosa, evitando l’attuale sistema, che prevede un’amissione ai sacramenti quasi automatica.

Nella prassi capitano casi, nei quali i genitori, dopo la prima comunione dei figli, li ritirano dalla partecipazione all’insegnamento della religione nelle scuole, giustificando la loro scelta con la preferenza accordata ad “altre attività”, mentre tornano ad avvalersi di tale insegnamento nell’anno della cresima, quando però la continuità del sistema educativo è stata interrotta.[429] L’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata,[430] ha chiarito, con un’apposita dichiarazione, quale atteggiamento si debba assumere in tali casi.[431] Rispettando la libertà dei genitori di avvalersi o no dell’insegnamento della religione, al momento del ritiro essi devono essere ammoniti dall’insegnante che una tale scelta comporta la possibile esclusione dalla celebrazione dei sacramenti, per lo meno nello stesso tempo del resto della classe che frequenta regolarmente sia l’insegnamento della religione sia la catechesi parrocchiale. Tale atteggiamento, tuttavia, non deve essere generalizzato, ma ogni singolo caso deve essere preso in considerazione dal parroco, il quale valuterà quali siano state le ragioni per la cancellazione (malattia, qualche situazione speciale in famiglia, bambino socialmente trascurato…) e la possibile ammissione ai sacramenti. Per evitare situazioni del genere, i parroci e gli insegnanti di religione devono offrire ai genitori tutte le informazioni necessarie che riguardano rispettivamente e reciprocamente l’insegnamento della religione e la catechesi, come anche il loro legame con la vita della comunità cristiana e con i sacramenti.[432]

La summenzionata posizione dell’Ufficio Catechistico Nazionale è, a nostro parere, una conseguenza della mancanza di una normativa precisa al riguardo sia nell’Accordo, sia nell’Intesa. L’insegnamento della religione nelle scuole ha uno specifico programma ed è equiparato alle altre materie e, perciò, una eventuale nuova scelta di avvalersene, dopo un periodo più o meno lungo di esenzione, dovrebbe essere subordinata ad un esame previo, regolato da un’addizionale intesa fra il Governo e la Conferenza Episcopale Croata, circa la parte di materia omessa e, solo in modo indiretto, dall’ammissione ai sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e della confermazione.

L’educazione religiosa nei centri prescolastici presenta tante peculiarità, come ad esempio il modo di iscrizione, i programmi e la qualifica degli educatori. Esse saranno prese in esame in uno dei titoli seguenti.[433]

 

3.2.2. La posizione della religione rispetto alle altre materie scolastiche

 

L’insegnamento della religione si colloca nel gruppo delle materie facoltative, insieme con l’informatica, un’ulteriore lingua straniera, o un’altra materia facoltativa approvata dal Ministero della Pubblica Istruzione.[434] Una volta scelto, esso diventa materia obbligatoria, come garantito dall’articolo 1 dell’Accordo tra la Santa sede e la Repubblica di Croazia, e dall’articolo 1 § 1 dell’Intesa tra la Conferenza Episcopale e il Governo. La Zakon o osnovnom školstvu (Legge sulle scuole elementari) riconosce di fatto lo steso valore alle altre materie facoltative, le quali, una volta scelte, diventano obbligatorie per l’intero anno.[435]

In altre parole, nonostante la natura facoltativa dell’insegnamento della religione rispetto alle altre materie scolastiche obbligatorie per tutti gli alunni di una determinata scuola, esso gode, dal punto di vista giuridico, della stessa posizione di tali materie: si valuta la conoscenza della materia insegnata, il voto finale è scritto sulla pagella e l’insegnante di religione gode degli stessi diritti ed è tenuto agli stessi obblighi degli altri docenti della scuola.[436] L’uguaglianza dell’insegnamento della religione con le altre materie scolastiche è resa evidente anche dalla posizione delle lezioni entro l’orario scolastico. Dal momento che alcuni, criticando l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, chiedevano che a esso fosse riservata solo la prima o l’ultima lezione dell’orario giornaliero,[437] cosa che, peraltro, sarebbe impossibile da realizzare, o, addirittura, che le relative lezioni avessero luogo al di fuori del regolare orario scolastico, in un diverso turno rispetto a quello regolare, la Conferenza Episcopale, nell’art. 1 § 4 dell’Intesa, ha ribadito l’uguaglianza dell’insegnamento della religione per quanto riguarda la sua collocazione all’interno dell’orario scolastico:

 

“4. L’insegnamento della religione cattolica si tiene nelle scuole pubbliche elementari e medie alle stesse condizioni, in base alle quali si tiene l’insegnamento delle altre materie, soprattutto riguardo alla posizione dell’insegnamento della religione entro l’orario.”[438]

 

Il successivo paragrafo del medesimo articolo stabilisce il numero minimo necessario per la formazione di una classe per l’insegnamento della religione:

 

“5. Per la formazione di una classe, ovvero di un gruppo a carattere educativo-formativo per tenere l’insegnamento della religione cattolica in circostanze normali ci devono essere almeno sette (7) alunni.”[439]

 

Tale numero fu stabilito, sin dall’inizio della reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.[440] Detta norma non voleva essere una limitazione all’esercizio dei diritti che riguardano la libertà religiosa delle minoranze religiose, e perciò la stessa Istruzione del Ministero lasciò la possibilità di organizzare l’insegnamento della religione anche per gruppi formati da meno di sette studenti, previa, tuttavia, un’approvazione da parte del Ministero.[441] L’insegnamento per tali gruppi, che talvolta sono composti da un solo studente, si tiene solitamente nei locali della comunità religiosa, secondo i programmi approvati dal Ministero della Pubblica Istruzione.[442] Anche in tali casi, l’insegnamento della religione è sottoposto al controllo dell’autorità scolastica, e non deve essere confuso con l’eventuale educazione religiosa svolta dalla comunità in piena libertà.

Il limite minimo di studenti viene confermato anche dalle diverse Intese, firmate dal Governo e dalle singole comunità religiose croate, come ad esempio la Ugovor između Vlade Republike Hrvatske i Islamske zajednice u Hrvatskoj o pitanjima od zajedničkog interesa (Intesa fra il Governo della Repubblica di Croazia e la Comunità islamica in Croazia sulle questioni di comune interesse),[443] o la Ugovor između Vlade Republike Hrvatske i Srpske pravoslavne crkve u Hrvatskoj o pitanjima od zajedničkog interesa (Intesa fra il Governo della Repubblica di Croazia e la Chiesa Ortodossa Serba in Croazia sulle questioni di comune interesse).[444] Tali Intese contengono disposizioni simili all’Accordo con la Santa Sede e all’Intesa con la Conferenza Episcopale. Questo dato di fatto rende ingiustificate le critiche circa una supposta posizione privilegiata riservata alla Chiesa Cattolica nel sistema giuridico croato.[445]

L’Accordo fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia non contiene una norma precisa circa il numero delle lezioni settimanali dell’insegnamento della religione. Essa si trova, invece, nell’articolo 3 § 1 dell’Intesa:

 

“1. L’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche elementari e medie si tiene, entro i limiti del piano e del programma del curriculum, in due (2) ore settimanali.”[446]

 

Tale norma è confermata della prassi introdotta sin dall’inizio dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Infatti, le Upute o uvođenju vjeronauka kao izbornog predmeta u osnovne i srednje škole u Republici Hrvatskoj (Istruzioni sull’introduzione dell’insegnamento della religione come materia opzionale nelle scuole elementari e medie nella Repubblica di Croazia), in virtù delle quali si reintrodusse l’insegnamento, contenevano già tale disposizione, con una precisazione di natura pratica: dal momento che l’insegnamento della religione veniva reintrodotto nelle scuole pubbliche dopo un’assenza di 40 anni, il numero degli insegnanti di religione disponibili ad impartire entrambe le ore di lezione settimanali era limitato, in maniera quasi esclusiva, ai soli sacerdoti e religiosi. Le Istruzioni del Ministero, perciò, sin dall’inizio prevedevano la possibilità di una riduzione delle lezioni, dove risultasse insufficiente il numero degli insegnanti, a un’ora la settimana e soltanto per alcune classi.[447] Nei primi anni scolastici successivi alla reintroduzione dell’insegnamento della religione si registrò pertanto una diversità nelle scuole a riguardo del numero delle lezioni e dovettero passare alcuni anni prima che la situazione si adeguasse alla posizione garantita dalle prime Istruzioni del Ministero per la Pubblica Istruzione e, in seguito, dall’Intesa.[448] Ancora oggi in tante scuole medie, nonostante le norme che permettono le due lezioni settimanali, l’insegnamento della religione è ridotto a una ora sola.

La circostanza che, in quei primi anni gli insegnanti di religione fossero quasi esclusivamente sacerdoti, religiosi e religiose, la cui primaria occupazione era legata all’insegnamento della religione e della catechesi nelle parrocchie, ebbe una forte ricaduta sull’educazione religiosa fornita dalle parrocchie, la quale fu ridotta alla sola preparazione in vista della ricezione dei sacramenti.[449] Solo negli ultimi anni si nota una lenta ripresa anche della catechesi parrocchiale.[450]

Esiste un altro aspetto che merita di essere menzionato, meno giuridico, ma di natura piuttosto educativa, che l’insegnamento della religione voleva evidenziare sin dall’inizio della reintroduzione nelle scuole, vale a dire la correlazione della materia insegnata con le altre materie scolastiche. L’ora di religione non è mai stata concepita come una materia fine a se stessa, ma voleva offrire allo studente la possibilità di relazionare le nozioni imparate con le altre materie, mostrando così la compenetrazione della fede con la cultura e scienza.[451]

Un tale indirizzo dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in Croazia è in armonia con il valore che all’insegnamento della religione assegna il Direttorio Generale per la Catechesi:

 

“Ciò che conferisce all'insegnamento religioso scolastico la sua peculiare caratteristica è il fatto di essere chiamato a penetrare nell'ambito della cultura e di relazionarsi con gli altri saperi. Come forma originale del ministero della Parola, infatti, l'insegnamento religioso scolastico fa presente il Vangelo nel processo personale di assimilazione, sistematica e critica, della cultura.”[452]

 

L’insegnamento della religione offre anche una dimensione ecumenica e di apertura verso gli altri, pur non cadendo nella tentazione del relativismo religioso. Il programma dell’insegnamento della religione contiene anche gli elementi che permettono di acquisire una conoscenza delle altre Chiese e comunità cristiane, come pure delle altre religioni principali. L’impostazione di tali lezioni cerca di comunicare agli studenti l’accettazione delle convinzioni religiose differenti dalle proprie e di scoprire la possibilità di cooperazione tra le religioni in campi comuni.[453] In questo modo esso promuove un’autentica “cultura delle religioni”, meglio di quella “cultura religiosa multiconfessionale” proposta da alcuni come la sostituzione dell’insegnamento della religione.[454]

L’insegnamento della religione deve essere correlato anche con la catechesi parrocchiale. Gli studenti, infatti, che frequentano l’insegnamento della religione nella scuola e i bambini che seguono la catechesi parrocchiale sono gli stessi e in vista di un’integrazione educativa della fede si rendono necessari continui collegamenti tra i due tipi di insegnamento.[455] Un grande passo in avanti per la promozione della catechesi parrocchiale e per un coordinamento dell’educazione alla fede è stato realizzato grazie alla pubblicazione del documento Župna kateheza u obnovi župne zajednice – Plan i program (La catechesi parrocchiale nel rinnovamento della comunità parrocchiale – Piano e programma), approvato dalla Conferenza Episcopale Croata il 17 settembre 2000 a Parenzo.[456]

Tutti i temi, fin qui esposti, sono stati recepiti nella Deklaracija o katoličkom vjeronauku u školi donesena na 22. katehetskoj ljetnoj školi (Dichiarazione sull’insegnamento della religione cattolica nella scuola pronunziata alla XXII scuola catechista estiva), firmata dal direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata e dai partecipanti. Pur non avendo alcun valore giuridico, né civile né canonico, essa dimostra l’impegno degli insegnanti di religione per salvaguardare il modello confessionale dell’insegnamento di religione e, in tale modo, salvaguardare anche la libertà religiosa dei genitori. Alcuni degli articoli della menzionata Dichiarazione si rifanno ai principi giuridici sui quali è fondato l’insegnamento della religione e l’atteggiamento che la Chiesa Cattolica in Croazia riserva all’insegnamento della religione delle altre comunità religiose e verso altri modelli dell’insegnamento della religione. In particolare, meritano di essere qui menzionati:

 

“Articolo 5

 

Noi, insegnati di religione, in conformità con il Messaggio dei Vescovi Croati,[457]non accettiamo il nuovo modello sincretistico che va sotto il nome di cultura religiosa o sotto qualsiasi altro nome, il quale finirebbe per escludere il modello confessionale dell’insegnamento della religione.

 

Articolo 6

 

Confermiamo la nostra opzione per il modello confessionale dell’insegnamento della religione nelle scuole secondo un indirizzo ecumenico e di dialogo, che rispetti l’autonomia e le finalità dalla scuola pubblica, ma che trovi il suo fondamento, la sua giustificazione e la sua legittimità:

a)                    in tutte le norme rilevanti del diritto internazionale sui diritti dell’uomo, ai quali appartengono anche i diritti religiosi come pure i suoi diritti civici e politici;

b)                    nel diritto dei genitori all’educazione religiosa dei loro figli nelle scuole e centri scolastici pubblici;

c)                     nella missione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo contemporaneo e nel diritto del cittadino all’educazione religiosa in accordo con gli standard democratici della società pluralista contemporanea;

d)                    nelle esigenze dell’educazione e dell’istruzione integrale dei bambini e degli adolescenti le quali comprendono necessariamente l’educazione religiosa, ovvero la formazione della propria identità;

e)                    nell’esperienza e nella prassi dei paesi democratici relativa all’organizzazione e all’attuazione dell’educazione religiosa, soprattutto a carattere confessionale, nei loro sistemi educativo-formativi delle scuole pubbliche.

 

Articolo 7

 

Noi, insegnanti di religione, membri della Chiesa Cattolica, rispettiamo il diritto di tutte le comunità cristiane e delle altre religioni nella Repubblica di Croazia di scegliere la via che ritengono più adatta per l’educazione religiosa dei membri delle loro comunità. Siamo pronti in spirito ecumenico, di dialogo, di rispetto, di comprensione, di solidarietà alla mutua collaborazione e all’aiuto.”[458]

 

3.2.3. La valutazione degli insegnanti sulla conoscenza della materia

 

La pari dignità dell’insegnamento della religione, una volta scelto da parte dei genitori, rispetto alle altre materie scolastiche, stabilita dall’articolo 1 § 1 dell’Accordo, comporta anche un uguale criterio di valutazione della conoscenza della materia e, perciò, sia l’Accordo stesso sia l’Intesa, nulla dispongono al riguardo, considerando la cosa implicitamente affermata.[459] La valutazione della conoscenza della materia, perciò, deve seguire il Pravilnik o načinu praćenja i ocjenjivanja učenika u osnovnoj i srednjoj školi (Regolamento sull’accompagnamento e sulla valutazione degli studenti nelle scuole elementari e medie), emanato dal Ministero della Pubblica Istruzione il 6 novembre 1995.[460] Nel presente lavoro saranno riportati soltanto gli aspetti più salienti di detto Regolamento.

Il Regolamento nell’articolo 9 stabilisce che gli elementi concreti per la valutazione di ciascuna materia sono stabiliti dal programma della materia in questione.[461] Per l’insegnamento della religione cattolica, perciò, il Program katoličkog vjeronauka u osnovnoj školi (Programma dell'insegnamento della religione nella scuola elementare) emanato dal Ministero della Pubblica Istruzione su proposta della Conferenza Episcopale Croata, il 18 settembre 2003, contiene le linee di guida per il processo di valutazione.[462] Esso riconosce il fatto che tale insegnamento occupa un posto peculiare all’interno del curriculum scolastico e che la fede personale non può essere oggetto di valutazione. Il Programma in parola contiene tuttavia quattro elementi che possono e devono essere valutati:

 

a)   la conoscenza dei fatti e dei contenuti del programma;

b)   l’espressione creativa (orale, scritta, disegni, musica…) Qui si devono tenere in conto le abilità personali di ogni studente;

c)    l’interesse, la motivazione, l’iniziativa, l’attività… Anche qui vale il principio di dovere di tenere conto delle abilità personali dei singoli studenti;

d)   la cultura della comunicazione, vale a dire la relazione dello studente con l’insegnante e con gli altri studenti.[463]

 

Anche il summenzionato Regolamento cita esplicitamente l’insegnamento della religione, insieme con l’insegnamento della musica, dell’arte figurativa, della ginnastica e dell’etica, stabilendo che il voto di tali materie deve essere un aiuto a motivare degli alunni a coltivare queste discipline e che lo stesso processo di valutazione deve tener conto delle abilità personali dei singoli studenti.[464] Questa regola, comunque, non intende diminuire il ruolo dell’insegnamento della religione, mettendolo in una posizione di minor valore rispetto alle altre materie, essa rappresenta piuttosto una guida per gli insegnanti.

L’articolo 4 del Regolamento stabilisce che il processo di valutazione della conoscenza della materia può assumere diverse forme: discussione, esame, elaborazione di diversi compiti e forme di verifica. Tutto il processo della valutazione deve essere svolto in modo da rispettare la personalità dello studente, promuovendo la fiducia in se stesso, e l’attività. La valutazione di ogni singolo elemento a partire dal quale si elabora il voto finale deve essere attuata almeno due volte ogni semestre e non solo alla fine di esso. La valutazione del comportamento dello studente si basa sulla sua relazione verso se stesso, verso gli altri studenti, verso i docenti e verso la comunità in genere.[465] Le modalità e gli elementi della valutazione di ogni singola materia sono stabiliti dal programma della materia stessa.[466]

L’insegnante può fare regolarmente verifiche orali in ogni lezione e senza nessun preavviso agli studenti. Lo studente, invece, non può essere interrogato più di due volte nella stessa giornata scolastica. Le verifiche scritte di religione non possono essere più di due in un semestre, rimanendo all’insegnante l’obbligo di darne preavviso agli studenti almeno due giorni prima, spiegando loro con precisione su quale materia essa verterà. Brevi verifiche, pur senza preavviso, possono essere attuate anche più volte nel corso del semestre, ma la valutazione non viene espressa con un voto regolare, come negli altri casi, bensì con una nota di merito. L’esame, una volta corretto e valutato, deve essere restituito allo studente e, se lo richiedono, deve essere presentato anche ai genitori. L’elaborato deve poi essere conservato nella scuola durante tutto l’anno scolastico. In una settimana ci possono essere al massimo tre esami scritti.[467]

Alla fine del primo semestre e alla fine dell’anno scolastico, lo studente deve avere un voto finale, che rifletta il suo andamento nel processo educativo durante tale periodo. Esso non deve essere una media aritmetica di tutti i voti ricevuti, soprattutto nel caso in cui lo studente abbia dimostrato un netto miglioramento nel corso dell’anno scolastico. Il voto finale è dato dall’insegnante che ha tenuto le lezioni o, in caso di qualche impedimento, da un supplente designato dal direttore della scuola.[468]

I genitori hanno il diritto e l’obbligo di seguire il profitto del figlio e di essere informati sulla frequenza all’insegnamento, sui voti, sull’attività e sul suo comportamento. Tali informazioni debbono essere fornite almeno quattro volte l’anno, durante i ricevimenti personali o le apposite riunioni dei genitori. Se essi non dimostrassero interesse, il coordinatore di classe ha l’obbligo di informarli per iscritto sui problemi dello studente. Ogni insegnante ha l’obbligo di offrire, su richiesta di almeno uno dei genitori, tutte le informazioni necessarie relative al profitto dello studente nella materia che egli insegna. In caso contrario, il genitore ha il diritto di rivolgersi al direttore della scuola e all’ispettorato dell’istruzione.[469]

Qualora la maggioranza dei genitori ritenga che un insegnante non sia equo nella valutazione, il coordinatore di classe ha l’obbligo di iscrivere tale questione all’ordine del giorno del successivo consiglio di classe. Se tale organismo ritiene che le accuse sono fondate, il direttore della scuola deve prendere delle misure disciplinari nei confronti di tale docente.[470]

Quelli esposti sono i principi generali che valgono per tutte le materie, insegnamento della religione incluso. Alcuni collaboratori dell’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata, tuttavia, hanno elaborato le Upute o načinu praćenja i ocjenjivanja vjeroučenika u osnovnoj školi (Istruzioni sull’accompagnamento e sulla valutazione degli studenti nelle scuole elementari e medie) che, pur non avendo alcun valore giuridico, offrono agli insegnanti di religione un orientamento per il processo valutativo.[471]

Tale documento sottolinea che la valutazione può avvenire alla conclusione di ciascuna unità educativa, alla fine di ogni capitolo del programma e alla fine del semestre e dell’anno scolastico. Il voto può essere generale o, a seconda dei singoli elementi del processo educativo, descrittivo o numerico. Nonostante il fatto che il Regolamento del Ministero della Pubblica Istruzione lasci la possibilità di programmare verifiche scritte anche per l’insegnamento della religione, le Istruzioni ritengono che si debbano evitare gli scritti per non produrre un effetto psicologico contrario alle finalità dell’insegnamento della religione, vale a dire mantenere l’atmosfera gioiosa e creativa nella classe.[472]

 

3.2.4. Il programma di insegnamento e i libri di testo

 

Il programma di insegnamento della religione e i relativi libri di testo sono tra gli aspetti sui quali maggiormente convergono le competenze dell’autorità ecclesiastica e di quella civile.

Al momento della sua reintroduzione, l’insegnamento della religione era stato previsto solo per quelle comunità che avevano presentato un programma di insegnamento; in altre parole, le comunità religiose stesse, e non l’autorità civile, furono autrici del programma. Il Ministero della Pubblica Istruzione ebbe invece il compito di organizzare l’insegnamento nelle scuole.[473] Il primo programma scolastico sia per le scuole elementari, sia per le medie fu elaborato dal Gruppo di Lavoro per la Scuola Elementare e dal Gruppo di Lavoro per le Scuole Medie della Commissione per il Piano e il Programma Catechistico del Consiglio Catechetico della Conferenza Episcopale Jugoslava e, in seguito, approvato per un quinquennio dalla Conferenza Episcopale dei Vescovi Croati, l’11 aprile 1991, nel corso della sessione primaverile della Conferenza Episcopale Jugoslava a Zara.[474] In questa stessa circostanza si dispose che la Commissione continuasse con il lavoro di affinamento dei programmi, che furono poi pubblicati dal Ministero della Pubblica Istruzione in un numero speciale della gazzetta ufficiale.[475]

Nel corso delle trattative con il Governo Croato per la stipulazione dell’Accordo, la Chiesa Cattolica mostrò un particolare interesse per assicurarsi la necessaria indipendenza e la libertà nell’insegnamento della religione. Uno dei punti ritenuti più importanti da parte ecclesiastica fu la rivendicazione della libertà nel determinare i contenuti, i programmi, i libri di testo e l’altro materiale didattico relativo all’insegnamento della religione, pur rimanendo sempre aperta ai suggerimenti delle autorità statali. La prima proposta fu che i programmi e i libri di testo fossero inviati al Ministero della Pubblica Istruzione solo per conoscenza in vista della loro immediata introduzione nelle scuole. La parte statale tuttavia non si mostrò soddisfatta da una tale proposta e alla fine si arrivò al testo dell’articolo 6, che determina con precisione le rispettive competenze in merito:[476]

 

“Articolo 6

 

1. I programmi e i contenuti dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, come anche i libri di testo e il materiale didattico, vengono redatti dalla Conferenza Episcopale Croata che li presenta ai competenti organi della Repubblica di Croazia per la loro integrazione nei programmi scolastici.

 

2. La Repubblica di Croazia assume le spese di redazione e di stampa dei libri di testo dell'insegnamento della religione e ne organizza la procedura editoriale, secondo le norme in uso per gli altri libri di testo scolastici.”[477]

 

All’articolo 6 si collega anche la disposizione dell’articolo 3 § 4, il quale stabilisce che i programmi e le modalità di svolgimento dell’insegnamento della religione cattolica sono oggetto di particolari intese tra il Governo della Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata.[478] Di fatto, negli articoli 3 e 4 dell’Intesa fu stabilito:

 

“Articolo 3

 

3. La Conferenza Episcopale Croata elabora i piani e i programmi dell’insegnamento della religione cattolica, per le scuole pubbliche elementari e medie, e il programma dell’educazione religiosa per i centri prescolastici pubblici.

 

4. Il Ministro della Pubblica Istruzione e dello Sport, su proposta della Conferenza Episcopale Croata, prescrive i piani e i programmi del curriculum a norma del § 3 del presente articolo.

 

Articolo 4

 

1. I libri di testo dell’insegnamento della religione sono libri di testo scolastici in tutto equiparati a quelli delle materie obbligatorie, salvo che devono avere l’approvazione della Conferenza Episcopale Croata, che deve essere indicata nella sigla editoriale del libro di testo.

 

2. Se per una classe, ovvero per lo stesso livello educativo-formativo, più libri di testo ricevono l’approvazione del Vescovo diocesano e il consenso della Conferenza Episcopale Croata, sulla loro adozione, sentito il parere del genitore o del curatore dell’alunno, decide l’insegnante di religione.”[479]

 

L’articolo 3 dell’Intesa deve essere letto alla luce dell’articolo 6 § 1 dell’Accordo, nel senso che la Conferenza Episcopale Croata è l’unica autorità che può elaborare programmi, libri di testo e l’altro materiale didattico necessario all’insegnamento della religione cattolica. Quanto viene elaborato e approvato dalla Conferenza Episcopale viene presentato al Ministero della Pubblica Istruzione per la sua introduzione nelle scuole pubbliche. Il testo dell’Accordo e dell’Intesa non prevedono la possibilità di interventi da parte dell’autorità civile nel processo di introduzione di tale materiale nelle scuole pubbliche, pur rimanendo il Ministro della Pubblica Istruzione, dal punto di vista strettamente giuridico, l’autorità cui spetta l’integrazione nel piano degli studi. In questo modo la Chiesa ha mantenuto la propria libertà rispetto all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e, da parte sua, l’autorità civile non ha perso il controllo su di una parte delle attività scolastiche.[480]

 La stessa divisione di competenza si nota anche nell’articolo 7 dell’Accordo:

 

“Articolo 7

 

1. Le autorità competenti nel campo ecclesiastico e statale vigilano, secondo le proprie competenze, affinché l'insegnamento della religione e la formazione religiosa nei centri prescolastici e scolastici sia impartito, nei loro contenuti e criteri didattico - metodologici, in conformità con le disposizioni delle rispettive legislazioni.

 

2. Per quanto riguarda i contenuti dell'insegnamento e della formazione religiosa, gli insegnanti di religiose si atterranno alle norme e alle direttive ecclesiastiche; per il resto si conformeranno alla legislazione della Repubblica di Croazia e rispetteranno le norme disciplinari dei rispettivi centri di educazione.”[481]

 

Questa disposizione prevede la vigilanza delle autorità statali sullo svolgimento dell’insegnamento della religione cattolica, per garantirne la medesima qualità rispetto alle altre materie obbligatorie e affinché sia in accordo con tutte le leggi statali. Lo Stato, in tal modo, si rende parte attiva affinché gli insegnanti di religione abbiano la competenza necessaria, prescritta per il posto che occupano, che insegnino adottando un appropriato metodo di insegnamento e che rispettino le norme dell’istituzione per cui lavorano. L’autorità civile, in altri termini, assicura tutte le condizioni esterne necessarie per un normale svolgimento dell’insegnamento della religione.[482]

D’altra parte anche l’autorità ecclesiastica si prende cura del livello dell’insegnamento della religione e delle qualità morali e religiose degli insegnanti ad esso deputati, e, perciò, l’insegnamento della religione rimane costantemente un campo di stretta collaborazione tra Stato e Chiesa.[483]

I programmi dell’insegnamento della religione, pubblicati in seguito all’Accordo, seguono la procedura concordata, sebbene vi sia una variazione nella terminologia giuridica usata in questa procedura, perché il primo cambiamento del Programma fu fatto prima della stipulazione dell’Intesa, la quale precisa la terminologia.

Il Plan i program katoličkog vjerskog odgoja i obrazovanja u osnovnoj školi (Piano e Programma dell’educazione e dell’istruzione cattolica nella scuola elementare) fu il primo ad essere cambiato. L’esperienza acquisita dopo la reintroduzione dell’insegnamento della religione richiedeva un nuovo programma più adatto ai bisogni scolastici. Il Plan i program katoličkog vjeronauka u osnovnoj školi (Piano e programma dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare) ha ricevuto l’approvazione della Conferenza Episcopale Croata nella sessione plenaria a Dubrovnik, il 14 ottobre 1997, e, in seguito, la ratifica del Ministero della Pubblica Istruzione, il 29 giugno 1998.[484] Dal momento che, come già è stato accennato, questo cambiamento fu fatto prima della stipulazione dell’Intesa, il termine usato al momento dell’introduzione del Programma nelle scuole pubbliche da parte del Ministero della Pubblica Istruzione fu verifica.

La Chiesa Cattolica in Croazia, avendo un’alta stima dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, ha continuamente cercato di migliorarne il programma, sia nella sua relazione ai programmi delle altre materie obbligatorie, sia in rapporto alla catechesi parrocchiale.[485] La Conferenza Episcopale Croata, pertanto, il 3 aprile del 2003 ha approvato un nuovo Program vjeronauka u osnovnoj školi (Programma di insegnamento della religione nella scuola elementare), che è stato prescritto dal Ministro della Pubblica Istruzione il 18 settembre del medesimo anno. La terminologia giuridica, usata durante il procedimento di introduzione di tale programma nel piano degli studi, segue precisamente la terminologia concordata nell’Intesa, come dimostra il proemio del decreto ministeriale.[486]

Dal momento che l’intero sistema della pubblica istruzione in Croazia sta attraversando un periodo di grandi riforme, conosciuto come il Hrvatski nacionalni obrazovni standard (Standard dell’istruzione nazionale croata), avente la finalità di migliorare l’istruzione pubblica e di facilitare il processo di studio per gli studenti, in modo che le materie insegnate risultino meglio correlate tra di esse, il Programma dell’insegnamento è destinato a essere cambiato ancora una volta.[487] Il Programma in vigore già contiene i principi della riforma di altre materie scolastiche, e perciò, i cambiamenti nel Programma di insegnamento della religione non saranno tanti.[488]

Il primo programma dell’insegnamento della religione nelle scuole medie, basato sul programma austriaco per le scuole medie professionali, fu approvato nel 1991 contestualmente a quello per le scuole elementari.[489] Tale programma è stato in seguito cambiato una sola volta. La Conferenza Episcopale Croata l’ha approvato ad experimentum il 5 aprile 2000 e il Ministero l’ha prescritto il 25 luglio del medesimo anno. Esso, in seguito, è stato confermato il 17 ottobre 2001 nella sessione plenaria della Conferenza Episcopale di Croazia, tenutasi in Požega, ed è stato prescritto dal Ministero il 19 giugno 2002.[490] Il nuovo programma è uguale per tutte le scuole medie nei primi due anni. Per le scuole medie che durano tre anni, cioè le scuole professionali, il programma del terzo anno è costituito dalla sintesi di quello previsto per il terzo ed il quarto anno degli istituti a durata quadriennale.[491] Si tratta di una manchevolezza di cui la competente autorità ecclesiastica è consapevole. Per il futuro si dovrà quindi elaborare una pianificazione della materia che tenga conto sia della maggior brevità del corso di studio, sia dello sbocco professionale cui tali scuole sono orientate. [492]

A differenza delle scuole elementari, dove non esiste una materia alternativa all’insegnamento della religione, nelle scuole medie, a partire dall’anno scolastico 1995/1996, è stata introdotta l’etica. Gli studenti di dette scuole devono, perciò, scegliere fra l’insegnamento della religione o l’etica. Gli autori del programma dell’insegnamento dell’etica, purtroppo, hanno costruito il programma in opposizione all’insegnamento della religione e, in modo più o meno nascosto, ha un orientamento ateistico.[493]

L’articolo 6 dell’Accordo e l’articolo 4 dell’Intesa stabiliscono che i libri di testo per l’insegnamento della religione sono equiparati a quelli delle materie obbligatorie. Tale disposizione è la logica conseguenza della uguaglianza che gode l’insegnamento della religione rispetto alle altre materie scolastiche. All’autorità statale spetta, anche in questo caso, un compito operativo, vale a dire organizzare la stampa dei testi, seguendo lo stesso procedimento previsto dalla legge per i libri di testo delle altre materie.[494] Dal momento che la Zakon o udžbenicima za osnovnu i srednju školu (Legge sui libri di testo per la scuola elementare e media) comprende, oltre ai libri di testo, il rimanente materiale didattico, anche quest’ultimo, sebbene non sia espressamente menzionato negli articoli dell’Accordo e dell’Intesa, è soggetto alla medesima procedura prevista per i libri di testo.[495]

Quando venne reintrodotto l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, non esistevano libri di testo adeguati, che seguissero il programma, ma si usavano i vecchi libri di testo, in uso per la catechesi parrocchiale sotto il regime comunista.[496] Essi, pur avendo un grande valore dottrinale, non erano del tutto adeguati all’insegnamento della religione.[497] La Commissione per la Pubblicazione della Letteratura e del Materiale Ausiliare Teologico-catechistico dell’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata ha preparato, tra grandi difficoltà a causa della mancanza di personale, i libri di testo per le classi della scuola elementare.[498] Per le scuole medie, invece, esistono i libri di testo solo per le prime due classi. Tutti i libri citati sono stati pubblicati secondo le norme stabilite nell’Accordo e nell’Intesa, e nella sigla editoriale recano l’approvazione della Conferenza Episcopale Croata, secondo il disposto del canone 827 del Codice del 1983.

L’Intesa, nell’articolo 4 § 2, prevede la possibilità che esistano più libri di testo per una stessa classe. Nel caso in cui due o più libri avessero l’approvazione del Vescovo diocesano e il consenso della Conferenza Episcopale Croata, l’insegnante di religione è libero di sceglierne uno, ma, attualmente, non una tale eventualità si è ancora verificata.

Si deve da ultimo sottolineare che l’attuale sistema di insegnamento della religione in Croazia, sia nel campo della stesura dei programmi, sia per l’approvazione di essi e dei libri di testo, rispetta la libertas Ecclesiae e la competenza esclusiva, che compete alla Chiesa per quanto riguarda l’insegnamento della religione.[499]

 

 

3.3. La posizione giuridica dell’insegnante di religione

 

La posizione giuridica degli insegnanti di religione è determinata da due ordinamenti legislativi: quello canonico, confermato con l’Accordo e l’Intesa, e quello civile, uguale per tutti gli insegnanti nelle scuole.

 

3.3.1. Le qualifiche dell’insegnante di religione

 

I requisiti necessari per poter svolgere il compito di insegnante di religione sono stabiliti nell’articolo 3, §§ 1-3 dell’Accordo e nell’articolo 6, §§ 1-3,5 dell’Intesa:

 

“Articolo 3

 

1. L'insegnamento della religione sarà impartito da insegnanti qualificati, ritenuti idonei dall'autorità ecclesiastica, in possesso dei requisiti contemplati dalla legislazione della Repubblica di Croazia, attenendosi a tutti i diritti e doveri derivanti.

 

2. Gli insegnanti di religione devono avere il mandato canonico (missio canonica) rilasciato dal Vescovo diocesano. La revoca di tale mandato comporta la perdita immediata del diritto dell'insegnamento della religione cattolica.

 

3. Gli insegnamenti di religione sono inseriti a tutti gli effetti nel corpo docente delle scuole elementari, medie e superiori, come pure nel corpo docente dei rispettivi centri scolastici.”[500]

 

Articolo 6

 

1.    Possono svolgere l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche elementari e medie:

-        i teologi laureati, ovvero gli insegnanti di religione con equivalente competenza professionale teologica alta (VII/1)[501]

-        i catechisti laureati, ovvero gli insegnanti di religione con equivalente competenza professionale in pedagogia religiosa e catechistica superiore (VII/1)

 

2.    Possono svolgere l’insegnamento della religione cattolica, in tutte le classi della scuola pubblica elementare, anche gli insegnanti di religione ai quali si riconosce con il diploma la competenza professionale in pedagogia religiosa e catechistica superiore, ovvero gli insegnanti di religione con equivalente competenza professionale superiore (VI), a condizione che abbiano finito la loro formazione teologico-catechetica, prima della fine del 1998.

 

3.    Possono svolgere l’insegnamento della religione nelle classi inferiori anche i catechisti ovvero gli insegnanti di religione, i quali hanno conseguito il diploma o un documento equivalente di competenza professionale media (IV) in pedagogia religiosa e catechistica, a condizione che abbiano finito la loro formazione teologico-catechetica, prima dell’introduzione dell’insegnamento della religione nel sistema scolastico croato (anno accademico 1991/1992).

 

5. Eccezionalmente, quando non si può assicurare una persona adatta ai sensi dei paragrafi 1, 2, 3, ovvero 4, del presente articolo per svolgere l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica elementare o media ovvero l’educazione religiosa nei centri prescolastici, tale insegnamento ovvero l’educazione religiosa può essere svolto anche da un’altra persona, alla quale il Vescovo diocesano abbia conferito la necessaria missione canonica (missio canonica).”[502]

 

 Il sistema scolastico croato conosce diversi gradi di docenti nelle scuole pubbliche. Nelle prime quattro classi, possono insegnare coloro che hanno finito la facoltà magistrale, che, in conformità con la riforma di Bologna, durano ora 5 anni e terminano con il conseguimento del titolo di magistero dell’istruzione primaria.[503]

Nelle classi superiori, vale a dire dalla quinta all’ottava, insegnano i docenti delle singole materie. Essi devono aver completata la facoltà nella rispettiva materia, e aver sostenuto gli esami di pedagogia. Essi possono insegnare anche nelle scuole medie.[504] Anche l’Intesa, perciò, prevede diversi gradi per gli insegnanti di religione che operano nelle scuole pubbliche, a seconda dalla classe in quale insegnano.

Le diversità delle competenze professionali tra gli insegnanti di religione non dipende solo dai diversi istituti catechistici o teologici, che oggi curano la loro formazione, ma anche da situazioni pregresse. Durante il regime comunista, infatti, le facoltà teologiche non erano riconosciute e, soprattutto nei primi decenni dopo la guerra, e anche successivamente, c’erano ancora numerose religiose, le quali avevano frequentato diversi corsi di pedagogia religiosa in vista della catechesi parrocchiale. Nel momento della reintroduzione dell’insegnamento della religione esse assunsero il ruolo di insegnanti di religione nelle scuole pubbliche. Anche a tante generazioni di sacerdoti, alla fine dei loro studi teologici, non era riconosciuto nessun grado accademico. A questi si aggiungono diversi studenti, soprattutto laici, che hanno finito i loro studi fuori della Croazia, o in facoltà teologiche prive di corsi di pedagogia.[505]

Per questo motivo, l’Intesa stabilisce che, nelle classi inferiori della scuola elementare possono insegnare religione, persone con competenza professionale media. Attualmente, in Croazia, non esistono istituti cattolici che preparano per una tale qualifica. La norma, pertanto, è limitata a coloro che hanno concluso gli studi di pedagogia religiosa prima dell’anno scolastico 1991/1992, cioè prima della reintroduzione dell’insegnamento della religione nel piano degli studi ordinario.[506] In questo modo diverse persone, religiose per lo più, disponibili a sobbarcarsi il grande sforzo relativo alla reintroduzione dell’insegnamento religioso, possono continuare con il loro lavoro.

La norma stabilita dal § 2 dello stesso articolo si riferisce a quelle persone, che hanno finito i loro studi prima del 1998, ma con competenza professionale superiore.[507]

L’Intesa, nell’articolo 6 § 3, stabilisce che in casi eccezionali l’insegnamento della religione possa essere impartito anche da persone senza la necessaria qualifica professionale. Benché non si precisino quali siano tali occasioni eccezionali, sembrerebbe che si debbano intendere nel senso di una mancanza di insegnanti di religione qualificati. La situazione provvisoria può durare fino al momento della nomina di un candidato munito ai tutti i requisiti necessari, contemplati dalla legge.

Al fine di ordinare una così grande varietà di situazioni, che poteva anche funzionare, ma al di fuori del sistema scolastico, l’Istituto Catechistico della Facoltà di Teologia a Zagabria, riconosceva l’equivalenza degli studi sia a tutti coloro che li avevano finiti precedentemente, ma senza un documento ufficiale, sia a coloro che li avevano terminati fuori della Croazia, previa presentazione della documentazione attestante il conseguimento dei titoli necessari. Il riordino dei diversi gradi è anche richiesto dall’art. 3 § 1 dell’Accordo, dove si richiede che gli insegnanti di religione siano in possesso dei requisiti contemplati dalla legislazione della Repubblica di Croazia. Nel 1999 fu coinvolto in tale processo, soprattutto gli aspetti relativi al processo amministrativo, anche l’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata.[508]

Un ulteriore problema era costituito da coloro che avevano portato a termine i corsi di filosofia o di cultura religiosa presso la Facoltà di filosofia della Società di Gesù a Zagabria. Al loro programma di studio, infatti, mancava il corso di pastorale, di catechetica e di liturgia e, perciò, la loro competenza professionale non era sufficiente per l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Per coloro che si sono venuti a trovare in tale situazione, e che già insegnavano, l’Istituto Catechistico della Facoltà di Teologia a Zagabria ha organizzato un apposito studio per poter integrare il diploma.[509]

Attualmente tali problemi non esistono più. Le facoltà di teologia e l’Istituto Catechistico preparano i futuri teologi e catechisti laureati, il cui titolo è immediatamente riconosciuto dallo Stato, dal momento che le stesse facoltà di teologia funzionano nell’ambito delle università statali, con uno statuto specifico.[510] La loro competenza professionale li abilita all’insegnamento della religione in tutte le classi di ogni ordine e grado.[511]

L’articolo 7 dell’Intesa precisa in quale modo devono essere notificati allo Stato gli Istituti Cattolici che abilitano le persone all’insegnante della religione:

 

“Articolo 7

 

La Conferenza Episcopale Croata consegna al Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport l’elenco degli Istituti Cattolici che abilitano ai citati titoli di competenza professionale educativa e informa di tutti i cambiamenti al riguardo.”[512]

 

Mons. Marin Srakić, già Presidente del Consiglio per la Catechesi della Conferenza Episcopale, ha reso note alle Facoltà di teologia in Croazia quale materie, di natura pastorale e catechistica, debbano essere insegnate, per poter abilitare i futuri insegnanti di religione. Le Facoltà avevano l’obbligo di concordare il programma di studio e di informare dei cambiamenti fatti l’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata.[513] Attualmente in Croazia esistono tre facoltà di teologia che danno questo tipo di formazione. Essi si trovano a Zagabria, a Spalato e a Đakovo. Vi è poi un Istituto Catechistico a Zagabria, facente parte della Facoltà di teologia, l’Istituto Catechistico a Zara e l’Istituto Teologico a Fiume, affiliato alla Facoltà di Zagabria.[514]

L’educazione impartita dagli istituti cattolici abilita i futuri insegnanti di religione al livello professionale e pedagogico richiesto dal can. 804.[515] Tale canone richiede tuttavia che alla competenza professionale acquistata si aggiunga anche la retta fede e la testimonianza di vita da parte del docente.

L’insegnante di religione, per poter ottenere la missio canonica, cioè per adempiere i requisiti richiesti dal can. 804, deve possedere alcune virtù e caratteristiche. Anzitutto, egli deve essere una persona psicologicamente matura e stabile, con una sviluppata dimensione personale, in grado di svolgere il compito che gli viene assegnato.[516]

L’insegnante di religione deve essere una persona di Chiesa, inserita nella comunità ecclesiale, precisamente in una concreta parrocchia, dalla quale proviene e nella quale, grazie anche alla sua formazione in un istituto cattolico, svolge un determinato ruolo. Questa caratteristica è importante, perché egli non è un semplice impiegato statale, ma svolge una missione affidatagli dalla Chiesa, che ha sempre come finalità la testimonianza di Gesù Cristo e della vita della Chiesa.[517] Senza una tale appartenenza, l’insegnante di religione non parteciperebbe completamente alla vita della Chiesa e si cadrebbe nel pericolo di comunicare una fede incompleta agli studenti, dal momento che l’insegnante di religione non può trasmettere agli studenti la sua fede privata, né le sue personali opinioni religiose, ma la fede della Chiesa.[518]

La formazione degli insegnanti di religione include necessariamente la formazione teologico-biblica, non solo per fornire i contenuti per il futuro lavoro, ma anche per aiutarli nel loro personale sviluppo di fede e di spiritualità.[519] Essa include tuttavia anche la formazione pedagogico-culturale e metodologico-didattica. La prima li abilita a saper comunicare con le persone e a condividere le loro esperienze, mentre la seconda li aiuta a conoscere le modalità dell’insegnamento più adatto per un determinato gruppo di studenti.[520]

La caratteristica più importante per tutti gli insegnanti di religione, laici, religiosi e sacerdoti, è comunque la testimonianza di vita. Non essendo solamente insegnanti, ma insegnanti di religione, le persone loro affidate devono poter vedere nella loro vita una chiara testimonianza del Vangelo.[521]

A tutte le caratteristiche e virtù sopra menzionate si aggiunge, infine, anche la capacità di educare e di insegnare. L’insegnamento della religione fa parte dell’educazione integrale dei fanciulli e l’insegnante assume un ruolo centrale in tale processo, senza ovviamente dimenticare che l’insegnamento stesso ha uno specifico contenuto che deve essere trasmesso agli studenti.[522] Tali capacità aiutano l’insegnante di religione a rispettare la libertà degli studenti loro affidati e il ritmo del loro camino di fede. Un’insegnante di religione con “troppo zelo” può di fatto allontanare i fanciulli dalla fede e dalla Chiesa.[523]

Durante lo studio, i futuri insegnanti di religione sono resi abili nel campo delle scienze pedagogiche, ma, sin dall’inizio, essi devono avere ben chiara la motivazione del loro studio, e devono essere consapevoli che l’insegnamento della religione non è una tra le tante professioni, ma anzitutto una specie di opzione fondamentale della loro vita. La motivazione per lo studio della teologia e della catechetica deve perciò essere considerata una delle questioni più importanti, durante il colloquio preliminare, prima dell’iscrizione alla facoltà.[524]

 

3.3.2. La missio canonica e l’assunzione dell’insegnante di religione

 

In conformità al canone 805,[525] l’articolo 3 § 2 dell’Accordo stabilisce la necessità della missio canonica per l’insegnamento della religione nei termini seguenti:

 

“Articolo 3

 

2. Gli insegnanti di religione devono avere il mandato canonico (missio canonica) rilasciato dal Vescovo diocesano. La revoca di tale mandato comporta la perdita immediata del diritto dell'insegnamento della religione cattolica.”[526]

 

L’Intesa chiarifica ulteriormente la questione della missio canonica e della procedura da seguire nell’assunzione di un nuovo insegnante di religione in una determinata scuola:

 

“Articolo 5

 

1. L’insegnamento della religione cattolica ovvero l’educazione religiosa è impartito da persone, alle quali il Vescovo diocesano ha rilasciato il documento del mandato canonico (missio canonica) e le quali sono in possesso dei requisiti necessari, contemplati dalla legislazione vigente della Repubblica di Croazia.

 

2. Nel momento in cui le autorità scolastiche ed ecclesiastiche ne constatano la necessità, il Vescovo diocesano nomina una persona adatta per lo svolgimento dell’insegnamento della religione, ovvero l’educazione religiosa.

 

3. Il documento del mandato canonico (missio canonica) per l’insegnamento della religione cattolica ovvero per l’educazione religiosa è valido fino alla revoca del Vescovo diocesano.

 

4. Il Vescovo diocesano ha il diritto di revocare con suo decreto il mandato canonico (missio canonica) per l’insegnamento della religione cattolica, ovvero dell’educazione religiosa, per difetti a riguardo della retta dottrina e della morale personale.”[527]

 

Sia l’Accordo che l’Intesa fanno menzione della legislazione della Repubblica di Croazia. Mentre le particolarità sono determinate dalle diverse norme e istruzioni del Ministero della Pubblica Istruzione, il quadro generale è delineato nella Zakon o osnovnom školstvu (Legge sulle scuole elementari). I requisiti necessari per ricoprire il ruolo di insegnante sono stabiliti negli articoli 69 e 70:

 

“Articolo 69

 

L’insegnamento nelle scuole elementari è tenuto da insegnanti e collaboratori professionali,[528] i quali, oltre ai requisiti generali:

1. hanno la necessaria competenza professionale e pedagogica, secondo le disposizioni della presente Legge e delle altre norme

2. possono tenere l’insegnamento in lingua croata

3. posseggano i necessari requisiti di salute per lo svolgimento dell’insegnamento

4. hanno superato l’esame professionale.

 

Articolo 70

 

Nella scuola elementare non possono lavorare coloro nei cui confronti sia stata pronunciata una condanna passata in giudicato per un delitto contro la Repubblica di Croazia, o contro la libertà sessuale e la morale sessuale, o contro l’adempimento dei doveri familiari, o di abbandono e maltrattamento di bambino o di minore, o qualche altro crimine come l’abuso fisico di bambino o di minorenne.

Insegnanti e collaboratori professionali hanno il dovere di prendere misure di protezione dei diritti del bambino e di informare la previdenza sociale, ovvero altra istanza competente, su ogni violazione di tali diritti, specialmente sulle forme di violenza fisica o psichica, di abuso sessuale, di abbandono e noncuranza, maltrattamento e abuso di un bambino, ovvero studente.”[529]

 

La Legge stabilisce che l’insegnante nella scuola deve possedere, non soltanto la competenza professionale, ma deve altresì godere di buona salute, conoscere la lingua croata e aver superato l’esame professionale. L’aspirante, naturalmente, non può essere una persona che è stata condannata per crimini contro il benessere dei bambini e la famiglia.

Constatata la necessità di assumere un nuovo insegnante di religione da parte dell’autorità scolastica ed ecclesiastica, si procede alla sua nomina. Il Vescovo diocesano sceglie la persona adatta attraverso l’Ufficio Catechistico Diocesano o, meglio, attraverso la Commissione per la Nomina degli Insegnanti di Religione dell’Ufficio Catechistico Diocesano, la quale fa un’indagine sull’idoneità del candidato.[530]

L’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata ha proposto alcuni punti dei quali tener conto durante il procedimento di nomina dell’insegnante di religione. Essi sono stati concordati con i direttori dei diversi uffici diocesani e, perciò, si è voluta creare una certa uniformità in ordine allo stesso procedimento. La finalità di tale proposta tende a evitare l’assunzione di candidati che non sono in possesso di tutti i requisiti richiesti o che sono stati respinti in qualche altra diocesi.

Sono stati previsti tre ambiti di indagine. Il primo riguarda la competenza professionale. Il candidato deve presentare tutta la documentazione necessaria dalla quale si può ricavare la sua competenza e dove ha completato gli studi. In casi eccezionali il posto di insegnante può essere dato anche a un laureando, ovvero a una persona che ha seguito tutti i corsi necessari di teologia o di catechesi, ma non si è ancora laureato. I futuri insegnanti di religione, in base al relativo programma di studi, in vista dell’assunzione devono superare anche delle prove di metodologia catechistica; in caso contrario, una volta assunti, dovranno sostenerle sotto la guida del consigliere diocesano. La Commissione svolge anche una verifica sull’educazione permanente dell’insegnante di religione, vale a dire a quali convegni professionali ha partecipato il candidato e di quale letteratura teologico-catechistica egli si serva. Qualora il candidato abbia già lavorato in una scuola e, perciò, abbia già acquisito una certa esperienza, deve presentare anche il materiale utilizzato per preparare le lezioni. Da parte sua l’Ufficio chiederà un parere al direttore della scuola sul comportamento del candidato.[531]

Il profilo spirituale è oggetto del secondo ambito di indagine, che intende verificare se il candidato appartenga a qualche movimento cattolico o a una comunità di preghiera, la letteratura spirituale di cui fa uso, nonché la sua testimonianza di vita.[532]

Il terzo gruppo ambito di indagine riguarda la partecipazione alla vita della parrocchia da parte dell’insegnante di religione. Per questo aspetto riveste un ruolo di grande importanza il parere del rispettivo parroco. Tale giudizio deve contenere le informazioni sul tempo di conoscenza del candidato, se lo si ritiene adatto per il posto di insegnante di religione, da quale motivazione sia mosso, se abbia le capacità necessarie per insegnare la religione cattolica, e di quali virtù umane e cristiane sia in possesso. Il parroco, inoltre, deve dare relazione della regolare partecipazione del candidato alla celebrazione eucaristica domenicale e sulla sua partecipazione alla vita della parrocchia. Il parere deve contenere anche le informazioni su come il candidato vive la fede e accolga l’insegnamento del Magistero e se la sua spiritualità è conforme a quella cattolica.[533] La raccomandazione del parroco del candidato è uno strumento utile per la Commissione, perché si presume che egli, meglio di tutti, ne conosca il comportamento, l’attività e la spiritualità. Di notevole importanza è la partecipazione attiva del candidato alla vita della parrocchia, gli impegni concreti che svolge in essa, la relazione con gli altri operatori nella pastorale parrocchiale, oltre al parroco e al vicario parrocchiale, con i religiosi e con gli altri laici.[534]

Alla fine dell’indagine circa l’idoneità del candidato, la Commissione redige una raccomandazione al Vescovo diocesano, firmata da tutti e tre i membri che la compongono e dal direttore dell’Ufficio Catechistico.[535]

Il rilascio della missio canonica, tuttavia, è di esclusiva competenza del Vescovo diocesano, come stabiliscono i citati numeri dell’Accordo e dell’Intesa. Il canone 805, di per sé, stabilisce che il rilascio della missio canonica sia di competenza dell’Ordinario del luogo, prevedendo così anche la possibilità di affidarla a un vicario responsabile per l’educazione cattolica. L’Accordo e l’Intesa, tuttavia, prevedono in maniera esplicita che l’insegnante di religione riceva la missio canonica dal Vescovo diocesano, restringendo quindi la più ampia indicazione contenuta nel menzionato canone. Alla medesima autorità spetta anche il grave obbligo di revocare il mandato, nei casi in cui lo ritenga necessario, ovvero quando l’insegnante di religione sia di danno alla fede cattolica, il suo comportamento personale non sia esemplare o quando mostri di non possedere le necessarie abilità pedagogiche.[536] Sia l’insegnante di religione, al quale sia stato revocato il mandato canonico, sia lo Stato sono obbligati a rispettare tale decisione presa da parte dell’autorità ecclesiastica.

La missio canonica può essere rilasciata per un tempo determinato o indeterminato, cosa che deve risultare chiaramente dallo stesso testo del mandato canonico. Per favorire una stabile permanenza dell’insegnante di religione in una scuola, come pure per dare all’interessato una certa sicurezza, il Vescovo diocesano dovrebbe, però, rilasciare il mandato per un tempo indeterminato ogni qualvolta ciò sia possibile.[537] La missio canonica a tempo determinato, di solito, si dà agli insegnanti di religione non ancora lauerati, oppure a coloro che non hanno ancora superato l’esame professionale statale.[538]

Il mandato canonico è un decreto singolare e, pertanto, deve seguire tutte le regole stabilite dalla legge canonica per tale tipo di atti amministrativi.[539]

Il Ministero per la Pubblica Istruzione, il 15 giugno 2000, ha emanato la notifica Radno-pravni status vjeroučitelja katoličkog vjeronauka u osnovnim i srednjim školama (Status lavorativo-giuridico dell’insegnante di religione cattolica nelle scuole elementari e medie),[540] nella quale si stabilisce la procedura giuridica da seguire da parte dell’autorità scolastica per l’assunzione dell’insegnante di religione.

Una volta constatata la necessità di assumere un nuovo insegnante di religione, la scuola deve ricevere il consenso del Ministero della Pubblica Istruzione per l’attivazione di un nuovo posto di lavoro. Nel caso in cui, invece, si tratti di ampliare il monte ore di un insegnante già assunto, la scuola deve ricevere la conferma dalla Direzione delle Finanze del Ministero della Pubblica Istruzione.[541]

Assicurate le risorse finanziarie, la scuola chiede la nomina di un insegnante di religione all’Ufficio Catechistico Diocesano. La decisione del Vescovo interessato viene resa nota in forma scritta e contiene tutta la documentazione necessaria, dalla quale si può ricavare che il candidato risponde a tutti i requisiti contemplati dalla legislazione della Repubblica di Croazia e che è in possesso del mandato canonico. La medesima procedura deve essere adottata anche per le supplenze dell’insegnante di religione.[542]

Il direttore della scuola esamina la documentazione e, se il candidato adempie i requisiti necessari, gli offre il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Nei casi contemplati nell’articolo 6 § 5 dell’Intesa, invece, quando la persona designata per il posto non ha la competenza professionale necessaria, come anche nei casi in cui al candidato sia stata concessa la missio canonica a tempo determinato, anche il contratto di lavoro sarà a tempo determinato. La menzionata notifica ha regolato anche la posizione degli insegnanti di religione assunti prima della firma dell’Intesa. Le autorità scolastiche dovevano firmare un contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutti quegli insegnanti di religione presenti già da tempo nelle scuole e che erano in possesso dei requisiti necessari, ma ai quali, per qualsiasi ragione, non era stato offerto un contratto di lavoro a tempo indeterminato.[543]

La notifica del Ministero ha sottolineato in modo particolare il diritto del Vescovo diocesano di revocare il mandato canonico per le ragioni di fede o di morale.[544] Anche in tali casi però il licenziamento spetta all’autorità scolastica. Nei casi di insufficienti capacità pedagogiche o di problemi di altra natura, il licenziamento rimane di competenza della scuola, ma è comunque concordato con l’autorità ecclesiastica.[545] In tali casi, tuttavia, il licenziamento non comporta automaticamente la revoca del mandato canonico. Se all’insegnante di religione in possesso di una missio canonica a tempo indeterminato, è affidato un altro posto dall’Ufficio Catechistico Diocesano, il Vescovo diocesano non deve rilasciare un altro mandato.

L’Intesa stabilisce un’ulteriore peculiarità a riguardo dei parroci:

 

“Articolo 12

 

I parroci, per natura del loro ufficio, hanno il diritto di tenere l’insegnamento della religione cattolica nella scuola anche se con poche ore.”[546]

 

L’Intesa favorisce la presenza dei parroci nelle scuole, consapevole che questo sia il miglior modo di attuare una vera ed efficace collaborazione fra la scuola e la parrocchia. Il parroco, tuttavia, per ragione del suo ufficio, non si può dedicare facilmente all’insegnamento ad orario pieno. L’Intesa, pertanto, prevede la possibilità di una sua assunzione anche per poche ore soltanto.

 

3.3.3. L’esame professionale di Stato

 

L’obbligo dell’esame professionale di Stato, in conformità con l’articolo 69 della Zakon o osnovnom školstvu (Legge sulle scuole elementari), è previsto dal Pravilnik o polaganju stručnog ispita učitelja i stručnih suradnika u osnovnom školstvu i nastavnika u srednjem školstvu (Regolamento sull’esame professionale degli insegnanti e collaboratori professionali nelle scuole elementari e degli insegnanti nelle scuole medie), emanato dal ministero della Pubblica Istruzione il 28 aprile 2003.[547]

Esso è stato recepito anche nell’articolo 9 dell’Intesa:

 “Articolo 9

Per il sostenimento dell’esame professionale e per la promozione al grado di mentore e di consigliere valgono, in linea di principio, condizioni e procedimenti analoghi a quelli prescritti dai regolamenti del Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport. Le specificità di dette condizioni e procedimenti si determineranno con speciali regolamenti approvati dal Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport e dalla Conferenza Episcopale Croata.”[548]

 

Da tale obbligo sono esclusi gli insegnanti di religione cattolica che hanno acquisito la necessaria competenza professionale e che sono stati assunti prima dell’entrata in vigore del Pravilnik o izmjenama i dopunama Pravilnika o polaganju stručnog ispita učitelja i stručnih suradnika u osnovnom i srednjem školstvu (Regolamento circa i cambiamenti e le aggiunte del Regolamento sull’esame professionale degli insegnanti e collaboratori professionali nelle scuole elementari e medie), ovvero prima del 7 gennaio 2000.[549] Sono, invece, esentati gli insegnanti delle altre religioni assunti prima dell’entrata in vigore del corrente Regolamento.[550] In altre parole, al momento della reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole, le autorità ecclesiastiche e civili dovettero affrontare numerose sfide e stabilire un preciso quadro giuridico di riferimento. L’esame professionale rientrò in uno degli ultimi provvedimenti assunti, ponendo in certo senso fine a tale periodo iniziale. Per questo motivo l’esenzione del Regolamento, prevista per gli insegnanti di religione assunti prima di tale data, appariva logica e necessaria: diversamente, tutti gli insegnanti di religione cattolica in Croazia, compresi quelli che vantavano un’esperienza lavorativa nella scuola quasi decennale, avrebbero dovuto sostenere l’esame di abilitazione. L’introduzione dell’obbligo di tale esame, però, costituiva un passo in avanti verso la parificazione degli insegnanti di religione rispetto agli altri docenti.[551]

Si prenderanno, ora, in esame i punti nodali della procedura dell’esame di abilitazione la cui responsabilità è demandata al Ministero della Pubblica Istruzione – Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione,[552] cui spetta stabilire il programma-quadro del tirocinio che comprende: la Costituzione della Repubblica di Croazia, la legislazione scolastica croata, trattati internazionali che riguardano la pubblica istruzione, i diritti-doveri degli insegnanti, la metodologia e la pedagogia, l’amministrazione scolastica, la comunicazione con gli studenti e genitori, etc. Il contenuto speciale per l’insegnamento della religione è stabilito dal Ministero sulla base della proposta della comunità religiosa interessata.[553] Per gli insegnanti di religione cattolica esso è stato elaborato dall’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata.[554]

La finalità dell’esame è di abilitare gli insegnanti e gli altri collaboratori professionali per un efficace, competente e autonomo svolgimento dell’insegnamento.[555]

Il Regolamento stabilisce che il tirocinio abbia inizio lo stesso giorno dell’assunzione dell’insegnante che non ha ancora sostenuto l’esame professionale al quale si dà il nome di principiante. In questo caso spetta alla scuola che assume l’obbligo di elaborare il programma operativo del tirocinio entro 15 giorni, di informarne il Ministero nel termine di 30 giorni e di nominare una Commissione per il Tirocinio del Principiante, composta dal direttore della scuola in qualità di Presidente, da un mentore del principiante che insegni la medesima materia e da un collaboratore professionale, ovvero pedagogo, psicologo, etc. Nel caso in cui il principiante cambi scuola nel corso del tirocinio, la scuola ex qua invia tutta la documentazione al nuovo istituto.[556]

Il principiante ha l’obbligo di essere presente a 30 lezioni del mentore il quale, da parte sua, deve essere presente a 10 lezioni del principiante. L’intera Commissione, invece, è obbligata ad essere presente per due volte a due lezioni tenute dal tirocinante. Il direttore e il collaboratore professionale devono inoltre aiutare il principiante, a seconda della rispettiva competenza, con 5 lezioni, illustrando i procedimenti da seguire nell’amministrazione scolastica, la legislazione croata, alcune questioni pedagogiche e metodologiche, etc.[557]

Il ruolo del mentore, durante il tirocinio del principiante, è di grande importanza. Egli, di fatto, lo introduce nel lavoro concreto della scuola, dalla pianificazione di una lezione e dalla valutazione della conoscenza della materia, all’amministrazione scolastica e alle attività scolastiche non curriculari.[558]

Al termine del tirocinio, la scuola presenta la domanda d’esame al Ministero della Pubblica Istruzione, corredata della documentazione necessaria: una fotocopia della laurea, il rapporto della Commissione sui risultati del tirocinio e l’attestazione del compimento del relativo programma. La Commissione d’esame è composta da cinque membri: un alto consigliere o un consigliere del Ministero, il direttore della scuola nella quale si sostiene l’esame, un professore della lingua croata, un esaminatore per la metodologia e un insegnante della medesima materia. Nel caso dell’insegnamento della religione, questi ultimi due componenti della Commissione sono nominati dal Ministro in base alla proposta della comunità religiosa interessata, salvo restando gli altri membri indicati dall’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione.[559]

L’esame consta di quattro parti: una prova scritta in forma di saggio, la preparazione di una lezione in forma scritta, lo svolgimento di una lezione e un esame orale. Non esistono voti specifici per l’esame, ma esso può essere solamente “superato” o “non superato”. Nel caso di fallimento in una delle tre prime prove, il principiante non può sostenere l’orale e deve rifare tutto l’esame. Se invece le prime tre prove sono valutate in maniera positiva, ma il candidato fallisce la parte orale, egli dovrà sostenere nuovamente soltanto quest’ultima. Alla fine, il candidato che ha superato l’esame riceve un certificato.[560]

 

3.3.4. Diritti-doveri dell’insegnante di religione

 

L’articolo 3 § 3 dell’Accordo determina:

 

“Gli insegnamenti di religione sono inseriti a tutti gli effetti nel corpo docente delle scuole elementari, medie e superiori, come pure nel corpo docente dei rispettivi centri scolastici.”[561]

 

L’insegnante di religione è uguale agli altri docenti e ha gli stessi diritti e doveri. La disposizione del citato paragrafo è la logica conseguenza dell’uguaglianza che gode l’insegnamento della religione nei confronti delle altre materie.[562] Si prenderanno in considerazione qui di seguito le conseguenze giuridiche più importanti di tale norma, definite, soprattutto, dal Pravilnik o obvezama učitelja i stručnih suradnika u osnovnoj školi (Regolamento sugli obblighi degli insegnanti e dei collaboratori professionali nelle scuole elementari) del 17 maggio 1999.[563]

I compiti che spettano agli insegnanti nelle scuole si dividono in tre gruppi: l’insegnamento e le altre forme dirette di lavoro educativo-formativo, il coordinamento di classe e gli altri compiti che sorgono dalla natura e dalla quantità del lavoro educativo-formativo.[564]

Secondo il Regolamento, il lavoro diretto con gli studenti comprende le lezioni relative alle materie obbligatorie e facoltative, le lezioni complementari, un’ora tenuta dal coordinatore di classe, l’assistenza agli studenti, che restano a scuola dopo le lezioni, e la guida delle associazioni degli alunni, dedite a svariate attività. I compiti collegati all’ufficio del coordinatore di classe sono: la programmazione del lavoro della classe, la guida degli studenti e la cura del loro benessere sociale e sanitario, la cooperazione con i genitori, la guida del consiglio di classe, l’amministrazione della classe, l’organizzazione delle gite di classe e altri lavori connessi con la classe stessa. I compiti inerenti al lavoro educativo-formativo comprendono invece la programmazione giornaliera, settimanale e annuale dell’insegnamento e la sua preparazione, i lavori connessi con l’inizio e la fine dell’anno scolastico, la formazione permanente, l’assistenza agli esami di riparazione, differenziali e finali, la cura del materiale didattico, il servizio di turno durante la giornata scolastica e la cooperazione con i genitori.[565]

Gli insegnanti possono essere chiamati anche a svolgere compiti speciali, come ad esempio l’elaborazione dell’orario, la guida del turno, la rappresentanza sindacale o per la sicurezza sul lavoro. Tali mansioni sono considerate come un lavoro che entra nel normale svolgimento dell’attività didattica e possono occupare dalle 4 fino alle 20 ore, in ragione della grandezza della scuola e dalla sua composizione. Una precisa valutazione di ogni compito per le singole scuole è approvata dal Ministero della Pubblica Istruzione. L’insegnante incaricato dell’elaborazione dell’orario si dedica anche alla designazione delle aule, nelle quali si svolge l’insegnamento di una determinata materia e alla compilazione dei servizi di turno. La guida del turno deve organizzare e seguire il turno, designando le supplenze in caso di necessità.[566]

L’orario settimanale normale per l’insegnante di religione è di 22 lezioni ed è uguale a quello degli altri docenti delle materie obbligatorie, eccezion fatta per quelli di lingua croata, di matematica e di lingua straniera. Eccezionalmente, gli insegnanti che hanno 18 o 20 ore settimanali possono essere considerati assunti con un orario pieno ma, in questo caso, le ore mancanti devono essere recuperate con altri compiti, tra i quali alcuni di quelli sopra elencati, o con altre attività, come per esempio, lo svolgimento dei programmi speciali di educazione musicale, la direzione di un coro, l’insegnamento facoltativo di alcune materie, la cura della decorazione estetica della scuola, etc. Nel caso di scuole che si trovano sulle isole, o in qualche altro posto difficilmente accessibile, l’orario può essere ulteriormente ridotto dal Ministero per la Pubblica Istruzione. [567]

Tutte le disposizioni sopra elencate che valgono per gli insegnanti della scuola elementare, sono valide anche per gli insegnanti di religione e, di conseguenza, si può ben dire che la loro posizione giuridica è precisamente e chiaramente delineata, sia per quanto riguarda la loro assunzione sia per ciò che concerne i loro diritti e obblighi. Anche il modo di pensare degli altri docenti, che in un primo tempo consideravano gli insegnanti di religione piuttosto come personale aggiunto e non loro pari – un pregiudizio peraltro presente fino a qualche anno fa –, può dirsi oramai superato.[568] Oggi, gli insegnanti di religione possono anche essere coordinatori di classe e partecipano a pieno diritto ai vari aspetti della vita della scuola; raramente, tuttavia, si può trovare un direttore della scuola che in precedenza sia stato insegnante di religione.

Dal momento che gli insegnanti di religione godono di tutti i diritti e sono tenuti ai medesimi doveri degli altri docenti delle scuole pubbliche, si è posto il problema della loro affiliazione ai sindacati scolastici. Questo aspetto è assai complesso e in esso si devono distinguere diversi livelli. Il primo problema è connesso con la natura dei sindacati. La dottrina sociale della Chiesa non è contraria alle associazioni dei lavoratori, le cui finalità includono il miglioramento delle condizioni di lavoro e la protezione dei loro diritti. Per tale motivo, collegare il sindacato unicamente all’esercizio del diritto di sciopero sarebbe un errore. Tra i compiti principali dei sindacati degli insegnanti vi è anche quello di influire sui programmi dell’insegnamento, sulla qualità della scuola, oltre che sulle condizioni di lavoro, etc. L’affiliazione degli insegnanti di religione laici nella vita sindacale può essere considerata come adempimento della loro vocazione specifica, volta ad ordinare le cose temporali secondo il Regno di Dio, e il loro contributo alla cristianizzazione di tale elemento della società. [569] L’insegnante di religione, tuttavia, dovrà ben conoscere la natura dei diversi sindacati che operano nelle scuole e valutarne l’indirizzo generale, la natura e le finalità. Se esse sono contrarie all’insegnamento sociale della Chiesa è ovvio che l’insegnante di religione non può farne parte. In caso di sciopero, analogamente, l’insegnante di religione deve rimanere libero e valutare quali sono le ragioni che lo giustificano, se cioè esse siano conformi all’insegnamento sociale della Chiesa, oppure se l’agitazione sia connessa con qualche finalità politica non in continuità con le ragioni d’essere del sindacato stesso. In tali casi l’insegnante è tenuto a seguire la propria coscienza e ad astenersi dallo sciopero.[570] La loro responsabilità di valutare le singole azioni di lotta decise dal sindacato è tanto più grande, perchè in Croazia non esistono sindacati cattolici.

 Il problema del rapporto insegnanti di religione e sindacati si complica ulteriormente, quando si prendono in considerazione gli insegnanti di religione sacerdoti, religiosi, e religiose. Essi sono uguali agli altri insegnanti della scuola e, dal punto di vista della legislazione civile, non esiste nessun impedimento alla loro affiliazione ai sindacati. Sembra che neanche il can. 287 § 2 proibisca ai chierici una semplice affiliazione ai sindacati, ma certamente proibisce la partecipazione alla loro direzione.[571] L’opinione dei catechisti, degli esperti in diritto canonico e della gerarchia in Croazia oggi non è univoca, quando si tratta di questo problema e, mentre alcuni vorrebbero l’affiliazione dei sacerdoti ai sindacati, altri sono totalmente contrari a tale idea.[572]

A nostro parere, l’affiliazione di sacerdoti, religiosi e religiose ai sindacati rimane una cosa inopportuna: da una parte la loro presenza potrebbe essere vista come un’ulteriore violazione della laicità della società e, dall’altra, l’esiguità del loro numero ne farebbe una minoranza incapace di influire sulle decisioni dei sindacati stessi.

 

3.3.5. La formazione permanente degli insegnanti

 

L’obbligo della formazione permanente degli insegnanti proviene dalla stessa natura del lavoro che svolgono. Dal punto di vista giuridico questo dovere è definito dall’art. 3 § 3 del già citato Regolamento sugli obblighi degli insegnanti, che enumera anche altri compiti che derivano dalla natura e dalla quantità del lavoro educativo-formativo.[573] Nel caso degli insegnanti di religione esso è stato definito anche dall’art. 8 dell’Intesa:

 

“Articolo 8

 

La Conferenza Episcopale Croata in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport prenderanno cura della formazione professionale permanente.”[574]

 

 La formazione professionale permanente, assicurata agli insegnanti di religione, è organizzata in tre livelli distinti: scuole catechistiche, convegni diocesani e Consigli Professionali.

Al primo posto si trovano le scuole catechistiche organizzate a livello nazionale. Dal momento che l’insegnamento della religione, pur mantenendo alcune peculiarità, gode di un’uguale posizione rispetto alle altre materie scolastiche, anch’esso è organizzato e guidato dall’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione, cui spetta organizzare anche la formazione permanente per gli altri insegnanti, e dall’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata e sono pubblicate nel Catalogo dei Convegni Professionali dello stesso Istituto.[575] Tale modalità per l’organizzazione dei convegni è in conformità con il citato art. 8 dell’Intesa, il quale garantisce alla Chiesa la vigilanza sulla formazione permanente degli insegnanti di religione.

L’Ufficio Catechistico Nazionale, dopo la firma dell’Accordo e dell’Intesa, dovette riorganizzare i convegni degli insegnanti di religione, denominati Scuole Catechistiche, che già si tenevano in passato. La prima finalità di tale riorganizzazione fu la “specializzazione” delle Scuole, ovvero l’istituzione di scuole per coloro che insegnavano in scuole dello stesso livello (elementari, medie, centri prescolastici, bambini diversamente abili, catechisti parrocchiali). Moltiplicando e specializzando sempre meglio le Scuole si cercava di ottenere un ambiente che potesse aiutare la formazione permanente degli insegnanti.[576] La tematica della catechesi parrocchiale era naturalmente diversa da quella dell’insegnamento della religione o da quella dell’educazione religiosa prescolastica. Si mostrò, inoltre, necessario dividere le Scuole per gli insegnanti delle scuole elementari da quelle per i docenti delle medie. La gran quantità di insegnanti delle scuole elementari fece sì che anche il numero delle Scuole Catechistiche per questo gruppo fosse la più consistente.[577]

La Commissione Mista dell’Ufficio Catechistico Nazionale e del Ministero della Pubblica Istruzione stabilì come obbligo di formazione permanente per gli insegnanti di religione la partecipazione annuale ad un convegno a livello nazionale, uno a livello diocesano e ad un Consiglio professionale.[578]

La riorganizzazione della formazione permanente per gli insegnanti di religione a livello nazionale ha determinato il sorgere di sei Scuole Catechistiche, rivolte ai diversi gruppi di insegnanti e diversamente denominate in base alla stagione dell’anno in cui esse avevano luogo: la Scuola Catechistica Autunnale per coloro che insegnano nei centri prescolastici, la Scuola Catechistica Estiva e Invernale per gli insegnanti nelle scuole elementari, la Scuola Catechistica Estiva per le scuole medie, e la Scuola Catechistica Primaverile dedicata a tutti i gruppi. Inoltre, per gli insegnanti di religione dei bambini diversamente abili viene organizzata un’ulteriore Scuola Catechista Autunnale. Tutte le Scuole elencate durano tre giorni, tranne quella Primaverile che ne dura soltanto due.[579]

La partecipazione degli insegnanti di religione a tali Convegni è facilitata dal fatto che le spese di viaggio e alloggio dovrebbero essere pagate dalla scuola. Qualche volta, purtroppo, capita che la scuola, per ragioni diverse, non ha i fondi sufficienti per coprire tali spese e, perciò, gli insegnanti di religione, e non solo loro, non possono partecipare ai convegni nazionali.[580]

A livello delle singole diocesi l’Ufficio Catechistico Diocesano e le diverse articolazioni dell’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione organizzano tre Convegni: uno di carattere generale, dedicato a tutti gli insegnanti di religione, uno per gli insegnanti elementari e un altro per quelli delle scuole medie.[581]

Il Convegno di carattere generale dovrebbe essere solitamente previsto all’inizio dell’anno scolastico. La sua finalità non si limita alla sola formazione permanente dei partecipanti, ma intende anche promuovere la comunione tra gli insegnanti di religione della diocesi nella loro missione evangelizzatrice, sottolineare l’unione fra l’insegnamento della religione e la catechesi parrocchiale e fornire loro le informazioni necessarie. Benché, come più volte abbiamo già avuto modo di dire, l’insegnamento scolastico della religione abbia dei tratti peculiari, il carattere catechistico di queste riunioni non deve essere smarrito e gli interventi devono contribuire alla formazione permanente dei partecipanti. Durante questi tipi di convegni non è solitamente possibile organizzare lavoro in circuli minores, ma ci si limita ad assemblee generali.[582]

Il Convegno diocesano di carattere speciale, invece, deve assumere un carattere ancora più specifico, per poter offrire un aiuto concreto agli insegnanti di religione. Il tema scelto per ogni sessione si riferisce sempre a qualche questione attuale, o a qualche punto specifico del Piano e Programma. Le riunioni non si limitano alle sole relazioni dei docenti, ma includono necessariamente lavori in gruppi ristretti, dove i partecipanti possono discutere liberamente, o lavorare sul tema del Convegno.[583]

Un aiuto notevole, sempre a livello diocesano, è offerto agli insegnanti dai Consigli Professionali degli Insegnanti di Religione. Di tali Consigli fanno parte tutti gli insegnanti di un determinato territorio. Anche in questo caso gli insegnanti sono divisi a seconda del tipo di scuola. Ciò significa che in ciascuna diocesi esistono più Consigli Professionali per le scuole elementari rispetto a quelli delle scuole medie, perché anche il loro numero è più grande.[584] Il numero dei membri varia a seconda delle regioni. Esso, tuttavia, non dovrebbe superare le cinquanta unità.[585]

I Consigli Professionali sono il livello basilare di formazione permanente dei docenti, insegnanti di religione inclusi, e rispondono alla necessità di una vera formazione permanente, non limitata ai soli grandi convegni annuali. Essi, perciò, svolgono un grande ruolo nella formazione degli insegnanti di religione e di conseguenza contribuiscono a migliorare anche il livello del loro insegnamento.[586]

Le finalità dei Consigli comprendono lo scambio di esperienze e di conoscenze tra i partecipanti, l’elaborazione di programmi esecutivi e di altro materiale didattico, l’organizzazione di conferenze, la definizione delle condizioni materiali minime per l’esecuzione delle diverse attività, etc.[587]

Il Consiglio ha la propria sede in una delle scuole a cui appartengono i membri che lo compongono. La scelta, tuttavia, deve essere operata razionalmente, tenendo conto dell’accessibilità della sede per tutti i partecipanti. L’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione nomina un docente come direttore del Consiglio e, nel caso dei Consigli degli insegnanti di religione, la nomina è operata su proposta dell’Ufficio Catechistico Nazionale.[588] Il direttore, insieme con i membri del Consiglio e i consiglieri dell’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione, elabora il programma esecutivo di lavoro che deve essere approvato almeno dalla metà dei membri del Consiglio stesso.[589]

La formazione dei direttori è organizzata e promossa dall’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione in unione con le facoltà di pedagogia e di altre istituzioni professionali.[590]

I partecipanti alla Scuola Catechistica, al Convegno diocesano, ovvero al Consiglio Professionale ricevono delle attestazioni, che, poi, dovranno presentare al direttore della scuola nella quale lavorano. La partecipazione alle diverse attività di formazione permanente è un obbligo grave per gli insegnanti di religione, atteso che essa rientra nel campo delle abilità pedagogiche ed è oggetto di valutazione nel momento di un eventuale cambio di lavoro.[591]

Dal momento che gli insegnanti di religione, pur avendo gli stessi diritti-doveri degli altri insegnanti, hanno una missione specifica, si dovrebbe aver cura anche della loro vita spirituale, offrendo loro la possibilità di ritiri organizzati specificamente per loro. Anche la dimensione spirituale, nel caso di un insegnante di religione, rientra nel campo della formazione permanente.[592] Già la loro formazione professionale dovrebbe sviluppare in loro il senso dell’amore verso la Chiesa e il senso di responsabilità a motivo della missione affidata loro. La formazione regolare e quella spirituale permanente, perciò, offrono congiuntamente il principale sostegno agli insegnanti di religione per essere consapevoli della loro missione, poiché essi non possono mai essere dei semplici impiegati statali come gli altri docenti.[593]

Il Consiglio per la Catechesi della Conferenza Episcopale Croata nel 2001 ha proposto di organizzare un Congresso Catechistico Nazionale ogni quattro anni, avente per scopo il rafforzamento della comunione tra gli insegnanti di religione e, ancor più, l’individuazione di alcuni temi particolarmente rilevanti riguardanti la pastorale e la catechesi. Finora, purtroppo, tale iniziativa non è stata ancora realizzata.[594]

 

3.3.6. La possibilità di promozione al grado di mentore e consigliere

 

La stipulazione dell’Accordo e dell’Intesa pose fine a un periodo di “precariato” per l’insegnamento della religione e gli diede una solida base giuridica, la quale non dipendeva più dalle Istruzioni del Ministero della Pubblica Istruzione. Come già precedentemente mostrato, l’insegnamento della religione e l’insegnante di religione sono oggi equiparati in tutti i diritti e gli obblighi alle altre materie e ai relativi docenti. Ciò comporta la possibilità di un avanzamento anche per gli insegnanti di religione ai gradi di mentore, consigliere e consigliere maggiore. Tali promozioni non sono un semplice premio per il buon servizio svolto nella scuola, ma si rivelano come una necessità per la promozione e il continuo miglioramento del livello dell’insegnamento della religione.[595]

Il Ministero per la Pubblica Istruzione emanò il primo Pravilnik o napredovanju učitelja i nastavnika u osnovnom i srednjem školstvu (Regolamento sulle promozioni degli insegnanti e dei docenti nella pubblica istruzione elementare e media) il 19 ottobre 1995. Tale documento, sia pure con piccoli cambiamenti, è ancora in vigore.[596] Esso pose fine all’egualitarismo del sistema scolastico comunista, nel quale tutti gli insegnanti venivano valutati e pagati nello stesso modo, permettendo in tal modo a quelli che meglio si distinguevano di offrire la sua esperienza per la promozione della qualità della pubblica istruzione.[597]

La possibilità di promozione per gli insegnanti di religione fu confermata dall’art. 10 dell’Intesa:

 

“Articolo 10

 

1. La Conferenza Episcopale Croata, attraverso l’Ufficio Catechistico Nazionale, professionalmente dirige, promuove e coordina l’intero insegnamento ed educazione religiosa cattolica, l’educazione professionale permanente e la promozione al grado di mentore e consigliere.

 

2. Presso l’Ufficio Catechistico Nazionale operano i consiglieri maggiori per l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici e per l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie pubbliche, nominati dalla Conferenza Episcopale Croata.”[598]

 

Per la promozione al grado di mentore e di consigliere il Regolamento richiede, come requisiti necessari, la competenza professionale prescritta dalla legge, la necessaria educazione pedagogico-psicologica e altri requisiti prescritti dal Regolamento stesso; stabilisce inoltre gli elementi per una seria valutazione della competenza e della qualità dell’attività svolta dall’insegnante, vale a dire l’efficacia del suo lavoro con gli studenti, le attività non curriculari e l’educazione professionale permanente.[599]

L’efficacia del lavoro con gli studenti è valutata secondo i seguenti elementi: la creatività nel metodo, l’applicazione delle moderne metodologie di insegnamento, l’uso dei moderni mezzi di ricerca, i risultati compiuti nel lavoro di educazione e di istruzione degli studenti e la loro capacità di lavoro e di studio autonomo, la promozione dei diritti umani e la cura per l’ambiente, la cooperazione con gli altri insegnanti, genitori e le altre autorità nella promozione della qualità di vita degli studenti. Tali elementi sono valutati dal direttore della scuola con il consenso del consiglio di professori e dal consigliere, o dal consigliere maggiore, sulla base della sua conoscenza del lavoro e della sua qualità.[600] Nel caso degli insegnanti di religione, il lavoro dell’insegnante è valutato dal direttore della scuola e dal consigliere del Ufficio Catechistico Diocesano, ovvero dal consigliere maggiore dell’Ufficio Catechistico Nazionale, con il consenso del direttore della scuola. I voti che l’insegnante può ricevere per il suo lavoro sono sufficiente, efficace, molto efficiente, ed eccellente.[601]

L’attività non curriculare è valutata in crediti. Con un credito sono valutati: la lezione dimostrativa tenuta ad un convegno locale, la conferenza tenuta ad un convegno locale, la direzione di un convegno locale a livello di una scuola, città o contea, la preparazione di una mostra tematica aperta al pubblico, la preparazione di un’accademia scolastica, la direzione di un club o sezione professionale, che comportano l’assegnazione di un punto per ogni anno, e la preparazione di competizioni scolastiche. Con due crediti sono valutati: il ruolo di mentore per un principiante fino all’esame professionale, il ruolo di mentore per gli studenti che partecipano ai progetti di ricerca non scolastici, la preparazione di competizioni a livello civico, di una contea o statale, la pubblicazione di un articolo professionale in una rivista, l’intervento ad un convegno statale, la partecipazione alla ricerca educativa. Tre crediti sono attribuiti nei seguenti casi: ruolo di mentore per gli studenti universitari o per studenti che arrivano tra i primi tre posti in una competizione statale oppure ottengono un riconoscimento in un concorso internazionale, la partecipazione all’elaborazione del programma per lo sviluppo della pubblica istruzione e la recensione di un libro di testo o di un libro professionale. Il ruolo di mentore degli studenti che vincono uno dei tre primi posti in un concorso internazionale, la traduzione di un libro di testo per uso scolastico o di un programma multimediale (software) sono invece valutati con quattro crediti. Agli autori di un libro di testo o di altro sussidio legato all’insegnamento o di un programma multimediale, o che hanno pubblicato una ricerca professionale che contribuisce alla promozione della pubblica istruzione oppure che hanno partecipato, come ricercatori scientifici, in una ricerca per la promozione della pubblica istruzione vengono infine attribuiti sei crediti. Tale lavoro è valutato dal consigliere maggiore in collaborazione con il direttore della scuola.[602]

Elementi per la valutazione della formazione professionale permanente sono: la partecipazione a convegni di categoria organizzati dal Ministero per la Pubblica Istruzione o da altre istituzioni professionali e la conoscenza della letteratura specifica del settore di competenza dell’insegnante. Ciò è valutato dal consigliere maggiore in collaborazione con il direttore della scuola e, nel caso dell’insegnante di religione, dal consigliere del Ufficio Catechistico Diocesano, in collaborazione con il consigliere maggiore dell’Ufficio Catechistico Nazionale e con il direttore della scuola. La formazione permanente si valuta come regolare, occasionale, oppure assente sulla base delle attestazioni prodotte dall’insegnante stesso. Il direttore della scuola, inoltre, ha l’obbligo di preparare una relazione scritta sulla formazione permanente dell’insegnante.[603]

Un primo livello di promozione per un insegnante è il grado di mentore. Il termine stesso è ambiguo. Esso è utilizzato per quei docenti, alle cui lezioni partecipano studenti universitari, sia per vedere come si tiene una lezione, sia per tenerne una a loro volta. Questo tipo di mentori è scelto dalle facoltà in collaborazione con il direttore della scuola e sono pagati dal Ministero per la Pubblica Istruzione. Il medesimo termine è però usato anche per gli accompagnatori dei principianti. Essi sono scelti tra gli insegnanti della medesima materia dal direttore della scuola e fanno parte della Commissione per il Tirocinio del Principiante. Anch’essi sono pagati dal Ministero. Una terza accezione del termine è per gli insegnanti nominati dal Ministro con un decreto speciale, secondo le norme stabilite nel Regolamento.[604]

Al grado di mentore può aspirare l’insegnante che abbia lavorato per almeno sei anni come educatore o docente; per gli insegnanti di religione, tuttavia, nel momento dell’emanazione del Regolamento il periodo poteva essere eccezionalmente ridotto a due anni. L’interessato deve conseguire una valutazione della propria attività con gli studenti nei termini di molto efficiente o eccellente, deve ottenere sette crediti nel campo del lavoro professionale non curriculare e deve aver frequentato regolarmente la formazione permanente.[605]

L’insegnante con almeno undici anni di esperienza nel lavoro educativo-formativo e la cui diretta attività con gli studenti è valutata come eccellente può essere promosso al grado di consigliere. Egli deve inoltre aver ottenuto almeno 15 crediti nel campo dell’attività non curriculare e aver preso parte regolarmente ai convegni per la sua formazione professionale permanente. Per gli insegnanti di religione il limite di tempo poteva essere ridotto a soli tre anni di esperienza di lavoro professionale. Le medesime norme si applicano anche per i direttori di scuola, il cui lavoro, però, è valutato dai soli consiglieri maggiori.[606] La riduzione del termine prescritto dal Regolamento nei casi dell’insegnante di religione può sembrare un privilegio, ma al momento dell’emanazione del Regolamento esso era una necessità. Dal momento che l’insegnamento della religione era stato introdotto solo quattro anni prima dell’emanazione del Regolamento, si rese necessario ridurre il tempo stabilito per gli altri insegnanti, aprendo così la possibilità per la promozione ai gradi di mentore e di consigliere anche agli insegnanti di religione, cosa peraltro indispensabile per la promozione dell’insegnamento della religione e per una migliore vigilanza sul suo svolgimento.

La procedura per la nomina inizia su istanza del consigliere maggiore, in base alla proposta del direttore della scuola o dell’insegnante stesso. Nel caso degli insegnanti di religione, il responsabile per l’inizio del procedimento è il consigliere maggiore dell’Ufficio Catechistico Nazionale in base alla proposta del consigliere dell’Ufficio Diocesano, del direttore della scuola o dell’insegnante di religione interessato. La documentazione presentata al Ministero della Pubblica Istruzione contiene la proposta per la promozione, una copia del libretto di lavoro, il curriculum vitae con i dati che riguardano la carriera professionale e la valutazione del lavoro dell’insegnante in conformità agli articoli 5 e 6 del Regolamento. Per l’insegnante di religione, tuttavia, essa è rilasciata dal direttore della scuola con il consenso dell’Ufficio Catechistico Diocesano e del consiglio di professori. La valutazione finale in forma di rapporto è riservata al consigliere maggiore, ovvero, nel caso dell’insegnante di religione, al consigliere maggiore dell’Ufficio Catechistico Nazionale in base a un diretto accertamento da parte del consigliere dell’Ufficio Diocesano e alla valutazione del direttore della scuola. Il meccanismo di una duplice responsabilità per la promozione di tali docenti è di grande importanza e permette alla Chiesa di avere il controllo sulle promozioni degli insegnanti di religione, prendendo in considerazione, non solo la loro competenza professionale, ma anche la loro retta fede, il comportamento morale e la relazione con la rispettiva comunità ecclesiale. Alla fine, il Ministro della Pubblica Istruzione prende la decisione circa la promozione. In caso di esito negativo l’insegnante ha eventualmente il diritto di appello a una speciale commissione nominata dal Ministro, la decisione della quale, però, è definitiva.[607]

L’insegnante promosso al grado di mentore o di consigliere ha il diritto e l’obbligo di lavorare anche per il Ministero della Pubblica Istruzione come mentore per i principianti, o di farsi promotore di attività diverse, connesse con il miglioramento della istruzione pubblica in conformità alle decisioni del Ministro.[608]

Il mentore o il consigliere, tuttavia, può essere rieletto nel suo grado se invia al Ministero della Pubblica Istruzione la documentazione necessaria sei mesi prima della scadenza del termine stabilito dal Regolamento e se durante i cinque anni dal conferimento del mandato ha conservato i requisiti necessari.[609]

La permanenza in ogni classe di promozione è stabilita dal Regolamento in un tempo non inferiore ai cinque anni. Tale regola, tuttavia, nel caso dell’insegnante che presenta i requisiti necessari anche prima di tale termine può non essere rispettata.[610]

Dagli articoli del succitato Regolamento si nota che nel processo di valutazione del lavoro pedagogico degli insegnanti, i consiglieri e i consiglieri maggiori, ovvero i sovrintendenti scolastici, rivestono una funzione molto importante. Le loro competenze sono stabilite dalla Zakon o stručno pedagoškom nadzoru (Legge sulla sorveglianza professionale pedagogica) del 27 giugno 1997.[611]

Il compito dei sovrintendenti è la sorveglianza sull’istruzione e sull’educazione negli istituti di educazione e di istruzione.[612] Essi sono impiegati statali, che hanno sostenuto l’apposito esame, e sono nominati dal Ministro della Pubblica Istruzione. I sovrintendenti devono avere la necessaria competenza professionale e pedagogico-psicologica, determinata dal Ministro, e almeno dieci anni di esperienza nel settore dell’istruzione e dell’educazione. Nel caso del sovrintendente maggiore, tale esperienza deve essere di almeno 15 anni. I sovrintendenti sono autonomi nello svolgimento del loro lavoro e sono responsabili per le eventuali mancanze nell’ispezione.[613]

Durante un’ispezione, di solito annunziata, il sovrintendente esamina l’esecuzione dei programmi annuali e la documentazione pedagogica, segue direttamente lo svolgimento di alcune lezioni e tiene alcuni colloqui con gli studenti, con gli insegnanti e con i genitori. Rientra altresì nelle sue competenze la verifica della programmazione del curriculum da parte dell’insegnante, dell’uso dei libri di testo e dell’altro materiale didattico, del processo di valutazione degli studenti, etc. Egli propone le misure necessarie per lo sviluppo del processo educativo-formativo, offre il suo aiuto professionale agli insegnanti e si prende cura della loro formazione permanente, promuove i concorsi degli studenti, valuta la funzionalità dei locali scolastici e propone misure per il loro aggiornamento, etc.[614]

Il direttore della scuola e l’insegnante il cui lavoro è sottoposto all’ispezione hanno l’obbligo di presentare tutta la documentazione necessaria, come anche le altre informazioni utili per l’ispezione stessa.[615]

Al termine del suo operato il sovrintendente redige un rapporto che contiene informazioni sulla situazione trovata, sulle misure da prendere per l’eliminazione di eventuali lacune, su quelle da proporsi all’autorità amministrativa superiore e i termini per l’esecuzione di quanto proposto. Prima di redigere tale rapporto, il sovrintendente discute la situazione con il direttore della scuola e con l’insegnante interessato. Il rapporto è inviato all’Ufficio Scolastico della Contea, al direttore della scuola e all’insegnante.[616]

La Zakon o Agenciji za odgoj i obrazovanje (Legge sull’Agenzia per l’Educazione e per l’Istruzione) ha trasformato l’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione in Agenzia per l’Educazione e per l’Istruzione. I compiti dell’Agenzia includono, oltre al già menzionato sviluppo del processo educativo-formativo e alla promozione dei convegni professionali, anche l’organizzazione degli esami professionali e l’attività di vigilanza.[617]

Come già abbiamo avuto modo di dire, la promozione degli insegnanti ai gradi di mentore e di consigliere non è solo un premio, ma comporta anche obblighi concreti per implementare la qualità dell’insegnamento.

Il compito del mentore, perciò, è quello di aiutare e di guidare gli altri insegnanti di religione, soprattutto i principianti. Egli ammette gli studenti di teologia o di catechetica alle sue lezioni e li introduce al lavoro scolastico. Il mentore elabora il programma del tirocinio per il principiante e lo accompagna fino all’esame professionale, redigendo un rapporto prima dell’esame stesso. Egli tiene, inoltre, saggi di lezioni di religione e organizza altre forme di esercitazioni pratiche per i docenti deputati a tale insegnamento. I suoi compiti includono anche la creazione di una rete di collegamento tra gli insegnanti di religione e l’Ufficio Catechistico Diocesano e si adopera per risolvere i possibili problemi in collaborazione con tale Ufficio, partecipa regolarmente ai convegni nazionali e scrive articoli su tematiche catechistiche.[618]

Anche l’insegnante di religione promosso al grado di consigliere ha obbligo di promuovere la qualità dell’insegnamento della religione. Egli segue gli altri docenti e offre loro il suo aiuto professionale: segue direttamente lo svolgimento delle lezioni degli insegnanti di religione, controlla l’esecuzione del piano e del programma annuale, esamina la documentazione pedagogica, parla con gli studenti, determina il grado in cui lo svolgimento dell’insegnamento didattico-catechistico consegue le proprie specifiche finalità, esamina il processo di valutazione degli studenti da parte dell’insegnante, dà consigli per la promozione della qualità dell’insegnamento, indicandogli i punti positivi e negativi del suo lavoro. La visita del consigliere alle lezioni di un insegnante, tuttavia, non è della stessa natura delle ispezioni del sovrintendente, regolate dalla Zakon o stručno pedagoškom nadzoru (Legge sulla sorveglianza professionale pedagogica) e mantengono un valore puramente consultivo. Gli altri compiti del consigliere sono equivalenti a quelli del mentore.[619] L’insegnante di religione consigliere rimane assunto dalla scuola e tiene regolarmente le sue lezioni. Tale incarico, pertanto, è un lavoro addizionale e lo stipendio è aumentato secondo un coefficiente determinato.[620]

L’insegnante di religione sovrintendente, invece, svolge il suo servizio secondo la Zakon o stručno pedagoškom nadzoru (Legge sulla sorveglianza professionale pedagogica) come gli altri sovrintendenti. L’unica differenza sta nel fatto che egli invia il proprio rapporto, oltre che al direttore, all’insegnante e all’Ufficio Scolastico della Contea, anche all’Ufficio Catechistico Diocesano. Il sovrintendente è altresì responsabile per l’avanzamento degli altri insegnanti di religione che ritenuti idonei per la promozione, esamina se i principianti che devono sostenere l’esame di abilitazione presentano i necessari requisiti e predispone l’esecuzione di detta prova. Egli può essere, inoltre, il delegato del Vescovo cui spetta, in prima istanza, l’esame della retta dottrina dell’insegnante di religione. Il sovrintendente è nominato dal Ministro della Pubblica Istruzione su proposta del Vescovo diocesano, ovvero dell’Ufficio Catechistico Diocesano. La Zakon o stručno pedagoškom nadzoru (Legge sulla sorveglianza professionale pedagogica) determina che per questo tipo di lavoro la persona deve avere almeno dieci anni di esperienza nel campo dell’educazione e dell’istruzione. Dal momento che l’insegnamento della religione fu introdotto nel 1991/1992, nel caso degli insegnanti di religione per tale periodo si computava anche l’eventuale insegnamento di qualche altra materia. La Commissione Mista del Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport e dell’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata ha tuttavia stabilito che, laddove non esistevano al momento delle prime promozioni persone con tale esperienza, si sarebbe eccezionalmente potuto chiedere al Ministero la dispensa di un anno.[621]

In un primo tempo, per ragioni finanziarie, i sovrintendenti furono assunti per la metà dell’orario lavorativo dalla scuola, dove continuavano, pur con orario ridotto, a tenere le lezioni e per l’altra metà dall’Ufficio Catechistico Diocesano. Tale soluzione fu proposta dalla Conferenza Episcopale, che si mostrò disponibile a pagare i sovrintendenti.[622] Oggi i sovrintendenti sono chiamati consiglieri e consiglieri maggiori e sono assunti totalmente a carico dall’Agenzia per l’Educazione e l’Istruzione.

La Commissione Mista raccomandò che ogni chiesa particolare avesse almeno un insegnante di religione consigliere, ritenendo invece che, per l’ufficio di sovrintendente, potesse bastare una persona per più diocesi.[623]

La procedura per la promozione degli insegnanti rispetta le competenze distinte dell’autorità civile e di quella ecclesiastica, così come stabilito dall’articolo 7 dell’Accordo. Inoltre, la possibilità dell’avanzamento e il ruolo che svolgono gli insegnanti promossi offrono alla Chiesa di vigilare sulla qualità dell’insegnamento e di promuoverla.[624]

3.4. L’educazione religiosa nei centri prescolastici

 

Anche sotto il regime comunista, alcuni genitori affidavano i propri bambini agli asili curati dalle diverse congregazioni religiose femminili. Non esisteva, però, un quadro giuridico per tale tipo di istituti, che, pertanto, operavano in modo illegale. Dopo la caduta del regime, i genitori cattolici, spinti dalla reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie, chiesero dal Dipartimento per i Centri Prescolastici dell’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione l’introduzione dell’educazione religiosa nei programmi dei centri prescolastici. Nacque in questo modo il dibattito pubblico circa i modi e i programmi dell’educazione religiosa in tali centri.[625]

Ciò portò alla creazione del primo Program vjerskog odgoja predškolske djece u izvanobiteljskim uvjetima (Programma dell’educazione religiosa prescolastica dei bambini al di fuori della famiglia) che ricevette la raccomandazione del Ministero per la Pubblica Istruzione il 25 agosto 1992 e, successivamente, l’approvazione da parte della Conferenza Episcopale Croata, il 10 giugno 1992. Esso fu altresì ratificato dal Ministero per la Pubblica Istruzione, il 19 novembre 1992.[626]

Lo svolgimento dell’educazione religiosa nei centri prescolastici, tuttavia, incontra ancora oggi diversi problemi. La reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche era, già di per sé, un’impresa di grande portata e la Chiesa dovette scegliere delle priorità, dando ovviamente la precedenza alla reintroduzione della religione nelle scuole pubbliche, soprattutto elementari.[627] Va peraltro notato che, tutt’oggi, esistono reali problemi per l’introduzione dell’educazione religiosa nei centri prescolastici, come, per esempio, la mancanza di personale qualificato per tale attività, problemi di ordine finanziario, problemi di organizzazione e di spazio nei centri, etc. D’altra parte l’educazione nei centri prescolastici nella Repubblica di Croazia non è obbligatoria e, perciò, non tutti i bambini nell’età prescolastica la frequentano.

L’educazione religiosa, nonostante i problemi sopra indicati, non è mai stata trascurata dall’Ufficio Catechistico o dalla Conferenza Episcopale, come risulta anche dall’Accordo e dall’Intesa. Oggi, poi, la posizione giuridica dell’educazione religiosa è confermata, anche dalla successiva Zakon o predškolskom odgoju i naobrazbi (Legge sull’educazione e sull’istruzione prescolastica) del 17 gennaio 1997.[628]

Gli articoli 3 e 15 della summenzionata Legge recitano:

 

“Articolo 3

 

1. L'educazione prescolastica è prevista e offerta ai bambini dai sei mesi compiuti fino all’inizio della scuola elementare.

 

2. L’educazione prescolastica dev’essere svolta in conformità alle caratteristiche dello sviluppo e alle necessità dei bambini, come pure alle necessità sociali, culturali, religiose, e altro, della famiglia.

 

Articolo 15

 

1. Nell’asilo si tengono:

- programmi regolari di cura per i bambini, educazione, istruzione, protezione sanitaria, nutrimento e cura sociale, adeguati alle necessità di sviluppo dei bambini e alle loro possibilità e capacità;

- programmi per bambini in età prescolastica con difficoltà nello sviluppo;

- programmi per bambini dotati in età prescolastica;

- programmi per bambini di membri delle comunità o di minoranze etniche e nazionali;

- programmi prescolastici;

- programmi di insegnamento delle lingue straniere e di altri programmi di contenuto artistico, culturale, religioso o sportivo;

2. L’asilo può provvedere anche ad altri programmi, in conformità alle necessità dei bambini e alle richieste dei genitori.

 

3. Il Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport dà il suo consenso ai programmi dai paragrafi 1 e 2.”[629]

 

La Zakon o predškolskom odgoju i naobrazbi (Legge sull’educazione e sull’istruzione prescolastica) offre la possibilità giuridica per inserire nei programmi regolari di un centro prescolastico anche l’educazione religiosa, insieme agli altri programmi opzionali. Tali disposizioni sono in conformità con gli articoli 1 e 2 § 1 dell’Accordo, i quali garantiscono ai genitori la libertà nel campo dell’educazione, vale a dire la possibilità di avvalersi dell’educazione religiosa nelle scuole e centri prescolastici.

Oggi, in Croazia, non esiste un centro prescolastico che, in qualche modo, non preveda nel proprio programma educativo tematiche di carattere religioso. Essi, tuttavia, si limitano alla commemorazione delle maggiori solennità del calendario cristiano, mantenendo un carattere più culturale che religioso. Tale educazione è tenuta dagli stessi educatori e non dipende dall’Ufficio Catechistico Nazionale e, pertanto, non si può definire educazione religiosa.[630]

Il primo Program vjerskog odgoja predškolske djece u izvanobiteljskim uvjetima (Programma dell’educazione religiosa prescolastica dei bambini al di fuori della famiglia), approvato prima della stipulazione dell’Accordo, dell’Intesa e, naturalmente, della Zakon o predškolskom odgoju i naobrazbi (Legge sull’educazione e sull’istruzione prescolastica), doveva essere migliorato e adattato alle nuove esigenze.[631] I paragrafi 2 e 3 dell’articolo 3 dell’Intesa precisano:

 

“2. L’educazione religiosa cattolica nei centri prescolastici pubblici si tiene nel quadro dell’educazione integrale, secondo il programma di educazione religiosa cattolica dei bambini in età prescolare.

 

3. La Conferenza Episcopale Croata elabora i piani e i programmi dell’insegnamento della religione cattolica, per le scuole pubbliche elementari e medie, e il programma dell’educazione religiosa per i centri prescolastici pubblici.”[632]

 

Il nuovo Program katoličkog vjerskog odgoja djece predškolske dobi (Programma per l’educazione religiosa cattolica dei bambini nell’età prescolastica) fu approvato dalla Conferenza Episcopale Croata il 17 ottobre 2001, nella sessione a Požega, e fu ratificato dal Ministero della Pubblica Istruzione, attraverso l’Istituto per la Promozione dell’Istruzione Pubblica, il 15 gennaio dell’anno successivo.[633]

Il Programma parte dalla constatazione che la dimensione religiosa fa parte del processo educativo e che senza di essa tale sviluppo risulta incompleto. Lo svolgimento del Programma tiene conto delle capacità e degli interessi del bambino e segue il ciclo liturgico. Esso è diviso in nove nuclei tematici, che offrono un quadro di base per la programmazione individuale di ogni centro prescolastico, secondo le rispettive possibilità ed esigenze.[634] Il piano concreto, adattato al singolo centro prescolastico ed elaborato sulla base del Programma quadro, deve ottenere il consenso dall’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione.[635] Esso è un’ulteriore garanzia di qualità dell’educazione religiosa per la Chiesa e per i genitori.

Il processo educativo può essere organizzato in tre diversi modi. Il più completo è lo svolgimento del Programma in 10 ore in piani regolari, che durano tutto il giorno. Il secondo modello prevede uno svolgimento del Programma in 5 ore, sempre mediante piani regolari, ma che durano mezza giornata. Infine vi è la possibilità di un programma breve di 2 ore la settimana, che può essere svolto anche al di fuori dei piani regolari.[636]

In alcuni centri prescolastici, soprattutto quelli fondati e gestiti dagli istituti religiosi, esistono programmi educativi diversi rispetto a quello generale. Tali programmi, come per esempio il metodo Montessori, hanno comunque ottenuto l’approvazione del Consiglio per la Catechesi della Conferenza Episcopale Croata e dell’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione.[637]

L’educazione religiosa si tiene nei locali del centro prescolastico, vale a dire nel soggiorno, nel quale si prevede un “angolo religioso”, dove si può trovare la Bibbia, libri illustrati, giocattoli, audio e video casette con tematiche religiose. La croce, i quadri e le statue religiose, le candele e gli altri simboli eventualmente presenti devono corrispondere alle esigenze dell’estetica cristiana e alla grandezza dello spazio.[638]

L’educazione nei centri prescolastici, a differenza di quella impartita nelle scuole, non è gratuita e, perciò, il finanziamento per i programmi svolti in tali centri deve essere assicurato dal fondatore dell’istituto, il quale offre i propri servizi ai genitori: di conseguenza i finanziatori dei programmi sono il fondatore del centro e i genitori.[639] Dal momento che l’educazione religiosa fa parte integrale dei programmi regolari del centro prescolastico, non richiede un finanziamento straordinario da parte dei genitori, soprattutto perché essa è tenuta dai medesimi educatori, sebbene in base a un mandato del Vescovo diocesano. Soltanto i programmi brevi, tenuti al di fuori del piano regolare, potrebbero richiedere uno specifico finanziamento, ma la Chiesa cerca di evitarlo.[640]

Il procedimento per avvalersi dell’educazione religiosa nei centri prescolastici avviene in modo simile alla scelta dell’insegnamento della religione nelle scuole, in conformità al paragrafo 6 del primo articolo dell’Intesa:

 

“6. L’educazione religiosa nei centri pubblici prescolastici si tiene per i bambini, i cui genitori, ovvero il curatore, hanno presentato al direttore dell’istituto prescolastico una dichiarazione scritta in merito.”[641]

Il Ministero, rispettando l’articolo 2 dell’Intesa che stabilisce l’obbligo della autorità civile ed ecclesiastica di fornire informazioni sull’educazione religiosa ai genitori, ha disposto che, al momento dell’iscrizione del bambino all’asilo, la direzione del centro prescolastico deve esporre un avviso con le informazioni che riguardano il programma dell’educazione religiosa e il suo svolgimento.[642] L’informazione accurata fornita ai genitori è di grande importanza per il successo dell’educazione religiosa. Atteso che si tratta di una novità nei programmi dei centri prescolastici e che tali programmi sono tenuti da educatori laici, i genitori accettano tali proposte solo dopo aver conosciuto le persone che li terranno e il relativo contenuto. Il Programma, perciò, rispettando il fatto che i genitori sono i primi educatori dei loro bambini, prevede una loro collaborazione con i centri prescolastici, con raduni, colloqui personali, materiale informativo, partecipazione nei programmi per le solennità, etc. Il Programma prevede anche una stretta collaborazione con le diverse autorità ed istituzioni, ovvero con il Ministero della Pubblica Istruzione, l’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione, l’Ufficio Catechistico Nazionale come pure i diversi Uffici Diocesani, l’autorità locale civile, etc. Le questioni più importanti rientrano nella competenza della Commissione Mista del Ministero della Pubblica Istruzione e dell’Ufficio Catechistico Nazionale.[643]

Il formulario che i genitori devono compilare per avvalersi dell’educazione religiosa è preparato dal centro prescolastico ed indica tutti i programmi che l’asilo offre ai bambini.

Esistono più modelli per la formazione dei gruppi di bambini che si avvalgono dell’educazione religiosa. In un primo momento, essa veniva introdotta in classi già formate, da parte di educatori che avevano preso parte a corsi integrativi, e ricevuto il mandato canonico del Vescovo diocesano. Il direttore del centro prescolastico, il collaboratore professionale e l’educatore erano tenuti ad esporre ai genitori il contenuto del programma, i modi del suo svolgimento e a chiedere il loro consenso per l’attuazione dell’educazione religiosa. In caso di risposta positiva di tutti i genitori, essa era introdotta per tale classe.

L’altro modello consiste nella formazione di una classe di bambini all’inizio della frequenza dell’asilo. Dopo l’inchiesta, fatta al momento dell’iscrizione, si forma una classe di bambini, i cui genitori hanno scelto di avvalersi dell’educazione religiosa. Il numero totale di tali classi è limitato solo al numero degli educatori con la necessaria competenza professionale e con la missio canonica.

In tali casi, di solito, si tratta di programmi di educazione religiosa della durata di un giorno intero o di mezza giornata. Nel caso, invece, di programmi brevi, esiste la possibilità di organizzare un gruppo composto da bambini appartenenti a diverse classi e che, dopo l’ora di educazione, tornano nelle rispettive classi.[644]

Il piano prevede due educatori religiosi per i programmi di tutto il giorno e uno solo per quelli di mezza giornata. Questi ultimi, secondo il dettato dell’articolo 6 § 4 dell’Intesa, possono essere tenuti anche da un teologo o da un catechista laureato in possesso della necessaria competenza pedagogica per bambini in età prescolare.[645]

Le persone qualificate per lo svolgimento del programma dell’educazione religiosa sono definite dall’articolo 6 § 4 dell’Intesa:

 

“4. Possono svolgere l’educazione religiosa nei centri prescolastici:

-        gli educatori dei bambini prescolastici, a condizione che, insieme alla competenza professionale determinata dalla legislazione della Repubblica di Croazia, abbiano anche la necessaria competenza teologico-catechistica, psicologico-pedagogica e didattico-metodologica.

-        le persone dei paragrafi 1, 2, e 3 del presente articolo,[646] a condizione che siano sufficientemente abilitati per l’educazione religiosa di bambini in età prescolare, la quale è valutata dal Vescovo diocesano.”[647]

 

Il Programma e l’Intesa non considerano l’educazione religiosa come un’aggiunta alla regolare educazione impartita nei centri prescolastici, ma come parte integrale del processo educativo. Il modello prescelto, perciò, prevede e preferisce che siano gli stessi insegnanti, che svolgono la regolare attività didattica nei centri prescolastici, a provvedere anche all’educazione della religione affinché tale aspetto possa essere più facilmente integrato nella vita dei bambini. Dal momento che in Croazia non esisteva e non esiste ancora una facoltà universitaria dedicata specificamente alla formazione degli educatori religiosi per i centri prescolastici, la Conferenza Episcopale ha dovuto ricorrere ad altri strumenti per garantire la necessaria preparazione a tali persone.

A tale riguardo, la soluzione ideale potrebbe essere la predisposizione di uno studio parallelo o in qualche modo combinato della pedagogia in una facoltà di educazione e dello studio teologico-catechistico in una facoltà di teologia o in un apposito istituto, ma, purtroppo, tale possibilità non esiste ancora.[648]

La Conferenza Episcopale Croata ha deciso di organizzare una formazione integrativa presso le facoltà di teologia in Croazia per quelle persone che già possedevano la necessaria competenza professionale e che lavoravano nei centri prescolastici. Il relativo svolgimento è stato elaborato dall’Ufficio Catechistico Nazionale sulla base del programma di studio dell’Istituto Catechetico di Zagabria. [649] Il corso è stato organizzato, anzitutto, per le persone che già avevano la necessaria competenza professionale, prescritta dalla legislazione Croata. Dal momento che la maggioranza delle persone interessate per l’educazione religiosa nei centri prescolastici erano già assunte dai centri ad orario pieno, la formazione integrativa, articolata in lezioni e lavoro pratico, si svolgeva di sabato per la durata di un anno.[650] L’invito a parteciparvi è stato inviato a tutti i centri prescolastici anche dall’Istituto per la Promozione della Pubblica Istruzione.[651]

Per l’iscrizione, oltre al colloquio preliminare, il candidato doveva presentare la documentazione necessaria, ovvero, la fede del battesimo, la raccomandazione del parroco, le attestazioni nel caso di partecipazione a seminari che riguardavano la tematica dell’educazione religiosa, l’attestazione della competenza professionale necessaria e una richiesta di ammissione. Nel caso in cui i candidati siano già in possesso di una formazione teologica, sia pure incompleta, i corsi in precedenza seguiti erano riconosciuti e il candidato non doveva sostenere l’esame in tale materia. Tale possibilità dovrebbe rimanere anche per i corsi futuri. Alla fine del corso, i candidati, che hanno sostenuto con successo tutti gli esami, ricevono una attestazione del compimento del corso, la quale serve al Vescovo diocesano per il successivo rilascio del mandato canonico.[652]

L’obbligo del mandato canonico per gli educatori religiosi è prescritto nel rispetto delle stesse condizioni richieste per gli insegnanti di religione dall’art. 3 § 2 dell’Accordo e dall’art. 5 dell’Intesa. Dal momento che la missio canonica è richiesta per tutti gli educatori religiosi, si è posto il problema delle religiose che lavorano nei loro centri prescolastici e della loro competenza professionale teologico-catechistica. Il Consiglio per la Catechesi, in collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale, dopo aver esaminato la ratio studiorum per le novizie su incarico dalla Conferenza Episcopale Croata ha concluso, nella seduta del 4 gennaio 2001, che la loro formazione teologica è sufficiente per il rilascio del mandato canonico.[653]

L’art. 6 § 4 dell’Intesa prevede che l’educazione religiosa possa essere tenuta, oltre che dagli educatori in possesso di una specifica competenza teologica e catechetica, anche da coloro che, dotati della necessaria competenza per l’insegnamento della religione, sono elencati nei primi tre paragrafi del medesimo articolo. Tali persone, pur non presentando i necessari requisiti richiesti dall’art. 24 della Zakon o predškolskom odgoju i naobrazbi (Legge sull’educazione e sull’istruzione prescolastica), per lo svolgimento dell’educazione regolare e il lavoro ordinario con una classe di bambini di età prescolastica, possono tuttavia, in conformità al medesimo articolo, tenere i programmi brevi. Tale disposizione è confermata anche dal Programma che prevede la possibilità di assunzione, accanto agli educatori, di teologi e catechisti per lo svolgimento dei programmi brevi dell’educazione religiosa, prevista dal medesimo Programma.[654]

Come già abbiamo avuto modo di accennare, ogni centro prescolastico deve chiedere il consenso dell’Istituto per la Pubblica Istruzione per l’introduzione dell’educazione religiosa nel rispettivo programma, tale istanza deve contenere le precisazioni sulla finalità e sui suoi contenuti, sulla organizzazione concreta del lavoro, ovvero sulla composizione del gruppo e la durata del programma. La richiesta deve inoltre indicare la competenza professionale di coloro che sono stati scelti per attuare il programma, le condizioni materiali assicurate nei locali del centro e le modalità di finanziamento di detta attività. Al termine, viene esposto il processo educativo con tutte le specificità, la cura per i bambini e i modi di cooperazione con i genitori.[655] Dal momento che ogni centro prescolastico ha caratteristiche peculiari, che dipendono dall’ambiente sociale, dalla composizione dei bambini e dall’interesse dei genitori per l’educazione religiosa, il consenso dell’Istituto per la Pubblica Istruzione è a garanzia della qualità dell’educazione religiosa in ogni singolo centro prescolastico, che è in possesso dei requisiti necessari per l’introduzione dell’educazione religiosa.

In Croazia non esiste ancora un numero sufficiente di educatori religiosi. L’Ufficio Catechistico Nazionale, in collaborazione con l’Istituto per la promozione della Pubblica Istruzione, ha stabilito che nei centri prescolastici si possono formare tante classi con programma di tutto il giorno quanti sono gli educatori muniti del mandato canonico. Essi, tuttavia, devono essere aiutati da un altro educatore che rispetta i valori cristiani.[656]

Lo svolgimento del Programma in un determinato centro prescolastico è controllato da più istanze: dal direttore del centro prescolastico, insieme ai collaboratori professionali, dai mentori, dai consiglieri e sovrintendenti del Ministero della Pubblica Istruzione e, alla fine, dai mentori, consiglieri e sovrintendenti dell’Ufficio Catechistico Diocesano e Nazionale.[657]

Anche gli educatori religiosi hanno l’obbligo della formazione permanente. Essi adempiono tale obbligo, partecipando alla Scuola per Catechisti, dedicata alle problematiche dell’educazione religiosa e agli altri convegni a livello diocesano o locale sulla stessa tematica.[658]

Il Pravilnik o načinu i uvjetima napredovanja u struci i promicanju u položajna zvanja odgojitelja i stručnih suradnika u dječjim vrtićima (Regolamento sui modi e sulle condizioni dell’avanzamento nella professione e nella promozione ai gradi di educatori e di collaboratori professionali negli asili) emanato dal Ministero per la Pubblica Istruzione il 12 novembre 1997, non prevede la possibilità di una promozione per gli educatori religiosi.[659] Essi, secondo il vigente Regolamento, possono avanzare soltanto in quanto educatori e sulla base della loro competenza professionale, acquisita indipendentemente dalla formazione integrativa. Tale lacuna del Regolamento e, di conseguenza, la mancanza di educatori religiosi mentori e consiglieri, pone il problema relativo al continuo miglioramento della qualità dell’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici e colloca gli educatori religiosi in una posizione di inferiorità rispetto agli altri educatori e agli insegnanti di religione. Un futuro Regolamento dovrebbe tener conto anche della loro specifica situazione e includere la possibilità di promozioni.

Il processo di introduzione dell’educazione religiosa non è andato di pari passo con la reintroduzione dell’insegnamento della religione alle scuole pubbliche. Nonostante il quadro giuridico assai preciso, che garantisce l’educazione religiosa nei centri prescolastici, ancora oggi esistono problemi che devono essere risolti, come, in primo luogo, l’informazione precisa offerta ai genitori circa i contenuti e le finalità dell’educazione, come anche la formazione delle nuove generazioni di educatori religiosi. La responsabilità per il successo dell’educazione religiosa, perciò, è divisa fra la Chiesa e lo Stato.

 

3.5. Gli organi ecclesiastici del coordinamento dell’insegnamento della religione

 

 

Lo statuto della Conferenza Episcopale Croata, all’art. 28, attribuisce alla Conferenza stessa la facoltà di fondare commissioni, consigli, comitati e uffici, che si occupano delle diverse problematiche della Chiesa in Croazia.[660] Gli articoli 29 e 30 precisano che membri di ciascuna commissione possono essere soltanto i Vescovi, mentre tutti gli altri organi, presieduti da un Vescovo, scelto dall’assemblea della Conferenza ad quinquennium, sono composti da esperti in una determinata materia. Sia il Presidente di tale organo, sia i membri possono essere rieletti. Gli organi previsti dall’articolo 28 studiano una determina problematica e ne informano l’assemblea della Conferenza.[661]

L’8 giugno 1993, nel corso della sessione costitutiva della Conferenza Episcopale Croata, dopo l’approvazione dello statuto da parte della Santa Sede, fu formato anche il Consiglio per la Catechesi.[662] Esso è l’organo consultivo della Conferenza cui è demandato il compito di studiare la problematica e di formulare le proposte connesse con l’evangelizzazione, la catechesi e l’insegnamento della religione.[663]

Il Consiglio per la Catechesi,[664] nella seduta del 16 marzo 1992, discusse la necessità di fondare l’Ufficio Catechistico Nazionale, un organo operativo dipendente della Segreteria della Conferenza Episcopale, con la funzione di offrire alle singole diocesi l’aiuto in materia catechistica, secondo il can. 775 § 3.[665] Esso è stato fondato dalla Conferenza Episcopale Croata il 15 ottobre 1993 nella seduta di Spalato.[666]

Il primo Regolamento dell’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Croata fu approvato nella sessione primaverile della Conferenza Episcopale Croata, il 13 marzo 1994,[667] che fu successivamente modificato nella sessione di Zagabria del 14 aprile 1999. Dal momento che tali cambiamenti riguardano soprattutto la terminologia usata, qui si prenderà in esame il Regolamento in vigore, facendo riferimento al precedente solamente allorché sia stata cambiata sostanzialmente la normativa giuridica.

Il primo articolo del Regolamento nomina il fondatore dell’Ufficio Catechistico Nazionale, cioè la Conferenza Episcopale Croata, come anche la data della fondazione – la sessione autunnale plenaria della Conferenza tenutasi a Spalato il 15 ottobre 1999.[668]

L’articolo 2 stabilisce che il compito primario dell’Ufficio, secondo il disposto del can. 775 § 3, è quello di offrire aiuto alle singole diocesi nel campo della catechizzazione. Esso è un organo operativo dipendente della Segreteria della Conferenza Episcopale Croata, con competenze definite sia dal Regolamento stesso sia conferitegli direttamente dalla Conferenza Episcopale o dal Consiglio per la Catechesi. Nella sua missione l’Ufficio collabora strettamente con il Consiglio per la Catechesi, con i singoli Uffici Catechistici Diocesani e con gli altri organi nazionali e internazionali che promuovono la catechizzazione.[669]

Membri dell’Ufficio sono il direttore, il segretario, e i consiglieri maggiori. Il loro incarico, secondo l’art. 5 del nuovo Regolamento, dura per cinque anni, a differenza del precedente che ne prevedeva solo tre, con possibilità di rinnovo alla scadenza di detto termine. I presidenti delle singole Commissioni e dei Gruppi di Lavoro sono, invece, collaboratori dell’Ufficio Catechistico Nazionale.[670]

Il Presidente del Consiglio per la Catechesi, sentito il parere del Consiglio stesso, propone una persona per la carica di Direttore dell’Ufficio all’assemblea della Conferenza Episcopale. Il Segretario dell’Ufficio, su base della proposta del Presidente del Consiglio per la Catechesi e del Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale, è nominato dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Croata. Il Direttore dell’Ufficio può assumere anche altri esperti nella Segreteria dell’Ufficio, con il previo consenso del Presidente del Consiglio per la Catechesi. Tale disposizione dell’articolo 7 del nuovo Regolamento non era presente nel vecchio e lascia la possibilità al Direttore di coinvolgere nel lavoro della Segreteria, secondo la necessità, anche altre persone che possano contribuire con la loro esperienza allo svolgimento del lavoro.[671]

Nell’Ufficio operano i consiglieri maggiori, i quali offrono il loro aiuto professionale nella promozione dell’insegnamento della religione e dell’educazione religiosa nei centri prescolastici, nelle scuole elementari, nelle scuole medie, e nell’insegnamento della religione alle persone diversamente abili. Il loro compito comprende anche i contatti e la collaborazione con le istituzioni statali, ovvero con i rispettivi uffici del Ministero per la Pubblica Istruzione, con finalità di coordinamento e di promozione dell’insegnamento della religione. Oltre ai consiglieri che si occupano dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, nell’Ufficio Nazionale operano anche esperti che offrono il loro aiuto nella promozione della catechesi parrocchiale, nella formazione permanente degli insegnanti di religione e nella pubblicazione dei libri teologico-catechistici. Tutti i consiglieri maggiori sono scelti dal Consiglio per la Catechesi tra i membri stessi del Consiglio e nominati dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale.[672]

I consiglieri maggiori, in collaborazione con il Direttore dell’Ufficio Catechistico, formano il lavoro delle commissioni:

 

1. Commissione per l’insegnamento della religione nelle scuole:

a) gruppo di lavoro per l’educazione religiosa prescolastica;

b) gruppo di lavoro per la scuola elementare;

c) gruppo di lavoro per la scuola media;

d) gruppo di lavoro per le persone diversamente abili.

 

2. Commissione per la catechesi parrocchiale:

a) gruppo di lavoro per la catechesi parrocchiale prescolare, e scolastica elementare e media;

b) gruppo di lavoro per la gioventù studentesca e lavorativa;

c) gruppo di lavoro per gli adulti e anziani;

d) gruppo di lavoro per il catecumenato.

 

3.    Commissione per la Formazione Catechistica Regolare e Permanente:

a) gruppo di lavoro per l’accompagnamento della formazione regolare degli insegnanti di religione e degli altri catechisti;

b) gruppo di lavoro per la formazione permanente degli insegnanti di religione e degli altri catechisti.

 

4. Commissione per la pubblicazione della letteratura e del materiale ausiliare teologico-catechistico.

 

I membri delle singole Commissioni e dei Gruppi di Lavoro, ad eccezione dei consiglieri maggiori, si possono scegliere anche al di fuori del Consiglio per la Catechesi. Il presidente delle singole Commissioni e dei Gruppi di Lavoro è scelto all’interno degli stessi membri.[673]

L’articolo 11 del Regolamento precisa i compiti dell’Ufficio Catechistico Nazionale. Essi comprendono lo studio e il sostegno della pastorale catechistica in stretta connessione con il programma pastorale della Conferenza Episcopale e dei bisogni concreti del Popolo di Dio. L’Ufficio è responsabile per l’elaborazione, il controllo e la promozione dei piani e dei programmi catechistici. Esso esprime la sua opinione sui catechismi, sui libri di testo e sull’altro materiale catechistico e ne promuove la pubblicazione, seguendo le linee guida dei documenti ecclesiastici, della Conferenza Episcopale e del Consiglio per la Catechesi. Tra i compiti si prevede anche la promozione della formazione regolare e permanente degli insegnanti di religione, dei catechisti e degli altri esperti di catechesi. L’Ufficio collabora su tutto ciò che riguarda l’educazione religiosa e la catechesi con i singoli Uffici Catechistici Diocesani e gli altri istituti ecclesiastici, come facoltà di teologia, redazioni di riviste teologiche, case editrici, ecc. Esso ha la cura permanente delle questioni dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e dell’educazione religiosa nei centri prescolastici e cerca di risolvere eventuali problemi con le autorità competenti sia ecclesiastiche che civili. L’Ufficio promuove infine la collaborazione tra i singoli Uffici Diocesani mediante lo scambio delle informazioni, organizzando incontri operativi dei direttori degli Uffici Catechistici Diocesani e dei convegni nazionali professionali.[674]

All’inizio di ogni triennio, l’Ufficio, in collaborazione con il Consiglio per la Catechesi, elabora un programma di lavoro e, al termine, ne analizza la sua esecuzione.[675]

Il lavoro dell’Ufficio, delle sue commissioni e dei gruppi di lavoro è finanziato dalla Conferenza Episcopale Croata, dalla pubblicazione dei catechismi e da eventuali donazioni. I rispettivi doveri finanziari tra l’Ufficio Catechistico Nazionale e la casa editrice che pubblica i catechismi, i libri di testo o altro materiale catechistico sono stabiliti da un contratto speciale, firmato dal Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale e dal Presidente del Consiglio per la Catechesi.[676]

La norma dell’ultimo articolo del Regolamento determina che esso non può essere cambiato senza il consenso della Conferenza Episcopale e che entra in vigore con la data dell’approvazione, cioè il 14 aprile 1999.[677]

Nelle singole diocesi, l’Ufficio Catechistico Diocesano assume un ruolo importante per la promozione dell’insegnamento della religione e per la collaborazione con le autorità scolastiche locali. La sua creazione è stata prevista fin dal 1935 dal decreto Provido sane della Sacra Congregatio Concilii .[678]

Dopo la reintroduzione dell’insegnamento della religione nel sistema della pubblica istruzione, si evidenziò tuttavia la necessità di riorganizzare e rifondare il ruolo dell’Ufficio Catechistico Diocesano nelle singole diocesi. Il lavoro consigliare, coordinativo e operativo svolto dall’Ufficio Nazionale per tutta la Chiesa cattolica in Croazia trova la sua concretizzazione nel lavoro degli Uffici Diocesani, cui spetta promuovere e curare la catechizzazione nella situazione concreta delle singole chiese locali. Nel loro lavoro e nella collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale, essi seguono il principio di sussidiarietà, lasciando all’Ufficio Nazionale l’elaborazione dei piani e programmi, come anche la collaborazione con il Ministero per la Pubblica Istruzione, mentre essi si prendono piuttosto cura della qualità dei docenti e di quella del loro insegnamento nel territorio diocesano. I loro compiti, ovviamente, includono la collaborazione con le autorità civili locali.[679]

L’Ufficio Catechistico Nazionale, nel 1999, sulla base delle conclusioni del Consiglio per la Catechesi, elaborò una Raccomandazione per l’organizzazione dei singoli Uffici Catechistici Diocesani.[680]

Tale documento prevedeva la carica di Direttore dell’Ufficio, che guida, coordina e promuove tutte le azioni che riguardano l’insegnamento della religione e la catechesi nella diocesi, vale a dire l’insegnamento della religione nelle scuole, l’educazione religiosa dei bambini in età prescolare e delle persone diversamente abili, come anche l’organizzazione della catechesi parrocchiale e la formazione permanente degli insegnanti. Egli svolge tale compito dovendone rispondere al Vescovo diocesano, nel cui nome agisce e in stretta collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale e con le autorità scolastiche.[681]

Il Direttore è aiutato dal Segretario dell’Ufficio, il quale cura gli aspetti amministrativi. Il Segretario aiuta alle Commissioni dell’Ufficio e i consiglieri che lavorano in esso.[682]

La proposta in parola prevedeva altresì la creazione di tre Commissioni. La Commissione per l’Educazione Religiosa nei Centri Prescolastici e per l’insegnamento della Religione nelle Scuole, membri della quale sono: i commissari rispettivamente per l’educazione religiosa nei centri prescolastici, per l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie, per il lavoro con le persone diversamente abili e, infine, il commissario per la catechesi parrocchiale. Ogni commissario può formare un gruppo di lavoro. I compiti della Commissione in questione sono di aiutare il lavoro svolto dall’Ufficio, specialmente nel compito di adattare il piano e il programma dell’insegnamento della religione alle esigenze locali e nell’organizzazione della formazione permanente degli insegnanti di religione. I singoli commissari, qualora siano muniti dalle necessarie qualifiche pedagogiche e didattiche, possono essere membri della commissione scolastica per il tirocinio dei principianti, come anche membri della commissione per l’esame di stato, ovvero possono essere consiglieri.[683]

La Commissione per la Catechesi Parrocchiale promuove diverse forme di attività, sia per i bambini che per gli adulti, soprattutto preparando il materiale catechistico. Nel lavoro della Commissione possono essere compresi anche i commissari diocesani per la pastorale della gioventù e degli studenti.[684]

L’ultima commissione prevista dalla Raccomandazione dell’Ufficio Nazionale è la Commissione per il mandato canonico. I membri della Commissione analizzano tutto il materiale raccolto dall’Ufficio o dal Direttore all’inizio del processo di rilascio della missio canonica. Essi partecipano al colloquio preliminare con il candidato e danno la loro opinione al Vescovo, prima del rilascio del mandato canonico. Sarebbe opportuno che, almeno un membro della Commissione, sia un professore dell’istituto dove il candidato ha ottenuto la sua competenza professionale.[685]

Presso l’Ufficio Catechistico Diocesano, infine, operano dei consiglieri, i quali sono membri della commissione per il tirocinio del principiante e che propongono i candidati per la promozione al grado del mentore e del consigliere. Essi organizzano, in collaborazione con il Direttore, i convegni catechistici e promuovono la qualità dell’insegnamento, visitando i singoli insegnanti di religione e valutando il loro lavoro, come anche offrendo loro il proprio aiuto professionale. Tra i collaboratori dell’Ufficio sono compresi anche i mentori, che accompagnano il principiante durante il tirocinio.[686]

Il lavoro svolto dall’Ufficio Catechistico Diocesano è di grande importanza per la qualità e per la promozione dell’insegnamento della religione cattolica nella diocesi. Esso è anche di grande aiuto al Vescovo, il quale, grazie l’Ufficio, può disporre di una panoramica della concreta situazione dell’educazione religiosa, dell’insegnamento della religione e della catechesi nella diocesi.

CONCLUSIONE

 

 

L’intenzione che ha diretto l’indagine del presente lavoro è stata quella di esaminare la posizione giuridica dell’insegnamento della religione in Croazia oggi. Per poterla comprendere si è mostrato necessario studiare la sua storia e il suo sviluppo, come anche i principi generali della legislazione canonica e civile in merito.

L'insegnamento della religione nel territorio dell’odierna Repubblica di Croazia ha una lunga tradizione. Studiando lo sviluppo del sistema scolastico e dell’insegnamento della religione entro di esso, si può notare come le diverse idee e ideologie abbiano esercitato un notevole influsso su tale processo e come abbiano cercato di sottomettere la scuola con tutti i suoi elementi a un controllo statale, usandola come mezzo di ideologizzazione.

Le prime scuole e università nel Regno di Croazia furono fondate e gestite da diverse entità ecclesiastiche. Le riforme scolastiche portate avanti dagli imperatori austriaci continuavano a conservare una posizione centrale all’insegnamento della religione entro il sistema scolastico pubblico e la Chiesa esercitava un ruolo importante nella gestione e nella vigilanza sulle scuole.

Sotto l’influsso delle idee illuministiche e liberali dell’800 la situazione cominciò a registrare dei mutamenti. La Zakon ob ustroju pučkih škola i preparandija za pučko učiteljstvo u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji (Legge sulla costituzione delle scuole elementari e degli istituti magistrali nei Regni di Croazia e di Slavonia) del 1874 assegnò la vigilanza sulle scuole agli organi statali, pur concedendo ai rappresentati della Chiesa di far parte delle diverse commissioni scolastiche. La posizione dell’insegnamento della religione aveva ancora un posto privilegiato entro le materie obbligatorie, ma anche esso fu sottoposto a un certo controllo statale, attraverso l’approvazione dei programmi e libri di testo.

Il Regno di Jugoslavia volle usufruire di tutti i mezzi possibili per la creazione della jugoslavità integrale. La Zakon o narodnim školama (Legge sulle scuole popolari nel Regno di Jugoslavia) del 1929 cercò di sottrarre l’insegnamento della religione alla Chiesa per sottometterlo al controllo Statale. Tale Legge fu mitigata solo dopo le proteste dei Vescovi.

Il comunismo non poteva tollerare l’insegnamento della religione. Dal momento che durante la Seconda Guerra Mondiale e nei primi anni successivi, non era ancora garantito il futuro dello Stato governato dal Partito Comunista, il Partito si mostrò tollerante. Con la conferma del sistema cominciò un lungo processo di espulsione dell’insegnamento della religione dalle scuole pubbliche, il quale si servì soprattutto delle vie amministrative per impedire agli insegnanti di religione di tenere le loro lezioni. La lunga agonia finì nel 1952, con la totale proibizione dell’insegnamento. Con l’introduzione della democrazia nella società croata fu reintrodotta nelle scuole pubbliche anche l’educazione religiosa.

Essa, oggi, si basa sui moderni principi della pedagogia, rispettando la legislazione canonica e civile. Attualmente in Croazia, in linea generale, questi due sistemi sono complementari. Ambedue proclamano come finalità dell’educazione lo sviluppo integrale della persona umana, indirizzate verso la formazione di membri responsabili della società. L’educazione integrale, necessariamente, deve rispettare la libertà religiosa tanto delle persone singole che partecipano a tale processo, quanto delle comunità religiose.

Una società veramente democratica, perciò, deve permettere alla Chiesa Cattolica di partecipare attivamente nell’educazione. La sua competenza nel campo dell’educazione, d’altra parte, deriva da due fonti: la missione divina, conferitale da Cristo, e dalla struttura interna di una società capace di educare (Cfr. can. 794) e si attua sia nell’organizzazione dell’insegnamento della religione entro il sistema della pubblica istruzione, sia con la fondazione e gestione delle scuole cattoliche (Cfr. cann. 800, 804-805).

La qualità della pubblica istruzione deve essere preoccupazione, non solo della gerarchia cattolica, ma di tutti i fedeli che hanno un obbligo giuridico di impegnarsi affinché le leggi civili rispettino realmente le convinzioni religiose dei bambini e dei loro genitori (Cfr. can. 799).

La Chiesa e lo Stato, offrendo il loro aiuto e sostegno attraverso la fondazione delle scuole, hanno un ruolo secondario nel processo educativo, mentre quello primario è sempre riservato ai genitori. Essi non possono, infatti, delegare il loro ruolo alle diverse istituzioni, come anche, dall’altra parte, le istituzioni non possono riservare a se il ruolo primario nell’educazione delle nuove generazioni (Cfr. Can 793). Nel processo di educazione, i genitori cattolici sono specialmente tenuti all’obbligo dell’educazione religiosa. Tale dovere è talmente grave che il suo non adempimento costituisce un delitto canonico (Cfr. can. 1366). 

La legislazione civile in Croazia, da parte sua, rispetta il diritto dei genitori alla libera scelta dell’educazione per i propri figli (Cfr. art. 63), come anche il diritto della Chiesa di fondare le scuole (Cfr. art. 41), garantiti entrambi dalla Costituzione della Repubblica di Croazia.

L’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale e di conseguenza l’Ugovor o katoličkom vjeronauku u javnim školama i vjerskom odgoju u javnim predškolskim ustanovama (Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici), stipulato tra il Governo Croato e la Conferenza Episcopale Croata, si muove sulla base dei principi sopra esposti.

L’insegnamento della religione non è obbligatorio per tutti gli studenti, cosa che costituirebbe la violazione della libertà dei genitori nello scegliere l’educazione ai loro figli, ma si offre entro l’orario regolare a tutti coloro che vogliono avvalersene. Una volta scelto, esso diventa uguale a tutte le materie obbligatorie, vale a dire le lezioni sono tenute entro l’orario regolare e la conoscenza della materia e valutata nella stessa maniera come quella di tutte le altre materie.

Sull’insegnamento della religione, tuttavia, esiste una duplice giurisdizione. Da parte sua l’autorità ecclesiastica vigila sul contenuto del programma e dei libri di testo, che non possono essere introdotti nelle scuole senza l’espressa approvazione della Conferenza Episcopale, mentre, dall’altra parte, le autorità scolastiche statali vigilano affinché sia rispettata la legislazione scolastica civile. In tale modo si attua una fruttuosa collaborazione tra Chiesa e Stato, nel rispetto pieno della distinzione tra le loro competenze.

Anche gli insegnanti di religione, non essendo semplici impiegati statali, sono sottoposti a questa duplice giurisdizione. In tutto ciò che riguarda lo svolgimento dell’insegnamento della religione, come le loro capacità pedagogiche, l’adempimento dei loro obblighi verso la scuola e i bambini, essi sono sottoposti all’autorità scolastica, mentre il contenuto del loro lavoro, la loro retta fede e condotta morale, sono sorvegliati dall’autorità ecclesiastica. Infatti, l’insegnante di religione, dopo aver compiuto lo studio, è sempre scelto dall’autorità ecclesiastica che gli conferisce il mandato canonico, senza il quale egli non può insegnare. Nel caso di qualche deviazione nel contenuto dell’insegnamento o nella condotta morale, l’autorità ecclesiastica ha sempre il libero diritto di ritirare il mandato canonico. In tale modo lo Stato pienamente rispetta la libertas Ecclesiae nella materia dell’insegnamento della religione e dell’educazione religiosa prescolastica, sulla quale la Chiesa ha la competenza esclusiva. La Chiesa in questo modo rispetta la divisione tra Chiesa e Stato, non esercitando un influsso diretto sul sistema della pubblica istruzione, ma soltanto sul contenuto dell’insegnamento della religione.

Dal momento che la promozione e il miglioramento della qualità dell’insegnamento della religione sono costante preoccupazione della Chiesa, gli insegnanti di religione sono tenuti a una formazione permanente. Essa avviene a tre livelli: nazionale, diocesano e attraverso i Consigli Professionali. Ognuno di questi livelli offre un valido sostegno agli insegnanti nel loro lavoro e nel continuo miglioramento dei metodi da loro usati. Nel caso degli insegnanti di religione esiste un altro aspetto che deve essere preso in considerazione: la loro continua formazione spirituale e, perciò, l’organizzazione dei ritiri e degli esercizi spirituali per loro, diventa obbligo per la Chiesa.

Gli insegnanti di religione, dal punto di vista della legislazione civile, sono equiparati agli altri insegnanti e, pertanto, possono essere promossi ai gradi di mentori e di consiglieri. Essi, una volta promossi, contribuiscono con la loro esperienza al miglioramento dell’insegnamento della religione. La loro promozione, tuttavia, non può avvenire senza una raccomandazione finale da parte dell’autorità ecclesiastica, che non valuta soltanto il lavoro svolto dai singoli insegnanti, ma anche la loro “ecclesialità”, che si deve manifestare nella fede vissuta in una parrocchia concreta.

L’Accordo e l’Intesa offrono la possibilità dell’educazione religiosa nei centri prescolastici. Essa, tuttavia, non è ancora completamente sviluppata. La Chiesa, nel momento della reintroduzione dell’insegnamento della religione, dovette concentrare le sue forze sull’organizzazione dell’insegnamento nelle scuole elementari e medie, lasciando un po’ da parte l’educazione religiosa. Negli ultimi anni, l’attenzione della Chiesa viene sempre più indirizzata a tale educazione. La specificità del modello scelto si trova nel fatto che l’educazione è tenuta da educatori regolari in centri prescolastici e, perciò, non è qualcosa di aggiunto ai programmi regolari, ma si svolge al loro interno. Gli educatori, tuttavia, devono frequentare la formazione complementare e ottenere il mandato canonico, prima della formazione delle classi e dello svolgimento dei programmi.

L’autorità ecclesiastica, come già è stato evidenziato, conserva il ruolo di sovrintendenza sullo svolgimento dell’insegnamento della religione. Per facilitare tale ruolo, come anche per la cooperazione con le autorità scolastiche, sono fondati l’Ufficio Catechistico nazionale e, a livello diocesano, gli Uffici Catechistici Diocesani. L’Ufficio Nazionale è responsabile per l’elaborazione dei programmi dell’insegnamento e dei libri di testo, come anche per la trattazione di tutte le questioni di comune interesse con il Ministero per la Pubblica Istruzione. Gli Uffici Diocesani, invece, sorvegliano sull’insegnamento della religione nella diocesi, seguono e raccomandano gli insegnanti, offrendo così un valido aiuto al Vescovo diocesano, il primo responsabile per l’insegnamento della religione nella sua diocesi.

Concludendo, si può affermare che la posizione di sostanziale uguaglianza dell’insegnamento della religione con le altre materie, che si riflette in tutti gli aspetti della pubblica istruzione, dalla posizione della materia entro l’orario scolastico alla posizione giuridica dell’insegnante di religione, mantiene un grande valore. Essa garantisce che l’insegnamento della religione non sia visto e trattato come una cosa aggiunta ed estranea alla scuola pubblica, ma come uno degli aspetti integrali dell’educazione, la quale senza tale insegnamento sarebbe incompleta.

L’uguaglianza che godono gli insegnanti di religione, vale a dire assunzione da parte dello Stato a tempo indeterminato e la possibilità di promozione, offre loro stabilita e sicurezza e, perciò, apre la possibilità per il coinvolgimento dei laici nel campo dell’educazione religiosa. Senza il loro impegno sarebbe impossibile organizzare e tenere l’insegnamento della religione nel modo in cui oggi si realizza in Croazia. L’assunzione degli insegnanti a carico dello Stato significa anche che la Repubblica di Croazia riconosce il diritto dei genitori all’educazione religiosa e la libertà su tale scelta. Tutte le altre soluzioni, ovvero il pagamento degli insegnanti a carico dei genitori o della comunità religiosa, sarebbe una violazione di questo diritto naturale.

L’Accordo e l’Intesa sono un buon esempio di collaborazione tra la Chiesa e lo Stato in vista del bene comune, rispettando sempre la divisione tra i menzionati soggetti e i loro rispettivi campi della loro competenza. Secondo l’Accordo la Chiesa mantiene l’esclusiva competenza sull’elaborazione dei programmi e dei libri di testo, come anche la competenza sulla retta dottrina e condotta morale degli insegnanti, pur trattandosi delle scuole pubbliche, mentre lo Stato vigila, affinché la legislazione civile, ovvero i requisiti necessari per lo svolgimento dell’insegnmento, siano rispettati. Così la presenza della Chiesa nelle scuole diventa un esempio di collaborazione per il bene comune, nulla togliendo alla laicità dello Stato.

L’Accordo e l’Intesa trovano ora una quasi completa applicazione nelle scuole elementari e medie, grazie al grande sforzo mostrato negli ultimi quindici anni sia da parte ecclesiastica sia da quella statale. Piccole incongruenze, come ad esempio l’unica ora d’insegnamento in tante scuole medie, sono dovute meno ad una volontà opposta all’insegnamento della religione, che non ad alcune lacune tecniche, prevedibilmente superabili nei prossimi anni.

L’educazione religiosa, d’altra parte, è ancora un campo di lavoro molto vasto per entrambe le parti. Anche in questo caso l’impostazione giuridica di base non considera l’educazione religiosa come una cosa aggiunta al processo educativo, ma come sua parte integrante. La funzione di educatori regolari e di educatori religiosi nei centri prescolastici, perciò, è svolta dalle stesse persone, cosa che permette di meglio integrare l’educazione religiosa nei programmi regolari e, soprattutto, senza nessun pagamento straordinario a carico dei genitori.

La mancanza di possibilità dell’educazione religiosa in tanti centri prescolastici, anche in questo caso, non va ascritta a un’opposizione da parte dello Stato, ma alla scelta della Chiesa di organizzare e di impostare meglio l’insegnamento della religione nelle scuole. Dal momento che la reintroduzione di tale insegnamento ha significato una notevole impresa, l’educazione religiosa ha dovuto subire una minore attenzione. Oggi, che il processo di reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole è completato, anche questo importante aspetto dell’Accordo dovrebbe ricevere un nuovo slancio. Si deve, tuttavia, menzionare che la legislazione sui centri prescolastici presenta, a tutt’oggi, una lacuna, vale a dire la mancanza di possibilità di promozione degli educatori religiosi. Anche tale mancanza può essere facilmente superata nel processo di riforma del sistema educativo, con un nuovo Regolamento che preveda la succitata possibilità.

Alla fine, è necessario sottolineare come l’autentica fruttuosità dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e dell’educazione religiosa nei centri prescolastici in Croazia non dipende primariamente dalla sua configurazione giuridica, pur bene impostata, ma dalla qualità degli insegnanti di religione, dalla loro preparazione cristiana e teologica e dalla ferma volontà della Chiesa di vigilare affinché l’educazione religiosa aiuti le nuove generazioni dei cristiani a scoprire la gioia e la bellezza della fede.

APPENDICE I

 

 

Accordo tra la Santa e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale

 

 

La Santa Sede e la Repubblica di Croazia

 

- desiderose di regolare le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato di Croazia nel campo dell'educazione e della cultura

 

- basandosi la Repubblica di Croazia sulle norme della Costituzione, in particolare sugli artt. 14, 40 e 68, e la Santa Sede sui documenti del Concilio Vaticano Secondo, specialmente sulla Dichiarazione "Gravissimum educations", e sulle norme del Diritto Canonico;

 

- tenendo presente l'insostituibile ruolo storico ed attuale della Chiesa cattolica in Croazia nell'educazione etica e morale del popolo, come pure il suo ruolo nel campo culturale e pedagogico;

 

- prendendo atto che la maggioranza dei cittadini della Repubblica di Croazia fa parte della Chiesa cattolica

 

hanno stabilito di comune accordo quanto segue:

 

 

Articolo 1

 

1. La Repubblica di Croazia, alla luce del principio della libertà religiosa, rispetta il diritto fondamentale dei genitori all'educazione religiosa dei figli e si impegna a garantire, nel quadro del piano e del programma scolastico e in conformità con la volontà dei genitori, o dei tutori, l'insegnamento della religione cattolica in tutte le scuole pubbliche, elementari, medie e superiori e nei centri prescolastici, come materia obbligatoria per coloro che la scelgono, con le medesime condizioni delle altre materie obbligatorie.

 

2. Il sistema educativo - formativo nei centri prescolastici e nelle scuole, inclusi i centri universitari, terrà in considerazione i valori dell'etica cristiana.

Articolo 2

 

1. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità dei genitori per l'educazione dei loro figli, a tutti è garantito il diritto di avvalersi dell'insegnamento della religione.

 

2. In collaborazione con le competenti autorità della Chiesa, le autorità scolastiche daranno la possibilità ai genitori e agli alunni maggiorenni di avvalersi di tale insegnamento al momento della iscrizione nella scuola, di modo che la loro decisione non susciti alcuna forma di discriminazione nel campo dell'attività scolastica.

 

3. I genitori e gli alunni maggiorenni i quali dovessero mutare la propria decisione di cui al paragrafo 1 di quest'articolo, dovranno informare per iscritto la scuola, prima dell'inizio del nuovo anno scolastico.

 

 

Articolo 3

 

1. L'insegnamento della religione sarà impartito da insegnanti qualificati, ritenuti idonei dall'autorità ecclesiastica, in possesso dei requisiti contemplati dalla legislazione della Repubblica di Croazia, attenendosi a tutti i diritti e doveri derivanti.

 

2. Gli insegnanti di religione devono avere il mandato canonico (missio canonica) rilasciato dal Vescovo diocesano. La revoca di tale mandato comporta la perdita immediata del diritto dell'insegnamento della religione cattolica.

 

3. Gli insegnamenti di religione sono inseriti a tutti gli effetti nel corpo docente delle scuole elementari, medie e superiori, come pure nel corpo docente dei rispettivi centri scolastici.

 

4. I programmi e le modalità di svolgimento dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, saranno oggetto di particolari intese tra il Governo della Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata.

 

 

Articolo 4

 

D'intesa con le autorità scolastiche, le competenti autorità ecclesiastiche potranno organizzare nei centri educativo - formativi altre attività complementari connesse con l'educazione e la cultura religiosa, utilizzando i locali e i sussidi pedagogici supplementari di tali istituti.

 

 

Articolo 5

 

La Chiesa cattolica può organizzare liberamente dei corsi e intraprendere delle attività di formazione spirituale - religiosa nelle istituzioni universitarie, d'intesa con le rispettive autorità universitarie.

 

 

Articolo 6

 

1. I programmi e i contenuti dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, come anche i libri di testo e il materiale didattico, vengono redatti dalla Conferenza Episcopale Croata che li presenta ai competenti organi della Repubblica di Croazia per la loro integrazione nei programmi scolastici.

 

2. La Repubblica di Croazia assume le spese di redazione e di stampa dei libri di testo dell'insegnamento della religione e ne organizza la procedura editoriale, secondo le norme in uso per gli altri libri di testo scolastici.

 

 

Articolo 7

 

1. Le autorità competenti nel campo ecclesiastico e statale vigilano, secondo le proprie competenze, affinché l'insegnamento della religione e la formazione religiosa nei centri prescolastici e scolastici sia impartito, nei loro contenuti e criteri didattico - metodologici, in conformità con le disposizioni delle rispettive legislazioni.

 

2. Per quanto riguarda i contenuti dell'insegnamento e della formazione religiosa, gli insegnanti di religiose si atterranno alle norme e alle direttive ecclesiastiche; per il resto si conformeranno alla legislazione della Repubblica di Croazia e rispetteranno le norme disciplinari dei rispettivi centri di educazione.

 

 

Articolo 8

 

1. La Chiesa cattolica ha il diritto di istituire e gestire scuole di qualunque grado e gli asili infantili, in conformità alle norme del Diritto canonico e della legislazione della Repubblica di Croazia.

 

2. Nell'attuazione del piano e del programma delle materie fondamentali obbligatorie, come pure nel rilascio dei documenti ufficiali, le scuole cattoliche osserveranno le leggi della Repubblica di Croazia.

 

 

Articolo 9

 

Le scuole cattoliche parificate, i loro insegnanti, educatori e gli altri impiegati, come pure gli alunni e gli educandi goderanno dei medesimi diritti e doveri dei loro omologhi delle scuole pubbliche ed avranno diritto a ricevere i sussidi finanziari previsti dalle rispettive leggi della Repubblica di Croazia.

 

 

Articolo 10

 

1. Lo statuto giuridico degli Istituti Cattolici Universitari e di Studi Superiori parificati così come il rispettivo riconoscimento dei titoli, dei gradi accademici e dei diplomi rilasciati, si reggono sulle leggi della Repubblica di Croazia. Una specifica intesa tra la medesima Repubblica e la Conferenza Episcopale Croata, previamente approvata dalla Santa Sede, ne regolerà l'applicazione.

 

2. La Repubblica di Croazia assicura i mezzi finanziari alla Facoltà Cattolica di Teologia presso l'Università di Zagreb, ed agli Istituti Teologici affiliati di Dakovo, Makarska, Rijeka e Split.

 

3. Le competenti autorità ecclesiastiche possono erigere nuovi Istituti Cattolici Universitari e di Studi Superiori, i quali, previo accordo tra le competenti autorità della Chiesa e dello Stato, saranno parificati e sostenuti con adeguati mezzi finanziari dalla Repubblica di Croazia.

 

 

Articolo 11

 

1. Gli Istituti ecclesiastici per la formazione degli insegnamenti di religione e degli altri operatori pastorali, eretti in conformità alle norme del Diritto canonico, sono Istituti parificati, in conformità alle rispettive leggi della Repubblica di Croazia.

 

2. La Repubblica di Croazia assicurerà i mezzi finanziari ai professori, educatori e al personale di tali Istituti, come è previsto dalle disposizioni legali della Repubblica di Croazia per gli Istituti cattolici Universitari e di Studi Superiori parificati.

 

3. Parimenti, gli alunni degli Istituti di cui al paragrafo 1 di quest'articolo, usufruiranno degli stessi diritti e doveri stabiliti per gli alunni degli Istituti cattolici Universitari e di Studi Superiori parificati.

 

 

Articolo 12

 

1. A motivo del servizio che la Chiesa cattolica presta alla società e nel rispetto della libertà religiosa, la Repubblica di Croazia permette alla Chiesa un adeguato accesso ai mezzi statali di comunicazione sociale, in particolare alla radio e alla televisione. Le particolarità al riguardo saranno accordate tra la Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata.

 

2. La Chiesa cattolica ha il diritto di possedere anche i propri mezzi di comunicazione sociale, in conformità alle disposizioni ecclesiastiche ed alle leggi della Repubblica di Croazia.

 

3. Nel rispetto dei principi della libertà religiosa in una società pluralista, la Repubblica di Croazia veglierà con coerenza affinché nei mezzi di comunicazione sociale vengano rispettati i sentimenti dei cattolici, come pure i valori umani fondamentali, di ordine etico e religioso.

 

Articolo 13

 

1. Il patrimonio culturale ed artistico della Chiesa cattolica, come pure i numerosi documenti custoditi nei suoi archivi e nelle biblioteche ecclesiastiche, costituiscono una preziosa parte del patrimonio integrante l'eredità culturale croata. La Chiesa cattolica desidera continuare a servire la società anche con il suo patrimonio culturale, permettendo a tutti gli interessati di conoscere tale ricchezza, di fruirne e di studiarla.

 

2. È necessaria la collaborazione tra la Chiesa e lo Stato per salvaguardare tale patrimonio, catalogarlo; assicurarne la protezione, permetterne un ulteriore incremento e renderlo accessibile ai cittadini, nei limiti richiesti dalla sua protezione e dalla tutela degli archivi.

 

3. A questi fini, sarà formata quanto prima una commissione mista di rappresentanti della Chiesa cattolica e della Repubblica di Croazia.

 

4. La Repubblica di Croazia si impegna a contribuire materialmente in modo sistematico, al restauro e alla salvaguardia dei monumenti dei patrimonio culturale religioso e delle opere d'arte in possesso della Chiesa.

 

5. La Repubblica di Croazia s'impegna a restituire i registri ecclesiastici, le anagrafi, le cronache e gli altri libri, espropriati alla Chiesa in modo illegittimo durante il regime comunista, e tuttora in suo possesso.

 

 

Articolo 14

 

Le Alte Parti contraenti risolveranno di comune accordo eventuali divergenze tra di loro circa l'interpretazione o l'applicazione delle disposizioni del presente Accordo.

 

 

Articolo 15

 

Il presente Accordo sarà ratificato secondo le norme procedurali proprie delle Alte Parti contraenti ed entrerà in vigore al momento dello scambio degli strumenti di ratifica.

 

Nel caso che una delle Alte Parti contraenti consideri che siano radicalmente mutate le circostanze nelle quali si è stipulato il presente Accordo, così da ritenere necessario di modificarlo, si procederà al più presto alle opportune trattative per aggiornarlo.

 

 

Firmato a Zagabria, il 19 dicembre 1996, in doppio originale, ciascuno in lingua croata e italiana; ambedue i testi sono ugualmente autentici.

 

 

 

 

+ Giulio Einaudi

per la Santa Sede

 

 

Jure Radic

per la Repubblica di Croazia

APPENDICE II

 

 

Su base dell’articolo 2 della Legge della ratifica dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia circa la collaborazione in campo educativo e culturale (Gazzetta Popolare, Accordi internazionali, numero 2/97) il Governo della Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata concludono questa

 

Intesa circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e circa l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici

 

 

Articolo 1

 

1. L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche elementari e medie è materia obbligatoria per gli studenti che scelgono di avvalersene.

 

2. La dichiarazione scritta sulla scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica come materia obbligatoria va presentata al direttore della scuola.

 

3. Nel caso di alunni fino ai 15 anni, la dichiarazione dal paragrafo 2 del presente articolo è presentata dai genitori, ovvero dal curatore, e per lo studente che ha più di 15 anni, la dichiarazione è presentata dallo studente e dal genitore, ovvero dal curatore.

 

4. L’insegnamento della religione cattolica si tiene nelle scuole pubbliche elementari e medie alle stesse condizioni, in base alle quali si tiene l’insegnamento delle altre materie, soprattutto riguardo alla posizione dell’insegnamento della religione entro l’orario.

 

5. Per la formazione di una classe, ovvero di un gruppo a carattere educativo-formativo per tenere l’insegnamento della religione cattolica in circostanze normali ci devono essere almeno sette (7) alunni.

 

6. L’educazione religiosa nei centri pubblici prescolastici si tiene per i bambini, i cui genitori, ovvero il curatore, hanno presentato al direttore dell’istituto prescolastico una dichiarazione scritta in merito.

 

 

Articolo 2

 

Le autorità scolastiche ed ecclesiastiche competenti hanno il dovere di fornire agli alunni e ai loro genitori, ovvero ai curatori, al momento di prendere la decisione circa la frequenza dell’insegnamento di religione, le necessarie informazioni sulle sue finalità, contenuto e intento.

 

 

Articolo 3

 

1. L’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche elementari e medie si tiene, entro i limiti del piano e del programma del curriculum, in due (2) ore settimanali.

 

2. L’educazione religiosa cattolica nei centri prescolastici pubblici si tiene nel quadro dell’educazione integrale, secondo il programma di educazione religiosa cattolica dei bambini in età prescolare.

 

3. La Conferenza Episcopale Croata elabora i piani e i programmi dell’insegnamento della religione cattolica, per le scuole pubbliche elementari e medie, e il programma dell’educazione religiosa per i centri prescolastici pubblici.

 

4. Il Ministro della Pubblica Istruzione e dello Sport, su proposta della Conferenza Episcopale Croata, prescrive i piani e i programmi del curriculum a norma del § 3 del presente articolo.

 

 

Articolo 4

 

1. I libri di testo dell’insegnamento della religione sono libri di testo scolastici in tutto equiparati a quelli delle materie obbligatorie, salvo che devono avere l’approvazione della Conferenza Episcopale Croata, che deve essere indicata nella sigla editoriale del libro di testo.

 

2. Se per una classe, ovvero per lo stesso livello educativo-formativo, più libri di testo ricevono l’approvazione del Vescovo diocesano e il consenso della Conferenza Episcopale Croata, sulla loro adozione, sentito il parere del genitore o del curatore dell’alunno, decide l’insegnante di religione.

Articolo 5

 

1. L’insegnamento della religione cattolica ovvero l’educazione religiosa è impartito da persone, alle quali il Vescovo diocesano ha rilasciato il documento del mandato canonico (missio canonica) e le quali sono in possesso dei requisiti necessari, contemplati dalla legislazione vigente della Repubblica di Croazia.

 

2. Nel momento in cui le autorità scolastiche ed ecclesiastiche ne constatano la necessità, il Vescovo diocesano nomina una persona adatta per lo svolgimento dell’insegnamento della religione, ovvero l’educazione religiosa.

 

3. Il documento del mandato canonico (missio canonica) per l’insegnamento della religione cattolica ovvero per l’educazione religiosa è valido fino alla revoca del Vescovo diocesano.

 

4. Il Vescovo diocesano ha il diritto di revocare con suo decreto il mandato canonico (missio canonica) per l’insegnamento della religione cattolica, ovvero dell’educazione religiosa, per difetti a riguardo della retta dottrina e della morale personale.

 

 

Articolo 6

 

1. Possono svolgere l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche elementari e medie:

-        i teologi laureati, ovvero gli insegnanti di religione con equivalente competenza professionale teologica alta (VII/1)

-        i catechisti laureati, ovvero gli insegnanti di religione con equivalente competenza professionale in pedagogia religiosa e catechistica superiore (VII/1)

 

2. Possono svolgere l’insegnamento della religione cattolica, in tutte le classi della scuola pubblica elementare, anche gli insegnanti di religione ai quali si riconosce con il diploma la competenza professionale in pedagogia religiosa e catechistica superiore, ovvero gli insegnanti di religione con equivalente competenza professionale superiore (VI), a condizione che abbiano finito la loro formazione teologico-catechetica, prima della fine del 1998.

 

3. Possono svolgere l’insegnamento della religione nelle classi inferiori anche i catechisti ovvero gli insegnanti di religione, i quali hanno conseguito il diploma o un documento equivalente di competenza professionale media (IV) in pedagogia religiosa e catechistica, a condizione che abbiano finito la loro formazione teologico-catechetica, prima dell’introduzione dell’insegnamento della religione nel sistema scolastico croato (anno accademico 1991/1992).

 

4. Possono svolgere l’educazione religiosa nei centri prescolastici:

-        gli educatori dei bambini prescolastici, a condizione che, insieme alla competenza professionale determinata dalla legislazione della Repubblica di Croazia, abbiano anche la necessaria competenza teologico-catechistica, psicologico-pedagogica e didattico-metodologica.

-        le persone dei paragrafi 1, 2, e 3 del presente articolo, a condizione che siano sufficientemente abilitati per l’educazione religiosa di bambini in età prescolare, la quale è valutata dal Vescovo diocesano.

 

5. Eccezionalmente, quando non si può assicurare una persona adatta ai sensi dei paragrafi 1, 2, 3, ovvero 4, del presente articolo per svolgere l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica elementare o media ovvero l’educazione religiosa nei centri prescolastici, tale insegnamento ovvero l’educazione religiosa può essere svolto anche da un’altra persona, alla quale il Vescovo diocesano abbia conferito la necessaria missione canonica (missio canonica).

 

 

Articolo 7

 

La Conferenza Episcopale Croata consegna al Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport l’elenco degli Istituti Cattolici che abilitano ai citati titoli di competenza professionale educativa e informa di tutti i cambiamenti al riguardo.

 

 

Articolo 8

 

La Conferenza Episcopale Croata in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport prenderanno cura della formazione professionale permanente.

 

 

Articolo 9

 

Per il sostenimento dell’esame professionale e per la promozione al grado di mentore e di consigliere valgono, in linea di principio, condizioni e procedimenti analoghi a quelli prescritti dai regolamenti del Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport. Le specificità di dette condizioni e procedimenti si determineranno con speciali regolamenti approvati dal Ministero della Pubblica Istruzione e dello Sport e dalla Conferenza Episcopale Croata.

 

 

Articolo 10

 

1. La Conferenza Episcopale Croata, attraverso l’Ufficio Catechistico Nazionale, professionalmente dirige, promuove e coordina l’intero insegnamento ed educazione religiosa cattolica, l’educazione professionale permanente e la promozione al grado di mentore e consigliere.

 

2. Presso l’Ufficio Catechistico Nazionale operano i consiglieri maggiori per l’educazione religiosa nei centri prescolastici pubblici e per l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e medie pubbliche, nominati dalla Conferenza Episcopale Croata.

 

 

Articolo 11

 

1. Le tradizioni religiose cattoliche sono profondamente radicate nella tradizione culturale croata, che sarà oggetto della considerazione dell’istruzione scolastica pubblica croata, specialmente nello svolgimento delle opportune iniziative e dei programmi religioso-culturali, i quali, insieme al sistema scolastico, comprendono le più diverse aree della vita sociale e culturale.

 

2. Le celebrazioni liturgiche si celebrano ordinariamente in locali ecclesiastici, pur essendo possibile, d’intesa con le autorità scolastiche, in circostanze e occasioni speciali, celebrarle nei locali scolastici. La partecipazione degli alunni e dei docenti a tali celebrazioni liturgiche è libera. Il consenso alla celebrazione della liturgia nei locali scolastici è data dal direttore della scuola.

 

3. Durante la visita pastorale del Vescovo diocesano nella parrocchia, la scuola darà la possibilità agli alunni e ai docenti che lo desiderino, di incontrarlo nei locali scolastici.

 

Articolo 12

 

I parroci, per natura del loro ufficio, hanno il diritto di tenere l’insegnamento della religione cattolica nella scuola anche se con poche ore.

 

Articolo 13

 

Per la soluzione di tutte le questioni che si aprissero in merito all'applicazione della presente Intesa e richiedessero soluzioni nuove o aggiunte, il Governo della Repubblica di Croazia e la Conferenza Episcopale Croata nomineranno una commissione, composta da un numero uguale di rappresentati della Repubblica di Croazia e della Chiesa Cattolica.

 

 

Zagabria, 29 gennaio 1999

 

Per il Governo

della Repubblica di Croazia

 

mr. sc. Božidar Pugelnik,

ministro della

pubblica istruzione e dello sport

 

 

 

Per la Conferenza

Episcopale Croata

 

mons. Josip Bozanić

presidente della Conferenza

Episcopale Croata

 

 

 

 

 

 

APPENDICE III

(Estratti dei testi legislativi, sia storici sia odierni, che riguardano il ruolo della Chiesa nel processo educativo)

 

Le leggi emanate nell’Impero Austro-Ungarico

 

Concordato fra Pio IX e Francesco Giuseppe I Imperatore d’Austria del 18 agosto 1855[687]

 

ART. V. – Omnis iuventutis catholicae institutio in cunctis scholis tam publicis quam privatis conformis erit doctrinae religionis catholicae. Episcopi autem ex proprii pastoralis officii munere dirigent religiosam iuventutis educationem in omnibus instructionis locis et publicis et privatis, atque diligenter advigilabunt, ut in quavis tradenda disciplina nihil adsit, quod catholicae religioni morumque honestati adversetur.

 

ART. VI. – Nemo sacram Theologiam, disciplinam catecheticam, vel religionis doctrinam in quocumque instituto vel publico vel privato tradet, nisi cum missionem tum auctoritatem obtinuerit ab Episcopo dioecesano, cuius eamdem revocare est, quando id opportunum censuerit. Publici Theologiae professores et disciplinae catecheticae magistri, postquam sacrorum Antistes de candidatorum fide, scientia ac pietate sententiam suam exposuerit nominabuntur ex iis, quibus docendi missionem et auctoritatem conferre paratum se exhibuerit. Ubi autem theologicae facultatis professorum quidam ab Episcopo ad Seminarii sui alumnos in Theologia erudiendos adhiberi solent, in eiusmodi professores nunquam non assumentur viri, quos sacrorum Antistes ad munus praedictum obeundum prae ceteris habiles censuerit. Pro examinibus eorum, qui ad gradum doctoris Theologiae vel sacrorum Canonum adspirant, dimidiam partem examinantuium Episcopus diocesanus ex doctoribus Theologiae vel sacrorum Canonum constituet.

 

ART. VII. – In gymnasiis et omnibus, quas medias vocant, scholis pro iuventute catholica destinatis, nonnisi viri catholici in professores seu magistros nominabuntur, et omnis institutio ad vitae christianae legem cordibus inscribendam pro rei, quae tractatur, natura composita erit. Quinam libri in iisdem scholis ad religiosam tradendam instructionem adhibendi sint, Episcopi collatis inter se consiliis statuent. De Religionis magistris pro publicis gymnasiis mediisque scholis deputandis, firma manebunt, quae hac de re salubriter constituta sunt.

 

ART. VIII. – Omnes scholarum elementarium pro catholicis destinatarum magistri inspectioni ecclesiasticae subditi erunt. Inspectores scholarum diocesanos Maiestas Sua Cesarea ex viris ab Antistite dioecesano propositis nominabit. Casu quo iisdem in scholis instructioni religiosae haud sufficienter provisium sit, Episcopus virum ecclesiasticum, qui discipulis cathecismum tradat, libere constituet. In ludimagistrum assumendi fides et conversatio intemerata sit oportet. Loco movebitur, qui a recto tramite deflexerit.

 

 

Zakon ob ustroju pučkih škola i preparandija za pučko učiteljstvo u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji iz 1874

(Legge sulla costituzione delle scuole elementari e degli istituti magistrali nei Regni di Croazia e di Slavonia del 1874)[688]

 

§ 1. Fine della scuola elementare è il dare l’educazione morale e religiosa ai bambini, lo sviluppare le loro forze d’anima e di corpo, e l’ammaestrar loro la necessaria scienza e arte generale per la vita civile.

 

§ 3. Inoltre, le scuole elementari sono o pubbliche o private. Quelle che sono fondate e curate totalmente o parzialmente dal Paese o dal comune politico sono le scuole pubbliche e come tali possono essere frequentate da bambini senza differenza di religione.

Le scuole fondate e curate diversamente sono scuole private.

 

§ 4. Le comunità religiose esistenti nel Paese possono fondare e curare a proprie spese le scuole elementari confessionali, alle quali sarà riconosciuto il diritto della pubblicità, se si adegueranno nella loro organizzazione esterna e nella struttura interna alle condizioni prescritte da questa Legge.

 

§ 6. Nelle scuole elementari l’insegnante deve essere della religione, alla quale appartiene la gioventù che frequenta la scuola.

Nelle scuole con confessioni miste, l’insegnante, se è uno, deve essere della religione alla quale appartiene la maggioranza degli studenti e, se si crea la necessità di assumere due o più insegnanti, in tale caso si devono prendere in considerazione anche quelle minoranze, alla religione dei quali, appartiene almeno un quarto della popolazione del comune che mantiene la scuola.

 

§ 12. Il Governo nazionale approva il programma didattico e i libri di testo; per la religione in tutte le scuole elementari [lo fa] su proposta dell’autorità ecclesiastica; non possono essere utilizzati altri [libri di testo].

 

§ 146. Ogni comune scolastico deve avere un comitato comunale scolastico.

 

§ 147. I membri del comitato comunale sono:

a)   il capo del comune politico dove la scuola ha la sede;

b)   il parroco dei bambini che frequentano la scuola. Nei comuni di confessioni miste, a questi si deve aggiungere il pastore di quella religione alla quale appartiene la minoranza degli studenti, se il numero di tali studenti è almeno venti;

c)    l’insegnante o, se la scuola ha più insegnanti, l’insegnante principale;

d)    da 2 a 5 membri di tale comune scolastico, eletti in modo che, se il comune scolastico è costituito da più paesi, ogni comunità sia proporzionalmente rappresentata;

e)   il patrono della scuola.

 

§ 148. Laddove nel comune scolastico vi siano più parrocchie della stessa confessione e più scuole, nel comitato entra un parroco designato dalla curia diocesana, e, tra gli insegnanti principali, quello più anziano di nomina.

 

§ 149. Il comitato comunale scolastico è eletto per un periodo di tre anni, e i suoi membri possono essere rieletti, sebbene possano rinunciare liberamente alla seconda elezione. Il parroco, il capo del comune, l’insegnante e il patrono della scuola non sono sottomessi all’elezione.

 

§ 153. La contea nomina, su proposta del comitato scolastico della stessa, come ispettore, uno dei membri del comitato comunale, per vigilare sull’istruzione prescritta e sull’educazione generale impartita dalla scuola, che sia persona intelligente e amante della scuola, il quale è, in forza dell’ufficio, presidente del comitato scolastico comunale.

 

§ 154. Il comitato scolastico comunale:

a)   propone gli insegnanti, in accordo con il § 113;

b)   si prende cura della condizione materiale generale delle scuole; se non può trovare i mezzi da solo, li chiede al comune oppure, in seconda istanza, al comitato scolastico della contea;

c)    amministra la cassa scolastica comunale e la fondazione scolastica;

d)   si dà premura che i bambini frequentino diligentemente la scuola, e segnala al comune i genitori inadempienti per l’ammenda;

e)   funge da mediatore nelle liti tra gli insegnanti e i genitori dei bambini e da prima istanza per tutte le sanzioni ad esso riservate;

f)     vigila affinché l’insegnante adempia al suo obbligo verso la legge scolastica, non toccando in altro il compito didattico-pedagogico della scuola, del quale spetta soltanto all’ispettore di dare le sue osservazioni all’insegnante e, secondo le circostanze, all’ispettore scolastico della contea.

 

§ 159. Il Governo nazionale nomina, tra gli insegnanti delle scuole elementari che hanno svolto le loro funzioni almeno per dieci anni, oppure tra altri noti esperti scolastici, un numero necessario di ispettori scolastici di contea, ai quali sarà aggiunto, secondo la necessità del servizio, il personale ausiliare.

 

§ 161. L’ispettore scolastico della contea:

a)   sovrintende tutte le scuole pubbliche e private sul suo territorio, visita ciascuna di esse almeno una volta all’anno e vigila affinché in tutto sia osservata la legge scolastica;

b)   consiglia e istruisce gli insegnanti nelle questioni didattico-pedagogiche e nei casi disciplinari, a lui riservati, costituisce la prima istanza;

c)    dà esecuzione in tutte le scuole pubbliche e private alle istruzioni del Governo nazionale, al quale dovrà sottoporre annualmente un rapporto generale sulla situazione di dette scuole;

d)   ha cura delle condizioni scientifiche e morali in tutte le scuole elementari e, se non può trovare rimedio da solo, chiede l’aiuto del Governo nazionale.

e)   funge da mediatore nelle questioni che insorgono tra gli insegnanti e i comitati scolastici comunali, sorvegliando altresì il lavoro degli stessi.

f)     presiede la riunione degli insegnanti del suo territorio.

§ 164. Nel territorio di ogni sovrintendenza scolastica di contea sia costituito il relativo comitato scolastico, sotto la presidenza del capo della contea oppure del suo assessore, composto, per quanto possibile, da membri che abitino nello stesso luogo dove ha la sede ufficiale l’ispettore scolastico di contea.

 

§ 165. Oltre al presidente, i membri del comitato della contea sono:

b)     l’ispettore scolastico della contea, il quale svolge altresì la funzione di relatore del rapporto;

c)     un rappresentante di ogni religione di quella circoscrizione ecclesiastica, nominato dall’autorità religiosa, che nel territorio della sovrintendenza scolastica di contea abbia almeno 1000 anime;

d)     due insegnanti delle scuole elementari, i quali sono scelti, nelle menzionate riunioni annuali degli insegnanti, tra quelli che si trovano nel territorio del comitato scolastico della contea;

e)     sei membri nominati dall’assemblea della contea tra i suoi membri.

 

§ 171. Il comitato scolastico della contea:

a)   esamina e approva i bilanci scolastici dei comitati scolastici comunali;

b)   funge da seconda istanza nelle questioni disciplinari, oppure da prima;

c)    ha cura della situazione materiale globale delle scuole elementari pubbliche e, se non può trovare da solo i mezzi, li chiede alle assemblee dei comuni oppure in ultima istanza al Governo nazionale;

d)   sottopone all’assemblea della contea il rapporto annuale sulla situazione scientifica e morale nelle scuole in questione.

 

§ 185. L’intero insegnamento della religione è guidato e sorvegliato autonomamente dalle rispettive autorità ecclesiastiche.

§ 186. L’autorità ecclesiastica pubblica il programma didattico per l’insegnamento della religione e propone per l’approvazione i libri di testo per l’insegnamento della religione.

 

§ 187. Il numero di lezioni dell’insegnamento della religione che si devono impartire ogni settimana nelle scuole elementari pubbliche sarà stabilito dal Governo nazionale in accordo con l’autorità ecclesiastica.

 

§ 188. In tutte le scuole superiori e, dove ci sono due scuole elementari, entrambe due con quattro insegnanti, si deve assumere per l’insegnamento della religione uno specifico insegnate di religione appositamente pagato.

Diversamente, il rispettivo parroco o il suo assistente spirituale è obbligato ad insegnare la religione ai fanciulli, al quale il comune in questione può dare un premio adeguato.

L’insegnante è tuttavia obbligato a dare un sostegno all’assistente spirituale della propria religione, e a sostituirlo quando egli sia impedito dal ministero o dalle altre incombenze.

 

§ 189. Gli insegnanti di religione autonomi sono equiparati agli altri insegnanti nelle questioni del salario e della pensione.

 

§ 190. Gli insegnanti di religione autonomi sono nominati dal Governo nazionale in base della proposta della rispettiva curia diocesana.

 

§ 191. L’autorità ecclesiastica ha il diritto di informarsi attraverso i propri organi sulla situazione religiosa e morale della scuola, e, a seconda delle carenze riscontrate, di chiederne la rettifica da parte del Governo Nazionale.

 

§ 192. L’autorità ecclesiastica comunica tutte le proprie decisioni sull’istruzione religiosa e sull’adempimento delle pratiche pie al Governo nazionale, il quale, se non ha obbiezioni fondate sulle leggi e sulle istruzioni vigenti, le trasmette ai direttori delle scuole pubbliche per l’esecuzione.

 

Zakon o uređenju pučke nastave i obrazovanja pučkih učitelja u kraljevinah Hrvatskoj i Slavoniji iz 1888

(Legge sull’ordinamento dell’istruzione elementare e sulla formazione degli insegnanti delle scuole elementari nei Regni di Croazia e di Slavonia del 1888)[689]

 

§ 23. In ogni paese, dove si trovano almeno 40 bambini che sono obbligati a frequentare la scuola, deve essere fondata una scuola elementare generale.

Il Governo nazionale, tuttavia, può fare eccezione a questa regola in quei paesi, dove sia in altro modo sufficientemente curata l’istruzione elementare (§ 96. fino al § 103.).

 

§ 96. Le comunità religiose e gli ordini religiosi presenti nel Paese possono fondare e curare a proprie spese scuole elementari confessionali.

I Serbi di confessione greco-orientale possono, sulla base della Legge del 14 maggio del 1887 e nel senso degli ordini augustamente confermati per le scuole serbo-popolari, fondare e curare a proprie spese scuole elementari e istituti magistrali.

 

§ 97. La richiesta per fondare in un luogo una scuola elementare autonoma serba o un’altra scuola elementare confessionale deve essere presentato alla competente autorità politica di prima istanza, la quale svolgerà un’indagine se esistono le condizioni per la manutenzione ordinaria di detta scuola e informerà attraverso l’amministrazione della contea, il Governo nazionale sull’esito della medesima indagine.

 

§ 98. Coloro che mantengono a proprie spese una scuola confessionale elementare oppure una scuola elementare autonoma serba sono esclusi dal pagamento delle tasse scolastiche comunali, finché la loro scuola rimanga adeguata alle condizioni della presente Legge.

Le amministrazioni comunali possono fornire aiuto, a seconda delle proprie possibilità, alle comunità religiose e alle comunità ecclesiastiche serbe dentro i limiti della propria circoscrizione.

 

§ 99. Le materie scolastiche impartite nelle scuole confessionali elementari, nelle scuole elementari autonome serbe e negli istituti magistrali devono essere identiche a quelle delle scuole elementari generali e degli istituti magistrali.

 

§ 100. Gli insegnanti nelle scuole elementari confessionali, nelle scuole elementari autonome serbe e negli istituti magistrali devono essere forniti della stessa qualifica degli insegnanti nelle scuole elementari generali e negli istituti magistrali nazionali.

 

§ 101. Nelle scuole confessionali elementari, nelle scuole elementari autonome serbe e negli istituti magistrali si possono usare soltanto libri di testo scolastici che abbiano ricevuto l’approvazione del Governo nazionale.

 

§ 102. Le scuole confessionali elementari, le scuole elementari autonome serbe e gli istituti magistrali saranno considerate pubbliche fintantoché risultano nelle proprie strutture adeguate alle finalità stabilite per la presente Legge, nei confronti delle scuole elementari generali e degli istituti nazionali magistrali.

 

§ 103. Il Governo nazionale esercita la sua sorveglianza sulle scuole confessionali elementari, sulle scuole elementari autonome serbe e sugli istituti magistrali attraverso speciali delegati e i soprintendenti di contea e nazionali.

 

 

Le leggi emanate nel Regno di Jugoslavia

 

Zakon o narodnim školama iz 1929

(Legge sulle scuole popolari del 1929)[690]

 

 

§ 1. Le scuole popolari sono istituzioni statali il cui fine consiste in: preparare gli studenti con l’istruzione e con l’educazione allo spirito dell’unità statale e popolare e della tolleranza religiosa, per farne membri buoni, leali e attivi della comunità statale, popolare e sociale;

propagare direttamente e indirettamente l’istruzione nel popolo, collaborando con le Istituzioni Culturali per l’Istruzione Popolare.

 

§ 43. L’istruzione religiosa è obbligatoria per tutte le confessioni riconosciute. L’insegnamento della religione è impartito dai ministri sacri o dagli insegnanti della medesima confessione, secondo la volontà dei genitori. L’insegnante di religione – ministro sacro – deve essere cittadino del Regno di Jugoslavia.

Laddove i genitori decidano che l’insegnamento religioso venga impartito dall’insegnante, e non sia disponibile un insegnante della confessione degli studenti, l’insegnamento della religione verrà affidato al ministro sacro, e dove non vi siano né gli uni né gli altri, detto incarico verrà affidato ad altre persone idonee.

Gli insegnanti di religione – ministri sacri – sono nominati dal Ministro della Pubblica Istruzione tra i candidati proposti dall’autorità competente della relativa confessione e la loro retribuzione è determinata dal comune confessionale del luogo o dai soli genitori. Lo stesso vale anche per le altre persone che insegnano la religione in mancanza di ministri sacri o degli insegnanti.

Gli insegnanti di religione – ministri sacri – devono affrontare uno speciale esame d’insegnamento della religione per poter ottenere la competenza pedagogico–metodologica.

Gli insegnanti di religione – ministri sacri – e le altre persone, che non siano insegnanti o ministri sacri, saranno destituiti dal loro incarico dal Ministro della Pubblica Istruzione, su proposta dell’amministrazione del ban, se il loro lavoro nella scuola non corrisponde ai principi pedagogico-metodologici, o se il loro comportamento nella scuola o al di fuori di essa non è concorde con le finalità generali delle scuole popolari.

Il programma scolastico d’insegnamento della religione è imposto dal Ministro della Pubblica Istruzione, dopo aver sentito il Ministero della Giustizia.

 

§ 68. Gli studenti non possono essere membri di associazioni su base religiosa o di associazioni che potrebbero ostacolare, in qualsiasi modo, la tolleranza religiosa o essere contro l’integrità dello Stato o l’unità dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni.

 

§69. Gli studenti possono prendere parte, oltre che alle feste puramente scolastiche, anche a quelle feste e lezioni pubbliche che hanno significato statale o nazionale generale, o sono strettamente legati alla scuola.

 

§ 81. Tutti gli insegnanti devono comportarsi, in servizio e fuori di esso, da persone educate e da educatori della gioventù e del popolo.

L’insegnante è obbligato a dare esempio di tolleranza civica, religiosa, politica e culturale. Egli deve perciò evitare tutte le azioni a carattere pubblico o privato, e specialmente politico, che possano condurre a tale intolleranza. Per questa ragione gli insegnanti non possono essere membri delle associazioni che sono, in qualsiasi modo, dannose ai fini della scuola (§ 1), né possono occuparsi di questioni che non siano concordi con la vocazione magistrale.

Per partecipare ad attività diverse dall’insegnamento essi devono chiedere la previa approvazione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione.

 

§ 123. Il comitato scolastico del luogo è formato da:

f)     il presidente del comune;

g)   il direttore della scuola popolare, che nello stesso tempo è gestore degli affari del comitato;

h)    il direttore della scuola superiore;

i)     il medico comunale del rione;

j)     cinque persone stimate, nostri cittadini, scelti dal comune per ogni comune scolastico. Laddove una scuola comprendesse più comuni, ciascun comune sceglie una persona per il comitato scolastico del luogo.

Se possibile, i membri del comitato siano persone i cui figli frequentino la scuola, che facciano parte del consiglio comunale e, se il comune scolastico è composto da diversi paesi, che risiedano in detti paesi.

Se ci sono più persone che esercitano quella professione, alla quale è connessa la qualità di membro in forza dell’ufficio, nel comitato entra colui che è il più anziano di grado. In assenza del presidente, le sedute sono presiedute dal direttore della scuola. Se il presidente del comitato è il direttore della scuola, egli stesso designa chi lo sostituirà in caso di sua assenza.

§ 164. Le scuole popolari private esistenti al momento dell’entrata in vigore di questa Legge sono escluse dal § 1, e potranno continuare ad esistere solo se si adeguano in tutto alle norme di questa Legge entro il tempo massimo di quattro mesi, dalla sua entrata in vigore.

La scelta dei professori delle scuole popolari private è sottoposta all’approvazione del Ministro della Pubblica Istruzione.

Non si possono fondare nuove scuole popolari private e le esistenti non possono essere trasferite da un paese ad un altro.

 

§ 168. Il Ministro della Pubblica Istruzione distribuirà gli insegnanti di religione stabili trovati in servizio là dove siano più necessari, ai sensi del § 43, ed essi manterranno i diritti che loro spettano per legge. Gli insegnanti di religione, che non hanno acquistato il diritto alla pensione, secondo la Legge sugli impiegati statali e sugli altri ufficiali statali civili del 31 luglio 1923, saranno licenziati dal servizio.

 

 

Pravilnik o izvršenju odredaba o vjerskoj nastavi i privatnim školama po Zakonu o narodnim školama

 

(Regolamento per l’esecuzione delle norme sull’insegnamento religioso e sulle scuole private secondo la Legge sulle scuole popolari)[691]

 

 

§ 1. I genitori o i tutori dei fanciulli devono dichiarare, nel momento dell’iscrizione alla prima classe della scuola popolare, se desiderano che la religione sia insegnata ai loro figli dal ministro sacro o dall’insegnante della rispettiva religione (§ 43 della Legge sulle scuole popolari).

Tale dichiarazione mantiene la sua validità per l’intero periodo dell’istruzione nelle scuole popolari di detti alunni – vale a dire per otto anni – e in nessun caso non può essere cambiato.

Il direttore della scuola conserverà questa dichiarazione nell’ufficio dell’amministrazione scolastica.

 

§ 2. I candidati al posto di insegnanti faranno un apposito esame per ottenere la relativa qualifica per l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.

Il programma di questo esame, come anche la composizione della commissione d’esame, è stabilita dal Ministro della Pubblica Istruzione in accordo con la suprema autorità religiosa competente nel Regno di Jugoslavia (per i cattolici la Presidenza delle Conferenze Episcopali).

Nel diploma verrà scritto “idoneo per insegnare la religione nelle scuole popolari ai fanciulli della confessione …”

 

§ 3. Gli insegnanti idonei per l’insegnamento della religione non possono insegnarla senza la speciale licenza rilasciata dalla competente autorità religiosa.

 

§ 4. Gli insegnanti di religione, che hanno la qualità di impiegati statali, ricevono lo stipendio dallo Stato. Agli altri insegnanti di religione può esser dato un adeguato contributo dallo stesso comune.

 

§ 5. Il rappresentante della competente autorità religiosa può, una volta all’anno, verificare il modo di impartire l’insegnamento religioso.

Il ministro destituirà gli insegnanti che insegnano religione, come anche gli altri insegnanti di religione, su richiesta della competente autorità religiosa se il loro insegnamento risulta contrario a quello ecclesiastico.

 

§ 6. Il programma scolastico dell’insegnamento della religione è imposto dal Ministro della Pubblica Istruzione in accordo con la rispettiva suprema autorità religiosa competente nel Regno di Jugoslavia (per i cattolici la Presidenza delle Conferenze Episcopali).

 

§ 7. Le associazioni puramente scolastiche non possono essere su base nazionale o religiosa. Fuori della scuola popolare gli studenti possono essere membri di associazioni religiose della propria comunità religiosa.

 

§ 8. La partecipazione degli studenti, oltre alle feste puramente scolastiche, può avvenire solo in quelle feste e lezioni pubbliche che hanno un significato statale o nazionale generale, oppure sono strettamente legati alla scuola (§ 69 della Legge sulle scuole popolari). Questa norma non riguarda le festività religiose e i riti religiosi.

 

§ 9. Il Ministro della Pubblica Istruzione riconoscerà l’equivalenza, su proposta dell’inviato del Ministro della Pubblica Istruzione che è stato presente all’esame di laurea per gli insegnanti negli istituti magistrali privati, anche ai candidati di tali scuole.

Il candidato fornito di detto diploma può essere nominato insegnante nella scuola popolare statale.

 

§10. L’insegnante di religione temporaneo diviene stabile dopo aver superato uno speciale esame statale di professione.

§ 11. Il Ministro della Pubblica Istruzione stabilirà i giorni nei quali i bambini saranno condotti dall’insegnante in chiesa in accordo con i rappresentanti di tutte le confessioni riconosciute dallo Stato (per i cattolici la Presidenza delle Conferenze Episcopali) con il consenso del Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

§ 12. L’approvazione chiesta nel § 81, il comma 3, non è necessaria per compiere l’ufficio di cantore ecclesiastico o di organista, ma tali uffici non possono ricadere a danno del regolare ufficio scolastico.

 

§ 13. La sovrintendenza sul lavoro e sul comportamento degli insegnanti di religione, di competenza del direttore della scuola, in base al § 114, il comma 3 della Legge sulle scuole popolari,[692] è di natura disciplinare. Tale sovrintendenza non riguarda l’insegnamento stesso della religione.

 

§ 14. Le norme dei §§ 156 e 157 della Legge sulle scuole popolari[693] non riguardano le associazioni religiose.

 

§ 15. Le norme del §168 della Legge sulle scuole popolari saranno mandate ad esecuzione in accordo con la competente autorità religiosa.

 

Zakon o izmjenama i dopunama u Zakonu o narodnim školama

(Legge sui cambiamenti e sui supplementi alla Legge sulle scuole popolari)[694]

 

 

§ 1. Si cambia il § 43, che ora recita:

L’istruzione religiosa è obbligatoria in tutte le scuole popolari per tutte le confessioni riconosciute.

I ministri sacri o i loro sostituti spirituali impartono l’insegnamento religioso a beneficio dei membri della loro confessione. Essi sono proposti per la nomina o per il trasferimento all’amministrazione della banovina dalla competente autorità religiosa.

A tale titolo essi possono ricevere un certo contributo dal comune stesso. Essi devono essere cittadini del Regno di Jugoslavia. L’insegnante della scuola, se della stessa confessione, è obbligato a supplirli, nel caso di qualche impedimento, che sia legato all’ufficio o ad altra giusta causa. Sulla proposta della competente autorità religiosa tale supplenza può essere permanente.

L’amministrazione della banovina e il Ministero della Pubblica Istruzione pubblicheranno le istruzioni necessarie, in base alla richiesta di quanti ne sono interessati, se la competente autorità religiosa non prende cura dell’istruzione religiosa e non presenta le necessarie proposte per la nomina degli insegnanti di religione.

Possono essere nominati speciali insegnanti di religione nelle scuole dove sono previste almeno 20 lezioni settimanali, in classi con un minimo di 20 studenti. Essi sono nominati dal Ministro della Pubblica Istruzione tra i candidati che hanno concluso lo studio di teologia e che sono stati proposti dalla competente autorità religiosa.

Gli insegnanti di religione, anche quelli privi della qualifica di impiegati statali, sono obbligati nel loro lavoro scolastico a osservare, come gli altri insegnanti, le leggi scolastiche, e specialmente l’ordine scolastico e quello del curriculum.

Il Ministro della Pubblica Istruzione può destituire gli insegnanti di religione, su proposta dell’autorità della banovina, se il lavoro nella scuola non corrisponde ai principi didattico-pedagogici, oppure se il loro comportamento nella scuola o fuori di essa non è adeguato ai fini generali della scuola popolare. Il Ministro informerà sempre di tale sua decisione la competente autorità.

Il programma scolastico dell’insegnamento di religione è imposto dal Ministro della Pubblica Istruzione, in accordo con la rispettiva suprema autorità religiosa, competente nel Regno di Jugoslavia (per i cattolici la Presidenza delle Conferenze Episcopali).

Il rappresentante della competente autorità religiosa ha il diritto, una volta all’anno, di ispezionare lo stato dell’insegnamento religioso.

 

§ 2. Al § 68 si aggiunge un nuovo comma che recita:

Fuori della scuola gli studenti possono essere membri di associazioni religiose della loro comunità religiosa.

 

§ 3. Al § 69 si aggiunge un nuovo comma che recita:

Questa norma non riguarda le festività e i riti religiosi degli studenti.

 

§ 4. Al § 71 dopo il secondo comma se ne aggiunge uno nuovo che recita:

Il Ministro della Pubblica Istruzione riconoscerà l’equivalenza, sulla base della proposta dell’inviato del Ministro della Pubblica Istruzione che è stato presente per l’esame di laurea per gli insegnanti negli istituti magistrali privati, anche ai candidati di tali scuole. Il candidato con questo diploma, può essere nominato insegnante nella scuola popolare statale.

 

§ 5. Al § 72 si aggiunge un nuovo comma che recita:

L’insegnante di religione temporaneo diventa stabile dopo aver superato uno speciale esame professionale di stato, il contenuto del quale sarà prescritto dal Ministro della Pubblica Istruzione, in accordo con la rispettiva suprema autorità religiosa competente nel Regno di Jugoslavia (per i cattolici la Presidenza delle Conferenze Episcopali).

 

§ 6. A seguire il punto 5 del § 78, si inserisce una nuova frase che dice: questo sarà stabilito dal Ministro della Pubblica Istruzione in accordo con i rappresentanti di tutte le confessioni riconosciute dallo Stato (per i cattolici la Presidenza delle Conferenze Episcopali) e con il consenso del Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

§ 7. A seguire dell’ultimo comma del § 81 si aggiunge una nuova frase che recita:

Tale approvazione non è necessaria per compiere l’ufficio di cantore ecclesiastico o di organista, ma questi incarichi non si possono compiere a svantaggio del regolare impegno scolastico.

 

§ 8. Alla fine del § 114 si aggiunge un nuovo comma che recita:

La sovrintendenza, determinata dal punto 6, è di natura disciplinare. Tale sovrintendenza non riguarda l’insegnamento stesso di religione.

 

§ 9. Alla fine del § 157 si aggiunge un nuovo comma che recita: Le norme di questo paragrafo e del paragrafo precedente non riguardano le associazioni religiose.

 

§ 10. Alla fine del § 163 si aggiunge un nuovo comma che recita:

Tali norme saranno mandate ad esecuzione in accordo con la competente autorità religiosa.

 

§ 11. La presente Legge entra in vigore e riceve l’obbligatorietà con la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

 

Le leggi emanate nella Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavija

 

Upute za rad na prosvjetnom polju

(Istruzione circa il lavoro nel campo educativo)[695]

 

 

L’educazione religiosa nelle scuole non è obbligatoria… Il nostro nuovo Stato si fonda su principi più basilari, che riguardano tutte le questioni, incluse quelle religiose. Nelle nostre scuole deve dunque esistere la più grande tolleranza religiosa e perciò lo studio della religione è facoltativo (secondo la volontà). Questo atteggiamento del NOP nei confronti della religione non è ancora del tutto chiaro a molti. Alcuni, infatti, interpretano che Dio e religione, per il NOP, sono a priori (per principio) esclusi dalla scuola. Il popolo sente con dolore questa interpretazione e ciò spesso lo trattiene dall’attiva partecipazione al movimento. Per tale motivo in questo campo si impartono le seguenti istruzioni:

1.    Il legittimo rappresentante della religione – il prete – ha il diritto di tenere settimanalmente in ogni nostra scuola un’ora di insegnamento della propria religione in ogni classe, a favore dei fanciulli che professano la religione che egli rappresenta. Per quanto riguarda l’orario delle lezioni, gli insegnanti devono adattarsi all’insegnante di religione. Gli altri maestri non devono influire negativamente sulla frequenza dei fanciulli alle lezioni di religione.

2.    Gli insegnanti di religione devono insegnare religione secondo le prescrizioni della propria confessione. Per questo motivo non devono chiedere speciali autorizzazioni per il programma didattico, ma devono evitare ogni spiegazione che potrebbe essere contraria, ostile oppure nociva alla politica e alla politica-economica perseguita dal NOP.

3.    Il popolo cattolico e ortodosso, in gran maggioranza, desidera che l’insegnamento inizi e si concluda con la preghiera. Per soddisfare in tutte le scuole questo desiderio del popolo, laddove non si dimostrerà una sua diversa volontà, si pregherà nel modo seguente: Nelle regioni cattoliche si reciterà il ’Padre nostro’ in lingua croata. Nelle regioni ortodosse si reciterà il ‘Padre nostro’ in lingua paleoslava. Nelle regioni con popolazione mista, si reciterà il ‘Padre nostro’ in croato e in paleoslavo, in una lingua all’inizio e nell’altra al termine delle lezioni. Al posto del ‘Padre nostro’ si può ovunque recitare una preghiera che è stata approvata dai legittimi rappresentanti delle diverse religioni: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia da te il suo inizio e in te il suo compimento. Per Cristo nostro Signore. Amen. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

4.    Gli studenti di ciascuna religione hanno il diritto di celebrare la domenica e tutte le festività di precetto celebrate fino ad ora. Gli studenti hanno anche il diritto di compiere i propri doveri religiosi senza ostacoli da parte delle autorità scolastiche, di frequentare la Messa, di confessarsi, di comunicarsi, ecc. L’insegnante che distogliesse i giovani dai loro obblighi religiosi, lo farebbe contro i principi del NOP.

5.    La croce rimanga nelle scuole, dove si trova, in un posto d’onore. Se essa non è esposta, mentre il popolo lo desidera, i Comitati Popolari di Liberazione locali (NOO) provvedano alla sua collocazione. Si faccia conoscere questa circolare al popolo, e particolarmente ai ministri di tutte le religioni, i quali hanno lo stesso diritto degli altri cittadini di fare proposte oppure chiedere spiegazioni alle autorità popolari nei casi di malintesi o scorrettezze.

Okružnica o vjeronauku Ministarstva prosvjete Federale Države Hrvatske

(Circolare del Ministero della Pubblica Istruzione dello Stato Federale di Croazia sull'insegnamento della religione) [696]

 

Con la circolare del Ministero della Pubblica Istruzione della Repubblica Federativa di Croazia, numero 16.293, del 27 settembre 1945, è stato trasmesso quanto segue:

 

‘In base alla decisione della terza seduta dello ZAVNOH sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza, l’insegnamento della religione diviene materia facoltativa in tutte le scuole. Ciò è previsto anche dal Piano e dal programma didattico per le scuole elementari, pubblicato dal Dipartimento per la Pubblica Istruzione dello ZAVNOH, numero 644, del 25 settembre 1944.

In conformità a tale disposizione, può usufruire dell’insegnamento della religione lo studente, i cui genitori lo desiderano secondo la propria volontà e coscienza.

Si proibisce di recar fastidio ai genitori, chiedendo loro qualsiasi tipo di dichiarazione, come pure di far loro esprimere dichiarazioni di frequenza durante riunioni di genitori, mediante votazioni o in qualsiasi altro modo.

Il direttore della scuola, oppure l’insegnante, può informare i genitori, anche in occasione della riunione dei genitori stessi, oltre che sugli altri punti per i quali l’incontro è stato convocato, anche a riguardo della facoltatività dell’insegnamento della religione e del rispettivo orario di lezione, ma non deve convocare una riunione apposita per questa questione.

Sia le autorità popolari, sia l’insegnante sono imparziali circa questa questione, restando loro vietata qualsiasi manifestazione pro o contro, come pure il tentativo di esercitare qualsiasi tipo di influsso. I soli genitori decideranno, quindi, assieme ai propri figli, la questione relativa alla frequenza dell’insegnamento della religione, senza che le autorità scolastiche possano influire al riguardo.

I dipartimenti della pubblica istruzione sono tenuti a informare il foro ecclesiastico sull’inizio dell’attività educativa nelle scuole della loro regione e a chiedere di proporre i necessari insegnanti di religione. Tale proposta viene approvata dalla autorità popolare (dal Comitato Popolare Provinciale) il quale deve informare il rispettivo foro ecclesiastico. Qualora la candidatura di un singolo insegnante fosse respinta per ragioni giustificate, si deve subito richiedere una nuova proposta, cioè un nuovo nominativo. Per attuare un più idoneo svolgimento dell’insegnamento, la lezione di religione deve essere programmata all’inizio o al termine dell’orario scolastico quotidiano.

Gli insegnanti ufficialmente non sono obbligati ad assistere ai riti religiosi con gli studenti in qualità di ufficiali scolastici.

Dal momento che in queste questioni spesso si commettono degli errori, le autorità scolastiche devono adoperarsi in ogni modo per la corretta composizione delle stesse ed evitare per tempo ogni irregolarità. Tutti i direttori delle scuole e gli insegnanti devono essere bene istruiti su questa materia e, in caso di omissione oppure di abusi circa le presenti disposizioni, saranno passibili di un severissimo processo.

Il destinatario è richiesto di proporre per il territorio di questo distretto le persone che insegneranno la religione nelle scuole elementari e di far pervenire il relativo elenco a questo dipartimento, il quale poi lo trasmetterà al Comitato Popolare Provinciale per l’approvazione. Nell’elenco devono essere indicati il nome e il cognome dell’insegnante nonché la scuola nella quale insegna la religione”.

 

 

Postavljanje vjeroučitelja i izdavanje odobrenja za vršenje katehizacije – upute

(Nomina degli insegnanti di religione e il rilascio delle approvazioni per insegnare la religione – istruzione) [697]

 

Per proseguire in futuro uniformemente e correttamente nella questione relativa alla nomina degli insegnanti di religione e in quella inerente al rilascio delle approvazioni per l’insegnamento della religione, in conformità con il Ministero delle finanze, sotto il N. 66217/46, del 5 marzo 1946, si danno le seguenti istruzioni:

 

I.

LA NOMINA DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE

 

Si possono nominare gli insegnanti di religione soltanto in quelle scuole nelle quali, complessivamente, si contano almeno 18 (diciotto) ore di insegnamento settimanali della religione, computando per ogni classe delle scuole elementari 1 (una) ora settimanale e nelle classi inferiori del ginnasio (I-IV) 2 (due) ore settimanali. Se in una scuola non si raggiungono le 18 ore settimanali, e nel paese vi sono più scuole, è possibile nominare un insegnante per più scuole nelle quali egli abbia complessivamente almeno 18 ore settimanali.

Può ricevere la nomina di insegnante soltanto quel prete che la detenga come unica professione, e non colui che eserciterebbe quella funzione in aggiunta al suo ufficio ecclesiastico ordinario (parroci, viceparroci, e simile).

Le richieste devono essere presentate a questo Ministero attraverso il Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare competente, cioè attraverso il Comitato Popolare Regionale della Dalmazia oppure attraverso il Comitato Popolare Cittadino di Zagabria, la cui competenza si determina secondo il domicilio del richiedente. Alla richiesta deve essere allegata la proposta e il nullaosta del Vescovo (episcopio) competente, che deve essere richiesto dallo stesso interessato. Secondo le istruzioni della Presidenza del Governo, Dipartimento del Personale N. 10.000/46, del 9 agosto 1946, alla richiesta devono essere allegati i seguenti documenti: 1) certificato di battesimo cioè fede di nascita, 2) certificato di cittadinanza, 3) certificato del medico, 4) certificato di qualificazione scolastica, 5) certificato di abilitazione all’insegnamento, se in possesso, 6) attestazione del livello lavorativo che il richiedente ricopriva qualora, prima del 10 aprile 1941, fosse nel servizio statale, 7) certificato del diritto di voto, 8) certificato del tribunale che attesta che al richiedente non sia stato tolto il diritto di compiere uffici statali ovvero che tale impedimento sia stato tolto attraverso una sentenza. Se la richiesta riguarda la nomina in una scuola media, i documenti, di cui ai punti VII, VIII, IX e XIII della citata istruzione della Presidenza del Governo, devono essere presentati in tre copie autenticate (tranne a Zagabria, dove bastano due copie). Se un candidato, a causa delle conseguenze della guerra, non potesse procurare i documenti necessari, potrà, in alternativa, allegare l’attestazione di due testimoni, autenticata presso un tribunale popolare distrettuale, davanti il quale i testimoni emetteranno la loro testimonianza del fatto.

Il Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare competente procederà, quindi, secondo le suddette norme. La decisione finale sulla richiesta sarà fornita dal Ministero della Pubblica Istruzione, se si tratta del gruppo IV/2, mentre, per i gruppi superiori, la decisione spetta alla Presidenza del Governo, alla quale questo Ministero farà pervenire la debita proposta.

Gli insegnanti di religione che non raggiungono le 18 ore settimanali, e per i quali l’insegnamento rappresenti l’unico incarico, riceveranno lo stipendio per ogni ora di lezione nella misura prevista per gli altri insegnanti pagati ad ore, cioè, nelle scuole elementari, 30 dinari, e nelle scuole medie, 40-50 dinari. Il Comitato Popolare Distrettuale competente (Regionale di Dalmazia, Cittadino di Zagabria), dopo aver sentito la sezione del sindacato, determina l’ammontare dell’onorario. Esso sarà pagato in base ai certificati prodotti dal dirigente della scuola e gli attestanti che le lezioni sono state effettivamente tenute.

Gli insegnanti di religione che invece svolgono tale ufficio in aggiunta a un altro incarico ecclesiastico ordinario (parroci, viceparroci, e simile) riceveranno per le spese di trasporto, a titolo di importo approssimativo, 3.000 dinari annuali per ogni scuola fuori della sede del loro ordinario posto di servizio. Per l’insegnamento della religione nelle scuole che si trovano nel luogo della sede del loro servizio non riceveranno alcun compenso.

Il suddetto importo approssimativo sarà pagato con 300 dinari mensili in base al certificato prodotto dal dirigente della scuola e attestante che l’insegnamento della religione è stato effettivamente prestato nel numero determinato delle ore nel mese precedente.

 

II.

L’APPROVAZIONE PER L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE

 

Nessuno può insegnare religione nelle scuole senza il permesso del competente organo dell’autorità popolare.

Le richieste per l’approvazione degli insegnanti di religione nelle scuole elementari devono essere sottoposte al Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare Distrettuale competente, che le trasmette con la dovuta proposta e opinione al Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare superiore (Regionale di Dalmazia, Provinciale), che, a sua volta, decide sulla richiesta, informandone gli interessati e questo Ministero.

Le richieste per l’approvazione dell’insegnamento della religione nelle scuole elementari, nel territorio della città di Zagabria, devono essere presentate direttamente al Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare Cittadino di Zagabria.

Le richieste per l’insegnamento della religione nelle scuole medie devono essere presentate al Dipartimento del Personale della Segreteria del Comitato Popolare provinciale competente (Regionale di Dalmazia, Cittadino di Zagabria) che le trasmette con la proposta e il parere a questo Ministero, che deciderà sulla richiesta.

Poiché in questo caso non si tratta di nominare degli insegnanti di religione, con la conseguente stipulazione ufficiale di un rapporto di lavoro, alle richieste non si devono allegare i documenti come nel punto I.

Tutti i Dipartimenti del Personale delle Segreterie dei Comitati Popolari adotteranno i provvedimenti necessari per risolvere la questione della nomina degli insegnanti di religione e del rilascio dei permessi di insegnamento in conformità alle direttive suesposte e assicureranno i mezzi necessari per pagare gli onorari e gli importi approssimativi. Le nomine degli insegnanti di religione e le approvazioni dell’insegnamento della religione finora emanate vanno accordate in conformità con queste direttive, qualora siano ad esse contrarie.

 

Upute za jedinstveni postupak po školama u pitanju obuke iz vjeronauka

(Istruzioni per il procedimento uniforme nelle scuole a riguardo dell’insegnamento della religione) [698]

 

Malgrado tutte le premure del Ministero della Pubblica Istruzione finora dimostrate, nelle scuole esiste ancora difformità ed irregolarità nel modo di agire a riguardo dell’insegnamento della religione.

Le scuole tengono in maniera diversa l’elenco degli studenti che studiano la religione; in una scuola gli studenti si iscrivono per l’insegnamento della religione durante tutto l’anno scolastico, le lezioni si tengono anche nella prima, e non soltanto nell’ultima ora, le assenze dall’insegnamento della religione sono trattate diversamente a seconda della scuola, e c’è una prassi non uniforme nella registrazione dei voti.

Per unificare il modo di agire a riguardo dell’insegnamento della religione, si danno le seguenti disposizioni:

1.    Agli studenti non è permesso di cominciare a frequentare l’insegnamento della religione nel corso dell’anno scolastico.

2.    L’insegnamento della religione si può tenere soltanto nell’ultima ora, cioè nella quinta e sesta ora dell’orario scolastico quotidiano. Se in qualche scuola vi fossero più ore di insegnamento di religione, per modo che esso non si possa svolgere nell’ultima ora in tutte le classi, gli alunni dello stesso corso verranno uniti.

3.    Le assenze degli studenti iscritti dalle lezioni di religione non devono essere in alcun modo considerate, né la scuola è responsabile per esse.

4.    Le lezioni di religione non devono essere riportate nel registro ordinario, ma in un registro speciale composto da tante pagine quante bastano per un anno scolastico. Tali registri devono essere conservati nella direzione della scuola e gli insegnanti di religione li prenderanno prima delle lezioni per registrarvi il programma che svolgono.

5.    I voti relativi alla religione non devono essere riportati né nel “piccolo registro” di classe, né in quello principale, né sulla pagella.

6.    La direzione della scuola dovrà prendersi ogni cura facendo l’ispezione delle lezioni anche dell’insegnamento della religione.

 

Le direzioni delle scuole devono strettamente attenersi alle suddette istruzioni e gli organi di sorveglianza dedicheranno una particolare attenzione in ordine alla loro precisa osservanza.

 

Dekret o školskim praznicima, broj 86275-III-1946

(Decreto sui giorni festivi nelle scuole, numero 86275-III-1946) [699]

 

In tutte le scuole della Repubblica Popolare di Croazia si stabiliscono i seguenti giorni festivi:

1.    Feste nazionali proclamate dal Governo della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia,

2.    Feste nazionali proclamate dal Governo della Repubblica Popolare di Croazia,

3.    Capodanno,

4.    Giorno della cerimonia scolastica conclusiva (stabilita dal Ministero della Pubblica Istruzione per tutte le scuole),

5.    Vacanze invernali dal 1o al 10 febbraio (inclusi), destinate, tuttavia, a seconda delle circostanze locali, alla pratica dell’educazione fisica, dello sci, oppure per compiere gite, etc.,

6.    a) per i cattolici e per i serbo-ortodossi, vigilia di Natale, Natale e il secondo giorno di Natale, Sabato Santo e Pasqua, il primo giorno di Pentecoste. Il Comitato Popolare Distrettuale oppure Cittadino decide sul giorno di festa della chiesa locale.

Inoltre, per i cattolici, il Corpus Domini e la solennità di Tutti i Santi; per gli ortodossi, il giorno di san Saba, il giorno di san Giorgio e la festa del santo patrono della famiglia (soltanto per quegli studenti e insegnanti che lo celebrano),

b) per i musulmani tre giorni di Ramadan Bairam e di Kurban Bairam e un giorno di Maouloud,

c) per gli ebrei due giorni di Pasqua, due giorni di Rosh Hashanà e il giorno di Yom Kippur.

 

Le scuole frequentate da studenti di diverse religioni, si asterranno dalle lezioni in occasione delle feste religiose citate nell’articolo 6, se più della metà degli studenti professano la religione che prevede una determinata festività.

 

Dekret o zabrani školskog vjeronauka

(Decreto sulla proibizione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche)[700]

 

Repubblica Popolare di Croazia

Consiglio per la Pubblica Istruzione e per la Cultura

N. 1991/52

 

A TUTTI I CONSIGLI

PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE E PER LA CULTURA

DEI COMITATI POPOLARI DISTRETTUALI,

CITTADINI, E LOCALI

 

 

In forza dell’esecuzione coerente delle norme della Legge sulle scuole popolari e la Costituzione della Repubblica Popolare di Croazia (Artt. 26. e 39.) do le seguenti spiegazioni e obbligatorie istruzioni:

 

I.

 

A partire dal 1 febbraio 1952, viene abolito il permesso di insegnare la religione nelle scuole popolari e nelle altre scuole statali. Le approvazioni per insegnare la religione nelle scuole popolari finora rilasciate sono pertanto revocate nei confronti dei rappresentanti di qualsiasi confessione religiosa. È altresì proibito radunare i fanciulli in età scolare (secondo la Legge sulle scuole popolari) negli uffici parrocchiali, nelle canoniche, e in aule private allo scopo di insegnare la religione o qualsiasi altra azione organizzata di insegnamento o di educazione religiosa.

II.

 

In conformità agli articoli 26 e 39 della Costituzione, le scuole sono statali e soltanto la legge può permettere l’istituzione di scuole private. La Chiesa può fondare scuole solo per la preparazione dei ministri sacri, ma non quelle aventi finalità di educazione generale. Dal momento che nessuna scuola, né privata né religiosa, avente detta finalità è approvata dalla legge, come prescrive la Costituzione, tali istituti non sono riconosciuti e, di fatto, non si riconoscono.

 

IV.

 

Alle persone private, vale a dire ai ministri sacri di qualsiasi confessione religiosa, non è permesso di radunare in modo stabile ed organizzato i fanciulli e i giovani in associazioni che non siano notificate e approvate ai sensi della Legge sulle associazioni e comizi e altre manifestazioni pubbliche. Allo stesso modo non è permesso alle persone private, cioè ai ministri sacri, rappresentanti delle comunità religiose, di radunare in modo stabile e organizzato i fanciulli e i giovani allo scopo di svolgere attività sociali, quali, per esempio, lo sport, l’attività culturale-artistica, il divertimento, etc., qualora non avessero già ricevuto l’approvazione ai sensi delle norme e delle leggi sulle associazioni e comizi e altre manifestazioni pubbliche. Gli organi della pubblica istruzione sono tenuti, in caso di attività non autorizzate dagli organi competenti che non siano in accordo con le norme e le leggi sulle associazioni e comizi e altre manifestazioni pubbliche, a presentare denuncia ai competenti organi degli affari interni.

 

V.

 

Il presente Decreto dovrà essere prontamente notificato a tutti gli organi della pubblica istruzione delle scuole. Tutte le misure in esso previste hanno immediato vigore.

 

Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica

(Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose) [701]

 

Articolo 4.

La scuola è separata dalla Chiesa.

L’insegnamento della religione nelle chiese, templi, ovvero negli altri luoghi che sono a esso destinati, è libero.

 

Articolo 19.

 

Gli studenti delle scuole ordinarie non possono frequentare l’insegnamento religioso (l’insegnamento della religione) durante le lezioni scolastiche. Per poter frequentare tale insegnamento è necessaria l’approvazione di entrambi i genitori, ovvero del tutore, e il consenso del minorenne.

Le scuole per la preparazione dei ministri sacri possono essere frequentate soltanto da quelle persone che hanno concluso l’insegnamento obbligatorio.

 

Le leggi emanate nella Repubblica di Croazia

 

Ustav Republike Hrvatske

(Costituzione della Repubblica di Croazia)[702]

 

Articolo 14

 

Nella Repubblica di Croazia ciascuno gode di diritti e di libertà, indipendentemente dalla propria razza, dal colore della pelle, dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dalle convinzioni politiche o da qualsiasi altra convinzione, dall’origine nazionale o sociale, dalla proprietà, dalla nascita, dall’educazione, dallo stato sociale oppure da altre caratteristiche.

Tutti sono uguali davanti alla legge.

 

Articolo 40.

 

Si garantisce la libertà di coscienza, di confessione e di pubblica manifestazione di religione o di altra convinzione.

 

Articolo 41.

 

Tutte le comunità religiose sono uguali davanti alla legge e separate dallo Stato.

Le comunità religiose sono libere, in accordo con legge, di esercitare pubblicamente i culti religiosi, fondare le scuole, gli istituti d’educazione e altri istituti, gli istituti sociali e caritativi e mantenerne la gestione e, nella loro attività, godono della protezione e dell’aiuto dello Stato.

 

Articolo 63.

 

I genitori hanno l’obbligo di educare, mantenere e mandare a scuola i figli e hanno il diritto e la libertà di prendere in modo indipendente decisioni sull’educazione dei figli.

I genitori sono tenuti ad assicurare il diritto del bambino ad uno sviluppo completo e armonico della sua personalità.

Il bambino disabile fisicamente o mentalmente e il bambino socialmente trascurato hanno il diritto ad una cura, educazione e previdenza speciali.

I figli sono obbligati a curare i genitori anziani e incapaci di provvedere a se stessi.

Lo Stato prende speciale cura per i minorenni senza genitori o dei quali i genitori non abbiano cura.

 

Articolo 65.

 

L’educazione elementare è obbligatoria e gratuita.

A tutti è accessibile, sotto le stesse condizioni, l’educazione di scuola media e gli istituti superiori in conformità con le proprie abilità.

 

Articolo 66.

 

Nel rispetto delle condizioni prescritte dalla legge si possono fondare scuole private e istituti d’educazione.

 

Articolo 140

 

Gli accordi internazionali che sono stipulati e ratificati secondo la Costituzione e pubblicati e che sono in vigore, fanno parte della legislazione interna della Repubblica di Croazia e la loro forza è sopra la legge. Le loro norme possono essere cambiate o abolite soltanto alle condizioni e nei modi da essi stabiliti, oppure in accordo con le norme generali del diritto internazionale.

 

Zakon o pravnom položaju vjerskih zajednica

(Legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose)[703]

 

Articolo 11

 

(1) Le comunità religiose sono libere, in conformità alla legge, di fondare scuole e istituti d’educazione di qualunque grado.

 

(2) Le comunità religiose hanno anche il diritto di fondare scuole religiose e istituti d’educazione religiosi di qualunque grado, i quali ottengono la personalità giuridica e la parificazione alle condizioni e secondo il procedimento prescritti dalla legge.

Articolo 13