Pontificia Università della Santa Croce

 

 

Facoltà di Diritto Canonico

 

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Robert Piega

 

 

 

 

 

 

 

Evoluzione del diritto ecclesiastico in Polonia

dopo il 1989

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Thesis ad Doctoratum in Iure Canonico totaliter edita

 

 

Relatore:

Prof. José T. Martín de Agar

 

 

 

 

Edizioni Università della Santa Croce

ROMÆ 2001

 

ISBN 88-8333-031-5

 

 

Indice

Abbreviazioni 9

Introduzione generale. 14

Capitolo I - Il Contesto sociologico. 16

1. Radici storiche dell'odierno pluralismo religioso. 16

1.1. Dottrina di Paweł Włodkowic 16

1.2. Confederazione di Varsavia. 17

1.3. Altri fattori storici 18

2. Il contesto sociologico attuale: le chiese e altre confessioni religiose. 19

2.1. Chiesa greco-cattolica. 19

2.2. Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca. 20

2.3. Chiesa Evangelica d'Augsburg. 21

2.4. Chiesa Evangelica Riformata. 22

2.5. Chiesa Metodista. 22

2.6. Chiesa Cattolica Polacca. 23

2.7. Chiese Mariavite. 23

2.8. Chiesa Pentecostale. 24

2.9. Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno. 24

2.10. Chiesa dei Cristiani Battisti 24

2.11. Chiesa Orientale del Vecchio Rito senza la gerarchia. 25

2.12. Unione Religiosa Mussulmana. 25

2.13. Unione Religiosa Caraita. 26

2.14. Unione delle Comunità Ebraiche. 26

2.15. Altre confessioni religiose. 27

Capitolo II - Fonti del diritto ecclesiastico. 28

1. Fonti del diritto ecclesiastico polacco. 28

2. La Costituzione. 29

2.1. Precedenti storici 29

2.1.1. Costituzione del 3 maggio 1791. 29

2.1.2. Costituzione del 17 marzo 1921. 30

2.1.3. La Costituzione del 23 aprile 1935. 33

2.1.4. Costituzione del 22 luglio 1952. 33

2.2. Il periodo di transizione. 33

2.3. La Costituzione del 2 aprile 1997. 33

3. Norme di diritto internazionale. 33

3.1. Patti internazionali relativi ai diritti e alle libertà fondamentali 33

3.1.1. Documenti universali 33

1. Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. 33

2. Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali e Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. 33

3. Dichiarazione sull'eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o la convinzione. 33

4. Convenzione sulla discriminazione nel lavoro e professione. 33

5. Convenzione contro la discriminazione nell'educazione. 33

6.  Dichiarazione dei diritti del bambino. 33

7. Convenzione sui diritti del bambino. 33

3.1.2. Documenti regionali 33

3.2. Il Concordato. 33

3.2.1. Precedenti storici 33

3.2.2. Il Concordato vigente. 33

4. Legislazione ordinaria. 33

4.1. Le leggi generiche. 33

1. Legge 23 aprile 1964: Codice civile, 33

4.2. Le leggi specifiche in materia religiosa. 33

4.2.1. Leggi che riguardano tutte le confessioni 33

4.2.2. Le leggi che riguardano le singole confessioni 33

5. Altre norme. 33

5.1. Regolamenti di attuazione. 33

5.2. Accordi tra le autorità statali ed i rappresentanti delle confessioni: 33

5.3. Statuti 33

6. Il sistema delle fonti 33

Capitolo III - Le confessioni religiose e i loro enti nell'ordinamento giuridico dello Stato. 33

1. Introduzione. 33

2. Lo Stato di fronte al fenomeno religioso. 33

2.1. Il concetto (statale) di confessione religiosa. 33

2.2. Laicità dello Stato. 33

2.2.1. Neutralità delle autorità pubbliche in materia religiosa. 33

2.2.2. Collaborazione tra lo Stato e le confessioni religiose. 33

2.2.3. Separazione coordinata. 33

3. Situazione giuridica delle confessioni religiose. 33

3.1. Le soluzioni antecedenti alla Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione. 33

3.1.1. Le confessioni riconosciute mediante leggi speciali 33

3.1.2. Le confessioni sottoposte al regime delle associazioni 33

a) associazione riconosciuta. 33

b) associazione non riconosciuta. 33

3.2. Situazione giuridica delle confessioni religiose nel diritto vigente. 33

3.2.1. Confessioni iscritte nel registro. 33

3.2.2. Le confessioni riconosciute mediante una legge speciale. 33

3.2.3. Chiesa Cattolica. 33

4. Autonomia delle confessioni religiose. 33

4.1. Principio di autonomia e indipendenza reciproche nei rapporti tra Stato e confessioni religiose. 33

4.2. Libertà delle confessioni religiose nella gestione dei loro affari interni 33

4.2.1. Cenni storici 33

4.2.2. Regime introdotto con le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose. 33

4.2.3. Disposizioni concordatarie relative alla gestione degli affari interni della Chiesa Cattolica. 33

Capitolo IV - Ministri di culto e religiosi nell'ordinamento giuridico statale. 33

1. Principi generali 33

2. Diritti e doveri civili 33

3. Il servizio militare. 33

4. La sicurezza sociale. 33

4.1. Disposizioni della Legge 17 maggio 1989 sulla sicurezza sociale del clero. 33

4.2. Normativa vigente. 33

5. Il regime fiscale. 33

Capitolo V - Associazioni dei fedeli 33

1. Introduzione. 33

2. Associazioni fondate dai cattolici 33

2.1. Organizzazioni ecclesiastiche. 33

2.2. Organizzazioni cattoliche. 33

2.3. Associazioni dei cattolici 33

2.4. Tripartizione delle associazioni fondate dai cattolici nel diritto polacco e la normativa canonica. 33

3. Associazioni fondate dai fedeli ortodossi 33

a) associazioni non soggette al regime comune delle associazioni: 33

b) associazioni soggette al regime comune delle associazioni: 33

4. Associazioni fondate dai fedeli delle altre confessioni 33

5. Conclusioni 33

Capitolo VI - Culto pubblico e assistenza religiosa. 33

1. Introduzione. 33

2. Culto pubblico. 33

2.1. Edifici sacri e cimiteri 33

2.2. Esercizio del culto pubblico. 33

2.3. Giorni festivi 33

3. Assistenza religiosa nelle istituzioni pubbliche. 33

3.1. Forze armate. 33

3.1.1. Cenni storici 33

3.1.2. Ordinariato militare cattolico. 33

3.1.3. Ordinariato militare ortodosso. 33

3.1.4. Ufficio evangelico per la pastorale militare. 33

3.1.5. La pastorale militare dei membri delle altre confessioni 33

3.2. Strutture obbliganti 33

3.2.1. Ospedali, case di cura e centri sociali 33

3.2.2. Istituti penitenziari 33

3.2.3. Assistenza religiosa alle persone minorenni 33

3.3. Osservazioni finali 33

Capitolo VII - Religione e cultura. 33

1. Insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. 33

1.1. Cenni storici 33

1.2. Introduzione dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. 33

1.3. Insegnamento della religione nel diritto vigente. 33

1.3.1. Fondamento giuridico. 33

1.3.2. Organizzazione dell'insegnamento religioso. 33

1.3.3. Condizione dell'insegnante della religione. 33

1.4.4. Osservazioni finali 33

2. Scuole gestite dalle confessioni religiose. 33

2.1. Statuto delle scuole. 33

2.2. Statuto degli insegnanti e degli studenti 33

2.3. Osservazioni finali 33

3. Istruzione superiore. 33

3.1. Tipologia degli atenei ecclesiastici 33

3.2. Facoltà di teologia presso le università statali 33

3.3. Atenei ecclesiastici statali 33

3.3.1. Università Card. S. Wyszyński 33

3.3.2. Accademia Cristiana di Teologia. 33

3.4. Riconoscimento dei gradi accademici conferiti dagli atenei ecclesiastici 33

3.4.1. L'intesa del 30 giugno 1989. 33

3.4.2. Intesa del 1° luglio 1999. 33

3.5. Formazione dei ministri sacri 33

3.6. Osservazioni finali 33

4. Mezzi di comunicazione sociale. 33

4.1. Mezzi di proprietà confessionale. 33

4.2. Diritto di accesso ai mezzi pubblici di comunicazione. 33

Capitolo VIII - Matrimonio religioso con effetti civili 33

1. Introduzione storica. 33

2. Il matrimonio concordatario nel diritto vigente. 33

2.1. Scelta del sistema matrimoniale. 33

2.2. Riconoscimento dei matrimoni dei non cattolici 33

2.3. Matrimonio celebrato all'estero. 33

2.4. Provvedimenti di attuazione. 33

3. Celebrazione del matrimonio religioso quale fondamento degli effetti civili 33

3.1. Forma ordinaria della celebrazione. 33

3.3. Il matrimonio per procura. 33

4. Presupposti di riconoscimento degli effetti civili 33

4.1. Assenza degli impedimenti previsti dalla legislazione polacca. 33

4.1.1. Capacità matrimoniale nel diritto polacco. 33

4.1.2. Le modalità per verificare l'assenza degli impedimenti 33

4.1.2.2. Caso speciale: pericolo di morte. 33

4.2. Dichiarazione di volontà dei nubendi relativa agli effetti civili 33

4.2.1. Carattere giuridico della dichiarazione. 33

4.2.2. Modalità e termini 33

4.2.3. Il matrimonio religioso senza effetti civili 33

4.3. Registrazione del matrimonio nell'ufficio dello stato civile. 33

4.3.1. Certificato del ministro di culto. 33

4.3.2. Funzioni dell'ufficiale dello stato civile. 33

4.3.3. Valore giuridico della trascrizione. 33

5. Giurisdizione sul matrimonio. 33

6. Conclusioni 33

Capitolo IX - Questioni economiche. 33

1. Introduzione. 33

2. Regime economico delle confessioni 33

2.1. Capacità patrimoniale degli enti ecclesiastici 33

2.2. Regime fiscale. 33

3. Sovvenzioni statali 33

3.1. Fondo ecclesiastico. 33

3.2. Finanziamento delle scuole. 33

3.2.1. Scuole primarie e secondarie. 33

3.2.2. Scuole superiori 33

3.3. Finanziamento delle altre attività. 33

4. Il problema dei beni incamerati 33

4.1. Questioni patrimoniali della Chiesa Cattolica. 33

4.2. Questioni patrimoniali delle altre confessioni 33

4.2.1. Chiesa Ortodossa. 33

4.2.2. Chiesa Evangelica d'Augsburg. 33

4.2.3. Chiesa Evangelica Riformata. 33

4.2.4. Chiesa Cattolica Polacca. 33

4.2.5. Chiese dei Mariaviti 33

4.2.6. Chiesa Pentecostale. 33

4.2.7. Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno. 33

4.2.8. Chiesa dei Cristiani Battisti 33

4.2.9. Chiesa Metodista. 33

4.2.10. Comunità Ebraiche. 33

4.3. Conclusioni 33

5. Osservazioni finali 33

Conclusioni 33

Supplemento. 33

1. Costituzioni 33

1.1. Costituzione del 3 maggio 1791. 33

1.2. Costituzione del 17 marzo 1921. 33

1.3. Costituzione del 22 luglio 1952. 33

1.4. Costituzione del 2 aprile 1997. 33

Art. 48. 33

2. Normativa concordataria. 33

2.1. Concordato fra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia del 28 luglio 1993. 33

La Santa Sede e la Repubblica di Polonia. 33

2.2. Dichiarazione del Governo della Repubblica di Polonia del 15 aprile 1997. 33

3. Leggi generiche attinenti alla materia religiosa. 33

3.1. Legge 25 febbraio 1964: Codice di famiglia e di tutela. 33

3.2. Legge 29 settembre 1986 sugli atti dello stato civile. 33

3.3. Legge 6 giugno 1997: Codice penale. 33

3.4. Legge 6 giugno 1997: Codice penale esecutivo. 33

4. Leggi specifiche in materia religiosa. 33

4.1. Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione. 33

4.2. Leggi disciplinanti la situazione delle singole chiese e confessioni religiose. 33

4.2.1. Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica nella Repubblica di Polonia. 33

Sezione I 33

Capitolo 1. 33

Norme generali 33

Capitolo 2. 33

Persone giuridiche della Chiesa e loro organi 33

Sezione II 33

Capitolo 1. 33

Culto pubblico. 33

Capitolo 2. 33

Insegnamento della religione e questioni scolastiche. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Pastorale speciale. 33

Capitolo 5. 33

Capitolo 6. 33

Capitolo 7. 33

Capitolo 8. 33

Sezione III 33

Sezione IV. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Art. 74. 33

(omissis) 33

Capitolo 4. 33

4.2.2. Legge 4 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca. 33

Sezione I 33

Capitolo 2. 33

Sezione II 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Art. 29. 33

Capitolo 6. 33

Capitolo 7. 33

Capitolo 8. 33

Sezione III 33

Sezione IV. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

4.2.3. Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica d'Augsburg nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Art. 33. 33

Art. 36. 33

Capitolo 6. 33

Allegato. 33

4.2.4. Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Riformata nella Repubblica di Polonia. 33

Allegato. 33

4.2.5. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Metodista nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Allegato. 33

4.2.6. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa dei Cristiani Battisti nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

4.2.7. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

4.2.8. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica Polacca nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

4.2.9. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con le comunità ebraiche nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

4.2.10. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica dei Mariaviti nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

4.2.11. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

4.2.12. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Pentecostale nella Repubblica di Polonia. 33

Capitolo 1. 33

Capitolo 2. 33

Capitolo 3. 33

Capitolo 4. 33

Capitolo 5. 33

Allegato. 33

5. Altre disposizioni statali 33

5.1. Circolare del 4 novembre 1998 del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione. 33

6. Normativa pattizia. 33

6.1. Intesa del 1° luglio 1999. 33

7. Disposizioni del legislatore canonico. 33

7.1. Istruzione della CEP relativa al matrimonio concordatario. 33

Parte generale. 33

I. La nuova legislazione polacca che mette in atto l'istituto di matrimonio concordatario. 33

II. Le modificazioni del diritto canonico particolare. 33

Parte speciale. 33

Matrimonio concordatario. 33

III. Procedura ordinaria (fuori del pericolo di morte) 33

IV. Procedura in pericolo di morte. 33

Bibliografia. 33

1. Fonti 33

1.1. Internazionali 33

1.1.1. Multilaterali 33

1.1.2. Concordati 33

1.2. Pattizie. 33

1.3. Canoniche. 33

1.4. Statali 33

1.4.1. Leggi 33

1.4.2. Regolamenti 33

2. Studi 33

 

 

Abbreviazioni

 

AAS                Acta Apostolicae Sedis

Accordo '50      Accordo del 14 aprile 1950 tra il Governo della Repubblica Popolare di Polonia e l'Episcopato polacco

ASCivD            Decreto del 26 ottobre 1998 sugli atti dello stato civile

ASCivL            Legge 29 settembre 1986 sugli atti dello stato civile

Ass                 Legge 7 aprile 1989 sulle associazioni

AssMed           Legge 6 febbraio 1997 sull'assicurazione medica

AssPens          Legge 17 dicembre 1998 sull'assicurazione pensionistica

CC                  Legge 23 aprile 1964 – Codice civile

CCEO              Codice dei canoni delle chiese orientali

CEP                Conferenza episcopale polacca

CFT                Legge 5 marzo 1964 – Codice di famiglia e di tutela

CIC                 Codice di diritto canonico

CLav               Legge 26 giugno 1974 – Codice di lavoro

Conc. '25         Concordato del 10 febbraio 1925 tra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia

Conc.              Concordato del 23 luglio 1993 tra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia

Cost. '21          Costituzione del 17 marzo 1921 della Repubblica di Polonia

Cost. '52          Costituzione del 22 luglio 1952 della Repubblica Popolare di Polonia

Cost.               Costituzione del 4 aprile 1997 della Repubblica di Polonia

CP '69             Legge 19 aprile 1969 – Codice penale (abrogato)

CP                  Legge 6 giugno 1997 – Codice penale

CPA                Legge 14 giugno 1960 – Codice di procedura amministrativa

CPC                Legge 17 novembre 1964 – Codice di procedura civile

CPE                Legge 6 giugno 1997 – Codice penale esecutivo

CPP '69           Legge 19 aprile 1969 – Codice di procedura penale (abrogato)

CPP                 Legge 6 giugno 1997 – Codice di procedura penale

DatiPers          Legge 29 agosto 1997 sulla protezione dei dati personali

DifRP                 Legge 21 novembre 1967 sulla difesa della Repubblica di Polonia

Dichiarazione   Dichiarazione del 15 aprile 1997 del Governo della Repubblica di Polonia relativa all'interpretazione del Concordato

Dz.U.              Dziennik Ustaw Rzeczypospolitej Polskiej – Gazzetta delle Leggi della Repubblica di Polonia

Dz. Urz. MEN   Dziennik Urzędowy Ministerstwa Edukacji Narodowej – Gazzetta Ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione

FondoSt          Statuto del Fondo Ecclesiastico del 7 novembre 1991

GradiAcc          Legge 2 settembre 1990 sul titolo accademico e sui gradi accademici

ImpFF             Legge 20 novembre 1998 sull'imposta forfetaria sul reddito delle persone fisiche

ImpFis            Legge 26 luglio 1991sull'imposta sul reddito delle persone fisiche

ImpGiur           Legge 15 febbraio 1992 sull'imposta sul reddito delle persone giuridiche

InsCarta          Legge 26 gennaio 1982 – Carta dell'Insegnante

InsRel '92        Decreto del 14 aprile 1992 del Ministro della Pubblica istruzione recante le norme sull'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche

Intesa '89        Intesa del 30 giugno 1989 tra il Governo della Repubblica Popolare di Polonia e la Conferenza episcopale polacca sullo status degli atenei pontifici e sulle modalità di riconoscimento dei gradi e titoli da essi conferiti

Intesa '99        Intesa  del 1 luglio 1999 tra il Governo della Repubblica di Polonia e la Conferenza episcopale polacca sullo statuto giuridico delle scuole superiori fondate e gestite dalla Chiesa Cattolica, tra cui università, facoltà autonome e seminari maggiori, nonché sulle modalità e termini di riconoscimento da parte dello Stato dei gradi e titoli accademici conferiti dalle suddette scuole

IstrSup           Legge 2 settembre 1990 sull'istruzione superiore

Istruzione        Istruzione del 22 ottobre 1998 della Conferenza episcopale polacca relativa al matrimonio concordatario

LCC                Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione

lett.                lettera

M.P.                Organ Urzędowy Rzeczypospolitej Polskiej "Monitor Polski" – Gazetta Ufficiale della Repubblica di Polonia "Monitor Polski"

ManoMorta      Legge 20 marzo 1950 sull'incameramento dei beni di mano morta

OrdMilSt          Statuto dell'Ordinariato Militare in Polonia

OrgMin            Legge 8 agosto 1996 sull'organizzazione del Consiglio dei Ministri

PatrD              Decreto del Consiglio dei Ministri del 21 dicembre 1990 sui beni sostitutivi e indennizzo a favore delle persone giuridiche ecclesiastiche

PatrOrd           Ordinanza ministeriale dell'8 febbraio 1990 recante norme per la procedura regolatrice davanti alla Commissione Patrimoniale

RapAug           Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica d'Augsburg

RapAvv            Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno

RapBatt           Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa dei Cristiani Battisti

RapCar            Legge 21 aprile 1936 sui rapporti dello Stato con l'Unione Religiosa Caraita

RapCat            Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica

RapCMar         Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica dei Mariaviti

RapEbr            Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con le Comunità Confessionali Ebraiche

RapMet           Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Metodista

RapMuss         Legge 21 aprile 1936 sui rapporti dello Stato con l'Unione Religiosa Mussulmana

RapOrt            Legge 4 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa

RapPen            Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Pentecostale

RapPol             Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica Polacca

RapRif             Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Riformata

RapVMar         Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti

RapVRit           Decreto-legge 22 marzo 1928 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Orientale del Vecchio Rito

SCh                Costituzione Apostolica Sapientia Christiana del 29 aprile 1979

SChOrd           Ordinationes allegate alla Cost. Sapientia Christiana

SettGov           Legge 4 settembre 1997 sugli settori dell'amministrazione governativa

SistScol           Legge 7 settembre 1991 sul sistema scolastico

SistSS             Legge 13 novembre 1999 sul sistema della sicurezza sociale

SSClero           Legge 17 maggio 1989 sulla sicurezza sociale del clero

T.u.                Testo unico

UOlszL            Legge 9 luglio 1999 sulla fondazione dell'Università di Olsztyn

UOpInt            Intesa del 20 settembre 1994 tra Presidente della Conferenza episcopale polacca, Vescovo di Opole e Ministro della Pubblica Istruzione circa la facoltà di teologia dell'Università di Opole

UOpL              Legge 10 marzo 1994 sulla fondazione dell'Università di Opole

UOpSt             Statuto dell'Università di Opole

UWyszL           Legge 3 settembre 1999 sulla fondazione dell'Università Card. S. Wyszyński

 


Introduzione generale

 

 

 

 

        Oggetto del presente studio è l'evoluzione del diritto ecclesiastico in Polonia, iniziata nel 1989 assieme alle profonde trasformazioni dell'intero sistema politico ed economico del Paese.

        Nel campo ecclesiastico le trasformazioni iniziano il 17 maggio 1989 con la promulgazione di tre leggi attinenti al fenomeno religioso: Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione, Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e Legge sulla sicurezza sociale del clero. In seguito vengono emanate le leggi che disciplinano la situazione giuridica di altre confessioni religiose e viene firmato il Concordato tra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia (28 luglio 1993). Dopo la promulgazione della nuova Costituzione ( 2 aprile 1997) il Concordato viene ratificato (23 febbraio 1998). La sua disposizione in materia matrimoniale viene resa esecutiva con la Legge 24 luglio 1998 sulla modificazione delle leggi: Codice di famiglia e di tutela, Codice di procedura civile, Legge sugli atti dello stato civile, Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e alcune altre leggi (entrata in vigore il 15 novembre 1998). Successivamente, con l'Intesa del 1° luglio 1999 tra il Governo della Repubblica di Polonia e la Conferenza episcopale polacca viene disciplinata la situazione giuridica degli atenei pontifici ad altre scuole superiori gestite dalla Chiesa Cattolica.

        In questo modo la disciplina statale in materia religiosa acquista una certa stabilità e si avvicina al modello elaborato nei Paesi a democrazia liberale. Oggetto della nostra analisi sistematica saranno le disposizioni attinenti alla materia religiosa emanate negli anni 1989-1999. Tuttavia, il contenuto di questa normativa sarebbe a volte incomprensibile se non si tenesse conto, da un lato, del diritto ecclesiastico vigente nel periodo di regime comunista (1945-1989) e, dall'altro, della tradizione plurisecolare dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose in Polonia. Ad entrambi questi fattori si faranno dei cenni nel corso del presente studio.

        La dissertazione si compone da due parti. Nella prima parte presentiamo un'analisi sistematica di quel complesso di norme giuridiche, che costituisce il diritto ecclesiastico vigente in Polonia. Saranno prese in considerazione le norme di diritto internazionale, le disposizioni unilaterali del legislatore polacco ed i relativi regolamenti di attuazione, la normativa pattizia ed anche alcune norme del legislatore canonico. Nella seconda parte, il supplemento, sono state raccolte alcune fonti del diritto ecclesiastico polacco.


Capitolo I - Il Contesto sociologico

 

 

1. Radici storiche dell'odierno pluralismo religioso

 

La Polonia è un Paese di tradizione cattolica latina. Tale semplice affermazione non può, ovviamente, comprendere totalmente una realtà molto complessa e diversificata sotto il profilo ideologico e religioso come la società polacca contemporanea. Pertanto, prima di iniziare l'esposizione del diritto ecclesiastico attualmente vigente in Polonia, occorre fare un cenno ad alcuni dei principali fattori che hanno contribuito al formarsi dell'odierno pluralismo religioso della nostra società.

        La Polonia entra a far parte della Christanitas occidentale con il battesimo del principe Mieszko I nel 966 e la successiva creazione dell'amministrazione ecclesiastica, con la sede metropolitana a Gniezno, nell'anno 1000. Si ipotizza che nella parte meridionale dell'odierno territorio polacco operassero dei discepoli di Cirillo e Metodio e che fosse anche istituito un vescovo di rito orientale slavo a Cracovia[1]. Questa corrente del cristianesimo era, però, destinata a sparire. La decisione di Mieszko I – determinata probabilmente da motivi politici – di accogliere la fede cristiana nella versione occidentale e latina, ha determinato il carattere cattolico latino della Polonia.

        L'omogeneità confessionale del Paese non è, però, durata a lungo. A causa della politica espansionistica condotta dai sovrani della Polonia verso l'Est dell'Europa – specialmente in seguito all'annessione del principato di Galizia (1340) e l'unione personale con il granducato di Lituania (1385) – sono entrati a far parte della società polacca numerose minoranze etniche e religiose, trasformando la Polonia in uno Stato plurinazionale e pluriconfessionale. In queste condizioni si rese urgente l'elaborazione delle norme che garantissero la convivenza pacifica dei seguaci delle diverse confessioni religiose. Ci limitiamo ad indicarne due.

 

 

1.1. Dottrina di Paweł Włodkowic

 

        Il primo contributo della scienza giuridica polacca all'elaborazione teorica della dottrina di libertà religiosa risale proprio all'epoca in cui la società polacca comincia a divenire pluriconfessionale. Ci riferiamo all'intervento di Paweł Włodkowic (Paulus Vladimiri) al concilio di Costanza nel 1415. La teoria del rettore dell'Università di Cracovia e membro della delegazione polacca al Concilio – presentata nell'opera De potestate papae et imperatoris respectu infidelium – si fonda sul principio di rispetto della dignità naturale di ogni uomo e sul precetto di amore verso il prossimo[2]. In base a questi due elementi – il diritto naturale e la morale cristiana[3] – Włodkowic afferma l'uguaglianza dei cristiani e dei pagani nell'ambito di politica, religione ed economia.

Nella stessa ottica di uguaglianza degli esseri umani egli colloca anche il principio di tolleranza religiosa basato sul precetto di amore verso il prossimo[4]. Secondo lui, tale tolleranza comprendeva non solo il libero esercizio delle pratiche religiose ma anche la sicurezza e la protezione giuridica delle persone e dei loro beni. Erano, quindi, escluse le confische del patrimonio dei dissidenti religiosi, come pure la loro espulsione dal territorio dello Stato.

La dottrina di Włodkowic – pur essendo stata elaborata per sostenere la libertà religiosa dei non cristiani abitanti nei territori dello Stato polacco, specialmente in Lituania, contro le pretese dell'Ordine Teutonico – ha avuto anche un impatto notevole sullo sviluppo della libertà dei protestanti nei secoli successivi. La ritroveremo, inoltre, quale fondamento della libertà religiosa, nelle affermazioni della prima Costituzione moderna dello Stato polacco, promulgata il 3 maggio 1791.

 

 

1.2. Confederazione di Varsavia

 

        All'inizio del Cinquecento la Riforma protestante ha contribuito alla diversificazione della società polacca sotto il profilo religioso. La presenza dei seguaci delle varie correnti riformatrici – luterana, calvinista, unitariana – ha reso urgente la questione di una pacifica coesistenza dei fedeli appartenenti alle diverse confessioni religiose.

        È in questo contesto storico che viene elaborata la cosiddetta Confederazione di Varsavia. Si tratta di una legge[5], approvata dalla Dieta nel 1573 in una situazione storica determinata dalla presenza nel territorio polacco di molte comunità religiose provenienti dalla Riforma, con la quale è stata riconosciuta alla nobiltà e agli abitanti di alcune città regie la libertà di scegliere la propria religione. Siccome non definiva la religione, ammetteva di fatto l'esistenza in Polonia delle diverse confessioni religiose, ma "la cosa più importante che sanciva era che lo Stato non doveva ingerirsi negli affari di coscienza dei suoi cittadini"[6]. In seguito, la suddetta legge è stata inserita nei cosiddetti Articoli di Henryków entrando così a far parte delle norme giuridiche basilari dello Stato. Difatti, i summenzionati Articoli erano una raccolta delle norme che ogni re neoeletto si impegnava ad osservare con giuramento sotto pena di denuncia dell'obbedienza da parte della nobiltà e che costituivano, quindi, una sorte di legge costituzionale[7]. Anche se, nei secoli successivi, la Confederazione di Varsavia non sempre fu osservata, essa costituisce un elemento importante della storia di libertà religiosa in Polonia.

 

 

1.3. Altri fattori storici

 

        Verso la fine del Settecento in seguito alle tre spartizioni (1772, 1773, 1795) viene eliminata l'indipendenza della Polonia e il suo territorio diviso fra i tre Stati occupanti: Russia, Prussia ed Austria. La situazione delle confessioni religiose nelle tre zone di occupazione è definita dalle leggi dei rispettivi Stati e varia da zona a zona, ma in tutti e tre i casi è informata dai principi di giurisdizionalismo.

Nel 1918 la Polonia riacquista l'indipendenza. Sotto il profilo confessionale il giovane Stato non differisce molto dalla Polonia del periodo antecedente alle spartizioni. Gli atti legislativi attinenti alla materia ecclesiastica che sono stati emanati in questo periodo – denominato II Repubblica (1918-1939) – saranno oggetto della nostra analisi nel paragrafo successivo. Qui interessa soltanto sottolineare che la Polonia fra le due guerre rimane ancora uno Stato plurinazionale e pluriconfessionale. Le minoranze etniche costituiscono oltre il 30% e quelle confessionali circa il 35% della popolazione[8]. È anche importante notare che i membri delle confessioni religiose diverse dalla cattolica appartengono spesso alle minoranze etniche. Tale coincidenza si registra soprattutto nel caso di ebrei, tedeschi (protestanti) e ucraini (ortodossi o greco-cattolici). Questo fatto faceva sì che l'attitudine dello Stato nei confronti delle minoranze religiose fosse condizionato, in buona parte, dalla politica verso le minoranze etniche[9].

Dopo la seconda guerra mondiale, in seguito agli accordi di Yalta, una parte dei territori orientali della Polonia è stata incorporata all'Unione Sovietica mentre sono stati annessi alla Polonia alcuni territori finora appartenenti alla Germania. In seguito a questo spostamento del territorio dello Stato verso l'Occidente, oltre che allo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti, la Polonia è diventata uno Stato praticamente uninazionale e uniconfessionale. Le minoranze etniche ammontano al 2% mentre quelle confessionali ad oltre il 4%[10].

Con la riconquista della piena sovranità nel 1989 termina il periodo della Polonia Popolare e inizia quello della III Repubblica. La situazione giuridica delle confessioni religiose in questo periodo costituisce oggetto del presente studio e sarà analizzata in modo particolareggiato nelle pagine che seguono.

 

 

2. Il contesto sociologico attuale: le chiese e altre confessioni religiose

 

Come già abbiamo accennato del paragrafo precedente, l'odierna società polacca è piuttosto omogenea sotto il profilo confessionale. Tuttavia, oltre alla Chiesa Cattolica latina che comprende più di 90% della popolazione, continuano ad esistere le confessioni religiose storicamente presenti in Polonia e se ne fondano delle nuove. Cercheremo in questo paragrafo di presentare brevemente un panorama delle minoranze religiose attualmente presenti in Polonia.

 

 

2.1. Chiesa greco-cattolica

 

        Adottiamo la denominazione comunemente usata in Polonia[11]. Il Concordato del 1925 usava l'espressione: Chiesa greco-rutena, mentre attualmente l'Anuario Pontificio adopera la denominazione: Rito bizantino degli Ucraini. È una chiesa uniate creata nel 1596 a Brest[12]. Prima delle spartizioni della Polonia contava 9300 parrocchie e più di 4,5 milioni di fedeli[13]. Nel periodo delle spartizioni godeva della piena libertà nella parte annessa all'Austria, mentre nell'Impero Russo si è proceduto alla conversione forzata degli ucraini greco-cattolici alla fede ortodossa[14]. Dopo la riconquista dell'indipendenza nel 1918 erano presenti nel territorio dello Stato polacco circa 3 milioni di greco-cattolici raggruppati in tre diocesi e una amministrazione apostolica[15]. La maggioranza dei fedeli di Chiesa greco-cattolica era di nazionalità ucraina. Dopo la seconda guerra mondiale essi furono in parte deportati nell'Unione Sovietica, in parte dispersi dalle autorità statali nelle regioni nord-occidentali della Polonia e la Chiesa è stata formalmente soppressa dalle autorità statali[16]. La sua esistenza è stata riconosciuta dallo Stato polacco soltanto nel 1991[17]. Attualmente la Chiesa greco-cattolica in Polonia è composta da due eparchie[18] e conta circa 100 mila fedeli.

        Per la completezza del quadro occorre segnalare l'esistenza in Polonia di altri due riti orientali: armeno e bizantino-slavo. Nel periodo tra le due guerre esisteva una archidiocesi armena a Leopoli (con 8 parrocchie) e un'ufficio di amministratore apostolico per i fedeli di rito bizantino-slavo[19]. In seguito allo spostamento delle frontiere dopo la seconda guerra mondiale i fedeli di questi riti sono, però, diventati poco numerosi e attualmente non possiedono la gerarchia propria. La cura pastorale di questi fedeli è affidata all'Arcivescovo di Varsavia in qualità di Ordinario per i fedeli di rito orientale sprovvisti della gerarchia propria.

 

 

2.2. Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca.

 

        Gli inizi di una notevole presenza del cristianesimo ortodosso in Polonia risalgono all'annessione del principato di Galizia (1340). Fu allora che è stata istituita la sede metropolitana ortodossa in Galizia[20]. Com'è stato detto dianzi, una parte di questa Chiesa si è unita nel 1596 alla Chiesa Cattolica dando vita alla Chiesa greco-cattolica. La parte restante, assoggettata al patriarcato di Mosca durante il periodo delle spartizioni, nella Polonia indipendente ha proclamato nel 1922 la autocefalia, riconosciuta dal patriarca di Costantinopoli il 13 novembre 1924 e da quello di Mosca nel 1948[21]. La sua situazione giuridica è stata definita dal Decreto-legge 18 novembre 1938 del Presidente della Repubblica sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca[22] e dalla Legge 23 giugno 1939 sulla regolamentazione delle questioni patrimoniali[23]. Attualmente il suo status è regolato dalla Legge 4 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca[24]. La Chiesa comprende circa 650 mila fedeli ed è divisa in 5 diocesi e 217 parrocchie[25].

 

 

2.3. Chiesa Evangelica d'Augsburg

 

        Il luteranesimo, presente in Polonia sin dall'inizio della Riforma, nel periodo delle spartizioni si è legato alle strutture evangeliche luterane esistenti negli Stati occupanti. Quando nel 1918 la Polonia riacquistò l'indipendenza, i luterani – volendo riunirsi in un unico organismo confessionale – hanno creato la Chiesa Evangelica d'Augsburg che contava circa 500 mila fedeli raggruppati in 118 parrocchie e 40 filiali[26]. Essa non comprendeva, però, tutti i luterani presenti in Polonia. Esistevano anche: Chiesa dell'Unione Veteroprussiana, Chiesa Veteroluterana e Chiesa di Confessione Augustana ed Elvetica[27]. Queste chiese, per lo più comprendenti i fedeli di origine tedesca, si sono estinte in Polonia in seguito allo spostamento delle frontiere dopo la seconda guerra mondiale e la conseguente emigrazione della popolazione tedesca.

La situazione giuridica della Chiesa Evangelica d'Augsburg è stata regolamentata con il Decreto-legge del Presidente della Repubblica del 25 novembre 1936[28] novellato poi con la Legge 4 luglio 1947[29] che ha unito alla Chiesa Evangelica d'Augsburg alcune parrocchie luterane appartenenti alle chiese estintesi in Polonia cui abbiamo accennato sopra[30]. Attualmente lo status giuridico della Chiesa è regolato dalla Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica d'Augsburg[31]. La Chiesa comprende più di 90 mila fedeli raggruppati in 6 diocesi divise in 124 parrocchie[32].

 

 

2.4. Chiesa Evangelica Riformata

 

        La confessione evangelica riformata svolge la sua attività in Polonia dal 1550[33]. Nel periodo tra le due guerre esistevano in Polonia due chiese riformate: Unità di Varsavia e Unità di Vilnius. La posizione giuridica di entrambe era regolata dalle leggi russe[34]. Dopo la seconda guerra mondiale il Decreto del 5 settembre 1947 del Consiglio dei Ministri[35] ha riunito tutti gli evangelici riformati in un'unica confessione denominata Chiesa Evangelica Riformata. Attualmente la sua situazione giuridica è regolata dalla Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Riformata[36]. La Chiesa comprende circa 4500 fedeli raggruppati in 10 parrocchie[37].

 

 

2.5. Chiesa Metodista

 

        Gli inizi del metodismo il Polonia risalgono al 1920 e sono dovuti all'attività missionaria dei metodisti americani. La Chiesa è stata riconosciuta con il Decreto-legge del 16 ottobre 1945 del Consiglio dei Ministri[38]. Attualmente la sua situazione giuridica è regolata dalla Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Metodista[39]. La Chiesa comprende circa 6000 fedeli[40] raggruppati in 48 parrocchie[41].

 

 

2.6. Chiesa Cattolica Polacca

 

        La Polish National Catholic Church è stata fondata negli Stati Uniti tra gli immigranti cattolici polacchi dal sacerdote F. Hodur (1866-1953). Scomunicato dalla Santa Sede, è stato consacrato vescovo dai veterocattolici ad Utrecht nel 1907. Negli anni successivi la Chiesa si è sviluppata anche in Polonia. Nel periodo tra le due guerre non fu riconosciuta dallo Stato[42]. La sua situazione giuridica è stata regolamentata provvisoriamente in via amministrativa il 1° febbraio 1946 dal Ministro delle Confessioni Religiose e Istruzione Pubblica[43]. Nel 1952 le parrocchie della Chiesa Nazionale Cattolica Polacca presenti in Polonia si sono staccate, sotto la pressione delle autorità civili, dalla Chiesa-madre dando così vita alla Chiesa Cattolica Polacca. La situazione giuridica di questa è stata regolata con la Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica Polacca. La Chiesa è autonoma e indipendente pur rimanendo "in comunione di fede e di morale con la Chiesa Nazionale Cattolica Polacca negli Stati Uniti d'America e in Canada"[44]. Secondo l'elenco delle persone giuridiche, allegato alla summenzionata Legge, la Chiesa è composta da 3 diocesi divise in 87 parrocchie.

 

 

2.7. Chiese Mariavite

 

        Gli inizi della confessione mariavita risalgono alla fine dell'Ottocento quando M.F. Kozłowska fondò due congregazioni religiose: Povere Sorelle di Santa Chiara (1887) e Sacerdoti Mariaviti (1893). Nel 1906 il sacerdote J.M. Kowalski ha chiesto alle autorità ecclesiastiche l'approvazione delle suddette comunità religiose, la quale però non è stata concessa a causa di un misticismo eccessivo dei loro membri. Staccatesi dalla Chiesa Cattolica le congregazioni hanno creato una confessione religiosa autonoma che, nel 1935, si è divisa per motivi dottrinali dando vita a due chiese: Cattolica dei Mariaviti e Veterocattolica dei Mariaviti. Entrambe sono state riconosciute dalle autorità statali con il Decreto-legge del 5 novembre 1947[45]. Attualmente il loro status giuridico è regolato dalle leggi: 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti[46] e 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica dei Mariaviti[47]. La Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti è composta da 3 diocesi divise in 38 parrocchie, mentre la Chiesa Cattolica dei Mariaviti possiede 20 parrocchie raggruppate in 2 circoscrizioni denominate custodie[48].

 

 

2.8. Chiesa Pentecostale

 

La prima comunità pentecostale in Polonia – Chiesa dei Cristiani Decisi – è stata creata a Cieszyn nel 1910. Nel 1947 le varie correnti pentecostali sono state riunite, sotto la pressione delle autorità civili, nella Chiesa Evangelica Unita. Nel 1988 questa federazione si è sciolta e le varie comunità che ne facevano parte si sono iscritte nel Registro delle confessioni religiose come confessioni autonome. La situazione giuridica della più grande di esse – Chiesa Pentecostale – è attualmente regolata dalla Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Pentecostale[49]. La Chiesa comprende circa 20 mila fedeli raggruppati in 157 assemblee[50].

 

 

2.9. Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno

 

        I primi avventisti giunsero in Polonia nel 1888[51]. Tollerati nel periodo tra le due guerre, sono stati riconosciuti in via amministrativa dal Ministro delle Confessioni Religiose e Pubblica Istruzione il 21 ottobre 1947[52]. Attualmente la loro posizione giuridica è definita dalla Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno[53]. La Chiesa è divisa in tre diocesi[54].

 

 

2.10. Chiesa dei Cristiani Battisti

 

        Nel periodo interbellico esistevano in Polonia delle chiese battiste che raggruppavano soprattutto i fedeli appartenenti alla minoranza tedesca. La seconda guerra mondiale e gli avvenimenti postbellici hanno ridotto notevolmente il numero dei battisti in Polonia. L'Unione Battista Polacca è stata riconosciuta dallo Stato in via amministrativa nel 1947[55]. Attualmente la sua posizione giuridica è definita dalla Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa dei Cristiani Battisti[56]. La Chiesa conta circa 3 mila fedeli[57] raggruppati in 9 distretti divisi in 59 assemblee.

 

 

2.11. Chiesa Orientale del Vecchio Rito senza la gerarchia

 

        Gli osservanti del vecchio rito – chiamati anche rascolnichi – sono gli ortodossi che non hanno accettato le riforme introdotte dal patriarca Nikon nel 1653. Si stabilirono nella parte orientale della Polonia verso la fine del Seicento. I rascolnichi si dividevano in vari gruppi. Quella che oggi vive in Polonia si caratterizza per il fatto di non possedere la gerarchia ecclesiastica; l'esercizio di culto viene affidato ai più anziani della comunità[58]. Nel periodo fra le due guerre la Chiesa Orientale del Vecchio Rito comprendeva 52 comunità[59]. La sua situazione giuridica è stata regolamentata con il Decreto-legge 22 marzo 1928 del Presidente della Repubblica sui rapporti dello Stato con la Chiesa Orientale del Vecchio Rito senza la gerarchia[60] tuttora in vigore.

 

 

2.12. Unione Religiosa Mussulmana

 

        I mussulmani che oggi vivono in Polonia sono discendenti dei Tartari che si stabilirono nella parte orientale del Paese all'inizio del Quattrocento[61]. Nel 1775 una constitutio della Dieta garantì loro la libertà di culto[62]. Attualmente la loro situazione giuridica è definita dalla Legge 21 aprile 1936 sui rapporti dello Stato con l'Unione Religiosa Mussulmana[63].

 

 

2.13. Unione Religiosa Caraita

 

        I caraiti giunsero nei territori orientali della Polonia, secondo la tradizione, alla fine di XIV secolo, dalla Crimea, come prigionieri di guerra. Parlavano la propria lingua e professavano una versione del giudaismo basata esclusivamente sull'Antico Testamento, rifiutando la successiva tradizione ebraica. Rimasero sempre una confessione esigua. Prima delle spartizioni non contavano più di un migliaio di persone[64]. Nella Polonia indipendente la loro situazione giuridica è stata regolamentata con la Legge 21 aprile 1936 sui rapporti dello Stato con l'Unione Caraita[65] che è tuttora in vigore.

Tuttavia, dal momento che molte sue disposizioni non corrispondono più alla situazione reale e la piccola comunità non chiede la sua revisione, bisogna dire che attualmente la libertà religiosa dei Caraiti si basa più sulla Legge 13 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione che sulla Legge del 1936. Questa osservazione vale anche per i mussulmani e gli osservanti del vecchio rito.

 

 

2.14. Unione delle Comunità Ebraiche

 

        Gli ebrei sono presenti in Polonia a partire dal X secolo[66]. Nel Trecento fu riconosciuta loro la libertà di organizzarsi nelle proprie comunità (kahal) con un'ampia sfera di autonomia[67]. Dopo la riconquista dell'indipendenza la loro situazione giuridica è stata regolamentata con il Decreto-legge 14 ottobre 1927 sulla regolamentazione della situazione giuridica delle Comunità Ebraiche[68]. In base al Decreto tutti gli ebrei residenti in Polonia – circa 3 milioni – appartenevano obbligatoriamente all'Unione Religiosa Ebraica, la quale assumeva in questo modo il carattere di associazione allo stesso tempo etnica e confessionale. Dopo la guerra, a causa dello sterminio degli ebrei operato dai nazisti, l'Unione non ha ripreso l'attività. I gruppi degli ebrei sopravvissuti hanno creato nel 1949 l'Associazione Religiosa di Confessione Mosaica soggetta alla legge sulle associazioni[69]. Attualmente la situazione giuridica della religione ebraica è definita dalla Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con le Comunità Ebraiche[70]. L'Unione è composta da 9 comunità[71].

 

 

2.15. Altre confessioni religiose

 

Abbiamo dianzi descritto brevemente quelle confessioni religiose la cui situazione giuridica è stata regolamentata con una apposita legge. Per completare il quadro occorre segnalare l'esistenza di un gran numero delle confessioni religiose[72] riconosciute in base alla Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[73]. Vi sono, tra di esse, dei gruppi religiosi appartenenti alle tradizioni molto diverse: mussulmani, ebrei (in entrambi i casi si tratta dei gruppi che non appartengono alle unioni religiose descritte poc'anzi), testimoni di Geova, rosicruciani, vari gruppi cristiani ispiratisi al pentecostalismo, movimenti religiosi orientali e altri di non sempre facile individuazione.


Capitolo II - Fonti del diritto ecclesiastico

 

 

1. Fonti del diritto ecclesiastico polacco

 

        L'espressione fonti del diritto può assumere diversi significati. In senso formale – fontes iuris oriundi – sono fonti del diritto quegli atti che in un dato ordinamento giuridico sono riconosciuti idonei a produrre diritto. Sono fonti di cognizione – fontes iuris cognoscendi – i documenti e le pubblicazioni dai quali si può prendere conoscenza del contenuto di un atto normativo. L'espressione fonti del diritto viene anche adoperata per indicare quei fattori sociali, politici ed economici, ad es. ideologie, religioni, convinzioni morali, situazione economica del Paese, che influenzano gli organi che creano il diritto determinandone in varia misura il contenuto[74].

        Nel presente studio dedicheremo la nostra attenzione soprattutto alle fonti formali del diritto. Dato, però, che: "ogni ordinamento giuridico è espressione di determinati presupposti ideologici e culturali, che spiegano, con maggiore o minore coerenza, il senso delle strutture che lo caratterizzano e delle risposte che offre per la soluzione dei conflitti tra i soggetti facenti parte del gruppo sociale nel quale vige l'ordinamento stesso"[75], sarà anche utile fare un cenno alle fonti del diritto intese nell'ultimo significato.

        Nella Costituzione del 2 aprile 1997 si è cercato di mettere in ordine il sistema delle fonti del diritto polacco dedicando a tale scopo un apposito capitolo e indicando in modo tassativo gli atti idonei a produrre diritto nonché la loro gerarchia.

        In base a queste disposizioni le fonti del diritto ecclesiastico vigente in Polonia possono essere divise in quattro gruppi in relazione alla loro posizione nella gerarchia delle norme:

1. Costituzione,

2. trattati internazionali ratificati previo assenso della Dieta,

3. leggi ordinarie:

a) leggi generiche che pur non essendo direttamente prodotte per la regolamentazione del fenomeno regolamentazione del fenomeno religioso, riguardano tuttavia le confessioni religiose in quanto disciplinano un qualche aspetto della loro attività,

b) leggi specifiche volte a regolamentare direttamente la materia ecclesiastica,

4. disposizioni di attuazione subordinate alla legge,

5. Pur non essendo in senso stretto fonti del diritto, anche le decisioni giudiziarie e amministrative determinano il carattere del diritto ecclesiastico e perciò dovranno essere prese in considerazione.

        Cercheremo adesso di descrivere le fonti dianzi indicate accennando anche ai precedenti storici degli atti normativi attualmente in vigore per mettere in evidenza sia la rapida evoluzione che ha interessato il nostro diritto ecclesiastico negli ultimi anni, sia la sua continuità.

 

 

2. La Costituzione

 

        La Costituzione del 2 aprile 1997 costituisce attualmente la fonte primaria del nostro ordinamento giuridico e quindi anche del diritto ecclesiastico. Le sue singoli disposizioni attinenti alla materia religiosa saranno analizzate nei successivi capitoli insieme alle altre norme che disciplinano determinati aspetti della nostra materia. In questo capitolo dedicato all'analisi delle fonti si cercherà soltanto di delineare un quadro generale della normativa ecclesiastica introdotta con la Costituzione vigente e vedere come si è arrivati alla disciplina attuale. Saranno quindi analizzate in modo molto sintetico le disposizioni delle Costituzioni precedenti e il periodo di transizione del nostro diritto costituzionale che va dal 1989 fino all'entrata in vigore della  Costituzione vigente (17 ottobre 1997). Nella terza parte si cercherà di ricavare dall'attuale Legge fondamentale i principi del diritto ecclesiastico che la ispirano, mettendo in evidenza soprattutto quelle disposizioni che la distinguono dalle Costituzioni precedenti.

 

 

2.1. Precedenti storici

 

2.1.1. Costituzione del 3 maggio 1791

 

Il 3 maggio 1791 la Dieta approvò la prima Legge fondamentale moderna della Polonia. Le questioni relative alle confessioni religiose sono state regolate nell'art. 1 della Costituzione. La religione cattolica romana è stata proclamata religione nazionale e dominante. Tale affermazione proveniva dai legami storici che univano la Polonia alla Chiesa cattolica latina e facevano parte della sua identità nazionale. Tuttavia, la Costituzione riconosceva anche il principio della libertà religiosa facendolo derivare dal comandamento di amore verso il prossimo. Si legge nell'art. 1:

"Religione nazionale dominante è e sarà la santa fede romana cattolica con tutte le sue leggi; il passaggio dalla religione dominante ad un'altra confessione è proibito sotto le pene previste per l'apostasia. Considerato, tuttavia, che la stessa fede santa ci prescrive di amare il nostro prossimo, a tutti gli uomini di qualsiasi confessione, abbiamo il dovere di concedere la pace nella fede e la tutela da parte del governo. Perciò, garantiamo la libertà di tutte le religioni e confessioni presenti nei Paesi della Polonia, secondo le disposizioni delle leggi nazionali".

Come abbiamo visto sopra, tale argomentazione era già presente nella dottrina di Włodkowic. Anche le disposizioni della già citata Confederazione di Varsavia erano fondate sul medesimo presupposto[76]. La Costituzione del 1791 ha avuto un grande valore simbolico nella storia della Nazione, le sue conseguenze pratiche erano tuttavia scarse. Nel 1795 in seguito alle spartizioni ad opera di Russia, Prussia e Austria venne eliminata l'indipendenza della Polonia sino al 1918. La Costituzione del 3 maggio fu, quindi, in vigore per un periodo troppo breve per determinare la legislazione ordinaria in materia ecclesiastica e influire sui rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose. I tre Stati occupanti hanno introdotto sui territori annessi la loro legislazione anche in materia ecclesiastica, determinando i loro rapporti con le chiese e confessioni religiose secondo i principi del giurisdizionalismo ai quali si ispirava la loro politica ecclesiastica[77].

 

 

2.1.2. Costituzione del 17 marzo 1921

 

        Dopo la riconquista dell'indipendenza del Paese nel 1918 una nuova Costituzione è stata approvata dalla Dieta costituente il 17 marzo 1921[78]. Essa dedicava alla materia religiosa numerosi articoli trattandola in modo molto ampio e mirando a disciplinare soprattutto due questioni fondamentali: la libertà religiosa delle singole persone e la situazione giuridica delle confessioni[79]. Nell'art. 111 la Costituzione garantisce a tutti i cittadini la libertà di coscienza e di religione e sancisce la loro uguaglianza davanti alla legge.

"Si garantisce a tutti i cittadini la libertà di coscienza e di religione. Nessun cittadino può subire una limitazione nei diritti di cui godono gli altri cittadini, a causa della sua religione e delle sue convinzioni religiose. Tutti gli abitanti dello Stato polacco hanno il diritto di professare liberamente la loro religione sia in pubblico sia in privato, e di porre in pratica i precetti della loro religione o del loro culto, a meno che ciò non sia contrario all'ordine pubblico o alla morale pubblica".

L'art. 112 invece stabilisce che "nessuno può essere costretto a partecipare ai riti o alle funzioni religiose, a meno che non sia soggetto alla potestà dei genitori o dei tutori". La libertà religiosa dei minorenni è stata, quindi, limitata. I genitori – oppure i tutori – potevano obbligarli a prendere parte alle attività di culto. Da parte sua, la Costituzione ha imposto loro l'obbligo di partecipare all'insegnamento della religione. L'art. 120 dispone, infatti, che tutti gli allievi delle scuole "sovvenzionate totalmente o parzialmente dallo Stato o dalle autonomie locali" debbano frequentare le lezioni di religione fino a 18 anni d'età. La messa in atto di questa disposizione è stata lasciata alle confessioni religiose riconosciute. Lo studente era obbligato a frequentare le lezioni di una religione scelta dai suoi genitori o tutori. È stato, però, giustamente osservato che "la legge non imponeva l'obbligo di adottare determinate convinzioni religiose ma soltanto di frequentare le lezioni"[80].

Nel regolamentare la situazione giuridica delle confessioni la Costituzione non ha introdotto l'uguaglianza di tutte le confessioni religiose. Sull'esempio della legislazione austriaca esse sono state divise in due categorie: riconosciute e non riconosciute. Nemmeno le confessioni riconosciute erano uguali davanti alla legge. La Chiesa cattolica godeva di una "posizione primaria tra le confessioni uguali davanti alla legge"[81]. Questa espressione "era interpretata dalla dottrina in base al principio primus inter pares oppure suum cuique"[82]. Va, però, rilevato che c'erano anche degli autori che la intendevano come "il riconoscimento di una posizione di privilegio alla Chiesa cattolica e il conferimento delle caratteristiche confessionali allo Stato"[83].

Nella seconda parte dell'art. 114 la Costituzione afferma che "la Chiesa Cattolica si governa con le proprie leggi". È un riconoscimento della capacità della Chiesa di creare il proprio ordinamento giuridico. L'interpretazione di questo articolo della Costituzione – avanzata da Meysztowicz[84] – secondo la quale le leggi canoniche avrebbero ottenuto il valore uguale a quello delle leggi civili, sembra debba essere ridimensionata. Nella summenzionata norma costituzionale lo Stato prende atto che la Chiesa possiede il proprio diritto e dichiara di voler rispettarlo. Tuttavia, questo diritto è efficace solo nell'ambito interno della Chiesa e non può derogare alle norme statali. L'art. 114 non ha incorporato le leggi canoniche all'ordinamento civile, ma soltanto lasciato alla Chiesa la libertà di governarsi con queste leggi senza nessuna ingerenza da parte dello Stato. In altre parole, lo Stato presume che la normativa interna della Chiesa cattolica sarà sempre conforme all'ordine pubblico e perciò rinuncia al controllo preventivo di essa, il quale sarà invece effettuato nei confronti delle disposizioni interne delle altre confessioni religiose.

L'autonomia riconosciuta alle altre chiese e confessioni religiose era più limitata. Esse potevano gestire i propri affari basandosi sui propri statuti, questi però erano soggetti al riconoscimento da parte dello Stato e non potevano essere contrarie all'ordine pubblico ed alla morale pubblica[85]. Il riconoscimento, però, non poteva essere negato se gli statuti non erano contrari alle leggi dello Stato[86]. Nei confronti della Chiesa Cattolica tale conformità si presumeva. In entrambi i casi, però, le norme interne delle confessioni erano riconosciute e tutelate dallo Stato come valide anche nell'ordinamento civile[87]. Lo Stato riconosceva dunque la normativa interna di tutte le confessioni riconosciute come diritto statutario, rinunciando tuttavia al controllo della legislazione interna della Chiesa Cattolica.

        Tutte le confessioni religiose riconosciute godevano degli stessi diritti. Essi comprendevano:

a)    diritto di organizzare il culto pubblico,

b)   diritto ad autogestione,

c)    diritto di possedere beni mobili ed immobili,

d)   diritto di creare  fondazioni e organizzazioni confessionali, educative e caritative,

e)    diritto di impartire l'insegnamento religioso ai propri fedeli nelle scuole pubbliche[88].

        Com'è stato detto poc'anzi, la Costituzione ha introdotto nel nostro ordinamento il concetto di confessione non riconosciuta. Non ha, però, definito con precisione la sua posizione giuridica; in particolare non era chiaro quali diritti spettassero alle confessioni non riconosciute dallo Stato. La maggior parte degli autori riteneva che esse godessero di tutti quei diritti che l'art. 111 garantiva a tutti i cittadini, ma non avessero i diritti speciali garantiti alle confessioni riconosciute[89]. In altre parole, lo Stato le tollerava e riconosceva la loro esistenza di fatto, senza, però, attribuire loro il carattere giuridico di confessione religiosa.

        Per quanto concerne le modalità di regolamentare la situazione giuridica delle confessioni religiose diverse dalla cattolica, la Costituzione adottava il sistema delle leggi emanate d'intesa con le autorità statali e confessionali[90]. I rapporti con la Chiesa cattolica dovevano invece essere regolati da un concordato. "I rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica saranno determinati in base ad un accordo con la Sede Apostolica che sarà soggetto alla ratifica da parte della Dieta"[91]. Il concordato è stato firmato il 10 febbraio 1925.

 

 

2.1.3. La Costituzione del 23 aprile 1935

 

        La nuova Costituzione – adottata il 23 aprile 1935 – non ha introdotto nessun cambiamento rilevante per la nostra materia[92]. Sono state soltanto cancellate: dal preambolo l'invocazione: "Nel nome di Dio Onnipotente" e l'obbligo dello Stato di garantire "il conforto religioso" [93] ai cittadini che si trovavano nei diversi istituti pubblici (centri educativi, ospedali, prigioni, case di cura, ecc.). "In questo modo, durante tutto il periodo interbellico, nonostante gli importanti cambiamenti effettuatisi nell'ordinamento politico, sono rimasti in vigore gli stessi principi costituzionali della legislazione ecclesiastica"[94].

 

 

2.1.4. Costituzione del 22 luglio 1952

 

        Nel settembre 1939, in seguito all'attacco militare della Germania e dell'Unione Sovietica, la Polonia è stata di nuovo privata dell'indipendenza e sottoposta alla legislazione nazista e sovietica. Il 22 luglio 1944 il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale – un Esecutivo provvisorio diretto dai comunisti – abrogò la Costituzione del 1935 e decise che fino alla promulgazione di una nuova Legge fondamentale sarebbero in vigore i principi di quella del 1925. La nuova Costituzione "redatta in base ai principi contenuti in quella staliniana del 1936"[95] è stata approvata dalla Dieta costituente il 22 luglio 1952. Essa ha determinato le basi fondamentali della legislazione e della politica della Polonia Popolare in materia religiosa. I principi di questa legislazione erano i seguenti: libertà di coscienza e di confessione, libertà di culto, uguaglianza dei cittadini senza tener conto della loro appartenenza confessionale, separazione fra Chiesa e Stato, regolamentazione in via legislativa della situazione giuridica delle confessioni religiose[96]. Queste norme erano tuttavia molto astratte e non potevano costituire una direttiva precisa per l'elaborazione delle leggi ordinarie in materia religiosa[97]. Va anche rilevato che il principio di regolamentare la situazione giuridica delle confessioni religiose in via legislativa non è stato realizzato fino al 1989. Erano tuttavia rimasti in vigore le leggi risalenti al periodo della II Repubblica e disciplinanti la situazione giuridica delle seguenti confessioni: Chiesa Autocefale Ortodossa, Chiesa Evangelica d'Augsburg, Unione Caraita, Unione Musulmana e Chiesa Orientale del Vecchio Rito.

 

 

2.2. Il periodo di transizione

 

Gli accordi tra il Governo e le forze di opposizione sottoscritte il 5 aprile 1989 (la cosiddetta tavola rotonda) hanno iniziato una serie di riforme politiche che in seguito avrebbero condotto ad un cambiamento totale dell'assetto costituzionale del Paese[98]. Dopo le elezioni semilibere del 4 giugno 1989 un primo passo importante in questo senso è stato compiuto con la Legge del 29 dicembre 1989[99]. Detta Legge, "diretta al superamento dello Stato socialista"[100] ha cancellato dalla denominazione ufficiale del Paese l'aggettivo popolare, ripristinando l'espressione tradizionale: Repubblica di Polonia, e l'ha definita quale "Stato democratico di diritto"[101]. Questa definizione ha avuto un notevole influsso sul modo in cui venivano interpretate e applicate le disposizioni in materia ecclesiastica contenute in quella parte della Costituzione del 1952 che era ancora in vigore. Il principio dello Stato democratico di diritto significa, tra l'altro, che gli organi pubblici possono agire solamente in base alla legge e nell'ambito da essa definito. I cittadini invece – come pure le loro organizzazioni – si trovano in una situazione esattamente opposta: possono fare tutto quello che la legge non proibisce loro espressamente[102]. "Il principio dello Stato democratico di diritto costituiva, dunque, una garanzia della libertà di confessione, sia individuale che collettiva"[103].

Successivamente, mediante la Legge 17 ottobre 1992 sulle relazioni reciproche fra le autorità legislative ed esecutive nella Repubblica di Polonia e sull'autogoverno locale (la cosiddetta Piccola Costituzione)[104] è stata abrogata la Costituzione del 22 luglio 1952. Sono tuttavia rimasti in vigore alcuni articoli[105] tra cui quelli che riguardano la nostra materia. Negli anni successivi, fino all'elaborazione della nuova legge fondamentale, questi articoli erano, però, interpretati ed applicati alla luce dei nuovi principi generali del nostro diritto costituzionale introdotti sia con la Piccola Costituzione sia con gli emendamenti di quella parte della Costituzione del 1952 che era ancora rimasta in vigore.

Tra i principi del diritto ecclesiastico che sono rimasti in vigore dopo la promulgazione della Piccola Costituzione quello che ha suscitato le discussioni più accese durante il periodo dell'elaborazione di una nuova Legge fondamentale, era il principio di separazione fra Stato e Chiesa[106]. La Chiesa Cattolica temeva che la costituzionalizzazione di questo principio nella nuova Legge fondamentale avrebbe potuto, in pratica, legittimare una completa esclusione di ogni attività religiosa dalla vita pubblica e una totale indifferenza dello Stato nei confronti del fenomeno religioso. Non era un atteggiamento privo di fondamenti. Infatti, nel periodo della Polonia Popolare, la separazione fra Stato e Chiesa era stata concepita ed interpretata appunto come "emarginazione della Chiesa dalla vita sociale, annullando o limitando la rilevanza sociale del fenomeno religioso"[107]. Pertanto, la Conferenza episcopale polacca postulava che lo Stato stabilisse i suoi rapporti con la Chiesa "in base ai principi di rispetto, sovranità ed autonomia reciproche e di una sana collaborazione tra loro per il bene comune"[108]. Inoltre l'Episcopato polacco riteneva superflua ogni definizione dello Stato in materia religiosa ed ideologica chiedendo che esso fosse definito soltanto come "una struttura giuridica al servizio dei cittadini e delle loro comunità"[109].

Gli autori dei progetti della Costituzione proponevano tre soluzioni al riguardo: la separazione tra Stato e Chiesa, la reciproca autonomia e indipendenza, l'attribuzione della posizione primaria tra le confessioni giuridicamente uguali alla Chiesa cattolica[110]. Quest'ultima formula proveniva dalla Costituzione del 1921 e, come si è già detto, era interpretata dalla dottrina come il conferimento delle caratteristiche confessionali allo Stato. Nella stesura definitiva della nuova Costituzione si è cercato di trovare una soluzione compromissoria.

In proposito, va anche rilevato che le confessioni religiose hanno partecipato attivamente – tramite i loro rappresentanti presso la Commissione costituente – alla elaborazione dei testi costituzionali relativi alla disciplina del fenomeno religioso[111].

 

 

2.3. La Costituzione del 2 aprile 1997

 

La nuova Costituzione è stata approvata dal Parlamento il 2 aprile 1997[112] ed è entrata in vigore il 17 ottobre 1997.  In questo testo, insieme alle altre fonti del diritto, dobbiamo adesso cercare i principi ispiratori del sistema di diritto ecclesiastico della III Repubblica.

Una prima osservazione riguarda l'art. 30. Questo è il primo articolo del capitolo secondo dedicato alle libertà, ai diritti e agli obblighi dell'uomo e del cittadino. Può essere dunque considerato come una dichiarazione che debba informare gli articoli che lo seguono offrendo una chiave in cui essi vanno interpretati[113]. Detto articolo enuncia un principio generale che riguarda tutte le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione.

"La dignità, inerente alla persona umana ed inalienabile, costituisce la fonte delle libertà e dei diritti dell'uomo e del cittadino. Essa è inviolabile e le autorità pubbliche hanno l'obbligo di rispettarla e di salvaguardarla"[114].

In questo modo la dignità umana è stata riconosciuta come valore primordiale e superiore alla volontà del legislatore[115]. Così è stato superato lo stretto positivismo della Costituzione precedente, che aveva considerato lo Stato come l'unica fonte dei diritti e delle libertà, ed il nostro ordinamento è stato meglio conformato al sistema internazionale della tutela dei diritti umani, il quale si ispira all'idea di diritto naturale[116]. Di conseguenza negli articoli successivi si parla della persona umana quale soggetto di questi diritti e non del cittadino, come invece faceva la Costituzione del 1956. Così a tutti è stata garantita l'uguaglianza davanti alla legge. "Tutti sono uguali dinanzi alla legge. Tutti hanno diritto ad un uguale trattamento da parte delle autorità pubbliche"[117]. Il comma seguente enuncia il principio di non discriminazione. "Nessuno può essere discriminato nella vita politica, sociale od economica per qualsiasi motivo"[118].

Alla materia religiosa la Costituzione ha dedicato espressamente due articoli: il 25 che regola i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose, e il 53 che riguarda la libertà religiosa degli individui.

Per quanto riguarda le relazioni tra lo Stato e le confessioni religiose, si è deciso di adoperare il termine compromissorio d'imparzialità.

"Le autorità pubbliche nella Repubblica di Polonia rimangono imparziali rispetto alle convinzioni religiose, filosofiche o riguardanti la concezione del mondo, e garantiscono la libertà della loro manifestazione nella vita pubblica"[119].

 A quest'imparzialità dello Stato corrisponde, da parte delle confessioni, la loro uguaglianza di fronte alle autorità pubbliche. "Le chiese e le altre confessioni religiose godono della parità dei diritti"[120]. Sono stati anche accolti i principi dell'autonomia e dell'indipendenza reciproche tra lo Stato e la Chiesa come pure quello della loro collaborazione, rivendicati dal Concilio Vaticano II[121].

 "I rapporti tra lo Stato e le chiese ed altre confessioni religiose sono informati dai principi del rispetto della loro autonomia e dell'indipendenza reciproca di ciascuno nel proprio ordine nonché della collaborazione per il bene dell'uomo e il bene comune"[122].

 Come nella Costituzione del 1921[123] anche nell'attuale Legge fondamentale è stato previsto un trattato internazionale con la Santa Sede per regolamentare la situazione giuridica della Chiesa Cattolica in Polonia. "I rapporti tra la Repubblica di Polonia e la Chiesa Cattolica sono determinati dal trattato internazionale stipulato con la Santa Sede e dalle leggi[124]. Per le altre confessioni religiose è stato previsto il sistema delle intese – simile a quello italiano[125] – tra Governo e le confessioni stesse.

 "I rapporti tra la Repubblica di Polonia e le altre chiese e confessioni religiose sono determinati dalle leggi emanate in base alle intese tra il Consiglio dei Ministri ed i loro competenti rappresentanti"[126].

Per quanto concerne la libertà religiosa compresa come diritto dell'individuo, essa viene garantita a tutte le persone. "La libertà di coscienza e di religione è garantita ad ogni individuo"[127]. È appena il caso di rilevare il cambiamento della terminologia. Il Costituente ha infatti adoperato il termine: libertà di coscienza e di religione. Nella Costituzione del 1952 è stata utilizzata l'espressione: libertà di coscienza e di confessione. Il medesimo termine si trova anche nella Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione e nella giurisprudenza del Tribunale Costituzionale. Ciò fa sì che nel linguaggio giuridico funzionino due termini designanti lo stesso oggetto: la libertà religiosa. Quali sono le conseguenze di questo fatto? Sembra che il contenuto della espressione libertà di religione sia più ampio rispetto a quello della libertà di confessione. Specialmente quando si tratta della situazione giuridica delle confessioni religiose e dell'esercizio di culto in pubblico. Questa distinzione è però "più di carattere storico che dogmatico. Sulla base della presunzione di razionalità del legislatore e dovere d'interpretare le leggi in conformità all'art. 53 della Costituzione, bisogna ammettere che laddove la legge adopera il termine libertà di coscienza e di confessione, questa sia equivalente alla libertà di religione"[128]. Bisogna tuttavia rilevare che il Costituente non sia stato del tutto conseguente nell'introdurre la nuova terminologia giacché nell'art. 48 – relativo ai diritti dei genitori – garantisce ai bambini la libertà di coscienza e di confessione.

Il 2° comma dell'art. 53 descrive in modo dettagliato il contenuto della libertà religiosa.

"La libertà di religione include la libertà di professare o di adottare una religione di sua scelta e di manifestare individualmente o in comune con altri, sia in pubblico sia in privato la propria religione, mediante il culto, la preghiera, l’osservanza dei riti, le pratiche e l’insegnamento. La libertà di religione include anche il possesso dei templi e degli altri luoghi di culto a seconda dei bisogni dei credenti nonché il diritto delle persone all’assistenza religiosa laddove si trovano"[129].

 Questa descrizione dettagliata del contenuto della libertà religiosa costituisce un mutamento notevole rispetto alla Costituzione del 1956, le cui norme attinenti alla libertà religiosa non enumeravano dei diritti concreti che da essa discendevano. Al contrario, tentavano di circoscriverne l'ambito rilevandone i possibili abusi. "La legge costituzionale assomigliava pertanto più ad una legge penale che non a quella costituzionale. Questo modo di procedere era caratteristico del periodo staliniano in cui è nata la Costituzione. A quell'epoca si metteva in rilievo non i diritti di cui godeva l'individuo ma le possibili restrizioni della libertà, creando in questo modo dei solidi fondamenti per l'ingerenza degli organi dello Stato i quali potevano agire con pretesto di tutelare la libertà"[130].

L'elenco dei diritti inclusi nel concetto di libertà religiosa corrisponde a quello che si trova nei documenti internazionali dedicati ai diritti umani[131]. Tuttavia, va notato che, a differenza di questi documenti, la nostra Legge fondamentale non si riferisce alla religione o convinzione ma soltanto alla religione. La libertà di convinzioni non religiose non è, quindi, tutelata da quest'articolo. Essa viene menzionata in altri due articoli. "Tutti hanno l'obbligo di rispettare le libertà ed i diritti altrui. Nessuno può essere costretto a fare ciò che la legge non gli impone"[132]. Ed in modo più specifico nell'articolo dedicato alla libertà di parola: "Si garantisce a ciascuno la libertà di manifestare le proprie convinzioni nonché di ricevere e diffondere le informazioni"[133]. Se viene garantita la libera manifestazione delle proprie convinzioni è logico che esista e venga garantito anche il diritto di averle. Questa libertà viene anche tutelata dall'articolo che impone alle autorità pubbliche l'obbligo di astenersi dalla raccolta delle informazioni attenenti alle convinzioni dei cittadini. "Nessuno può essere obbligato, dagli organi dell’autorità pubblica, a dichiarare la propria concezione filosofica del mondo, la religione o le convinzioni religiose"[134].

In questo modo la Costituzione distingue chiaramente le tre libertà fondamentali:

a)    quella di convinzione che implica la possibilità di avere o di non avere una qualsiasi convinzione di propria scelta, religiosa o no, come pure di cambiarla,

b)   quella di scegliere e professare la propria religione, che riguarda solamente le convinzioni religiose ed il cui contenuto viene descritto in modo dettagliato nei commi 2-7 dell'articolo 53,

c)    quella di pensiero e della sua libera manifestazione, che viene tutelata dagli artt. 53, c. 7 e 54, c. 1.

Il contenuto del diritto di libertà religiosa sarà esaminato in modo dettagliato nei capitoli seguenti.

 

 

3. Norme di diritto internazionale

 

Non tutte le norme del diritto ecclesiastico sono di produzione unilaterale dello Stato. In alcuni casi esse provengono dalle dichiarazioni o dai trattati internazionali. Le norme internazionali relative alla tutela della libertà religiosa costituiscono il diritto ecclesiastico internazionale che d'Avack ha definito come "posto dalla concorde volontà degli Stati e costituito da quelle norme e obbligazioni internazionali, con le quali i singoli Stati s'impegnano ad adottare una determinata legislazione ecclesiastica e dalle quali quindi discende un loro dovere pattizio esterno ad avere un diritto ecclesiastico interno di un dato contenuto"[135].

Lo Stato può adempiere a questo dovere pattizio sia attraverso la trasformazione del contenuto del trattato internazionale in una legge interna sia mediante la promulgazione successiva delle leggi che mettano in pratica le disposizioni dei trattati ratificati.

Le fonti internazionali del diritto ecclesiastico possono essere divise in due gruppi:

a)    documenti delle organizzazioni internazionali e convenzioni multilaterali volti alla difesa dei diritti umani,

b)   concordato con la Santa Sede.

 

 

3.1. Patti internazionali relativi ai diritti e alle libertà fondamentali

 

3.1.1. Documenti universali

 

Questa categoria delle fonti internazionali del diritto ecclesiastico è costituita dai diversi documenti volti alla tutela dei diritti e delle libertà fondamentali dell'uomo. La libertà religiosa, infatti, "casi siempre aparece recogida dentro de documentos generales sobre derechos humanos, como una de las dimensiones concretas que definen la vertiente jurídica de la libertad del hombre para su autorrealización"[136].

Non tutti questi documenti hanno una forza obbligatoria uguale. Le convenzioni hanno la forza di legge ed appartengono all'ordinamento giuridico internazionale. La forza delle dichiarazioni è invece di natura politica e morale[137]. Le loro disposizioni acquisiscono la forza di legge quando vengono incorporate nelle convenzioni o negli atti di diritto interno: costituzioni o leggi ordinarie[138].

Tra i più importanti documenti internazionali pertinenti alla nostra materia possiamo enumerare i seguenti:

 

1. Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

È stata approvata dall'Assemblea generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 ed è il primo documento internazionale relativo ai diritti umani. Fra i diversi diritti proclamati in questa dichiarazione si trova anche quello di libertà religiosa[139] e il diritto dei genitori di scegliere il tipo d'educazione che sarà impartita ai loro figli[140]. Va sottolineato il fatto che "il fondamento di questi diritti che sono stati iscritti nella Dichiarazione si trova nella natura umana. Le sue norme hanno forza obbligatoria più come norme di diritto naturale che di quello positivo"[141].

 

2. Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali e Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici.

Questi due patti, approvati dall'Assemblea generale dell'ONU nel dicembre 1966, costituiscono una tappa importante nello sviluppo della tutela internazionale dei diritti umani. Essi "mostrano il risultato di un sostanziale progresso raggiunto dalla riflessione e dall'azione sui diritti umani determinatisi a livello internazionale: coniugare a strumenti pratici di protezione la consolidata prassi delle proclamazioni di diritti. […] Non sfugge infatti che alla realizzazione di un sistema di protezione dei diritti umani a livello internazionale sia connaturata la richiesta di far corrispondere ai diritti proclamati altrettanti meccanismi di "giustiziabilità" dei medesimi"[142]. Questi patti sono stati ratificati dalla Polonia il 3 marzo 1977[143] e quindi "hanno il carattere di diritto vigente in Polonia"[144].

 

3. Dichiarazione sull'eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o la convinzione.

Questo documento è stato approvato dall'Assemblea generale dell'ONU il 25 novembre 1981 ed è l'unico atto internazionale dedicato totalmente alla materia religiosa[145]. Pur non essendo giuridicamente vincolante per gli Stati costituisce tuttavia "un punto básico de referencia para los órganos de Naciones Unidas"[146]. Bisogna anche – come osserva in seguito lo stesso autore – "llamar atención sobre el hecho de que los Estados Partes en el citado Pacto [di diritti civili e politici] serán obligados a respetar el derecho fundamental analizado, respecto del cual la Declaración […] constituye tan sólo una especificación y desarrollo"[147]. Occorre anche tener presente che: "l'AG [Assemblea Generale] è composta […] di Stati, e quindi una sua proclamazione è fatta da loro, ed è impegnativa per gli stessi, anche se non giuridicamente ma soltanto moralmente vincolante, tanto più quando tutti gli Stati membri accettarono per consenso un testo, come l'attuale"[148].

 

4. Convenzione sulla discriminazione nel lavoro e professione.

Questo documento è stato adottato dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro il 25 giugno 1958 e ratificato dalla Polonia nel 1961[149].

 

5. Convenzione contro la discriminazione nell'educazione.

È stata adottata dall'UNESCO il 14 dicembre 1960 è ratificata dalla Polonia nel 1964[150]. L'importanza di questo documento per il diritto ecclesiastico sta nel riconoscimento che l'esistenza delle scuole confessionali non è in contrasto con il principio di non discriminazione (art. 2). Inoltre, la Convenzione garantisce ai genitori il diritto di scegliere per i loro figli un tipo di educazione che sia conforme alle loro convinzioni (art. 5, c. 1).

 

6.  Dichiarazione dei diritti del bambino.

È stata approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU il 20 novembre 1959 e ratificata dalla Polonia nel 1992[151].

 

7. Convenzione sui diritti del bambino.

Questo documento è stato approvato dall'Assemblea Generale dell'ONU il 20 novembre 1989 e ratificato dalla Polonia nel 1991[152]. Esso riconosce sia il diritto del bambino alla libertà religiosa sia quello dei genitori a guidarlo nel suo esercizio (art. 14).

 

 

3.1.2. Documenti regionali

 

I documenti dell'Organizzazione delle Nazioni Unite hanno necessariamente, per la loro natura universale, un contenuto assai generico, da una parte, e locale dall'altra. Per determinare meglio questo contenuto ed adattarlo alle diverse culture, al fine di renderlo più efficace, sono stati elaborati diversi documenti regionali. Tra questi documenti a noi interessano soprattutto quelli che riguardano l'Europa:

 

1. Atto finale della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1° agosto 1975.

Questo documento contiene dieci principi tra cui il settimo obbliga gli Stati firmatari a rispettare la libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di convinzioni. Il suo contenuto sarà poi sviluppato negli altri documenti della Conferenza: quello di Madrid del 1983 e, specialmente, in quello di Vienna del 1989[153]. Anche se non era soggetto alla ratifica, l'Atto ha iniziato un notevole processo di cambiamenti sociali e politici in Europa centro-orientale[154]. Come ha osservato il Barberini: "Quanto è scritto nei documenti del processo di Helsinki non sono parole vuote e prive di riscontri. Sembra di poter dire che sia nata un'etica internazionale nuova. Si tratta di impegni politici, lo sappiamo, ma che al vaglio della storia recente si sono già dimostrati assai incidenti, ben più di quanto lo siano stati gli impegni pur giuridici sottoscritti nei Patti del 1966"[155]. L'importanza di questo documento "era rafforzata dal fatto che esso è stato accettato sia dagli Stati democratici sia da quelli a regime comunista"[156].

 

2. Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.

 Questo documento, approvata dal Consiglio d'Europa il 4 novembre 1950, dedica alla libertà religiosa l'art. 9 nel quale garantisce a tutti la libertà di pensiero, di coscienza e di religione indicandone anche il contenuto e i possibili limiti.

"1. Toute personne a droit à la liberté de pensée, de conscience et de religion: ce droit implique la liberté de changer de religion ou de conviction, ainsi que la liberté de manifester sa religion ou sa conviction individuellement ou collectivement, en public ou en privé, par le culte, l'enseignement, les pratiques et l'accomplissement des rites.

2. La liberté de manifester sa religion ou ses convictions ne peut faire l'objet d'autres restrictions que celles qui, prévues par la loi, constituent des mesures nécessaires, dans une société démocratique, à la sécurité publique, à la protection de l'ordre, de la santé ou de la morale publiques, ou à la protection des droits et libertés d'autrui."

Riguardano la libertà religiosa anche l'art. 14 che enuncia il principio di uguaglianza e l'art. 2 del Protocollo I  che garantisce ai genitori il diritto a che sia impartita ai loro figli una educazione conforme alle loro convinzioni.

L'importanza pratica della Convenzione proviene dalla possibilità della difesa dei diritti umani in via giudiziaria[157], davanti alla Commissione europea dei diritti umani ed il Tribunale europeo dei diritti umani. Queste possibilità costituiscono un passo avanti rispetto agli altri sistemi della tutela dei diritti umani[158] dal momento che il riconoscimento di un qualsiasi diritto, affinché sia efficace, deve essere necessariamente accompagnato da un sistema giudiziario che consenta  la sua difesa. Come osserva Martínez–Torrón: "Si una norma en la que se reconocen derechos humanos no se apoya en la correlativa estructura judicial, apenas sería otra cosa que una blue sky law, según el expresivo término acuñado por la doctrina norteamericana: una simple declaración de buenas intenciones sin consecuencias practicas"[159].

La Convenzione è stata ratificata dalla Polonia il 15 dicembre   1992[160].

 

3.2. Il Concordato

                

La Costituzione prevede la stipulazione di un trattato internazionale con la Santa Sede per la regolamentazione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa Cattolica in Polonia[161]. Prima di analizzare il Concordato vigente vedremo sommariamente i suoi precedenti storici.

 

3.2.1. Precedenti storici

 

        Come primo concordato tra la Santa Sede e la Polonia viene considerata la bolla di Leone X Romanus Pontifex del 1° luglio 1519[162]. Sei anni dopo è stato concluso un secondo concordato. Anche questo aveva la forma di bolla pontificia. Si tratta della bolla di Clemente VII Cum singularem fidei constantiam del 1° dicembre 1525[163]. Entrambi questi documenti riguardavano la provvisione ai benefici ecclesiastici. Il terzo concordato – stavolta avente la forma di atto bilaterale – è stato concluso il 6 agosto 1736 e completato il 10 luglio 1737[164]. Questo accordo riguardava la nomina degli abati. Il Concordato permetteva al re di nominare, per le 13 abbazie più importanti, gli abati commendatari, i quali non esercitavano nessuna giurisdizione sui religiosi ma avevano il diritto a percepire un terzo del reddito dell'abbazia[165]. Tutti  e tre questi concordati disciplinavano soltanto un settore della problematica che interessava sia lo Stato che la Chiesa. Il primo concordato completo tra la Santa Sede e la Polonia sarà concluso nel 1925.

 

 

3.2.1.1. Il Concordato del 1925

 

Dopo la riconquista dell'indipendenza nel 1918 la Costituzione del 17 marzo 1921 ha previsto che i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sarebbero stati regolati in base ad un accordo con la Santa Sede[166]. Il trattato è stato firmato il 10 febbraio 1925[167]. Con questo atto normativo la Santa Sede voleva creare delle basi solide per una futura legislazione in materia ecclesiastica ed anche garantire alla Chiesa una certa stabilità della sua situazione giuridica nonostante i cambiamenti politici. Lo Stato invece cercava di rafforzare la sua posizione nel campo internazionale e, soprattutto, di ottenere il riconoscimento dei suoi confini, soprattutto di quello con la Lituania[168].

In questo trattato lo Stato polacco ha riconosciuto alla Chiesa Cattolica la piena libertà nell'esercizio dell'autorità ecclesiastica e nell'amministrazione dei beni ecclesiastici (art. 1) e la libera comunicazione con la Santa Sede (art. 2) nonché l'aiuto delle autorità statali nell'esecuzione dei provvedimenti ecclesiastici (art. 4). È stato inoltre garantito l'insegnamento obbligatorio della religione in tutte le scuole pubbliche (art. 13) e l'assistenza religiosa nelle forze armate (art. 7). Lo Stato ha riconosciuto alcuni privilegi a favore dei ministri di culto che da questo punto di vista erano stati parificati ai funzionari pubblici (art. 5). I Vescovi potevano essere liberamente scelti dalla Santa Sede che tuttavia si obbligava a far conoscere preventivamente al Governo il nome del candidato per le eventuali obbiezioni di carattere politico (art. 11) e gli Vescovi stessi dovevano prestare il giuramento di fedeltà alla Repubblica (art. 12). La Santa Sede si è obbligata a riorganizzare le circoscrizioni ecclesiastiche in Polonia in modo tale da evitare che qualche parte del territorio dello Stato dipendesse dalla giurisdizione di un Vescovo che avesse la sede fuori del territorio della Repubblica (art. 26)[169]. Detto obbligo è stato messo in atto con la promulgazione della bolla Vixdum Poloniae unitas del 28 ottobre 1925[170].

Rispetto agli altri trattati stipulati dalla Santa Sede dopo la prima guerra mondiale, il Concordato polacco era considerato come uno dei più vantaggiosi per la Chiesa cattolica[171].

Tuttavia, alcune disposizioni concordatarie erano difficili da realizzare. Ciò era dovuto sia al fatto che il testo del Concordato, frutto dei compromessi politici, non sempre era chiaro e coerente[172], sia al fatto che alcune delle sue disposizioni suscitavano delle controversie. Tra queste ultime vanno annoverati anzitutto: diritto del patronato, insegnamento della religione nelle scuole, pagamento degli stipendi ai sacerdoti e il problema dei beni dei greco-cattolici rivendicati sia dalla Chiesa Cattolica sia da quella Ortodossa[173].

In base all'art. 24, c. 1  la Chiesa è diventata proprietaria dei beni che possedeva nel giorno dell'entrata in vigore del Concordato. Il problema dei beni che la Chiesa aveva perso nel periodo delle spartizioni, e che si trovavano nel possesso dello Stato polacco, fu rimandata ad un successivo accordo[174]. Tale accordo è stato concluso il 20 giugno 1938[175]. Le sue disposizioni saranno presentate nel capitolo dedicato alle questioni economiche.

 

 

3.2.1.2. La denuncia del Concordato

 

Dopo la seconda guerra mondiale, il 12 novembre 1945 il Governo Provvisorio di Unità Nazionale dichiarò l'abrogazione del Concordato[176]. I motivi ufficiali di questa decisione erano di natura formale. Il Governo sosteneva che la Santa Sede avesse violato unilateralmente il Concordato nominando amministratore apostolico della diocesi di Chełm il tedesco K. M. Splett e concedendo ad un altro tedesco H. Breitinger la giurisdizione ecclesiastica sui tedeschi residenti nella diocesi di Gniezno-Poznań. Tutti e due i procedimenti violarono – almeno questa era la posizione del Governo – l'articolo 9 del Concordato secondo cui nessuna parte della Polonia sarebbe stata sottoposta alla giurisdizione di un Vescovo che avesse la sede fuori della Polonia e che la giurisdizione dei Vescovi doveva articolarsi soltanto in base ai riti senza le distinzioni etniche[177]. La denuncia del Concordato è stata fatta senza avere osservato le norme del diritto, sia internazionale sia interno. Non è stata infatti notificata alla Santa Sede e non è stata pubblicata in un organo ufficiale dello Stato ma solamente sulla stampa quotidiana. "Indipendentemente da questi vizi formali il Concordato del 1925 si è estinto per una lunga prassi contraria alle sue disposizioni"[178]. Non è obiettivo di questo studio stabilire se la Santa Sede avesse violato il Concordato e se, di conseguenza, il Governo Provvisorio avesse dei presupposti che giustificassero la sua abrogazione. Ciò che ci interessa di più in questa sede sono le conseguenze giuridiche che la denuncia del Concordato ha provocato nel sistema del diritto ecclesiastico nella Polonia del dopoguerra.

È difficile stabilire con certezza quali erano i veri motivi di questo provvedimento e quali obiettivi il Governo si proponeva di raggiungere. Secondo  Pietrzak si sarebbe trattato di "un atto condizionato più da motivi emotivi che dalla ragione"[179] che in seguito ha provocato una seria lacuna nella legislazione polacca. Krukowski sostiene che l'abrogazione unilaterale del Concordato da parte del Governo Provvisorio vada considerata come atto di "rifiuto da parte delle nuove autorità dello Stato del principio di bilateralità nella regolamentazione dei rapporti con la Chiesa – principio che informava questi rapporti nella Polonia interbellica – e la sua sostituzione con il principio sovietico di unilateralità"[180]. Esaminando il problema da un'altra prospettiva,  Pérez Mier vede in questa decisione del Governo soprattutto la volontà di interrompere i contatti dei cittadini polacchi con i Paesi democratici dell'Occidente. "No obstante la manifiesta orientación (y nunca mejor empleada la expresión) del Gobierno polaco hacia la Rusia comunista, parece que, según los planes iniciales, la supresión del Concordato no se dirigía tanto a alterar profundamente el estatuto jurídico de la Iglesia católica, o sea del clero y de las instituciones eclesiásticas dentro de la Polonia, cuanto a hacer muy difícil, y aun prácticamente imposible, la comunicación de la Jerarquía y de los fieles con Roma, en su empeño de aislar al país cortando toda clase de contactos con el Occidente y de organizarse según el modelo de la democracia rusa"[181].

Bisogna anche mettere in evidenza il fatto che, con la denuncia, il Concordato è stato abrogato quale trattato internazionale vigente nell'ordinamento giuridico internazionale e vincolante per le Parti contraenti: la Santa Sede e la Repubblica di Polonia. Esso aveva tuttavia – in base alla ratifica e pubblicazione nel Giornale delle Leggi – la forza di legge nell'ordinamento giuridico polacco. Una parte della dottrina riteneva che il Concordato – abrogato nell'ordinamento internazionale – avesse tuttavia conservato la forza di legge nell'ordinamento interno dello Stato polacco. In questo senso è emblematica la sentenza del 18 agosto 1946 del Tribunale d'Appello di Poznań, nella quale si riconosce, appunto, la vigenza del Concordato quale legge interna polacca[182]. Questo orientamento – volto anche a colmare la lacuna di legge che si è venuta a creare con la denuncia del Concordato – è stato successivamente ritenuto scorretto[183].

In ogni caso, negli anni successivi il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa si è spostato dal piano giuridico a quello politico. Come ha osservato il Barberini: "I modelli elaborati dai Maestri del diritto ecclesiastico, soprattutto germanici e italiani, per definire e organizzare i rapporti fra Stato e Chiesa, non potevano e non possono essere calati in realtà culturali, sociali e politiche che ad essi non sono e non possono essere congeniali. Il tecnicismo delle formule giuridiche o legislative e anche un carattere astratto delle previsioni hanno ceduto il passo alle regole della lotta politica. Il problema dei rapporti fra Stato e Chiesa negli ordinamenti socialisti si muove e si risolve in termini di rapporti di forza e in funzione della finalità politica che si persegue"[184].

Detta politicizzazione del diritto ecclesiastico nonché la sua subordinazione ai fini propri dello Stato socialista non hanno, però, rimosso del tutto dal nostro ordinamento il principio di bilateralità che, pur in modo ridotto e spesso senza un chiaro fondamento  giuridico[185], di fatto ha spesso funzionato nella Polonia del dopoguerra, almeno a partire dal 1956[186]. Ciò era dovuto al fatto che – a differenza di quanto succedeva in molti altri Paesi socialisti – in Polonia il comportamento dei dirigenti del Partito e delle autorità statali rispetto alla religione ed alla sua presenza nella vita sociale del Paese era decisamente pragmatico. Łopatka, già ministro-direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici, l'ha descritto in questo modo: "Lo Stato polacco si basa sul principio che la visione idealista del mondo sussisterà ancora per molto tempo insieme alla visione materialista, che la società sarà sempre composta da credenti e non credenti e che lo Stato e le Chiese esisteranno sempre. In questa situazione la loro coesistenza è una necessità"[187].

Va osservato che anche la Chiesa si è lasciata guidare da un senso di realismo e di comprensione delle condizioni geopolitiche in cui si trovavano e dovevano operare le autorità dello Stato[188]. Uno degli effetti di questo pragmatismo di entrambe le parti era il dialogo, quasi costante, tra le autorità statali ed ecclesiastiche, condotto non soltanto ai vertici – tra il Primate e i il Primo Segretario del Partito e nella Commissione congiunta Governo-Episcopato – ma anche ai livelli locali[189].

 

 

3.2.1.3. Gli Accordi del 1950 e 1956

 

In questo quadro del pragmatismo e della bilateralità vanno collocati i due accordi tra il Governo e l'Episcopato. Essi non sono ovviamente dei concordati, vanno però richiamati in questa sede perché sono frutto dell'applicazione del principio di bilateralità, e quindi esprimono la volontà di ambedue le parti di regolare i loro rapporti reciproci mediante un accordo. Il contenuto di quest'accordo, come pure la sua stessa esistenza, sono, com'è ovvio, determinati non soltanto dagli obiettivi che le parti si proponevano di raggiungere – una certa stabilità della situazione giuridica della Chiesa da parte dell'Episcopato e l'appoggio dei cattolici alla costruzione del socialismo da parte del Governo – ma anche dalle circostanze nelle quali le parti contraenti si trovavano in quell'epoca.

        Il primo accordo[190] – senza precedenti nella storia dei rapporti fra Stato e Chiesa nei paesi governati dai comunisti[191] – è stato firmato il 14 aprile 1950 dopo otto mesi di lavoro della Commissione congiunta Governo-Episcopato[192]. Il suo valore giuridico non era chiaro. Non soltanto perché non era stato ufficialmente promulgato, ma anche – e soprattutto – per il fatto che era stato stipulato dai rappresentanti del Governo e dell'Episcopato[193], pur riguardando le questioni che il diritto pubblico ecclesiastico riservava alla Santa Sede[194]. Inoltre, il diritto polacco allora vigente non prevedeva la stipulazione delle intese tra Governo e confessioni religiose. Come osserva Pietrzak: "L'accordo del 1950 non aveva valore di atto normativo. Era infatti privo di norme giuridiche. Il sistema delle fonti di diritto allora in vigore escludeva che le norme giuridiche potessero scaturire dagli accordi stipulati dal Governo con le organizzazioni religiose attive sul territorio nazionale. Tale eventualità era giudicata incompatibile con il principio di sovranità statale. L'accordo era invece un atto politico. Si componeva di obbligazioni politiche di ambo le parti"[195]. Dette obbligazioni politiche erano, per non ricordare che le più significative, le seguenti:

1. Da parte del Governo:

a)    il riconoscimento dell'autorità suprema della Santa Sede in materia di fede, di morale e di giurisdizione ecclesiastica

b)   la dichiarazione di mantenere l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche in cui veniva impartito e l'assistenza religiosa negli istituti penitenziari e negli ospedali,

c)    le garanzie di esistenza e funzionamento dell'Università Cattolica di Lublino,

d)   le garanzie della libertà dei pellegrinaggi e dell'attività caritativa,

e)    la regolamentazione dell'attività dei cappellani militari è stata rimandata ad un futuro statuto della pastorale militare.

2. Da parte dell'Episcopato:

a)    il riconoscimento delle nuove frontiere dello Stato polacco,

b)   la dichiarazione di rispetto della legislazione e delle autorità statali,

c)    la promessa di condannare le attività del clero tedesco dirette contro lo Stato polacco,

d)   l'impegno di fare opposizione all'abuso dei sentimenti religiosi per fini contrari all'interesse dello Stato e di sostenere la lotta per la pace[196].

        Il secondo accordo[197] è stato firmato l'8 dicembre 1956 ed aveva la forma del comunicato della Commissione congiunta Governo-Episcopato, nel quale entrambe le parti "dichiararono di voler osservare nei rapporti reciproci un certo codice di comportamento. Il Governo si obbligò a rimuovere tutte le restrizioni e gli impedimenti con i quali, contrariamente all'accordo del 1950, si era cercato di osteggiare l'attività della Chiesa, mentre l'Episcopato espresse il proprio appoggio agli sforzi che le autorità statali intraprendevano al fine di promuovere il rinnovamento della vita pubblica e lo sviluppo economico del paese"[198].

        Tutti e due gli accordi tra il Governo e l'Episcopato polacco, pur non avendo avuto una chiara natura giuridica ed essendo stati spesso violati dalle autorità statali, hanno svolto un ruolo importante nella elaborazione del sistema dei rapporti fra Stato e Chiesa. Essi erano, infatti, il frutto di un'atteggiamento decisamente pragmatico di ambedue le parti nei loro rapporti reciproci. Atteggiamento che permetteva loro di dialogare nonostante tutte le differenze ideologiche che li separavano e dimostra la loro capacità di trovare le forme di coesistenza in una situazione oggettivamente sfavorevole al dialogo[199].

 

 

3.2.2. Il Concordato vigente

 

        L'idea di un trattato con la Santa Sede è apparsa per la prima volta il 6 maggio 1957 nei colloqui dei rappresentanti del Governo con il primate Wyszyński[200]. Tuttavia, fu solo nel 1966 che sono stati iniziati i contatti ufficiosi tra la Santa Sede e le autorità polacche. Il frutto di questi contatti fu la creazione, nel 1974, di un gruppo per i contatti permanenti tra la Santa Sede e il Governo della Repubblica Popolare di Polonia[201]. All'inizio degli anni Ottanta è stata ricostituita la Commissione congiunta Governo-Episcopato che nel 1983 elaborò un progetto della legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa. Il progetto non è stato, però, presentato al parlamento. In base alle consultazioni con la Santa Sede, i rappresentanti dell'Episcopato nella Commissione congiunta hanno avanzato nel 1987 la proposta di regolamentare la situazione giuridica della Chiesa mediante una convenzione con la Santa Sede e una legge elaborata dalla Commissione. Il 9 ottobre 1987 è stata istituita una sottocommissione per la redazione dei suddetti documenti e nel maggio 1988 il disegno della convenzione è stato trasmesso alla Santa Sede. Rielaborato dagli esperti di questa è tornato nel 1990 – e quindi in una situazione politica notevolmente cambiata rispetto all'epoca in cui è stato redatto – alla Commissione mista Governo-Episcopato che nel frattempo si è sostituita alla Commissione congiunta. Il 25 ottobre 1991 il Nunzio apostolico ha presentato al Ministro degli Affari Esteri il progetto del Concordato. L'instabilità della situazione politica ha fatto sì che il controprogetto del Governo è stato presentato soltanto il 12 marzo 1993. Il negoziato è iniziato il 3 aprile e il 28 maggio i negoziatori hanno approvato il testo del Concordato. Il 28 luglio 1993 il Concordato è stato firmato[202].

        La sua ratifica, da parte del Presidente della Repubblica, richiedeva il previo consenso del Parlamento. Ciò era dovuto al fatto che il Concordato implicava la modificazione di alcune leggi e comportava gli oneri finanziari per lo Stato. In base alla Legge costituzionale 17 ottobre 1992 (Piccola Costituzione), allora in vigore, la ratifica dei trattati internazionali di questo tipo richiedeva il consenso della Dieta[203].

        Non è obbiettivo di questo studio analizzare i motivi, più politici che giuridici, che hanno fatto sì che il dibattito relativo alla ratifica del Concordato sia durato per quasi cinque anni. Come giustamente ha osservato Adamczewski: "La purezza metodologica esige che l'analisi scientifica del testo concordatario […] sia disgiunta dalle divagazioni politiche circa la sua ratifica"[204]. Ci limitiamo, pertanto, a descrivere sommariamente le obbiezioni sollevate nella discussione.

        Le obiezioni riguardavano sia le sue singole disposizioni (ad es.: l'insegnamento della religione nelle scuole materne, gli effetti civili del matrimonio religioso, l'inviolabilità dei cimiteri) sia l'aspetto formale. Il Concordato – secondo questa impostazione – non doveva essere ratificato prima della promulgazione di una nuova Costituzione. La Costituzione del 1952, di cui la parte dedicata ai rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose era ancora in vigore, stabiliva infatti che tali rapporti dovessero essere regolati per legge, e quindi il trattato internazionale sembrava essere escluso. Dall'altra parte, si sosteneva, l'approvazione del Concordato prima della Costituzione avrebbe ridotto la libertà sovrana del costituente di definire nella nuova Legge fondamentale il sistema dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose.

        Dopo l'entrata in vigore della Costituzione del 2 aprile 1997 è stata sollevata l'obbiezione relativa al modo di approvazione della legge che autorizzasse il Presidente della Repubblica a ratificare il Concordato. L'obbiezione si basava sull'art. 90, c. 2 il quale stabilisce che la legge autorizzante la ratifica di un trattato internazione con il quale la Repubblica di Polonia cede ad un'organizzazione internazionale alcune competenze degli organi statali debba essere approvata con la maggioranza qualificata di due terzi. Tale obbiezione non tiene conto dell'affermazione contenuta nell'art. 1 del Concordato che proclama la reciproca indipendenza tra la Chiesa e lo Stato. Inoltre, come si vedrà meglio negli capitoli successivi, le disposizioni del Concordato non limitano in nessun modo le competenze degli organi dello Stato e non le cedono alla Chiesa Cattolica. Sembra anche che l'obbiezione di cui si tratta dia all'art. 90, c. 2 della Costituzione una interpretazione eccessivamente estensiva. Detto articolo, infatti, riguarda la situazione in cui la Repubblica di Polonia entra a far parte di una organizzazione internazionale cedendo ad essa una parte della sua sovranità. Il riferimento alla Unione Europea è più che evidente[205]. Lo sforzo di far entrare nel concetto di organizzazione internazionale di cui all'art. 90 anche la Santa Sede sembra essere del tutto infondato.

Il nuovo Concordato non è una revisione di quello del 1925 bensì un atto nuovo[206] adatto alle esigenze della situazione in cui si trova oggi la Chiesa Cattolica in Polonia. La maggior parte delle norme comprese nel Concordato ripete e riafferma quelle che erano già presenti nelle leggi ecclesiastiche del 17 maggio 1989 accordando una maggiore stabilità a queste soluzioni legislative[207]. In questo senso il Concordato è più un riconoscimento della situazione già esistente di fatto che non una introduzione delle soluzioni nuove. Ci sono tuttavia anche delle norme nuove, tra cui vanno ricordate soprattutto il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio canonico e l'equiparazione giuridica degli enti ecclesiastici che svolgono le attività caritative e assistenziali con analoghi enti statali. Le singole disposizioni del Concordato saranno oggetto della nostra analisi nei capitoli seguenti.

 

 

4. Legislazione ordinaria

 

        Sia la Costituzione che i trattati internazionali, compreso il Concordato, determinano le basi sulle quali si costruisce il sistema dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose. La determinazione più concreta di questi rapporti avviene, come in ogni altro ramo di diritto, attraverso la legislazione ordinaria. Essa costituisce, quindi, la parte più consistente del nostro diritto ecclesiastico. Le leggi che riguardano la materia religiosa possono essere divise in due gruppi:

1. leggi generiche non destinate direttamente alla regolamentazione della materia ecclesiastica,

2. leggi specifiche emanate per disciplinare gli aspetti sociali del fenomeno religioso, che a loro volta possono essere suddivise in due gruppi:

        – quelle che riguardano tutte le confessioni,

        – quelle che riguardano le singole confessioni.

A ciascuna di queste categorie dedicheremo adesso una prima analisi sommaria.

       

 

4.1. Le leggi generiche

 

Appartengono a quest'ampia categoria tutte quelle leggi che pur non essendo direttamente ed esclusivamente rivolte a disciplinare la materia ecclesiastica, tuttavia ad essa si riferiscono, sia perché stabiliscono dei principi ai quali anche il diritto ecclesiastico deve adeguarsi, sia perché contengono delle singole norme che riguardano il fenomeno religioso.

 Fra le più importanti possiamo enumerare le seguenti:

1. Legge 23 aprile 1964: Codice civile[208],

2. Legge 6 giugno 1997: Codice penale[209],

che offre delle norme per la tutela della libertà religiosa (art. 194), delle attività di culto specialmente dei funerali (art. 195), del sentimento religioso (art. 196) e dei cimiteri (art. 262).

3. Legge 6 giugno 1997: Codice penale esecutivo[210],

che garantisce ai detenuti il diritto alla libertà religiosa determinandone il contenuto in modo assai ampio (art. 106).

4. Legge 6 giugno 1997: Codice di procedura penale[211],

che proibisce l'assunzione della testimonianza dal sacerdote circa i fatti che conosce dalla confessione (art. 178, c. 2).

5. Legge 17 novembre 1964: Codice di procedura civile[212],

che permette al sacerdote di sottrarsi all'obbligo di deporre circa i fatti che conosce dalla confessione (art. 261, § 2).

6. Legge 14 giugno 1960: Codice di procedura amministrativa.

Questo codice, oltre al divieto di assumere la testimonianza dal sacerdote circa i fatti che conosce dalla confessione (art. 82, c. 3) riguarda le confessioni religiose dal momento che detta le norme per la procedura davanti al Supremo Tribunale Amministrativo che si applicano al ricorso contro il rifiuto dell'iscrizione di una confessione nel Registro delle chiese e delle altre confessioni religiose[213] e contro la cancellazione dal Registro secondo le disposizioni dell'art. 36, c 1, punti 2-5 della Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di religione[214].

7. Legge 25 febbraio 1964: Codice di famiglia e di tutela[215],

che, dopo essere stato novellato nel 1998, detta le norme relative al matrimonio religioso con effetti civili.

8. Legge 7 aprile 1989 sulle associazioni[216],

9. Legge 5 luglio 1990 sulle riunioni[217],

10. Legge 20 novembre 1998 sull'imposta forfetaria su alcuni redditi delle persone fisiche[218],

che disciplina il regime fiscale del clero (artt. 42–51).

11. Legge 25 ottobre 1991 sul sistema scolastico[219],

modificata dalla Legge 25 luglio 1998 sulla riforma del sistema   scolastico[220], che ha introdotto la riforma dell'intero sistema di istruzione primaria e secondaria. Questa Legge determina le modalità di insegnamento della religione nelle scuole pubbliche (art. 12. c. 1) e sancisce il diritto delle persone fisiche e giuridiche di fondare e gestire le scuole sia pubbliche (art. 58, c. 3.) sia non pubbliche (artt. 82, 85, 89-90).

12. Legge 13 ottobre 1998 sul sistema della sicurezza sociale[221],

13. Legge 6 febbraio 1997 sulla assicurazione medica[222],

14. Legge 12 settembre 1990 sulla istruzione superiore[223],

15. Legge 12 settembre 1990 sul titolo accademico e sui gradi accademici[224].

Alcune norme di queste due leggi riguardano le università ed altre scuole superiori gestite dalle confessioni religiose.

16. Legge 29 dicembre 1992 sulla radiofonia e sulla televisione[225],

che detta le norme per l'attività delle emittenti gestite dalle confessioni e per le trasmissioni a carattere religioso sulle reti pubbliche.

17. Legge 1 agosto 1997 sul Tribunale Costituzionale[226],

che determina le modalità di presentare le istanze davanti al Tribunale Costituzionale. Tale diritto è stato concesso alle confessioni religiose dalla Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione (art. 11, c. 3) e poi costituzionalizzato nella Legge fondamentale del 2 aprile 1997 (art. 191, c. 5).

18. Legge 31 gennaio 1959 sui cimiteri e sulla sepoltura dei defunti[227],

19. Legge 20 marzo 1950 sull'incameramento dei beni di manomorta, le garanzie del possesso delle aziende agricole da parte dei parroci e l'istituzione del Fondo Ecclesiastico[228],

20. Legge del 26 gennaio 1982 (Carta dell'Insegnante)[229],

che detta alcune norme relative agli insegnanti della religione nelle scuole pubbliche e agli insegnanti nelle scuole confessionali.

21. Legge del 24 aprile 1994 sulla prevenzione della tossicomania[230],

che stabilisce le modalità di cooperazione tra lo Stato e le confessioni religiose nella prevenzione dell'uso degli stupefacenti.

22. Legge del 15 marzo 1933 sulle collette pubbliche[231],

23. Legge del 18 gennaio 1951 sui giorni festivi[232],

24. Legge del 6 aprile 1984 sulle fondazioni[233] alla quale sono sottoposte le fondazioni create dalle persone giuridiche ecclesiastiche.

25. Legge del 21 novembre 1967 sul dovere di difesa della Repubblica di Polonia[234].

 

       

4.2. Le leggi specifiche in materia religiosa

 

        Questa categoria di leggi comprende tutta la legislazione prodotta direttamente per la regolamentazione degli aspetti giuridici del fenomeno religioso. È opportuno dividerla in due gruppi a seconda dei destinatari. Ci sono infatti nel nostro ordinamento delle leggi emanate allo scopo di regolamentare alcuni aspetti della situazione giuridica o dell'attività di tutte le chiese e confessioni presenti nel territorio nazionale e vi sono anche delle leggi che in modo più specifico disciplinano la situazione giuridica delle singole confessioni.

 

4.2.1. Leggi che riguardano tutte le confessioni

 

Costituiscono questo gruppo due leggi approvate dalla Dieta il 17 maggio 1989:

1. Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[235]

2. Legge sulla sicurezza sociale del clero[236]

Con queste due leggi, assieme a quella sui rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica[237] è stato terminato il periodo in cui il modo di regolare i rapporti dello Stato con le confessioni religiose si trovava sotto influsso della concezione di separazione fra Stato e Chiesa elaborata e realizzata nell'Unione sovietica[238]. Va sottolineato che queste leggi erano state elaborare e promulgate prima delle elezioni semilibere del giugno 1989 e quindi "in uno Stato comunista e per questo Stato"[239]. Subito dopo la loro promulgazione la situazione politica e sociale è cambiata notevolmente e dette leggi si sono rivelate insufficienti. Come osserva T. Pieronek: "Non c'è dubbio che la Chiesa imposta i suoi rapporti con uno Stato democratico in modo diverso che non con uno Stato totalitario, anche se quest'ultimo deve farle notevoli concessioni"[240]. Per questo dette leggi avevano, e continuano ad avere, bisogno degli emendamenti, anche a causa delle profonde trasformazioni dell'intero sistema giuridico del nostro Stato[241]. Fino ad oggi la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione è stata modificata sei volte mentre della Legge sulla sicurezza sociale del clero sono rimasti in vigore soltanto alcuni articoli.

 

 

4.2.1.1. La legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione

 

        La Costituzione del 1956 stabiliva: "La chiesa è separata dallo Stato. I principi del rapporto dello Stato con la Chiesa nonché la situazione giuridica e patrimoniale delle confessioni religiose sono regolati dalle  leggi"[242]. Questa disposizione poteva essere realizzata in due modi diversi: con la promulgazione di una legge che avrebbe regolato la situazione giuridica di tutte le chiese e confessioni religiose oppure mediante delle leggi distinte, emanate separatamente per ogni singola confessione. Fino al 1989 non è stata elaborata nessuna legge generale che riguardasse tutte le confessioni e stabilisse delle basi solide per la disciplina giuridica del fenomeno religioso. Ciò era dovuto, probabilmente, alla diversità delle opinioni negli organi centrali del Partito dove la maggioranza aspettava l’estinzione delle credenze religiose in tempo breve e, di conseguenza, era sfavorevole ad una legislazione stabile in materia ecclesiastica[243].

        La Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione costituisce, quindi, un primo passo verso l'elaborazione di un sistema del diritto ecclesiastico moderno e basato sul principio del rispetto reciproco tra la comunità politica e le confessioni religiose.  Il progetto della Legge era stato concordato con i rappresentanti delle chiese facenti parte del Consiglio ecumenico polacco[244].

        L'ampio contenuto di questa Legge sarà oggetto della nostra analisi nei capitoli seguenti. Per il momento ci limitiamo a presentarne soltanto alcuni punti essenziali.

        Anzitutto va sottolineata l'impostazione stessa della Legge la quale, come si è già detto, appartiene ancora al periodo totalitario nella storia del Paese. In tale contesto storico e politico la semplice proclamazione della libertà religiosa non era sufficiente. Era necessario che la Legge determinasse in modo molto dettagliato il contenuto del diritto di libertà religiosa.

        Un'altra osservazione si deve fare a proposito della posizione che la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione occupa nel nostro ordinamento. Il suo carattere giuridico non è stato infatti bene determinato[245]. Non è una legge superiore rispetto alle leggi che determinano la situazione delle singole confessioni perché tale tipo di legge non esiste nel nostro sistema delle fonti del diritto. Inoltre il testo della Legge non determina in modo chiaro quale sia il suo soggetto passivo. Per cui non è chiaro se essa si applica a tutte le confessioni religiose esistenti in Polonia o soltanto a quelle la cui situazione giuridica non è stata regolata mediante una legge speciale. Anche i concetti di lex generalis e lex specialis non aiutano molto a stabilire quale sia il rapporto fra questa Legge e le leggi riguardanti le singole confessioni. Essa infatti contiene, oltre alle disposizioni generali, anche molte norme concrete che disciplinano la situazione delle confessioni religiose[246].

 

 

4.2.1.2. La legge sulla sicurezza sociale del clero

 

        La questione della sicurezza sociale del clero era uno dei più penosi problemi nei rapporti fra Stato e confessioni religiose per tutto il periodo della Polonia Popolare e costituiva una grave violazione del principio dell'uguaglianza dei cittadini. La Legge 17 maggio 1989 sulla sicurezza sociale del clero[247] ha esteso ai ministri di culto di tutte le confessioni il sistema della sicurezza sociale. Sono stati inclusi in questo sistema anche i religiosi e le religiose.

        Dopo diverse modificazioni – dovute anche alle trasformazioni del sistema stesso della sicurezza sociale – di questa Legge sono rimasti in vigore soltanto alcuni articoli, mentre la sicurezza sociale del clero è adesso disciplinata dalla legge che riguarda tutti i cittadini[248].

Avremo ancora occasione di osservare come questa tendenza  del legislatore di regolamentare  gli aspetti non strettamente religiosi della materia ecclesiastica  nelle leggi comuni anziché nelle leggi speciali in materia religiosa, si verifica anche negli altri settori del diritto ecclesiastico.

 

 

4.2.2. Le leggi che riguardano le singole confessioni

 

         

        La maggior parte della legislazione specifica in materia religiosa è costituita dalle leggi che mirano a disciplinare in modo organico la situazione giuridica e patrimoniale di ogni singola confessione. Questo modo di procedere permette al legislatore di prendere in considerazione le specificità delle diverse confessioni in modo più efficace di quanto lo si potrebbe fare elaborando una legge generale per tutte le confessioni. Queste leggi specifiche possono essere divise in due gruppi:

1. Leggi sui rapporti dello Stato con una determinata confessione.

In questo tipo di leggi viene regolata nel suo insieme la situazione giuridica e patrimoniale di una determinata chiesa o confessione religiosa.

2. Leggi rivolte a disciplinare un determinato aspetto dell'attività delle  confessioni o risolvere un singolo problema.

 

 

4.2.2.1. Le leggi "sui rapporti"

 

La tradizione di regolamentare la situazione giuridica delle confessioni religiose con delle leggi particolari è stata introdotta nel nostro ordinamento con la Costituzione del 1921 di cui l'art. 114 prevede il Concordato per regolamentare la situazione giuridica della Chiesa Cattolica, mentre l'art. 115 stabilisce che i rapporti dello Stato con le confessioni di minoranza saranno definite dalle leggi elaborate d'intesa con i loro competenti rappresentanti.

        Nel periodo fra le due guerre il legislatore non riuscì a mettere pienamente in pratica questa disposizione. Come abbiamo visto nel paragrafo secondo, soltanto la situazione giuridica di sette chiese e confessioni religiose – su 42 esistenti[249] – è stata regolata in modo previsto dalla Costituzione.

La Costituzione del 1952 ha ripreso il principio di regolamentare la situazione giuridica delle confessioni religiose con delle leggi particolari senza, però, precisare che tali leggi dovessero essere elaborati d'intesa con le confessioni stesse[250]. Anche in questo caso, l'attuazione della disposizione costituzionale si è rivelata difficile. Fino al 1989 non è stata emanata nessuna legge che disciplinasse la situazione giuridica di una qualche confessione religiosa.

La disposizione della Costituzione ha trovato la sua prima attuazione nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[251]. In seguito sono state emanate le seguenti leggi che hanno disciplinato la condizione giuridica delle altre chiese e confessioni presenti e operanti nel territorio della Polonia:

1. Legge 4 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca[252].

2. Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica d'Augsburg[253].

3. Legge 13 maggio 1994 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Riformata[254].

4. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica Polacca[255].

5. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Evangelica Metodista[256].

6. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno[257].

7. Legge 30 giugno 1995 sui rapporti dello Stato con la Chiesa dei Cristiani Battisti[258].

8. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Pentecostale[259].

9. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti[260].

10. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica dei Mariaviti[261].

11. Legge 20 febbraio 1997 sui rapporti dello Stato con l'Unione delle Comunità Ebraiche[262].

La situazione giuridica delle tre confessioni religiose è regolata dalle leggi che risalgono alla II Repubblica:

12. Legge 21 aprile 1936 sui rapporti dello Stato con l'Unione Mussulmana[263].

13. Legge 21 aprile 1936 sui rapporti dello Stato con l'Unione  Caraita[264].

14. Decreto-legge del Presidente della Repubblica del 22 marzo 1928 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Orientale del Vecchio Rito senza la gerarchia[265].

Va sottolineata la differenza fra la legge che riguarda la Chiesa cattolica e le leggi relative alle chiese e confessioni religiose. Non soltanto per il fatto che essa è stata promulgata in uno Stato ancora ispirato all'ideologia marxista ma anche per il suo contenuto molto più ampio (77 articoli) e dettagliato.

 

       

4.2.2.2. Leggi relative ai determinati aspetti della situazione giuridica delle confessioni religiose

 

1. Legge 9 aprile 1938 sulla concessione dei diritti delle scuole accademiche statali all'Università Cattolica di  Lublino[266].

2. Legge 14 giugno 1991 sul finanziamento dell'Università Cattolica di Lublino[267].

3. Legge 26 giugno 1997 sul finanziamento della Pontificia Accademia Teologica di Cracovia[268].

4. Legge 11 ottobre 1991 sulla modificazione della legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[269],

che ha riconosciuto l'esistenza dei riti orientali all'interno della Chiesa Cattolica.

5. Legge 24 luglio 1998 sulla modificazione delle leggi: Codice di famiglia e di tutela, Codice di procedura civile, Legge sugli atti di stato civile, Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica e alcune altre leggi[270].

Quest'ultima legge ha introdotto nel nostro ordinamento l'efficacia civile del matrimonio celebrato davanti al ministro di culto.

 

 

5. Altre norme

 

Questa categoria delle fonti è molto ampia. Ne fanno parte tutte le norme emanate per attuare ed integrare le disposizioni generali dettate dalle leggi. Ai fini sistematici possiamo distinguere i seguenti gruppi:

– Regolamenti e decisioni amministrative emanate dal Governo,

– Accordi tra le autorità statali ed i rappresentanti delle confessioni,

– Statuti:

                        

 

5.1. Regolamenti di attuazione

 

        Le norme emanate dal potere esecutivo per attuare ed integrare le disposizioni delle leggi sono molto numerosi. Ci limitiamo ad enumerarne soltanto alcuni:

1. Decreto del Ministro della Giustizia del 5 novembre 1998 sulle pratiche religiose negli istituti penitenziari[271],

che stabilisce le norme che regolano l'esercizio del diritto di libertà religiosa garantito ai detenuti dal art. 106 del Codice penale esecutivo.

2. Decreto del Ministro-direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici del 12 luglio 1989 sulle modalità di gestione del Registro delle chiese e altre confessioni religiose[272].

3. Decreto del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione del 31 marzo 1999 sul Registro delle chiese e altre confessioni religiose[273], il quale ha sostituito il decreto precedente.

4. Decreto del Ministro della Pubblica Istruzione del 14 aprile 1992 sull'organizzazione dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche[274].

5. Ordinanza del Ministro della Pubblica istruzione del 3 luglio 1992 circa le pratiche religiose negli istituti educativi, campi della gioventù e colonie[275].

6. Decreto del Ministro delle Finanze del 20 dicembre 1991 sulla imposta sui redditi del clero[276].

7. Ordinanza del Ministro dell'Educazione Nazionale del 24 aprile 1996 circa l'ambito degli obblighi e dei diritti degli insegnanti e degli educatori che lavorano nelle scuole (centri educativi) gestiti dalle persone giuridiche della Chiesa cattolica[277].

        Un altro gruppo è costituito da quei decreti con i quali viene concessa la personalità giuridica ai diversi enti confessionali. Come vedremo meglio in seguito, le leggi "sui rapporti" hanno concesso la personalità giuridica ad un certo numero degli organismi interni già esistenti di ciascuna delle confessioni prevedendo che gli altri enti avrebbero potuto ottenere la personalità giuridica tramite il decreto del ministro competente per gli affari ecclesiastici. In questo modo ottengono la personalità giuridica, tra l'altro, le associazioni confessionali, centri educativi e caritativi, case editrici[278].

 

 

5.2. Accordi tra le autorità statali ed i rappresentanti delle confessioni:

                

        Questo modo di disciplinare alcuni aspetti della materia ecclesiastica è stato previsto per la prima volta nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica a proposito dello status giuridico degli atenei pontifici[279]. In seguito la possibilità di stipulare gli accordi tra le autorità statali e confessionali è stata estesa a tutte le confessioni e a tutti i problemi attinenti alla collaborazione fra Stato e le confessioni religiose.

        L'intesa relativa allo status giuridico degli atenei pontifici è stata firmata il 30 giugno 1989[280] e in seguito sostituita dall'Intesa del 1° luglio 1999[281]. Appartengono a questa categoria delle fonti anche le intese tra il Governo e la Conferenza episcopale polacca relative allo status giuridico delle facoltà di teologia cattolica nelle università statali.

        L'accordi tra il Governo e i rappresentanti delle confessioni religiose richiedono una particolare analisi dopo l'entrata in vigore della Costituzione del 1997. Questa, infatti, statuisce che soltanto Costituzione, trattati internazionali ratificati, leggi e regolamenti sono fonti del diritto vigente in Polonia[282]. In base a questo articolo Pietrzak ritiene che le disposizioni delle leggi che rimandano alla regolamentazione di alcune questioni tramite gli accordi tra il Governo e i rappresentanti delle confessioni religiose sono state abrogate dalla Costituzione la quale non prevede tali fonti del diritto[283]. Sembra che il problema delle fonti del diritto nella nuova Costituzione sia più complesso[284]. Infatti, la stessa Costituzione prevede la stipulazione delle intese tra il Governo e i rappresentanti delle confessioni religiose[285] che diventeranno fonti del diritto.

        Sembra che si debba distinguere tra i vari tipi di questi accordi. Infatti, le intese di cui all'art. 25, c. 2 della Costituzione dovranno essere approvate dal parlamento e, quindi, diventeranno leggi. Gli accordi relativi alle qualifiche professionali degli insegnanti della religione e allo status dei docenti nelle scuole cattoliche sono stati pubblicati nel Giornale delle Leggi come regolamenti del Ministro della Pubblica Istruzione. Il contenuto delle intese riguardanti le facoltà di teologia presso le università statali viene incorporato negli statuti delle università stesse. Pur a livello diverso nella gerarchia delle fonti in tutti questi casi si segue lo stesso schema: l'accordo stipulato tra le autorità statali con le confessioni religiose serve soltanto per determinare il contenuto di un relativo atto emanato dagli organi competenti dello Stato. Questi atti normativi rientrano, quindi, nell'elenco delle fonti del diritto stabilito dalla Costituzione.

        Diverso è il caso dell'Intesa del 1° luglio 1999 tra il Governo e la Conferenza episcopale polacca relativa allo status degli atenei ecclesiastici. Questo atto è stato pubblicato nel Giornale delle Leggi sotto la propria forma giuridica, cioè come intesa stipulata dal Governo e la Conferenza episcopale polacca. È stata creata, in questo modo, una fonte del diritto che non è prevista dall'art. 87 della Costituzione. Qual è la sua posizione nella gerarchia delle fonti? Dal momento che costituisce una norma di attuazione rispetto al Concordato e alla Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica ed è stata pubblicata nel Giornale delle Leggi sembra che abbia il valore pari a quello di un regolamento. Tuttavia, non potrebbe essere modificata unilateralmente da un regolamento. Il Concordato, infatti, riserva la regolamentazione delle questioni contenute in essa agli accordi bilaterali tra il Governo e la Conferenza episcopale polacca[286]. Anche per questo, l'Intesa del 1° luglio 1999 non contiene, a differenza della precedente Intesa del 30 giugno 1989[287], una clausola che impedisca le modifiche unilaterali della medesima.

 

5.3. Statuti

 

Questo gruppo comprende tre categorie di fonti:

 

1. Statuti delle confessioni religiose;

La Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione prevede che la domanda d'iscrizione al Registro delle chiese e delle altre confessioni religiose contenga, tra l'altro, lo statuto della confessione che è soggetto all'approvazione da parte del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione. Detto statuto deve determinare l'ambito e i fini dell'attività della confessione, gli organi e la loro competenza, le fonti di finanziamento nonché le modalità per compiere i mutamenti dello statuto e per lo scioglimento della confessione. Deve inoltre determinare la denominazione della confessione diversa dalle denominazioni delle altre organizzazioni[288].

 

2. Statuti degli enti statali competenti in materia ecclesiastica;

        Rientra in questa categoria soltanto lo statuto del Fondo Ecclesiastico[289].

 

3. Statuti delle scuole superiori ecclesiastiche e delle facoltà di teologia presso le università statali.

 

 

 

6. Il sistema delle fonti

 

Dopo la presentazione sommaria dei principali atti normativi riguardanti il fenomeno religioso dobbiamo stabilire quali rapporti esistono tra di loro. In altre parole, si tratta di vedere in che modo queste norme formano un insieme organico che potremmo chiamare il sistema del diritto ecclesiastico polacco.

Per prima cosa, occorre mettere in rilievo che il sistema di diritto ecclesiastico in Polonia, nell'attuale fase dello sviluppo, non è omogeneo. Ciò è dovuto, soprattutto, al fatto che esso è composto dalle norme giuridiche che appartengono ai tre diversi periodi storici: Polonia interbellica, Polonia Popolare, III Repubblica.

La prima cosa che dobbiamo esaminare è la gerarchia normativa che esiste tra queste fonti. A questo proposito sono fondamentali gli articoli contenuti nel capitolo terzo della Costituzione dedicato appunto alle fonti del diritto.

La prima cosa che viene stabilita è un elenco degli atti che sono fonti del diritto. "Le fonti del diritto universalmente vigente in Polonia sono: Costituzione, leggi, trattati internazionali ratificati e regolamenti"[290]. Dagli altri articoli di questo capitolo possiamo ricavare la gerarchia che esiste tra queste norme. Il posto più alto spetta ovviamente alla Costituzione[291], poi seguono: trattati internazionali ratificati previo assenso della Dieta, leggi e regolamenti. A questo elenco si aggiungono le ordinanze e le delibere del Consiglio dei Ministri. Esse non sono fonti del diritto giacché possono obbligare soltanto gli organi dell'Amministrazione pubblica e non cittadini né gruppi sociali, appartengono tuttavia all'ordinamento giuridico dal momento che integrano ed attuano le disposizioni contenute nelle leggi e nei regolamenti.

Va sottolineata una novità introdotta nel nostro diritto costituzionale e cioè la diretta applicabilità della Costituzione. Stabilisce infatti l'art. 8, c. 2: "Le disposizioni della Costituzione sono direttamente applicabili, a meno che la Costituzione non stabilisca diversamente". Questo principio riguarda soprattutto le libertà e i diritti fondamentali della persona.

Un'altra novità riguarda l'efficacia e la posizione che occupano nel nostro ordinamento le norme di diritto internazionale. In base alle disposizioni della Costituzione del 1952 la dottrina affermava che i trattati internazionali ratificati fossero efficaci nell'ordinamento interno ex proprio vigore. Non avevano cioè bisogno di essere incorporati all'ordinamento interno né trasformati in una legge polacca[292]. La giurisprudenza, però, non sempre accoglieva questa teoria, soprattutto quando si trattava di applicare le disposizioni riguardanti i diritti umani[293]. Solo nel 1992 il Tribunale Costituzionale ha accettato, per la prima volta, l'efficacia ex proprio vigore dei trattati internazionali  ratificati[294].

La nuova Costituzione non lascia più nessun dubbio. "Il trattato internazionale ratificato entra a far parte dell'ordinamento giuridico interno dopo la pubblicazione nel Giornale delle Leggi della Repubblica di Polonia ed è direttamente applicabile, a meno che la sua applicazione non dipenda dalla promulgazione di una legge"[295]. Stabilisce altresì la sua posizione nella gerarchia delle fonti del diritto. "Il trattato internazionale ratificato previo assenso concesso in forma di legge, prevale sulla legge, se la legge non è compatibile con il trattato"[296].

Va osservato che non tutti i trattati internazionali appartengono a questa categoria perché non tutti sono soggetti alla ratifica previo assenso della Dieta. Le caratteristiche di un trattato per la ratifica del quale il Presidente della Repubblica ha bisogno dell'autorizzazione parlamentare sono elencate nell'art. 89, c. 1 della Costituzione. Il Concordato con la Santa Sede appartiene a questo gruppo di trattati. L'assenso del parlamento per la sua ratifica è necessario perché il Concordato riguarda: le libertà e i diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione, le materie per la regolamentazione delle quali la Costituzione richiede una legge  e, anche se in una misura molto modesta, gli obblighi finanziari dello Stato[297].

        Le disposizioni generali delle leggi possono essere attuate innanzitutto attraverso i decreti (rozporządzenia) emanati dagli organi previsti dalla Costituzione e in base alla specifica autorizzazione concessa loro dalla legge. Oltre ai decreti il nostro sistema delle fonti di diritto conosce anche le ordinanze (zarządzenia) e le delibere (uchwały). Va sottolineata la differenza fra queste norme. I decreti appartengono al sistema delle fonti del diritto vigente in Polonia[298]. Le ordinanze invece e le delibere sono norme interne dell'Amministrazione pubblica e non possono riguardare i cittadini secondo quanto stabilisce la Costituzione:

"1. Le delibere del Consiglio dei Ministri nonché le ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei ministri hanno il carattere interno e obbligano solamente le unità organizzative che sono sottoposte all'organo che emana questi atti.

2. Le ordinanze sono emanate soltanto in base alla legge. Non possono costituire il fondamento di una decisione che riguarda i cittadini, le persone giuridiche e gli altri soggetti"[299].

Inoltre il comma 3 del citato articolo della Costituzione statuisce che: "Le delibere e le ordinanze sono sottoposte al controllo della loro compatibilità con il diritto universalmente vigente." Siccome il diritto universalmente vigente è composto da "Costituzione, leggi, trattati internazionali ratificati e decreti"[300] sembra che le ordinanze e le delibere debbano essere subordinate anche ai decreti e che non possano derogare ad esse.

Pur non essendo una fonte autonoma del diritto la giurisprudenza influisce tuttavia in modo notevole sul sistema del diritto in genere e quindi anche sul sistema del diritto ecclesiastico. Come osserva Martínez–Torrón: "Cabría decir, en cierto modo, que no hay verdadera protección de los derechos de la persona sin una jurisprudencia que declare de manera precisa su contenido"[301]. Questo ruolo di interpretare la legge spetta soprattutto ai tribunali supremi (Corte Suprema, Tribunale Costituzionale, Tribunale Supremo Amministrativo). Va sottolineato che fino all'entrata in vigore dell'attuale Legge fondamentale il Tribunale Costituzionale ha avuto la facoltà d'interpretare autenticamente le leggi[302]. Per quanto riguarda la nostra materia un esempio di questa interpretazione riguarda la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica. Si tratta della delibera del Tribunale Costituzionale del 24 giugno 1992 relativa all'interpretazione dell'art. 61 della citata legge[303].

Non è difficile rendersi conto dell'evoluzione che si sta effettuando nel sistema del diritto ecclesiastico in Polonia. Questa evoluzione riguarda non soltanto il contenuto delle leggi ma anche il modo stesso di legiferare. Come già abbiamo accennato parlando della Legge 17 maggio 1989  sulla sicurezza sociale del clero, sempre più spesso gli elementi non strettamente religiosi del diritto ecclesiastico vengono regolati nelle leggi comuni che riguardano tutti i cittadini anziché nelle leggi specifiche ecclesiastiche. Oltre alla già citata legge sulla sicurezza sociale possiamo riferirsi al regime fiscale del clero e all'assicurazione medica disciplinate, anch'esse, dalle leggi comuni. Lo stesso riguarda diversi aspetti della legislazione scolastica e sociale. I problemi, inizialmente disciplinati dalla legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di religione o dai diversi decreti del Governo, hanno trovato la loro sede nelle leggi sull'attività scolastica e sociale.

Questo modo di procedere potrebbe essere interpretato come riconoscimento sul piano politico e giuridico del diritto delle confessioni religiose ad essere presenti e ad operare nella vita sociale. La negazione di questo diritto costituiva una delle caratteristiche principali del concetto della separazione fra Stato e Chiesa elaborata ed applicata dalle autorità comuniste[304]. Il superamento di questa impostazione costituisce quindi una delle caratteristiche importanti della evoluzione del nostro diritto ecclesiastico.

Ovviamente anche il contenuto delle leggi ecclesiastiche sta evolvendo ma su questo argomento tratteremo nei capitoli successivi.

 

 


Capitolo III - Le confessioni religiose e i loro enti nell'ordinamento giuridico dello Stato

 

 

1. Introduzione

 

Nel capitolo precedente abbiamo tracciato un quadro generale delle fonti del diritto ecclesiastico vigente in Polonia. Nel presente capitolo cercheremo di presentare la situazione giuridica delle confessioni religiose nell'ordinamento giuridico dello Stato. Dal momento che sono le confessioni che operano nel territorio dello Stato e non viceversa[305], esiste la necessità di definire la posizione giuridica delle confessioni rispetto allo Stato. Questa posizione giuridica, riconosciuta o attribuita alle confessioni dipende, però, in ultima analisi, dall'atteggiamento che lo Stato assume di fronte al fenomeno religioso. In altre parole, il diritto ecclesiastico è uno strumento della politica religiosa dello Stato. Uno Stato che considera la religione un ostacolo alla realizzazione dei propri fini la combatte – o almeno ne riduce l'influsso sulla vita pubblica – mentre uno Stato che vede nella religione un fattore importante della vita sociale, la difende e la promuove. La posizione che lo Stato assume davanti al fenomeno religioso dipende anche dalla concezione dello Stato stesso. Come ha osservato M.J. Roca: "La libertad religiosa, como todo derecho humano, presenta una vertiente personal; quizá sea este su aspecto más importante. Pero desde el momento en que la libertad religiosa se reconoce como derecho, ya no alcanza importancia solamente la concepción antropológica que se tenga del hombre, titular de la libertad, sino que también adquiere un relevante significado la concepción del Estado, garante de tal derecho"[306].

L'evoluzione dell'attitudine che lo Stato polacco assume di fronte al fenomeno religioso – e quindi l'evoluzione del nostro diritto ecclesiastico – non è un fatto isolato bensì si inserisce in un processo più ampio dell'evoluzione subita dallo Stato stesso e, di conseguenza, anche dal suo diritto, negli ultimi dieci anni.

La prima parte di questo capitolo sarà, quindi, dedicata all'analisi dell'atteggiamento che lo Stato polacco assume davanti al fenomeno religioso.

 

 

2. Lo Stato di fronte al fenomeno religioso

 

 

          2.1. Il concetto (statale) di confessione religiosa

 

Prima di addentrarsi in un'analisi dettagliata del sistema dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose operanti nel suo territorio, sarà opportuno precisare il significato del termine confessione religiosa nell'ordinamento dello Stato. Il problema non è facile e le difficoltà che deve affrontare il legislatore quando cerca di definire il concetto di confessione religiosa – per lo più riconducibili al presupposto che lo Stato non deve ingerirsi nelle questioni attinenti al contenuto del credo professato dalle confessioni religiose – esistono in tutti gli ordinamenti giuridici della nostra area culturale[307].

Il legislatore polacco non fornisce una nozione di confessione religiosa. È, dunque, necessario esaminare le disposizioni legislative che attengono al fenomeno religioso per ricavarne l'idea di confessione religiosa alla quale esse si ispirano e che presuppongono.

Il primo problema che si pone è quello della terminologia. Il termine tecnico adoperato dal nostro legislatore per denominare le organizzazioni religiose è quello di chiese e altre confessioni religiose. Sembra che parlando delle chiese il legislatore si riferisca a tutte le confessioni religiose provenienti dalla tradizione cristiana mentre il termine confessioni religiose abbraccerebbe tutte le organizzazioni religiose incluse anche le chiese[308]. Pare anche che l'espressione chiese e altre confessioni religiose voglia sottolineare da un lato l'uguaglianza di tutte le confessioni davanti alla legge – designandole con il medesimo termine piuttosto neutrale – e da un altro lato mettere in evidenza la tradizione cristiana della Nazione e il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini appartiene alle confessioni cristiane. Questi due fatti fanno sì che le confessioni cristiane (chiese) divengano un paradigma della confessione religiosa in genere.

In ogni caso la distinzione fra chiese e le altre confessioni religiose è irrilevante dal punto di vista giuridico.

        Nella dottrina polacca[309] si usa il termine confessione religiosa per indicare ogni religione dal punto di vista giuridico e sociale, ossia senza entrare nelle questioni riguardanti il credo di cui la confessione religiosa si ritiene portatrice. In questo senso le chiese sono un sottoinsieme della categoria più ampia delle confessioni religiose. Seguiremo questa terminologia nel presente studio.

         Passiamo adesso all'analisi dei testi legislativi che forniscono alcuni spunti per la definizione del concetto di confessione religiosa.

Un primo tentativo del legislatore di delimitare l'ambito di ciò che si intende per confessione religiosa si trova negli emendamenti introdotti nella Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione con la Legge 26 giugno 1997[310] entrata in vigore il 30 maggio 1998. Secondo il modificato comma 1 dell'art. 2 della summenzionata Legge i cittadini possono "creare delle comunità religiose, in seguito chiamate “chiese e altre confessioni religiose”, fondate al fine di professare e diffondere un credo religioso, aventi una propria organizzazione, dottrina e riti di culto". Nella versione precedente di questa Legge si affermava semplicemente la possibilità di creare delle chiese e altre confessioni religiose. È importante notare che il legislatore non vuole definire la religione in sé stessa ma piuttosto il concetto giuridico di confessione religiosa basato sugli elementi ritenuti essenziali perché si possa parlare di religione al fine di distinguerla dalle altre organizzazioni presenti nella società.

Ciò che distingue le confessioni religiose dagli altri organismi associativi è il loro fine primario, e cioè l'esercizio del culto. "La actividad típica de las confesiones religiosas, la que sirve para identificarlas es la actividad de culto. Esta es la única actividad propia y específica de las confesiones religiosas"[311]. Per determinare se una organizzazione debba essere riconosciuta quale confessione religiosa sarà, quindi, necessario stabilire se essa svolge le attività di culto. Detto ciò non si risolve ancora il problema, giacché bisogna specificare che cosa si intende per culto. Il nostro legislatore non definisce il culto, cerca però, di delimitare l'ambito di questa nozione escludendone certe attività. "Non si riconosce come esercizio delle funzioni religiose, di cui al comma 1, un influsso esercitato tramite le ricerche e le sperimentazioni psicologiche"[312]. Anche questa precisazione è stata introdotta con la novella del 26 giugno 1997.  

In entrambi gli emendamenti sembra essere chiara l'intenzione del legislatore di ridurre la possibilità che vengano riconosciute come confessioni religiose diverse organizzazioni il cui carattere religioso suscita dei dubbi.

        Possiamo pertanto affermare che la Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione intende per confessioni religiose le organizzazioni fondate al fine di professare e diffondere un credo religioso, aventi una propria organizzazione, dottrina e riti di culto. Si possono ricavare da questa definizione i seguenti elementi del concetto di confessione religiosa:

        – un credo religioso e la dottrina elaborata sulla sua base,

        – una certa stabilità sociale (organizzazione),

        – il culto.

Come si vede la definizione è molto ampia e comprende facilmente diverse manifestazioni del fenomeno religioso. Tuttavia, occorre notare che manchi in questo caso un riferimento esplicito alla dimensione morale della religione che pur costituisce un'elemento importante del fenomeno religioso e non può essere ridotto alla professione di un credo e all'esercizio di un culto. Come osserva Bueno Salinas: "Se trata de algo distinto de lo meramente doctrinal (las creencias teóricas separadas de sus consecuencias prácticas) y de lo cúltico, ya que tiende a afectar toda la vida del creyente, sobre todo aquel campo que se ha denominado tradicionalmente como profano"[313]. La mancanza di riferimento alla dimensione morale del fenomeno religioso dimostra come la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione sia ancora ispirata ad una concezione ritualistica della religione che la intende come esercizio di culto e di pratiche rituali. Concezione, questa, alla quale si ispirava la politica del regime comunista nei confronti delle confessioni religiose.

 

 

2.2. Laicità dello Stato

 

La separazione della Chiesa dallo Stato sancita dall'art. 82 della Costituzione del 1952 assieme all'ideologia marxista sottostante, hanno dato vita a quel sistema di relazioni tra lo Stato e le confessioni religiose che è stato definito come separatismo giurisdizionalista, ovvero un sistema in cui "la concezione e l'attitudine separatista vanno ritenute fondamentali ma completate da strumenti e istituti giurisdizionalistici che tendono a garantire il sistema e l'interesse dello Stato"[314]. In questo sistema di rapporti, la separazione e la conseguente laicità dello Stato vengono intese innanzitutto come l'emarginazione del fenomeno religioso – ritenuto negativo e alienante – dalla vita sociale[315].

Queste osservazioni vanno tenute presenti quando ci si addentra nell'analisi della legislazione attuale che determina la posizione dello Stato in materia religiosa. È una legislazione che riflette – come vedremo in seguito – un passaggio dall'ostilità verso la neutralità ma anche le difficoltà che l'accompagnano. 

 

 

2.2.1. Neutralità delle autorità pubbliche in materia religiosa

 

        La posizione che lo Stato polacco assume dinanzi al fenomeno religioso, nonché la sua evoluzione, può essere ricavata, in primo luogo, dalle affermazioni contenute in tre successivi atti normativi: la Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione, il Concordato del 28 luglio 1993 e la Costituzione del 2 aprile 1997.

        La Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione definisce la Repubblica di Polonia quale "uno Stato laico, neutrale nelle questioni relative alla religione ed alle convinzioni"[316]. Proclama inoltre la separazione delle chiese e delle altre confessioni religiose dallo Stato come garanzia della libertà religiosa. Si tratta, in questo caso, della dimensione negativa della libertà religiosa, vale a dire, della libertà dall'essere costretti ad agire contro la propria coscienza, il che potrebbe darsi se le chiese e confessioni religiose non fossero separate dallo Stato. A questa separazione si aggiunge, come un'ulteriore garanzia, la libertà di compiere le funzioni religiose[317]. In questo caso si tratta della dimensione positiva della libertà religiosa. Le confessioni religiose – e non soltanto le singole persone – possono svolgere liberamente le attività di culto.

Dopo aver proclamato la laicità dello Stato, la Legge precisa, con l'aggettivo neutrale di che tipo di laicità si tratta. Lo Stato abbandona il proposito, finora presente, di influire sulle convinzioni – religiose o no – dei suoi cittadini. La laicità assume quindi il senso di autolimitazione dello Stato che si dichiara incompetente nelle questioni attinenti alla Weltanschauung dei cittadini. In proposito osserva Krukowski: "In tale contesto la “neutralità” dello Stato deve essere compresa nel senso che non è impegnato né nell'appoggiare la religione né nel combatterla, né nell'appoggiare o combattere l'ideologia atea (…)"[318].

Pare che questa affermazione richieda un'approfondimento. È vero che lo Stato non deve appoggiare una determinata confessione religiosa o accollarsi la diffusione della sua dottrina, ma è altrettanto vero che non deve rimanere neutrale nei confronti del diritto di libertà religiosa. Al contrario, lo deve promuovere – come ogni altro diritto dell'uomo – e agevolarne l'esercizio. Ciò deriva sia dall'impegno di garantire a tutti la libertà religiosa, assunto dallo Stato nella Costituzione del 1997[319], sia dalla considerazione della religione quale fenomeno sociale e uno degli elementi fondamentali della Weltanschauung dei cittadini[320].

In questo modo la laicità dello Stato polacco acquista "un contenu qui ressemble à celui que lui confèrent la législation et la jurisprudence des pays démocratiques et libéraux"[321].

        Come abbiamo già accennato nel capitolo precedente, durante il periodo di preparazione della Costituzione la Chiesa cattolica riteneva superflua ogni definizione dello Stato in materia religiosa (e anche quella ideologica in genere) e chiedeva che esso fosse definito soltanto quale "una struttura giuridica al servizio dei cittadini e delle loro comunità"[322]. Si può affermare che questo postulato sia stato in una buona misura accolto. La Repubblica di Polonia è stata definita come "un bene comune di tutti i cittadini"[323] e "uno Stato democratico di diritto […]"[324]. L'obbligo di rimanere imparziale rispetto alle convinzioni dei cittadini è stato invece imposto alle autorità pubbliche. "Le autorità pubbliche nella Repubblica di Polonia rimangono imparziali rispetto alle convinzioni religiose, filosofiche o riguardanti la concezione del mondo, e garantiscono la libertà della loro manifestazione nella vita pubblica"[325].

        Anche il Concordato non include una definizione dello Stato in materia religiosa. Riafferma soltanto la reciproca autonomia e indipendenza dello Stato e della Chiesa cattolica nei loro rispettivi ordini.

        Possiamo quindi affermare che – tra i tre principali tipi di attitudine dello Stato rispetto al fenomeno religioso: confessionalità, ostilità, neutralità[326] – l'ordinamento della III Repubblica tende verso la neutralità. Il significato di questo concetto resta però ancora da precisare. Adottando il termine neutralità lo Stato abbandona, com'è ovvio, l'atteggiamento decisamente ostile che ha caratterizzato la Polonia Popolare. Rimane tuttavia da precisare il contenuto concreto della sua nuova orientazione.

        Le affermazioni della Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione – che ha qualificato la Polonia come uno Stato laico, neutrale nelle questioni relative alla religione ed alle convinzioni – vanno attualmente lette e interpretate alla luce della nuova Costituzione, la cui affermazione in proposito (le autorità pubbliche rimangono imparziali) è assai meno radicale, anzi si parla di una certa attività dello Stato rispetto alle convinzioni dei cittadini: le autorità pubbliche […] garantiscono la loro libera manifestazione nella vita pubblica. Pare che l'atteggiamento dello Stato polacco nei confronti della religione stia assumendo sempre di più il carattere della cosiddetta laicità positiva. Siccome quest'ultimo concetto comprende la disposizione a collaborare con le confessioni religiose[327], vediamo adesso se tale attitudine sia presente negli atti normativi relativi al fenomeno religioso e quale sia il suo ambito.

 

 

2.2.2. Collaborazione tra lo Stato e le confessioni religiose

 

In molti testi legislativi – lo vedremo in seguito – le autorità pubbliche vengono invitate (si usa il termine possono) a collaborare con le confessioni religiose.

Concepita in questo modo la laicità, o l'incompetenza, non proibisce allo Stato di collaborare con le confessioni religiose. Secondo la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione, questa collaborazione riguarda i seguenti settori dell'attività: il mantenimento della pace, lo sviluppo del Paese, la lotta contro le patologie della vita sociale, la conservazione e la diffusione dei beni culturali a carattere religioso che appartengono al patrimonio culturale del Paese[328]. L'elenco sembra essere tassativo.

Successivamente l'ambito in cui lo Stato è disposto a collaborare con le confessioni religiose si è allargato, specialmente nel settore di assistenza sociale. Tra i possibili campi di cooperazione possono essere annoverati:

a) prevenzione alla tossicodipendenza[329],

b) rieducazione e reinserimento sociale dei detenuti come pure assistenza alle loro famiglie[330]; in questo caso è prevista anche la partecipazione dei rappresentanti delle confessioni religiose agli organi consultivi del Governo[331],

c) promozione della salute psichica e prevenzione ai disturbi psichici[332].

Un successivo allargamento dell'ambito di collaborazione è stato previsto nel Concordato che dichiara "la volontà [delle Parti Contraenti] di collaborare per difendere e rispettare l'istituzione del matrimonio e della famiglia, fondamento della società"[333]. L'ambito e le modalità di questa collaborazione restano ancora da definire.

Vi sono anche delle situazioni in cui questa collaborazione diviene obbligatoria. È il caso della legislazione in materia ecclesiastica. Il suo contenuto deve essere consultato con i rappresentanti delle confessioni religiose che ne sono destinatari, secondo quanto afferma la Costituzione: "I rapporti tra la Repubblica di Polonia e la Chiesa cattolica sono determinati dal trattato internazionale stipulato con la Santa Sede e dalle leggi. I rapporti tra la Repubblica di Polonia e le altre chiese e confessioni religiose sono determinati dalle leggi emanate in base agli accordi tra il Consiglio dei Ministri ed i loro competenti rappresentanti"[334]. Questa disposizione viene poi ripetuta in tutte le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose precisando che anche qualsiasi modificazione di queste leggi non può essere messa in atto senza un previo accordo con i rappresentanti delle confessioni.

 

 

2.2.3. Separazione coordinata

 

Dall'esame dalle summenzionate disposizioni legislative attinenti al fenomeno religioso possiamo cogliere che la III Repubblica assume sempre di più il carattere di uno Stato neutrale nelle questioni ideologiche e religiose. Uno Stato neutrale che tuttavia prende in considerazione il fatto che i suoi cittadini sono anche membri delle confessioni religiose. Pur rimanendo neutrale, nel senso che non professa nessuna fede e non si interessa a quella che professano i cittadini, lo Stato si impegna in certe situazioni ad intervenire positivamente per agevolare l'esercizio della libertà religiosa, ad es., legiferando il materia religiosa previo accordo con le confessioni interessate. È una chiara intenzione di abbandonare le vecchie posizioni giurisdizionaliste e mettersi al servizio dei cittadini.

        Il sistema dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose che si sta affermando – non senza difficoltà – è quello della separazione amichevole o coordinata.

La separazione amichevole corrisponde bene a due fenomeni incontestabili. Da un lato si va diffondendo sempre di più nella società odierna il pluralismo ideologico e religioso. Di qui la necessità di separare le istituzioni religiose da quelle statali affinché nessuno si senta escluso dallo Stato che – come dichiara l'art. 1 della Costituzione – è un bene comune di tutti i cittadini. Come giustamente ha osservato T. Pieronek all'inizio del periodo di trasformazione: "[L'idea dello Stato neutrale] deriva dal semplice fatto che la società è ideologicamente diversificata e a nessun polacco può venire a mancare il posto nel proprio Paese. Affinché questo Paese possa davvero essere riconosciuto come proprio, è necessario che ogni persona vi trovi il suo posto come cittadino a pieni diritti, indipendentemente dalla religione che professa o dalla mancanza delle convinzioni religiose. Questa soluzione – l'unica possibile – si basa sul diritto alla libertà religiosa che è il primo tra i diritti umani […]"[335].

        Da un altro lato i cittadini sono anche membri delle confessioni religiose e lo Stato deve prendere in considerazione questo fatto. Di qui la necessità che la separazione sia amichevole o coordinata. "Sólo podemos afirmar que el Estado es neutral en religión, en el sentido que no hace un acto de fe y que no examina si los súbditos son religiosos y si tienen esta o aquella religión. Pero no puede ser indiferente sobre el ejercicio del derecho de libertad religiosa, que tiene unos contenidos que los ciudadanos pueden y deben exigir, y que el Estado que lo ha reconocido tiene que asegurar, promocionar y garantizar"[336].

        In questo senso si può affermare che la separazione coordinata sia il sistema più adeguato all'odierno pluralismo religioso e al fatto che i cittadini sono contemporaneamente anche membri delle confessioni religiose[337]. Tale sistema di relazioni tra lo Stato e le confessioni religiose è anche conforme al fatto che la dimensione religiosa dell'uomo non può essere ignorata dalle autorità pubbliche, anche nelle suo manifestazioni personali e collettive e, in definitiva, come elemento importante del benessere sociale.

 

 

3. Situazione giuridica delle confessioni religiose

       

        Dopo aver individuato l'attitudine generica che il nostro Stato assume di fronte al fenomeno religioso dobbiamo ora esaminare come questo atteggiamento fondamentale si traduce nelle diverse disposizioni effettive che disciplinano in concreto il fenomeno religioso. Quali sono gli strumenti giuridici accessibili dei quali le confessioni religiose possono avvalersi per svolgere la loro attività e perseguire i propri obiettivi? Sotto questo profilo è di fondamentale importanza la posizione giuridica che lo Stato attribuisce – o riconosce – alle organizzazioni religiose.

        Dal momento che "la dimensione comunitaria è un elemento essenziale dell'esperienza religiosa, almeno nelle forme con cui quest'ultima si è manifestata nella storia europea"[338], il riconoscimento della libertà religiosa implica la necessità di riconoscere anche la possibilità di creare delle associazioni con finalità religiose[339]. Tale possibilità costituisce una parte integrante della libertà religiosa, giacché la dimensione comunitaria del fenomeno religioso non è qualcosa di esterno e aggiuntivo rispetto alla religione stessa, bensì un modo naturale in cui essa si manifesta. Come osserva Bueno Salinas: "No es que se profesen unas ideas iguales y, a continuación, los hombres se asocien; es que el hecho religioso es vivido desde el principio como algo comunitario, en grupo"[340]. In ossequio a questo carattere originario della dimensione comunitaria del fenomeno religioso il legislatore riconosce espressamente ai cittadini il diritto di fondare delle confessioni religiose. Stabilisce, infatti, l'articolo 2 della Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione: "Avvalendosi della libertà di coscienza e di confessione i cittadini possono in particolare: 1) creare delle comunità religiose, in seguito chiamate “chiese e altre confessioni religiose”, fondate al fine di professare e diffondere un credo religioso, aventi una propria organizzazione, dottrina e riti".

Dobbiamo adesso stabilire quali siano le modalità concrete di realizzazione di questo diritto. Il paragrafo presente sarà, quindi, dedicato allo studio della situazione giuridica delle confessioni religiose nell'ordinamento statale.

       

 

3.1. Le soluzioni antecedenti alla Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione

 

Fino all'entrata in vigore della Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione esistevano due possibilità di regolamentare la situazione giuridica delle confessioni religiose: 1) mediante una legge (o decreto) speciale, 2) mediante iscrizione in un'apposito registro.

 

 

3.1.1. Le confessioni riconosciute mediante leggi speciali

 

La prima possibilità consisteva nell'emanazione di un'apposita legge mediante la quale sarebbe stata regolata la posizione giuridica di una confessione religiosa. Questo sistema è stato previsto per la prima volta nella Costituzione del 1921 per le confessioni diverse dalla cattolica: "I rapporti dello Stato con queste chiese e religioni saranno determinate per legge d'intesa con le loro competenti rappresentanze"[341]. La Costituzione del 1952 ha recepito questo sistema applicandolo però a tutte le chiese e confessioni religiose e cancellando il riferimento alla partecipazione dei rappresentanti delle confessioni alla elaborazione delle leggi che le riguardavano: "I principi del rapporto dello Stato con la Chiesa nonché la situazione giuridica e patrimoniale delle confessioni religiose sono regolati dalle leggi"[342]. In questo modo la Costituzione ha riconosciuto le leggi ecclesiastiche allora in vigore ed ha statuito che in futuro la situazione giuridica delle confessioni religiose sarebbe regolata in via legislativa[343].

        Le leggi ecclesiastiche allora vigenti, emanati nel periodo fra le due guerre[344], regolavano la situazione giuridica delle seguenti chiese e confessioni: Chiesa Ortodossa, Chiesa Evangelica d'Augsburg, Unione Religiosa Mussulmana, Unione Religiosa Caraita, Chiesa Orientale del Vecchio Rito.

Dopo la guerra, mediante decreto-legge del Consiglio dei Ministri, sono state riconosciute: Chiesa Metodista[345], Chiesa Evangelica Riformata, Chiesa Cattolica dei Mariaviti, Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti[346].

        Invece in via amministrativa, mediante decisione del Ministro dell'Amministrazione Pubblica, sono state riconosciute nel 1946 tre confessioni religiose: Chiesa Nazionale Cattolica Polacca, Chiesa Polacca dei Cristiani Evangelici Battisti, Unione delle Chiese degli Avventisti del Settimo Giorno[347].

        Occorre notare che questo sistema di regolamentazione della situazione giuridica delle confessioni religiose era applicabile, è infatti fu applicato, soprattutto alle confessioni che raggruppavano un numero congruo di membri e, esistendo in Polonia da molto tempo, hanno acquisito una certa rilevanza sociale. Le confessioni religiose di recente formazione, o che comunque non ragruppavano un gran numero di fedeli, sono state sottoposte alle disposizioni previste per le associazioni comuni.

 

 

3.1.2. Le confessioni sottoposte al regime delle associazioni

 

Per essere riconosciute dallo Stato le confessioni religiose potevano avvalersi della Legge sulle associazioni. Il Decreto-legge 5 agosto 1949[348] ha sottoposto al Decreto-legge 27 ottobre 1932 sulle associazioni[349] le confessioni religiose non riconosciute, ossia quelle la cui situazione giuridica non è stata regolata mediante una legge (o un decreto) speciale. Esistevano due possibilità: associazione riconosciuta (con personalità giuridica) oppure associazione non riconosciuta (senza tale personalità).

 

a) associazione riconosciuta

In questo caso era necessario presentare all'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici una domanda sottoscritta da quindici persone nonché un progetto dello statuto. Se la domanda era accolta la confessione religiosa veniva iscritta nel Registro delle associazioni e delle confessioni religiose e acquisiva la personalità giuridica. Il margine di discrezionalità concesso al direttore dell'Ufficio era estremamente ampio. La domanda poteva essere respinta se l'esistenza della confessione religiosa che chiedeva il riconoscimento era contraria alla legge, all'ordine pubblico oppure era ritenuta inutile per la società.

Al medesimo Registro dovevano iscriversi, per acquisire la personalità giuridica, anche le congregazioni religiose e le associazioni interne ad una confessione. La peculiarità di questo sistema sta nel fatto che lo Stato trattava allo stesso modo sia le confessioni religiose sia gli enti creati e operanti all'interno di una confessione. In questo modo è stata introdotta nel nostro sistema del diritto ecclesiastico una caratteristica tipica del diritto ad ispirazione marxista che L. Barbieri descrive in queste parole: "La teoria istituzionistica è del tutto ignorata dal sistema giuridico sovietico, essendo lo Stato l'unico ordinamento giuridico esistente; di qui la naturale conseguenza che gli enti ecclesiastici non sono ordinamenti concentrici a quello confessionale di appartenenza, ma sono equiparati alle stesse confessioni religiose"[350].

 

b) associazione non riconosciuta

Per essere registrati come associazione non riconosciuta era sufficiente una dichiarazione firmata da tre persone. L'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici la poteva respingere ma il margine di discrezionalità era in questo caso più limitato. Difatti non bastava l'inutilità sociale[351].

Dato che in ambo i casi non vi era nessuna possibilità di ricorso contro le decisioni dell'Ufficio, possiamo concludere che non esisteva il diritto al riconoscimento ma solamente alla presentazione della domanda.

Riassumendo possiamo affermare che alla fine degli anni Ottanta esistevano, dal punto di vista giuridico, quattro categorie delle confessioni religiose:

– riconosciute mediante una legge (o decreto) speciale,

– associazioni riconosciute (iscritte nel Registro),

– associazioni non riconosciute,

– Chiesa Cattolica (dopo la denuncia del Concordato la sua situazione giuridica non è stata regolata in nessun modo).

La Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione doveva risolvere due problemi: riordinare la situazione delle confessioni religiose già esistenti secondo il principio di uguaglianza e prevedere un sistema di riconoscimento per le confessioni che sarebbero state create in futuro. Per risolvere questi problemi sono stati adoperati due istituti giuridici già esistenti: il riconoscimento in via legislativa e l'iscrizione nel Registro.

 

 

3.2. Situazione giuridica delle confessioni religiose nel diritto vigente

 

3.2.1. Confessioni iscritte nel registro

 

3.2.1.1. Regime introdotto con la Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione

 

        La Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione ha profondamente riformato il sistema di concessione della personalità giuridica alle confessioni religiose. Per prima cosa è stato espressamente affermato il diritto dei cittadini di creare delle chiese e altre confessioni religiose[352]. "Il diritto di creare delle chiese e altre confessioni religiose si attua con la presentazione di una dichiarazione presso l'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici e con l'iscrizione nel Registro delle chiese e delle altre confessioni religiose, in seguito chiamato “Registro”"[353]. Innanzitutto viene qui riconosciuto il diritto dei cittadini di fondare comunità religiose. Il numero delle persone, necessario per creare una confessione religiosa è rimasto invariato – quindici cittadini aventi la piena capacità di agire[354] – e corrisponde a quello richiesto per fondare un'associazione riconosciuta[355]. Un cambiamento notevole riguarda invece la procedura da seguire. Innanzitutto, è stato molto ridotto il margine di discrezionalità del direttore dell'Ufficio. È autorizzato a respingere la domanda soltanto qualora le sue disposizioni "rimangano in contrasto con le leggi poste a tutela della sicurezza pubblica, ordine, salute o morale pubblica oppure i diritti fondamentali e le libertà altrui"[356]. Inoltre le sue decisioni possono essere impugnate davanti al Supremo Tribunale Amministrativo con le modalità previste dal Codice di procedura amministrativa[357]. In questo modo l'attività dell'Amministrazione pubblica in materia ecclesiastica è stata sottoposta – per la prima volta – al controllo giudiziario.

 

 

3.2.1.2. Le modifiche introdotte con la novella del 26 giugno 1997

 

Un ulteriore passo in avanti è stato effettuato con la Legge 26 giugno 1997[358] che ha modificato profondamente la parte III (relativa alla fondazione delle confessioni religiose) della Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione.

L'art. 30 modificato suona:

"Il diritto d'iscrizione nel Registro delle chiese e delle altre confessioni religiose, in seguito chiamato “Registro”, tenuto dal ministro relativo agli affari religiosi, si attua con la presentazione al detto ministro, in seguito chiamato “organo registrante”, della dichiarazione di fondazione di una chiesa o di un'altra confessione religiosa assieme alla richiesta d'iscrizione nel Registro".

La normativa precedente – ispirata ancora alla disciplina socialista del fenomeno religioso – poneva l'accento sulla dimensione individuale della libertà religiosa. Riconosceva infatti il diritto dei singoli di iniziare la procedura prevista per la fondazione delle confessioni religiose. La novella, senza diminuire questa libertà individuale, mette in rilievo anche la dimensione collettiva della libertà religiosa. Viene infatti riconosciuto il diritto delle confessioni stesse all'iscrizione nel Registro. Possiamo, quindi, affermare che il legislatore polacco riconosce il fatto che la confessione religiosa è una realtà originaria e previa rispetto al riconoscimento statale e alla concessione della personalità giuridica. In questo modo viene pure rafforzato il diritto dei singoli di creare confessioni religiose. Infatti, secondo la normativa precedente era l'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici che istituiva le confessioni, seppure su richiesta dei fondatori, al momento dell'iscrizione nel Registro. Dalla nuova disposizione risulta chiaro che sono i cittadini che creano delle confessioni mentre l'organo registrante si limita a prendere atto di questa realtà mediante l'iscrizione nel Registro. In questo modo il passaggio dal regime concessorio – tipico dell'epoca precedente – a quello basato sulle dichiarazioni, si rende ancora più evidente. L'atto dell'iscrizione conserva però il suo valore costitutivo nel senso che concede la personalità giuridica alla confessione religiosa.

Le altre modifiche introdotte con la novella del 16 giugno 1997 vanno in un'altra direzione. Innanzitutto è stato aumentato il numero delle persone richiesto per l'iscrizione nel Registro. Secondo la nuova normativa ne sono necessarie cento. Certamente in questo modo il legislatore ha voluto fermare la proliferazione delle confessioni religiose (nel 1988 le confessioni iscritte nel Registro erano 26[359], nel 1998 ce ne erano 138[360]) e limitare il riconoscimento a quelle che hanno raggiunto un certo radicamento sociale. Tuttavia, è stato giustamente osservato[361] che in questo modo alcuni nuovi movimenti religiosi possono operare a lungo in Polonia prima di raggiungere il numero di membri necessario per essere iscritti nel Registro. In questo periodo le autorità pubbliche saranno private delle informazioni sull'attività del nuovo movimento e dei mezzi di controllo su di esso. Ciò potrebbe rendere più difficile la tutela dei diritti fondamentali dell'uomo all'interno di queste formazioni.

Un'altra modifica riguarda le informazioni che i fondatori della confessione sono tenuti a fornire. Secondo la normativa precedente la richiesta d'iscrizione doveva essere corredata da:

a)    informazione sui fondamenti dottrinali della confessione,

b)   elenco dei fondatori (con i dati personali e le loro firme),

c)    sede della confessione,

d)   statuto[362].

Dopo la novellazione si richiede invece:

a)    elenco dei fondatori (con i dati personali, gli estremi dei documenti d'identità e le firme autenticate dal notaio),

b)   informazione sulle forme di vita spirituale e sui modi di attività nel territorio di Polonia,

c)    informazione sulle fonti della dottrina, sui principi dottrinali e sui riti,

d)   sede della confessione,

e)    dati personali dei dirigenti nonché gli estremi dei loro documenti d'identità,

f)     statuto.

Nella stessa direzione si muovono i cambiamenti relativi allo statuto della confessione religiosa. La normativa precedente richiedeva che lo statuto contenesse:

a)    la denominazione della confessione, diversa dalle denominazioni delle altre organizzazioni,

b)   territorio dell'attività e la sede delle autorità,

c)    fini dell'attività e i modi della loro realizzazione,

d)   organi e le loro competenze,

e)    fonti di finanziamento,

f)     modalità per cambiare lo statuto,

g)    modalità per lo scioglimento della confessione e la destinazione dei beni[363].

A questo elenco la novella aggiunge:

h)   modo di designazione e della revoca degli organi nonché le modalità da osservare per prendere le decisioni,

i)     modo di rappresentare la confessione e di assumere le obbligazioni patrimoniali,

j)     modalità per l'acquisizione e per la perdita della condizione del membro nonché i diritti e gli obblighi dei membri,

k)   le modalità di designazione e di revoca dei ministri di culto nonché le loro competenze.

Inoltre sulla base del nuovo art. 36a, l'organo registrante, come pure il Procuratore della Repubblica, possono chiedere al tribunale che verifichi se l'attività di una confessione religiosa non leda i diritti elencati nell'art. 27, c. 1. (lo stesso requisito che per la registrazione) o le norme dello statuto. Se la sentenza conferma la violazione della legge o delle disposizioni statutarie, l'organo registrante cancella la confessione dal Registro.

Dall'esame delle modifiche introdotte non è difficile constatare la volontà del legislatore di mettere in risalto il fatto che la creazione delle confessioni religiose non è una concessione da parte dello Stato, bensì un vero e proprio diritto dei cittadini. Da un altro lato risulta anche chiara l'intenzione del legislatore di proteggere la società dall'attività delle diverse organizzazioni che operano al riparo della libertà di religione. A questo scopo la nuova normativa richiede dalle confessioni religiose una maggiore trasparenza e si preoccupa per la difesa dei diritti fondamentali dell'uomo anche all'interno delle confessioni.

Per quanto riguarda la personalità giuridica degli enti creati dalle confessioni iscritte nel Registro la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione stabilisce che:

"Le persone giuridiche delle chiese e delle altre confessioni religiose, i loro organi, l'ambito di competenza e le modalità della designazione e della rappresentanza sono definiti dagli statuti (diritto interno in seguito chiamato “statuti”) "[364].

Gli statuti devono determinare le denominazioni degli enti confessionali, le loro sedi, l'ambito dell'attività, le modalità per crearli, sopprimerli e modificarli nonché i loro organi e le modalità per prendere decisioni e rappresentare l'ente ad extra[365]. Dal momento che le modifiche dello statuto di una confessione iscritta nel Registro, si realizzano con le stesse modalità che sono previste per la iscrizione della confessione stessa[366], possiamo affermare che gli enti confessionali delle confessioni iscritte nel Registro acquistano la personalità giuridica nello stesso modo che le confessioni stesse, vale a dire, mediante iscrizione.

        Con l'entrata in vigore della Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione tutte le confessioni registrate come associazioni riconosciute, in conformità al decreto del 5 agosto 1949, sono state ex officio iscritte nel Registro[367] mentre quelle aventi forma dell'associazione non riconosciuta sono tenute a seguire la procedura prevista per la fondazione delle nuove confessioni religiose[368]. Non devono invece essere iscritte quelle confessioni che sono rette da un'apposita legge e quelle iscritte vengono cancellate dal Registro se ottengono una legge speciale che regoli la loro situazione giuridica[369].

 

 

3.2.1.3. Cancellazione dal Registro

 

        Le confessioni religiose iscritte vengono cancellate dal Registro in quattro casi diversi:

  1)  qualora la loro situazione giuridica sia stata regolata con una legge speciale,

  2)  qualora abbiano notificato all'organo registrante la cessazione della propria attività,

  3)  qualora abbiano perso i requisiti necessari per essere iscritte; in particolare quando per tre anni non abbiano risposto alla domanda dell'organo registrante di aggiornare i dati relativi alla sede della confessione e ai titolari degli uffici direttivi[370],

  4)  qualora la loro attività sia stata dichiarata, con una sentenza del tribunale, contraria alla legge o alle disposizioni dello statuto[371].

        Nel primo caso la confessione cancellata dal Registro passa alla categoria delle confessioni religiose rette dalle leggi speciali che analizzeremo nel paragrafo seguente.

        È ugualmente chiara la situazione della confessione religiosa che ha notificato all'organo registrante la cessazione della propria attività. Essa viene cancellata dal Registro e si procede allo scioglimento applicando analogamente le disposizioni previste per la dissoluzione delle associazioni comuni[372]. Il patrimonio della confessione sciolta viene devoluto ai fini di beneficenza, a meno che il suo statuto non stabilisca diversamente[373].

        Il terzo caso di cancellazione è stato introdotto con la novella del 26 giugno 1997 e ha sostituito la disposizione, ritenuta poco chiara, che prevedeva la cancellazione dal Registro di quelle confessioni che per due anni sono rimaste inattive. Bisogna dire che anche la nuova norma lascia qualche dubbio. È abbastanza chiara la seconda possibilità prevista dalla disposizione in esame, vale a dire la cancellazione dal Registro di una confessione che per tre anni non risponde alla richiesta di aggiornare i dati relativi alla sua sede e quelli riguardanti i titolari degli uffici direttivi. Meno chiara è invece l'ipotesi, più generale, di cancellazione a causa di perdita dei requisiti necessari per la iscrizione. Infatti, tali requisiti riguardano la domanda d'iscrizione – che deve contenere tutti i dati richiesti dalla legge[374] – e non la confessione stessa, e allora non possono essere persi con il passare del tempo, o concernono la violazione delle leggi di cui all'art. 27, c. 1 LCC, e allora rientrano nella quarta ipotesi di cancellazione.

Il quarto caso di cancellazione dal Registro – anch'esso introdotto con la novella del 26 giugno 1997 – riguarda le confessioni religiose contro le quali l'organo registrante o il Procuratore della Repubblica hanno promosso un procedimento giudiziario al fine di controllare se la loro attività non sia contraria alle disposizioni dell'art. 27, c. 1 LCC[375] o allo statuto. Se la sentenza del tribunale conferma la violazione della legge o dello statuto l'organo registrante cancella la confessione dal Registro.

 

 

3.2.2. Le confessioni riconosciute mediante una legge speciale

 

        La regolamentazione della posizione giuridica delle confessioni religiose con delle leggi speciali dovrebbe – in base all'art. 8 della Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione – essere applicata a tutte le confessioni legalmente esistenti al momento dell'entrata in vigore della Legge. In pratica però questo principio è stato applicato alle confessioni che esistono in Polonia da lungo tempo e hanno acquisito una certa rilevanza sociale.

        Appartengono a questo gruppo attualmente quattordici confessioni che possono essere divise in due gruppi:

1)   confessioni riconosciute nel periodo interbellico (Unione Mussulmana, Unione Caraita, Chiesa Orientale del Vecchio Rito),

2)   confessioni riconosciute con le leggi emanate negli anni 1991-1997 (Unione delle Comunità Ebraiche e le seguenti chiese: Ortodossa, Evangelica d'Augsburg, Cattolica Polacca, Veterocattolica dei Mariaviti, Cattolica dei Mariaviti, Pentecostale, Avventisti del Settimo Giorno, Cristiani Battisti, Evangelica Metodista, Evangelica Riformata).

A rigor di logica dovrebbe rientrare in questa categoria anche la Chiesa Cattolica, la cui situazione giuridica è stata regolata con la Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. Tuttavia, dal momento che attualmente la posizione giuridica della Chiesa Cattolica è regolata principalmente dal Concordato del 1993 riteniamo opportuno analizzarla nel paragrafo successivo.

        Le leggi relative alle tre confessioni riconosciute nel periodo fra le due guerre presentano molti tratti comuni. Tutte attribuiscono la personalità giuridica alla confessione nel suo insieme[376] e ne riconoscono la piena libertà di autogovernarsi con lo statuto (legge interna) nei limiti delle leggi vigenti. Lo statuto viene riconosciuto dallo Stato con il decreto del Consiglio dei Ministri[377]. La personalità giuridica viene ugualmente riconosciuta alle singole Comunità confessionali dell'Unione Mussulmana[378] e della Chiesa Orientale del Vecchio Rito[379]. Per quanto riguarda le persone che svolgono le funzioni degli organi delle persone giuridiche confessionali, in tutti e tre i casi si richiede la conferma, da parte dell'organo competente dell'amministrazione pubblica, dell'elezione avvenuta. Inoltre il candidato è tenuto a prestare il giuramento di fedeltà allo Stato[380].

        Queste norme – di stampo giurisdizionalista – sono ormai diventate obsolete e difficilmente conciliabili con l'attuale assetto costituzionale dello Stato. Va però osservato che – a causa degli spostamenti delle frontiere dello Stato dopo la seconda guerra mondiale – il numero dei membri di queste tre confessioni si è ridotto notevolmente e, finora, nessuna di esse ha chiesto la modifica della relativa legge.

        Le leggi promulgate negli anni 1991-1997 presentano, anch'esse, molti tratti comuni. La Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Ortodossa ricalca le disposizioni contenute in quella relativa alla Chiesa Cattolica. Le altre invece – elaborate e promulgate dopo il 1993 – si ispirano anche alle norme del Concordato.

        In tutti i casi la personalità giuridica viene riconosciuta sia alla confessione in quanto tale sia agli enti che ne fanno parte. Lo strumento tecnico è uguale a quello adoperato per la Chiesa Cattolica. Alcuni enti acquisiscono la personalità civile mediante la semplice notifica (diocesi, parrocchie, ordini religiosi, seminari e gli enti analoghi nelle confessioni che non usano queste denominazioni), altri – con il decreto ministeriale. L'autorità confessionale può liberamente creare, modificare e sopprimere le persone giuridiche confessionali ma deve comunicare questi avvenimenti all'organo competente dell'amministrazione statale. È altresì tenuta a notificare al medesimo organo la nomina e la revoca dei titolari degli uffici confessionali che svolgono le funzioni di organo della persona giuridica[381]. La disciplina relativa alle associazioni sarà analizzata nel paragrafo seguente.

        Tutte queste leggi sono state emanate in base all'art. 8 della Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione, allora in vigore, che rendeva obbligatorio il sistema delle leggi distinte per ciascuna confessione. Come si è già detto sopra, l'attuale dizione di questo articolo permette anche la regolamentazione della situazione giuridica di più confessioni con una legge comune, come appunto avviene con le confessioni iscritte nel Registro.

Le undici leggi speciali sono state elaborate in stretta collaborazione con i rappresentanti delle relative confessioni, anche se a quell'epoca non esisteva nessuna norma che obbligasse il legislatore a procedere in questo modo. Inoltre tutte le leggi contengono la clausola secondo cui ogni modifica della legge può essere messa in atto soltanto dopo le consultazioni con i rappresentanti delle relative confessioni.

        La Costituzione del 1997 ha modificato notevolmente questo sistema. L'art. 25, c. 3 stabilisce che: "I rapporti tra la Repubblica di Polonia e le altre [ossia, diverse dalla cattolica] chiese e confessioni religiose sono determinati dalle leggi emanate in base alle intese tra il Consiglio dei Ministri ed i loro competenti rappresentanti". Secondo Pietrzak si tratta di "una soluzione nuova, ispirata alla Costituzione italiana, che mira a creare per le chiese e confessioni acattoliche un sistema di regolamentazione della loro situazione giuridica simile a quello previsto per la Chiesa Cattolica"[382]. A tal proposito bisogna rilevare che la sua novità è soltanto relativa. Si tratta di un sistema nuovo rispetto alle soluzioni unilaterali previste dalla Costituzione del 1952. Nuovo, in senso assoluto, è il mezzo tecnico adoperato dal Costituente per attuare il principio di bilateralità, vale a dire, le intese tra il Governo e i rappresentanti delle confessioni religiose. Bisogna, però, mettere in evidenza il fatto che già la Costituzione del 1921 imponeva al legislatore l'obbligo di "mettersi d'accordo con i loro rappresentanti"[383] prima di procedere all'emanazione delle leggi disciplinanti la situazione giuridica delle confessioni acattoliche. Il legislatore si è avvalso si questa procedura per emanare le leggi ecclesiastiche negli anni 1991-1997.

La nuova norma costituzionale non determina chi deve prendere iniziativa per la stipulazione di una intesa. Si può ritenere che questo diritto spetti alla confessione interessata. Contro il rifiuto di procedere alle trattative la confessione potrebbe presentare il ricorso al Supremo Tribunale Amministrativo[384].

        Finora non è stata conclusa nessuna intesa tra il Consiglio dei Ministri e una confessione religiosa.

 

 

3.2.3. Chiesa Cattolica

 

La situazione giuridica della Chiesa Cattolica e la sua regolamentazione da parte dello Stato presenta alcune particolarità rispetto a quella delle altre confessioni religiose. Ciò è dovuto al fatto che la Chiesa Cattolica possiede una organizzazione a livello mondiale e il suo organo supremo, la Santa Sede, è riconosciuto soggetto di diritto internazionale. Pertanto, la dottrina distingue tre tipi di personalità giuridica della Chiesa Cattolica:

a)    personalità giuridica pubblica della Chiesa Cattolica nell'ordinamento internazionale,

b)   personalità giuridica pubblica della Chiesa Cattolica nell'ordinamento dello Stato,

c)    personalità giuridica privata degli enti ecclesiastici tramite i quali la Chiesa partecipa al traffico giuridico[385].

Per quanto riguarda il primo problema, l'esistenza – a partire dal 17 luglio 1989[386] – dei rapporti diplomatici al più alto livello tra la Santa Sede e la Polonia nonché la stipulazione del Concordato, dimostrano che la Polonia riconosce espressamente la soggettività internazionale della Santa Sede.

Per quanto attiene invece alla personalità giuridica della Chiesa Cattolica e delle sue istituzioni nell'ordinamento polacco, dobbiamo analizzare le disposizioni dei due atti normativi: la Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica ed il Concordato del 1993.

 

 

3.2.3.1. Il periodo antecedente alla Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica

 

        Fino all'emanazione della Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica la situazione giuridica di quest'ultima non era definita in modo soddisfacente. Nel periodo della vigenza del Concordato del 1925 lo Stato riconosceva la personalità giuridica civile a tutti gli enti ecclesiastici che possedevano la personalità giuridica nell'ordinamento canonico[387]. Con la denuncia del Concordato si è creata nell'ordinamento polacco una lacuna che è stata soltanto parzialmente colmata con il decreto 5 agosto 1949. Come si è già detto, in base a questo decreto gli ordini religiosi e le associazioni a carattere confessionale potevano acquisire la personalità giuridica iscrivendosi nell'apposito Registro.  Gli altri enti ecclesiastici non avevano fino al 1989 la personalità giuridica concessa in modo esplicito dalle norme statali.

        In pratica, però, i tribunali, gli organi dell'Amministrazione pubblica ed anche il legislatore stesso trattavano alcuni enti della Chiesa cattolica come se avessero la personalità giuridica. La Legge 20 marzo 1950 sui beni di manomorta[388] ha lasciato ai parroci i terreni agricoli fino a 50 ettari (100 ettari nella parte occidentale del Paese)[389] quale base del loro sostentamento[390]. Detti fondi non erano considerati come proprietà dei parroci bensì delle parrocchie. Questa situazione può essere ritenuta come il riconoscimento implicito, da parte del legislatore, della personalità giuridica delle parrocchie[391] . Il Tribunale Supremo nella sentenza del 18 aprile 1963 ha riconosciuto la personalità giuridica delle parrocchie, delle diocesi e dei seminari diocesani. Questa decisione è stata accettata sia dagli organi dello Stato sia dalla Chiesa cattolica[392].

La personalità giuridica degli enti ecclesiastici ha trovato un ulteriore riconoscimento nella Legge 23 giugno 1971[393] e nella ordinanza del 13 agosto 1971[394] del direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici. La Legge ha riconosciuto le persone giuridiche confessionali quali proprietari dei beni immobili, nella parte occidentale e settentrionale del Paese[395], i quali nel giorno dell'entrata in vigore della Legge si trovavano di fatto nel loro possesso[396]. L'ordinanza del direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici enumera come persone giuridiche alle quali viene trasferita la proprietà, tra l'altro, parrocchie, diocesi, seminari diocesani[397], ordini religiosi, loro province, case religiose, seminari religiosi e gli enti analoghi delle congregazioni religiose[398]. Successivamente il direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici ha riconosciuto, per motivi pratici e senza l'autorizzazione della legge, la personalità giuridica degli atenei pontifici e della Conferenza episcopale polacca[399].

In questo modo, alla vigilia della promulgazione della Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica, un numero cospicuo degli enti ecclesiastici possedeva la personalità giuridica civile. Mancava, però, un riconoscimento esplicito e sistematico, realizzato a livello legislativo, della personalità giuridica di tutti gli enti che facevano parte della Chiesa Cattolica.

 

 

3.2.3.2. Il regime introdotto con la Legge 17 maggio sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica

 

Questo riconoscimento è stato effettuato con l'entrata in vigore della Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. La Legge ha previsto diverse modalità per il riconoscimento della personalità giuridica degli enti ecclesiastici[400] a seconda del loro legame – più o meno stretto – con la struttura gerarchica della Chiesa.

Alcuni enti sono stati menzionati esplicitamente come aventi la personalità giuridica. È il caso della Conferenza Episcopale Polacca, Caritas Polacca, Pontificie Opere Missionarie, Ordinariato Castrense, Conferenza dei Superiori Maggiori degli Istituti Religiosi Maschili, Conferenza delle Superiore Maggiori degli Istituti Religiosi Femminili, Università Cattolica di Lublino, Pontificia Accademia Teologica di Cracovia, Pontificia Facoltà Teologica di Poznań[401], Pontificia Facoltà Teologica di Wrocław, Pontificia Facoltà Teologica di Varsavia e le sue sezioni: S. Giovanni Battista e S. Andrea Bobola, Facoltà di Filosofia della Compagnia di Gesù a Cracovia[402]. Le altre istituzioni della Chiesa sono state ordinate ed elencate per categorie. È il caso dei seguenti enti: metropoli, archidiocesi, diocesi, amministrazioni apostoliche, parrocchie, chiese rettorali, Caritas delle diocesi, capitoli, parrocchie personali, istituti di vita consacrata e società di vita apostolica, province degli istituti religiosi, abbazie, monasteri autonomi, case religiose, seminari diocesani maggiori e minori, seminari religiosi maggiori e minori qualora abbiano un carattere autonomo, altri istituti di ricerca e d'insegnamento eretti canonicamente. Tutti gli enti appartenenti alle summenzionate categorie esistenti al giorno dell'entrata in vigore della Legge hanno ottenuto automaticamente la personalità giuridica. Per dimostrarne il possesso era sufficiente che fossero menzionati in uno dei seguenti documenti:

a)    l'ultimo elenco diocesano degli enti ecclesiastici stampato prima dell'entrata in vigore della Legge,

b)   il rapporto statistico presentato dagli istituti religiosi all'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici, aggiornato al 31 dicembre 1988,

c)    i nulla osta relativi all'erezione delle parrocchie, emessi in base al decreto 31 dicembre 1956 sull'organizzazione e provvisione degli uffici ecclesiastici.

L'elenco delle persone giuridiche appartenenti alle categorie elencate negli articoli 7-9 della Legge, che non sono menzionati nei suddetti documenti, doveva essere trasmesso agli organi competenti dell'Amministrazione statale entro sei mesi dall'entrata in vigore della Legge[403].

Gli enti ecclesiastici, appartenenti alle summenzionate categorie, che saranno creati dopo l'entrata in vigore della Legge acquisteranno la personalità giuridica al momento della comunicazione della loro erezione trasmessa dall'autorità ecclesiastica alla competente autorità statale. La notifica deve contenere: la denominazione della persona giuridica ecclesiastica, la sua sede, la determinazione del territorio della sua attività (riguardo alle istituzioni territoriali). La copia della comunicazione trasmessa e la ricevuta di ritorno costituiscono la prova del possesso della personalità giuridica[404]. Non si dice nulla a proposito del termine entro il quale l'autorità amministrativa deve confermare il ricevimento della comunicazione.

         Tutti gli altri enti ecclesiastici, vale a dire, quelli non elencati negli articoli 7-9 della Legge, possono ottenere la personalità giuridica civile – anche se non la possiedono nell'ordinamento canonico – con il decreto del Ministro-direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici[405]. V'è da aggiungere che l'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici è stato successivamente soppresso[406] e – dopo una serie di riforme dell'amministrazione centrale – le questioni pertinenti alle confessioni religiose sono passate alla competenza del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione[407]. In seguito, con la Legge 4 settembre 1997 sui settori dell'amministrazione governativa[408] – entrata in vigore il 1° aprile 1999 – sono stati istituiti 32 settori dell'amministrazione centrale[409], tra cui anche il settore denominato: confessioni religiose, il quale "comprende le questioni attinenti ai rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e le altre chiese e confessioni religiose"[410]. Spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri determinare le competenze di ciascun membro del Consiglio assegnandogli uno o più settori dell'amministrazione centrale[411]. Tale ministro viene chiamato: ministro relativo agli affari di … [settore dell'amministrazione centrale]. Attualmente ministro relativo agli affari delle confessioni religiose è il Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione[412].

        Rispetto a tutte le persone ecclesiastiche la Legge indica pure i loro organi che coincidono sempre con quelli previsti dal diritto canonico. Non v'è, tuttavia, in questo caso, un rinvio generale al diritto canonico, bensì una ricezione materiale delle sue disposizioni al riguardo.

        È opportuno mettere in evidenza le differenze esistenti tra le due modalità di acquisizione della personalità giuridica civile che sono state descritte sopra. Nel primo caso è la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica che concede la personalità giuridica ad alcuni enti ecclesiastici. Si tratta delle istituzioni la cui identità e organizzazione sono sufficientemente definite dal diritto canonico e abbastanza notorie perché lo Stato possa riconoscere la loro personalità giuridica senza dover controllare, caso per caso, se esistano o meno dei presupposti per il riconoscimento della personalità giuridica. In questo caso l'autorità amministrativa non concede la soggettività giuridica civile – che è stata già concessa dal legislatore a tutti gli enti che rientrano in una determinata categoria – bensì si limita a prendere atto dell'esistenza della persona giuridica canonica che diventa soggetto di diritto civile al momento della notifica.

        Diverso è il caso degli enti che ottengono la personalità giuridica con il decreto del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione. Si tratta delle istituzioni nuove, di solito a carattere associativo, la cui identità e organizzazione non sono sufficientemente definiti dal diritto canonico. Sono inoltre sovente privi della stabilita sociale e notorietà alle quali lo Stato potrebbe affidarsi. Perciò l'autorità statale si riserva un maggiore controllo sulla creazione di questi enti e li concede la personalità giuridica caso per caso. Si tratta, questa volta, di una vera e propria concessione da parte dell'autorità amministrativa. I decreti del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione utilizzano la formula seguente: si concede la personalità giuridica a … [la denominazione dell'ente con indicazione della confessione cui appartiene] eretto da … [autorità confessionale competente]. Anche però in questo caso l'autorità statale presuppone la soggettività canonica dell'ente al quale deve concedere la personalità civile. Sarà quindi esatta, anche rispetto al nostro ordinamento, l'osservazione del Gismondi: "[…] lo Stato non concede la personalità ad un semplice substrato di fatto, come avviene per la formazione di tutte le altre persone giuridiche, ma dà effetti civili al provvedimento ecclesiastico di erezione"[413]. Ne deriva che lo Stato riconosce l'esistenza dell'ordinamento canonico non "come un mero presupposto di fatto ma come un complesso normativo giuridicamente rilevante"[414].

        Alcuni enti ecclesiastici ottengono la personalità giuridica in base alla legislazione comune. Si tratta di due categorie di enti: le fondazioni – che sono sottoposte alla Legge 8 aprile 1984 sulle fondazioni[415] e ottengono la personalità giuridica con iscrizione nel Registro delle fondazioni tenuto dal Tribunale Distrettuale per la Città di Varsavia[416] – e alcune categorie di associazioni dei fedeli di cui tratteremo più avanti. Data la piena – o con qualche piccola eccezione nel caso delle associazioni – soggezione di questi enti alla legislazione comune, si deve concludere che il loro carattere ecclesiastico non ha rilevanza di fronte al diritto civile. Nell'ordinamento polacco non è, dunque, il fine di religione o di culto che determina l'ecclesiasticità di un ente, bensì il suo collegamento organico, più o meno stretto, con l'organizzazione ufficiale della Chiesa.

 

 

3.2.3.3. Gli enti ecclesiastici nel Concordato del 1993

 

        Il Concordato ha mantenuto, a grandi linee, le modalità di riconoscimento della personalità giuridica degli enti appartenenti alla Chiesa Cattolica. Secondo il comma 2 dell'art. 4 lo Stato riconosce: "la personalità giuridica di tutte le istituzioni ecclesiastiche, territoriali e personali, che hanno tale personalità in conformità alle norme del diritto canonico. L'autorità ecclesiastica ne fa debita notifica ai competenti organi dello Stato". Il comma seguente recita: "Su richiesta dell'autorità ecclesiastica, altri enti ecclesiastici possono ottenere la personalità giuridica in base alla legge polacca".

In che modo questo articolo incide sul regime delle persone giuridiche ecclesiastiche definito dalla Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica? Il meccanismo del riconoscimento è rimasto invariato. Lo Stato riconosce la personalità giuridica civile agli enti che possiedono la personalità giuridica canonica – indipendentemente dal modo in cui l'hanno ricevuta – e lo strumento tecnico adoperato è quello della notifica. I dubbi possono però sorgere rispetto all'ambito dei soggetti ai quali è consentito di avvalersi di questo sistema.

L'interpretazione dottrinale della disposizione concordataria al riguardo non è stata univoca. Pietrzak la considera semplicemente una conferma generica delle disposizioni contenute nella Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[417].

Góralski e Adamczewski ritengono invece che nel Concordato lo Stato riconosce la personalità giuridica di tutte le istituzioni che la possiedono nell'ordinamento canonico. In questa ipotesi, gli altri enti di cui al 3° comma dell'art. 4, sarebbero quelli che "non possiedono la personalità giuridica in base alle norme del diritto canonico (cfr. can. 116 § 2 CIC). Si tratta, innanzitutto, degli insiemi di persone o di cose di carattere privato (non pubblico) ai sensi del […] can. 116 § 1 CIC"[418].

Secondo Krukowski "l'art. 4 del Concordato stabilisce il principio generale secondo quale lo Stato riconosce tutte le persone giuridiche ecclesiastiche. Ne deriva che anche le persone giuridiche ecclesiastiche non menzionate negli artt. 6-9 della Legge del 1989 possono ottenere la personalità giuridica nell'ordinamento di Stato. Il mezzo tecnico, tramite il quale si effettua questo riconoscimento, è la notifica trasmessa all'organo competente dell'amministrazione statale dall'autorità ecclesiastica che ha eretto una persona giuridica ecclesiastica"[419]. In questa ipotesi tutti gli enti aventi la personalità giuridica canonica potrebbero ottenere quella civile mediante la semplice notifica della loro erezione trasmessa all'amministrazione pubblica e soltanto i soggetti sprovvisti della personalità canonica rientrerebbero nella ipotesi prevista al 3° comma dell'art. 4 (riconoscimento amministrativo o registrazione giudiziaria).

Lo stesso Autore afferma però – interpretando in seguito il 3° comma – che "per “altri enti” bisogna intendere sia quelli che possiedono la personalità giuridica in base al diritto canonico (ad es. associazioni dei fedeli) sia quelli che non hanno la personalità canonica ma vogliono ottenere quella civile. Si tratta, prima di tutto, delle associazioni ecclesiastiche, cioè insiemi di persone fisiche, e fondazioni ecclesiastiche di tipo privato, ai sensi del can. 116 del CIC"[420].

Queste opinioni dimostrano una certa perplessità della dottrina di fronte all'art. 4 del Concordato. Certo è che le istituzioni appartenenti alla struttura gerarchica della Chiesa, o comunque con essa strettamente collegate – cosiddetti enti di struttura[421] – ottengono la personalità civile mediante lo strumento della notifica. È altrettanto certo che i soggetti sprovvisti della personalità canonica possono ottenere quella civile soltanto con decreto ministeriale su richiesta dell'autorità ecclesiastica oppure mediante la registrazione giudiziaria. I dubbi riguardano invece quei soggetti che possiedono la personalità giuridica nell'ordinamento canonico ma non fanno parte dell'organizzazione ufficiale della Chiesa. Appartengono a questa categoria di enti ecclesiastici le associazioni dei fedeli, pubbliche e private.

Interpretando letteralmente l'art. 4 del Concordato si può sostenere che tutte le persone giuridiche canoniche ottengono la personalità civile mediante lo strumento della notifica. Se tale interpretazione fosse corretta, il 3° comma si applicherebbe soltanto agli enti ecclesiastici privi della personalità canonica.

La prassi non permette di accogliere questa ipotesi. Dopo l'entrata in vigore del Concordato le associazioni dei fedeli – anche quelle pubbliche o comunque aventi la personalità giuridica canonica – continuano a ricevere il riconoscimento civile tramite il decreto del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione. Tra gli esempi più recenti possiamo indicare Associazione Mariologica Polacca[422], Azione Cattolica dell'Ordinariato Castrense[423], Azione Cattolica della Diocesi di Przemyśl[424], Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Cracovia[425], Associazione Apostoli della Divina Misericordia "Faustinum"[426] e Azione Cattolica della Diocesi di Ełk[427].

        Si può, dunque, osservare conclusivamente che il sistema di riconoscimento delle persone giuridiche ecclesiastiche introdotto con la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica conserva il suo valore anche dopo l'entrata in vigore del Concordato. Vale a dire, gli enti ecclesiastici continuano ad essere divisi in due categorie:

a) enti facenti parte della struttura ufficiale della Chiesa, i quali ottengono la personalità giuridica civile mediante la semplice notifica della loro erezione trasmessa agli organi competenti dell'amministrazione pubblica,

b) altri enti ecclesiastici, i quali ottengono la personalità giuridica civile con decreto del ministro competente. Rientrano in questa categoria soprattutto le associazioni dei fedeli, sia private sia pubbliche.

        L'unica differenza – rispetto al sistema introdotto con la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica – consiste nel fatto che attualmente rientrano nella prima categoria tutte le istituzioni ecclesiastiche, sia territoriali sia personali, create in conformità al diritto canonico. Per contro, la summenzionata Legge conteneva l'elenco delle categorie di enti ecclesiastici che potevano ottenere la soggettività civile mediante la notifica. Elenco che non comprendeva tutti gli enti facenti parte della struttura ufficiale della Chiesa. Ne rimanevano fuori prelature personali, prelature territoriali, abbazie territoriali e diocesi personali.

 

3.2.3.4. Personalità giuridica della Chiesa Cattolica in Polonia

 

        Nell'art. 4, c. 1 del Concordato "la Repubblica di Polonia riconosce la personalità giuridica della Chiesa Cattolica"[428]. È stato giustamente osservato che le conseguenze giuridiche di questa affermazione sono difficili da precisare[429]. Le domande che si pongono al riguardo concernono sia il significato esatto del termine Chiesa Cattolica sia il tipo di personalità giuridica che le viene riconosciuta.

Per quanto attiene alla prima domanda occorre rilevare che il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia, come pure la stipulazione stessa del Concordato, sono già atti di riconoscimento della Santa Sede quale soggetto di diritto internazionale[430]. Senza entrare nella complessa questione dei rapporti tra la Santa Sede e la Chiesa Cattolica, ai fini del presente studio possiamo sostenere che nell'ordinamento giuridico internazionale "la Chiesa Cattolica deve'essere considerata come una sovrana organizzazione internazionale a carattere religioso, la quale agisce, nelle relazioni con altri soggetti di diritto internazionale, tramite i suoi organi supremi che si denominano Santa Sede. Pertanto la Chiesa Cattolica e la Santa Sede non vanno considerati come due distinti soggetti della sovranità spirituale"[431]. Quindi la stipulazione stessa del Concordato è già un atto di riconoscimento della soggettività della Chiesa Cattolica nell'ordinamento internazionale. Il 1° comma dell'art. 4 va, dunque, riferito alla Chiesa Cattolica in Polonia[432]. Rimane però il problema del tipo della personalità giuridica che il Concordato riconosce alla Chiesa Cattolica in Polonia.

Alcuni autori escludono esplicitamente l'ipotesi che la normativa concordataria riconosca la Chiesa Cattolica in Polonia nel suo insieme quale soggetto di diritto privato. Un tale riconoscimento sarebbe – secondo il Krukowski – privo del contenuto. "La personalità di diritto privato appartiene infatti, nell'ordinamento giuridico polacco, alla Conferenza episcopale polacca, la quale svolge, in nome proprio, le attività di tipo privatistico, ad es., stipula dei contratti di compravendita"[433]. Inoltre, occorre notare che la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica non riconosce nessuna soggettività alla Chiesa Cattolica in Polonia nel suo insieme. Tutte le altre leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose concedono invece la personalità giuridica sia alle confessioni stesse che agli enti che ne fanno parte. Si tratta in questo caso senz'altro della personalità di diritto privato.

In base a queste osservazioni sarebbero logiche le seguenti conclusioni. La Chiesa Cattolica in Polonia nel suo insieme non possiede nessuna soggettività di tipo privatistico mentre godrebbe della personalità giuridica pubblica. La Conferenza episcopale polacca – la quale possiede la personalità di diritto privato – rappresenta la Chiesa negli affari privatistici. La medesima rappresenta la Chiesa anche nelle attività che rientrano nell'ambito di diritto pubblico, ad es. conclude delle intese con il Governo[434].

Dal quadro così delineato emerge però una difficoltà proveniente dal fatto che nell'attuale ordinamento giuridico in Polonia non esiste la distinzione tra le persone giuridiche private e pubbliche. Il concetto della persona giuridica pubblica – ritenuto incompatibile con il sistema socialista di diritto – è stato cancellato dal nostro ordinamento dopo la seconda guerra mondiale e finora non è stato ripristinato.

Per delineare la posizione della Chiesa Cattolica nel diritto pubblico polacco vigente vediamo brevemente le soluzioni precedenti, legislative e dottrinali.

Secondo alcuni autori, nel periodo della II Repubblica, la Chiesa Cattolica, come pure tutte le confessioni religiose riconosciute, possedeva la personalità giuridica pubblica[435]. Non esisteva, però, nessun testo normativo che attribuisse questo tipo di personalità giuridica alle chiese e confessioni religiose. La teoria è stata elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza muovendo dalle norme costituzionali che riconoscevano l'autonomia delle confessioni religiose ed anche dal riconoscimento stesso delle confessioni[436].

Sembra però che – mancata una disposizione esplicita della legge al riguardo – sia più esatto parlare non della personalità giuridica pubblica delle chiese e confessioni religiose in quanto tali, ma di alcune loro funzioni pubbliche riconosciute tali dallo Stato[437]. Queste funzioni pubbliche erano le seguenti: la gestione dei registri dello stato civile ed il riconoscimento del matrimonio canonico (ad eccezione dell'ex territorio prussiano), il diritto d'insegnare la religione nelle scuole pubbliche, la gestione dei cimiteri, la tutela penale dei sentimenti religiosi, il diritto di chiedere un aiuto dello Stato nella esecuzione di alcune decisioni interne (il braccio secolare), alcuni privilegi degli ecclesiastici che li assomigliavano ai funzionari di Stato[438]. Nel periodo postbellico tutte queste funzioni e privilegi sono scomparsi.

        Qual è la situazione oggi? Come si è già detto, attualmente non esiste nel nostro ordinamento giuridico il concetto di personalità giuridica pubblica. W. Góralski ritiene che nel caso esso fosse ripristinato la formula usata nel Concordato – la Repubblica di Polonia riconosce la personalità giuridica della Chiesa Cattolica – significherebbe automaticamente la concessione della personalità giuridica pubblica alla Chiesa Cattolica[439].

Se la personalità giuridica pubblica delle confessioni religiose viene intesa nel senso presentato da M. Pietrzak – ossia come il riconoscimento del carattere pubblico di alcune funzioni

svolte dalle organizzazioni religiose – allora bisogna affermare che la situazione attuale non differisce molto da quella del periodo interbellico. Rimandando ai capitoli successivi per una più dettagliata analisi dei singoli problemi possiamo enumerare le seguenti funzioni a carattere pubblico svolte dalle confessioni religiose: l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, la gestione dei cimiteri, la celebrazione del matrimonio, il diritto alla tutela penale della religione. Anche se il contenuto concreto di queste funzioni risulta – come si vedrà più avanti – molto ridimensionato rispetto al periodo della II Repubblica, l'elenco non differisce molto da quello presentato sopra per il periodo interbellico.

Inoltre la Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[440] ed il Concordato del 1993[441] attribuiscono alla Chiesa la facoltà di autogovernarsi con il proprio diritto e l'indipendenza nell'esercizio delle proprie funzioni. Secondo il Krukowski questi sono – in una certa misura – gli attributi della personalità giuridica pubblica[442]. Dal momento che le stesse disposizioni sono state inserite anche nella Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[443], ripetute poi in tutte le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose i infine costituzionalizzate[444], si dovrebbe ammettere l'esistenza degli attributi pubblicistici anche nelle confessioni diverse dalla cattolica.

        La richiesta del riconoscimento della personalità giuridica pubblica della Chiesa è stata sollevata sia dalla dottrina[445] sia dalla autorità ecclesiastica[446]. Sembra che il problema abbia il carattere più politico che giuridico. Chiedendo il riconoscimento della personalità giuridica di diritto pubblico la Chiesa in realtà chiede di essere riconosciuta come un partner dello Stato e non una semplice associazione privata. Va rilevato che di fatto essa non era trattata come un ente meramente privato anche prima del 1989. Come esempi possono servire: l'esistenza della Commissione Mista Governo–Episcopato, i contatti ufficiali del Governo e del Primo Segretario del Partito con il Primate e gli accordi tra Governo ed Episcopato firmati nel 1950 e 1956.

        In questo contesto vale la pena di ricordare l'opinione di G. Barberini riguardante un eventuale riconoscimento della personalità giuridica pubblica alla Chiesa Cattolica. "[Pare] che non si valuti adeguatamente da parte cattolica il fatto che maggiori e formali riconoscimenti farebbero scattare, a favore dello Stato, poteri generali di controllo e vigilanza in aggiunta a quelle assai penetranti che l'autorità politica già si riconosce"[447]. Questa opinione, però, è stata espressa all'inizio degli anni Ottanta e riguardava lo Stato socialista. Pare che oggi debba essere ridimensionata. La III Repubblica è uno Stato democratico di diritto[448] che si è impegnato di rispettare e proteggere la libertà religiosa nonché l'autonomia delle chiese e altre confessioni religiose[449]. In questo contesto, sembra che non si possa parlare di "poteri assai penetranti" né, tanto meno, di una loro ulteriore crescita.

 

 

4. Autonomia delle confessioni religiose

 

4.1. Principio di autonomia e indipendenza reciproche nei rapporti tra Stato e confessioni religiose

 

        La Legge 17 maggio 1989 sulla libertà di coscienza e di confessione ha definito i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose in termini seguenti: "Nella Repubblica di Polonia il rapporto dello Stato con tutte le chiese e le altre confessioni religiose si basa sul rispetto della libertà di coscienza e di confessione"[450]. Invece l'art. 11, c. 1 della medesima Legge dichiara: "Le chiese e le altre confessioni religiose sono indipendenti dallo Stato nell'esercizio delle loro funzioni religiose". È agevole cogliere che il sistema dei rapporti tra le due istituzioni ha trovato il suo fondamento nel diritto della libertà religiosa dei singoli cittadini. Alle confessioni religiose è stata invece garantita un'indipendenza limitata al solo esercizio delle funzioni religiose. In questo modo lo Stato rinuncia agli strumenti giurisdizionalistici di controllo esercitato sulle confessioni religiose. Tra questi strumenti vanno annoverati innanzitutto: l'ingerenza nelle nomine dei titolari degli uffici ecclesiastici e il controllo relativo alla creazione e alla modifica degli enti ecclesiastici. Va, però, osservato che l'effettivo ambito di autonomia delle confessioni religiose dipenderà da come si intende il concetto di funzioni religiose cui fa riferimento la legge.

Nel Concordato del 1993 è stato sancito un principio nuovo, quello della reciproca autonomia e l'indipendenza tra la Chiesa e lo Stato, ciascuno nel proprio ordine. Questa affermazione del testo concordatario ha sollevato qualche obbiezione da parte della dottrina.

In primo luogo, contro il principio di autonomia e indipendenza reciproche sono state sollevate delle obbiezioni dal punto di vista tecnico. Secondo il Barberini – secondo cui l'art. 1 del Concordato polacco sarebbe "ispirato (stranamente) all'art. 7. 1 della Costituzione italiana"[451] – "lo Stato non può fare oggetto di negoziato la propria indipendenza e autonomia nel proprio ordine nei confronti della Chiesa"[452]. In proposito occorre rilevare che la formula adottata dai negoziatori del Concordato riecheggia non solo quella della Costituzione italiana ma anche il principio proclamato dal Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo: "La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo"[453]. L'incorporazione di questo principio nel trattato con la Santa Sede non significa necessariamente che lo Stato abbia fatto oggetto di negoziato la propria indipendenza dalla Chiesa. Semplicemente lo Stato riconosce che il suo ordine proprio e quello proprio della Chiesa sono, e devono rimanere, distinti. Tale affermazione non determina ancora un concreto modello dei rapporti tra Stato e Chiesa ma certamente esclude sia la soggezione dello Stato alla Chiesa sia la subordinazione della Chiesa allo Stato[454].

La dichiarazione del Governo del 15 aprile 1997 relativa all'interpretazione del Concordato[455] cerca di rendere più chiaro il concetto di autonomia dichiarando nell'art. 1: "Il principio affermato nell'art. 1, secondo cui lo Stato e la Chiesa sono indipendenti ed autonomi, altro non è che un riconoscimento giuridico della prassi consolidatasi in Polonia negli ultimi anni. Questo principio consiste nell'abbandono di tale interpretazione delle norme costituzionali che rivelava l'atteggiamento antagonista per accogliere una interpretazione che presuppone la collaborazione per il bene dell'uomo e il bene comune"[456]. Affermazione di questo principio sancisce, quindi, il passaggio dalla separazione ostile tra Stato e Chiesa alla separazione coordinata[457].

La nuova Costituzione non ha però ripreso letteralmente la norma concordataria. Essa definisce i rapporti dello Stato con le confessioni religiose in seguenti parole: "I rapporti tra lo Stato e le chiese ed altre confessioni religiose sono informati dai principi del rispetto della loro autonomia e dell'indipendenza reciproca di ciascuno nel proprio ordine nonché della collaborazione per il bene dell'uomo e il bene comune"[458]. Secondo l'interpretazione letterale di questo testo il termine principi del rispetto della loro autonomia significa che l'autorità statale si impegna a rispettare l'autonomia delle confessioni religiose nei confronti dello Stato. "Un'altra interpretazione di questa norma, affermante cioè l'autonomia dello Stato nei confronti delle chiese e altre confessioni religiose, sarebbe senza dubbio incompatibile con il concetto stesso dell'autonomia quale modo di relazioni tra lo Stato e gli altri soggetti operanti nel suo territorio"[459]. In questo modo la Costituzione, pur riprendendo in sostanza l'affermazione del Concordato, ne ha modificato leggermente il contenuto. Lo Stato non proclama la propria autonomia bensì l'indipendenza dalle confessioni religiose, ovvero la sua non confessionalità. Autonome sono invece le confessioni nei confronti dello Stato. L'affermazione della Costituzione sembra quindi più esatta dal punto di vista tecnico.

Bisogna però mettere in evidenza anche il fatto che il Concordato definisce i rapporti tra lo Stato e la Chiesa Cattolica, la quale – attraverso la Santa Sede – gode della personalità giuridica pubblica nel diritto internazionale. Perciò l'affermazione dell'autonomia reciproca tra la Repubblica di Polonia e la Chiesa Cattolica non è del tutto incompatibile con il concetto stesso di autonomia. Non si tratta, invero, in questo caso di un soggetto operante nel territorio dello Stato (un ente minore) bensì di un soggetto di diritto internazionale con il quale lo Stato stabilisce dei rapporti giuridici propri degli enti sovrani. Diversa invece è l'impostazione della Costituzione. Le sue norme riguardano tutte le chiese e confessioni religiose, in quanto presenti e operanti nel territorio dello Stato polacco. Considerato che le confessioni acattoliche sono prive della soggettività internazionale è logico che lo Stato riconosca la loro autonomia e non invece la propria autonomia rispetto ad esse. Sono infatti le confessioni che operano nell'ambito dello Stato e non viceversa.

L'autonomia implica la possibilità di darsi delle proprie leggi come pure di governarsi con esse (autogoverno). "L'attributo dell'autonomia, quale principio costituzionale, la dottrina giuridica l'attribuisce allo Stato e alla Chiesa nei loro rapporti interni (ad intra); ne deriva la facoltà di darsi delle proprie leggi e governarsi con il proprio diritto"[460]. Qual è l'ambito di questa autonomia che lo Stato riconosce alle chiese e confessioni religiose? Cercheremo adesso la risposta a questa domanda.

Tutte le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose riconoscono la facoltà delle medesime di darsi il proprio diritto interno. Pietrzak lo descrive in modo seguente: "Non è un diritto statale. Lo Stato non lo crea né modifica. La sua efficacia è però limitata al foro interno di una chiesa o confessione religiosa. È escluso il controllo dell'applicazione di questo diritto da parte dei tribunali statali"[461]. Ciò non significa che questi ordinamenti giuridici – statale e confessionale – rimangono reciprocamente isolati in senso assoluto. Del resto, tale separazione non sarebbe possibile, se non altro, per il fatto che le confessioni religiose operano nell'ambito dello Stato e sono le medesime persone che contemporaneamente sono cittadini dello Stato e membri delle confessioni religiose[462]. Dobbiamo quindi individuare le situazioni in cui il diritto statale e quello interno delle confessioni religiose si incontrano e determinare quali sono le conseguenze di questo fatto.

In linea di principio si può affermare che lo Stato riconosce alle confessioni religiose una certa sfera di autonomia nella quale non intende ingerirsi perché incompetente. Questa sfera non è però illimitata. I suoi limiti sono definiti dalle leggi dello Stato. Oltre all'obbligo generale – imposto alle confessioni religiose – di operare in conformità all'assetto costituzionale della Repubblica di Polonia[463] anche le singole disposizioni delle leggi ecclesiastiche fissano dei limiti all'autonomia confessionale.

L'autonomia che compete alle confessioni religiose si manifesta particolarmente in due campi: la creazione e modifica delle circoscrizioni ecclesiastiche e la nomina dei titolari degli uffici ecclesiastici. Nel paragrafo seguente cercheremo di descrivere sia il contenuto della sfera di autonomia confessionale sia i suoi possibili limiti.

 

 

4.2. Libertà delle confessioni religiose nella gestione dei loro affari interni

 

4.2.1. Cenni storici

 

        La II Repubblica (1918-1939) ha conservato alcuni strumenti di controllo di stampo giurisdizionalista. Per quanto concerne la Chiesa Cattolica, la modifica delle province ecclesiastiche e delle diocesi doveva avvenire in accordo con il Governo polacco[464]. Inoltre, la Santa Sede si è impegnata, prima di procedere alla nomina dei vescovi diocesani, coadiutori e Ordinario Militare, a far conoscere il nome del candidato al Presidente della Repubblica che poteva sollevare delle obbiezioni di carattere politico contro il candidato[465], senza che si fossero precisate le conseguenze giuridiche di tali obbiezioni. Infine i summenzionati ordinari erano obbligati a prestare il giuramento di fedeltà alla Repubblica di Polonia e al suo Governo[466].

        Con la denuncia del Concordato, lo Stato si è privato del fondamento di questi diritti giurisdizionalistici. Tuttavia, non intendeva rinunciarvi. Con il decreto del 9 febbraio 1953 sulle nomine agli uffici ecclesiastici[467] sono state sottoposte alla previa approvazione statale la creazione e la modifica degli uffici ecclesiastici, nonché la nomina dei loro titolari. Contro tale ingerenza negli affari interni della Chiesa è stata sollevata un'energica protesta da parte dei Vescovi[468].   Ciononostante il decreto è rimasto in vigore fino al 31 dicembre 1956 quando fu sostituito con il nuovo decreto[469] che ha introdotto l'obbligo di informare l'organo statale competente prima della creazione e la modifica delle diocesi e delle parrocchie nonché la nomina dei Vescovi diocesani e dei parroci. Nel primo caso la notifica doveva essere trasmessa al Governo, nel secondo – al Consiglio Nazionale Regionale. Se entro tre mesi il Governo o il Consiglio Nazionale Regionale entro un mese non hanno sollevato nessuna obbiezione la richiesta si riteneva accolta[470]. Prima dell'insediamento il candidato doveva prestare il giuramento di fedeltà alla Repubblica Popolare di Polonia[471]. Il decreto si applicava anche agli uffici analoghi nelle altre confessioni religiose nonché ai loro titolari[472]. In base al medesimo decreto il ministro di culto veniva automaticamente rimosso dal suo ufficio se il tribunale lo aveva condannato alla privazione dei diritti pubblici[473]. È interessante invece notare che nei casi in cui le autorità pubbliche ritenevano che un ministro di culto svolgesse un'attività contraria all'interesse dello Stato, esse non si ritenevano competenti di rimuoverlo dal suo ufficio ma chiedevano la rimozione al suo superiore[474]. Il decreto in esame è stato abrogato con l'entrata in vigore della Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[475].

 

 

4.2.2. Regime introdotto con le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose

 

        Abrogando il decreto del 31 dicembre 1956 la Legge 18 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica ha contribuito all'armonizzazione del nostro diritto ecclesiastico con le norme internazionali. La Dichiarazione del 25 novembre 1981 sull'eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o la convinzione proclama, infatti, il diritto delle confessioni religiose di scegliere liberamente le proprie guide spirituali in conformità alle disposizioni interne[476].

La summenzionata Legge prevede soltanto che l'autorità ecclesiastica competente debba dare notizia delle modifiche di ogni persona giuridica ecclesiastica all'organo statale competente [477]. La stessa norma riguarda anche la nomina e la rimozione dall'ufficio delle persone che svolgono le funzioni di organo delle persone giuridiche ecclesiastiche. L'informazione deve contenere: nome, cognome, cittadinanza e domicilio del titolare[478]. Le stesse norme sono state anche inserite nella Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[479] e ripetute poi nelle leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose. Occorre notare che queste disposizioni non si applicano agli uffici ecclesiastici in quanto tali, bensì agli enti ecclesiastici che lo Stato riconosce come persone giuridiche e ai loro organi. Pertanto, sembra che le suddette notifiche non costituiscano l'ingerenza dello Stato negli affari interni delle confessioni religiose, ma siano giustificate dalla tutela della certezza del traffico giuridico a cui le persone giuridiche ecclesiastiche partecipano tramite i loro organi. La disposizione in esame servirebbe, quindi, a garantire agli organi della pubblica amministrazione, o a chi comunque entra in rapporto giuridico con gli enti ecclesiastici, la necessaria certezza che il loro interlocutore ha il potere di rappresentare l'ente di fronte ai terzi.

È possibile che all'ufficio ecclesiastico sia nominato uno straniero. In questo caso è tuttavia necessario che l'autorità ecclesiastica competente consulti il Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione[480]. Lo stesso procedimento è previsto per la creazione di un ente che fa parte di un'ordine religioso cattolico esistente all'estero ma finora assente in Polonia[481]. È stata altresì sottoposta all'approvazione statale la creazione di un ente ecclesiastico delle Chiese: Ortodossa[482] e Pentecostale[483] con sede fuori delle frontiere della Repubblica di Polonia. Rispetto alla Chiesa Evangelica d'Augsburg[484] si richiede in questo caso soltanto la notifica mentre le altre leggi non dicono nulla al riguardo.

 

 

4.2.3. Disposizioni concordatarie relative alla gestione degli affari interni della Chiesa Cattolica

 

        Per quanto concerne la Chiesa Cattolica il Concordato[485] ha introdotto un regime particolare. Innanzitutto viene dichiarata la libertà della Chiesa di nominare i titolari degli uffici ecclesiastici senza alcuna ingerenza da parte delle autorità statali. "Gli uffici ecclesiastici vengono provvisti dalla competente autorità della Chiesa, in conformità alle norme del diritto canonico"[486]. È una norma generale che riguarda i titolari di tutti gli uffici ecclesiastici[487]. Sembra che questa disposizione contenga non solo l'affermazione della piena libertà dell'autorità ecclesiastica nella nomina dei titolari degli uffici ecclesiastici, ma contiene anche una garanzia che queste nomine – come pure le rimozioni – avvengano secondo le disposizioni di un diritto che è sufficientemente evoluto e noto perché l'ordinamento civile possa rinunciare alle proprie disposizioni in materia volte a garantire la certezza del traffico giuridico in cui partecipano le persone giuridiche ecclesiastiche. Se questa ipotesi fosse corretta, dopo l'entrata in vigore del Concordato del 1993 la Chiesa Cattolica non sarebbe più obbligata a trasmettere agli organi competenti dello Stato le informazioni relative alla nomina e rimozione dall'ufficio delle persone che svolgono le funzioni di organo delle sue persone giuridiche. Tale obbligo esiste, infatti, soltanto se i trattati internazionali ratificati non stabiliscano diversamente[488]. Il Concordato non stabilisce diversamente expressis verbis, tuttavia, rimandando alle disposizioni di diritto canonico – le quali, com'è stato detto poc'anzi, possono essere fonte della necessaria certezza circa la legittimità dei rappresentanti delle persone giuridiche ecclesiastiche – e prevedendo la notifica soltanto delle nomine dei Vescovi diocesani, come vedremo in seguito, sembra si possa ritenere che abbia abrogato la disposizione in esame.

 Per quanto riguarda invece la nomina dei Vescovi la Chiesa si è impegnata ad osservare due regole. "In Polonia, la Santa Sede sceglierà i Vescovi fra gli ecclesiastici che siano cittadini polacchi"[489]. È opportuno fare due osservazioni al riguardo. La norma concordataria si riferisce ai Vescovi in genere e non ai soli Vescovi diocesani e coadiutori. Inoltre, giova sottolineare che la disposizione concerne la cittadinanza del Vescovo e non la sua nazionalità. Quest'ultima precisazione – di poca importanza pratica nella Chiesa latina – può essere rilevante per la Chiesa greco-cattolica a cui aderisce soprattutto la minoranza etnica ucraina.

        Rispetto ai soli Vescovi diocesani il Concordato stabilisce che "prima della pubblicazione della nomina di un Vescovo diocesano, la Santa Sede farà conoscere il suo nome in tempo opportuno al Governo della Repubblica di Polonia, in via riservata. Si farà di tutto affinché tale comunicazione venga fatta con sollecitudine, nei limiti del possibile"[490]. In questo caso la norma riguarda solamente i Vescovi diocesani. Pertanto non è richiesta nessuna prenotificazione per la nomina degli ausiliari. Inoltre si tratta di un mero obbligo di informazione giustificato per l'esistenza dei "necessari collegamenti tra l'episcopato e potere civile"[491]. Allo Stato non è concesso alcun diritto di opporsi alla nomina. Per di più, dal momento che la disposizione in esame fa riferimento alla pubblicazione della nomina e non alla nomina stessa, sembra si possa concludere che al momento della notifica il candidato è stato già nominato Vescovo diocesano[492].

        Per quanto concerne l'autonomia nella creazione e mutamento delle strutture ecclesiastiche il Concordato afferma l'esclusiva competenza dell'autorità ecclesiastica. "Spetta all'autorità ecclesiastica competente creare le strutture proprie della Chiesa; ciò riguarda in particolare, erigere, mutare e sopprimere province ecclesiastiche, arcidiocesi, diocesi, l'ordinariato militare, amministrazioni apostoliche, prelature personali e territoriali, abbazie territoriali, parrocchie, istituti di vita consacrata e società di vita apostolica, nonché altre persone giuridiche ecclesiastiche"[493]. Come si vede alle autorità statali non è concesso nessun tipo di intervento nei confronti della struttura della Chiesa. Pertanto, sembra si possa ritenere che anche la fondazione in Polonia di un ente che fa parte di un'ordine religioso esistente all'estero non richieda più consultazione alcuna con il ministro relativo agli affari religiosi. Procedimento che, come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, era richiesto dalla Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[494].

        Quanto alla creazione e mutamento delle diocesi la Santa Sede si è impegnata a rispettare l'integralità territoriale dello Stato polacco. Nessuna diocesi avente la sede in Polonia sarà estesa fuori delle frontiere dello Stato polacco e nessuna parte del territorio polacco sarà inserita in diocesi con sede fuori della Polonia[495]. Non c'è dubbio che queste disposizioni si riferiscono alle frontiere attuali della Repubblica di Polonia e non a quelle della II Repubblica o di qualsiasi altro periodo della storia della Polonia. Quest'ultima interpretazione è stata sollevata durante il dibattito parlamentare sulla ratifica del Concordato[496].

 


Capitolo IV - Ministri di culto e religiosi nell'ordinamento giuridico statale

 

 

1. Principi generali

 

        Una conseguenza importante del diritto alla libertà religiosa, garantito dall'art. 53 della Costituzione, consiste nella possibilità di decidere liberamente circa la propria appartenenza confessionale. Conformemente a tale principio la Legge 17 maggio 1989 sulla libertà di coscienza e di confessione garantisce a tutti i cittadini gli stessi diritti senza tenere conto della loro appartenenza confessionale e proibisce ogni tipo di discriminazione per il medesimo motivo[497]. Ciò significa che, in linea di principio, la suddetta appartenenza debba rimanere irrilevante per l'ordinamento dello Stato.

La situazione però cambia quando si tratta di quella che potremmo chiamare appartenenza confessionale qualificata[498]. Si tratta della situazione in cui tra un fedele e la sua confessione esiste "un rapporto in forza del quale quello svolga speciali funzioni nell'ambito di questa"[499]. È il caso dei ministri di culto e dei religiosi. Per determinare la situazione giuridica in cui viene a trovarsi questa categoria di persone è necessario stabilire prima che cosa l'ordinamento civile intende per il ministro di culto.

        La Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione definisce la situazione degli ecclesiastici in questo modo:

"I ministri di culto ed i religiosi delle chiese e delle altre confessioni religiose, istituiti secondo le norme del diritto interno di una chiesa o di un'altra confessione religiosa, godono dei diritti e sono soggetti agli obblighi allo stesso modo che gli altri cittadini in tutti i campi della vita statale, politica, economica, sociale e culturale. Nel quadro delle leggi vigenti essi sono esenti dagli obblighi incompatibili con la realizzazione delle funzioni del ministro di culto o del religioso"[500].

La prima versione della Legge non conteneva nessuna definizione del ministro di culto. L'inciso: "istituiti secondo le norme del diritto interno di una chiesa o di un'altra confessione religiosa" è stato introdotto nel 1997 e costituisce un rinvio alle norme confessionali al riguardo. Lo Stato quindi non pretende di definire il ministro di culto bensì recepisce le relative definizioni confessionali.

        Passiamo adesso all'analisi delle norme di diritto civile che incidono in qualche modo sulla situazione giuridica dei ministri di culto e dei religiosi. Dette norme riguardano principalmente i seguenti settori della vita: i diritti e i doveri civili, tra cui quello di servizio militare, la sicurezza sociale ed il regime fiscale. 

 

       

2. Diritti e doveri civili

 

L'ordinamento giuridico polacco non prevede, in linea di principio, uno status particolare per i ministri di culto e per i religiosi. Essi – come afferma la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione – hanno tutti i diritti e sono soggetti agli obblighi al pari degli altri cittadini. La stessa Legge però riconosce la loro esenzione dagli obblighi che sono incompatibili con la loro appartenenza qualificata alla confessione religiosa.

        Per quanto concerne le incapacità civili dei ministri di culto, il nostro diritto ne stabilisce soltanto una. I ministri di culto non possono essere eletti alla carica del giudice popolare nei tribunali ordinari[501] e in quelli militari[502]. In entrambi i casi le relative leggi non specificano i ministri né le confessioni ai quali si riferisce il divieto. L'interpretazione letterale suggerisce di applicare la norma ai ministri di culto di tutte le confessioni riconosciute. Non è invece chiaro se esso riguardi anche le religiose e i religiosi non ordinati. La dottrina giustifica questo divieto sostenendo che l'ufficio del giudice popolare sia incompatibile con l'esercizio delle funzioni religiose[503]. Sembra che non si tratti di una discriminazione dei ministri di culto dal momento che quest'ineleggibilità colpisce anche altre categorie di persone, tra cui  dipendenti dei tribunali, avvocati, funzionari della Polizia di Stato e della Guardia Carceraria. Questo ragionamento non spiega però perché ai ministri di culto non è stato proibito l'accesso agli altri uffici pubblici che pure comportano l'esercizio del potere. Pare che, come anche negli altri ordinamenti europei[504], questo divieto sia ormai diventato obsoleto e privo di fondamento nell'odierna società secolarizzata.

        Diverse disposizioni delle leggi processuali prendono in considerazione il segreto della confessione. Il Codice di procedura penale[505] e il Codice di procedura amministrativa[506] proibiscono al giudice di assumere la testimonianza dal ministro di culto sui fatti di cui è venuto a conoscenza mediante la confessione. Inoltre il ministro di culto non può essere nominato perito rispetto ai fatti che conosce mediante la confessione[507]. Si tratta di un divieto generale volto a difendere il segreto d'ufficio al quale sono obbligate certe categorie di persone, tra cui anche gli avvocati e alcuni funzionari pubblici. In questo caso il segreto di confessione viene considerato come un bene che merita di essere difeso. Diversa è invece l'impostazione del Codice di procedura civile il quale stabilisce: "Il ministro di culto può rifiutare di deporre sui fatti che ha conosciuti mediante la confessione"[508]. Inoltre può rifiutare di accettare l'incarico di perito per il medesimo motivo[509]. In questo caso si tratta, quindi, di una facoltà personale concessa al ministro di culto. Facoltà che è simile a quella che hanno i parenti stretti delle parti[510]. Nessuno dei tre Codici precisa i ministri né le confessioni religiose cui è riconosciuto il diritto di non deporre. Tutti e tre si riferiscono invece al segreto della confessione. Bisogna quindi ammettere che in questo caso la norma statale accolga quella confessionale, ossia i ministri di culto di tutte le confessioni religiose nei quali esiste l'istituto della confessione dei peccati e il relativo segreto, sono autorizzati a non deporre sui fatti di cui sono venuti a conoscenza mediante la confessione.

        Sempre nel campo processuale va ricordato l'obbligo dell'autorità giudiziaria d'informare il superiore gerarchico sull'apertura e sulla chiusura di ogni procedimento promosso d'ufficio contro un ministro di culto, un religioso o un membro del diaconato (istituzioni esistenti nella Chiesa Evangelica d'Augsburg). Detto obbligo è stato introdotto nel Codice di procedura penale[511] con la Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[512]. Sotto questo profilo gli ecclesiastici sono stati equiparati ai funzionari di Stato, studenti universitari e militari[513]. Il nuovo Codice di procedura penale[514] entrato in vigore il 1 settembre 1998 non ha riprodotto questa norma[515].

I ministri di culto e i religiosi hanno diritto di indossare un abito ecclesiastico[516] anche quando sono studenti delle scuole statali. Quest'ultima precisazione riguarda soltanto i ministri di culto delle chiese: Cattolica e Ortodossa[517]. Il suo inserimento nelle rispettive leggi si spiega per il fatto che entrambe sono state promulgate all'inizio del periodo della trasformazione del sistema politico dello Stato. Infatti, anche se nessuna legge ha mai proibito agli ecclesiastici d'indossare l'abito ecclesiastico o di studiare nelle scuole statali, in pratica le autorità scolastiche spesso rifiutavano di ammettere come studenti i ministri di culto e i religiosi[518]. Le altre leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose non contengono questa norma. Ciò si spiega per il fatto che quando si è consolidato il principio dello Stato democratico di diritto i cittadini possono fare tutto quello che la legge non proibisce loro espressamente[519] e, di conseguenza, una norma che autorizzasse gli ecclesiastici che frequentano le scuole statali ad indossare un abito religioso, è diventata superflua.

        Non esiste nel nostro diritto nessuna norma che protegga l'abito religioso dai possibili abusi da parte di chi non ha il diritto d'indossarlo.

        Nel diritto penale la posizione dei ministri di culto non differisce da quella degli altri cittadini. Soltanto nel caso di guerra il nuovo Codice penale[520] introduce una protezione speciale degli ecclesiastici. Sotto questo profilo essi sono stati equiparati al personale medico e ai prigionieri di guerra[521] in ossequio alle norme di diritto internazionale[522].

 

 

3. Il servizio militare

 

        Saranno analizzati in questo paragrafo i seguenti problemi: il servizio militare dei seminaristi, il servizio militare dei ministri di culto e dei religiosi, il caso di guerra e di mobilitazione generale. Sarà anche utile fare un cenno alla situazione antecedente alla Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione.

        In base al Concordato del 1925[523] i chierici, i religiosi, i novizi e gli alunni dei seminari erano esonerati dall'obbligo di servizio militare. La legislazione statale ha esteso questo privilegio ai ministri di culto delle altre confessioni[524]. Fino al 1950 le autorità militari soltanto in pochi casi hanno rifiutato di differire il servizio di leva ai seminaristi[525]. In base all'Accordo del 14 aprile 1950 i seminaristi non venivano chiamati al servizio militare, e dopo essere stati ordinati (dopo aver emesso i voti perpetui nel caso dei religiosi) venivano destinati alla riserva. Dopo la promulgazione della nuova Legge sul servizio militare[526] le autorità statali non rispettavano più questa norma e i seminaristi venivano chiamati a svolgere il servizio di leva. La situazione è rimasta invariata anche dopo la promulgazione della Legge 21 novembre 1967 sul dovere di difesa della Repubblica Popolare di Polonia[527]. Ambedue le leggi non dicevano nulla a proposito del servizio militare dei seminaristi. Semplicemente le autorità militari hanno smesso di considerare i seminaristi come studenti di scuole superiori. "Era una fin troppo evidente discriminazione quella subita dagli studenti dei seminari maggiori che, a differenza degli altri studenti di pari grado, venivano chiamati al servizio militare prima del completamento degli studi. Il numero dei seminaristi chiamati al servizio di leva era indicativo dello stato dei rapporti che intercorrevano fra il vescovo locale e le autorità statali"[528]. A partire dall'inizio degli anni Ottanta si è tornati gradualmente alla situazione precedente senza che sia stato emesso un atto normativo al riguardo.

        La situazione attuale è disciplinata dalle leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose e dalla Legge sul dovere di difesa della Repubblica di Polonia modificata dalla Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[529]. È interessante notare che queste modifiche, pur riguardando i ministri di culto e i religiosi di tutte le confessioni, sono state inserite nella Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. Sarebbe stato più logico inserirle nella Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione, la quale è stata promulgata nello stesso giorno.

        In base a queste norme i ministri di culto di tutte le confessioni religiose la cui situazione giuridica è regolarizzata (tranne quelli eletti a tempo determinato) dopo essere stati ordinati, nonché i religiosi dopo la professione perpetua, vengono destinati alla riserva. I ministri di culto possono essere chiamati a svolgere il servizio militare soltanto in qualità di cappellano militare. I religiosi invece, e gli alunni dei seminari, possono essere chiamati al servizio militare soltanto in tempo di guerra e di mobilitazione generale. Anche in questo caso devono, però, essere assegnati al servizio sanitario o alla difesa civile[530].

        La Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e le leggi relative alle altre chiese e confessioni religiose prevedono una disciplina uguale per tutte le confessioni religiose. Il servizio di leva degli studenti dei seminari (o altri centri di studio analoghi) viene rimandato affinché possano portare a compimento i loro studi. È una norma analoga a quella che riguarda tutti gli studenti delle scuole superiori[531]. Dopo l'ordinazione, i ministri di culto vengono destinati alla riserva e nel tempo di pace non sono chiamati ad esercitazioni militari. Il Concordato ha mantenuto questa disciplina[532].

La medesima normativa si applica alle Chiese: Cattolica, Ortodossa, Cattolica dei Mariaviti, Orientale del Vecchio Rito e alle Comunità Ebraiche[533]. Invece per le Chiese: Evangelica d'Augsburg, Cattolica Polacca, Veterocattolica dei Mariaviti, Pentecostale, Avventista, Battista, Evangelica Metodista ed Evangelica Riformata è previsto[534] anche l'esonero dalla formazione militare[535] dei candidati all'ufficio del ministro di culto nei due anni dopo il compimento di studi. In questo modo anche nelle confessioni che non conferiscono l'ordinazione immediatamente dopo gli studi, i ministri di culto non sono obbligati al servizio militare. Nulla dice a proposito del servizio militare dei ministri di culto la Legge sui rapporti dello Stato con l'Unione Caraita. Viene soltanto affermato in modo generico che costoro godono "di tutti quei privilegi che la legislazione statale garantisce ai ministri di culto delle confessioni riconosciute"[536].

        Nella medesima situazione si trovano i ministri di culto nonché i candidati a tale ufficio nelle confessioni iscritte nel Registro. Il servizio di leva degli studenti delle loro scuole teologiche viene rimandato in conformità all'art. 39, c. 2 della Legge sul dovere di difesa della Repubblica di Polonia[537]. I ministri di culto di queste confessioni vengono destinati alla riserva[538] e possono essere chiamati ad esercitazioni militari soltanto per prepararsi ad assumere l'incarico di cappellano militare[539]. Quest'ultima possibilità è però, in pratica, esclusa dal momento che nessuna di queste confessioni svolge l'attività pastorale nelle Forze Armate.

 

 

4. La sicurezza sociale

 

        Il problema del regime fiscale e della sicurezza sociale del clero era uno dei più penosi nei rapporti tra lo Stato e confessioni religiose nel dopoguerra. Fino al 1989, in base ai diversi fondamenti giuridici, soltanto alcune categorie di ecclesiastici sono state comprese nel sistema della sicurezza sociale. I ministri di culto e i religiosi che lavoravano nelle istituzioni non confessionali erano trattati come normali lavoratori. Gli ecclesiastici dipendenti dell'Accademia di Teologia Cattolica, Accademia Cristiana di Teologia e Università Cattolica di Lublino (in questo caso a partire dal 1972) avevano tutti i diritti dei docenti accademici. I diritti dell'insegnante sono stati concessi nel 1983 anche ai docenti delle scuole medie confessionali. Dal 1980 gli ecclesiastici e i religiosi che hanno stipulato il contratto di lavoro con un'istituzione ecclesiastica (parrocchia, seminario, curia, ecc.) erano soggetti al sistema di sicurezza sociale. Rimanevano fuori di questo sistema gli ecclesiastici che svolgevano le funzioni pastorali in senso stretto (parroco, vicario parrocchiale, rettore della chiesa)[540].

 

 

4.1. Disposizioni della Legge 17 maggio 1989 sulla sicurezza sociale del clero

 

        Il sistema attuale, introdotto con la Legge 17 maggio 1989 sulla sicurezza sociale del clero[541] riguarda tutti i ministri di culto di tutte le confessioni religiose ed è obbligatorio[542]. La Legge non contiene la definizione del ministro di culto. Essa però può essere ricavata dalle sue singole disposizioni. Ai fini della sicurezza sociale sono ministri di culto le persone che svolgono le funzioni pastorali in modo stabile che le assomiglia ai lavoratori dipendenti[543]. Non sono considerati ministri di culto i seminaristi ed i novizi i quali sono stati equiparati agli studenti e soggetti al sistema della sicurezza sociale previsto per questa categoria di persone. Se, però, l'età (25 anni compiuti) non permette loro di usufruire di questo sistema vengono soggetti alla Legge sulla sicurezza sociale del clero[544]. Inoltre sono considerati ministri di culto i religiosi e le religiose[545]. Non sono soggetti al sistema della sicurezza sociale del clero gli ecclesiastici coperti dal sistema della sicurezza sociale in base ad un altro titolo: cappellani militari, lavoratori dipendenti delle istituzioni ecclesiastiche o civili, ministri di culto esercitanti un'attività economica[546].

        Come punto di riferimento per la quota dei contributi da versare all'Ente Assicurazioni Sociali è stato preso lo stipendio medio nel settore pubblico. La quota-base è pari a:

– 30% dello stipendio medio nel settore pubblico per le religiose ed i religiosi non ordinati,

– 40% per i sacerdoti (diocesani e religiosi) che non sono parroci,

– 75% per i parroci,

–100% per i vescovi[547].

La terminologia è quella della Chiesa Cattolica però la norma si applica anche ai ministri di culto delle altre confessioni che svolgono le funzioni analoghe[548]. Il contributo da versare è pari all'8% della quota-base per i ministri di culto obbligati al celibato e 12% per gli altri. I sacerdoti diocesani versano i contributi personalmente mentre per i religiosi pagano i loro superiori. I contributi per i membri degli istituti religiosi contemplativi sono pagati dal Fondo Ecclesiastico[549]. A carico del medesimo si trovano anche le pensioni per i ministri di culto che all'entrata in vigore della Legge sulla sicurezza sociale del clero hanno raggiunto l'età pensionabile o sono diventati invalidi di prima o seconda classe[550].

 

 

4.2. Normativa vigente

 

        Con la riforma dell'intero sistema della sicurezza sociale entrata in vigore il 1 gennaio 1999 la Legge sulla sicurezza sociale del clero è stata in gran parte abrogata. Le norme riguardanti i ministri di culto sono state integrate nelle seguenti leggi: Legge 6 febbraio 1997 sull'assicurazione medica[551], Legge 13 ottobre 1998 sul sistema della sicurezza sociale[552], Legge 17 dicembre 1998 sulle pensioni e le rendite[553]. In base a queste norme il sistema della sicurezza sociale dei ministri di culto e dei religiosi si presenta in modo seguente.

        La prima osservazione che bisogna fare sta nel fatto che gli ecclesiastici risultano ormai pienamente integrati nel sistema della sicurezza sociale. Inoltre bisogna sollevare il fatto che i ministri di culto ed i religiosi usufruiscono della sicurezza sociale non perché esercitano una determinata attività bensì per il semplice fatto di essere ministro di culto o religioso. Questo status personale viene considerato dal legislatore come un presupposto sufficiente per poter beneficiare della sicurezza sociale. Ovviamente gli ecclesiastici non sono unici a usufruire della sicurezza sociale in base al loro status personale e non invece in base al rapporto di lavoro come succede nella maggior parte dei casi. Vi rientrano anche, tra l'altro, gli studenti ed i disoccupati. Rispetto agli ecclesiastici questo modo di procedere assume però una particolare rilevanza in quanto dimostra come lo Stato riconosca il valore pubblico della religione e l'utilità pubblica del servizio svolto dai ministri di culto di tutte le religioni presenti nella società, pur non configurandolo come rapporto di lavoro. La caratteristica principale del sistema precedente non stava nel fatto che esso permetteva di beneficiare della sicurezza sociale ad un numero assai ridotto del personale ecclesiastico, bensì nel fatto che gli ecclesiastici potevano partecipare a questo sistema in base ad un titolo estraneo al loro status personale. Vi partecipavano come insegnanti, agricoltori, ecc..

A differenza della Legge sulla sicurezza sociale del clero la nuova Legge sul sistema della sicurezza sociale contiene una definizione del ministro di culto. Ai fini della sicurezza sociale "si considerano ministri di culto i chierici ed i membri degli ordini religiosi maschili e femminili della Chiesa Cattolica e delle altre chiese e confessioni religiose tranne gli alunni dei seminari, i novizi, i postulanti ed i juniores che non hanno compiuto 25 anni d'età"[554]. Con il termine di ordini si è voluto designare – come già faceva la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[555] – gli istituti di vita consacrata (religiosi e secolari) e le società di vita apostolica. In seguito useremo il termine ministro di culto nel senso sopra definito.

La nuova Legge ha anche chiarito due cose. Sono soggetti al sistema della sicurezza sociale tutti i ministri di culto presenti nel territorio della Repubblica di Polonia[556]. La normativa precedente sembrava riguardare soltanto i cittadini polacchi. Un'altra cosa che è stata chiarita riguarda il periodo in cui un ministro di culto è soggetto alle assicurazioni obbligatorie. Questo periodo va "dal giorno dell'entrata nello stato clericale al giorno dell'uscita da esso"[557]. In questo modo entrano nel sistema anche i ministri di culto eletti a tempo determinato. Cosa che non succedeva nel sistema introdotto con la Legge 17 maggio 1989 sulla sicurezza sociale del clero[558]

I ministri di culto che esercitano un'attività economica non agricola sono soggetti alle assicurazioni previste per le persone che esercitano l'attività economica[559].

I contributi sono pagati in parte dai ministri di culto e in parte dal Fondo Ecclesiastico. Quest'ultimo paga l'intera quota dei contributi per le assicurazioni pensioni, rendite ed infortuni nel caso dei membri degli ordini contemplativi di clausola e dei missionari nel periodo di lavoro nei territori di missione. Negli altri casi il Fondo paga l'80% dei contributi e gli stessi ministri di culto pagano il 20%[560]. I contributi per l'assicurazione malattie li pagano gli stessi assicurati[561]. La quota-base per determinare i contributi da pagare per le assicurazioni pensioni e rendite è pari allo stipendio minimo determinato dal ministro relativo alle questioni di lavoro[562] e può essere alzata su richiesta dell'interessato. I contributi relativi alla quota aggiunta sono a carico del ministro di culto o delle istituzioni diocesani o religiose[563]. La normativa precedente rimandava allo stipendio medio. Inoltre la nuova Legge non ha riprodotto la distinzione delle diverse categorie dei ministri di culto. I contributi sono quindi uguali per tutti.

Il sistema della sicurezza sociale del clero descritto sopra ha integrato pienamente sotto questo profilo i ministri di culto alla società civile. La sua caratteristica principale, già presente nella Legge precedente ma in quella vigente attuata in modo pieno, sta nel fatto che la sicurezza sociale del clero è stata collegata direttamente a quella dei lavoratori. Questo sistema è stato giudicato vantaggioso per i ministri culto. "Le prestazioni di cui beneficiano gli ecclesiastici, soprattutto l'ammontare delle pensioni e delle rendite, sarà soggetto ai cambiamenti congiuntamente alle modifiche riguardanti le assicurazioni dei lavoratori. Lo staccare dei ministri di culto dal sistema generale di sicurezza sociale potrebbe produrre degli effetti negativi per questa categoria di persone. Essendo i ministri di culto un minuscolo gruppo sociale non avrebbero tali possibilità di esercitare la pressione sulle autorità statali come i lavoratori"[564].

 

 

5. Il regime fiscale

 

Per questa materia dobbiamo prendere in considerazione i seguenti atti normativi: Legge 26 luglio 1991 sull'imposta sul reddito delle persone fisiche[565], Decreto del 20 dicembre 1991 del Ministro delle Finanze[566], Legge 20 novembre 1998 sull'imposta forfetaria su alcuni redditi delle persone fisiche[567], la quale ha sostituito il precedente decreto.

È opportuno precisare che questi atti normativi si riferiscono ai ministri di culto in quanto tali – e non in quanto lavoratori – e riguardano solamente il reddito che gli ecclesiastici ricevono in occasione del loro servizio pastorale. In pratica si tratta dei parroci, vicari parrocchiali e rettori delle chiese. Il reddito ricavato da altre fonti (attività economica, insegnamento, ecc.) è soggetto alla legislazione comune.

Un'altra precisazione riguarda la fonte di questo reddito "pastorale". In Polonia non è stato finora creato nessun sistema di sostentamento del clero; né a livello nazionale, né a livello diocesano. Il sostentamento del parroco e dei suoi collaboratori è totalmente a carico della parrocchia. In pratica si tratta delle offerte percepite in occasione della celebrazione delle sante messe e dei matrimoni, battesimi e funerali. L'imposta forfetaria sul reddito del clero riguarda soltanto questi introiti. I ministri di culto che prestano la loro opera presso le istituzioni ecclesiastiche (seminario diocesano, curia, ecc.), o che comunque hanno sottoscritto il contratto di lavoro, sono soggetti alla disciplina fiscale comune. È quindi possibile, e anche molto frequente, che un ministro di culto paghi due imposte diverse in base ai titoli diversi. Questo succede nel caso del sacerdote che svolge il servizio pastorale nella parrocchia e, allo stesso tempo, insegna la religione nella scuola. Quale pastore paga l'imposta forfetaria e quale insegnante è soggetto all'imposta comune come tutti gli altri lavoratori. Ai fini fiscali questi due redditi sono distinti[568].

La disciplina introdotta con il decreto del Ministro delle Finanze del 20 gennaio 1991 è stata mantenuta nella Legge sull'imposta forfetaria. Cercheremo adesso di descrivere questo sistema.

Sono soggetti all'imposta tutti i ministri di culto delle confessioni riconosciute[569] che svolgono un'attività pastorale in senso stretto (parroco, vicario parrocchiale, rettore della chiesa nella Chiesa Cattolica e uffici analoghi nelle altre confessioni) e in occasione di essa percepiscono delle offerte dai fedeli. Ai fini tributari questa attività è considerata come "attività esercitata personalmente"[570]. Al ministro di culto è riconosciuta la facoltà di scegliere fra due modalità di pagare l'imposta. Il legislatore presume la modalità forfetaria. Per avvalersi della forma ordinaria il ministro di culto deve presentare un'apposita dichiarazione. Detta dichiarazione può essere presentata in tre momenti: all'inizio di ogni anno (fino al 31 dicembre dell'anno precedente), fino al giorno in cui inizia l'attività pastorale, entro 14 giorni dopo aver ricevuto la decisione che determina la quota da pagare per ogni anno fiscale[571]. Scegliendo la forma ordinaria il ministro di culto diventa soggetto all'obbligo di tenere le scritture contabili.

Nel caso di avvalersi della modalità forfetaria il ministro di culto non deve tenere i libri contabili e l'ammontare dell'imposta da versare viene stabilito ogni anno dall'ufficio fiscale competente per il territorio in cui si svolge l'attività pastorale del ministro di culto[572]. L'ammontare dipende dall'ufficio occupato, dal numero dei fedeli e dall'ubicazione della parrocchia. Quest'ultima circostanza e rilevante soltanto per i vicari parrocchiali. Se in un determinato territorio i fedeli di una religione sono in minoranza rispetto al totale degli abitanti l'ammontare viene abbassato su richiesta del ministro di culto[573].

I ministri di culto impiegati in base ad un contratto di lavoro sono soggetti alla disciplina fiscale comune. Questa disposizione riguarda due situazioni ben distinte. La prima si verifica nel caso in cui un pastore d'anime oltre alla sua attività strettamente pastorale ne esercita anche un'altra in base ad un contratto di lavoro (ad es. insegna la religione nella scuola – per quanto riguarda la Chiesa Cattolica questo servizio è svolto da quasi tutti i vicari parrocchiali e dalla maggioranza dei parroci) ricevendo il relativo stipendio. In questo caso le offerte dei fedeli e lo stipendio costituiscono due redditi separati, ciascuno di essi soggetto alla disciplina fiscale propria. Il primo all'imposta forfetaria prevista  per i ministri di culto e il secondo a quella comune pagata dai lavoratori dipendenti.

Diverso è il caso di quei ministri di culto che non esercitano l'attività pastorale in senso stretto, ossia non sono parroci, vicari parrocchiali o rettori delle chiese. Si tratta del personale della curia diocesana e del seminario, dei docenti degli atenei ecclesiastici, ecc.. Costoro sono sempre impiegati in base ad un contratto di lavoro, stipendiati dall'ente presso il quale prestano la loro opera e soggetti alla disciplina prevista per i lavoratori dipendenti. Essi però possono anche svolgere una certa attività pastorale (celebrare sacramenti, predicare, ecc.) in occasione della quale percepiscono delle offerte dai fedeli. In questo caso possono darne la notifica all'ufficio fiscale competente e pagare l'imposta prevista per i vicari parrocchiali nelle parrocchie che hanno tra 1000 e 3000 abitanti. Si tratta però di una possibilità e non di un obbligo[574].

Il Decreto del 1991 prevedeva un'ammontare fisso dell'imposta. In pratica, però, esso veniva ogni anno modificato – mediante decreto del Ministro delle Finanze – per aggiornarlo al valore reale della valuta. La nuova Legge prevede un'ammontare dinamico. A partire dall'anno fiscale 2000 la quota aumenterà ogni anno in proporzione alla crescita dei prezzi delle merci e dei servizi effettuatasi nei primi tre trimestri dell'anno precedente[575]. L'ammontare dell'imposta sarà pubblicato ogni anno entro il 30 novembre dal ministro relativo alle finanze pubbliche[576].

La Legge 20 novembre 1998 non ha introdotto nessun cambiamento rilevante nella disciplina fiscale del clero rispetto a quella stabilità dal Decreto del 20 gennaio 1991. La sua importanza sta nel fatto che essa integra i ministri di culto in una categoria più ampia delle persone che pagano l'imposta sul reddito delle persone fisiche in forma forfetaria, contribuendo così al riconoscimento ufficiale della presenza dei ministri di culto, e della religione in genere, nella vita sociale. Fenomeno, questo, che abbiamo già rilevato nel presente studio.

 

 


Capitolo V - Associazioni dei fedeli

 

 

1. Introduzione

 

        Come già abbiamo accennato, il regime giuridico delle associazioni presenta delle particolarità rispetto al sistema di riconoscimento civile degli enti ecclesiastici che sono strettamente collegati con la struttura ufficiale delle chiese e confessioni religiose. Analizzeremo adesso questo problema in modo più dettagliato.

        La Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione ha riconosciuto il diritto dei cittadini di associarsi "allo scopo di realizzare i compiti derivanti dalla religione professata o dalle convinzioni religiose"[577]. Le leggi relative alle singole confessioni religiose hanno tradotto in pratica questa norma generale creando, per questa categoria di associazioni, un regime particolare, diverso da quello previsto per le associazioni in genere. Tale regime speciale è stato già previsto nella Legge 7 aprile 1989 sulle associazioni[578] la quale stabilisce che le sue disposizioni si applicano alle organizzazioni operanti nell'ambito delle confessioni religiose soltanto in modo sussidiario qualora manchino le norme speciali al riguardo[579].

 

 

2. Associazioni fondate dai cattolici

 

        Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, le relative norme speciali sono contenute negli artt. 33-37 della Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica.

Il Concordato ha dedicato alle associazioni dei fedeli l'art. 19 : "La Repubblica di Polonia riconosce il diritto dei fedeli di riunirsi, in conformità al diritto canonico e agli scopi da esso definiti. Se tali associazioni attraverso la loro attività ricadono nell'ambito regolato dalla legislazione polacca, esse si regolano anche secondo tale legislazione". Oltre alla dichiarazione di rispettare le norme del diritto canonico questo articolo non introduce nessuna disposizione nuova rispetto a quelle comprese nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[580]. Pertanto, le sue disposizioni al riguardo conservano il suo valore e vanno considerate come esecutive rispetto al Concordato.

In base a queste disposizioni tutte le associazioni fondate dai cattolici possono essere divise in tre categorie: organizzazioni ecclesiastiche, organizzazioni cattoliche, associazioni dei cattolici.

 

 

2.1. Organizzazioni ecclesiastiche

 

Sono organizzazioni ecclesiastiche quelle che raggruppano delle persone appartenenti alla Chiesa e:

"1) sono state erette dal Vescovo diocesano oppure dal Superiore maggiore di un'Istituto religioso nei limiti dei propri statuti, o dalla Conferenza episcopale polacca quando si tratta delle organizzazioni sopradiocesane,

2) sono state fondate dai fedeli con la partecipazione del parroco, rettore della chiesa o superiore religioso e con il consenso dell'autorità ecclesiastica di cui al punto 1"[581].

Queste organizzazioni non sono soggette alla Legge 7 aprile 1989 sulle associazioni e operano nell'ambito delle persone giuridiche ecclesiastiche che le hanno istituite. Esse possono, però, ottenere anche la propria personalità giuridica civile mediante il decreto del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione[582].

Le associazioni ecclesiastiche possono perseguire le finalità relative alla formazione religiosa, culto pubblico e dottrina cattolica[583]. L'elenco non è, però, tassativo come si deduce dall'inciso: in particolare.

 

 

2.2. Organizzazioni cattoliche

 

Si denominano organizzazioni cattoliche quelle che "sono state fondate con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica che ne conferma il cappellano o l'assistente ecclesiastico. Esse operano in unione con la gerarchia ecclesiastica"[584]. Si noti che in questo caso la legge non richiede che tutti i membri dell'associazione siano cattolici.

Queste organizzazioni sono soggette alla Legge sulle associazioni e quindi ottengono la personalità giuridica iscrivendosi nel Registro delle associazioni presso il tribunale regionale competente per il luogo in cui si trova le sede dell'associazione (tribunale registrante)[585]. L'autorità ecclesiastica conserva tuttavia un certo controllo su queste associazioni dal momento che può ritirare la sua approvazione e quindi la qualifica di cattolica. Inoltre l'autorità civile può sciogliere le associazioni cattoliche solo previa consultazione della Commissione Mista Governo-Episcopato. Nel caso di scioglimento di un'associazione cattolica, al suo patrimonio si applicano – a meno lo statuto non stabilisca diversamente – le disposizioni sulle persone giuridiche ecclesiastiche[586], e cioè esso passa alla persona giuridica ecclesiastica superiore. Se tale persona non esiste, o non svolge la sua attività in Polonia, il patrimonio passa alla Conferenza episcopale polacca o alla Conferenza dei Superiori Religiosi Maggiori[587],

Le associazioni cattoliche possono dedicarsi alle attività conformi alla dottrina della Chiesa nell'ambito sociale, culturale, educativo, caritativo e assistenziale[588]. Come nel caso delle associazioni ecclesiastiche, anche questo elenco non è tassativo. Inoltre l'art. 36 stabilisce che le associazioni che si dedicano all'assistenza alle persone alcoldipendenti o tossicodipendenti e alle loro famiglie, possono essere costituite come organizzazioni sia ecclesiastiche sia cattoliche. Pare, quindi, che la distinzione tra le organizzazioni ecclesiastiche e quelle cattoliche – chiara per quanto riguarda la loro situazione giuridica nell'ordinamento civile e gradi di dipendenza dall'autorità ecclesiastica – sia abbastanza flessibile a livello dei fini che esse si propongono di realizzare.

 

 

2.3. Associazioni dei cattolici

 

        Per quanto riguarda le associazioni fondate dai cattolici che non rientrano nelle suddette categorie, la legge stabilisce soltanto che esse "promuovono i valori cristiani secondo i propri programmi, operando esclusivamente sulla base della legislazione comune in vigore e sui propri statuti"[589]. Non si richiede, dunque, per loro, in sede civile, nessun collegamento diretto con la gerarchia ecclesiastica. Non è difficile rendersi conto che l'articolo appena citato in realtà non definisce una terza categoria delle associazioni dei fedeli ma solamente dichiara che le associazioni comuni rimangono tali anche quando raggruppano dei cattolici.

        Occorre mettere in evidenza che una simile dichiarazione non si trova in nessun'altra legge sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose. La sua presenza nella Legge relativa alla Chiesa Cattolica può essere spiegata con il fatto che la stragrande maggioranza della società polacca appartiene alla religione cattolica e, pertanto, esiste una reale possibilità di confondere le associazioni dei fedeli – erette o approvate dall'autorità ecclesiastica che diventa in questo modo corresponsabile del loro operato – con organizzazioni come, ad es., sindacati, partiti politici e altre associazioni ad ispirazione cristiana che sono sì fondate dai membri della Chiesa ma sull'attività delle quali la gerarchia ecclesiastica non esercita il controllo e non ne assume la responsabilità[590]. Con l'art. 37 della Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica si è voluto evitare il rischio di questa confusione. Nel caso delle confessioni minoritarie il rischio è praticamente inesistente e ciò spiega l'assenza di una relativa disposizione della legge.

 

 

2.4. Tripartizione delle associazioni fondate dai cattolici nel diritto polacco e la normativa canonica

 

        È agevole cogliere la somiglianza della ripartizione delle associazioni fondate dai cattolici in tre categorie, messa in atto dal legislatore polacco, con quella adoperata dal legislatore canonico. Difatti, il concetto di organizzazione ecclesiastica è quasi uguale a quello di associazione pubblica dei fedeli definito dal can. 301 CIC. La differenza tra questi due concetti consiste nel fatto che il diritto canonico non richiede necessariamente la partecipazione di un chierico alla fondazione di un'associazione pubblica dei fedeli, mentre tale partecipazione viene richiesta per fondare un'organizzazione ecclesiastica. Inoltre, perché si abbia un'associazione pubblica è necessario un'atto di erezione da parte dell'autorità ecclesiastica, mentre per l'organizzazione ecclesiastica è sufficiente il suo consenso.

        Il concetto di organizzazione cattolica è invece assai simile a quello di associazione privata dei fedeli. Infatti, perché si abbia un'organizzazione cattolica, il legislatore polacco richiede l'approvazione da parte dell'autorità ecclesiastica, la conferma del cappellano o l'assistente ecclesiastico nonché un legame tra l'organizzazione e l'autorità ecclesiastica. Sono le stesse caratteristiche il legislatore canonico richiede da un'associazione privata dei fedeli[591].

        La nozione di associazione dei cattolici, adoperata dal legislatore polacco, può essere considerata come equivalente di associazione di fatto dei fedeli. Questo tipo di associazioni non è stato disciplinato dal Codice di diritto canonico. Rientrano in questo concetto quelle associazioni che "fondate d'iniziativa privata dei fedeli per realizzare gli obbiettivi collegati in qualche modo alla missione della Chiesa nel mondo, non chiedono il riconoscimento da parte dell'autorità ecclesiastica"[592].

        Le categorie di associazioni definite dal legislatore polacco non coincidono pienamente con quelle presenti nel Codice di diritto canonico. Diversa è l'ottica di entrambi i legislatori. Il legislatore canonico distingue le associazioni in base al loro collegamento con la missione della Chiesa. Sono pubbliche quelle che la realizzano in nome della Chiesa, mentre sono private quelle che operano sì nell'ambito di quella missione ma sulla propria responsabilità. Il legislatore polacco divide le associazioni fondate dai cattolici sulla base del loro collegamento con la struttura organizzativa della Chiesa.

Il concetto civile di organizzazione ecclesiastica è, quindi, più ampio che quello canonico di associazione pubblica. Tutte le associazioni pubbliche dei fedeli rientreranno nella categoria di organizzazione ecclesiastica, ma vi rientreranno anche quelle associazioni private che sono collegate in qualche modo con la struttura organizzativa della Chiesa. Infatti, le disposizioni della legge fanno riferimento alla partecipazione del parroco, rettore della chiesa o superiore religioso. Queste associazioni, pur essendo private nell'ordinamento canonico, appaiono al legislatore civile come enti facenti parte della Chiesa e, pertanto, vengono distinti dalle associazioni sorte dall'autonomia dei fedeli e non inquadrate nella struttura ufficiale della Chiesa.

       

 

3. Associazioni fondate dai fedeli ortodossi

 

        Un regime analogo a quello previsto per le associazioni fondate dai cattolici si applica anche a quelle create dai fedeli della Chiesa Autocefale Ortodossa.

Secondo la Legge 4 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa, il diritto dei fedeli ortodossi di associarsi per realizzare i compiti derivanti dalla missione della Chiesa si attua in due categorie di associazioni[593]:

a) associazioni non soggette al regime comune delle associazioni:

        – Fraternità della Gioventù Ortodossa,

        – fraternità ecclesiastiche,

        – organizzazioni ecclesiastiche,

b) associazioni soggette al regime comune delle associazioni:

        – fraternità ortodosse.

Sono organizzazioni ecclesiastiche quelle che raggruppano gli ortodossi e:

"1) sono state erette dal Vescovo diocesano o dal Sacro Sinodo dei Vescovi nel caso delle associazioni sopradiocesani,

2) sono state fondate dai fedeli con la partecipazione del parroco o superiore religioso con il consenso dell'autorità ecclesiastica di cui al comma 1"[594]. Il concetto di fraternità ecclesiastica non è stato definito.

Si denominano confraternite ortodosse le associazioni che "sono state fondate con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica che ne conferma il cappellano. Esse operano in collegamento con la gerarchia ecclesiastica"[595]. Analoghe sono anche le modalità previste per l'acquisizione della personalità giuridica. Le associazioni ecclesiastiche la ottengono con il decreto del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione, mentre le confraternite ortodosse sono soggette alla Legge sulle associazioni con le stesse eccezioni che sono previste per le organizzazioni cattoliche[596].

       

 

4. Associazioni fondate dai fedeli delle altre confessioni

 

        Le altre chiese e confessioni religiose si avvalgono di uno dei modelli dianzi descritti per creare le associazioni dei propri fedeli.

        La Chiesa Cattolica Polacca "può creare le proprie organizzazioni ecclesiastiche al fine di realizzare i compiti derivanti dalla sua missione"[597]. L'autorità ecclesiastica vigila sulla conformità della loro attività con i loro fini religiosi ed etici[598]. Queste organizzazioni non sono soggette alla Legge sulle associazioni e acquistano la personalità giuridica con il decreto del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione[599]. Le stesse norme si applicano alla Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti[600], Evangelica Metodista[601] e Cattolica dei Mariaviti[602]

        Nella Chiesa Evangelica d'Augsburg esistono soltanto le associazioni evangeliche "create, in base alle delibere del Concistoro, al fine di condurre l'attività conforme alla dottrina della Chiesa nell'ambito sociale, culturale, educativo, caritativo ed assistenziale"[603]. Queste organizzazioni sono soggette alla Legge sulle associazioni con delle eccezioni analoghe a quelle previste per le associazioni cattoliche ed ortodosse. Norme identiche si applicano alla Chiesa Pentecostale[604], Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno[605], Chiesa dei Cristiani Battisti[606] e all'Unione delle Comunità Ebraiche. In quest'ultimo caso nell'ambito delle finalità proprie delle associazioni confessionali rientra – oltre alle attività assistenziali, educative e connesse con la promozione della dottrina della confessione di appartenenza che sono previste per tutte le associazioni confessionali – anche l'attività volta alla "conservazione del patrimonio della tradizione e della cultura degli Ebrei in Polonia […]"[607].

        Nelle leggi relative alla Chiesa Evangelica Riformata, Chiesa Orientale del Vecchio Rito, Unione Caraita  ed Unione Mussulmana non si dice nulla a proposito delle associazioni a carattere confessionale.

        Le confessioni religiose iscritte nel Registro – e anche quelle rette dalle leggi speciali se queste non prevedono tale diritto[608] – possono creare delle associazioni al fine di promuovere la formazione religiosa, il culto pubblico e di prevenire alle patologie sociali e i loro effetti[609]. Tali associazioni, se non possiedono la personalità giuridica e operano nell'ambito delle persone giuridiche ecclesiastiche che le hanno fondate, non sono sottoposte al regime delle associazioni[610]. Si noti che la disposizione in esame si riferisce alle associazioni fondate dalle confessioni religiose e non dai singoli fedeli. Si tratta, quindi, di un tipo di organizzazioni create dalle autorità confessionali e, pertanto, assai vicino al concetto di organizzazione ecclesiastica, cioè il primo tipo di associazioni che abbiamo visto per la Chiesa Cattolica. Ciò non vuol dire che i fedeli delle confessioni iscritte nel Registro non possano fondare un'associazione. Essa sarà, però, sottoposta al regime comune delle associazioni.

 

 

5. Conclusioni

 

        Riassumendo possiamo affermare che la legislazione vigente mette a disposizione delle associazioni ad ispirazione religiosa due tipi di soggettività civile.

1) Le organizzazioni ecclesiastiche che mantengono uno stretto legame con l'autorità ecclesiastica che le ha create e ottengono la personalità civile con le modalità previste per le persone giuridiche ecclesiastiche. Sono, dunque, considerati in sede civile come facenti parte delle rispettive chiese.

2) Le organizzazioni confessionali che sono soggette alla legislazione comune sulle associazioni. Su queste associazioni l'autorità confessionale esercita il controllo in ordine alla loro conformità con la dottrina della confessione di appartenenza ed ha la facoltà di revocare la qualifica di confessionale. Le leggi non determinano le conseguenze civili di tale provvedimento. Si può presumere che l'associazione confessionale diventerà un'associazione comune soggetta pienamente alla Legge sulle associazioni. Solamente la Chiesa Evangelica d'Augsburg si riserva in tal caso il diritto di domandare all'autorità civile lo scioglimento dell'associazione. L'istanza viene presentata dal Concistoro al tribunale registrante[611].

 

 


Capitolo VI - Culto pubblico e assistenza religiosa

 

 

1. Introduzione

 

        La libertà religiosa non si esaurisce nel diritto di adottare una religione di propria scelta, o di non adottarne nessuna, ma include anche quello di comportarsi secondo i principi della propria religione e di diffonderne l'insegnamento.      

Tale diritto dei fedeli – proclamato nei documenti di diritto internazionale[612] – ha trovato il suo riconoscimento nella Costituzione del 1997 della Repubblica di Polonia.

"La libertà di religione include la libertà di professare o di adottare una religione di sua scelta e di manifestare individualmente o in comune con altri, sia in pubblico sia in privato, la propria religione, mediante il culto, la preghiera, l’osservanza dei riti, le pratiche e l’insegnamento. La libertà di religione include anche il possesso dei templi e degli altri luoghi di culto a seconda dei bisogni dei credenti nonché il diritto delle persone all’assistenza religiosa laddove si trovano"[613].

        Come abbiamo accennato nel capitolo primo, il contenuto del citato articolo corrisponde all'ambito del diritto di libertà religiosa delineato nei documenti internazionali dianzi ricordati. Lo scopo di questo capitolo è quello di analizzare come questo principio costituzionale abbia trovato il suo ulteriore sviluppo e la sua necessaria concretizzazione nelle singole leggi e nei regolamenti di esecuzione.

        Il presente capitolo si articolerà in paragrafi dedicati all'esercizio del culto pubblico e all'assistenza religiosa nelle strutture obbliganti.

 

 

2. Culto pubblico

 

Uno degli elementi fondamentali della dimensione comunitaria della libertà religiosa è costituito dalla facoltà – riconosciuta ai membri delle confessioni religiose e alle confessioni stesse – di svolgere in pubblico le attività di culto[614]. Dal momento che queste attività normalmente sono svolte da una assemblea dei fedeli, è ovvio che rientrano in qualche modo nell'interesse dello Stato che deve garantire la sicurezza ai cittadini e l'osservanza delle norme relative all'ordine pubblico. Per cui, nelle attività connesse con l'esercizio del culto pubblico bisogna distinguere tra il loro contenuto, che è soggetto esclusivamente alle autorità confessionali, e le modalità di svolgerle, che possono essere in certa misura controllate dalle autorità dello Stato, specialmente qualora si tratti delle attività svolte nei luoghi pubblici. Le autorità pubbliche dovranno, ad es., intervenire qualora le attività di culto saranno contrarie all'ordine pubblico o pregiudizievoli per la salute o la morale pubblica. Tale intervento deve, però, essere consentito espressamente dalla legge[615].

La problematica della libertà di esercitare le attività di culto comprende due questioni: il diritto di possedere i luoghi adibiti alla celebrazione dei riti religiosi e il diritto di celebrare liberamente le funzioni religiose sia nei summenzionati luoghi sia, a certe condizioni, fuori di essi. Il presente paragrafo sarà, quindi, diviso in due parti dedicate ai suddetti problemi.

 

 

2.1. Edifici sacri e cimiteri

 

La libertà religiosa comprende la possibilità di esercitare liberamente il culto e, quindi, di disporre di un adeguato numero di edifici adibiti alla celebrazione dei riti religiosi[616]. Tale diritto viene espressamente menzionato nella Costituzione: "La libertà religiosa comprende anche il possesso dei templi e altri luoghi di culto a seconda dei bisogni dei fedeli […]"[617]. A sua volta il Concordato afferma: "La Chiesa ha il diritto di costruire, ampliare e conservare edifici sacri ed ecclesiastici, nonché cimiteri – in conformità con la legislazione polacca"[618]. Queste affermazioni confermano quelle già contenute nella Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[619] e nelle leggi che disciplinano la situazione giuridica delle singole confessioni.

Occorre, però, sollevare che mentre il Concordato e le suddette leggi parlano del diritto delle confessioni religiose di costruire dei luoghi di culto, la Costituzione afferma che la libertà religiosa comprende il possesso dei luoghi di culto a seconda dei bisogni dei fedeli. Certamente questo articolo della Legge fondamentale non implica l'obbligo dello Stato di costruire dei luoghi di culto o di sovvenzionarne le costruzioni. Tuttavia, dal momento che il possesso dei templi è stato riconosciuto come parte integrante del diritto di libertà religiosa, che lo Stato deve garantire a tutti[620], si potrebbe ipotizzare un certo intervento delle autorità pubbliche volto ad agevolare la costruzione e manutenzione dei luoghi di culto. In ogni caso, occorre sottolineare che non esiste attualmente nel nostro ordinamento nessuna norma che proibisca il finanziamento delle confessioni religiose. Tale divieto non si può dedurre dall'obbligo delle autorità pubbliche di rimanere imparziali rispetto alle convinzioni religiose, giacché l'imparzialità non esclude i sostegni economici ma esige soltanto che siano distribuiti fra tutte le confessioni secondo i principi della giustizia.

        Attualmente, però, rimane ancora in vigore la disposizione della Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica – assente nelle leggi relative alle altre confessioni – la quale stabilisce che gli investimenti sacrali ed ecclesiastici[621] sono realizzati con i fondi propri delle persone giuridiche ecclesiastiche ad eccezione di quelle destinate alla pastorale militare o speciale svolta negli istituti statali. In proposito, occorre mettere in evidenza che il cimitero confessionale non è considerato dal legislatore come una costruzione sacrale o ecclesiastica[622]. I cimiteri sono considerati luoghi di pubblica utilità sui quali lo Stato esercita il controllo maggiore che sugli altri luoghi di culto, ma anche collabora maggiormente alla loro costruzione. Sono anche sovvenzionati dallo Stato il restauro e la ricostruzione dei monumenti storici appartenenti alla Chiesa.

Sia le costruzioni sacrali ed ecclesiastiche sia i cimiteri confessionali vengono presi in considerazione nella progettazione urbanistica del territorio, su richiesta del Vescovo diocesano o del superiore maggiore religioso[623]. Le norme analoghe sono state inserite nelle altre leggi ecclesiastiche.

        I luoghi destinati al culto ricevono una certa protezione giuridica. "Lo Stato garantisce l'inviolabilità dei luoghi destinati dall'autorità ecclesiastica competente all'esercizio del culto e alla sepoltura dei defunti, e solo per questo scopo"[624]. L'inviolabilità dei luoghi di culto significa che le autorità civili non possono destinarli ad altri usi senza il consenso delle autorità ecclesiastiche. Un'interpretazione di questo articolo – sollevata durante la discussione sulla ratifica del Concordato – secondo la quale l'inviolabilità dei cimiteri comportasse il diritto di rifiutare la sepoltura dei non cattolici, non trova fondamento nel testo del Concordato. Tuttavia, nella Dichiarazione del Governo del 15 aprile 1997 relativa all'interpretazione del Concordato[625] è stato espressamente detto che "il concetto di inviolabilità dei cimiteri, adoperato nell'art. 8, c. 3 del Concordato, non può essere inteso come il diritto di rifiutare la sepoltura nel cimitero cattolico di una persona appartenente ad un'altra confessione o non credente"[626]. Inoltre, la novella del 26 giugno 1997[627] della Legge 31 gennaio 1959 sui cimiteri e la sepoltura dei defunti[628] stabilisce che "nelle località in cui non esistono cimiteri comunali, l'amministrazione del cimitero confessionale è obbligata a rendere possibile, senza nessuna discriminazione, la sepoltura dei defunti di un'altra confessione o non credenti"[629]. L'obbligo di non discriminazione riguarda il luogo della sepoltura, la costruzione del monumento funebre e l'ammontare del canone; non riguarda invece, com'è ovvio, i riti religiosi della sepoltura che sono regolati dal diritto interno delle confessioni religiose[630].

        L'inviolabilità non riguarda soltanto la destinazione dei luoghi di culto, ma si estende anche ai possibili interventi delle autorità civili nei suddetti luoghi. Infatti, in linea di principio, le autorità pubbliche (forze d'ordine, vigili del fuoco, ecc.) non possono entrare nei edifici sacri e cimiteri senza avvisare previamente l'autorità ecclesiastica competente.

Senza tale avviso vi possono entrare solamente in casi urgenti, qualora il loro intervento "[…] fosse indispensabile per la difesa della vita, della salute e dei beni"[631].

In questo modo, ai luoghi destinati al culto sono state garantite l'autonomia e la protezione analoghe – anche se più attenuate[632] – a quelle di cui godono i terreni delle scuole superiori.

       

 

2.2. Esercizio del culto pubblico

 

        Per quanto riguarda le attività di culto è necessario distinguere tra quelle che si svolgono nei luoghi destinati esclusivamente a tale scopo e quelle che vengono organizzate negli altri luoghi pubblici. Nel primo caso la libertà delle confessioni religiose è piena. La Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica dispone che le funzioni religiose svolte nelle chiese, cappelle, edifici e terreni ecclesiastici nonché nei locali utilizzati dalle organizzazioni ecclesiastiche non devono essere notificate alle autorità pubbliche[633]. La stessa norma si applica ai cimiteri, anche comunali[634], e viene ripetuta nelle leggi relative alle altre confessioni religiose.

        Diverso è il caso delle attività di culto che sono svolte nei luoghi non destinati esclusivamente a tale scopo. Rientrano in questa categoria, innanzitutto, i pellegrinaggi e le processioni sulle strade pubbliche. Il concordato stabilisce che anche queste attività possono essere esercitate liberamente a meno che la legge non stabilisca diversamente[635]. In proposito, la Legge 5 luglio 1990 sulle riunioni[636] dispone che le sue norme non si applicano alle assemblee che "rientrano nel quadro delle attività della Chiesa Cattolica e delle altre confessioni religiose"[637]. Da parte sua, la Legge 20 luglio 1997 sul traffico stradale[638] stabilisce che le sue disposizioni attinenti alle manifestazioni svolte sulle strade pubbliche non si applicano ai pellegrinaggi e processioni che sono soggette alle norme speciali[639]. Le norme speciali al riguardo sono contenute nella Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. Secondo queste disposizioni la data e il percorso dei pellegrinaggi e delle processioni sulle strade pubbliche richiede un accordo[640] con le autorità competenti[641]. Le stesse norme si trovano nelle leggi relative alle altre confessioni religiose ad eccezione delle chiese Evangelica d'Augsburg ed Evangelica Riformata. La Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno precisa che anche le celebrazioni del battesimo all'aria aperta non richiedono la notificazione[642].

 

 

2.3. Giorni festivi

 

Il libero esercizio delle attività di culto richiede anche che i fedeli dispongano di un sufficiente tempo libero per parteciparvi. Si pone, così, il problema dei giorni festivi. In questo tema non si sono effettuati importanti cambiamenti negli ultimi anni. La Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica ha reintrodotto come giorno libero il 15 agosto – solennità dell'Assunzione della B.V. Maria. Il Concordato conferma la disciplina vigente e stabilisce un elenco dei giorni liberi che coincide con le più importanti festività della Chiesa Cattolica[643].

Per quanto riguarda le confessioni di minoranza il problema è più complesso. Proprio perché minoritarie, queste confessioni non possono pretendere che i loro giorni festivi siano liberi dal lavoro per l'intera società. Per far fronte alle necessità dei fedeli di queste confessioni è stato adoperato il sistema che consente loro di astenersi dal lavoro nei giorni richiesti dalla loro fede. Così, gli ebrei e gli avventisti hanno diritto di astenersi dal lavoro e dallo studio "dal tramonto del sole del venerdì al tramonto del sabato"[644]. I fedeli di tutte le confessioni hanno diritto di astenersi dal lavoro e dallo studio nei giorni stabiliti dalle leggi che definiscono i loro rapporti con lo Stato. Per quanto riguarda i membri delle confessioni iscritte nel Registro tale diritto è garantito dalla Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[645].

Solamente la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno stabilisce che questo diritto si attua mediante la richiesta presentata al datore di lavoro, il quale è tenuto di fissare al lavoratore un'orario personalizzato[646], mentre le altre leggi rimandano alle norme speciali al riguardo. Tali norme sono attualmente definite nel Decreto del 11 marzo 1999 dei Ministri del Lavoro e Politica Sociale e della Pubblica Istruzione[647]. Il diritto si attua con la presentazione della richiesta al datore di lavoro e comporta l'obbligo di recupero delle relative ore lavorative secondo le modalità stabilite dal datore di lavoro (§ 1, c. 1). Nel caso la festa ricorra ogni settimana il datore di lavoro è tenuto di fissare al lavoratore l'orario personalizzato (§ 1, c. 2). Le norme analoghe si applicano agli studenti (§ 2). Se questi sono minorenni, la relativa richiesta deve essere presentata dai genitori o tutori (§3 ).

Sembra che, sotto questo profilo, la libertà religiosa sia stata garantita a tutti in modo soddisfacente.

 

 

3. Assistenza religiosa nelle istituzioni pubbliche

 

        In coerenza con il principio della libertà religiosa, la Costituzione vigente prevede che i fedeli possano ricevere l'assistenza religiosa ovunque si trovino[648]. Tale affermazione assume il carattere rilevante specialmente nei confronti delle persone che si trovano, transitoriamente o stabilmente, nelle strutture in cui la loro libertà personale risulta limitata. Ciò può avvenire nelle forze armate, case di cura e istituti penitenziari. Analizzeremo in questo paragrafo la disciplina giuridica al riguardo.

 

 

3.1. Forze armate

 

3.1.1. Cenni storici

 

        Dopo la riconquista della indipendenza nel 1918 l'Ordinariato militare è stato istituito in Polonia il 5 febbraio 1919. Il Concordato del 1925 ne ha confermato l'esistenza[649]. L'Ordinariato si governava con il proprio statuto pubblicato il 27 febbraio 1926[650].

        Dopo la seconda guerra mondiale le autorità statali hanno deciso di non ripristinare l'attività della pastorale militare in forma di ordinariato. Al posto suo è stato creato il Decanato Generale dell'Esercito Polacco: una struttura composta da cappellani soggetti al Decano generale. I cappellani non avevano diritto di accedere alle caserme, venivano nominati dalle autorità statali senza consenso delle autorità ecclesiastiche e ricevevano la giurisdizione dai Vescovi diocesani. L'esercito polacco era l'unico nel Patto di Varsavia che possedeva i cappellani, tuttavia la loro presenza era praticamente priva di efficacia.

        L'esistenza della pastorale militare in forma di Decanato Generale è stata confermata nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. La Legge riconosce questa situazione come provvisoria e prevede l'istituzione dell'Ordinariato militare[651].

 

 

3.1.2. Ordinariato militare cattolico

 

        L'Ordinariato militare è stato ricostituito il 21 gennaio 1991[652]. Si governa con la costituzione apostolica Spirituali militum curae, Legge sui rapporti dello stato con la Chiesa Cattolica e il proprio statuto[653]. Il Concordato si limita a confermare la disciplina vigente[654]. Alla luce di questi testi normativi, la struttura e il funzionamento dell'Ordinariato militare cattolico si presentano in modo seguente.

        La cura pastorale dei militari di leva e di carriera è affidata al Vescovo castrense che svolge le sue funzioni coadiuvato dalla curia castrense e dai cappellani militari[655]. I cappellani – che possono essere incardinati nell'Ordinariato o svolgere il loro servizio temporaneamente – sono militari e formano un corpo distinto dei militari di carriera dell'esercito polacco[656]. Sotto il profilo organizzativo, l'Ordinariato si divide in decanati territoriali, che corrispondono alle circoscrizioni militari, e comprende anche un decanato personale per i cattolici di rito bizantino.

        Il corpo dei cappellani è composto sia dai sacerdoti incardinati nell'Ordinariato che da quelli che si dedicano alla pastorale militare pur essendo incardinati nella propria diocesi. L'Ordinariato possiede anche il proprio seminario dove si formano i candidati al sacerdozio.

 

 

3.1.3. Ordinariato militare ortodosso

 

        L'Ordinariato militare ortodosso è stato creato in base alla Legge 4 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa Polacca[657] e si governa con il proprio statuto stabilito dal Santo Sinodo il 28 dicembre 1992[658]. L'Ordinariato è governato dall'Ordinario militare ortodosso nominato dal Ministro della Difesa su proposta del Santo Sinodo[659]. I cappellani sono militari e formano un corpo distinto dei militari di carriera[660].

 

 

3.1.4. Ufficio evangelico per la pastorale militare

 

        L'Ufficio evangelico per la pastorale militare è stato creato dal Ministro della Difesa il 9 giugno 1995. La cura pastorale dei fedeli della Chiesa Evangelica d'Augsburg è affidata al Supremo cappellano militare nominato dal Ministro della Difesa su proposta del Concistoro[661]. L'Ufficio si governa con lo statuto varato dal Concistoro il 4 aprile 1997[662]. I cappellani sono militari di carriera e formano un corpo distinto degli ufficiali[663]. Nella struttura dell'Ufficio per la pastorale militare evangelica funziona anche il cappellano ecumenico che svolge le sue funzioni nei confronti dei militari appartenenti alle seguenti Chiese: riformata, metodista, battista e avventista.

 

 

3.1.5. La pastorale militare dei membri delle altre confessioni

 

        La libertà religiosa dei militari appartenenti alle altre chiese e confessioni religiose è tutelata dalla Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione. Essa prevede che il diritto di partecipare alle celebrazioni religiose e di osservare le prescrizioni della propria religione spetta anche ai militari[664]. Per le modalità concrete dell'esercizio di questo diritto la Legge rimanda alle norme speciali[665]. Tali norme sono state inserite nelle leggi relative alle singole confessioni religiose. I loro membri che svolgono il servizio militare possono partecipare alle celebrazioni religiose nei giorni di festa, se ciò non coincide con gli importanti obblighi d'ufficio e se nei dintorni della caserma si trova un'edificio di culto della relativa confessione. Viene inoltre garantito l'accesso alle caserme ai ministri di culto autorizzati dalle autorità confessionali d'intesa con il Ministro della Difesa.

        Sembra che tale organizzazione della pastorale militare garantisca in modo sufficiente la libertà religiosa dei militari e, allo stesso tempo, tenga conto del fatto che, data la esiguità di alcune confessioni religiose, non sarebbe possibile che tutte avessero i propri cappellani.

 

       

          3.2. Strutture obbliganti

 

        Le questioni attinenti all'assistenza religiosa nelle strutture obbliganti sono state regolamentate nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e successivamente nelle analoghe leggi relative alle chiese e confessioni non cattoliche. Le disposizioni legislative sono state poi integrate con dei regolamenti esecutivi che definiscono i particolari della disciplina. Il Concordato, anche in questo caso, non introduce una nuova normativa, ma si limita a confermare quella esistente[666].

 

 

3.2.1. Ospedali, case di cura e centri sociali

 

        L'assistenza religiosa viene garantita in tutti gli istituti nei quali la libertà personale è in qualche modo limitata (ospedali, sanatori, case di cura, centri sociali, ecc.). Alle persone che soggiornano in questi centri viene riconosciuto e garantito il diritto alle pratiche religiose e all'assistenza spirituale. I dirigenti dei centri in questione sono obbligati a creare le condizioni materiali per lo svolgimento delle pratiche religiose destinando a tale scopo delle sale in cui possono essere istituite le cappelle.

        L'assistenza religiosa viene concepita in questo caso come il soddisfacimento dei bisogni religiosi degli individui e viene elencata nella lista delle attività svolte dalla casa di cura sotto la posizione: servizi assistenziali[667].

        I cappellani vengono nominati su proposta delle autorità ecclesiastiche competenti. La Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica stabiliva che il lavoro dei cappellani negli istituti penitenziari venisse svolto gratuitamente[668]. Il cappellano nelle altre strutture obbliganti dovrebbe, quindi, essere retribuito. Tale ragionamento trova la sua conferma nel Decreto del 19 luglio 1996 del Ministro del Lavoro e della Politica Sociale[669] recante le norme sulla retribuzione dei dipendenti delle case di cura gestite dagli organi dell'amministrazione pubblica, nel quale il cappellano si trova sull'elenco delle persone stipendiate[670].

 

 

 

3.2.2. Istituti penitenziari

 

        L'assistenza religiosa negli istituti penitenziari è stata regolamentata in modo organico nel Codice penale esecutivo del 6 giugno 1997 che ha abrogato le disposizioni al riguardo contenute nelle leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose[671]. L'art. 106 del Codice stabilisce:

"Il detenuto ha il diritto di esercitare le pratiche religiose, di ricevere l'assistenza religiosa, di partecipare personalmente alle funzioni celebrate nell'istituto penitenziario nei giorni festivi e di ascoltare quelle trasmesse dai mezzi di comunicazione nonché di possedere libri, pubblicazioni e oggetti necessari a tale fine "[672].

La libertà religiosa riconosciuta al detenuto non riguarda solo l'assistenza, ma comprende anche una partecipazione più attiva alla vita della propria confessione religiosa. Stabilisce, infatti, il secondo paragrafo del citato articolo:

"Il detenuto ha il diritto di partecipare all'insegnamento della religione, impartito nell'istituto penitenziario, di partecipare all'attività caritativa e sociale svolta da una chiesa o un'altra confessione religiosa, nonché di avere incontri individuali con il ministro di culto della propria chiesa o confessione religiosa. I ministri di culto possono visitare i detenuti nei locali in cui essi dimorano".

Queste disposizioni del Codice sono state integrate dalle norme esecutive contenute nel Decreto del 5 novembre 1998 del Ministro della Giustizia[673]. Le celebrazioni religiose e gli incontri con cappellano hanno luogo nella cappella o un altro locale adatto secondo le modalità stabilite dal direttore con i cappellani delle confessioni religiose che prestano il servizio nell'istituto[674]. I direttori degli istituti penitenziari stipulano il contratto con il cappellano sulla base dell'autorizzazione rilasciata dalla competente autorità confessionale[675]. Non è stata ripetuta la clausola affermante che il servizio viene svolto gratuitamente. Il cappellano è tenuto ad osservare il regolamento dell'istituto e le norme relative al segreto di ufficio e quello di Stato[676].

        Oltre all'assistenza religiosa, ai detenuti viene anche garantita, nei limiti del possibile, un'alimentazione conforme alle loro convinzioni religiose o culturali[677].

        Non è chiaro se l'iniziativa di organizzare il servizio di assistenza religiosa negli istituti penitenziari spetti alle autorità di Stato o delle confessioni religiose. Tuttavia, dal momento che la Guardia Carceraria ha l'obbligo di garantire ai detenuti l'assistenza religiosa[678] e le confessioni religiose non devono necessariamente sapere che i loro membri si trovano in un determinato istituto, sembra che l'iniziativa spetti ai dirigenti degli istituti penitenziari.

 

 

 

3.2.3. Assistenza religiosa alle persone minorenni

 

 

        Una particolare attenzione deve essere dedicata all'esercizio del diritto di libertà religiosa da parte delle persone minorenni che soggiornano nelle strutture obbliganti o prendono parte alla villeggiatura collettiva. Si tratta di garantire a questi bambini e giovani una educazione conforme alle convinzioni e alla volontà dei loro genitori e di rendere loro possibile, sempre in conformità alla volontà dei genitori, la partecipazione alle pratiche religiose della confessione di appartenenza.

        Il diritto dei minorenni di professare la propria fede anche qualora si trovino nelle strutture obbliganti – spesso negato o comunque reso difficile nel periodo della Polonia Popolare – ha trovato un suo primo riconoscimento nella Legge 17 maggio 1989 sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[679] e, in modo più specifico, nelle leggi sui rapporti dello Stato con le singoli confessioni religiose. Il Concordato del 1993 si è limitato ha confermare la disciplina esistente[680]. I particolari della disciplina, specialmente i relativi obblighi degli istituti in cui vengono a trovarsi i bambini e i giovani, sono stati successivamente definiti dalle norme di attuazione.

Le prime disposizioni normative in tal senso si trovano nell'Ordinanza del 3 luglio 1992 del Ministro della Pubblica Istruzione[681] che è stata emanata in base alla delega contenuta nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e nella Legge 14 luglio 1991 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Autocefale Ortodossa ma si applica anche ai fedeli delle altre confessioni religiose[682]. Secondo queste disposizioni i giovani che prendono parte alla villeggiatura collettiva hanno diritto all'esercizio delle pratiche religiose in conformità alla volontà dei loro genitori o tutori (§1). Tale diritto comprende la partecipazione alla liturgia domenicale e agli incontri con i rappresentanti della loro confessione (§ 2) nonché agli esercizi spirituali quaresimali, se la loro confessione stabilisce tale obbligo (§ 3). Inoltre, nella casa dove abitano possono esserci delle croci e altri simboli religiosi (§ 4). La partecipazione o no alle pratiche religiose non può essere causa di discriminazione o di intolleranza (§ 5).

        Le disposizioni analoghe sono state successivamente emanate per alcune delle altri confessioni religiose. L'Ordinanza del 28 novembre 1995 del Ministro della Pubblica Istruzione e del Ministro della Sanità e Previdenza Sociale ha disciplinato l'esercizio delle pratiche religiose e la partecipazione all'insegnamento religioso da parte dei fanciulli e dei giovani appartenenti alla Chiesa Evangelica d'Augsburg. I tre decreti emanati dai medesimi ministri il 14 ottobre 1996 riguardano i minorenni delle Chiese: Metodista, Battista e Cattolica Polacca. Infine, con il decreto 2 ottobre 1997 è stata regolamentata l'organizzazione dell'insegnamento religioso e delle pratiche religiose dei bambini e giovani della Chiesa Pentecostale.

        Le norme dettate dai suddetti regolamenti sono del tutto uguali a quelle previste dall'Ordinanza del 3 luglio 1992. Le differenze riguardano solamente la terminologia utilizzata per designare le attività di culto e di insegnamento religioso che è quella della relativa confessione religiosa.

 

 

 

          3.3. Osservazioni finali

 

 

        Da quanto è stato detto sopra è possibile ricavare alcune conclusioni di carattere generale. Innanzitutto, bisogna dire che l'assistenza religiosa nelle strutture obbliganti viene concepita dal legislatore come una parte integrale dei servizi che le suddette strutture devono offrire ai pensionanti. Non si tratta, perciò, di una concessione di privilegi alle confessioni religiose, ma di riconoscimento del diritto delle persone ad una assistenza integrale che includa anche il soddisfacimento dei loro bisogni religiosi. Questo è uno dei modi in cui si realizza il principio di cooperazione tra lo Stato e la Chiesa per il bene dell'uomo[683].

Bisogna anche rilevare che tale atteggiamento delle istituzioni pubbliche è privo di ogni sorta di confessionalismo, in quanto assicura l'assistenza religiosa ai fedeli di tutte le confessioni religiose, mentre non lo impone a nessuno. Ovviamente, le modalità di organizzare il servizio dei cappellani saranno diverse a seconda del numero dei fedeli di una determinata confessione, ma tali ragionevoli differenze non possono, in nessun modo, essere considerate discriminanti. Inoltre, essendo l'assistenza religiosa concepita come soddisfacimento dei bisogni religiosi delle persone, viene evitato il pericolo di strumentalizzare la religione per raggiungere gli obbiettivi educativi.

 


Capitolo VII - Religione e cultura

 

 

 

        Le questioni che ci proponiamo di analizzare in questo capitolo riguardano i seguenti settori: insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, scuole confessionali primarie e secondarie, istruzione universitaria. Quest'ultima problematica comprende due questioni distinte: la possibilità di istituire dei centri accademici a carattere confessionale e la presenza delle facoltà di teologia presso le università statali. Alla fine si farà anche un cenno alla presenza della religione nei mezzi di comunicazione sociale.

 

 

1. Insegnamento della religione nelle scuole pubbliche

 

1.1. Cenni storici

 

Nella Polonia interbellica, in base alla Costituzione del 17 marzo 1921, l'insegnamento della religione era obbligatorio, per gli studenti che non hanno compiuto diciotto anni, in tutte le scuole sovvenzionate completamente o parzialmente dallo Stato o dalle autonomie locali. L'insegnamento si svolgeva sotto il controllo delle relative confessioni religiose[684]. Per quanto riguarda le scuole private, esse non erano obbligate ad impartire l'insegnamento religioso ai propri studenti. Ciononostante, in parte perché di solito erano gestite dagli enti confessionali, in parte perché realizzavano i programmi imposti alle scuole pubbliche, le scuole private impartivano l'insegnamento della religione[685].

        Il Concordato del 10 febbraio 1925 ha disciplinato l'insegnamento della religione nel modo seguente:

"Dans toutes les écoles publiques, à l'exception des écoles supérieures[686], l'enseignement religieux est obligatoire. Cet enseignement sera donné à la jeunesse catholique par des maîtres nommés par les autorités scolaires, qui les choisiront exclusivement parmi les personnes autorisées par les Ordinaires à enseigner la Religion. Les autorités ecclésiastiques compétentes surveilleront l'enseignement religieux en ce qui concerne son contenu et la morale des enseignants"[687].

Oltre a dettare le norme specifiche concernenti l'insegnamento della religione cattolica, il Concordato esige che l'insegnamento religioso sia impartito in tutte le scuole pubbliche, vale a dire anche in quelle che, pur non essendo finanziate con il denaro pubblico, hanno ottenuto i diritti delle scuole pubbliche. In questo modo la disposizione concordataria ha ampliato quella costituzionale[688]. Tale interpretazione della norma concordataria è stata sancita nel Decreto del 9 dicembre 1926 del Ministro delle Confessioni Religiose e della Pubblica Istruzione[689] relativo alla messa in opera dell'insegnamento religioso[690]. Il medesimo Decreto ha reso obbligatorie pure alcune pratiche religiose e ha affidato ai sacerdoti addetti all'insegnamento della religione il compito di vigilare sulla vita spirituale e morale degli studenti[691].

Dopo la seconda guerra mondiale è stato avviato il processo di laicizzazione della scuola. Con la Circolare del 15 settembre 1945 del Ministro dell'Istruzione Pubblica l'insegnamento della religione è stato reso facoltativo[692] e negli anni successivi veniva gradualmente eliminato dalle scuole pubbliche.

        Nell'Accordo del 14 aprile 1950 tra il Governo e l'Episcopato, il Governo ha dichiarato di non avere intenzione di peggiorare lo stato dell'insegnamento della religione nelle scuole[693]. Tuttavia, la proclamazione della separazione della Chiesa dallo Stato[694] nella Costituzione del 22 luglio 1952, rendeva la presenza della religione nella scuola sempre più problematica. Il processo di eliminazione dell'insegnamento religioso dalla scuola è stato definitivamente compiuto con la Legge 15 luglio 1961 sullo sviluppo del sistema scolastico[695] che ha sancito il carattere laico della istruzione[696].

        Non si trattava, però, di una semplice eliminazione dell'insegnamento della religione dalla scuola. La Legge 15 aprile 1961 sottometteva al controllo delle autorità scolastiche ogni tipo di attività educativa, comprese quelle svolte fuori della scuola. In questo modo. l'insegnamento della religione nei centri di catechismo, organizzati dalla Chiesa, è stato sottomesso al controllo statale. Le lezioni di religione non potevano coincidere con i tempi dell'impegno scolastico e l'insegnante doveva essere autorizzato dalle autorità scolastiche[697].

        Tale situazione è durata fino all'inizio degli anni Ottanta quando il problema è stato parzialmente risolto con due provvedimenti governativi: l'Ordinanza del 23 ottobre 1981 del Ministro della Pubblica Istruzione che recava le norme relative all'insegnamento della religione nei centri di catechismo e l'Istruzione del 3 marzo 1982 del Ministro della Sanità e della Previdenza Sociale recante le norme sulla catechesi dei fanciulli ricoverati in centri di assistenza[698]. L'Ordinanza riconosce che l'insegnamento della religione è una questione interna delle chiese e confessioni religiose ma obbliga i direttori delle scuole a fornire ai parroci le informazioni sull'orario scolastico al fine di facilitare la sistemazione dell'orario della catechesi (§ 1). L'Istruzione riconosce il diritto dei bambini ricoverati di partecipare alle attività catechistiche nei centri di catechismo (§ 2) oppure in un locale dell'istituto assegnato a tale scopo dal direttore (§ 3).

Emerge da queste disposizioni "una sostanziale rinuncia agli strumenti giurisdizionalistici di controllo delle attività ecclesiastiche"[699]. Inizia così il periodo di una lenta evoluzione dell'atteggiamento dello Stato nei confronti dell'insegnamento della religione che si concluderà con l'introduzione di questo nel quadro delle attività scolastiche.

 

 

1.2. Introduzione dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche

 

Le leggi ecclesiastiche promulgate il 17 maggio 1989 hanno confermato la disciplina allora vigente. La Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione e la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica affermano il diritto delle chiese e confessioni religiose di impartire l'insegnamento della religione e di educare religiosamente i fanciulli e i giovani in accordo con le scelte compiute dai loro genitori o tutori legali. Tale insegnamento doveva svolgersi nei centri di catechismo gestiti dalle confessioni religiose o nei locali destinati a tal fine da chi aveva il diritto di disporne[700]. Con quest'ultima disposizione si permetteva che l'insegnamento della religione si svolgesse anche fuori degli edifici sacri, nelle aule prese in affitto. A causa degli avvenimenti politici che nel 1989 hanno provocato il cambiamento dell'assetto costituzionale del Paese, questa situazione non è durata a lungo.

        Il 27 giugno 1990 la Commissione Congiunta dei rappresentanti del Governo e della Conferenza episcopale polacca[701] ha deciso che l'insegnamento della religione sarebbe stato introdotto nelle scuole a partire dall'anno scolastico 1990/91 ed ha incaricato una sottocommissione a definire i particolari della questione. Il documento elaborato dalla sottocommissione è stato pubblicato il 3 agosto 1990 come circolare del Ministro della Pubblica Istruzione[702]. Con questa circolare si introduceva l'insegnamento della religione cattolica in tutte le scuole primarie e secondarie[703]. Il 24 agosto 1990 è stata emanata un'altra circolare con la quale si introduceva l'insegnamento della religione impartito dalle confessioni religiose diverse dalla cattolica.

        L'insegnamento aveva il carattere facoltativo. I genitori dovevano, all'atto di iscrizione del fanciullo alla scuola, presentare una dichiarazione riguardante l'insegnamento della religione. Nelle scuole secondarie la relativa dichiarazione poteva essere anche presentata dagli stessi studenti. La circolare non dice nulla rispetto ai casi di discordanza tra la volontà dei genitori e quella degli studenti. Gli insegnanti della religione dovevano avere il mandato rilasciato dal Vescovo diocesano. Non era necessario che fossero in possesso delle qualifiche professionali previsti dalla legge per gli insegnanti delle altre materie. Venivano remunerati dalla scuola e avevano tutti i diritti dell'insegnante, non potevano, però, assumere l'incarico dell'educatore della classe. I sacerdoti e i diaconi che insegnavano la religione non ricevevano la remunerazione. Tale "soluzione provvisoria, dettata dalla situazione economica dello Stato"[704] si è protratta in realtà per sette anni pur rimanendo in palese contrasto con le disposizioni del Codice di lavoro[705]

        Dalla prospettiva giuridica entrambe le circolari non erano senza difetti. Dal momento che la Legge 15 luglio 1961 sul sistema scolastico – dichiarante il carattere laico della scuola – era ancora in vigore,    le circolari erano in contrasto con la legge. In base al principio dello Stato democratico di diritto[706] – il quale obbliga gli organi pubblici di agire in base alla legge e nei limiti definiti dalla legge – il Difensore dei Diritti del Cittadino ha impugnato le circolari davanti al Tribunale Costituzionale adducendo che la loro emanazione andava oltre le competenze del ministro e le loro disposizioni erano in contrasto con la Legge sul sistema scolastico e con la Costituzione stessa. Il Tribunale Costituzionale, con la sentenza del 30 gennaio 1991, ha respinto le argomentazioni del Difensore. I giudici hanno riconosciuto la competenza del Ministro della Pubblica Istruzione di introdurre l'insegnamento della religione nelle scuole in base all'art. 19 della Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e art. 20 della Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione. Entrambi questi articoli affermano, infatti, che l'insegnamento della religione può svolgersi nei locali destinati a tal fine dalle persone aventi il diritto di disporne[707]. Inoltre, il Tribunale ha affermato che le leggi richiamate dal Difensore sono in contrasto sia con le norme di diritto internazionale relative al diritto dei genitori di educare i figli in conformità con le loro convinzioni sia con il principio dello Stato democratico di diritto e ha chiesto alla Dieta di cambiare la Legge sul sistema scolastico[708].

 

 

1.3. Insegnamento della religione nel diritto vigente

 

1.3.1. Fondamento giuridico

 

        L'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche trova attualmente il suo fondamento nella Costituzione, nelle norme di diritto internazionale, nel Concordato e nella Legge 7 settembre 1991 sul sistema scolastico.

        Secondo la Costituzione i genitori hanno il diritto di garantire ai figli l'educazione e l'istruzione morale e religiosa in conformità con le sue convinzioni[709]. Questo diritto non è assoluto, giacché i genitori, nell'educare il fanciullo, devono tener conto della sua maturità e prendere in considerazione la sua libertà religiosa e le sue convinzioni[710]. La Costituzione afferma anche la possibilità dell'insegnamento della religione nelle scuole, aggiungendo che tale insegnamento non può

ledere la libertà di coscienza e di religione delle altre persone[711]. Con "altre persone" bisogna, probabilmente, intendere quelle che non partecipano al detto insegnamento. In proposito, occorre rilevare che la libertà di coscienza e di religione dei non partecipanti non può considerarsi lesa per il semplice fatto che nella scuola si impartiscono delle lezioni di religione a quanti desiderano parteciparvi.

        La Legge sul sistema scolastico richiama espressamente nel preambolo i seguenti documenti di diritto internazionale: Dichiarazione universale dei diritti umani, Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, Convenzione sui diritti del fanciullo. Mentre i primi due documenti affermano il diritto dei genitori di educare i figli in conformità con le loro convinzioni[712], il terzo riconosce al fanciullo il diritto di libertà religiosa e ai genitori il diritto-dovere di guidarlo nel suo esercizio[713].

        Questi generici appelli della comunità internazionale al diritto dei genitori di educare i figli in conformità con le loro convinzioni religiose e morali sono stati attuati sia attraverso il riconoscimento del diritto delle confessioni religiose di istituire le proprie scuole – di cui ci occuperemo più avanti – sia tramite l'istituzione dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.

L'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche trova il suo fondamento diretto nelle disposizioni della Legge 7 settembre 1991[714] sul sistema scolastico[715]. L'art. 12 di questa Legge stabilisce:

"Centri prescolastici, scuole elementari e ginnasi pubblici organizzano l'insegnamento della religione su richiesta dei genitori; scuole sopraginnasiali[716] pubbliche l'organizzano su richiesta dei genitori o degli studenti. Raggiunta la maggiore età la decisione se ricevere o no l'insegnamento della religione spetta agli studenti stessi".

È da notare che l'attuale versione di questo articolo – fissata con la Legge 25 luglio 1998 – non menziona nessun fondamento su cui poggia l'insegnamento della religione nella scuola, mentre la versione precedente si riferiva esplicitamente al diritto dei genitori all'educazione religiosa dei figli. Tale cambiamento si può spiegare con il fatto che il diritto dei genitori di educare i figli in conformità con le loro convinzioni è attualmente garantito dalla Costituzione[717].

Il Concordato (art. 12) non aggiunge molte norme nuove alla disciplina vigente. Viene solamente stabilito che l'insegnamento della religione debba essere impartito anche nei centri prescolastici. Secondo il Concordato l'insegnamento della religione deve essere organizzato in conformità alla volontà degli interessati. Tale espressione ha sollevato qualche obbiezione da parte della dottrina. È stato infatti osservato che con interessati si potrebbero intendere le autorità statali ed ecclesiastiche o addirittura solo queste ultime. Tale interpretazione non è conforme al contesto dal quale risulta che i soggetti abilitati a decidere circa l'insegnamento della religione sono gli stessi di cui si parla nella Legge sul sistema scolastico, ossia i genitori e i figli nei casi stabiliti dalla suddetta Legge[718]. È ugualmente infondata l'opinione di Pietrzak[719] secondo cui il Concordato avrebbe tolto agli studenti cattolici delle scuole sopraelementari il diritto – di cui godono i loro colleghi non cattolici – di scegliere da soli se avvalersi o no dell'insegnamento della religione. Dal testo del Concordato non risulta che tale diritto sia riconosciuto ai soli genitori o tutori. Pertanto, le disposizioni ai riguardo della Legge sul sistema scolastico conservano il loro valore.

Bisogna, tuttavia, riconoscere che il senso dell'espressione concordataria: in conformità alla volontà degli interessati, non è lo stesso che quello dell'affermazione: su richiesta dei genitori, che si trova nella Legge sul sistema scolastico. In base a quest'ultima espressione, l'iniziativa spetta ai genitori, quella del Concordato permette ai dirigenti delle scuole di assumere l'iniziativa al riguardo, mentre è sufficiente che i genitori non vi si oppongano.

Rispetto ai soggetti obbligati ad organizzare l'insegnamento della religione, è da segnalare la differenza tra i due testi – italiano e polacco, entrambi autentici – del Concordato. In entrambe le versioni lo Stato garantisce[720], alle persone interessate, l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Successivamente il concetto di scuola pubblica viene precisato. Nel testo polacco si parla delle scuole e centri prescolastici gestiti dagli organi dell'amministrazione dello Stato e delle autonomie locali (organy administracji państwowej i samorządowej). Nel testo italiano si fa riferimento alle scuole e centri prescolastici gestiti dagli organismi dell'amministrazione civile o autogestiti. Orbene, il concetto di amministrazione civile comprende, senz'altro, l'intera amministrazione pubblica, vale a dire sia gli enti dell'amministrazione statale sia quelli delle autonomie locali. Con le scuole autogestite bisogna invece intendere quelle che sono gestite dalle persone fisiche o dagli organismi diversi dagli enti dell'amministrazione pubblica. Dal momento che anche queste scuole possono essere pubbliche[721], il testo italiano del Concordato si riferisce ad una cerchia più ampia delle scuole. In ogni caso la Legge sul sistema scolastico obbliga tutte le scuole pubbliche ad organizzare l'insegnamento della religione su richiesta dei genitori o degli studenti.

 

 

1.3.2. Organizzazione dell'insegnamento religioso

 

Le modalità dell'organizzazione dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche sono state definite nel Decreto 14 aprile 1992 del Ministro della Pubblica Istruzione[722]. Il Tribunale Costituzionale è stato chiamato a pronunciarsi anche su questo decreto. Il Difensore dei Diritti del Cittadino riteneva che il decreto avesse violato: Costituzione, Legge sul sistema scolastico, Codice di lavoro, norme che garantiscono il carattere neutrale dello Stato, diritto di non dichiarare le proprie convinzioni, uguaglianza dei bambini. Il Tribunale, nella sentenza del 20 aprile 1993, ha affermato la legalità del decreto riconoscendo, tuttavia, la fondatezza di alcune obbiezioni del Difensore[723]. In particolare si trattava di due disposizioni: una prevedeva che la revoca dell'autorizzazione per insegnare la religione rescindesse ipso facto il rapporto di lavoro e l'altra secondo la quale anche i genitori di cui figli partecipavano alle lezioni della religione svolte fuori del sistema scolastico, dovessero fare una dichiarazione relativa a questo insegnamento[724].

Per adeguarlo al nuovo assetto del sistema scolastico il decreto è stato novellato con il Decreto del 30 giugno 1999 del medesimo ministro[725].

Secondo queste disposizioni le scuole sono obbligate ad organizzare l'insegnamento di una religione per un numero non inferiore a sette persone della stessa classe. Se il numero degli studenti iscritti alle lezioni di una data religione è inferiore, l'insegnamento viene organizzato in un gruppo interscolastico oppure in un centro di catechismo. In questo caso il numero dei partecipanti non deve essere inferiore a tre[726].

Contro queste disposizioni ministeriali si è obbiettato che il numero degli studenti richiesti per organizzare l'insegnamento della religione non è previsto dal Concordato, e nemmeno dalla legge. Ci si può, dunque, chiedere se il Ministro della Pubblica Istruzione non è andato oltre le sue competenze togliendo ad alcuni studenti un diritto che la legge loro garantisce. Per di più, tale soluzione, penalizzando le confessioni minoritarie, potrebbe essere considerata come una discriminazione per motivi religiosi[727]. In proposito occorre notare che la Legge 7 settembre 1991 sul sistema scolastico autorizza, in modo generico, il Ministro della Pubblica Istruzione a determinare, d'intesa con i rappresentanti delle confessioni religiose, le modalità e le condizioni dell'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche[728]. Ci sembra possibile affermare che nell'ambito di questa autorizzazione rientri anche la facoltà di fissare il numero minimo dei partecipanti. La determinazione di tale numero – espressamente prevista dalla legge nei confronti delle attività scolastiche volte alla conservazione dell'identità nazionale, etnica, linguistica e religiosa degli studenti[729] – è senza dubbio giustificata dai motivi organizzativi e non può essere considerata come violazione dei diritti delle minoranze.

        Per quanti non si avvalgono dell'insegnamento della religione il decreto prevede, come materia alternativa ma ugualmente facoltativa, l'insegnamento dell'etica[730]. Occorre rilevare che tale materia non è prevista dalla legge e trova il fondamento della sua esistenza soltanto nel summenzionato decreto.

Gli studenti che si avvalgono dell'insegnamento della religione hanno diritto a tre giorni successivi liberi per partecipare agli esercizi spirituali quaresimali, se la loro religione stabilisce tale obbligo. Il termine degli esercizi deve essere notificato al direttore della scuola almeno un mese in anticipo. Se in una determinata scuola si insegnano diverse religioni, le relative confessioni dovrebbero concordare un termine comune per gli esercizi spirituali[731].

        Nelle aule scolastiche può essere appesa una croce. È anche possibile che prima e dopo le lezioni si reciti una preghiera[732]. In entrambi i casi non si stabilisce a chi spetta iniziativa.

        Il voto che lo studente ha ottenuto frequentando le lezioni della religione o della etica si mette nel certificato scolastico senza indicare la materia[733]. Tale soluzione è stata adoperata per "eliminare le eventuali manifestazioni dell'intolleranza […]"[734]. Inoltre, il volto non influisce sulla promozione dello studente. Com'è stato detto sopra, secondo le disposizioni del decreto del Ministro della Pubblica Istruzione occorrono sette studenti della stessa classe perché ci sia l'insegnamento della religione nella scuola e ne sono necessari almeno tre perché si possa organizzare l'insegnamento in un gruppo interscolastico o in un centro di catechismo. Se quest'ultimo fa parte dell'ordinamento scolastico gli studenti ricevono il voto che viene messo sul certificato scolastico. Vi sono, però, dei centri di insegnamento della religione gestiti dalle confessioni religiose e non appartenenti alla organizzazione scolastica[735]. La novella del 26 giugno 1997 della Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione ha tolto la possibilità che il voto ottenuto in questi centri fosse messo nel certificato scolastico. Prima di firmare la novella il Presidente della Repubblica ha chiesto al Tribunale Costituzionale l'esame di questa disposizione sotto il profilo di uguaglianza delle confessioni garantito dalla Costituzione. Il Tribunale, nella sentenza del 5 maggio 1998, ha affermato la conformità della novella con la Costituzione[736].

        L'insegnamento è controllato dal punto di vista pedagogico dalle competenti autorità scolastiche. I risultati del controllo possono essere comunicati alle autorità confessionali. Oltre a ciò, hanno il diritto di ispezionare le lezioni della religione anche le persone designate dalle autorità confessionali. La lista di queste persone deve essere trasmessa alle autorità scolastiche[737].

        Il decreto del 30 giugno 1999 è stato emesso d'intesa con le chiese che svolgono l'insegnamento della propria religione nelle scuole pubbliche. In base all'elenco delle chiese consultate, che segue la firma del ministro, è possibile constatare che l'insegnamento della religione viene impartito nelle scuole pubbliche – o comunque nel quadro del sistema scolastico – dalle seguenti chiese: Cattolica, Ortodossa, Avventista, Evangelica d'Augsburg, Evangelica Metodista, Evangelica Riformata, Cattolica Polacca, Chiesa dei Cristiani Liberi, Chiesa dei Cristiani Battisti, Veterocattolica dei Mariaviti, Chiesa delle Assemblee di Cristo, Chiesa dei Cristiani di Fede Evangelica, Chiesa dei Cristiani Evangelici, Chiesa Pentecostale, Chiesa di Dio in Cristo.

 

 

1.3.3. Condizione dell'insegnante della religione

 

L'insegnante della religione è sottoposto alle disposizioni della Carta dell'Insegnante[738]. Gode, quindi, di tutti i diritti ed è soggetto a tutti gli obblighi dell'insegnante nella scuola pubblica. L'unica eccezione da questo principio è costituita dal divieto di assumere l'incarico dell'educatore della classe[739]. Per contro, non vi è nessun divieto di assumere le cariche direttive. Tuttavia, se lo scopo del divieto di assumere l'incarico dell'educatore è quello di non creare la situazione in cui l'insegnante di religione potrebbe esercitare un'influsso sulla educazione anche di quegli studenti che non si avvalgono dell'insegnamento religioso, allora bisogna riconoscere che esista una certa incompatibilità anche tra la funzione di docente della religione e gli incarichi direttivi.

Gli insegnanti della religione – sacerdoti compresi – devono avere un'autorizzazione rilasciata dal Vescovo diocesano, nel caso degli insegnanti della religione cattolica, o dalle autorità confessionali competenti, nel caso delle altre confessioni religiose[740]. L'autorizzazione è valida solo per una determinata scuola e può essere ritirata. La revoca deve essere notificata alle autorità scolastiche e comporta l'estinzione del rapporto di lavoro a partire dall'inizio del mese successivo[741]. L'insegnante riceve l'indennità di licenziamento pari ad uno stipendio mensile per ogni anno di lavoro ma non più di tre stipendi mensili[742]. Se l'autorizzazione viene ritirata nel corso dell'anno scolastico, per il periodo restante dell'anno le autorità confessionali possono designare un altro insegnante assumendo i relativi costi[743]. Dal testo del decreto non risulta chiaro se in questo caso la confessione sia obbligata a remunerare l'insegnante o soltanto a pagare le spese relative al cambiamento degli insegnanti.

        Le qualifiche professionali degli insegnanti della religione devono essere definite dagli accordi tra il Ministro della Pubblica Istruzione e le autorità competenti delle confessioni religiose[744]. Tali accordi sono stati conclusi con la Conferenza episcopale polacca (8 giugno 1993)[745], con le chiese appartenenti al Consiglio ecumenico polacco (24 ottobre 1994)[746] e con l'Amministrazione della Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno (13 febbraio 1995)[747].

        Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica – altri due accordi contengono disposizioni analoghe – sono abilitati ad insegnare la religione cattolica[748]:

1) nelle scuole sopraelementari: sacerdoti diocesani e religiosi, laici o religiosi che hanno compiuto gli studi universitari in teologia con la preparazione pedagogica, seminaristi dopo aver compiuto il quinto anno di studi, laici o religiosi che hanno compiuto gli studi universitari senza la preparazione teologica o pedagogica ma successivamente l'hanno completata o la stanno completando.

2) nelle scuole elementari e nei centri prescolastici: le persone indicate nel punto precedente, laici e religiosi che hanno compiuto gli studi teologici presso un'istituto teologico istituito secondo le disposizioni della CEP, le persone che stanno completando tali studi.

        Emerge da queste disposizioni il problema della mancanza degli insegnanti qualificati. C'è da augurarsi che con il passare del tempo la situazione migliori e l'insegnamento religioso potrà essere affidato ai laureati in teologia (o catechetica) con la preparazione pedagogica. In questo modo le qualifiche professionali degli insegnanti della religione diventerebbero pari a quelli richiesti per le altre materie[749].

        L'autorizzazione per l'insegnamento della religione cattolica rilasciata dal Vescovo diocesano costituisce la prova del possesso della preparazione teologica e pedagogica[750]. Sembra che all'autorizzazione sia stato attribuito un valore eccessivo. Si dovrebbe distinguere meglio tra le qualifiche professionali – che devono essere uguali per tutti gli insegnanti – e la conoscenza e fedeltà alla dottrina della Chiesa che è oggetto della autorizzazione rilasciata dal Vescovo. In ogni caso, l'insegnante dovrà presentare il certificato degli studi compiuti ai fini della determinazione dell'ammontare dello stipendio[751].

       

 

 

1.4.4. Osservazioni finali

 

        Concludendo questa breve analisi dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche ci sembra opportuno rilevare alcuni suoi punti caratteristici.

È un'insegnamento di tipo facoltativo. Ciò significa che per parteciparvi è necessario fare una dichiarazione al riguardo[752]. Le opinioni affermanti che tale dichiarazione sia contraria alla libertà religiosa non sembrano essere condivisibili. La persona ha sì il diritto di non dichiarare le proprie convinzioni religiose ma tale silenzio non costituisce l'essenza della libertà religiosa. Al contrario, la libertà consiste proprio nella possibilità di manifestare le proprie convinzioni religiose e di vederle rispettate[753].

        In secondo luogo, occorre rilevare che l'insegnamento della religione nelle scuole è accessibile a tutte le confessioni legalmente esistenti che ne facciano richiesta. Si fonda, infatti, sul diritto dei genitori di educare i figli in conformità con le proprie convinzioni e non sui collegamenti storici tra lo Stato e una determinata religione.

Ciò non significa che il sistema introdotto sia perfetto e non richieda aggiustamenti. Essi riguardano anzitutto l'insegnante della materia. Le sue qualifiche professionali dovrebbero essere uguali a quelle degli insegnanti delle altre materie. Le deroghe a questo principio, giustificate nei primi anni della presenza dell'insegnamento nelle scuole, con il passare del tempo diventano sempre meno comprensibili e non facilitano certo il compito dell'insegnante penalizzandolo anche sotto il profilo economico.

 

 

2. Scuole gestite dalle confessioni religiose

 

2.1. Statuto delle scuole

 

        Il diritto delle confessioni religiose di fondare e gestire le proprie scuole è stato espressamente riconosciuto con la Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione e la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. "Le chiese e le altre confessioni religiose possono fondare e gestire le scuole e gli altri centri di istruzione, educazione e assistenza secondo le norme della legge"[754]. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica viene precisato che il diritto di fondare le scuole compete alle persone giuridiche ecclesiastiche e che le scuole hanno il carattere cattolico è sono sottoposte alle autorità ecclesiastiche[755].

        Il problema non consiste, però, nel riconoscimento di un mero diritto di fondare delle scuole ma nelle modalità con le quali queste scuole possono essere collocate nel sistema nazionale scolastico. Sotto questo profilo sono importanti le seguenti questioni: statuto degli insegnanti e degli studenti delle scuole confessionali, riconoscimento dei diplomi, finanziamento. Di quest'ultimo problema ci siamo occupati nel capitolo precedente. Adesso occorre analizzare la posizione delle scuole confessionali nei confronti dei centri scolastici gestiti dall'amministrazione pubblica.

        Com'è già stato detto nel capitolo precedente le scuole gestite dalle confessione religiose non formano nel nostro sistema scolastico una categoria a sé. Esse appartengono ad una classe più ampia delle scuole private. È appena il caso di fare alcune precisazioni terminologiche. La Legge 7 settembre 1991 sul sistema scolastico non adopera il termine scuola privata, distingue soltanto le scuole pubbliche, non pubbliche parificate con le pubbliche, non pubbliche senza la parificazione. Con queste denominazioni la Legge intende diverse categorie di scuole senza prendere in considerazione l'organo gestente, il quale può essere un organo dell'amministrazione pubblica, un ente privato o una persona fisica. Le scuole gestite dagli organi dell'amministrazione pubblica – le chiameremo non private – devono essere necessariamente pubbliche[756]. Tutte le altre scuole, ossia quelle gestite dalle persone fisiche o dagli enti diversi dall'amministrazione pubblica – le chiameremo private – possono assumere uno dei tre status sopraindicati: pubbliche, parificate, non parificate. La distinzione, quindi, tra le scuole private e non private fa riferimento al gestore, mentre la distinzione tra pubbliche e non pubbliche riguarda lo status giuridico di una determinata scuola.

        Sono scuole pubbliche quelle che:

a)    offrono un insegnamento gratuito[757] per gli utenti secondo il programma-quadro,

b)   sono aperte a tutti gli studenti,

c)    assumono i docenti in possesso delle qualifiche richieste dalla legge,

d)   offrono agli studenti un insegnamento di base previsto dalla legge,

e)    per quanto riguarda gli esami e i voti si adeguano alle disposizioni del Ministro della Pubblica Istruzione[758].

Le scuole parificate con le pubbliche possono assumere gli studenti secondo i criteri specifici[759], l'insegnamento che offrono non deve essere necessariamente gratuito e gli insegnanti delle materie non obbligatorie possono non avere le qualifiche richieste dalla legge[760]. Nulla si dice a proposito delle scuole non parificate. Occorre, però, mettere in evidenza che non è ammessa l'esistenza delle scuole elementari o ginnasi non parificati[761].

        Le scuole possono essere fondate e gestite da: enti dell'autonomia locale, altre persone giuridiche, persone fisiche[762]. Non viene espressamente prevista la possibilità di fondare delle scuole da parte delle confessioni religiose. Le scuole confessionali rientrano nella categoria delle scuole fondate dalle persone giuridiche diverse dagli enti delle autonomie locali[763]. Tuttavia, l'ordinamento tiene conto delle particolarità delle scuole gestite dalle confessioni religiose dettando alcune norme specifiche.

        Le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose affermano espressamente il diritto delle persone giuridiche ecclesiastiche di fondare delle scuole[764] e riconoscono la soggezione di queste alle competenti autorità delle rispettive confessioni.

Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, il Concordato afferma il diritto suo di fondare le proprie scuole. "La Chiesa Cattolica ha il diritto di istituire e gestire centri di istruzione e di educazione, tra cui scuole materne e scuole di ogni ordine, in conformità alle norme del diritto canonico e secondo i principi stabiliti dalle rispettive leggi civili"[765]. Tale affermazione corrisponde al diritto proclamato dal legislatore canonico. "La Chiesa ha il diritto di fondare e dirigere scuole di qualsiasi disciplina, genere e grado"[766]. La norma concordataria conferma le disposizioni già contenute nella Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[767].

 

 

2.2. Statuto degli insegnanti e degli studenti

 

        La posizione degli insegnanti nelle scuole confessionali deve essere analizzata sotto il duplice aspetto: nei confronti dello Stato e nei confronti delle autorità confessionali.

Sotto il primo profilo lo status degli insegnanti delle scuole e altri centri educativi gestiti dalla Chiesa Cattolica è stato definito dalla Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. Secondo queste disposizioni gli insegnanti ed educatori nelle scuole e altri centri di istruzione, educazione ed assistenza, come pure gli insegnanti laici nei seminari minori hanno gli stessi diritti ed obblighi che gli insegnanti ed educatori negli analoghi centri statali[768]. Proclamato tale principio generale la legge precisa che il suo contenuto concreto sarà definito dal Ministro della Pubblica Istruzione su richiesta del Segretariato della Conferenza episcopale polacca[769]. Ciò è avvenuto con l'emanazione della Ordinanza del 24 aprile 1996 del Ministro della Pubblica Istruzione[770] che analizzeremo più avanti.

Per quanto riguarda gli studenti delle suddette scuole, non è stata affermata la loro piena uguaglianza con quelli che frequentano le scuole di stato. È stato solo riconosciuto loro il diritto di ricevere le cure mediche nei centri statali e la riduzione del prezzo dei biglietti nel trasporto pubblico[771]. Le leggi relative alle altre chiese e confessioni religiose ricalcano queste disposizioni.

        Con il riconoscimento del vero pluralismo nel campo educativo[772] queste disposizioni hanno perso il loro significato. Attualmente lo status degli studenti e degli insegnanti di una scuola non dipende in nessun modo dal suo proprietario – denominato organo gestente – bensì dallo status della scuola, la quale, sotto questo profilo, può essere pubblica, parificata con le pubbliche o non parificata. Per cui, l'affermazione contenuta nell'art. 14, c. 3 del Concordato: "Gli insegnanti, gli educatori e gli altri impiegati, così come gli alunni e gli allievi delle scuole e dei centri di cui al comma 1 [gestite dalla Chiesa Cattolica] – se queste scuole o centri sono pubblici o parificati con le scuole o centri pubblici – godono degli stessi diritti e degli stessi doveri spettanti alle analoghe persone delle scuole e dei centri pubblici", non introduce nessuna norma nuova nel nostro ordinamento ma soltanto conferma la situazione esistente e costituisce una garanzia che, se in futuro lo Stato vorrà cambiare lo status delle scuole non gestite dall'amministrazione pubblica, quello delle scuole cattoliche rimarrà comunque invariato.

        La posizione degli insegnanti nei confronti della scuola costituisce un problema più complesso. Le leggi ecclesiastiche non contengono nessuna disposizione che definisca lo status dei docenti nei confronti delle autorità confessionali. Essendo la scuola confessionale un ente di tendenza è ovvio che il datore di lavoro richiederà dal personale un comportamento conforme all'identità della scuola. La generosa affermazione del Concordato riconoscente sia agli studenti sia al personale docente e agli altri impiegati delle scuole cattoliche gli stessi diritti e doveri "spettanti alle analoghe persone delle scuole e dei centri pubblici"[773], va letta insieme al c. 1 dello stesso articolo che riconosce il diritto della Chiesa di gestire le proprie scuole in conformità alle norme del diritto canonico. Sembra che tale affermazione comprenda il diritto di prendere le decisioni necessarie per conservare il carattere cattolico della scuola.

La Carta dell'Insegnante si applica ai docenti delle scuole confessionali solo in ambito definito da altre norme[774]. Questa disposizione si applica anche a quelle scuole confessionali che sono state riconosciute come pubbliche[775]. Per quanto riguarda gli insegnanti nelle scuole gestite dalla Chiesa Cattolica, l'ambito di applicazione della Carta nei loro confronti è stato definito dalla Ordinanza del 24 aprile 1996 del Ministro della Pubblica Istruzione emanata su richiesta del Segretariato della CEP[776]. L'ambito di applicazione della Carta ai docenti delle scuole cattoliche è molto ristretto. Sono stati riconosciuti i diritti che riguardano il conseguimento dei gradi di specializzazione professionale e il diritto alla pensione. Inoltre, si applica ai docenti delle scuole cattoliche l'art 6 della Carta, contenente gli obblighi dell'insegnante verso gli studenti e l'art. 83, cc. 2-3 che sancisce la sospensione ex lege dall'incarico del docente nel caso di arresto o reclusione. Dopo la novellazione della Carta dell'Insegnante avvenuta con la Legge 18 febbraio 2000 anche le disposizioni dell'Ordinanza richiedono un'aggiornamento.

Non è stata finora emanata nessuna disposizione che determinasse i diritti e i doveri degli insegnanti delle scuole gestite dalle altre confessioni religiose.

         

 

2.3. Osservazioni finali

 

        Da quanto è stato detto sopra è possibile trarre alcune conclusioni a carattere generale.

        In primo luogo, occorre mettere in evidenza il fatto che con la Legge 7 settembre 1991 sul sistema scolastico è stato messa in atto la vera libertà della scuola. Tale libertà è stata poi solennemente proclamata dalla Costituzione. Il diritto delle chiese e confessioni religiose di istituire e gestire le proprie scuole va visto in questa prospettiva; non come un privilegio ma come il riconoscimento di un diritto che spetta a tutti – cittadini e istituzioni, afferma la Costituzione – di partecipare alla educazione dei giovani e di indirizzarla secondo le convinzioni dei genitori.

        Va rilevato, inoltre, come lo Stato riconosca il carattere proprio delle scuole confessionali e non esiga che si sottomettano a tutte le disposizioni delle leggi relative al sistema scolastico. L'ambito di questa sottomissione deve tener conto del diritto degli studenti di ricevere una istruzione paragonabile con quella offerta dalle scuole gestite dagli enti dell'amministrazione pubblica[777], di quello dei docenti di veder tutelati i loro diritti dei lavoratori e di quello delle confessioni religiose di conservare il carattere proprio delle loro scuole. Com'è noto, i due ultimi diritti possono entrare facilmente in collisione. È da rilevare la mancanza di norme giuridiche precise che potrebbero contribuire alla risoluzione dei relativi problemi e stabilire un giusto equilibrio tra i diritti dei docenti e quelli degli organi che gestiscono le scuole confessionali.

 

 

3. Istruzione superiore

 

        Nel periodo della II Repubblica (1918-1939) esistevano in Polonia – presso le università statali di Cracovia, Varsavia, Vilnius e Leopoli – quattro facoltà di teologia cattolica. L'Università di Varsavia possedeva anche la facoltà di teologia evangelica e la sezione di teologia ortodossa. Esisteva anche il Seminario Statale per i Docenti di Religione Mosaica dove si formavano gli insegnanti della religione ebraica che non erano rabbini. Inoltre, esisteva anche l'Università Cattolica di Lublino, fondata nel 1918 dal sacerdote Idzi Radziszewski – l'ultimo rettore della Accademia Ecclesiastica di San Pietroburgo – ed equiparata agli atenei statali con la legge 8 aprile 1938[778].

        Dopo la seconda guerra mondiale, le città di Vilnius e di Leopoli si sono trovate nel territorio dell'Unione Sovietica. Le altre facoltà, come pure l'Università Cattolica, hanno ripreso la loro attività accademica. Tale situazione si è protratta fino al 1954, l'anno in cui le autorità statali hanno staccato le due facoltà di teologia cattolica dalle università e le hanno trasformate in un unico ateneo con sede a Varsavia denominato Accademia di Teologia Cattolica. Nello stesso anno è stata anche creata l'Accademia Cristiana di Teologia, anch'essa con sede a Varsavia, dove hanno trovato luogo gli studi nell'ambito di teologia evangelica, ortodossa e veterocattolica. Entrambi gli atenei erano enti statali soggetti, tuttavia, anche alle autorità delle rispettive confessioni religiose.

        Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, tale situazione non era soddisfacente. Negli anni successivi sono state create, o ne è stata confermata l'esistenza in foro ecclesiastico nonostante lo scioglimento da parte dello Stato, le facoltà nelle seguenti città: Cracovia (1959), Varsavia (1962), Wrocław (1968), Poznań (1968). Inoltre, sono state aperte agli studenti esterni due facoltà gestite dalla Compagnia di Gesù: di teologia a Varsavia e di filosofia a Cracovia. Nel 1981 la Facoltà di Teologia a Cracovia è stata trasformata in Pontificia Accademia Teologica con tre facoltà: filosofia, teologia e storia della chiesa[779]. In questi anni si è pure provveduto alla creazione di un sistema di collaborazione tra i seminari maggiori e le facoltà di teologia, il che ha consentito ai seminaristi di conseguire i gradi accademici ecclesiastici.

        Tutti questi atenei, come pure i gradi accademici da loro conferiti, non erano, però, riconosciuti dalle autorità statali. Tale riconoscimento è avvenuto solo con la Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[780]. La stessa Legge prevedeva che lo statuto giuridico degli atenei pontifici, nonché le modalità del riconoscimento dei gradi accademici da loro conferiti, sarebbero stati definiti da un accordo tra il Governo e la Conferenza episcopale polacca. Tale accordo è stato firmato il 30 giugno 1989[781].

Nella nuova situazione politica del Paese che è venuta a crearsi dopo il 1989, e in seguito al Concordato concluso nel 1993, tale accordo si è dimostrato insufficiente e, per molti versi, anacronistico. Il 1° luglio 1999 è stato firmato un nuovo accordo[782].

        Analizzeremo in questo paragrafo lo status degli atenei ecclesiastici nell'ordinamento dello Stato e il problema del riconoscimento dei gradi accademici da loro conferiti.

 

 

3.1. Tipologia degli atenei ecclesiastici

 

        Le scuole superiori gestite dalla Chiesa Cattolica in Polonia possono essere divise in seguenti categorie:

1) Università Cattolica di Lublino,

2) Atenei ecclesiastici: Pontificia Accademia Teologica a Cracovia, pontificie facoltà di teologia a Varsavia e Wrocław, Scuola Superiore Pedagogico-Teologica "Ignatianum" a Cracovia (già Facoltà di Filosofia della Compagnia di Gesù),

3) seminari maggiori diocesani e religiosi[783].

        Per quanto riguarda le altre confessioni la situazione si presenta in modo seguente:

1) La Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti possiede il Seminario Maggiore della Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti a Płock[784],

2) La Chiesa Pentecostale possiede a Varsavia il Seminario Teologico[785],

3) La Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno possiede il Seminario Maggiore della Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno a Podkowa Leśna[786],

4) La Chiesa dei Cristiani Battisti possiede a Varsavia il Seminario Maggiore Battista[787],

5) La Chiesa Evangelica Metodista possiede a Varsavia il Seminario Maggiore Teologico[788],

6) Le leggi sui rapporti con le altre chiese e confessioni religiose, a eccezione della Chiesa Evangelica Riformata, affermano genericamente il diritto delle autorità confessionali competenti di erigere le proprie scuole teologiche. Giova ricordare che nessuna di queste confessioni gestisce scuole superiori a livello di laurea. I seminari che formano i ministri di culto delle confessioni religiose diverse dalla cattolica rilasciano il titolo di licenza[789]

 

 

3.2. Facoltà di teologia presso le università statali

 

        L'Accordo tra il Governo e la Conferenza episcopale polacca firmato il 30 giugno 1989 non prevedeva l'istituzione delle facoltà di teologia cattolica presso le università statali. Ciononostante, prima ancora che entrasse in vigore il Concordato che menziona tali facoltà, una facoltà di teologia cattolica è stata creata. La legge 10 marzo 1994 sulla fondazione dell'Università di Opole[790] stabilisce che tra le materie coltivate nell'Università ci sarà anche la teologia[791]. La facoltà è stata eretta dalla Congregazione per Educazione Cattolica il 12 settembre 1994[792]. Le norme disciplinanti l'attività di questa facoltà meritano un'analisi più dettagliata giacché costituiscono un modello che sarà poi seguito dalle altre facoltà.

La facoltà di teologia è soggetta alle autorità competenti della Chiesa Cattolica nella misura definita dallo statuto dell'Università[793]. Lo Statuto riproduce a sua volta le disposizioni contenute nell'Intesa del 20 settembre 1994 tra il Presidente della Conferenza episcopale polacca e il Vescovo di Opole, da una parte, e il Ministro della Pubblica Istruzione, dall'altra.

        In base a questa Intesa lo Statuto dell'Università conferisce alle autorità della Chiesa Cattolica, rappresentate dal Vescovo di Opole in qualità di Gran Cancelliere della Facoltà di Teologia[794], i poteri di controllo sui seguenti settori:

1) la scelta dei docenti e degli altri dipendenti della Facoltà,

2) l'identità cattolica della Facoltà in conformità alla costituzione apostolica Sapientia Christiana e le Ordinationes ad essa allegate,

3) la gestione dei mezzi finanziari che l'autorità ecclesiastica destina al mantenimento della struttura materiale della Facoltà[795].

Inoltre, spetta al Gran Cancelliere della Facoltà[796]:

a) confermare i candidati all'ufficio di decano,

b) ricevere dal decano eletto la professione di fede,

c) conferire (ritirare) la missio canonica ai docenti delle materie ecclesiastiche, come pure la venia docendi ai docenti delle altre materie,

d) presentare alla Congregazione per Educazione Cattolica le richieste di nullaosta per i professori ed i dottori honoris causa,

e) informare la suddetta Congregazione circa gli affari più importanti ed inviare ad essa le relazioni periodiche sulla situazione della Facoltà.

        L'ambito del controllo riconosciuto alla Chiesa corrisponde a quello che essa rivendica nelle disposizioni del diritto canonico. Infatti, le disposizioni dello statuto riproducono sostanzialmente quelle contenute nella costituzione apostolica Sapientia Christiana e nel Codice di diritto canonico.

        Dopo la entrata in vigore del Concordato sono state istituite altre due facoltà di teologia cattolica presso le università statali.

        Con la legge 9 luglio 1999[797] è stata creata l'Università di Olsztyn nella cui struttura ha trovato luogo anche la facoltà di teologia[798]. Come nel caso dell'Università di Opole anche questo ateneo è stato creato unendo un'istituto teologico gestito dalla Chiesa con delle scuole accademiche statali.

        Un'altra facoltà statale di teologia è stata creata a Poznań. In questo caso la Pontificia Facoltà di Teologia ivi esistente[799] è stata incorporata all'Università di Poznań con la delibera del Senato Accademico del 29 giugno 1998.

        Lo status delle facoltà di teologia cattolica esistenti presso le università statali viene definito nelle leggi di fondazione – o nelle delibere del Senato Accademico nel caso di creazione della facoltà in una università già esistente – e negli statuti delle singole università. In base a queste disposizioni possiamo delineare lo status delle facoltà.

        Innanzitutto viene sempre affermata la competenza delle autorità ecclesiastiche su queste facoltà. Tale competenza mira a conservare il carattere cattolico della facoltà e la fedeltà alla dottrina cattolica dell'insegnamento ivi impartito. Le specifiche competenze dell'autorità ecclesiastica sono definite dagli statuti e, per lo più, ricalcano le relative norme della costituzione apostolica Sapientia Christiana. Giova sottolineare che gli statuti vengono redatti in base ad una intesa tra il Presidente della Conferenza episcopale polacca, il Gran Cancelliere della Facoltà e il Ministro della Pubblica Istruzione[800]. In questo modo vengono rispettati sia il necessario controllo da parte dello Stato sia le legittime esigenze della Chiesa, la quale rivendica il diritto di controllo sulle facoltà di teologia cattolica.

        Un tutti questi casi vi è anche una cooperazione tra Stato e Chiesa rispetto alle questioni economiche. La facoltà all'Università di Opole viene mantenuta dallo Stato mentre sono a carico della Chiesa Cattolica le spese relative al funzionamento degli edifici usati dalla facoltà[801]. Le spese di mantenimento della facoltà di teologia all'Università di Olsztyn sono divisi in modo seguente: le spese ordinarie sono a carico dell'Università mentre i lavori di riparazione e le nuove costruzioni sono a carico della Chiesa Cattolica[802].

        Per quanto riguarda il personale e gli studenti essi sono del tutto equiparati ai colleghi delle altre facoltà.

 

 

3.3. Atenei ecclesiastici statali

 

3.3.1. Università Card. S. Wyszyński

 

        Com'è stato già segnalato, dopo la seconda guerra mondiale esistevano in Polonia due facoltà di teologia cattolica presso le università statali di Cracovia e di Varsavia. Quella a Varsavia era una facoltà delle discipline ecclesiastiche (facultas catholica scientiarum ecclesiasticarum) articolata in tre specializzazioni (avente lo ius conferendi triplicem lauream): teologia cattolica, diritto canonico e filosofia cristiana[803].

        Nel 1954 il Consiglio dei Ministri – senza aver consultato la Santa Sede – ha staccato le facoltà di teologia dalle università di Varsavia (il 2 agosto) e di Cracovia (l'11 agosto) trasformandole in Accademia della Teologia Cattolica, collocata a Varsavia, con tre facoltà: teologia, diritto canonico e filosofia[804]. È stato, in questo modo, creato un ateneo statale a carattere ecclesiastico, soggetto contemporaneamente alle autorità statali ed ecclesiastiche. Tuttavia, la sua cattolicità suscitava all'inizio dei dubbi. Nel 1959 la Congregazione per i Seminari e le Università ha delegato all'arcivescovo di Varsavia card. S. Wyszyński la autorità sull'Accademia nel foro ecclesiastico[805]. Il 29 giugno 1969 la Congregazione per Educazione Cattolica ha riconosciuto il carattere cattolico dell'Accademia nominando l'arcivescovo di Varsavia il suo Gran Cancelliere.

        Negli anni successivi l'Accademia si è sviluppata. Sono stati creati l'Istituto degli studi sulla famiglia (1975) e la Facoltà di storia e delle scienze sociali (1987). A partire dall'anno accademico 1998/1999 la facoltà di diritto canonico è stata trasformata in facoltà delle scienze giuridiche con tre specializzazioni: diritto canonico, diritto civile e politologia. In questo modo, la denominazione Accademia della Teologia Cattolica stava diventando sempre più inadeguata al vero carattere dell'Ateneo. Così è stato deciso di trasformare l'Accademia in una università. La procedura è stata completata con la Legge 3 settembre 1999 sulla creazione della Università Card. S. Wyszyński[806].

        La nuova forma dell'ateneo non è ancora definita. È necessario attendere l'approvazione dello statuto, il quale dovrà definire, tra l'altro, l'ambito di controllo sull'Università che spetta alle autorità della Chiesa[807]. Tuttavia, già sulla base della suddetta Legge, letta assieme alle altre norme relative all'ordinamento delle scuole superiori, è possibile formulare alcune osservazioni.

        In primo luogo, si è proceduto non al semplice cambiamento della denominazione dell'ateneo in questione, bensì alla creazione di una nuova università[808]. L'Università è soggetta al ministro relativo alla istruzione superiore[809]. Oltre a ciò, l'Università sarà soggetta alle competenti autorità ecclesiastiche "nell'ambito definito dalla intesa tra la Conferenza episcopale polacca e il Governo della Repubblica di Polonia nonché dallo statuto dell'ateneo"[810]. La definizione di questo ambito di controllo da parte della Chiesa diventa un'impresa tutt'altro che facile dal momento che, come ha messo in rilievo il Consiglio Supremo della Istruzione Superiore nella delibera del 29 aprile 1999, negli atenei statali che non sono, nel loro intero, scuole teologiche, solamente le facoltà di teologia sono soggette al controllo da parte delle relative chiese e confessioni religiose[811]. Occorre, tuttavia, mettere in evidenza che trovandosi la disposizione richiamata dal Consiglio in una legge ordinaria essa è soggetta alla deroga da parte delle altre leggi. Per cui, si può affermare che l'art. 4, c. 2 della Legge sulla creazione dell'Università Card. S. Wyszyński – riconoscendo il controllo della Chiesa sull'intera Università, nell'ambito che resta ancora da definire – abbia derogato alla summenzionata disposizione della Legge sulla Istruzione Superiore.

        È stata creata in questo modo una vera e propria università statale e cattolica allo stesso tempo. Tuttavia, è chiaro che l'Università non è più ateneo teologico. Il concorso delle due autorità potrebbe, in futuro, dar luogo a certi problemi relativi, soprattutto, alla nomina dei docenti nelle facoltà diverse dalla teologia. Lo statuto dell'Università dovrà definire le procedure da applicare per risolvere questi problemi.

 

 

3.3.2. Accademia Cristiana di Teologia

 

        Nel 1954 anche la facoltà di teologia evangelica – creata il 19 aprile 1922[812] – è stata distaccata dalla Università di Varsavia e trasformata in un ateneo teologico statale denominato Accademia Cristiana di Teologia. L'Accademia è composta da una facoltà divisa in tre sezioni: evangelica, veterocattolica e ortodossa (a partire dal 1957). In questo modo viene garantito l'insegnamento della propria teologia ai membri di tutte le chiese non cattoliche presenti in Polonia.

        L'Accademia è un'ateneo teologico statale soggetto al Ministro della Pubblica Istruzione e alle autorità competenti delle rispettive chiese[813].

        Per dare all'Accademia un fondamento giuridico della sua esistenza conforme alla Legge sulla istruzione superiore la Dieta ha emanato il 16 marzo 2000 la Legge sulla Accademia Cristiana di Teologia Cristiana[814]. La Legge conferma l'esistenza e la forma attuale dell'Accademia. È da notare che in questo caso il controllo delle autorità confessionali riguarda solamente la facoltà di teologia[815]. Attualmente nella struttura dell'Accademia non ci sono altre facoltà, ma, se ne saranno create, in base a questa disposizione, sfuggiranno al controllo confessionale.

        Sembra, quindi, che sia l'Accademia Cristiana di Teologia sia l'Università Card. S. Wyszyński – quest'ultima nella misura che sarà definita dallo statuto – stanno evolvendo verso la forma dell'università statale con facoltà di teologia. Ciò potrebbe essere considerato come una certa perdita da parte delle rispettive chiese, ma, da un altro punto di vista, significa il riconoscimento della teologia come una vera e propria scienza che non deve più rimanere chiusa negli appositi istituti e separata dal mondo accademico.

       

 

3.4. Riconoscimento dei gradi accademici conferiti dagli atenei ecclesiastici

 

        Il problema del riconoscimento dei gradi accademici conferiti dagli atenei ecclesiastici era particolarmente complicato nel periodo postbellico. Da questo punto di visto gli atenei ecclesiastici possono essere divisi in tre gruppi:

1) Accademia della Teologia Cattolica e Accademia Cristiana di Teologia erano atenei statali e conferivano gradi accademici statali. Tuttavia, per quanto riguarda l'Accademia della Teologia Cattolica, la situazione era più complessa. Infatti, il modo in cui essa era stata creata faceva sorgere dei dubbi circa il carattere canonico degli studi ivi compiuti. Nel 1959 la Congregazione per i Seminari e le Università degli Studi ha riconosciuto il suo carattere cattolico delegando al Card. S. Wyszyński, arcivescovo di Varsavia, l'autorità sull'Accademia in foro ecclesiastico. Nel 1974 la Congregazione per l'Educazione Cattolica ha riconosciuto ex post il valore canonico dei gradi accademici conferiti dall'Accademia.

2) Università Cattolica di Lublino era un ateneo privato parificato alle università statali con la legge 8 aprile 1938[816]. Rilasciava i gradi accademici validi sia nell'ordinamento civile sia in quello ecclesiastico.

3) Le facoltà ecclesiastiche create a Cracovia, Varsavia, Wrocław e Poznań. Questi atenei non erano riconosciuti dallo Stato e non potevano conferire i gradi accademici validi per l'ordinamento civile. Tuttavia esse rilasciavano i diplomi riconosciuti dalle facoltà ecclesiastiche all'estero. Inoltre, la Conferenza episcopale polacca ha creato un sistema interno di ratifica dei gradi accademici – analogo a quello statale e nel pieno rispetto delle relative leggi statali – il quale permetteva agli studenti e docenti di queste facoltà di conseguire i gradi accademici che erano, però, validi solamente in foro ecclesiastico[817]. Va sottolineato che l'Università Cattolica di Lublino e l'Accademia di Teologia Cattolica a Varsavia, vincolate dalle leggi statali, non riconoscevano i diplomi conferiti dagli anzidetti atenei.

        Nel 1982 lo Stato ha riconosciuto l'esistenza di fatto degli atenei pontifici stabilendo nella Legge 4 maggio 1982[818] sull'istruzione superiore che le sue disposizioni non riguardavano gli atenei pontifici, il cui status sarebbe stato regolato da una intesa tra il Governo e le autorità ecclesiastiche[819]. La stessa disposizione è stata poi ripetuta nella Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[820]. L'intesa è stata firmata il 30 giugno 1989[821] e sostituita poi dall'intesa del 1° luglio 1999. Analizzeremo adesso le disposizioni di queste intese mettendo in risalto l'evoluzione verificatasi nel corso di dieci anni che le separano.

 

 

3.4.1. L'intesa del 30 giugno 1989

 

        Come si è già detto l'Intesa del 30 giugno 1989 riguarda non tutte le scuole superiori gestite dalla Chiesa Cattolica ma solamente gli atenei pontifici.

        È stato riconosciuto agli anzidetti atenei il diritto di conferire i gradi accademici in conformità alle relative leggi statali. Giova ricordare che sin dall'inizio della loro attività gli atenei pontifici hanno adoperato il sistema dei gradi accademici vigente in Polonia. Tale sistema attualmente è composto dai seguenti gradi:

1) titolo professionale: laureato (magister),

2) gradi accademici: dottore, dottore abilitato,

3) titolo accademico: professore.

Come si vede il sistema è più articolato che quello vigente nell'ordinamento canonico, il quale si compone dai soli tre gradi: baccalaureato, licenza, dottorato[822].

        Gli atenei pontifici sono stati autorizzati di conferire agli studenti il titolo professionale di laureato in seguenti discipline: teologia cattolica, filosofia, storia della Chiesa. La limitazione a queste tre materie proveniva dal fatto che all'epoca esse erano le uniche insegnate negli atenei pontifici. I titoli rilasciati dagli atenei pontifici erano equipollenti a quelli rilasciati dalle scuole superiori statali[823]. Gli atenei pontifici potevano altresì conferire il grado di licenza secondo i propri statuti[824]. In proposito bisogna dire che tale grado non ha nessun valore civile. Il suo conferimento da parte delle facoltà ecclesiastiche in Polonia serve soltanto per armonizzare in qualche modo i titoli da loro rilasciati con quelli previsti dal legislatore canonico[825].

        Le facoltà che possiedono il numero dei docenti previsto dalle norme statali possono rilasciare i gradi accademici di dottore e dottore abilitato[826]. Le norme statali a cui si riferisce l'Intesa sono attualmente contenute nella Legge 12 settembre 1990 sul titolo accademico e gradi accademici[827]. In base a questa Legge il grado accademico di dottore può essere conferito da una facoltà che assume a tempo pieno almeno otto persone in possesso del titolo di professore o grado accademico di dottore abilitato[828]. Per conferire il grado di dottore abilitato occorre che la facoltà assuma a tempo pieno almeno dodici professori o dottori abilitati[829].

        L'adempimento a questi requisiti da parte degli atenei pontifici viene confermato dal Ministro della Pubblica Istruzione su istanza del Consiglio Scientifico della Conferenza episcopale polacca[830]. Tale diritto viene sospeso ex lege dal giorno in cui il numero dei docenti si abbassa sotto il summenzionato minimo e viene ripristinato dal giorno in cui il numero dei docenti raggiunge il limite inferiore[831]. Si tratta di una disposizione uguale a quella cui sono sottoposti gli atenei statali[832].

        È stato precisato che gli atenei pontifici conferiscono i gradi accademici in conformità ai loro statuti i quali devono essere conformi alle disposizioni del diritto canonico, dell'Intesa, e delle leggi statali[833]. Il Consiglio Scientifico della CEP è obbligato a trasmettere al Ministro della Pubblica Istruzione, alla fine di ogni anno accademico, l'elenco dei gradi accademici – compresi quelli in teologia – conferiti dalle facoltà pontificie e confermati dal suddetto Consiglio[834]. Il grado di dottore abilitato in filosofia e in storia della Chiesa deve essere confermato dalla Commissione centrale per il titolo accademico e i gradi accademici. Si segue il procedimento previsto per la conferma del grado di dottore abilitato rilasciato dagli atenei statali[835] con due eccezioni: a) il procedimento per il conseguimento del grado viene riferito alla Commissione dal rappresentante del Consiglio Scientifico della CEP, b) dalle decisioni degli organi degli atenei pontifici non è ammesso il ricorso alla Commissione centrale per il titolo accademico e i gradi accademici[836].

        Il titolo accademico di professore[837] poteva essere conferito dall'autorità ecclesiastica competente secondo lo statuto dell'ateneo sentito il parere della Commissione centrale. Il Consiglio scientifico della Conferenza episcopale doveva notificare la nomina al Ministro della Pubblica Istruzione. Non è stata in questo caso affermata esplicitamente l'equipollenza del titolo con quello statale[838]. È stato tuttavia affermato il diritto dei professori degli atenei pontifici di recensire le tesi degli studenti e docenti delle università statali e di partecipare alla votazione per eleggere i membri della Commissione centrale, senza però precisare che essi stessi potessero diventarne membri[839]. Tale esplicita affermazione di alcuni diritti dei professori – del tutto superflua se il titolo fosse equipollente con quello statale – combinata con richiesta di possedere il titolo statale di professore qualora un docente volesse trasferirsi da un ateneo pontificio ad una università statale[840], fa sì che non si possa parlare di una piena equipollenza del titolo di professore conferito dagli atenei pontifici con quello ottenuto in una università statale.

 

 

3.4.2. Intesa del 1° luglio 1999

 

        Rispetto alla Intesa precedente il documento del 1999 contiene alcune novità. Innanzitutto, le sue disposizioni si applicano a tutte le scuole superiori gestite dalla Chiesa, compresa l'Università Cattolica di Lublino e i seminari maggiori diocesani e religiosi. Inoltre, va messo in rilievo il cambiamento di terminologia. Nella Intesa del 1989 si affermava l'equipollenza dei gradi accademici rilasciati dagli atenei pontifici con quelli conferiti dalle scuole superiori statali. Nella Intesa vigente si dice che lo Stato riconosce i gradi accademici ecclesiastici conferiti dalle scuole superiori ecclesiastiche.

        La nuova Intesa non contiene le norme speciali da applicare ai soli atenei ecclesiastici. Afferma che lo Stato riconosce i gradi accademici ecclesiastici se sono stati conferiti in rispetto delle relative norme statali. Inoltre, l'Intesa afferma il diritto – negato da quella precedente – dei candidati ai gradi accademici di ricorrere alla Commissione centrale contro le decisioni prese dagli organi degli atenei ecclesiastici[841].

        La nuova Intesa riconosce in modo pieno anche il titolo di professore. Tale titolo viene conferito dalla competente autorità ecclesiastica indicata nello statuto della scuola superiore ecclesiastica[842]. Le autorità accademiche degli atenei ecclesiastici notificano il conferimento del titolo di professore al Presidente della Repubblica[843]. Tale soluzione era stata adoperata precedentemente nei confronti dell'Università Cattolica di Lublino[844] sollevando qualche obbiezione da parte della dottrina. Infatti, ai docenti nelle scuole superiori statali il titolo di professore viene conferito dal Presidente della Repubblica[845] su domanda della Commissione centrale per il titolo accademico e gradi accademici[846]. In proposito è stato osservato: "Se questo modo di ottenere il titolo di professore sembra essere giustificato nei confronti delle materie ecclesiastiche (teologia, filosofia cristiana, diritto canonico), è difficile trovare motivi convincenti per la sua applicazione alle discipline giuridiche o umanistiche. Esso lede il principio di uguaglianza dei cittadini e privilegia l'ateneo ecclesiastico rispetto a quelli statali"[847]. Al riguardo bisogna dire che alla base di questa norma si trova certamente il rispetto dell'identità cattolica degli atenei ecclesiastici. Tuttavia, la salvaguardia del carattere proprio degli atenei ecclesiastici sembra essere sufficientemente garantita dal fatto che il procedimento per ottenere il titolo di professore viene iniziato su richiesta delle autorità accademiche[848]. Inoltre, sembra che per conservare il carattere cattolico degli atenei ecclesiastici sarebbe sufficiente che i docenti dovessero ottenere dalle autorità ecclesiastiche l'autorizzazione per insegnare, come succede nelle facoltà di teologia cattolica presso le università statali[849].

 

 

3.5. Formazione dei ministri sacri

 

        Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, la formazione dei candidati al sacerdozio si svolge, secondo le disposizioni del diritto canonico[850], nei seminari maggiori. Come già abbiamo accennato, il loro status giuridico è regolato dall'Intesa tra il Governo e la CEP del 1° luglio 1999. Essi sono considerati scuole superiori ecclesiastiche e hanno tutti i diritti degli atenei ecclesiastici, tranne, com'è ovvio, quello di conferire i gradi accademici. Tuttavia, i seminari maggiori possono essere affiliati alle facoltà di teologia, ecclesiastiche o statali[851], il che permette ai seminaristi di conseguire i gradi accademici.

        I ministri di culto delle altre confessioni religiose si formano negli istituti o seminari istituiti da esse. Come già si è accennato, questi istituti permettono soltanto di conseguire il grado di licenza[852]. Tuttavia, tutte le chiese cristiane possono formare i loro ministri alla Accademia Cristiana di Teologia, il che permette loro di conseguire i gradi accademici superiori. 

 

 

3.6. Osservazioni finali

 

        Come nel caso delle scuole primarie e secondarie anche nel campo dell'istruzione superiore lo sviluppo degli atenei confessionali – in pratica quelli della Chiesa Cattolica – fa parte di una generale liberalizzazione del settore e la rinuncia al monopolio da parte dello Stato. La creazione delle facoltà di teologia presso le università statali e l'ampliamento dell'ambito delle materie studiate presso gli atenei ecclesiastici, assieme al pieno riconoscimento dei gradi e titoli accademici, hanno contribuito alla scomparsa del divario esistente tra questi due tipi di scuole superiori e alla promozione della teologia nell'ambito accademico.

        Sono ancora da segnalare, non analizzate nel presente studio perché in corso di creazione, le seguenti iniziative: la creazione all'Università di Białystok delle cattedre di teologia ortodossa (1 febbraio 1999) e cattolica (1 ottobre 1999) che potrebbero in un futuro non lontano diventare facoltà. È stata avviata la procedura per la creazione della facoltà di teologia cattolica presso l'Università di Slesia a Katowice, nella struttura della quale si troverà probabilmente anche una facoltà della teologia evangelica. Nella struttura della medesima Università funziona – come una filiale con sede a Cieszyn – l'Istituto della Pedagogia Cristiana nel quale si formano gli insegnanti della religione cattolica ed evangelica. Tale soluzione è dovuta alla cospicua presenza degli evangelici nella regione di Slesia.

 

 

4. Mezzi di comunicazione sociale

 

        La diffusione dei valori religiosi attraverso i mezzi di comunicazione di massa si presenta sotto il duplice aspetto: il diritto delle confessioni religiose di essere titolari dei propri mezzi di comunicazione e il diritto di usufruire dei spazi gratuiti nei mezzi pubblici[853]. Ciascuno di questi aspetti comporta problemi diversi e, quindi, va analizzato separatamente.

 

 

4.1. Mezzi di proprietà confessionale

 

        Come nel caso delle scuole confessionali, anche i mezzi di comunicazione gestiti dalle confessioni religiose rientrano in una categoria più ampia dei mezzi non pubblici. Tuttavia, bisogna distinguere tra la stampa e i mezzi radiotelevisivi. La Legge sui rapporti dello Stato con la Cattolica stabilisce che la Chiesa ha il diritto di possedere e utilizzare i propri mezzi di comunicazione in conformità con le norme della legge. Tale diritto include la possibilità di pubblicare periodici, libri e altre stampe nonché di fondare e possedere case editrici, agenzia cattolica di stampa e istituti tipografici[854]. Inoltre, viene garantito il diritto di ricevere dall'estero attrezzature tipografiche e carta[855]. Quest'ultima disposizione – inserita anche nella Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[856] – è divenuta oggi superflua in seguito all'abolizione del controllo statale del traffico di carta. Questo spiega anche perché le summenzionate disposizioni non sono state ripetute nelle leggi relative altre confessioni. Data la generale liberalizzazione del settore e la costituzionalizzazione del diritto della libertà di stampa, le specifiche garanzie al riguardo non sono più necessarie.

        Diverso è il caso della radio e della televisione sulle quali lo Stato esercita un controllo maggiore. La Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica riconosce il diritto di quest'ultima di possedere e utilizzare le proprie emittenti radiotelevisive[857]. Negli anni successivi si è assistito ad uno sviluppo dinamico delle stazioni radio cattoliche (104 emittenti nel 1994[858]). Attualmente la Chiesa Cattolica gestisce due grandi reti radiofoniche: la Radio Maria di proprietà dei Redentoristi e la rete PLUS che unisce le emittenti diocesane. Nel 1997 la Chiesa ha ottenuto la licenza di istituire una emittente televisiva.

Le disposizioni analoghe a quelle previste per la Chiesa Cattolica sono state successivamente inserite anche nelle leggi relative alla Chiesa dei Cristiani Battisti[859] e alla Chiesa Pentecostale[860], mentre la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno contiene una disposizione più generica che afferma il diritto della Chiesa di possedere i propri mezzi di comunicazione[861]. Nelle leggi relative alle altre confessioni viene menzionato solamente il diritto di possedere le biblioteche e gli archivi. Non sembra che si tratti di una discriminazione. Bisogna piuttosto affermare che le confessioni in questione non hanno dimostrato l'interesse per i propri mezzi di comunicazione e si sono accontentate del diritto di accesso ai mezzi pubblici.

       

 

4.2. Diritto di accesso ai mezzi pubblici di comunicazione

 

        Il diritto di disporre dei propri spazi riservati nella radio e televisione pubbliche è stato riconosciuto a tutte le confessioni religiose nella Legge sulle garanzie della libertà di coscienza e di confessione[862] e poi ripetuto in tutte le leggi sui rapporti dello Stato con le confessioni religiose. Le modalità concrete per la realizzazione di questo diritto sono definite dagli accordi tra gli enti della radiotelevisione pubblica e le autorità competenti delle singole confessioni religiose.

Per quanto riguarda il contenuto dei programmi, la Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica parla della trasmissione della santa messa nelle domeniche e nelle feste e dei programmi a carattere religioso, morale e culturale[863]. Le leggi relative alle altre confessioni contengono le disposizioni analoghe. Nella concreta applicazione di queste norme si dovrà ovviamente tener conto dei due fattori: il numero dei membri delle singole confessioni e la loro presenza in un determinato territorio[864]. Tale criterio non può, però, essere applicato in modo troppo rigido. Difatti, l'accesso delle confessioni religiose ai mezzi pubblici non serve tanto alla trasmissione del messaggio religioso ai propri fedeli quanto alla diffusione delle proprie idee e alla libera partecipazione allo scambio delle opinioni.

        Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, il Concordato si limita a confermare il diritto della Chiesa[865] di avvalersi dei mezzi di comunicazione e di trasmettere i propri programmi sulle reti pubbliche secondo le disposizioni della legislazione polacca[866].

        Occorre sottolineare che l'accesso ai mezzi pubblici non può essere considerato come un privilegio delle confessioni religiose. In uno Stato democratico la radiotelevisione pubblica deve rispettare il pluralismo ideologico della società e rendere possibile la presentazione delle diverse opinioni garantendo così la libera formazione della opinione pubblica[867]. Perciò anche le religioni possono e devono essere presenti nei programmi radiotelevisivi[868].

 

 


Capitolo VIII - Matrimonio religioso con effetti civili

 

 

1. Introduzione storica

 

        Tra le disposizioni del nuovo Concordato quella che, nel corso del lungo dibattito parlamentare relativo alla sua ratifica, ha suscitato le polemiche più accese, era senza dubbio la norma che introduceva nel nostro ordinamento giuridico il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio canonico. Per comprendere meglio sia la figura del matrimonio religioso con effetti civili – così come esso si presenta nell'ordinamento polacco – sia le relative critiche, ci sembra opportuno iniziare questo capitolo con una breve introduzione storica.

        Dopo la riconquista della sovranità nel 1918[869] lo Stato polacco ha mantenuto in vigore la legislazione introdotta dagli ex-Stati occupanti. Tale soluzione permetteva di garantire la sicurezza del traffico giuridico[870]. Tuttavia, era ovvio che queste leggi – vigenti ora non come leggi straniere, bensì, dalla volontà del legislatore polacco, come leggi interni regionali[871] – avrebbero dovuto essere successivamente sostituite con la legislazione polacca, uniforme per tutto il territorio dello Stato. Nel campo matrimoniale l'elaborazione del nuovo diritto si è rivelata molto laboriosa e si è protratta fino al 1945. Per tutto il periodo interbellico il diritto matrimoniale polacco è rimasto, quindi, differenziato in relazione al territorio. Da questo punto di vista è possibile distinguere cinque regioni[872].

  1.      La parte centrale del Paese (ex-Regno di Polonia, creato nel 1815), dove era in vigore la legge matrimoniale promulgata nel 1836.

  2.      La parte orientale (ex-territorio russo), nella quale vigeva il diritto civile russo.

In entrambi questi territori il matrimonio aveva il carattere religioso ed era sottoposto, sia nel momento di formazione sia in quello di un'eventuale dichiarazione di nullità o dissoluzione, alle leggi interni delle confessioni religiose cui appartenevano i nubendi.

  3.      La parte occidentale (ex-territorio prussiano), che era sottoposta al Codice civile prussiano (BGB) del 1986 entrato in vigore nel 1900. In questo territorio vigeva il sistema di matrimonio civile obbligatorio per tutti i cittadini. I nubendi potevano sposarsi in forma religiosa solamente dopo aver contratto il matrimonio davanti all'ufficiale dello stato civile.

  4.      La parte meridionale (ex-territorio austriaco), dove era in vigore il Codice civile austriaco (ABGB) del 1811. Qui il diritto civile riconosceva il carattere religioso del matrimonio pur sottoponendolo alla giurisdizione dei tribunali statali. Se, tuttavia, una parte era cattolica, lo Stato riconosceva l'indissolubilità del matrimonio canonico e negava il divorzio.

  5.      Una piccola parte dell'ex-territorio austriaco (Spisz ed Orawa). In questa regione erano in vigore contemporaneamente due leggi attinenti al matrimonio: l'ABGB e una legge ungherese del 1894 che sanciva il carattere civile del matrimonio. Spettava ai nubendi di scegliere tra questi due regimi.

In presenza ad una tale molteplicità dei sistemi di diritto matrimoniale vigenti nel territorio dello Stato, si è deciso di non regolamentare questa materia nel Concordato del 1925[873].

Era ovvio che la situazione in cui in diverse regioni del Paese erano in vigore diversi sistemi di diritto matrimoniale non poteva durare a lungo. Era necessario procedere alla unificazione in questo campo, come pure in ogni altro ramo del diritto. La Commissione codificatrice del diritto civile ha elaborato nel 1929 un disegno della legge sul matrimonio. Il progetto si basava sulla concezione civile e laica del matrimonio che doveva essere uguale per tutti i cittadini. La laicità riguardava, tuttavia, soltanto la sostanza dell'istituto matrimoniale. Invece, per quanto concerne la forma di celebrazione, il progetto riconosceva ai nubendi la facoltà di avvalersi sia della forma civile sia di quella religiosa. L'art. 24 del progetto stabiliva:

"Dopo aver compiuto gli atti preliminari davanti al competente ufficiale dello stato civile, i fidanzati possono contrarre matrimonio, facendo pubblicamente, in presenza dei due testimoni, davanti all'ufficiale dello stato civile o davanti ad un ministro di culto, la concorde dichiarazione di contrarre il matrimonio persistente fino alla morte"[874].

Nonostante quest'ultima affermazione si prevedeva in alcuni casi lo scioglimento del matrimonio[875].

        Il progetto ha suscitato dei forti interventi polemici, specialmente da parte della Chiese Cattolica e di quella Ortodossa, come pure dell'Unione Religiosa Ebraica. In questa situazione il Governo ha deciso di non presentarlo al Parlamento. Per cui, la molteplicità dei sistemi di diritto matrimoniale si è mantenuta per tutto il periodo interbellico.       

Dopo la seconda guerra mondiale si è deciso di procedere all'unificazione. Dato il notevole spostamento delle frontiere e le conseguenti migrazioni della popolazione, tale provvedimento era, questa volta, irrimandabile.

Il decreto-legge del 25 settembre 1945[876] ha introdotto l'obbligatorietà del matrimonio civile e l'istituto di divorzio, cancellando invece quello di separazione. Allo stesso tempo la celebrazione religiosa è stata privata di ogni effetto giuridico nell'ordinamento dello Stato. I nubendi potevano – se lo desideravano – celebrare il loro matrimonio religioso prima o dopo quello civile. Con la Legge 2 dicembre 1958 sulle modifiche della disciplina relativa agli atti dello stato civile[877] è stato, tuttavia, introdotto l'obbligo di contrarre il matrimonio civile prima di quello religioso[878]. La nuova Legge  sugli atti dello stato civile promulgata il 29 settembre 1986[879] ha mantenuto questa disciplina[880]. Il sacerdote che assisteva alla celebrazione del matrimonio religioso senza che gli fosse stato presentato il certificato del matrimonio civile poteva essere arrestato o punito con una multa[881].

Le suddette disposizioni sono state abrogate con l'entrata in vigore della Legge 17 maggio 1989 sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica[882]. Successivamente, il Concordato tra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia firmato il 28 luglio 1993 ha introdotto nel nostro ordinamento il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio canonico. Prima di analizzare le singole disposizioni del Concordato in materia matrimoniale, integrate poi dalle disposizioni del legislatore polacco, ci sembra opportuno fare alcune osservazioni di carattere generale.

 

 

2. Il matrimonio concordatario nel diritto vigente

 

2.1. Scelta del sistema matrimoniale

 

Introducendo nel nostro ordinamento giuridico il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio canonico, il Concordato non ha dettato una disciplina dettagliata che avrebbe potuto essere applicata direttamente. Ha creato solamente un quadro che abbisognava – come peraltro prevede il Concordato stesso nell'art. 10, c. 6 – di essere integrato con dei provvedimenti del legislatore polacco.

Tali provvedimenti, come ovvio, non potevano essere messi in atto senza una interpretazione delle norme concordatarie da parte del legislatore polacco. Facendo ciò, il legislatore ha dovuto, in primo luogo, scegliere tra le due ipotesi che avrebbero dato vita a due sistemi matrimoniali diversi[883]:

a) Una prima ipotesi consiste nell'affermare che la disposizione concordataria introduce nell'ordinamento polacco il modello classico del matrimonio concordatario, vale a dire obbliga lo Stato a riconoscere il matrimonio canonico come valido nel proprio ordinamento e alternativo al matrimonio civile. In questo caso la decisione dei nubendi di celebrare il loro matrimonio in forma concordataria implicherebbe anche la decisione di sottoporlo alla disciplina canonica che, per questo matrimonio, si sostituirebbe a quella prevista dalla legislazione civile. In questa ipotesi nell'ordinamento giuridico polacco esisterebbero due diversi modelli di matrimonio messi a disposizione dei nubendi.

b) Una seconda ipotesi consiste nell'ammettere che le disposizioni concordatarie vogliono offrire ai nubendi la possibilità di contrarre il loro matrimonio mediante una sola celebrazione che produce i suoi effetti sia nell'ordinamento canonico sia in quello statale. In questo caso nell'ordinamento polacco ci sarebbe un solo modello di matrimonio e una pluralità di forme per contrarlo.     

        Come vedremo nei paragrafi successivi, il sistema matrimoniale ideato dal legislatore polacco si avvicina assai alla seconda soluzione, presentando tuttavia alcuni tratti particolari. C'è da chiedersi se esso sia pienamente conforme agli impegni assunti dallo Stato nei confronti della Chiesa Cattolica con la stipulazione del Concordato. Torneremo su questo punto alla fine del presente capitolo. Qui vogliamo soltanto sottolineare che per quel che concerne il regime matrimoniale – diversamente a quanto è stato previsto per le altre disposizioni non applicabili direttamente – il Concordato non fa nessun riferimento ad una eventuale cooperazione tra Stato e Chiesa nella elaborazione dei provvedimenti di attuazione. Per cui, sembra si possa affermare che al legislatore polacco sia stata riconosciuta la facoltà di mettere in atto le disposizioni concordatarie, pertinenti al matrimonio, interpretandole unilateralmente[884]. Tale ipotesi trova un suo ulteriore fondamento anche nella Dichiarazione del 15 aprile 1997 del Governo polacco, approvata dalla Santa Sede: "Il Concordato lascia al legislatore polacco la questione di messa in atto delle regole stabilite nell'art. 10"[885].

        Sembra, quindi, che l'interpretazione delle disposizioni concordatarie in materia matrimoniale, pur creando un sistema matrimoniale che non è del tutto conforme alla concezione cattolica del matrimonio, non sia in contrasto con la volontà delle Parti contraenti.

 

 

2.2. Riconoscimento dei matrimoni dei non cattolici

 

        Un'altra difficoltà che ha dovuto affrontare il legislatore, elaborando le disposizioni che rendessero operativo l'art. 10 del Concordato, consiste nella necessità, derivante dal principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini[886] e delle confessioni religiose[887], di riconoscere gli effetti civili anche ai matrimoni celebrati secondo i riti delle confessioni diverse dalla cattolica. Le proposte in tal senso sono state sollevate dalla dottrina durante il dibattito parlamentare sulla ratifica del Concordato[888].

In proposito, è opportuno rilevare che il Concordato stesso richiama nel preambolo i principi del diritto internazionale specie quelli riguardanti l'eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione fondati sulla religione. Tale rinvio ai principi di diritto internazionale considerati comuni da ambedue le parti[889] significa che le singole disposizioni del Concordato debbano essere interpretate e attuate alla luce di questi principi[890]. Di conseguenza, una interpretazione del Concordato o un provvedimento di attuazione che violassero i summenzionati principi, sarebbero in contrasto non soltanto con il sistema giuridico polacco ma anche con il Concordato stesso.

Una volta ammesso che il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio debba essere concesso alle diverse religioni, si deve risolvere un altro problema. Esso consiste nella necessità di trovare un giusto equilibrio tra il principio di uguaglianza, che spinge a sottoporre tutti i cittadini al medesimo regime giuridico, e il diritto delle confessioni religiose a vedere salvaguardata la loro concezione del matrimonio, che induce ad adottare dei modelli matrimoniali diversi a seconda dei casi.

Cercando di risolvere questo problema, diversamente a quanto succede negli altri ordinamenti che ammettono il matrimonio concordatario, in Italia e in Spagna in specie, nell'ordinamento polacco non si è voluto procedere ad una distinzione tra matrimoni canonici – che sorgono nell'ordinamento canonico e poi entrano in quello civile conservando la propria identità – e matrimoni delle altre confessioni che di solito sono matrimoni civili celebrati in forma religiosa.

        Decidendo di unire in un solo istituto giuridico il classico matrimonio concordatario dei cattolici ed i matrimoni civili celebrati in forma religiosa, istituto tipico dei Paesi protestanti, il legislatore polacco ha dovuto creare un sistema di diritto matrimoniale in cui vengano rispettate le concezioni del matrimonio non convergenti tra di loro. Una conseguenza importante di questo modo di procedere, come vedremo in modo dettagliato nei capitoli successivi, consiste nella netta separazione tra la dimensione religiosa e quella civile del matrimonio.

        Una volta deciso che si deve riconoscere gli effetti civili anche ai matrimoni celebrati secondo i riti delle confessioni religiose diverse dalla cattolica, era necessario stabilire quali confessioni potessero usufruire di tale riconoscimento. Si è optato per una soluzione che non determina in anticipo quali confessioni possano celebrare il matrimonio religioso con effetti civili, ma rimanda alle disposizioni delle leggi che disciplinano la situazione giuridica delle singole confessioni religiose.

        Infatti, il Codice di famiglia e di tutela dopo aver dettato le norme per il riconoscimento civile dei matrimoni celebrati davanti al ministro di culto precisa che ciò è possibile soltanto

"[…] qualora un trattato internazionale ratificato, o una legge che regolamenta i rapporti tra lo Stato e una chiesa o un'altra confessione religiosa, prevedano la possibilità che il matrimonio soggetto al diritto interno di questa chiesa o l'altra confessione religiosa produca gli stessi effetti che il matrimonio celebrato davanti all'ufficiale dello stato civile"[891].

        Il summenzionato articolo del Codice di famiglia e di tutela stabilisce il regime di riconoscimento civile del matrimonio religioso, uguale per tutte le confessioni religiose, qualora tale possibilità sia prevista nella relativa legge. Ciò significa, in primo luogo, che non si dà la possibilità di riconoscimento per i matrimoni religiosi delle confessioni iscritte nel Registro. Pietrzak vede in questa soluzione una violazione del principio costituzionale di uguaglianza, dal momento che alcune di queste confessioni possiedono un diritto matrimoniale proprio[892]. Inoltre, non tutte le leggi relative alle singole confessioni prevedono il riconoscimento civile del matrimonio religioso. Rimangono fuori di questo sistema le tre confessioni rette dalle leggi risalenti alla II Repubblica (1918-1939) e la Chiesa Cattolica dei Mariaviti. Bisogna, però, rilevare che non tutte le confessioni religiose hanno il diritto matrimoniale proprio o, comunque, non si dimostrano interessate al riconoscimento. Inoltre, tutte le confessioni legalmente esistenti possono sollecitare l'avviamento della procedura per la stipulazione di intesa[893], nella quale sarà possibile inserire delle disposizioni relative al riconoscimento del matrimonio confessionale, se una determinata confessione religiosa se ne dimostri interessata. Lo Stato dovrà accogliere tale richiesta in base al principio della non discriminazione sancito dalla Costituzione[894]. Tale procedimento permette di allargare l'istituto del matrimonio religioso con effetti civili alle confessioni che ne sono ancora prive senza dover novellare ogni volta il Codice di famiglia e di tutela[895].

        Al momento presente sono autorizzate a celebrare il matrimonio religioso con effetti civili undici confessioni religiose:

  1)  Chiesa Cattolica,

  2)  Chiesa Autocefale Ortodossa,

  3)  Chiesa Evangelica d'Augsburg,

  4)  Chiesa Evangelica Riformata,

  5)  Chiesa Evangelica Metodista,

  6)  Chiesa dei Cristiani Battisti,

  7)  Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno,

  8)  Chiesa Cattolica Polacca,

  9)  Unione delle Comunità Ebraiche,

10)  Chiesa Veterocattolica dei Mariaviti,

11)  Chiesa Pentecostale.

 

 

2.3. Matrimonio celebrato all'estero

 

Dal momento che sia il Concordato sia il diritto di famiglia polacco vigono solamente nel territorio della Repubblica di Polonia, il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio confessionale si applica ai soli matrimoni celebrati, sia dai cittadini che dagli stranieri, nel territorio dello Stato. Lo afferma esplicitamente anche il testo del certificato rilasciato dall'ufficiale dello stato civile prima della celebrazione del matrimonio religioso con effetti civili[896]. Ai matrimoni celebrati all'estero si applicheranno le disposizioni del diritto internazionale privato.

Secondo queste norme il matrimonio dei cittadini polacchi si celebra secondo le relative disposizioni della legge dello Stato in cui il matrimonio viene contratto, oppure davanti al Console della Repubblica di Polonia. Nel primo caso, la Polonia riconosce come validi quei matrimoni che sono stati contratti secondo la forma, sia essa civile o religiosa, prevista dalla legge dello Stato in cui il matrimonio è stato celebrato[897]. Conviene anche ricordare che pure prima dell'introduzione del matrimonio religioso con effetti civili nessuna legge proibiva ai cittadini polacchi che celebravano il loro matrimonio all'estero di farlo in forma religiosa, in quegli Stati in cui la legge riconosceva a tale celebrazione il valore civile[898].

 

 

2.4. Provvedimenti di attuazione

 

La messa in atto delle disposizioni concordatarie in materia matrimoniale è avvenuta con la promulgazione della Legge 24 luglio 1998 sulle modificazioni delle leggi: Codice di famiglia e di tutela, Codice di procedura civile, Legge sugli atti dello stato civile, Legge sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica e alcune altre leggi[899]. In seguito, con il decreto del 26 ottobre 1998[900] del Ministro degli Affari Interni e dell'Amministrazione sono state dettate le norme relative alla stesura dell'atto di matrimonio contratto in forma religiosa con effetti civili. Infine, con la circolare del 4 novembre 1998[901] del medesimo Ministro è stato reso noto l'elenco degli uffici ecclesiastici che autorizzano i loro titolari ad assistere alla celebrazione del matrimonio religioso con effetti civili.

L'attuazione delle disposizioni concordatarie relative al matrimonio ha reso necessaria anche la promulgazione delle relative disposizioni da parte del legislatore canonico particolare. Il 22 ottobre 1998 la Conferenza episcopale polacca ha emanato l'Istruzione relativa al matrimonio concordatario[902] che detta le norme canoniche attinenti alla celebrazione del matrimonio in forma concordataria.

Tutti questi atti normativi, sia civili sia canonici, sono entrati in vigore il 15 novembre 1998. Muovendo da questo complesso normativo cercheremo di analizzare l'istituto del matrimonio religioso con effetti civili.

Il Concordato enumera tre presupposti che devono congiuntamente verificarsi perché il matrimonio canonico possa divenire matrimonio anche di fronte allo Stato:

a)    assenza degli impedimenti previsti dalla legislazione polacca,

b)   dichiarazione di volontà dei nubendi relativa agli effetti civili del matrimonio,

c)    trascrizione nei registri civili[903].

Questi presupposti, com'è ovvio, danno vita ad un vincolo matrimoniale civilmente valido solamente qualora sia stato celebrato un matrimonio canonico o – come si esprime il Codice di famiglia e di tutela[904] – un matrimonio soggetto al diritto interno di una chiesa o di un'altra confessione religiosa. Pertanto, il matrimonio religioso con effetti civili può essere inteso come un istituto composto da quattro elementi:

a)    celebrazione del matrimonio religioso,

b)   capacità (civile) dei nubendi di contrarre il matrimonio,

c)    dichiarazione dei medesimi relativa agli effetti civili del matrimonio religioso,

d)   registrazione del matrimonio nell'ufficio dello stato civile.

Analizzeremo questi quattro componenti del matrimonio religioso con effetti civili in ordine cronologico.

 

 

3. Celebrazione del matrimonio religioso quale fondamento degli effetti civili

 

Un presupposto necessario perché si possa parlare del riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso è costituito dalla celebrazione del matrimonio secondo le norme interne di una chiesa o di un'altra confessione religiosa. Per quale motivo lo Stato può riconoscere – seppure a certe condizioni – tale matrimonio come valido anche nel proprio ordinamento?

Pur essendo disciplinato in modo diverso e producendo effetti diversi nell'ordinamento canonico e in quello civile, il matrimonio canonico e quello civile presentano anche non pochi tratti comuni. Innanzitutto, in entrambi gli ordinamenti il matrimonio nasce dal consenso delle parti manifestato davanti alla competente autorità pubblica[905]. A differenza, però delle altre manifestazioni di volontà, il contenuto del consenso matrimoniale non è modificabile dalle parti[906], tranne che nelle questioni che non concernono la sostanza del matrimonio[907]. Ne discende che "nel diritto polacco il contratto matrimoniale, ossia il matrimonio in statu fieri è un fattore che dà origine al matrimonio in statu esse, vale a dire, l'unione coniugale. Il diritto canonico e quello polacco si basano, dunque, sullo stesso presupposto che il contenuto del patto matrimoniale non dipende dalla volontà delle parti contraenti"[908].

Questo fatto costituisce il fondamento su cui poggia l'attribuzione dei effetti civili ai matrimoni sorti nell'ordinamento canonico. Tale attribuzione avviene mediante la trascrizione del matrimonio religioso nei registri dello stato civile. L'ordinamento confessionale – quello della Chiesa Cattolica in specie – detta, però, delle disposizioni relative alla forma della celebrazione del matrimonio. Quale sia il valore di queste disposizioni in ordine alla costituzione del vincolo matrimoniale nell'ordinamento dello Stato? Per rispondere a questa domanda occorre analizzare tre casi distinti: forma ordinaria della celebrazione, celebrazione in pericolo di morte e matrimonio per procura.

 

 

3.1. Forma ordinaria della celebrazione

 

        Come si è già detto, sia nell'ordinamento civile che in quello canonico il vincolo matrimoniale nasce dal consenso dei nubendi manifestato davanti all'autorità competente. Entrambi gli ordinamenti esigono pure che questo consenso sia manifestato in forma stabilita dall'ordinamento stesso. Secondo la disposizione concordataria è la celebrazione del matrimonio canonico che costituisce la base per il riconoscimento degli effetti civili all'unione dei coniugi che ne deriva. Sorge quindi la domanda: a quali requisiti deve corrispondere la celebrazione canonica perché si possano produrre anche gli effetti civili?

La domanda nasce dal fatto che le disposizioni stabilite dal diritto canonico per una valida celebrazione del matrimonio sono decisamente più esigenti che le relative norme del diritto civile. In pratica, dunque, non è impossibile che un matrimonio sia nullo nell'ordinamento canonico per alcune cause che invece nel diritto civile sono del tutto irrilevanti, ad es. impotentia coëundi, uccisione del coniuge o voti religiosi. A tale matrimonio potranno essere riconosciuti gli effetti civili?

Occorre partire dalla constatazione che il Codice di famiglia e di tutela non detta nessuna norma concernente la celebrazione del matrimonio in forma religiosa con effetti civili. Inoltre, la novella del 24 luglio 1998 ha cancellato dalla Legge sugli atti dello stato civile la disposizione esigente che il matrimonio sia celebrato in forma solenne[909]. L'osservazione di tale forma è stata invece mantenuta rispetto ai soli matrimoni celebrati davanti all'ufficiale dello stato civile[910]. Da ciò si deduce che, per quanto riguarda i matrimoni celebrati in forma religiosa con effetti civili, il legislatore polacco rinuncia ad entrare nelle questioni attinenti alla forma della celebrazione e non detta nessuna disposizione al riguardo.

        Occorre anche mettere in rilievo il fatto che il Concordato stesso attribuisce il valore civile al matrimonio canonico dal momento della celebrazione, senza distinguere tra valida ed invalida celebrazione e senza spiegare che succede qualora questa risulti invalida[911]. Oltre a ciò, il matrimonio canonico, una volta contratto, si ritiene valido finché non si provi il contrario[912].

Ammettere che soltanto un matrimonio valido nell'ordinamento canonico possa produrre gli effetti in quello civile, provocherebbe una serie di difficoltà. Per prima cosa, i tribunali civili – chiamati a pronunziarsi circa l'esistenza o no di un matrimonio civile contratto in forma concordataria – dovrebbero indagare se esista o meno il matrimonio canonico quale presupposto di quello civile. Ciò non sarebbe conciliabile con le disposizioni del Concordato, il quale afferma in questo caso l'esclusiva competenza dei tribunali ecclesiastici[913]. Per di più, in questa ipotesi, la sentenza di nullità del matrimonio canonico, pronunziata da un tribunale ecclesiastico, cagionerebbe automaticamente l'inesistenza – sin dall'inizio – anche del matrimonio civile, giacché uno dei presupposti della produzione degli effetti civili, in realtà, non si era mai verificato.  Tale situazione contravverrebbe al principio d'uguaglianza dei cittadini, giacché per alcuni – per quelli, cioè, che hanno scelto di celebrare il loro matrimonio in forma religiosa con effetti civili – i requisiti per una valida costituzione del vincolo matrimoniale sarebbero recepite dal diritto canonico[914].

        Bisogna perciò ammettere che il matrimonio canonico, una volta celebrato, costituisce il presupposto sufficiente per la trascrizione e, di conseguenza, gli vengono riconosciuti gli effetti civili indipendentemente dalla sua effettiva esistenza o nullità nell'ordinamento canonico[915]. Tale affermazione trova il suo fondamento nell'art. 10, c. 3 del Concordato secondo il quale il vincolo matrimoniale canonico è soggetto esclusivamente alla giurisdizione della Chiesa. Ciò vale per tutte le ipotesi di nullità contemplate dal diritto canonico, e cioè quelle relative alla forma della celebrazione, ai vizi del consenso e agli impedimenti matrimoniali[916].

 

 

3.3. Il matrimonio per procura

 

        Il diritto canonico prevede che il consenso matrimoniale possa essere manifestato non solo personalmente ma anche mediante procuratore[917]. Questa forma della celebrazione potrebbe costituire il presupposto per il riconoscimento civile?

Bisogna dire che, siccome la celebrazione del matrimonio canonico è soggetta al diritto canonico, anche la forma di questa celebrazione può essere definita soltanto dal medesimo[918]. In più, come abbiamo rilevato sopra, il diritto polacco non detta nessuna norma rispetto alla forma in cui debba avvenire la celebrazione religiosa del matrimonio. Ciò significa che il matrimonio per procura potrà produrre gli effetti civili. Il problema, però, non riguarda soltanto la possibilità di contrarre il matrimonio tramite procuratore ma anche le circostanze nelle quali ci si potrebbe avvalere di questa forma. Il diritto canonico non richiede nessuna causa per servirsi del rappresentante. Per contro, l'ordinamento polacco esige che ci siano dei motivi gravi e il permesso del tribunale.

        Per risolvere il problema occorre mettere in rilievo che, come vedremo meglio nel paragrafo successivo, nel matrimonio concordatario polacco sono presenti due istituti diversi: la manifestazione del consenso matrimoniale e la dichiarazione di volontà dei nubendi di dare a questo consenso anche la rilevanza civile. Il primo è un istituto canonico, si regge dalla legge canonica e produce il matrimonio nell'ordinamento canonico. Il secondo appartiene all'ordinamento civile, si regge dalla legge civile ed è richiesto perché al matrimonio religioso possa essere riconosciuto il valore civile. Per manifestare il solo consenso matrimoniale sarebbe, dunque, sufficiente che il procuratore fosse munito di un mandato corrispondente alle disposizioni del can. 1105 §§ 1-2 CIC, ma per manifestare pure la volontà di dare a questo consenso il valore civile è necessario che egli possegga il mandato conforme all'art. 6 del Codice di famiglia e di tutela. Quest'articolo esige il permesso del tribunale, motivato da cause gravi (§ 1), e il mandato dato in forma scritta con la firma autenticata (§ 2). Dal momento che il diritto canonico riconosce nel proprio ordinamento il valore del mandato redatto secondo le disposizioni del diritto civile[919], ci sarà sempre la possibilità di contrarre per procura il matrimonio concordatario in tutti quei casi nei quali ciò sarebbe possibile davanti all'ufficiale dello stato civile. Non esiste dunque il pericolo che il matrimonio contratto per procura sfugga al controllo dello Stato[920]. Viene, inoltre, ancora una volta, rispettato il dualismo e l'autonomia dei due ordinamenti giuridici: canonico e civile[921].

 

 

4. Presupposti di riconoscimento degli effetti civili

 

 

4.1. Assenza degli impedimenti previsti dalla legislazione polacca

 

        Affinché tra due persone si possa costituire un valido vincolo matrimoniale esse devono essere capaci di prendersi rispettivamente in marito e moglie. Tale capacità al matrimonio viene definita, sia in diritto canonico che in quello civile, in modo negativo, vale a dire, enumerando tassativamente le circostanze nelle quali due determinate persone non possono unirsi validamente in matrimonio. In assenza di questi impedimenti i nubendi possiedono la capacità matrimoniale. Il primo presupposto che il Concordato prevede perché si possa riconoscere il valore civile ad un matrimonio canonico – l'assenza delle circostanze che si oppongono alla celebrazione del matrimonio civile – va inteso come la volontà delle Parti di attribuire a tutti i cittadini la medesima capacità matrimoniale. Se questa capacità fosse diversa per le persone che si sposano dinanzi all'ufficiale dello stato civile e per quelle che si avvalgono del rito religioso con effetti civili, si violerebbe il principio di uguaglianza dei cittadini. Già a questo punto possiamo quindi notare – la tesi che sarà sviluppata in seguito – che l'introduzione del matrimonio religioso con effetti civili non ha creato nel nostro ordinamento un nuovo tipo di matrimonio, bensì ha permesso soltanto ai nubendi di acquistare lo stato coniugale civile avvalendosi di due forme della celebrazione, quella civile e quella religiosa con effetti civili.

        Per poter valutare correttamente la disposizione concordataria è opportuno fare una breve analisi degli impedimenti matrimoniali previsti dalla legislazione polacca.

       

 

4.1.1. Capacità matrimoniale nel diritto polacco

 

        Il Codice di famiglia e di tutela esclude che possano contrarre matrimonio le seguenti persone[922]:

1) quelle che non hanno raggiunto l'età minima.

Con la novella del 24 luglio 1998 l'età matrimoniale delle persone di sesso maschile è stata abbassata da ventuno a diciotto anni, cosicché attualmente l'età minima per contrarre il matrimonio coincide, per entrambi i sessi, con il raggiungimento della maggiore età. Tuttavia, la donna può essere autorizzata dal tribunale a contrarre matrimonio quando ha compiuto sedici anni.

2) gli interdetti.

L'interdizione viene pronunziata dal tribunale qualora una persona – che abbia compiuto gli anni tredici – sia incapace di condurre da sé i propri affari per motivi di malattia psichica, infermità mentale o altre anomalie, specialmente alcolismo e tossicomania[923]. L'impedimento non può essere rimosso con la licenza del tribunale. Di conseguenza, una persona interdetta può sposarsi solamente dopo aver ottenuto la revoca dell'interdizione.

3) quelle che sono affette di una malattia psichica o di infermità mentale.

In questo caso il tribunale può autorizzare la celebrazione del matrimonio se la persona non è stata interdetta e la sua malattia non è pregiudizievole per la vita matrimoniale né per la salute della prole.

4) quelle il cui precedente matrimonio non è stato sciolto o annullato,

5) i consanguinei in linea retta e in secondo grado di quella collaterale,

6) gli affini in linea retta.

Il divieto di contrarre il matrimonio tra i consanguinei è assoluto, mentre quello tra gli affini può essere autorizzato dal tribunale per motivi gravi.

7) adottato e adottante.

        Determinando questi impedimenti matrimoniali il legislatore ha creato una speciale capacità di contrarre matrimonio, la quale non coincide con quella generica capacità di agire che è richiesta per compiere atti giuridici[924]. Tuttavia, se in presenza di uno di questi impedimenti viene celebrato un matrimonio, esso è valido finché il tribunale non pronunzi la sentenza di annullamento. "Ciò significa che nel diritto polacco vige il principio di annullamento del matrimonio e non quello della sua nullità sin dall'inizio. Di conseguenza, si distingue tra matrimonio inesistente – vale a dire, contratto in assenza di un presupposto necessario – e matrimonio contratto efficientemente nonostante esistesse un impedimento, la cui esistenza ne giustifica tuttavia l'annullamento"[925].

Si parla del matrimonio inesistente qualora manchi uno dei seguenti requisiti: diversità di sessi, dichiarazione di volontà di contrarre il matrimonio, la presenza simultanea dei contraenti, la presenza dell'ufficiale dello stato civile[926]. Un matrimonio contratto in presenza di questi requisiti sarà sempre esistente, pur essendo talvolta – qualora si verifichi uno degli impedimenti previsti dal Codice di famiglia e di tutela – annullabile.

Sono, inoltre, annullabili i matrimoni contratti dalle persone il cui consenso matrimoniale è stato viziato da una delle seguenti circostanze: stato che esclude una cosciente manifestazione di volontà, errore sull'identità dell'altro contraente, pericolo grave provocato da una minaccia ingiustificata esercitata dall'altra parte o da un terzo[927]. Questa causa di annullamento è stata introdotta con la novella del 24 luglio 1998, accogliendo così i postulati della dottrina[928] e armonizzando meglio il nostro diritto di famiglia alle norme internazionali. Difatti, la Convenzione del 10 dicembre 1962 sul consenso matrimoniale, l'età minima per contrarre il matrimonio e la registrazione dei matrimoni richiede per la celebrazione del matrimonio un consenso pieno e libero delle parti[929].

Il concetto di matrimonio esistente ma annullabile risulta fondamentale per una corretta interpretazione del presupposto dell'assenza degli impedimenti civili sancito dal Concordato.

        Questo presupposto, interpretato letteralmente, significa che un matrimonio concordatario contratto in presenza di uno degli impedimenti civili non può produrre effetti nell'ordinamento di Stato. Difatti, la produzione di tali effetti è subordinata, tra l'altro, all'assenza degli impedimenti previsti dalla legislazione polacca[930]. Bisogna tuttavia mettere in evidenza il fatto che, com'è stato rilevato dianzi, nell'ordinamento civile gli impedimenti non rendono nullo il matrimonio ma solamente ne costituiscono la causa dell'annullamento. Stando così le cose, se il presupposto dell'assenza degli impedimenti previsti dalla legislazione polacca fosse necessario per il riconoscimento civile del matrimonio – come sembra suggerire l'interpretazione letterale di quanto è disposto nel Concordato – si violerebbe il principio di uguaglianza dei cittadini[931], giacché la capacità per contrarre un valido matrimonio dipenderebbe dalla forma della sua celebrazione. Se così fosse, non si potrebbe affermare la piena libertà dei nubendi di scegliere tra le due forme della celebrazione del matrimonio che l'ordinamento giuridico mette a loro disposizione.

        Bisogna, dunque, affermare che il matrimonio celebrato in forma religiosa con effetti civili produce nell'ordinamento dello Stato gli stessi effetti che il matrimonio contratto davanti all'ufficiale dello stato civile, anche qualora tra i nubendi esistano degli impedimenti stabiliti dal Codice di famiglia e di tutela. Unica conseguenza derivante dall'esistenza di un impedimento sarà l'annullabilità del matrimonio[932]. Soltanto in questo modo la capacità matrimoniale dei cittadini non dipende dalla forma che essi scelgono per unirsi in matrimonio né dalla loro appartenenza confessionale.

       

 

4.1.2. Le modalità per verificare l'assenza degli impedimenti

 

        Chi deve accertare l'assenza degli impedimenti matrimoniali? Il legislatore ha distinto tra la situazione ordinaria e il caso speciale che si verifica qualora uno dei nubendi versi in pericolo di morte.

 

 

4.1.2.1. Situazione ordinaria

 

Nel caso in cui i nubendi scelgono di sposarsi davanti all'ufficiale dello stato civile il dovere di verificare se essi possiedano la capacità matrimoniale richiesta dalla legge cade, com'è ovvio, su di lui[933]. I nubendi sono tenuti a fare per iscritto un'apposita dichiarazione di scienza in cui dichiarano di non essere a conoscenza degli impedimenti matrimoniali previsti dalla legge[934]. Questa dichiarazione non è tuttavia vincolante in modo assoluto per l'ufficiale dello stato civile. Nel caso in cui egli viene a conoscenza di un impedimento, che i nubendi ignoravano o comunque non hanno dichiarato, deve rifiutare di procedere alla celebrazione del matrimonio[935]. Contro tale decisione è possibile ricorrere al tribunale nella cui circoscrizione si trova l'ufficio dello stato civile, entro 14 giorni dalla notificazione della decisione. La decisione del tribunale è vincolante per l'ufficiale dello stato civile[936].

Nel caso del matrimonio celebrato in forma religiosa con effetti civili le possibilità erano teoricamente due: competente per effettuare il controllo della capacità matrimoniale dei nubendi poteva essere il ministro di culto oppure l'ufficiale dello stato civile. La dottrina ha avanzato entrambe le tesi. I fautori della prima affermavano che "gli impedimenti stabiliti dal diritto canonico in tutti i casi, tranne la bigamia e l'interdizione, hanno un carattere più ampio che nel diritto matrimoniale polacco e perciò assorbono gli impedimenti civili"[937]. Spetterebbe quindi al ministro di culto verificare la capacità matrimoniale civile dei nubendi e ciò farebbe parte della preparazione al matrimonio di cui all'art. 10, c. 2 del Concordato. Contro tale opzione sono state mosse due obbiezioni. Svolgendo l'indagine sugli impedimenti matrimoniali previsti dalla legislazione polacca il ministro di culto assumerebbe di fatto il ruolo dell'ufficiale dello stato civile, il che non è compatibile con l'idea dell'autonomia e dell'indipendenza reciproche dei due ordinamenti, alla quale si ispira il Concordato[938]. Si è anche osservato che il ministro di culto non avrebbe dato le sufficienti garanzie di adempiere a tale dovere in modo soddisfacente[939].

Rispetto alla tesi di "assorbimento" degli impedimenti civili da parte di quelli derivanti dal diritto canonico bisogna anche dire che il matrimonio confessionale – che sta alla base di quello religioso con effetti civili – non è soltanto il matrimonio canonico regolato dal diritto della Chiesa Cattolica. Vi sono attualmente undici – numero certamente destinato ad aumentare in futuro – matrimoni confessionali che possono essere rilevanti per l'ordinamento civile. Orbene, non è detto che tutte le rispettive legislazioni interne contengano delle norme atte ad "assorbire" gli impedimenti stabiliti dal legislatore polacco e, di conseguenza, a garantire a tutti i cittadini la medesima capacità matrimoniale.

        Secondo la seconda posizione dottrinale il relativo controllo resterebbe di competenza dell'ufficiale dello stato civile, il quale dovrebbe rilasciare ai nubendi, prima della celebrazione del matrimonio religioso con effetti civili, un certificato che attesti l'assenza degli impedimenti matrimoniali. Questa soluzione è stata tratta dal Progetto di diritto matrimoniale del 29 maggio 1929 elaborato dalla Commissione codificatrice[940], cui abbiamo accennato nel primo paragrafo di questo capitolo.

        È da segnalare che il diritto ecclesiastico conosce un'altra variante del controllo dell'assenza degli impedimenti matrimoniali effettuato dall'ufficiale dello stato civile. Si tratta di verifica effettuata non prima della celebrazione nuziale, ma al momento della iscrizione del matrimonio nei registri dello stato civile. Teoricamente, anche questa ipotesi poteva essere presa in considerazione dal legislatore polacco. Tuttavia, bisogna sottolineare che essa potrebbe essere applicata – come di fatto succede in Spagna dove la verifica della capacità matrimoniale civile dei nubendi si effettua al momento della iscrizione del matrimonio nei registri civili[941] – solamente se il legislatore avesse deciso di introdurre in Polonia la pluralità di regimi matrimoniali. Infatti, se l'unico matrimonio riconosciuto dallo Stato è quello civile, indipendentemente dal rito di celebrazione, è ovvio che l'assenza degli impedimenti deve essere verificata prima della celebrazione.

Il legislatore ha optato per il controllo previo effettuato dall'ufficiale dello stato civile. Introdotto con la novella del 24 luglio 1998 il nuovo art. 4 del Codice di famiglia e di tutela stabilisce che ai nubendi che decidono di sposarsi in forma concordataria l'ufficiale dello stato civile rilascia "il certificato che attesta l'assenza delle circostanze che escludono la celebrazione del matrimonio nonché il contenuto e la data delle dichiarazioni, fatte davanti a lui, attinenti ai cognomi dei futuri sposi e dei loro figli".

Competente per rilasciare il certificato è l'ufficiale dello stato civile nella circoscrizione del quale una delle parti ha il domicilio[942]. L'ufficiale dello stato civile rilascia il certificato sulla base dei documenti presentatigli dai nubendi[943]. Secondo l'art. 54, c. 1 della Legge sugli atti dello stato civile i nubendi sono tenuti a presentare all'ufficiale dello stato civile i seguenti documenti:

  1)  documento d'identità, certificato di nascita, certificato di scioglimento (annullamento) del precedente matrimonio oppure certificato di morte (o la dichiarazione di morte presunta) del coniuge,

  2)  dichiarazione di non essere a conoscenza delle circostanze che si oppongano alla celebrazione del matrimonio, fatta per iscritto,

  3)