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Chiesa e Stato in Messico*

 

José T. Martín de Agar

 

 

Sommario: 1. Il contesto sociale. - 2. Introduzione storica. - 3. Il sistema delle fonti. - 4. I lineamenti caratteristici del sistema messicano: libertà, laicità e separazione, tre capisaldi in tensione. - 5. Statuto giuridico delle confessioni ed entità religiose. - 6. Autonomia delle confessioni religiose. - 7. Religione ed educazione: scuole confessionali e insegnamento della religione; religioni e mass-media. - 8. Religione e diritto del lavoro. - 9. Finanziamento delle confessioni religiose. - 10. L’assistenza spirituale nelle istituzioni pubbliche. - 11 lo statuto giuridico dei ministri di culto e dei membri degli ordini religiosi. - 12. Matrimonio e diritto di famiglia. - 13. Religione e diritto penale. - 14. Critica prospettica.

 

 

1.      Il contesto sociale

 

Se si dovesse riassumere in poche parole, la storia dei rapporti tra diritto e religione in Messico si potrebbe compendiare in buona misura nel paradosso di una legislazione decisamente laicista in una società profondamente religiosa[1]. Questo contrasto, oltre a provocare in passato crudeli scontri, si è prolungato per decenni in un sistema di equilibrio precario, fra una relativa inerzia delle leggi e una pace sempre minacciata.

Il Messico è un paese tradizionalmente e sociologicamente cattolico: la presenza delle altre religioni, benché in taluni casi molto attiva, è assai minoritaria. Si stima che circa il 92% dei più di 104 milioni di abitanti (dati del 2006) sia costituito da cattolici battezzati; le altre religioni cristiane rappresentano il 2,5%, i non credenti sono il 3% circa. Superano il milione di aderenti i Pentecostali e i Testimoni di Geova; le religioni precolombine e gli avventisti si aggirano sul mezzo milione. Sono presenti molte altre confessioni tra le quali i mormoni, i musulmani, gli ebrei.

 

2.      Introduzione storica

 

La storia dei rapporti Chiesa-Stato nel Messico, pur avendo inizialmente seguito i passi degli altri paesi latinoamericani, diventa poi una delle più travagliate; ad un certo momento prende una piega caratterizzata dal radicalismo, al punto che il Messico è l’unico paese dell’area latino-americana in cui vi sia stata una vera guerra civile religiosa con la conseguente persecuzione. È necessario conoscere almeno i momenti salienti di questa storia per comprendere l’attuale diritto ecclesiastico.

Per la Santa Sede i moti indipendentisti americani (1810-1820) ponevano vari problemi. Innanzitutto essa non poteva riconoscere le nuove nazioni poiché sia la Spagna che il Portogallo le consideravano province ribelli e usavano tutta la loro influenza per evitare un tale riconoscimento. Qualsiasi negoziato veniva sistematicamente intralciato dall’opposizione delle antiche metropoli.

In secondo luogo Roma non desiderava, per ovvie ragioni, il prolungamento del sistema di Patronato, che aveva per secoli limitato la sua giurisdizione sulle chiese americane; essa però si mostrava in generale disponibile a concedere (non a riconoscere) un certo intervento dei poteri civili negli affari della Chiesa, soprattutto in tema di nomina dei vescovi e di altre cariche ecclesiastiche[2].

Indipendenza e prime Costituzioni

In Messico, dopo varie insurrezioni e tentativi di restaurazione, si giunse definitivamente all’indipendenza nel 1821. Era allora formalmente vigente la Costituzione spagnola del 1812. Nell’ottobre del 1821 il presidente (imperatore) A. de Iturbide pose all’Arcivescovo di Città del Messico la questione della provvista degli uffici ecclesiastici: la situazione era infatti precaria poiché molti vescovi residenziali si erano assentati dalle loro sedi. La risposta fu chiara: il Patronato era venuto meno con l’indipendenza, i governanti della giovane nazione avrebbero dovuto ottenerlo dal Sommo Pontefice e nel frattempo le relative competenze ritornavano alle autorità ecclesiastiche, alle quali però veniva suggerito di consultare preventivamente quelle civili per le nuove nomine.

La Segreteria per gli affari ecclesiastici dello Stato messicano aveva una opinione differente: la successione nel Patronato esisteva e il governo poteva esercitarlo e negoziarne con la Santa Sede il riconoscimento (come di fatto fece). Sostenevano questa posizione anche alcuni ecclesiastici[3].

Nel frattempo veniva elaborata la prima costituzione messicana, quella del 1824 di chiara derivazione gaditana. In essa, oltre a invocare Dio come autore e supremo legislatore, si proclamava che “la religione della nazione messicana è e sarà perpetuamente la cattolica, apostolica, romana”. Questa era protetta dalle leggi e l’esercizio di qualsiasi altra religione era proibito[4]. Allo stesso tempo, l’art. 50 conferiva al Congresso federale l’esercizio del Patronato e l’art. 110 abilitava il Presidente a concedere o negare l’exequatur ai decreti della Sede Apostolica, cioè ad autorizzare o meno la loro pubblicazione[5].

Tuttavia l’auspicato riconoscimento del Patronato non si ebbe mai, nemmeno dopo che la Sede Apostolica aveva riconosciuto l’indipendenza messicana (5 dicembre 1836). Alla fine il possesso ed esercizio del Patronato fu proclamato unilateralmente da parte del Congresso, che però affermava formalmente sottomissione e rispetto per il Romano Pontefice nelle materie dogmatiche. Fu imposto al clero di aderire con giuramento a questa decisione comminando severe sanzioni (l’esilio) contro i vescovi e amministratori che avessero osato opporsi[6]. Si può dire che finisce qui l’epoca regalista ed inizia quella liberale giurisdizionalista che, proclamando la libertà di culto e la separazione, non rinuncia tuttavia all’ingerenza negli affari ecclesiastici.

Nel 1833-1834 ebbe luogo la prima delle riforme in senso liberale, sotto la guida del vicepresidente Gómez Farías (Presidente era il generale Santa Ana). Le leggi promulgate in quegli anni prendevano tra l’altro di mira l’educazione, nel senso di estromettere da essa la Chiesa e sottoporla al controllo dello Stato. Si autorizzava il governo a organizzare il sistema di pubblica istruzione, spogliando a tale scopo gli istituti educativi ecclesiastici; l’Università di Città del Messico venne chiusa[7].

Ebbe pure inizio la riduzione civile del clero sottoponendo a stretta vigilanza la predicazione e gli interventi pubblici. Fu avviato un minuzioso controllo dei beni e delle persone ecclesiastiche, celato da esigenze statistiche, ma in realtà finalizzato a finanziare la guerra con gli Stati Uniti[8] e all’incameramento dei beni, presentato come recupero della manomorta.

Durante tutto questo periodo si succedettero lotte e insurrezioni militari, di pari passo con l’apparire e lo sparire sulla scena del generale Santa Ana.

La Costituzione del 1857 e le Leyes de Reforma

Nel 1855 Santa Ana[9] abbandonò definitivamente il Messico e fu avviata la seconda riforma liberale, dalla quale scaturì innanzitutto la Costituzione del 5 febbraio 1857. In essa il confessionismo cattolico non aveva più posto; venne invece riconosciuta una timida libertà religiosa, garantendo che nessuno sarebbe stato disturbato a causa della religione da lui praticata, e una altrettanto timida protezione della religione cattolica per il fatto di essere stata la religione esclusiva del popolo messicano (art. 15).

Ma già nell’anno precedente la così detta Ley Lerdo[10] aveva stabilito l’abolizione e redenzione della manomorta, mettendo in vendita molti beni ecclesiastici. La Costituzione recepì questo indirizzo e negò (art. 27) alle corporazioni (civili ed ecclesiastiche) la capacità di acquistare e di amministrare direttamente qualsiasi bene immobile, ad eccezione di quelli immediatamente e direttamente al servizio dei loro scopi. Proibiva inoltre i voti religiosi (art. 5), escludeva gli ecclesiastici dalle cariche fondate sulla elezione popolare (art. 56 e 77) e riservava in esclusiva ai poteri federali l’esercizio delle competenze legali sulla disciplina esterna del culto religioso (art. 123)[11].

Questi disposti costituzionali vennero attuati attraverso le Leggi di Riforma 1855-1874 (promulgate a Veracruz, per la maggior parte nel 1859). Si trattava in definitiva dell’attuazione di una politica tesa a estromettere la Chiesa dalla vita sociale, riducendo la sua attività, come si diceva, entro le mura dei templi[12]. Il radicalismo di queste misure alimentò ancora divisioni e guerre, mai placate in verità. Nel 1857 il gen. Félix Zuloaga insorse e revocò le misure emanate dal governo liberale presieduto da Benito Juárez, il quale nel 1858 si stabilì a Veracruz e proseguì nel completamento della riforma.

Il modo di intendere la libertà di culto proclamata nella Costituzione traspare chiaramente nella legge del 12 luglio 1859 che -mentre ordinava lo scioglimento degli ordini religiosi incamerando tutti i loro beni, vietando l’uso dell’abito religioso e ascrivendo al clero secolare i religiosi chierici - dichiarava nel contempo che “ci sarà perfetta indipendenza tra gli affari dello Stato e gli affari puramente ecclesiastici”; nella stessa legge si affermava che “il governo si limiterà a proteggere con la sua autorità il culto della religione cattolica e di qualsiasi altra” (art. 3)[13]. Ritorna il consueto paradosso di una ideologia liberale che propone, in linea di principio, la libertà di culto e la separazione dello Stato dalla Chiesa ma che, in pratica, finisce per voler controllare sia il culto che la Chiesa.

Nemmeno l’imperatore Massimiliano (1864‑1867) imposto dalla Francia, che si presentava come la soluzione moderata al conflitto in atto, fece marcia indietro sulle riforme liberali di B. Juárez: invece cercò di legittimarle, addirittura con la proposta alla Santa Sede di un concordato[14].

Tornato a Città del Messico dopo la sconfitta dell’arciduca austriaco, B. Juárez diede seguito all’attuazione delle riforme. In questo suo ultimo mandato egli avviò la politica religiosa, che poi diventò tipica, di governare con leggi estremamente radicali senza applicarle strettamente e nemmeno derogarle[15].

Non così il suo successore Lerdo de Tejada (1872‑1876) il quale costituzionalizzò le leggi di riforma e dispose la loro rigorosa applicazione[16]. Le reazioni contro le misure settarie di Lerdo furono molteplici: i vescovi, molti di essi ormai in esilio, protestarono vivamente e incoraggiarono i cattolici alla attività politica. Fu costituita la Sociedad Católica per difendere i diritti della famiglia.

Nei 35 anni che videro al potere il gen. Porfirio Díaz (1876‑1911) si tornò ad una politica di relativa moderazione, senza che tuttavia venissero abrogate le leggi anti-ecclesiastiche; anzi in questo periodo si consolidarono le espropriazioni compiute ai danni della Chiesa[17]. Furono comunque anni di calma e di un certo progresso economico, durante i quali la Chiesa poté sviluppare la sua attività.

La Costituzione del 1917

Dal 1911, anno in cui Madero riuscì a spodestare P. Díaz, fino al 1916 ebbe luogo la “Rivoluzione Messicana”, che riportò in auge la persecuzione aperta contro la Chiesa; la maggior parte dei vescovi finirono in esilio. In questo frangente alcuni gruppi cattolici diventarono più attivi nel campo politico e sociale, organizzandosi nel Partido Católico Nacional il cui programma politico si ispirava alla dottrina sociale della Chiesa.

Assassinato Madero (febbraio 1913), prese il potere Victoriano Huerta contro il quale insorsero i costituzionalisti. Il loro leader Venustiano Carranza, dopo avere sconfitto Huerta nel 1914, dovette lottare ancora per affermarsi all’interno delle forze rivoluzionarie. Il suo trionfo e la fine della guerra civile giunsero nel 1916.

Si aprì allora un nuovo periodo costituente. Tuttavia l’appoggio che alcuni degli esponenti del partito cattolico avevano dato all’usurpatore Huerta, diede un pretesto ai rivoluzionari per escludere i cattolici dalla vita politica[18]. Così il Congresso Costituente convocato a Querétaro riunì per lo più deputati anticlericali.

Da Querétaro uscì la Costituzione del 5 febbraio 1917, che rappresenta il culmine dell’atteggiamento anticattolico nella legislazione messicana. Essa è ancora oggi in vigore, benché emendata per le materie religiose nel 1992 e 1993.

Il 26 gennaio 1917 la Commissione Costituzionale del Congresso Costituente aveva dichiarato in modo ben preciso quali erano le basi sulle quali si intendeva legiferare in materia di religione e di culto: non bastava la separazione fra Stato e Chiesa, si doveva “sottolineare la supremazia del potere civile sugli elementi religiosi” negando ogni forma di personalità giuridica ai gruppi religiosi e considerando i ministri di culto come privati che servono i loro seguaci. Si doveva insomma evitare in tutti i modi la possibilità che gruppi e ministri religiosi potessero esercitare il proprio influsso morale sulle masse, cosa che avrebbe indebolito il potere politico[19].

Questi propositi trovarono puntuale attuazione, soprattutto negli art. 3, 5, 24, 27 e 130 della Costituzione. In essi venivano proclamate la libertà di credo e di culto, nonché la separazione fra Stato e chiese. Ma al contempo si stabiliva:

-       che il culto e la disciplina esterna sono sotto il controllo del Governo a norma di legge (art. 130). Il culto pubblico si può celebrare soltanto nei templi, i quali sono sotto la vigilanza dell’autorità civile.

-       che “la legge non riconosce alcuna personalità giuridica alle aggregazioni religiose chiamate chiese” (art. 130), le quali non avranno capacità di acquistare, possedere o amministrare beni immobili; quelli che erano in loro possesso venivano nazionalizzati (art. 27.II). I templi passano sotto il dominio del Governo, e lo stesso avviene per tutti gli altri beni ancora non confiscati. I templi possono essere dati in uso per il culto.

-       l’educazione è obbligatoriamente laica in tutti i centri, pubblici e privati, con divieto alle confessioni religiose e ai loro ministri di intervenire direttamente o indirettamente nelle scuole di ogni tipo.

-       i Parlamenti dei singoli Stati determinano il numero massimo di ministri di culto che possono esercitare la propria attività. Essi sono considerati professionisti e sottoposti alla relativa legislazione. Tutti devono essere messicani per nascita, non possono votare né essere eletti o svolgere alcun incarico pubblico, né possono manifestare il loro pensiero in materia politica. Essi sono incapaci di succedere per testamento tranne che ai loro parenti fino al quarto grado.

-       sono vietati i voti religiosi e disciolti gli ordini monastici.

-       sono vietati i partiti e le associazioni politiche di denominazione cristiana.

Le proteste suscitate da queste e altre norme consigliarono allo stesso Carranza di tentarne la modifica (che non ebbe successo) e al suo successore Obregón (1920‑1924) di non premere troppo per la loro applicazione. Tuttavia si lamentarono numerosi incidenti dovuti alla ostilità del governo contro le manifestazioni religiose. Il Delegato Apostolico, mons. Filippi, fu espulso.

Per diversi motivi il generale Plutarco Elías Calles (1924‑1928) si schierò a favore di un’attuazione di queste norme e le inasprì ancora di più, soprattutto mediante la Ley Reglamentaria dell’art. 130 cost. (4 gennaio 1926) e con la riforma del Codice Penale in materia di culto e di disciplina esterna (14 giugno 1926) che comminava pene molto severe agli inadempienti; si cercò ancora una volta di costituire una chiesa scismatica messicana.

Il soffocante radicalismo di queste misure e il tentativo di applicarle severamente finì per scatenare una vera e propria persecuzione, soprattutto contro il clero. Uno dei più odiosi punti di scontro fu la registrazione dei sacerdoti imposta alla Chiesa, la riduzione del numero di ministri e l’affidamento dei templi a ministri non approvati dall’autorità ecclesiastica[20]. Il pericolo di confusione indusse la gerarchia, consultata la Santa Sede, a sospendere in tutto il territorio il culto pubblico. La reazione popolare sfociò nello scontro armato della tristemente famosa guerra dei “Cristeros” (1926‑1929) meglio conosciuta come la “Cristiada”[21].

Il conflitto armato si concluse nel 1929 con il compromesso o “Arreglos” tra il successore di Calles (da questi controllato), Emilio Portes Gil (1928‑1934), e i vescovi L. Ruiz y Flores (vescovo di Morelia e Delegato Apostolico) e P. Díaz (vescovo di Tabasco)[22]. Il governo si impegnava a concedere l’amnistia agli insorti ed a restituire alcuni beni alla Chiesa, garantendone l’uso pacifico. Non venne firmato alcun documento; il Presidente dichiarò di essere propenso ad una interpretazione più benigna delle leggi (soprattutto in ciò che riguardava il registro dei sacerdoti e l’educazione) e i vescovi esortarono a riprendere il culto pubblico e a cessare le ostilità.

Le leggi non furono abrogate neppure riformate e malgrado le promesse di amnistia per i Cristeros, che deposero le armi, la persecuzione continuò ancora, al punto che si dice siano stati più numerosi i morti dopo il conflitto, fino al 1940, che durante il medesimo[23].

Da allora e fino ad oggi i rapporti tra Chiesa e Governo sono stati regolati, con alti e bassi, da un modus vivendi consistente in un relativo congelamento delle leggi persecutorie, che tuttavia continuano ad essere in vigore[24]. Questa prolungata situazione potrebbe accademicamente essere qualificata come realistica, ma invero essa ha come protagonista il popolo messicano, che (ignorato dai politici) ha saputo difendere la sua fede con tenacia. Un realismo inoltre molto relativo, tenendo conto della sempre più grande distanza fra realtà sociale, esigenze democratiche e legalità politica.

Ancora in vigore, la Costituzione del 1917 è stata riformata in diversi punti. Dopo un lungo percorso di riavvicinamento e distensione fra gerarchia e autorità civile, nel 1992 sono state ristabilite le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, interrotte dal 1865. La riforma costituzionale in materia di libertà religiosa è stata effettuata nel 1992 e 1993. Più che la sua portata legislativa, in sé modesta, quel che conta è l’avviamento alla normalizzazione, anche democratica, della nazione.

 

 

3.      Il sistema delle fonti

 

Il sistema giuridico messicano è prolisso e complesso anche per il fatto che si tratta di una Federazione di Stati ciascuno con un proprio ordinamento. La materia religiosa è definita fin nei dettagli dalla Costituzione federale, la quale si interessa del fatto religioso negli articoli 3, 5, 24, 27 e soprattutto 130 che sono stati, appunto, quelli toccati dalla recente riforma. La “Ley de Asociaciones Religiosas y Culto Público” (LARCP) del 13 luglio 1992, che sviluppa e applica l’art. 130 cost. riformato e altri, si può considerare una legge sull’esercizio della libertà religiosa, il cui rango di ‘Ley reglamentaria de la Constitución’ (legge di applicazione delle norme costituzionali) la colloca al di sopra delle leggi ordinarie e della legislazione statale[25]. Completa il quadro il Reglamento della LARCP del 3 novembre 2003, che oltre a concretizzare e facilitare l’applicazione della legge, in certi aspetti la mitiga e aggiunge garanzie. Non esistono accordi con le confessioni religiose.

L’autorità federale competente per le questioni religiose è la Secretaría de Gobernación (Ministero degli affari interni), nella quale specificamente trattano questa materia la Sottosegreteria di Popolazione, Migrazione e Affari religiosi e la Direzione Generale delle Associazioni Religiose. Le autorità statali e locali vengono incaricate dell’espletamento delle predette norme su mandato di quelle federali.

 

 

4.      I lineamenti caratteristici del sistema messicano: libertà, laicità e separazione, tre capisaldi in tensione

 

I criteri che definiscono l’atteggiamento dello Stato nei confronti del fenomeno religioso sono, sulla carta, non positivi; i testi legali grondano ancoradi un laicismo,che oggi potrebbe dirsi ingenuo, i cui toni solo in parte vengono smorzati dalla recente riforma. La religione sembra un insieme di pregiudizi fanatici le cui manifestazioni debbono essere confinate nei templi (o nelle case private), il cui insegnamento e diffusione sono possibilmente da escludere e da combattere con i risultati del progresso scientifico (art. 3.II cost.). Gli atti di culto si devono celebrare nei templi, soltanto in via straordinaria si potranno compiere altrove; ad essi (o ad atti analoghi) non possono partecipare con carattere ufficiale autorità e pubblici ufficiali; la loro trasmissione per radio o televisione –sempre con carattere eccezionale– richiede il permesso della Secretaría de Gobernación.

La legge che sviluppa la costituzione in campo religioso (LARCP) dichiara che “lo Stato messicano è laico” e successivamente interpreta questo principio nel senso che allo Stato spetta “esercitare la sua autorità su ogni manifestazione religiosa, individuale e collettiva”, soltanto per ciò che attiene al rispetto delle leggi e alla tutela dell’ordine pubblico e dei diritti altrui, mentre  è vietata ogni statuizione in favore o contro una confessione o ente religioso (art 3)[26].

Il principio guida dei rapporti tra Stato e confessioni religiose viene individuato espressamente in quello di separazione (art. 130 cost.). Questa viene intesa nel senso che “le chiese e gli altri raggruppamenti religiosi sono soggetti alla legge”. Eppure il nocciolo del cambiamento sta qui: prima le comunità religiose venivano soppresse e se ne ignorava la presenza, ora si appronta uno statuto civile che, per quanto rigido e angusto, ne riconosce esistenza e attività. Spetta al Congresso legiferare su queste materie sviluppando le precise direttive date dalla costituzione.

La libertà religiosa come diritto individuale viene proclamata nell’art. 24 della costituzione che sancisce le libertà di professare e scegliere la propria religione nonché di praticarne il culto, le cerimonie e devozioni, senza altre restrizioni che quelle rientranti nell’illecito penale; nell’attuale redazione si apre anche la possibilità di autorizzare atti di culto fuori dei templi, prima vietati. Più in particolare la Ley reglamentaria (art. 2) include la possibilità di associarsi e radunarsi per motivi religiosi; comprende anche il diritto di non avere,  praticare o sostenere alcuna religione (e di non appartenervi); di non essere oppresso, molestato o discriminato a motivo delle proprie scelte in materia religiosa né di doverle dichiarare, eccezion fatta per le inabilità alle cariche pubbliche previste per i ministri di culto; di non essere inquisito per la manifestazione delle proprie idee religiose. Ma in precedenza l’art. 1 avverte che “le convinzioni religiose non esimono in nessun caso dall’adempimento delle leggi” né delle responsabilità da esse derivanti[27]. Tra le molte cautele sorprende la libertà per chiunque di aprire luoghi di culto: è necessario soltanto darne comunicazione nei 30 giorni successivi (ivi, art. 24).

Se la libertà religiosa sul piano personale viene ormai riconosciuta in termini relativamente ampi, nell’ambito collettivo e istituzionale il progresso è più cauto e limitato.

È stato trasferito all’art. 24 il 2º comma del vecchio art. 130, secondo il quale “il Congresso non può dettare leggi che stabiliscano o proibiscano una qualsiasi religione”. La formula, com’è noto, si rifà al Primo Emendamento statunitense: essa tuttavia ha una ben diversa portata nel contesto del diritto ecclesiastico messicano, in particolare per ciò che riguarda le confessioni religiose[28]. Mentre il divieto di stabilire una religione di Stato è equivalente a quello in vigore degli Stati Uniti Americani, non accade lo stesso con la clausola di “libero esercizio”, non fosse altro per il fatto che nel testo messicano non si parla di libero esercizio. Ma soprattutto le confessioni religiose sono disciplinate, direttamente e con più ampiezza, da altre norme, costituzionali e connesse, di maggiore portata effettiva, come dimostra la realtà delle cose: delle leggi, dei problemi e delle soluzioni che si adottano.

La norma costituzionale che brevemente stiamo esaminando è quindi lontana dal rappresentare la chiave del sistema messicano in materia religiosa, il punto di equilibrio tra libertà dei cittadini e laicità o neutralità dello Stato[29]. Uno sguardo di insieme al sistema rivela che mentre lo Stato assicura la propria autonomia (preminenza) di fronte alle confessioni, queste non hanno ancora raggiunto una sufficiente autonomia nei confronti dello Stato, il quale si riserva ampie competenze sulle comunità religiose e la loro attività.

 

 

5.      Statuto giuridico delle confessioni ed entità religiose

 

Nonostante ciò il cambiamento introdotto dall’art. 130 è abbastanza radicale e rappresenta un punto chiave nel processo di normalizzazione poichè si passa dalla negazione alla affermazione, dalla proscrizione ostile ad una tollerante accettazione, dal pretendere che le confessioni non esistano al riconoscimento della loro presenza. Il nuovo art. 130 e la legge che lo sviluppa disegnano il profilo e le condizioni di tale riconoscimento. Esso consiste in sostanza nella possibilità che  “chiese e gruppi religiosi” (e gli enti ad essi collegati) abbiano personalità giuridica se si costituiscono e sono registrati come “associazioni religiose”, secondo quanto disposto dalla LARCP, senza tuttavia esigere che debbano adottare lo schema associativo nella loro organizzazione interna.

In effetti, la Costituzione prevede uno specifico tipo di ente confessionale, quello di “associazione religiosa”. Per godere dello status tipico di questa categoria di persone giuridiche, le “chiese e gli altri raggruppamenti religiosi” devono iscriversi come associazioni religiose in un registro speciale, adempiendo i requisiti richiesti dalla legge (art. 130). È la registrazione che costituisce l’ente civile associazione religiosa.

La legge sulle associazioni religiose esige il rispetto di una serie di requisiti e impegni come premessa alla registrazione. Tra i requisiti che devono accompagnare la richiesta si annoverano lo stabilimento del domicilio nel Messico dove devono avere svolto attività prevalentemente religiosa per almeno 5 anni, la sufficienza dei beni, nonché il ‘notorio arraigo’ (radicamento notorio) fra la popolazione[30]. I relativi statuti devono contenere i tratti salienti della dottrina religiosa ed elencare gli associati e i rappresentanti legali ai diversi livelli dell’organizzazione interna[31].

Anche gli enti e le divisioni interne delle associazioni registrate possono a loro volta registrarsi come associazioni religiose (LARCP art. 6). Il Regolamento dice che le associazioni religiose possono “chiedere la registrazione costitutiva delle loro entità e divisioni interne. Questa richiesta deve essere fatta tramite i loro rappresentanti”[32].

Le ‘chiese e gli altri raggruppamenti religiosi’ che non si costituiscano come associazioni religiose, possono farlo come semplici associazioni civili a finalità religiosa in base al Codice civile (art. 25), poiché il diritto di libertà religiosa include quello di associazione e riunione con finalità religiose (LARCP art. 2), o semplicemente agire come soggetti di fatto. Queste entità -nella misura in cui svolgano attività di culto pubblico- sono comunque tenute a rispettare la normativa vigente in materia religiosa e non godranno di taluni diritti concessi alle associazioni religiose (LARCP art. 10). Quasi tutti questi diritti si possono ottenere per altre vie, tranne forse quello di avere o conservare l’uso esclusivo di templi e altri beni di proprietà dello Stato (cosa poco rilevante per molte confessioni non cattoliche); in compenso, secondo alcuni, queste entità non sono tenute a rispettare alcuni obblighi imposti dalla LARCP alle associazioni religiose, soprattutto in campo patrimoniale. Molti precetti limitativi, infatti, si riferiscono espressamente alle associazioni religiose e non  dovrebbero essere interpretati estensivamente.

La legge inoltre concede alle associazioni religiose vari diritti: nome esclusivo, organizzazione libera al proprio interno, formazione e nomina dei ministri, pratica del culto e propaganda religiosa, costituzione di enti ospedalieri, di assistenza e di educazione in conformità alle relative leggi, uso esclusivo dei beni di proprietà nazionale (templi soprattutto).

 

 

6.      Autonomia delle confessioni religiose

 

Un passo avanti verso una compiuta libertà delle confessioni religiose è il fatto che la costituzione vieti alle autorità civili di intervenire nella vita interna delle associazioni religiose. Il regolamento specifica che per ‘affari interni’ si intendono tutti gli atti compiuti in conformità ai propri statuti[33]. La registrazione come associazioni non impedisce di adottare o conservare l’organizzazione interna che sia loro propria, le norme di funzionamento, di scelta delle autorità, di selezione, formazione e designazione dei ministri. Le dissonanze fra lo statuto interno e quello civile non sembrano avere creato grandi difficoltà. Basta che le associazioni religiose rispettino le norme in vigore e non abbiano finalità prevalenti di lucro. Possono anche costituire enti privati di carattere educativo, assistenziale, sanitario e di altro tipo,  senza scopo di lucro.

La libertà di azione esterna delle confessioni registrate non è così ampia; essa trova in pratica precisi limiti soprattutto riguardo ai beni immobili e ai media. Come si è detto, prima del 1992, l’art. 27.II e III cost. negava alle confessioni capacità di acquistare, possedere o amministrare beni immobili e ordinava la confisca di quelli che fossero o arrivassero in loro possesso anche tramite terzi: per questo motivo i templi (anche quelli costruiti dopo il 1922) vennero nazionalizzati, benché poi concessi in uso. Agli istituti di beneficenza, a patto che non fossero in rapporto con alcuna confessione o ministro di culto, era permesso possedere i beni strettamente e direttamente necessari per le loro finalità.

La riforma del 1992 deroga, senza retroattività[34], alla confisca, e concede alle confessioni che si costituiscano come associazioni religiose, a norma dell’articolo 130 e della relativa legge regolamentare, “capacità per acquistare, possedere o amministrare, esclusivamente i beni necessari ai loro obiettivi, nel rispetto dei requisiti ed entro i limiti che stabilisca la legge regolamentare”. Secondo questa (LARCP art. 16 e 17) la Secretaría de Gobernación decide sul carattere indispensabile dei beni che le costituende associazioni religiose intendano acquistare.

Parimenti viene soppresso il divieto per le entità di beneficenza di avere legami con le confessioni religiose, sempre “subordinatamente a quanto disposto dalla legge regolamentare”.

Il rispetto di queste limitazioni è sottoposto a controllo specifico nel caso dei beni immobili, per acquistare i quali (a qualsiasi titolo) le associazioni devono chiedere una ‘dichiarazione di pertinenza’ (declaración de procedencia) alla Secretaría de Gobernación[35], presso la quale inoltre ogni associazione deve registrare gli immobili in proprio possesso (LARCP art. 17). Al momento della registrazione essa deve indicare gli immobili che possiede (anche quelli pubblici concessi in uso) e quelli che intende apportare al patrimonio della costituenda associazione[36]. Nella LARCP esiste un certo paradosso: da una parte le associazioni possono disporre esclusivamente dei beni necessari all’adempimento delle finalità che si propongono (art. 16), al contempo nel chiedere la registrazione devono provare che hanno beni sufficienti per il raggiungimento di tali finalità (art. 7.III); entrambi i requisiti ricadono sotto il vaglio dell’autorità. Ciò rientra nella genuina tradizione ecclesiasticista messicana: tanti requisiti che possono ridursi a pura formalità, ma che –arrivato il caso– consentono di esigere un rigoroso adempimento[37].

 

 

7.      Religione ed educazione: scuole confessionali e insegnamento della religione; religioni e mass-media

 

Obiettivo principale della costituzione del 1917 era la radicale estromissione della religione e della Chiesa dall’ambito educativo; così il lungo art. 3[38] proibiva qualsiasi orientamento o insegnamento religioso nelle scuole (anche private) e stabiliva che le corporazioni religiose, i ministri di culto, le associazioni o società collegate alla propaganda di qualsiasi credo religioso non potessero intervenire, in nessun modo, nei centri di educazione primaria e secondaria, né in quelli per maestri, operai o contadini[39]. Entrambi i divieti sono stati eliminati nel testo del 1992.

Riguardo alle scuole confessionali, l’art 3.VI consente ai privati, dietro autorizzazione espressa di “impartire educazione di ogni tipo e modalità”; spetta allo Stato stabilire le regole per la validità di tale insegnamento e le scuole private (confessionali o meno) devono comunque adottare i progetti, criteri e programmi stabiliti per le scuole pubbliche. Tra tante cautele va segnalato però il proposito del Governo federale di “considerare l’opinione dei governi ed enti statali nonché dei diversi settori sociali coinvolti nell’educazione” al momento di stabilire i piani e i programmi di studio di primo e secondo livello (art. 3.III cost.).

Per l’insegnamento religioso, rimane in vigore il criterio secondo cui la libertà religiosa esige che l’educazione pubblica sia laica: pertanto “si manterrà completamente aliena da qualsiasi dottrina religiosa”[40]. Ciò sembra escludere l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, mentre a contrario lo si ammette nelle scuole private, dal momento che non è più richiesto ad esse di adeguarsi al criterio di laicità in vigore per le scuole pubbliche (art. 3.VI.a cost.). È questo un punto di discussione ancora aperto e forse il più dibattuto dopo la riforma[41]: da un lato perché la laicità dello Stato (e delle sue scuole) non dovrebbe necessariamente escludere l’insegnamento religioso (basta che sia impartito in modo rispettoso della libertà e dell’uguaglianza); dall’altro perchè è un diritto dei genitori poter scegliere il tipo di educazione religiosa e morale che devono ricevere i figli, come ripetutamente proclamato nei documenti internazionali sui diritti umani. Questo diritto di scelta riguarda innanzitutto le scuole pubbliche e non lo si può ritenere soddisfatto con la possibilità di inviare i figli a scuole private, confessionali o meno.

Nel dare applicazione all’art. 3 cost., la Ley General de Educación segue gli stessi criteri di fondo, ma fa anche alcuni progressi in materia di libertà di insegnamento. Infatti le scuole private sono integrate nel servizio pubblico di educazione (art. 10) e i relativi investimenti sono considerati di interesse sociale (art. 28). Possono essere autorizzati testi scolastici diversi da quelli ufficiali e gratuiti, che comunque le autorità sono tenute a distribuire in maniera “opportuna, completa, ampia ed efficiente” (art. 19)[42].

Tuttavia nella riforma del 1992 non vennero cambiate le sezioni IIª e Vª dell’art. 3 cost., secondo le quali rimaneva nella discrezionalità dei poteri pubblici (senza ricorso) concedere o revocare il permesso ai privati per aprire scuole e parimenti “ritirare discrezionalmente, in qualsiasi momento, il riconoscimento della validità degli studi compiuti nelle scuole private”. Così è stata richiesta una ulteriore modifica costituzionale (avvenuta nel marzo 1993) che sottopone alle previsioni di legge la concessione e il ritiro di tale riconoscimento.

È stato soppresso anche il divieto, enunciato nei termini più assoluti nel precedente art. 130 cost. e corredato da severe punizioni, di convalidare o espletare qualsiasi attività amministrativa tendente a riconoscere o conferire validità civile agli studi compiuti “negli stabilimenti destinati alla preparazione professionale dei ministri di culto”.

Mezzi di comunicazione

Oltre che della scuola, i costituenti di Querétaro erano ben coscienti dell’importanza dei media per l’insegnamento e la diffusione delle idee: perciò –nonostante gli art. 6 e 7 della stessa Costituzione – limitarono rigorosamente le possibilità di intervento in questo campo, vietando alle pubblicazioni periodiche confessionali di “commentare affari politici nazionali, informare su atti delle autorità del paese o di privati in rapporto con le pubbliche istituzioni” (art. 130 cost.). Il concetto di “pubblicazione a carattere confessionale” era assai ampio: erano ritenute tali quelle che lo fossero “per il loro programma, per la testata o semplicemente per le loro tendenze ordinarie”. La proibizione è scomparsa dopo la riforma del 1992.

Ai ministri di culto veniva fatto speciale divieto di criticare le leggi, le autorità o il governo in qualsiasi adunanza formale (anche privata), in occasione di atti di culto o della predicazione. L’intento di escludere i cattolici –in quanto tali– dalla vita politica si esprimeva nella rigorosa proibizione di raggruppamenti politici nel cui nome vi fosse “alcuna parola o indicazione qualsiasi che faccia riferimento a una confessione religiosa” (ivi). Queste proibizioni sono tuttora in vigore (art. 130.e cost.).

La LARCP (art. 16 § 2) stabilisce che sia le associazioni religiose che i ministri di culto “non possono possedere o amministrare, da sé o tramite terzi, concessioni per la gestione di emittenti di radio, televisione o qualsiasi tipo di telecomunicazione, né acquistare, possedere o amministrare qualsiasi mezzo di comunicazione di massa”, a eccezione delle pubblicazioni stampate di carattere religioso; la trasgressione di questo divieto viene considerata tra le infrazioni punibili (ivi art. 29). Ma questo divieto non trova sostegno nella Costituzione ed a ragione è stato considerato illegittimo[43]. A prescindere dal ricorso ai tribunali, possibili soluzioni stanno nella costituzione di società civili che offrano spazi religiosi alle confessioni nelle loro emittenti[44].

La Costituzione continua a stabilire che gli atti di culto pubblico devono essere celebrati nei templi; soltanto in via straordinaria, e a certe condizioni, si possono effettuare fuori di essi. Su questa scia la LARCP (art. 21) considera di carattere straordinario anche la loro trasmissione via radio o televisione[45], sottoponendola non solo al previo avviso (come gli atti fuori dei templi), ma anche alla previa autorizzazione della Secretaría de Gobernación[46]. Queste cerimonie non possono essere trasmesse “negli spazi di radio e televisione riservati allo Stato”.

 

 

8.      Religione e diritto del lavoro

 

I rapporti tra religione e leggi sul lavoro hanno acquistato impostazioni inusitate dal momento che la costituzione del 1917 (art. 130) considerava i ministri di culto come professionisti soggetti alle leggi che regolavano questo tipo di attività; ai parlamenti statali spettava determinare il numero massimo di ministri che fossero ritenuti necessari; tutti dovevano essere messicani per nascita. Dopo la riforma del 1992 questi limiti sono stati per lo più derogati: comunque la LARCP ribadisce che i rapporti fra le associazioni religiose e i “loro lavoratori saranno soggetti a quanto stabilito dalla legge sul lavoro applicabile” (art. 10); ma non sembra si includano nell’espressione “loro lavoratori” i ministri di culto né i religiosi.

Domenica è il giorno settimanale di riposo. Non esistono in Messico festività religiose, soltanto civili; fra queste, 25 dicembre e capodanno sono gli unici giorni che coincidono con feste religiose in cui uffici pubblici, banche, ecc.[47], sono chiusi. In ambito scolastico e anche privato c’è una maggiore, ormai diffusa, flessibilità.

 

 

9.      Finanziamento delle confessioni religiose

 

La legge non prevede alcun tipo di finanziamento pubblico diretto delle confessioni. Quanto alla disciplina tributaria le persone fisiche e morali, nonché i beni, di cui si occupa la LARCP, sono sottoposti alle leggi fiscali riguardanti le loro attività e il loro uso. Le associazioni religiose non devono pagare imposte per l’acquisto di immobili nei sei mesi seguenti alla loro registrazione[48]. Peraltro, poichè tutte le confessioni, gruppi ed associazioni religiose (registrate o semplicemente civili), nonché le opere e gli enti da loro dipendenti o partecipati, non possono perseguire finalità o svolgere attività lucrative, godono delle esenzioni d’imposta (tra cui quelle su reddito, su patrimonio, e iva) accordate alle entità di questo tipo per le loro attività; le donazioni che ricevono non sono deducibili, anzi se provengono da imprese sono gravate dall’iva[49].

Ad ogni modo le confessioni si devono autofinanziare. In passato la Costituzione considerava giuridicamente inesistenti le confessioni e ne incamerava i templi e altri beni immobili (art. 27.II), anche se alcuni templi potevano essere affidati in uso e si autorizzava la raccolta di beni mobili al loro interno (art. 130)[50]. Oggi le confessioni, con i limiti e controlli già esaminati, possono avere il loro patrimonio, acquistare i beni necessari ai loro scopi con qualsiasi mezzo legittimo e amministrarli autonomamente.

 

 

10.    L’assistenza spirituale nelle istituzioni pubbliche

 

Nella disciplina del fatto religioso, l’assistenza spirituale non trova spazio né come specifico contenuto del diritto individuale di libertà religiosa (formulato piuttosto in termini di non costrizione nell’art. 2 della LARCP) né come diritto delle confessioni (oppure dei loro ministri) nei rapporti con i loro fedeli. A colmare il vuoto viene il Regolamento della LARCP (art. 6), che impone ai responsabili dei centri, pubblici e privati, di degenza, di assistenza o di recupero sociale, di soggiorno o accoglienza, l’obbligo di provvedere perché gli internati o utenti che espressamente lo chiedano, possano ricevere l’assistenza spirituale delle associazioni religiose e dei loro ministri.

 

 

11.    Lo statuto giuridico dei ministri di culto e dei membri degli ordini religiosi

 

La Costituzione del 1917 è altrettanto diffidente e ostile nei confronti dei ministri di culto (sacerdoti e religiosi cattolici): cosciente della grande ascendenza che hanno sul popolo, tendeva a precludere loro ogni possibilità di influsso sociale e soprattutto politico. Vengono considerati professionisti “che prestano i loro servizi agli affiliati della religione o setta cui appartengono”[51], quindi sottoposti direttamente alle leggi su materie religiose (art. 130 cost.). In realtà essi non disponevano dei diritti riconosciuti alle altre categorie poiché si aggiungeva: “ma per ragione dell’influsso morale che acquistano sui loro seguaci nell’esercizio del loro ministero, sono sotto vigilanza” e non godevano di quanto “disposto nell’articolo 4 della Costituzione, che si riferisce ad un’altra classe di professionisti”[52].

Essi, come pure le associazioni ed enti collegati con la religione, venivano esclusi da qualsiasi forma di intervento nell’educazione dei giovani, dei maestri, degli operai e i contadini (art. 3.IV). Oggi, questa interdizione è stata tolta dalla Carta costituzionale.

Nella logica rivoluzionaria di allora  non poteva essere accettato il tipo di vita dei religiosi: per cui oltre a sciogliere gli ordini e le congregazioni religiose e incamerarne i beni, si prendevano misure per evitarne la ricostituzione. A tale scopo l’art. 5 cost. dichiara che “lo Stato non può permettere che sia portato a termine nessun contratto, patto o convenzione che abbia come oggetto, la perdita o l’irrevocabile sacrificio della libertà della persona, sia per motivi di lavoro, che di educazione o di voto religioso”. Nella nuova redazione dell’articolo questo tipo di impegni personali continuano ad essere civilmente ineseguibili “quale che ne sia la causa”, senza ormai elencare i motivi su cui poggia questa disposizione. Nel 1992 è sparito dall’art. 5 anche l’espresso divieto di “stabilimento di ordini monastici, quale che sia il nome o l’oggetto con cui si tenti di costituirli”[53].

È stato abrogato anche il comma costituzionale, forse il più contrastato, per il quale spettava al parlamento di ciascuno stato della Federazione “determinare, secondo i bisogni locali, il numero massimo di ministri dei culti” (art. 130 § 7)[54]. Non si esige più che i ministri di culto siano messicani per nascita: ora possono ricoprire questo ufficio messicani e stranieri maggiorenni che siano in regola con le leggi di immigrazione. Comunque i rappresentanti delle associazioni religiose devono essere messicani.

Agli effetti civili la condizione di ministro di culto si acquista per conferimento da parte dell’associazione religiosa di appartenenza, che deve darne comunicazione all’autorità civile. Per i casi in cui si trascuri tale notifica e per i ministri delle confessioni non registrate, la LARCP stabilisce che si reputano ministri coloro che de facto svolgono “funzioni di direzione, rappresentanza e organizzazione” (art. 12). Si cessa di essere ministri per decisione della relativa associazione religiosa o per rinuncia del ministro stesso comunicata alla associazione. Entrambe devono essere notificate alla Secretaría de Gobernación.

Nella nuova redazione dell’art. 130 cost., si riconosce ai ministri di culto il diritto di votare, prima negato; ma non ancora il voto passivo, cioè la possibilità di venire eletti a cariche di elezione popolare[55]. Essi sono inoltre esclusi da qualsiasi carica pubblica[56]: per poter accedere a queste cariche devono avere cessato “formalmente, materialmente e definitivamente” il loro ministero religioso da almeno cinque anni per le cariche elettive, da tre anni per quelle pubbliche ‘superiori’ e da sei mesi per le altre (LARCP art. 14)[57]. È pure loro vietato associarsi per finalità politiche, dare il proprio appoggio od opporsi a un candidato, partito o formazione politica. Queste limitazioni, per quanto ad alcuni possano sembrare giustificate (forse in vista di certe coincidenze con lo statuto canonico dei ministri cattolici), per altri costituiscono una specie di capitis deminutio discriminatoria[58]. Esiste inoltre un divieto costituzionale di critica pubblica alle leggi che in non pochi casi può entrare in conflitto con la libertà di predicazione.

C’è stata una certa mitigazione delle incapacità a succedere ex testamento disposte per i ministri di culto dalla Costituzione. Fino al 1992 essi non potevano ereditare (neanche per interposta persona) se non da un parente entro il quarto grado; oggi l’incapacità ereditaria riguarda i ministri, i loro parenti stretti e l’associazione religiosa di appartenenza ma soltanto nei confronti di coloro che essi abbiano assistito spiritualmente e non siano parenti entro il quarto grado (art. 130)[59].

Ai ministri di culto, come alle associazioni religiose, non è consentito “possedere o amministrare, da sé o tramite terzi, concessioni per la gestione di emittenti di radio, televisione o qualsiasi tipo di telecomunicazione, né acquistare, possedere o amministrare qualsiasi mezzo di comunicazione di massa”, a eccezione delle pubblicazioni stampate di carattere religioso (LARCP art. 16.2).

 

 

12.    Matrimonio e diritto di famiglia

 

Il matrimonio fu secolarizzato con la  costituzione del 1857 e le susseguenti Leyes de Reforma promulgate dal governo liberale durante la guerra civile (1858-1861). La legge del 23 luglio 1859 considera il matrimonio come un qualsiasi contratto civile. Questa legge ricalcava i lineamenti del matrimonio canonico che non era più riconosciuto: ma non puniva la celebrazione solo canonica[60]. Del divorzio non si parlava, ma poco più avanti si decise che il contratto poteva essere sciolto dalla stessa autorità che lo aveva autorizzato. Da allora il sistema matrimoniale messicano rimane immutato. Il concetto che si ripete è che le confessioni religiose non hanno competenza sullo stato delle persone.

Su questa linea, la costituzione del 1917, ribadisce che “il matrimonio è un contratto civile. Questo e gli altri atti dello Stato civile delle persone sono di esclusiva competenza dei funzionari e delle autorità civili…” (art. 130); la relativa Ley Reglamentaria del gennaio 1927 (art. 2) stabiliva, comminando le relative sanzioni, che il matrimonio religioso non si poteva contrarre se non dopo avere celebrato il contratto civile[61]. L’attuale redazione di questo comma ha cancellato il riferimento specifico al matrimonio, reputando sufficiente la regola generale che gli atti dello Stato civile delle persone sono di sola competenza statale; il sistema non è cambiato, ma i ministri di culto possono procedere al rito matrimoniale senza richiedere il previo compimento delle formalità civili.

 

 

13.    Religione e diritto penale

 

I risvolti penali del diritto ecclesiastico messicano sono anch’essi particolari. Come si ricorderà, furono le misure prese dal Presidente Calles per imporre la stretta applicazione della Costituzione in materia religiosa a scatenare la guerra dei ‘Cristeros’: il primo intendimento di quelle sanzioni non era tutelare la libertà religiosa, come oggi si potrebbe pensare, bensì affermare la supremazia dello Stato. Le leggi in questione erano la “Ley Reglamentaria del artículo 130 de la Constitución Federal”, del 4 gennaio 1926, e quella di riforma del Codice penale in materia di culto pubblico e di disciplina esterna, del 14 giugno dello stesso anno.

In queste leggi vengono definiti più di 50 delitti e infrazioni stabilendo per ciascuna di esse le relative pene e sanzioni amministrative: la prigione per coloro che ricostituissero una comunità religiosa (da uno a due anni, sei anni per i Superiori), per chi predicasse resistenza alle autorità, alle leggi o le criticasse apertamente (sei anni); per chi possedesse immobili ecclesiastici o fintamente li acquistasse (uno o due anni), per chi su qualunque affare si rimettesse alla gerarchia della propria confessione, espressamente misconosciuta dalla legge. Vi era poi la minaccia di destituzione per i funzionari poco zelanti nell’adempimento delle leggi antiecclesiastiche e infine il divieto per le pubblicazioni confessionali di “commentare affari politici nazionali, informare sugli atti delle autorità del paese, né di privati in rapporto con le pubbliche istituzioni”. Senza base costituzionale veniva anche proibito ai ministri e agli altri membri delle confessioni fuori l’uso al di fuori dei templi di indumenti, abiti o segni distintivi.

Entrambe le leggi sono state abrogate dalla nuova Ley Reglamentaria. Questa dichiara interamente nulli tutti gli atti giuridici che siano contrari alle sue disposizioni (art. 5) e prevede inoltre particolari infrazioni, ma le sanzioni che stabilisce sono per lo più di carattere amministrativo[62] e, sembra, soggette a revisione giudiziaria. Tuttavia le violazioni previste nella LARCP (art. 29) sono piuttosto ampie, soprattutto se si tiene conto che di esse sono passibili “i soggetti a cui essa si riferisce”. Tra questi vi sono, oltre alle associazioni religiose registrate ed ai ministri di culto, le altre “chiese e gruppi religiosi” (non registrati), i soci e i rappresentanti delle associazioni religiose: proibire loro di associarsi con fini politici, sostenere o criticare qualsiasi partito o candidato, oppure opporsi pubblicamente a leggi e istituzioni, sembra negare a troppe persone diritti civili riconosciuti agli altri cittadini, stabilendo una sorta di alternativa fra collaborare con la propria confessione religiosa (ad esempio come socio o rappresentante legale per la registrazione civile di essa) ed esercitare i diritti di cittadinanza.

La legge federale sulla stampa e la televisione (art. 63), in una forse ricercata confusione di valori, vieta l’oltraggio e l’offesa “al culto civico degli eroi e alle credenze religiose”, ma senza risvolti penali effettivi.

 

 

14.    Critica prospettica

 

Dopo questo breve, stringato percorso storico e l’analisi della situazione attuale, si può tentare di concludere con una valutazione in prospettiva futura.

Da un punto di vista più tecnico e sincronico, sembra che tanto la Costituzione messicana (anche dopo la riforma) quanto le leggi successive siano parsimoniose nel riconoscimento dei diritti. Poche volte si afferma che vi è un diritto o una libertà, si preferiscono le formulazioni restrittive come la semplice possibilità, l’autorizzazione, il permesso, sempre alle condizioni e con i requisiti stabiliti dalla legge; spesso si ricorre a formulazioni cogenti come la proibizione o l’obbligo.

Si è più attenti a fissare ciò che non si può fare o che è vietato, gli obblighi, le esclusioni, le incapacità: i limiti insomma, quasi che i diritti fossero una concessione dello Stato. Sovente si rimanda alle leggi inferiori non già la regolamentazione dell’esercizio dei diritti, ma il loro stesso riconoscimento e definizione, e quindi il loro contenuto essenziale, per cui l’effettiva esistenza di questi dipende in molti casi dall’interpretazione che si intenda dare alla Costituzione. E quasi sempre si dà la precedenza alle competenze e prerogative dei poteri pubblici, per cui i diritti appaiono spesso come lo spazio marginale che lo Stato sovrano ha ritenuto di concedere a individui e gruppi. Al punto che sembra una legislazione costituzionale tesa a garantire i diritti dello Stato più che i diritti dei cittadini e delle corporazioni nei quali essi esprimono la loro cittadinanza.

Invece, da un approccio generale e diacronico, il fatto più importante è che il cambiamento della normativa avviene come frutto di un dialogo più aperto fra lo Stato e le confessioni religiose, in particolare la Chiesa cattolica che storicamente e attualmente rappresenta la religione largamente maggioritaria del paese. Un dialogo intrapreso con il desiderio di superare vecchie diatribe e pregiudizi ideologici, che purtroppo sfociarono in eccessi che misero molti messicani nella necessità di testimoniare la loro fede con il sangue.

In questo sforzo di riconciliazione, non manca il riconoscimento degli errori storici, da entrambe le parti: delle autorità civili e di quelle ecclesiastiche. Tuttavia, senza nessuna pretesa di rivincita e tanto meno di lasciare conti aperti, verità e giustizia reclamano di evitare una sorta di compensazione di colpe che metta alla pari gli sbagli degli uni e degli altri, senza volere distinguere persecutore e perseguitati. La storiografia risente ancora di questo pericolo.

La riforma costituzionale che è stata al centro della nostra analisi del diritto ecclesiastico messicano rappresenta probabilmente quello che, nel 1992, era politicamente possibile e quindi una coraggiosa rottura con l’immobilismo, che a prescindere da altri giudizi, aveva fatto del sistema messicano uno dei più anacronistici e distanti dalla realtà sociale.

Pur rigido e stretto, lo statuto disegnato per le confessioni rappresenta comunque uno spazio vitale nell’ordinamento giuridico. Attento a confermare la prevalenza della legge, pieno di diffidenza e di vecchi timori, riserva tuttavia un certo margine di autonomia ai gruppi religiosi, benché si tratti di una libertà vigilata[63].

Tenendo conto del fatto che si partiva di una legislazione di netta ostilità e di assoluto disconoscimento della dimensione istituzionale del fattore religioso, gli studiosi concordano sostanzialmente nel sottolineare il significativo progresso che le nuove norme rappresentano; nel contempo non mancano di segnalare i passi ancora da fare -soprattutto per quanto riguarda la scuola, i mezzi di comunicazione e lo status dei ministri di culto- perché il diritto ecclesiastico messicano possa essere qualificato senza riserve come un diritto di libertà[64].

 Non bisogna peraltro dimenticare che la riforma si inscrive nell’obiettivo più ampio di modernizzazione della democrazia messicana ed è quindi lecito attendersi che i futuri progressi  in questa direzione portino ancora nuovi sviluppi nel campo del diritto ecclesiastico. Si pensi, ad esempio, che uno degli standard di maturità democratica riguarda la restituzione (per quanto possibile) alle confessioni religiose dei beni espropriati in passato, senza dimenticare che non pochi paesi che, di recente, si sono trovati a dover modernizzare il proprio diritto ecclesiastico hanno scelto a tal fine la via della concertazione con le confessioni religiose.

 



* Pubblicato in «Qaderni di Diritto e Politica Ecclesiastica» (1/2007) p. 107-132.

[1] Cfr. A. Rodríguez P., La legislación mexicana en relación con la Iglesia, Pamplona 1965, p. 9; Mª. del R. González, Las Relaciones entre el Estado y la Iglesia en México, H. Cámara de Diputados. Instituto de Investigaciones Legislativas, México 1992, p. 5; vedi anche F.-X. Guerra, México: del Antiguo Régimen a la Revolución, Fondo de Cultura Económica, México D.F. 1988.

[2] Tuttavia Pio IX, nel 1874, concesse il diritto di Patronato ai Presidenti peruviani; vid. Mª. del R. González, Las Relaciones entre…, cit. p. 28.

[3] Ibid., p. 98‑103; J. Adame, Iglesia y Estado en el porfiriato, in AA.VV., Relaciones del Estado con…”, cit., pp. 2‑3 ; J.L. Soberanes, Los bienes eclesiásticos en la historia constitucional de México, unam, México 2000, pp. 27‑56.

[4] Nonostante il rigido confessionismo, le altre religioni erano tollerate; così ad esempio stabiliva la Costituzione dello Stato del Yucatán (cf. L. Reynoso, Ideologías subyacentes en las relaciones Iglesia‑Estado desde la conquista hasta la Constitución de 1917, in Conferencia del Episcopado Mexicano, Sociedad civil y sociedad religiosa, México 1985, p. 432). Per i testi legislativi vid. F. Tena R., Leyes Fundamentales de México (1808‑1998), 21ª ed., Porrúa, México 1998; F. Navarrete, La persecución religiosa en México desde el punto de vista jurídico. Colección de Leyes y Decretos relativos a la reducción de Sacerdotes, Estudios preliminares di F. Navarrete e E. Pallares, México D.F. s/d.

[5] Nel contempo furono inviati a Roma rappresentanti chierici nella speranza di ottenere dalla Santa Sede il riconoscimento del Patronato e di altre prerogative, tra cui quella di ridurre le decime. Nonostante le difficoltà derivanti dal fatto che la Santa Sede non aveva ancora riconosciuto le nuove repubbliche americane, furono comunque compiuti alcuni passi in via negoziata, come la nomina nel 1831 di sei vescovi, fatta motu proprio ma sulla base di un certo accordo con il governo. Il Congresso da parte sua aveva autorizzato una tantum (1829 e 1831) vescovi e capitoli a ricoprire le cariche vacanti nelle loro diocesi senza bisogno di autorizzazione da parte del governo.

[6] Vid. L. Gussoni, La situazione giuridica della Chiesa in Messico, Pont. Univ. Lateranense, Roma 1986, p. 62. Tuttavia la legge fu bloccata da Santa Ana nel maggio 1833.

[7] Non meno radicale, la legge del 17 dicembre 1833 stabiliva che le nomine ecclesiastiche spettassero al Presidente e ai governatori degli Stati secondo le antiche leggi spagnole ‘de Indias’. Si dava inizio all’incameramento dei beni delle comunità religiose, specie dei gesuiti, bloccando come prima misura le alienazioni realizzate senza il permesso del governo.

[8] Conclusa nel 1848 col Trattato di Guadalupe Hidalgo.

[9] Sconfitto dalla Rivoluzione di Ayutla capeggiata dai liberali.

[10] In realtà un Decreto del 26 giugno 1856.

[11] Alcune delle proposizioni condannate nel Syllabus prendono di mira questa Costituzione: L. Gussoni, La situazione giuridica…, cit., p. 76.

[12] Vedi Ibid., pp. 79‑86; Mª. del R. González, Las Relaciones entre…, cit., pp. 31‑36; B. Ruiz Corbella, La libertad religiosa en México, Tesi (pro manuscripto), Pont. Univ. della Santa Croce, Roma 1995, p. 17 e ss.

[13] Sono di questa epoca i primi tentativi di creare un chiesa nazionale scismatica. Vedi A. Rodríguez P., La legislación mexicana…, cit., pp. 55‑56.

[14] Ecco il progetto di concordato: “I. El Gobierno Mexicano tolera todos los cultos que no estén prohibidos por las Leyes; pero protege el católico, apostólico, romano, como religión del Estado. II. El tesoro público proveerá a los gastos del culto católico y del sostenimiento de sus miembros en la misma forma, proporción y preferencia con que se cubre la lista civil del Estado. III. Los ministros del culto católico administrarán los sacramentos y ejercerán su ministerio gratuitamente y sin que ellos tengan derecho a cobrar, ni los fieles obligación de pagar estipendio, emolumento o cosa alguna, a título de derechos parroquiales, dispensas, diezmos, primicias o cualquier otro. IV. La Iglesia cede y traspasa al gobierno mexicano todos los derechos con que se considera, respecto de los bienes eclesiásticos que se declararon nacionales durante la República. V. El Emperador Maximiliano y sus sucesores en el trono ejercerán en la Iglesia Mexicana los mismos derechos que los Reyes de España ejercieron en la Iglesia de América. VI. El Santo Padre, de acuerdo con el Emperador, determinará cuales de las órdenes religiosas, extinguidas durante la República, deben ser restablecidas y en que forma y términos. Las comunidades de religiosas que de hecho existen hoy, continuarán, pero con los noviciados cerrados hasta que el Santo Padre, de acuerdo con el Emperador, determine la forma y términos en que deben continuar. VII. Fueros (non si aggiunge nulla, sicuramente era un punto da negoziare). VIII. En los lugares en que el Emperador lo juzgue conveniente, encomendará el registro civil de nacimientos, matrimonios y fallecimientos, a los párrocos católicos, quienes deberán desempeñar este cargo como funcionarios del orden civil. IX. Secularización de los cementerios”. Il Nunzio Apostolico mons. Meglia rifiutò la proposta: cfr. P. Galeana, Relaciones Iglesia‑Estado en México en el Siglo XIX, in AA.VV., Relaciones del Estado con…, cit., p. 98, nota 10.

[15] J. Adame, Iglesia y Estado…, cit., pp. 4‑6; M. Olimón, Algunas claves de lectura sobre la relación Iglesia‑Estado en la historia de México, in Conferencia del Episcopado Mexicano, Sociedad civil y…, cit., p. 553.

[16] Infatti, Lerdo diramò il 25 settembre 1873 una legge che, in cinque articoli, introduceva diversi emendamenti costituzionali, riguardanti le materie già prese in considerazione dalle Leggi di Riforma: indipendenza fra Stato e Chiesa, secolarizzazione del matrimonio e del registro dello stato civile delle persone, divieto agli enti ecclesiastici di acquistare beni immobili al di fuori dei templi e delle abitazioni dei vescovi e parroci, proibizione dei voti e degli ordini religiosi, sostituzione del giuramento con la semplice promessa. La Ley Reglamentaria (del 14 dicembre 1874), relativa a questi emendamenti costituzionali, li aggravò notevolmente. In essa erano previste la soppressione delle feste religiose, la proibizione dell’istruzione religiosa nei centri pubblici, degli atti di culto e dell’uso dell’abito ecclesiastico fuori dei templi.

Risale a questo periodo il grave incidente dell’espulsione delle Sorelle della Carità, risparmiate espressamente da Juárez quando, nel 1863, vennero soppressi gli ordini femminili (Legge del 26 febbraio, art. 7). Più di 11.000 assistiti dalle suore furono lasciati senza ospedale o asilo.

[17] Con le quali non lo Stato si arricchì, ma i privati, e certamente non i più poveri. Su questo periodo vid. J. Adame, Iglesia y Estado…, cit.; E. Chávez Sánchez, La Iglesia de México entre Dictaduras, Revoluciones y Persecuciones, Porrúa, México 1998, p. 16 e ss.

[18] Con il Decreto del 15 settembre 1916. Cf. F. Tena R., Leyes Fundamentales…, cit., pp. 810‑812; A. Rodríguez P., La legislación mexicana…, cit., pp. 63‑64.

[19] Vedi il testo in T. Jiménez Urresti, Relaciones reestrenadas…, cit., pp. 14‑16. Sul dibattito costituente cfr. V.M. Martínez B., La Iglesia y el Constituyente de 1916‑1917, in AA.VV., Relaciones del Estado…, cit., pp. 169‑176.

[20] È noto che la Costituzione dello Stato di Tabasco esigeva persino che il chierico fosse sposato, come è narrato nel famoso romanzo di Graham Greene, Il potere e la gloria.

[21] Sul tema, J. Meyer, La Cristiada, 3 vol. Siglo Veintiuno, Messico 1973‑1974; A. Azkue, La Cristiada: los cristeros mexicanos (1926‑1941), Scire, Barcellona 2000.

[22] E. Chávez Sánchez, La Iglesia de México…, cit., p. 206 s.; ampia documentazione in El “modus vivendi”, in Conferencia del Episcopado Mexicano, Sociedad civil y sociedad religiosa, México 1985, pp. 563‑591.

[23] A. Azkue, La Cristiada, cit., p. 59. Già il successore di Portes Gil, Lázaro Cárdenas (1934‑1940) iniziò il suo mandato con una modifica costituzionale al fine di introdurre l’educazione socialista obbligatoria. Il Santo Padre ebbe a lamentare l’inadempienza dei patti nell’Enciclica Acerba Animi (1932).

[24] Vid. R. Blancarte, La reforma de los artículos anticlericales de la Constitución: decisiones coyunturales y razones históricas, in AA.VV., Relaciones del Estado…, cit., pp. 37‑50, anche in «Journal of Church and State» (1993), pp. 781‑805.

[25] In attuazione dello stesso art. 130 cost., il primo articolo della legge avverte che “le sue norme sono di ordine pubblico e di osservanza generale nel territorio nazionale”.

[26] Nel proporre questa legge al Parlamento, il Partito al governo dichiarò che essa si ispirava ai radicati principi di libertà di credo, separazione Stato-Chiese, supremazia e laicismo di Stato, secolarizzazione della società, rifiuto che il clero svolga attività politica e accumuli ricchezze (J.A. González, J.F. Ruiz, J.L. Soberanes, Derecho Eclesiástico Mexicano, Unam-Porrúa, México 1992, p. 208).

[27] Ciò sembra escludere l’obiezione di coscienza. In verità essa è stata ammessa in alcuni casi, ad esempio di rifiuto del saluto alla bandiera da parte degli scolari testimoni di Geova.

[28] Cfr. R. Sánchez‑Medal, La nueva legislación…, cit., pp. xi-xv.

[29] Ibid.

[30] Requisito che si trova anche nella legge spagnola sulla libertà religiosa e viene interpretato dal regolamento della LARCP (art. 8.V) come l’essersi riuniti regolarmente in qualche luogo per almeno cinque anni allo scopo di praticare la religione e celebrare atti di culto pubblico. In modo analogo alla legge spagnola sono anche escluse “las actividades que realicen aquellas entidades o agrupaciones relacionadas con el estudio y experimentación de fenómenos psíquicos o parapsicológicos, la práctica del esoterismo, así como la difusión exclusiva de valores humanísticos o culturales u otros fines que sean diferentes a los religiosos”.

[31] La arcidiocesi di S. Luis Potosí, ad esempio, presenta come soci i ministri sacri da essa riconosciuti.

[32] Non è chiaro a chi si riferisca il ‘loro’. La arcidiocesi sopra menzionata include negli statuti l’elenco delle parrocchie entro il suo territorio; poi è il parroco come rappresentante della parrocchia a chiedere la registrazione della medesima (della quale il vescovo e il parroco appaiono come i soci).

[33] Reglamento de la LARCP, art. 5. Le restanti entità confessionali non registrate godranno della autonomia riconosciuta dalla legge alla tipologia di enti cui appartengano (ad esempio associazioni con fini leciti non di lucro secondo l’art. 2670 Cod. civ.), autonomia che per certi versi sembra più ampia che non quella delle associazioni religiose.

[34] Vedi l’art. transitorio 17 cost.

[35] Per la decisione relativa a queste richieste vige il silenzio assenso di 45 giorni.

[36] LARCP art. transitorio 7. La destinazione a un uso religioso degli immobili deve constare nel catasto (ivi art. 18).

[37] Ad esempio, agli statuti presentati dall’arcidiocesi di S. Luis, già citata, sono acclusi 5 annessi: immobili di proprietà nazionale in uso all’arcidiocesi, immobili dell’arcidiocesi che devono essere ritenuti necessari, ministri incardinati, ministri accolti, ministri stranieri accolti. Questi dati si devono tenere aggiornati nel registro insieme agli statuti, nominativi dei rappresentanti, mandatari, soci, ecc. Il 31 dicembre 2006 erano registrate 6.656 associazioni religiose.

[38] Uno dei più problematici, oggetto di diverse modifiche. Già nel 1934 Cárdenas sostituiva l’ispirazione laica della educazione con quella socialista obbligatoria. Il suo successore Avila Camacho (1940‑1946) considerava poco adeguato questo orientamento, che nel 1946 Alemán modificava riformando di nuovo il testo costituzionale. Durante il mandato di López Mateos (1958‑1964) venne imposto il testo unico ufficiale e gratuito, che provocò le proteste di ampi settori dei genitori e dei professionisti (cf. A. Rodríguez P., La legislación mexicana…, cit., pp. 93-95).

[39] In realtà le scuole religiose (per lo più cattoliche) continuarono a funzionare, non fosse altro perché la scuola pubblica non era sviluppata come è oggi, passando in gestione di società private; in queste scuole anche l’insegnamento religioso continuò ad esistere benché in maniera non appariscente.

[40] Art. 3, I. Lo stesso criterio è riproposto nella Ley General de Educación (12 luglio 1993), art. 5.

[41] Vedi in proposito R. Sánchez‑Medal, La nueva legislación…, cit., pp. 19-22, 89-108; M. Medina Balam, El derecho a la educación religiosa, in AA.VV., Derecho Eclesiástico Mexicano, Universidad Pontificia de México, México 1998, pp. 9-27; J. Saldaña, Libertad religiosa: derecho fundamental de la persona humana y principio organizativo del Estado, in «Religiones y Sociedad» 6 (mayo/agosto 1999) p. 19.

[42] Vedi anche gli art. 12.III e IV, 14.V, 75.IV.

[43] Come “notoriamente inconstitucional” lo qualifica R. Sánchez Medal, La nueva legislación…, cit., p. 54.

[44] M. Flores-Saife, Factor religioso y medios de comunicación en el ordenamiento jurídico mexicano, in «Cuadernos Doctorales» 19 (2002), pp. 476-478. Non c’è bisogno che esse abbiano finalità religiose, basta che siano lecite.

[45] La locuzione non è molto felice poiché dice che non possono essere ‘trasmessi o diffusi atti di culto tramite mezzi di comunicazione non a stampa’, quando pare ovvio che trasmissione e diffusione istantanea non sono raggiungibili con i mezzi stampati. Tale contorta redazione forse risponde al fatto che nemmeno questa limitazione trova sostegno nella Costituzione, che all’art. 7 vieta la censura di stampa (l’unico mezzo di comunicazione di massa esistente nel 1917).

[46] I motivi per il diniego dell’autorizzazione non sembrano siano limitati a quelli previsti nell’art. 22 della LARCP per vietare la celebrazione di atti di culto fuori dei templi (cioè motivi di ordine pubblico). Benché nella legge non sia palese, il regolamento distingue nettamente gli uni dagli altri e addirittura aggiunge che questo tipo di trasmissioni non possono essere effettuate permanentemente: quindi si deve trattare di occasioni straordinarie e non si potrebbe ottenere il permesso per trasmissioni a periodicità fissa.

[47] Le altre quattro feste lavorative coincidono con qualche ricorrenza civile, ed è ormai prassi trasferirle al venerdì oppure al lunedì successivo.

[48] Questo almeno nel Distretto Federale.

[49] Cfr. Risoluzione del Servicio de Administración tributaria del 28 marzo 2006.

[50] Con obbligo di inventario e rendiconto all’autorità civile.

[51] Ley Reglamentaria dell’art. 130 cost., 4 gennaio 1926, art. 7.

[52] Ibid. L’art. 4 cost. (oggi art. 5) garantisce a tutti la libertà di scegliere ed esercitare la propria professione nonché di goderne i proventi, senza altri limiti che quelli di ordine pubblico stabiliti dalla legge e determinati dai giudici. L’esercizio del ministero religioso non era invece libero e nemmeno chi era autorizzato acquistava alcun diritto (Ley Reglamentaria art. 7).

[53] Cf. A. Molina Melià, Iglesia y Estado…, cit., p. 187.

[54] La Ley Reglamentaria del dicembre 1931 sviluppava questo comma costituzionale, disponendo che non vi poteva essere più di un sacerdote per ogni 50.000 abitanti (art. 1). Sulla riduzione del numero dei sacerdoti possono vedersi le norme e le statistiche pubblicate in F. Navarrete, E. Pallares, La persecución religiosa en México desde el punto de vista jurídico, México D.F. s.d., pp. 123-126 e 161-360.

[55] Si vedano ad esempio i requisiti stabiliti negli art. 55, 58 e 82 per poter essere eletto rispettivamente deputato, senatore e Presidente.

[56] Da qui la previsione dell’art 2.c della LARCP secondo cui non costituiscono discriminazione lavorative per motivi religiosi le esclusioni stabilite nella medesima e nelle altre leggi.

[57] Sono termini notevolmente più lunghi di quelli previsti per altre incompatibilità civili, dove di solito bastano 90 giorni.

[58] Cf. R. Sánchez-Medal, La nueva legislación…, cit., pp. 47-53; R. González Schmal, Estatuto jurídico de los ministros de culto, in AA.VV., Derecho Eclesiástico Mexicano, Universidad Pontificia de México, México 1998, pp. 67-86. La Ley Federal para Prevenir y Eliminar la Discriminación, art. 9.IX, considera discriminatorie e proibisce, tra le altre, queste limitazioni dei diritti cittadini.

[59] L’art. 15 della LARCP intende applicare questa interdizione nei termini dell’art. 1325 del Código Civil para El Distrito Federal en Materia Común y para toda la República en Materia Federal, nel quale essa sembra valere soltanto per coloro che il ministro abbia assistito nell’ultima infermità o dei quali sia stato il direttore spirituale.

[60] Ley sobre libertad de cultos (Veracruz 4 dicembre 1860) art. 20.

[61] “Obiettivo principale di queste disposizioni è di obbligare alla celebrazione degli atti e contratti del registro civile le numerose persone che soltanto li compiono dinanzi ai ministri della loro religione, dimenticando l’obbligo di effettuarli davanti all’autorità civile e i benefici che così si acquistano…” (Segreteria di Governo, Circolare n. 33, 15 agosto 1929, n. 4).

[62] Vanno dal richiamo alla ammenda (sino ad un valore equivalente a 20.000 stipendi giornalieri) fino alla cancellazione dal Registro delle associazioni.

[63] Per questi motivi Soberanes ritiene che siamo dinanzi ad una legislazione transitoria (La nueva Ley reglamentaria, loc. cit., pp. 45-46).

[64] Vedi ad esempio i passi indicati da J.L. Soberanes, in AA.VV., Derecho Eclesiástico Mexicano, Universidad Pontificia de México, México 1998, pp. 210-212; M. Olimón, Sociedad mexicana, Estado e Iglesia católica, in AA.VV. “Relaciones del Estado…”, cit., pp. 220‑226; J. Saldaña, Libertad religiosa: derecho…, cit., pp. 19‑23.