DISCORSI DEI PAPI ALLA ROTA ROMANA 1939-2017


Pio XII

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 2 ottobre 1939, in L’Osservatore Romano, 2-3 ottobre 1939, n. 232, p. 1

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 1º ottobre 1940, in L’Osservatore Romano, 2 ottobre 1940, n. 228, p. 1

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 3 ottobre 1941, in AAS, 33 (1941), pp. 421-426

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 1º ottobre 1942, in AAS, 34 (1942), pp. 338-343

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 2 ottobre 1944, in AAS, 36 (1944), pp. 281-290

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 2 ottobre 1945, in AAS, 37 (1945), pp. 256-262

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 6 ottobre 1946, in AAS, 38 (1946), pp. 391-397

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 29 ottobre 1947, in AAS, 39 (1947), pp. 493-498

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 13 novembre 1949, in AAS, 41 (1949), pp. 604-608

Giovanni XIII

Giovanni XXIII, Discorso alla Rota Romana, 19 ottobre 1959, in AAS, 51 (1959), pp. 822-825

Giovanni XXIII, Discorso alla Rota Romana, 25 ottobre 1960, in AAS, 52 (1960), pp. 898-903

Giovanni XXIII, Discorso alla Rota Romana, 13 dicembre 1961, in AAS, 53 (1961), pp. 817-820

Paolo VI

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 13 dicembre 1963, in L’Osservatore Romano, 13 dicembre 1963, n. 288, p. 1

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 11 gennaio 1965, in AAS, 57 (1965), pp. 233-236

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 25 gennaio 1966, in AAS, 58 (1966), pp. 152-155

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 23 gennaio 1967, in AAS, 59 (1967), pp. 142-145

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 12 febbraio 1968, in AAS, 60 (1968), pp. 202-207

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 27 gennaio 1969, in AAS, 61 (1969), pp. 174-178

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 1970, in AAS, 62 (1970), pp. 111-118

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1971, in AAS, 63 (1971), pp. 135-142

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1972, in AAS, 64 (1972), pp. 202-205

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 8 febbraio 1973, in AAS, 65 (1973), pp. 95-103

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 31 gennaio 1974, in AAS, 66 (1974), pp. 84-88

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 30 gennaio 1975, in AAS, 67 (1975), pp. 179-183

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 9 febbraio 1976, in AAS, 68 (1976), pp. 204-208 [latino]

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 4 febbraio 1977, in AAS, 69 (1977), pp. 147-153 [latino]

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1978, in AAS, 70 (1978), pp. 181-186

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 17 febbraio 1979, in AAS, 71 (1979), pp. 422-427

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 4 febbraio 1980, in AAS, 72 (1980), pp. 172-178

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 24 gennaio 1981, in AAS, 73 (1981), pp. 228-234

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1982, in AAS, 74 (1982), pp. 449-454

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 26 febbraio 1983, in AAS, 75 (1983), pp. 554-559

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 26 gennaio 1984, in AAS, 76 (1984), pp. 643-649

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 30 gennaio 1986, in AAS, 78 (1986), pp. 921-925

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 5 febbraio 1987, in AAS, 79 (1987), pp. 1453-1459

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 25 gennaio 1988, in AAS, 80 (1988), pp. 1178-1185

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 26 gennaio 1989, in AAS, 81 (1989), pp. 922-927

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 18 gennaio 1990, in AAS, 82 (1990), pp. 872-877

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1991, in AAS, 83 (1991), pp. 947-953

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 23 gennaio 1992, in AAS, 85 (1993), pp. 140-143

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 1993, in AAS, 85 (1993), pp. 1256-1260

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1994, in AAS, 86 (1994), pp. 947-952

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 10 febbraio 1995, in AAS, 87 (1995), pp. 1013-1019

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 22 gennaio 1996, in AAS, 88 (1996), pp. 773-777

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 27 gennaio 1997, in AAS, 89 (1997), pp. 486-489

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 17 gennaio 1998, in AAS, 90 (1998), pp. 781-785

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 1999, in AAS, 91 (1999), pp. 622-627

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2000, in AAS, 92 (2000), pp. 350-355

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 1º febbraio 2001, in AAS, 93 (2001), pp. 358-365

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 2002, in AAS, 94(2002), pp. 340-346

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 30 gennaio 2003, in AAS, 95 (2003), pp. 393-397

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2004, in AAS, 96 (2004), pp. 348-352

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2005, in AAS, 97 (2005), pp. 164-166

Benedetto XVI

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 2006, in AAS, 98 (2006), pp. 135-138

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 27 gennaio 2007, in AAS, 99 (2007), pp. 86-91

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 26 gennaio 2008, in AAS, 100 (2008), pp. 84-88

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2009, in AAS, 101 (2009), pp. 124-128

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2010, in AAS, 102 (2010), pp. 110-114.

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 22 gennaio 2011, in AAS 103 (2011) 108-113

Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2012, in AAS, 104 (2012), pp. 103-107

BENEDETTO XVI Discorso alla Rota Romana, 26 gennaio 2013, in AAS 105 (2013) 168-172.

Francesco

Papa Francesco, Discorso alla Rota, 24 gennaio 2014, in AAS (2014) 89-90

Papa Francesco, Discorso alla Rota Romana, 23 gennaio 2015, in AAS, 107 (2015), pp. 182-185

Papa Francesco, Discorso alla Rota Romana, 22 gennaio 2016, in AAS, 108 (2016), pp.__

Papa Francesco, Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2017, in AAS, 109 (2017), pp.

 


Pio XII

Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 2 ottobre 1939, in L’Osservatore Romano, 2-3 ottobre 1939, n. 232, p. 1

Particolarmente gradite sono a Noi la presenza vostra, diletti Figli, e la grave e assennata voce del degno e benemerito vostro Decano, il cui augurio si accompagna quest’oggi con l’inaugurazione del nuovo anno delle vaste sollecitudini affidate all’inclito Collegio degli Uditori della Sacra Romana Rota per lo splendore della giustizia nel mondo cattolico. In questa inaugurazione la benedizione da voi invocata, se torna lieto a Noi il largirla con pienezza di affetto paterno, si associa, nella mente e nel cuore Nostro, alla visione dell’anno trascorso e al ricordo dell’immagine veneranda dell’indimenticabile e incomparabile Nostro Antecessore, sotto la cui ombra benigna di benedizione e di autorità si era iniziato. Da lui abbiamo ereditato, – e ad un tempo rinfiammato in Noi –, l’amore che egli nutriva per voi; quell’amore di alta stima, che a voi è dovuto per doppio titolo: come sacerdoti del tribunale della giustizia e sacerdoti dell’altare della fede. Non è forse – ed è stato già ben rilevato – itidem nobilissimum sacerdotium (Constit. Apost. Ad incrementum, 15 Aug. 1934) l’officio di servire alla giustizia e definirla, come pure pensavano i grandi giureconsulti romani? A questo sacerdozio voi vi accostate insigniti dell’alto sacerdozio dell’altare; e, all’altare, nei solenni riti pontifici, voi servite e sedete sul gradino, ai piedi del trono papale, quasi scolte che ripetano al Vicario di Cristo: La giustizia e il giudizio sono la base del tuo soglio: Iustitia et judicium praeparatio sedis tuae (Psal. 88, 11).

Nei nobili vostri titoli di Prelati Domestici e Familiari del Sommo Pontefice perdura e vive il duplice vostro officio, che a voi i Nostri Predecessori nel volgere dei secoli assegnavano di Cappellani Auditores causarum sacri palatii apostolici, quando l’antica sapienza romana del diritto, illuminata e sorretta dalla fiaccola della giustizia cristiana, uscì dal fervido lavorìo del Medio Evo a rifulgere e a splendere nelle menti intorno al trono pontificio e dalle alte cattedre elevate dai Papi fra le nazioni. Gloriosa storia accompagna la vita della Sacra Romana Rota, Tribunale collegiale ordinario della Sede Apostolica; storia consegnata in numerosi volumi allo studio dei prudenti del clero e del laicato, scrutatori delle sue Decisioni, frutto del connubio fra la Ragione giuridica dei Romani e la Fede della Chiesa. Questi ricordi dell’alta vostra dignità e della vostra gloria passata ridesta oggi in Noi la presenza vostra, come pure l’eloquente discorso, in cui il vostro Decano, dopo di aver giustamente commemorato il trentennio della ricostituita Rota per opera del grande Pontefice Pio X di santa memoria, Ci ha esposto i gravi risultati dell’operoso vostro studio sopra le molte cause a voi affidate; di guisa che all’antico voi aggiungete nuovo lustro di onore e di encomio.

Le vostre decisioni sono un inno alla giustizia; a quella giustizia, che tutti invocano, tutti lodano, tutti esaltano, eppure vediamo tanto spesso e gravemente conculcata nella vita privata, nella pubblica e nei rapporti fra le Nazioni; a quella giustizia, che “il Maestro di color che sanno” paragona agli astri e dice più ammirabile e fulgida del bel pianeta dell’aurora e del crepuscolo! (Aristotele, Ethica, t. V, cap. 4, n. 45). Che se la giustizia è la fermezza dei troni umani (Prov. 46, 42), pur sempre caduchi nella loro potenza e stabilità, non è meno necessario fondamento nel regno di Dio che sta dentro dell’uomo, dove la carne insidia allo spirito, le passioni e la malizia contrastano alla ragione e alla fede; e non si riporta la vittoria che nella conscia e lenta sommissione a un giudizio e a un consiglio di verace bene.

Fra le sentenze date dalla Rota Romana primeggiano per numero quelle matrimoniali, che riguardano la dignità e l’inviolabilità del Sacramento, il quale è grande in Cristo e nella Chiesa. L’amore e l’unione di Cristo con la Chiesa è vincolo sublime di Sposo e di Sposa, è comunanza di santità, è fecondità di beati, è inseparabilità di vita eterna. Cristo con la sua Chiesa militante sta vincitore fino alla consumazione dei secoli; con lei purgante sta pietoso confortatore per i meriti infiniti del suo sangue divino; con lei trionfante sta coronatore delle sue vittorie nelle lotte del mondo. Queste mistiche nozze di Cristo con la Chiesa, indissolubili attraverso le vie mondane e oltremondane della salvezza, imprimono come per sigillo la loro eccelsa immagine nel matrimonio cristiano e lo innalzano nella luce del sacramento, che santifica gli affetti, la convivenza e le culle della famiglia cattolica, per tutto il mondo, dovunque gli araldi della fede piantano una croce e iniziano un lavacro di rigenerazione. Non possiamo tuttavia dissimulare che il notevole numero delle cause matrimoniali, se, da un lato, dimostra che l’universale famiglia di Cristo e della Chiesa si amplia, si moltiplica e si estende da Roma ai confini estremi del globo, dove sono anime da liberare, da confortare, da pacificare, da salvare e d’avviare a fiducia e a bene, d’altra parte, manifesta pur troppo il decadimento dei sani costumi in non pochi Paesi, e la leggerezza, anzi talvolta – lo diciamo con dolore – la malizia, con cui alcuni contraggono o simulano di contrarre il santo matrimonio.

L’universalità che l’affluire di cause da tutte le nazioni della terra dà al Tribunale della Rota Romana, come è gloria della sua sapienza e prudenza, è a un tempo sigillo dell’unità della Chiesa fondata su Pietro, nel cui nome esso amministra la giustizia con quella giurisprudenza autorevole, che tanta lode si acquistò già nel mondo; e le sue sentenze, qualunque parte riguardino, lontana o vicina, bassa od alta, non distinguono di fronte alla verità e alla giustizia fra gli umili e i grandi. La povertà o la ricchezza non pesano sulle sue bilance nè le fanno tracollare. Ricchi e poveri sono contemplati con un medesimo sguardo in faccia alla giustizia e alle passioni o agli artificii che la insidiano; e, se nella trattazione delle cause trionfa un privilegio, non è dei ricchi e dei potenti, ma dei poveri e degli umili che ottengono il gratuito patrocinio o la gratuita assistenza, generoso dovere a cui sono tenuti gli avvocati di questo Tribunale. Superiore a ogni sospetto nel suo criterio e nel suo giudizio, la Sacra Rota Romana, se è vindice di giustizia, conosce pure la variabilità dei cuori e degli affetti umani, la frode di un pensiero differente da quel che suona il labbro, e leva alto il grido della fede, della inviolabilità della retta coscienza e della giusta libertà umana, della santità e dell’unità delle nozze, per elevare le anime a Cristo.

Per tal modo in questo Tribunale ordinario il mondo riconosce i responsi dei giureconsulti e le costituzioni dei Cesari uniti coi canoni dei Successori di Pietro; e Roma, madre del diritto, dalle sponde del Tevere ai confini della terra, continua a esserne maestra, insegnando e promovendo un diritto umano-divino, raggio di quel Verbo divino umanato, il lume del cui volto è segnato sopra la nostra ragione e la cui luce illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Non ne è forse quasi una prova e un documento lo Studio annesso a questo Tribunale e il numero crescente dei giovani laureati in diritto canonico e dei sacerdoti, che da tante parti del globo vi accorrono sotto la direzione del Promotore di giustizia?

Lieti pertanto, pur in tempi così procellosi, di inaugurare il nuovo anno giuridico della Sacra Romana Rota, Ci compiacciamo vivamente nell’animo di avervi per la prima volta intorno a Noi. La Nostra parola rivolta al vostro antico e nobilissimo Collegio non è, come ben vedete, un monito, bensì lode meritata e assodata dal passato, dalla recente e instancabile opera vostra, dalla presente e futura vostra preparazione dello spirito a procedere e a proseguire nel faticoso e glorioso cammino della giustizia, con quell’esperienza assennata, al vostro Collegio propria, che, mentre esalta la giustizia, non umilia, ma esalta insieme la misericordia e la carità.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 1º ottobre 1940, in L’Osservatore Romano, 2 ottobre 1940, n. 228, p. 1

Mentre il tumulto del mondo e delle fiere sue lotte accresce in Noi l’ansia di quella giusta pace, che sospiriamo rinata e rifiorita fra i popoli, il convegno vostro, diletti figli, intorno a Noi e la saggia voce del vostro Decano Ci richiamano col pensiero e Ci riconducono alla contemplazione di quelle controversie, che sono l’arena, dove il Tribunale della Sacra Romana Rota opera perché giustizia e pace si abbraccino. Dai piedi dell’altare, innanzi al quale avete invocata la divina assistenza dello Spirito che è amore del Padre e del Figlio, siete a Noi venuti per implorare la Nostra benedizione a inaugurare il nuovo anno giuridico delle decisioni che il mondo cattolico chiede all’inclito vostro Collegio; e con la pienezza del Nostro affetto paterno Ci è dolce il largirvela, affinché essa promuova e avvalori quella pace, di cui il vostro Tribunale vuole essere mediatore nei contrasti per la giustizia e il diritto.

Di tanto benemerita vostra sollecitudine e studio per il trionfo della giustizia e della pace sono testimonio e conferma le ponderate parole del degno vostro Decano, che, esponendoCi i motivi di soddisfazione, lo svolgimento dei lavori, il numero, la qualità e le decisioni delle cause trattate nel decorso anno giuridico, addita il cammino del passato come limitare, donde è per iniziarsi a procedere l’avvenire e la via del nuovo anno della Sacra Romana Rota. Già voi non tenete il metro del “ritroso fanciul..., – Quando la madre a’ suoi trastulli il fura, – Che il piè va lento innanzi, e l’occhio indietro” (Monti, Bassvilliana, canto 1); ma imitate il grande Apostolo Paolo, il quale, dimentico di quel che aveva dietro le spalle, allungando il passo e con tutto lo sforzo stendendosi verso le cose che gli stavano davanti, si avanzava nella sua corsa verso la mèta: Unum autem: quae quidem retro sunt obliviscens, ad ea vero, quae sunt priora, extendens meipsum, ad destinatum persequor, ad bravium supernae vocationis Dei in Cristo Jesu (Philip. 3, 13-14). Anche la vostra è superna vocazione di Dio in Cristo per il premio eterno, alla quale vocazione voi indirizzate quaggiù il servigio della giustizia, non già con lento piede, bensì con quella diligenza e prontezza, che non torna con l’occhio indietro come sosta nel cammino, ma solo per attingere maggior lume e consiglio dai tesori di sapienza del passato. A raccogliere nuovi meriti voi movete il vostro animo e la mente vostra coll’anno giuridico che oggi inaugurate; a quella scienza perspicace e prudente, di cui è andato illustre e famoso il vostro Tribunale, e per la quale sono ricercati i molti volumi delle sue decisioni e sentenze, vi sarà compagna e guida nel nuovo arringo e nelle ambagi delle questioni per la ricerca del vero; perché figlia della verità vuol essere la giustizia, se ha da farsi madre di pace; onde in fine del Digesto voi leggete che res iudicata pro veritate accipitur (fr. 207 D. de div. regulis iur. ant. L, 17); nè altro gaudio appaga, tranquilla e libera l’anima umana che la verità.

Fonte di quella verità, che è giustizia, è Dio, creatore e imperatore dell’universo, che lassù siede in trono inaccessibile col sublime triregno della divinità, della giustizia e della misericordia; misericordia che non toglie la giustizia, ma la compie e sopresalta (S. Th., p. 1, q. 21, a. 3 ad 2). Innanzi a questo Dio di giustizia e di misericordia voi vi siete inchinati, adorando e invocando il suo Spirito d’amore; perché la Chiesa, la quale fu vivificata dalle sue fiamme nel Cenacolo, è madre, che, nel rendere a ciascun figlio il suo, ha pure un triregno di autorità divina, di giustizia e di misericordia che ne orna la fronte. Figlia della Chiesa, anche la Sacra Romana Rota sa congiungere la giustizia con la misericordia; perché la sua misericordia, compagna della giustizia, non è ignara della infermità, della timidezza e della malizia umana; e, come concede ampia libertà alla difesa e assiste il povero, non inceppa il cammino all’incorrotta e imparziale applicazione della legge, che fa la giurisprudenza; la quale voi ammirate, in uno degli spicchi della volta nella Stanza della Segnatura, raffigurata da Raffaello in una donna tenente nella destra la spada alzata alla separazione del torto e del diritto e nella sinistra la bilancia dai due piatti pari: ius suum unicuique tribuit. Vanto e decoro della Sede Apostolica è il vostro Tribunale, a cui da tutte le regioni del mondo cattolico si ricorre e si appella e il Vicario stesso di Cristo commette soluzioni di cause particolari, di guisa che siete chiamati in parte di quella sollecitudine di tutte le Chiese, che è officio del Pastore universale.

E poiché nel vostro Foro predominano le cause matrimoniali, la Sacra Romana Rota ha la gloria di essere il Tribunale della famiglia cristiana, umile o alta, ricca o povera, nella quale entra la giustizia a far trionfare la legge divina nell’unione coniugale, come vindice del vincolo indissolubile, della piena libertà del consenso nell’unità di vita, della santità del sacramento. Perciò voi con attentissima cura esaminate e vagliate le deposizioni delle parti, le testimonianze, le relazioni dei periti, i documenti, gli indizi, al fine di svelare possibili frodi e di impedire così la violazione di un talamo benedetto, dove il Creatore pose la fonte della moltiplicazione del genere umano, dei consorti degli angeli beati fino alla consumazione dei secoli, quando le innumerevoli schiere dei figli di Adamo si presenteranno al Tribunale di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, a render conto delle opere loro, buone o malvage.

Nel consorzio familiare si inizia la società umana, vigoreggiano e grandeggiano i nomi di padre e di madre, l’albero della casa trova i suoi germogli, la patria i suoi campioni, la Chiesa i suoi ministri. Così la Rota Romana splende nell’ordine giudiziario come palladio delle sacre nozze, e torna a gran vostra lode che lo Studio Rotale e le aule del Tribunale della Rota assurgano a scuola di procedura e di discussione giuridica per il numero sempre crescente di sacerdoti, di religiosi e di laici di ogni regione e lingua dell’universo cattolico, che vi convengono e apprendono come la Roma cristiana non cessi di farsi maestra del diritto alle genti, erede ed emula di quella severa e scrutatrice sapienza, che rese famosi i giuriconsulti cesarei.

Ma se la Sacra Rota è guardiana e paladina della indissolubilità delle nozze, sa pure ben da essa distinguere il matrimonio invalidamente contratto, e quindi non mai esistito. In tal caso, infatti, spetta iure naturae ai coniugi, che non siano stati colpevolmente causa dell’impedimento o della nullità, il diritto di accusare il matrimonio; diritto a cui corrisponde nel giudice, il quale sia giunto ex actis et probatis a formarsi la certezza morale della invalidità del matrimonio, l’obbligo di dichiararlo nullo nel pronunciare la sua sentenza.

Lasciate infine che il Nostro pensiero e il Nostro cuore ritornino alla fonte del Nostro dolore nella contemplazione di figli, gli uni contro gli altri armati e combattenti, quasi non fossero fratelli di una fede e di una speranza. Questa lotta dissanguatrice e distruttrice la giudicherà, come vuole, la storia; ma il pensiero e il giudizio dell’uomo non sono il giudizio e il pensiero di Dio. Al suo tribunale le famiglie delle genti, attraverso il corso dei secoli, ascoltano una sentenza che infallibilmente si compie: consilium Domini in aeternum manet (Ps. 32, 11); e mentre il Signore dissipat consilia gentium, reprobat autem cogitationes populorum et reprobat consilia principum (Ps. 32, 10), con giustizia e misericordia atterra e suscita, dà e toglie gl’imperi, ne cancella e seppellisce i nomi sotto i muschi dei ruderi e sotto le sabbie dei deserti, come disperdeva già a tutti i venti le reliquie d’Israele sulla faccia della terra (cfr. Ezech. 5, 1-4 e 12; 9, 8-11). A questo Dio di misericordia e di giustizia, la cui misericordia trionfa su tutte le opere sue, Noi Ci rivolgiamo, invocando la sua pietà; perché al suo Tribunale di giustizia sui peccati degli uomini non vale a porgere appello se non la preghiera, che la sua misericordia avvalori. Preghiamo, diletti figli; imploriamo la divina pietà e clemenza, affinché la tempesta scatenatasi sopra la misera umanità si tranquilli, il cielo si rassereni e rifulga l’aurora della sospirata pace.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 3 ottobre 1941, in AAS, 33 (1941), pp. 421-426

Già per la terza volta, diletti figli, grava sulla solenne inaugurazione dell’anno giuridico della S. R. Rota l’irruente e dolorosa atmosfera di guerra, che di mese in mese, di stagione in stagione, di anno in anno, qual bufera che tutto aggira, rapisce e sconvolge, si dilata e cresce in sempre più vasto spazio senza confini, oltre ogni riva, in sempre più immani mutamenti, forme e rovine. Il tragico carattere di questa situazione del mondo, così dal lato umano come dal lato morale e religioso, preme altamente sull’animo Nostro e ne aumenta il travaglio e le pene tanto più affliggenti ed estese, quanto più il Nostro amore di Pastore universale dei fedeli è aperto ad abbracciare tutti i popoli. Questi Nostri sentimenti – come abbiamo anche rilevato dalle nobili parole del vostro degno Decano – trovano piena comprensione in voi, che per l’ufficio affidatovi dalla Sede Apostolica siete nel centro spirituale della Cristianità ministri del diritto, eletti rappresentanti di una potestà giudiziaria penetrata da sacro senso di responsabilità, dedicata al bene ordinato con giustizia ed equità nel mondo cattolico. Giacché non è cosa nuova per voi che l’amministrazione della giustizia nella Chiesa è una funzione della cura delle anime, un’emanazione di quella potestà e sollecitudine pastorale, la cui pienezza e universalità sta radicata e inclusa nella consegna delle chiavi al primo Pietro.

Perciò, in mezzo alle contrastanti e dissolventi tendenze di un mondo agitato e sconvolto, la Chiesa sempre ha proceduto ferma e serena nel suo cammino di giustizia, non pavida dei nemici, non servilmente ligia agli amici. E voi, studiando i fasti della sua storia densa di lotte e di vittorie, la vedete, immota e immobile sull’incrollabile fondamento della costituzione a lei data dal suo divino Fondatore, far sorgere, nel corso dei secoli, sotto il soffio dello Spirito e come espressione della feconda pienezza della sua vita, un diritto che, offrendo a tutti i popoli e le nazioni, a tutte le stirpi e le lingue la medesima giuridica situazione, ha largito all’universale grex dominicus tale un ordinamento, in cui unità e vastità, libertà e disciplina vengono mirabilmente a trovarsi congiunte, animate e sostenute. E nell’età presente, quanto più appare scosso in non pochi il rispetto alla maestà del diritto, quanto più al diritto prevalgono considerazioni di utilità e di interesse, di forza e di ricchezza, tanto più conviene che gli organi della Chiesa dediti all’amministrazione della giustizia diano e infondano al popolo cristiano la viva coscienza che la Sposa di Cristo non viene mai meno a se stessa, nè muta cammino per mutare di giornata, ma sempre è e si avanza fedele alla sua sublime missione. A così alto scopo mira in grado eminente il vostro insigne Collegio.

È ben noto in qual grande estimazione salgano le decisioni del vostro Tribunale presso gli altri Tribunali ecclesiastici, non meno che presso i Moralisti e i Giuristi. Ma, quanto maggiore è l’autorità di cui gode, tanto più la S. R. Rota è tenuta a santamente osservare e fedelmente interpretare le norme del diritto, secondo la mente del Romano Pontefice, sotto i cui occhi, come strumento e organo della stessa Santa Sede, esercita il proprio ufficio. Il che, se deve dirsi per qualunque materia di cui si occupa, vale in particolare per le sempre frequenti cause matrimoniali, sulle quali ha testè riferito l’illustre vostro Decano, e la cui retta risoluzione tende a che nel miglior modo possibile sia provveduto così alla santità e alla fermezza del matrimonio, come al naturale diritto dei fedeli, tenendo nel debito conto il bene comune della umana società e il bene privato dei singoli.

1º E in primo luogo, se si considera il diritto al matrimonio, i Nostri gloriosi Predecessori Leone XIII e Pio XI insegnarono già che “niuna legge umana può togliere all’uomo il diritto naturale e primitivo del coniugio”. Tale diritto invero, poiché fu dato all’uomo immediatamente dall’Autore della natura, supremo Legislatore, non può essere ad alcuno negato, se non si provi che egli, o vi abbia liberamente rinunziato o sia incapace di contrarre matrimonio per difetto di mente o di corpo. Ma, perché nei casi particolari il matrimonio da contrarre venga impedito o già contratto sia dichiarato nullo, è necessario che questa incapacità antecedente e perpetua consti non soltanto in modo dubbio o probabile, ma con morale certezza; e in tale condizione di certezza, nè il matrimonio si può permettere, nè già celebrato può dirsi valido.

Cause concernenti questa incapacità, sia psichica – cioè di mente – sia somatica, per natura loro tanto delicate e spesso intricatissime, sono non di rado deferite alla S. R. Rota; e torna a suo decoro e a sua gloria l’averle trattate con criterio di gran diligenza e senza accettazione di persone.

Della incapacità psichica, fondata in qualche difetto patologico, la S. R. Rota si è di recente occupata; e in tale occasione la sentenza giudiziale ebbe ad addurre alcune teorie presentate come nuovissime da moderni psichiatri e psicologi. Cosa certamente lodevole e segno di assidua e larga indagine; perché la giurisprudenza ecclesiastica non può nè deve trascurare il genuino progresso delle scienze che toccano la materia morale e giuridica; nè può riputarsi lecito e convenevole il respingerle soltanto perché sono nuove. Forse che la novità è nemica della scienza? Senza nuovi passi oltre il vero già conquistato, come potrebbe avanzare l’umana conoscenza nell’immenso campo della natura? Occorre però esaminare e ponderare con acume e accuratezza se si tratti di vera scienza, cui bastevoli esperimenti e prove conferiscano certezza, e non già soltanto di vaghe ipotesi e teorie, non sostenute da positivi e solidi argomenti; nel qual caso, non varrebbero a costituire la base per un sicuro giudizio, che escluda cioè ogni dubbio prudente.

Anche della incapacità somatica ha dovuto trattare più volte la S. R. Rota. Nella quale delicata altrettanto che difficile questione due tendenze sono da evitarsi: quella che nell’esaminare gli elementi costitutivi dell’atto della generazione dà peso unicamente al fine primario del matrimonio, come se il fine secondario non esistesse o almeno non fosse finis operis stabilito dall’Ordinatore stesso della natura; e quella che considera il fine secondario come ugualmente principale, svincolandolo dalla essenziale sua subordinazione al fine primario, il che per logica necessità condurrebbe a funeste conseguenze. Due estremi, in altre parole, se il vero sta nel mezzo, sono da fuggirsi: da una parte, il negare praticamente o il deprimere eccessivamente il fine secondario del matrimonio e dell’atto della generazione; dall’altra, lo sciogliere o il separare oltre misura l’atto coniugale dal fine primario, al quale secondo tutta la sua intrinseca struttura è primieramente e in modo principale ordinato.

2º Quanto alle dichiarazioni di nullità dei matrimoni, nessuno ignora essere la Chiesa guardinga e aliena dal favorirle. Se infatti la tranquillità, la stabilità e la sicurezza dell’umano commercio in genere esigono che i contratti non siano con leggerezza proclamati nulli, ciò vale ancor più per un contratto di tanto momento, qual è il matrimonio, la cui fermezza e stabilità sono richieste dal bene comune della società umana e dal bene privato dei coniugi e della prole, e la cui dignità di Sacramento vieta che ciò che è sacro e sacramentale vada di leggieri esposto al pericolo di profanazione. Chi non sa poi che i cuori umani sono, in non rari casi, pur troppo proclivi, – per questo o quel gravame, o per dissenso e tedio dell’altra parte, o per aprirsi la via ad unirsi con altra persona peccaminosamente amata, – a studiare di liberarsi dal vincolo coniugale già contratto? Ond’è che il giudice ecclesiastico non deve mostrarsi facile a dichiarare la nullità del matrimonio, ma ha piuttosto da adoperarsi innanzi tutto a far sì che si convalidi ciò che invalidamente è stato contratto, massime allorché le circostanze del caso particolarmente lo consigliano.

Che se la convalidazione riesce impossibile, perché osta un impedimento dirimente da cui la Chiesa non può o non suole dispensare o perché le parti rifiutano di dare o di rinnovare il consenso, allora la sentenza di nullità non può essere negata a chi, secondo le prescrizioni canoniche, giustamente e legittimamente la chiede, purché consti dell’assenta invalidità, per quel constare che nelle cose umane suol dirsi ciò di cui si ha morale certezza, che cioè escluda ogni dubbio prudente, ossia fondato su ragioni positive. Non può esigersi la certezza assoluta della nullità, la quale cioè escluda non solo ogni positiva probabilità, ma anche la mera possibilità del contrario. La norma del diritto secondo cui “matrimonium gaudet favore iuris; quare in dubio standum est pro valore matnimonii, donec contrarium probetur” (canone 1014), non si intende infatti se non della morale certezza del contrario, della quale deve constare. Nessun Tribunale ecclesiastico ha il diritto e il potere di esigere di più. Esigendo di più, facilmente si viene a ledere lo stretto diritto degli attori al matrimonio: giacché, non essendo essi in realtà legati da alcun vincolo matrimoniale, godono del naturale diritto di contrarlo.

3º Finalmente, per ciò che concerne lo scioglimento del vincolo validamente contratto, in taluni casi anche la S. R. Rota è chiamata a investigare se sia stato compiuto tutto ciò che previamente si richiede per la valida e lecita soluzione del vincolo e, per conseguenza, se possa consigliarsi al Sommo Pontefice la concessione della relativa grazia.

Questi pre-requisiti riguardano innanzi tutto la dissolubilità stessa del matrimonio. È superfluo avanti a un Collegio giuridico qual è il vostro, ma non disdice al Nostro discorso il ripetere che il matrimonio rato e consumato è per diritto divino indissolubile, in quanto che non può essere sciolto da nessuna potestà umana (can. 1118); mentre gli altri matrimoni, sebbene intrinsecamente siano indissolubili, non hanno però una indissolubilità estrinseca assoluta, ma, dati certi necessari presupposti, possono (si tratta, come è noto, di casi relativamente ben rari) essere sciolti, oltre che in forza del privilegio Paolino, dal Romano Pontefice in virtù della sua potestà ministeriale.

Nel dire che il giudice ecclesiastico è chiamato a investigare se consti della esistenza di tali presupposti, voi subito comprendete come l’importanza dell’argomento bastevolmente indica che una simile investigazione vuol essere condotta con ogni severità, rigore e diligenza; tanto più che, trattandosi di uso di potestà vicaria in materia di diritto divino, la validità stessa dello scioglimento del vincolo dipende dalla esistenza dei necessari requisiti. In ogni caso poi e in ogni stadio del processo è dovere l’osservare pienamente e strettamente le regole, che la modestia cristiana impone in così delicata materia.

Del resto non è da dubitare che vale anche qui il principio già sopra enunciato: essere cioè sufficiente la certezza morale, che escluda ogni dubbio prudente del contrario. È ben vero che ai nostri tempi, in cui il disprezzo o la noncuranza della religione hanno fatto rivivere lo spirito di un nuovo paganesimo gaudente e superbo, si manifesta in non pochi luoghi quasi una manìa per il divorzio, la quale tenderebbe a contrarre e sciogliere i matrimoni con maggior facilità e leggerezza che non si fa per i contratti di locazione e di conduzione. Ma tale manìa, inconsiderante e inconsiderata, non può contarsi per ragione, onde i Tribunali ecclesiastici recedano dalla norma e dalla prassi, che dettano e approvano il sano giudizio e la coscienza timorata. Per la indissolubilità o dissolubilità del matrimonio non può nella Chiesa valere altra norma e prassi se non quella stabilita da Dio, Autore della natura e della grazia.

Al quale riguardo due sono i passi dei Libri Santi, che in certo modo indicano i limiti, entro i quali la soluzione del vincolo deve rimanere, e che escludono sia il lassismo odierno sia il rigorismo contrario alla volontà e al mandato divino. L’uno è: “Quod Deus coniunxit, homo non separet” [1]; vale a dire, non l’uomo, ma Dio può separare i coniugi, e quindi è nulla la separazione ove Dio non scioglie il loro vincolo. L’altro è: “Non servituti subiectus est frater aut soror… : in pace autem vocavit nos Deus” [2]; vale a dire, non vi è più servitù nè vincolo ove Dio lo scioglie e permette così al coniuge di passare lecitamente a nuove nozze. In ogni caso, la norma suprema, secondo la quale il Romano Pontefice fa uso della sua potestà vicaria di sciogliere matrimoni, è quella che già in principio abbiamo additata come la regola dell’esercizio del potere giudiziario nella Chiesa, vale a dire la salus animarum, per il cui conseguimento così il bene comune della società religiosa, e in generale dell’umano consorzio, come il bene dei singoli trovano la dovuta e proporzionata considerazione.

Siano queste Nostre parole, che inaugurano il nuovo anno giuridico della S. R. Rota, un augurio anche per voi, diletti figli, che valga, mercè la grazia divina, a rendere innanzi a Dio meritorii del premio degli atleti, contendenti nella palestra della giurisprudenza cristiana, i vostri severi e faticosi passi nella ricerca e nell’affermazione della giustizia e della pace fra i fedeli per qualunque causa ricorrenti al vostro Tribunale. Ma all’inizio di questo nuovo anno la Nostra voce vuole altresì salutare l’ingresso della S. R. Rota nella sua nuova sede da Noi, compiendo l’opera dell’immortale Nostro Antecessore, preparata e disposta nelle maestose sale della Cancelleria Apostolica, dove meditabondi pensieri v’insinueranno lo scavato suolo dell’antica Roma, le pareti istoriate, le scale e i portici, testimoni di una storia e di un’arte famosa. Onde è per Noi di particolare soddisfazione il dare al benemerito Decano e agli altri membri di cotesto inclito Collegio una tale manifesta prova della Nostra stima per il loro sapiente ed esemplare lavoro. E perciò nutriamo fiducia, e Ci pare già di vedere, che in quelle nuove aule e stanze, meglio rispondenti alla posizione centrale, alla importanza della dignità gerarchica di cotesto Tribunale, la giurisprudenza ecclesiastica maturerà nuovi e più splendidi frutti per il decoro della Chiesa e per la salute delle anime.

In tale aspettazione e con tale fiduciosa speranza invochiamo su tutti e su ciascuno dei presenti i limiti e l’assistenza dell’Onnipotente, mentre a tutti di cuore impartiamo la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 1º ottobre 1942, in AAS, 34 (1942), pp. 338-343

Il vedervi intorno a Noi, diletti figli, convenuti per l’inaugurazione del nuovo anno giuridico della S. R. Rota, è per l’animo Nostro un augurio e un conforto, non solo per quel che l’accurata e saggia parola del degnissimo vostro Decano Ci ha manifestato sopra i vostri lavori e le molteplici cause trattate, ma più ancora perché a questa adunanza di omaggio filiale è preceduta la devota rituale invocazione dei carismi dello Spirito Santo, Spirito mandato dal Padre [3] e da Cristo [4] a rinnovare la faccia della terra [5]. Oh se la faccia della terra, sotto il moto di questo vivifico Spirito, che si librava sulle originarie tenebre dell’abisso, anche oggi si rinnovasse! Oh se il mondo dell’umanità, turbato dai disastrosi urti dei popoli e delle nazioni, si rinnovasse in una primavera di giustizia e di pace! Ma certo lo Spirito di Dio, che rinnova a Noi la letizia di parlare a voi, rinnova in voi la vita e il vigore delle forze per le fatiche sapienti che vi aspettano a tutela del diritto e della giustizia in mezzo al popolo cristiano; laddove la Nostra parola rafferma, come se la rinnovasse, la dignità e l’autorità che al Tribunale della S. R. Rota i Nostri Predecessori vollero assegnate e affidate.

Lo Spirito di Cristo, Redentore del genere umano, che col suo Vangelo elevò a più alta perfezione la fede e il culto del vero Dio, rinnovò anche il costume morale dell’uomo e del coniugio umano, restaurando il matrimonio nella sua unità e indissolubilità, che sono, come parlano i fatti, la più estesa materia delle vostre sentenze giudiziarie. Delle condizioni del matrimonio per la sua validità, degl’impedimenti e degli effetti del vincolo coniugale (salvo la competenza dello Stato riguardo agli effetti meramente civili) è custode e difenditrice la Chiesa con la sua autorità, ricevuta dal divin Fondatore e supremamente impersonata nel Romano Pontefice.

1. Nelle cause concernenti la incapacità psichica o somatica di contrarre le nozze, non meno che in quelle riguardanti la dichiarazione di nullità del matrimonio o lo scioglimento, in taluni determinati casi, del vincolo validamente contratto, Noi, nel discorso pronunziato dinanzi a voi l’anno passato, avemmo ad osservare come occorra la certezza morale. L’importanza dell’argomento Ci fa stimar utile di esaminare più accuratamente questo concetto; poiché, a norma del can. 1869 § 1, si richiede la certezza morale circa lo stato di fatto della causa da giudicare acciocché il giudice possa procedere a pronunziare la sua sentenza. Ora tale certezza, la quale si appoggia sulla costanza delle leggi e degli usi che governano la vita umana, ammette vari gradi.

Vi è una certezza assoluta, nella quale ogni possibile dubbio circa la verità del fatto e la insussistenza del contrario è totalmente escluso. Tale assoluta certezza però non è necessaria per proferire la sentenza. In molti casi raggiungerla non è possibile agli uomini; l’esigerla equivarrebbe al richiedere cosa irragionevole dal giudice e dalle parti: importerebbe il gravare l’amministrazione della giustizia al di là di una tollerabile misura, anzi ne incepperebbe in vasta proporzione la via.

In opposizione a questo supremo grado di certezza il linguaggio comune chiama non di rado certa una cognizione che, strettamente parlando, non merita un tale appellativo, ma deve qualificarsi come una maggiore o minore probabilità, perché non esclude ogni ragionevole dubbio e lascia sussistere un fondato timore di errare. Questa probabilità o quasi-certezza non offre una base sufficiente per una sentenza giudiziaria intorno alla obbiettiva verità del fatto.

In tal caso, quando cioè la mancanza di certezza circa il fatto da giudicare impedisce di pronunziare un giudizio positivo sul merito della causa, la legge, ed in particolare l’ordinamento dei processi, danno al giudice regole obbligatorie sopra il modo di procedere, nelle quali le praesumptiones iuris e i favores iuris hanno una importanza decisiva. Di queste regole di diritto e di procedura il giudice non può non tener conto. Sarebbe però da riguardarsi come una esagerata o erronea applicazione di tali norme e come una falsa interpretazione della volontà del legislatore, se il giudice volesse a quelle ricorrere, quando si ha non solo una quasi-sicurezza, ma una certezza nel proprio e vero senso. Contro la verità e la sua sicura conoscenza non si danno nè presunzioni nè favori di diritto.

Tra la certezza assoluta e la quasi-certezza o probabilità sta, come tra due estremi, quella certezza morale, della quale d’ordinario si tratta nelle questioni sottoposte al vostro foro, ed a cui Noi intendiamo principalmente di riferirCi. Essa, nel lato positivo, è caratterizzata da ciò, che esclude ogni fondato o ragionevole dubbio e, così considerata, si distingue essenzialmente dalla menzionata quasi-certezza; dal lato poi negativo, lascia sussistere la possibilità assoluta del contrario, e con ciò si differenzia dall’assoluta certezza. La certezza, di cui ora parliamo, è necessaria e sufficiente per pronunziare una sentenza, anche se nel caso particolare sarebbe possibile di conseguire per via diretta o indiretta una certezza assoluta. Solo così può aversi una regolare e ordinata amministrazione della giustizia, che proceda senza inutili ritardi e senza eccessivo gravame del tribunale non meno che delle parti.

2. Talvolta la certezza morale non risulta se non da una quantità di indizi e di prove, che, presi singolarmente, non valgono a fondare una vera certezza, e soltanto nel loro insieme non lasciano più sorgere per un uomo di sano giudizio alcun ragionevole dubbio. Per tal modo non si compie in nessuna guisa un passaggio dalla probabilità alla certezza con una semplice somma di probabilità; il che importerebbe una illegittima transizione da una specie ad un’altra essenzialmente diversa: [testo in greco] [6]; ma si tratta del riconoscimento che la simultanea presenza di tutti questi singoli indizi e prove può avere un sufficiente fondamento soltanto nell’esistenza di una comune sorgente o base, dalla quale derivano: cioè nella obbiettiva verità e realtà. La certezza promana quindi in questo caso dalla saggia applicazione di un principio di assoluta sicurezza e di universale valore, vale a dire del principio della ragione sufficiente. Se dunque nella motivazione della sua sentenza il giudice afferma che le prove addotte, considerate separatamente, non possono dirsi sufficienti, ma, prese unitamente e come abbracciate con un solo sguardo, offrono gli elementi necessari per addivenire ad un sicuro giudizio definitivo, si deve riconoscere che tale argomentazione in massima è giusta e legittima.

3. Ad ogni modo, questa certezza va intesa come certezza obbiettiva, cioè basata su motivi oggettivi; non come una certezza puramente soggettiva, che si fonda sul sentimento o sulla opinione meramente soggettiva di questo o di quello, forse anche su personale credulità, sconsideratezza, inesperienza. Una tale certezza morale oggettivamente fondata non si ha, se vi sono per la realtà del contrario motivi, che un sano, serio e competente giudizio dichiara come, almeno in qualche modo, degni di attenzione, e i quali per conseguenza fanno sì che il contrario debba qualificarsi come non soltanto assolutamente possibile, ma altresì, in qualche maniera, probabile.

Per rendere sicura la oggettività di questa certezza, il diritto processuale stabilisce ben definite regole d’inchieste e di prove. Si richiedono determinate prove o corroboramenti di prove; altre sono invece indicate per insufficienti [7]; si costituiscono speciali uffici e persone, incaricati durante il procedimento di tenere innanzi agli occhi, affermare e difendere determinati diritti o fatti [8]. Che cosa è questo se non un giusto formalismo giuridico, che riguarda talvolta più il lato materiale, tal altra più il lato formale del processo o del caso giuridico?

La coscienziosa osservanza di tali norme è un dovere del giudice; ma, d’altra parte, nella loro applicazione egli ha da tener presente che non sono fine a se stesse, bensì mezzi al fine, vale a dire per procurare e assicurare una certezza morale oggettivamente fondata circa la realtà del fatto. Non deve avvenire che ciò che secondo la volontà del legislatore ha da essere un aiuto e una garanzia per la scoperta della verità, ne divenga invece un impedimento. Qualora l’osservanza del diritto formale si tramutasse in una ingiustizia o in una mancanza di equità, è sempre possibile il ricorso al legislatore.

4. Di qui voi vedete perché nella moderna procedura giudiziaria, anche ecclesiastica, non sia posto in prima linea il principio del formalismo giuridico, ma la massima del libero apprezzamento delle prove. Il giudice deve – senza pregiudizio delle menzionate prescrizioni processuali – decidere secondo la sua propria scienza e coscienza se le prove addotte e la inchiesta ordinata sono o no sufficienti [9], bastevoli cioè alla necessaria certezza morale circa la verità e la realtà del caso da giudicare.

Senza dubbio possono talvolta sorgere conflitti tra il “formalismo giuridico” e il “libero apprezzamento delle prove”, ma essi sono nella maggior parte dei casi soltanto apparenti e quindi d’ordinario non difficilmente solubili. Giacché, come una è la verità obbiettiva, così anche la certezza morale obbiettivamente determinata non può essere che una sola. Non è dunque ammissibile che un giudice dichiari di avere personalmente, in base agli atti giudiziari, la morale certezza circa la verità del fatto da giudicare, e al tempo stesso deneghi, in quanto giudice, sotto l’aspetto del diritto processuale, la medesima obbiettiva certezza. Tali contrasti dovrebbero piuttosto indurlo a un ulteriore e più accurato esame della causa. Essi derivano non di rado dal fatto che alcuni lati della questione, i quali acquistano il loro pieno rilievo e valore soltanto considerati nell’insieme, non sono stati rettamente valutati, ovvero che le norme giuridico-formali sono state interpretate inesattamente o applicate contro il senso e la intenzione del legislatore. Ad ogni modo, la fiducia, che i tribunali debbono godere nel popolo, esige che vengano evitati e risolti, sempre che sia in qualche maniera possibile, simili conflitti tra l’opinione ufficiale dei giudici e i sentimenti ragionevoli del pubblico specialmente colto.

5. Ma, perché la certezza morale ammette, come abbiamo detto, vari gradi, quale grado il giudice può o deve esigere per essere in stato di procedere ad emanar la sentenza? Primieramente deve in tutti i casi accertarsi, se si abbia in realtà una certezza morale oggettiva, se cioè sia escluso ogni ragionevole dubbio circa la verità. Una volta ciò assicurato, egli, di regola, non deve chiedere un più alto grado di certezza, se non quando la legge, massime a cagione della importanza del caso, lo prescriva [10]. Potrà bensì talora la prudenza consigliare che il giudice, quantunque non si abbia una espressa disposizione di legge, in cause di più grave momento non si appaghi di un grado infimo di certezza. Se però, dopo seria considerazione ed esame, si avrà una sicurezza corrispondente alle prescrizioni legali e all’importanza del caso, non si dovrà insistere, con notevole aggravio delle parti, perché si adducano nuove prove per raggiungere un grado ancor più elevato. L’esigere la più grande possibile sicurezza, nonostante la corrispondente certezza che già esiste, non ha giusta ragione ed è da respingersi.

Con questa esposizione del Nostro pensiero sopra un punto così delicato dell’ufficio del giudice, intendiamo di salutare, encomiare e ringraziare in voi i sagaci membri di cotesto insigne Collegio e Tribunale della cristiana giurisprudenza, in voi i quali non solo non ignorate, ma praticate la sentenza dell’Angelico Dottore che unusquisque debet niti ad hoc quod de rebus iudicet, secundum quod sunt [11]. Perché la verità val quanto l’entità e la realtà: onde il nostro intelletto, che prende la scienza dalle cose, ne prende ancora la regola e la misura secondo che le cose sono o non sono; di modo che la verità è la legge della giustizia [12]. Il mondo ha bisogno della verità che è giustizia, e di quella giustizia che è verità; perché la giustizia è, disse già il gran Filosofo di Stagira, et in bello et in pace utilis: [testo in greco] [13]. L’eterno Sole di giustizia illumini la terra e i suoi reggitori; e in voi, a gloria di Dio e della Chiesa e del popolo cristiano, scorga ogni passo nella ricerca della realtà di quel vero, che tranquilla nella morale certezza il volto della giustizia.

Mentre pertanto, con questo sacro auspicio, invochiamo sopra tutti e ciascuno di voi i più luminosi favori della divina Sapienza, con effusione di paterno affetto v’impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 2 ottobre 1944, in AAS, 36 (1944), pp. 281-290

Il fine unico nella trattazione delle cause matrimoniali

L’inaugurazione del nuovo anno giuridico della Sacra Romana Rota Ci porse negli anni passati l’occasione di mettere in rilievo alcuni punti particolari nella trattazione delle cause matrimoniali, e di mostrare in qual modo la Chiesa, secondo la sua missione e il suo carattere, tali punti vede e considera, e come perciò vuole che siano veduti e trattati anche dal giudice e dagli ufficiali ecclesiastici.

Parlammo anzitutto del diritto naturale al matrimonio e dell’incapacità psichica e somatica di contrarre le nozze. Parimente discorremmo di alcuni principi fondamentali concernenti la dichiarazione di nullità del matrimonio e lo scioglimento del vincolo validamente contratto. Esponemmo poi varie riflessioni sulla certezza richiesta acciocché il giudice possa procedere a pronunciare la sua sentenza, e rilevammo essere sufficiente la certezza morale, vale a dire quella che esclude ogni ragionevole dubbio circa la verità del fatto, ricordando altresì che essa deve avere un carattere oggettivo e non essere fondata solamente sulla opinione o sul sentimento meramente soggettivo del giudice.

Con la stessa intenzione di esprimere lo spirito e la volontà della Chiesa, che al matrimonio attribuisce una somma importanza per il bene del popolo cristiano e la santità della famiglia, Ci proponiamo oggi – dopo aver ascoltato l’ampia ed accurata relazione annuale del vostro degno e benemerito Decano – di dire alcune parole sulla unità dello scopo, che deve dare speciale forma all’opera e alla collaborazione di tutti coloro, che partecipano alla trattazione delle cause matrimoniali nei tribunali ecclesiastici di ogni grado e specie, e deve animarli e congiungerli in una medesima unità di intento e di azione.

Triplice elemento della unità di azione

1. In generale è da premettere che la unità dell’azione umana risulta e proviene dai seguenti elementi: un unico scopo, un comune indirizzo di tutti verso questo scopo unico, un obbligo giuridico-morale di prendere e di conservare un tale indirizzo. Di questi elementi voi ben comprendete che il fine unico costituisce il principio e il termine formale, tanto dal lato oggettivo, quanto dal lato soggettivo. Poiché, come ogni moto riceve la sua determinazione dal fine, verso cui tende, così anche la cosciente attività umana si specifica dallo scopo a cui mira[14].

Orbene, nel processo matrimoniale il fine unico è un giudizio conforme alla verità e al diritto, concernente nel processo di nullità la asserita non esistenza del vincolo coniugale, nel processo informativo de vinculo solvendo la esistenza, o no, dei presupposti necessari per lo scioglimento del vincolo. In altri termini, il fine è l’accertare autorevolmente e il porre in vigore la verità e il diritto ad essa corrispondente, relativamente all’esistenza o alla continuazione di un vincolo matrimoniale.

L’indirizzo personale si ha mediante la volontà dei singoli che hanno parte nella trattazione della causa, in quanto essi dirigono e subordinano ogni loro pensiero, volere e atto nelle cose del processo al raggiungimento di quel fine. Se pertanto tutti i partecipanti seguono costantemente questo indirizzo, ne viene per naturale conseguenza la loro unità di azione e di cooperazione.

Infine il terzo elemento, ossia l’obbligo giuridico-morale di mantenere tale indirizzo, deriva nel processo matrimoniale dal diritto divino. Infatti il contratto nuziale è, per la sua propria natura, e fra i battezzati per la sua elevazione alla dignità di Sacramento, ordinato e determinato non dal volere umano, ma da Dio. Basti ricordare la parola di Cristo: “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non si attenti di separare”[15], e l’insegnamento di S. Paolo: “Sacramentum hoc magnum est, ego autem dico in Christo et in Ecclesia”[16]. L’alta gravità di quest’obbligo, originato come da fonte suprema e inestinguibile dal diritto divino, a servigio della verità nel processo matrimoniale, deve essere sempre fortemente affermata e inculcata. Mai non avvenga che nelle cause matrimoniali dinanzi ai tribunali ecclesiastici abbiano a verificarsi inganni, spergiuri, subornazioni o frodi di qualsiasi specie! Perciò tutti coloro, che vi hanno qualche parte, debbono serbare vigile la coscienza, e al bisogno risvegliarla e ravvivarla, per rammentare che questi processi vengono in fondo condotti non dinanzi al tribunale degli uomini, ma a quello del Signore onnisciente, e che per conseguenza i relativi giudizi, se qualche frode, che concerna la sostanza, li falsi, non hanno valore davanti a Dio e nel campo della coscienza.

L’unità di fine e di azione nei singoli partecipanti alle cause matrimoniali

2. L’unità e la collaborazione nelle cause matrimoniali si effettua dunque mediante l’unità del fine, l’indirizzo verso il fine, l’obbligo della subordinazione al fine. Questo triplice elemento impone all’azione propria dei singoli partecipanti esigenze essenziali e la segna di una particolare impronta.

a) il giudice

a) Innanzi tutto, per ciò che riguarda il giudice, che è come la giustizia animata, l’opera di lui arriva al suo apice nella emanazione della sentenza; la quale accerta e fissa giuridicamente la verità e le dà valore legale, così per quel che concerne il fatto da giudicare, come per ciò che si riferisce al diritto da applicarsi nel caso. Ma a tale chiarimento e servigio della verità è ordinato come a suo scopo tutto il processo. Perciò in questo oggettivo ordinamento al fine il giudice trova anche una sicura norma direttiva in ogni personale indagine, giudizio, prescrizione, divieto, che lo svolgimento del processo porta con sè. Di qui appare come l’obbligo giuridico-morale, a cui sottostà il giudice, altro non è che quello già menzionato derivante dal diritto divino, vale a dire di ricercare e determinare secondo verità se un vincolo, che coi segni esterni è stato stretto, esiste in realtà, ovvero se vi sono i presupposti necessari per il suo scioglimento, e, stabilita la verità, di emanare la sentenza in conformità di essa. In ciò sta l’alta importanza e la personale responsabilità del giudice nella direzione e nella conclusione del processo.

b) il Difensore del vincolo

b) Al Difensore del vincolo spetta di sostenere la esistenza ovvero la continuazione del vincolo coniugale, non però in modo assoluto, ma subordinatamente al fine del processo, che è la ricerca e il risultamento della verità oggettiva.

Il Difensore del vincolo deve collaborare al fine comune, in quanto indaga, espone e chiarisce tutto ciò che si può addurre in favore del vincolo. Affinché egli, che è da considerare come “Pars necessaria ad iudicii validitatem et integritatem[17], possa adempire efficacemente il suo ufficio, l’ordine processuale gli ha attribuito particolari diritti e assegnato determinate incombenze [18]. E come non sarebbe compatibile con l’importanza della sua carica e con l’adempimento solerte e fedele del suo dovere, se egli si contentasse di una sommaria visione degli atti e di alcune superficiali osservazioni; così non è conveniente che tale ufficio venga affidato a coloro che mancano ancora di esperienza della vita e di maturità di giudizio [19]. Da questa regola non esenta il fatto che le osservazioni del Difensore del vincolo vengono sottoposte all’esame dei giudici, poiché questi hanno da trovare nell’accurata opera di lui un aiuto e un complemento della propria attività, né è da pretendere che essi rifacciano sempre tutto il lavoro e tutte le indagini del Difensore, per potersi fidare della sua esposizione.

D’altra parte non si può nemmeno esigere dal Difensore del vincolo che egli componga e prepari ad ogni costo una difesa artificiosa, senza curarsi se le sue affermazioni abbiano un serio fondamento oppur no. Una tale esigenza sarebbe contraria alla sana ragione; graverebbe il Difensore del vincolo di una fatica inutile e senza valore; non porterebbe nessun chiarimento, ma piuttosto una confusione della questione; trascinerebbe dannosamente il processo per le lunghe. Nell’interesse stesso della verità e per la dignità del suo ufficio, si deve dunque riconoscere in massima al Difensore del vincolo, ove il caso lo richieda, il diritto di dichiarare: che dopo un diligente, accurato e coscienzioso esame degli atti, non ha rivenuta alcuna ragionevole obiezione da muovere contro la domanda dell’attore o del supplicante.

Questo fatto e questa coscienza di non dovere incondizionatamente sostenere una tesi ordinatagli, ma di essere al servigio della verità già esistente, preserverà il Difensore del vincolo dal proporre interrogazioni unilateralmente suggestive e insidiose; dall’esagerare e mutare possibilità in probabilità o perfino in fatti compiuti; dall’affermare o costruire contraddizioni, dove un sano giudizio non le vede o facilmente le scioglie; dall’impugnare la veridicità di testimoni a causa di discrepanze o inesattezze in punti non essenziali o senza importanza per l’oggetto del processo, discrepanze e inesattezze, di cui la psicologia delle deposizioni dei testi insegna che esse rimangono nell’ambito delle normali cause di errore e non tolgono valore alla sostanza della deposizione stessa. La coscienza di dover servire alla verità riterrà infine il Difensore del vincolo dal chiedere nuove prove, quando le già addotte siano pienamente sufficienti a stabilire la verità: ciò che anche in altra occasione designammo come da non approvarsi.

Né si obietti che il Difensore del vincolo deve scrivere le sue animadversiones non “pro rei veritate”, ma “pro validitate matrimonii”. Se con ciò si vuole intendere che egli ha per parte sua da mettere in rilievo tutto quel che parla in favore e non quel che è contro l’esistenza o la continuazione del vincolo, l’osservazione è ben giusta. Se invece si volesse affermare che il Difensore del vincolo nella sua azione non è tenuto a servire anch’egli, come ad ultimo scopo, all’accertamento della verità oggettiva, ma deve incondizionatamente e indipendentemente dalle prove e dai risultati del processo sostenere la tesi obbligata della esistenza o della necessaria continuazione del vincolo, questa asserzione sarebbe da ritenersi come falsa. In tal senso tutti coloro che hanno parte nel processo debbono senza eccezione far convergere la loro azione all’unico fine: pro rei veritate!

c) il Promotore di giustizia

c) Non vorremmo omettere alcune brevi osservazioni anche per ciò che si riferisce al Promotore di giustizia. Può essere che il bene pubblico richieda la dichiarazione di nullità di un matrimonio e che il Promotore di giustizia ne faccia regolare petizione al tribunale competente. In nessun altro punto si potrebbe essere tanto inclinati a mettere in dubbio la unicità del fine e della collaborazione di tutti nel processo matrimoniale, quanto qui, ove due pubblici ufficiali sembrano prendere posizione l’uno contro l’altro dinanzi al tribunale: l’uno, il Difensore del vincolo, deve per ufficio negare ciò che l’altro, pure per ufficio, è chiamato a promuovere. Ed invece precisamente qui si mostrano in modo manifesto la unità del fine e l’unico indirizzo di tutti a questo fine; poiché ambedue, nonostante l’apparente opposizione, pongono in fondo al giudice la medesima richiesta: di emettere un giudizio secondo la verità e la realtà dello stesso fatto oggettivo. La rottura della unità del fine e della collaborazione si avrebbe soltanto se il Defensor vinculi e il Promotor iustitiae considerassero i loro prossimi e opposti fini come assoluti e li sciogliessero e separassero dalla loro connessione e subordinazione al comune scopo finale.

d) l’avvocato

d) Ma l’unità del fine, l’indirizzo verso il fine e l’obbligo della subordinazione al fine nel processo matrimoniale debbono considerarsi e ponderarsi con particolare attenzione a riguardo del consulente legale o avvocato, di cui l’attore o il convenuto o il supplicante si servono, perché nessuno è più esposto al pericolo di perderli di vista.

L’avvocato assiste il suo cliente nel formulare il libello introduttorio della causa, nel determinare rettamente l’oggetto e il fondamento della controversia, nel mettere in rilievo i punti decisivi del fatto da giudicare; gli indica le prove da addurre, i documenti da esibire; gli suggerisce quali testimoni siano da indurre in giudizio, quali punti nelle deposizioni dei testi siano perentori; durante il processo lo aiuta a valutare giustamente le eccezioni e gli argomenti contrari e a confutarli: in una parola, raccoglie e fa valere tutto ciò che può essere allegato in favore della domanda del suo patrocinato.

In questa molteplice attività l’avvocato può ben porre ogni studio per ottenere la vittoria alla causa del suo cliente; ma in tutta la sua azione non deve sottrarsi all’unico e comune scopo finale: lo scoprimento, l’accertamento, l’affermazione legale della verità, del fatto oggettivo. Voi qui presenti, insigni giuristi e integerrimi difensori del foro ecclesiastico, ben sapete come la consapevolezza di tale subordinazione deve guidare l’avvocato nelle sue riflessioni, nei suoi consigli, nelle sue asserzioni e nelle sue prove, e come essa non solo lo premunisce dal costruire artificiosamente e dal prendere a patrocinare cause prive di qualsiasi serio fondamento, dal valersi di frodi o d’inganni, dall’indurre le parti e i testimoni a deporre il falso, dal ricorrere a qualsiasi altra arte disonesta, ma lo porta anche positivamente ad agire in tutta la serie degli atti del processo secondo i dettami della coscienza. Al supremo termine della verità da far rifulgere è necessario che convergano tanto l’opera dell’avvocato, quanto quella del Difensore del vincolo, perché ambedue, pur movendo da punti opposti per fini prossimi diversi, hanno da tendere al medesimo scopo finale.

Da qui apparisce che cosa si debba pensare del principio purtroppo non di rado affermato o in fatto seguito. “L’avvocato – si dice – ha il diritto e il dovere di produrre tutto ciò che giova alla sua tesi, non meno che il Difensore del vincolo fa rispetto alla tesi opposta; per nessuno dei due vale la norma: pro rei veritate! L’apprezzamento della verità è ufficio esclusivamente del giudice; gravare l’avvocato con tale cura significherebbe impedirne od anche paralizzarne del tutto l’attività”. Tale osservazione si basa sopra un errore teorico e pratico: essa disconosce l’intima natura e l’essenziale scopo finale della controversia giuridica. Questa nelle cause matrimoniali non può paragonarsi ad una gara o ad una giostra, ove i due contendenti non hanno un comune scopo finale, ma ognuno persegue il suo scopo particolare e assoluto, senza riguardo, anzi in opposizione a quello del suo antagonista, vale a dire sconfiggere l’avversario e riportare la vittoria. In tal caso il vincitore con la sua lotta coronata da successo crea il fatto oggettivo, che per il giudice del combattimento o della gara è motivo determinante nel conferimento del premio, poiché per lui è legge: Al vincitore il premio. Tutt’altrimenti accade nella contesa giuridica di un processo matrimoniale. Qui non si tratta di creare un fatto con la eloquenza e la dialettica, ma di mettere in evidenza e far valere un fatto già esistente. Il summenzionato principio cerca di scindere l’attività dell’avvocato dal servigio della verità oggettiva, e vorrebbe in qualche modo attribuire all’abile argomentazione una forza creatrice del diritto, come l’ha il vittorioso combattimento in una gara.

La stessa considerazione dell’incondizionato obbligo verso la verità vale anche nel caso del semplice procedimento informativo in seguito alla domanda per scioglimento del vincolo. L’istruzione della causa nel foro ecclesiastico non prevede l’intervento di un patrocinatore legale del supplicante; ma è un naturale diritto di quest’ultimo di valersi, per suo conto, del consiglio e dell’assistenza di un giurista nella redazione e nella motivazione della supplica, nella scelta e presentazione dei testimoni, nel superamento delle sopravvenienti difficoltà. Il consulente legale o l’avvocato può anche qui mettere in opera tutto il suo sapere e la sua valentia in favore del suo cliente; ma anche in questa attività estragiudiziale egli deve ricordarsi dell’obbligo che lo lega al servizio della verità, della sua sottomissione al fine comune e della parte che ha da compiere nel comune lavoro per il conseguimento di questo fine.

Da quanto abbiamo esposto appare manifesto come, nella trattazione delle cause matrimoniali nel foro ecclesiastico, giudice, difensore del vincolo, promotore di giustizia, avvocato debbono fare, per così dire, causa comune e insieme collaborare, non mescolando l’ufficio proprio di ciascuno, ma in cosciente e voluta unione e sottomissione al medesimo fine.

e) Le parti, i testimoni, i periti

e) È superfluo di aggiungere che la medesima legge fondamentale – indagare, rendere manifesta e far valere legalmente la verità – obbliga anche gli altri partecipanti al processo. Per assicurare il raggiungimento di tale scopo viene loro imposto il giuramento. In questa subordinazione al fine essi trovano una chiara norma per il loro orientamento interno e per la loro azione esterna, e ne attingono sicurezza di giudizio e quiete della coscienza. Né alle parti, né ai testimoni, né ai periti è lecito di costruire fatti non esistenti, dare agli esistenti una infondata interpretazione, negarli, confonderli od offuscarli. Tutto ciò contrasterebbe col servigio da prestarsi alla verità, cui obbligano la legge di Dio e il giuramento dato.

Il processo matrimoniale nel suo ordinamento e subordinazione al fine universale della Chiesa, la salute delle anime

3. Abbracciando ora con la mente il già detto, il nostro pensiero vede palesemente come il processo matrimoniale rappresenta una unità di fine e di azione, nella quale i singoli partecipanti debbono esercitare il loro particolare ufficio in reciproco coordinamento e in comune ordinamento al fine medesimo; a somiglianza dei membri di un corpo, che hanno bensì ciascuno la loro propria funzione e la loro propria attività, ma al tempo stesso sono reciprocamente coordinati e insieme ordinati al conseguimento dello stesso scopo finale, che è quello dell’intero organismo.

Tuttavia questa considerazione intorno all’intima natura del processo matrimoniale rimarrebbe incompleta, se non si desse uno sguardo anche ai suoi esterni rapporti.

Il processo matrimoniale nel foro ecclesiastico è una funzione della vita giuridica della Chiesa. Nella Nostra Enciclica sul Corpo mistico di Cristo abbiamo esposto come la cosiddetta “Chiesa giuridica” è bensì di origine divina, ma non è tutta la Chiesa; come essa in qualche modo rappresenta soltanto il corpo, che deve essere vivificato dallo spirito, vale a dire dallo Spirito Santo e dalla sua grazia. Nella stessa Enciclica spiegavamo altresì come tutta la Chiesa, nel suo corpo e nella sua anima, quanto alla partecipazione dei beni e al profitto che ne deriva, è costituita esclusivamente per la “salvezza delle anime”, secondo la parola dell’Apostolo: “Omnia vestra sunt” [20]. Con ciò è indicata la superiore unità e il superiore scopo, cui sono destinate e si dirigono la vita giuridica e ogni giuridica funzione nella Chiesa. Ne segue che anche il pensiero, il volere e l’opera personale nell’esercizio di una tale attività debbono tendere al fine proprio della Chiesa: la salute delle anime. In altri termini, il fine superiore, il principio superiore, l’unità superiore non dice altro che “cura delle anime”, come tutta l’opera di Cristo sulla terra fu cura delle anime, e cura delle anime fu ed è tutta l’azione della Chiesa.

Ma il giurista, che, come tale, guarda al nudo diritto e alla rigida giustizia, suole mostrarsi quasi istintivamente estraneo alle idee e agl’intenti della cura delle anime e propugna una chiara separazione tra i due fori, il foro della coscienza e quello dell’esterna convivenza giuridico-sociale. Questa tendenza verso una netta divisione dei due campi è fino a un certo grado legittima, in quanto il giudice e i suoi collaboratori nel procedimento giudiziario non hanno per ufficio proprio e diretto la cura pastorale. Sarebbe però un funesto errore l’affermare che non si trovino anch’essi in ultima e definitiva istanza al servizio delle anime. Essi verrebbero così a mettersi nel giudizio ecclesiastico fuori dello scopo e dell’unità di azione propri della Chiesa per divina istituzione; sarebbero come membri di un corpo, che non si inseriscono più nella sua totalità e non vogliono più sottoporre e ordinare la loro azione allo scopo dell’intero organismo.

Efficacia di tale ordinamento e subordinazione sull’attività giuridica

L’attività giuridica, e particolarmente la giudiziaria, non ha nulla da temere da tale ordinamento e subordinazione; che anzi essa ne è fecondata e promossa. La necessaria larghezza di vedute e di decisione ne è assicurata, poiché, mentre la unilaterale operosità giuridica nasconde sempre in sé il pericolo di un esagerato formalismo e attaccamento alla lettera, la cura delle anime garantisce un contrappeso, mantenendo desta nella coscienza la massima: “Leges propter homines, et non homines propter leges”. Perciò in altra occasione avemmo già ad avvertire che là ove la lettera della legge fosse di ostacolo al raggiungimento della verità e della giustizia, deve sempre essere aperto il ricorso al legislatore.

Il pensiero dell’appartenenza al servigio del fine della Chiesa conferisce inoltre a tutti coloro, che partecipano alla sua attività giuridica, anche la necessaria indipendenza ed autonomia di fronte al potere giudiziario civile. Fra Chiesa e Stato, come rilevammo nella menzionata Enciclica sul Corpo mistico di Cristo, sebbene ambedue siano nel pieno significato della parola società perfette, vi è tuttavia una profonda differenza. La Chiesa ha un proprio particolare carattere di origine e di impronta divina. Da ciò deriva anche nella sua vita giuridica un tratto a lei proprio, un orientamento, fin nelle ultime conseguenze, verso pensieri e beni superiori, oltremondani, eterni. Quindi, piuttosto che un’opinione, è da considerare per vari motivi come un erroneo giudizio il dire di alcuni che l’ideale della prassi giuridica ecclesiastica consiste nella sua maggior possibile assimilazione e conformità all’ordinamento giudiziario civile; il che tuttavia non esclude che essa possa opportunamente avvantaggiarsi del vero progresso della scienza del diritto anche in questo campo.

Finalmente il pensiero dell’appartenenza alla superiore unità della Chiesa e della subordinazione al suo fine universale, la salus animarum, comunica all’attività giuridica la fermezza per procedere nel sicuro cammino della verità e del diritto, e la preserva non meno da una debole condiscendenza verso le disordinate brame delle passioni che da una dura e ingiustificata inflessibilità. La salute delle anime possiede come guida una norma suprema assolutamente sicura: la legge e la volontà di Dio. A questa medesima legge e volontà di Dio un’attività giuridica, che riconosce e ha coscienza di non avere nessun altro fine che quello della Chiesa, si indirizzerà fermamente nel regolamento dei casi particolari a lei sottoposti, e vedrà così confermata in un ordine superiore quella che già era nel suo proprio campo la sua massima fondamentale: servigio e affermazione della verità nell’accertamento del vero fatto e nell’applicazione ad esso della legge e della volontà di Dio.

Perciò Ci riesce di particolare soddisfazione il sapere che cotesto S. Tribunale è inconcussamente fedele a così eccelsa norma e può essere quindi additato come esempio ai Tribunali diocesani, che ad esso guardano come a modello e norma.

Voglia il Cielo che il nuovo anno giuridico della Sacra Romana Rota, il quale si inaugura oggi sotto la invocazione dello Spirito Santo, sia anche auspicio della inaugurazione di un nuovo anno giuridico di pace e di giustizia nel mondo!

Con tale voto invochiamo su di voi e sull’opera vostra i lumi della divina Sapienza, mentre con effusione di cuore impartiamo a tutti e a ciascuno la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 2 ottobre 1945, in AAS, 37 (1945), pp. 256-262

Dacché piacque al Signore, giudice sovrano di tutte le giustizie umane, di costituirCi quaggiù suo Rappresentante e Vicario, oggi per la prima volta – dopo aver ascoltato l’ampia e dotta relazione annuale dell’attività di cotesto Sacro Tribunale, fattaCi dal vostro degnissimo Decano, – possiamo esprimervi, diletti figli, la Nostra gratitudine ed esporvi il Nostro pensiero, senza che il fragore delle armi copra la Nostra voce coi suoi rombi sinistri. Oseremmo Noi dire che è la pace? Non ancora pur troppo! Voglia il Signore che ne sia almeno l’aurora! Una volta cessata la violenza dei combattimenti, suona l’ora della giustizia, la cui opera consiste nel restaurare coi suoi giudizi l’ordine sconvolto o turbato. Formidabile dignità e potenza del giudice che, al di sopra di tutte le passioni e di tutti i preconcetti, deve riflettere la giustizia stessa di Dio, sia che si tratti di decidere le controversie o di reprimere i delitti!

Tale è invero l’oggetto di ogni giudizio, la missione di ogni potestà giudiziaria, ecclesiastica o civile. Un rapido sguardo superficiale alle leggi e alla prassi giudiziaria potrebbe far credere che l’ordinamento processuale ecclesiastico e il civile presentino differenze soltanto secondarie, press’a poco come quelle che si notano nell’amministrazione della giustizia in due Stati civili della stessa famiglia giuridica. Anche nello scopo immediato essi sembrano coincidere: attuazione o assicurazione del diritto stabilito dalla legge, ma nel caso particolare contestato o leso, per mezzo di sentenza giudiziaria, ossia mediante giudizio emanato dalla autorità competente in conformità della legge. I vari gradi delle istanze giudiziarie si trovano parimente in ambedue; il procedimento mostra presso entrambi i medesimi principali elementi: domanda d’introduzione della causa, citazione, esame dei testimoni, comunicazione dei documenti, interrogatorio delle parti, conclusione del processo, sentenza, diritto di appello.

Ciò nonostante, questa larga somiglianza esterna ed interna non deve far dimenticare le profonde differenze che esistono 1º nella origine e nella natura, 2º nell’oggetto, 3º nel fine. – Ci restringeremo oggi a parlare del primo di questi tre punti, rimandando agli anni futuri, se così piacerà al Signore, la trattazione degli altri due.

I. La potestà giudiziaria è una parte essenziale ed una necessaria funzione del potere delle due società perfette, la ecclesiastica e la civile. Perciò la questione della origine della potestà giudiziaria si identifica con quella della origine del potere.

Ma appunto perciò, oltre alle rassomiglianze già accennate, si è creduto di trovarne altre anche più profonde.

È cosa singolare il vedere come alcuni seguaci delle varie concezioni moderne intorno al potere civile abbiano invocato, a conferma e a sostegno delle loro opinioni, le presunte analogie con la potestà ecclesiastica. Ciò vale non meno per il cosiddetto “totalitarismo” e “autoritarismo”, che per il loro polo opposto, la moderna democrazia. Però in realtà quelle più profonde somiglianze non esistono in nessuno dei tre casi, come un breve esame dimostrerà facilmente.

È incontestabile che una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, quindi anche della Chiesa e dello Stato, consiste nell’assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri.

Ora il “totalitarismo” non è mai che possa provvedere a quella esigenza, perché esso dà al potere civile una estensione indebita, determina e fissa nel contenuto e nella forma tutti i campi di attività, e in tal modo comprime ogni legittima vita propria – personale, locale e professionale – in una unità o collettività meccanica, sotto l’impronta della nazione, della razza o della classe.

Noi abbiamo già nel Nostro Radiomessaggio del Natale 1942 additato particolarmente le tristi conseguenze per il potere giudiziario di quella concezione e di quella prassi, che sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge e lascia le decisioni giudiziarie in balìa di un mutevole istinto collettivo.

Del resto, chi potrebbe mai pensare che simili erronee interpretazioni violatrici del diritto abbiano potuto determinare la origine o influire sull’azione dei tribunali ecclesiastici? Ciò non è stato nè potrà mai essere, perché contrario alla natura stessa della potestà sociale della Chiesa, come vedremo in appresso.

Ma a quella esigenza fondamentale è ben lungi dal soddisfare anche l’altra concezione del potere civile, che può essere designata col nome di “autoritarismo”, perché esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale. Esso scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati, i cui reciproci rapporti vengono ad essere puramente meccanici, sotto l’impero della forza, ovvero hanno un fondamento meramente biologico.

Ora chi non vede come in tal guisa la vera natura del potere statale rimane profondamente sconvolta? Questo infatti, e per se stesso e mediante l’esercizio delle sue funzioni, deve tendere a ciò che lo Stato sia una vera comunità, intimamente unita nello scopo ultimo, che è il bene comune. Ma in quel sistema il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell’unilaterale interesse del dominatore, che uno sfrenato “dinamismo” legislativo esclude ogni sicurezza giuridica, e quindi sopprime un elemento fondamentale di ogni vero ordine giudiziario.

Giammai un così falso dinamismo non potrebbe sommergere e rimuovere i diritti essenziali riconosciuti alle singole persone fisiche e morali nella Chiesa. La natura del potere ecclesiastico non ha nulla di comune con quell’”autoritarismo”, al quale quindi non può riconoscersi alcun punto di riferimento con la costituzione gerarchica della Chiesa.

Resta da esaminare la forma democratica del potere civile, nella quale alcuni vorrebbero trovare una più stretta somiglianza col potere ecclesiastico. Senza dubbio, ove vige una vera democrazia teorica e pratica, essa adempie quella esigenza vitale di ogni sana comunità, a cui abbiamo accennato. Ma ciò si avvera, o può a parità di condizioni avverarsi anche nelle altre legittime forme di governo.

Certamente il medio evo cristiano, particolarmente informato dallo spirito della Chiesa, con la sua dovizia di fiorenti comunità democratiche mostrò come la fede cristiana sappia creare una vera e propria democrazia, ed anzi ne sia l’unica durevole base. Poiché una democrazia senza l’unione degli spiriti, almeno nelle massime fondamentali della vita, soprattutto relativamente ai diritti di Dio e alla dignità della persona umana, al rispetto verso la onesta attività e libertà personale, anche nelle cose politiche una tale democrazia sarebbe difettosa e malferma. Quando dunque il popolo si allontana dalla fede cristiana o non la pone risolutamente come principio del vivere civile, allora anche la democrazia facilmente si altera e si deforma e col trascorrere del tempo è soggetta a cadere nel “totalitarismo” e nell’”autoritarismo” di un solo partito.

Se, d’altra parte, si tiene presente la tesi preferita della democrazia – tesi che insigni pensatori cristiani hanno in ogni tempo propugnata –, vale a dire che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo (non già la “massa”), si fa sempre più chiara la distinzione fra la Chiesa e lo Stato anche democratico.

II. Essenzialmente diversa dal potere civile è infatti la potestà ecclesiastica, e quindi anche il potere giudiziario nella Chiesa.

L’origine della Chiesa, all’opposto di quella dello Stato, non è di diritto naturale. La più ampia e accurata analisi della persona umana non offre alcun elemento per concludere che la Chiesa, al pari della società civile, avrebbe dovuto naturalmente nascere e svilupparsi. Essa deriva da un atto positivo di Dio, al di là e al di sopra della indole sociale dell’uomo, per quanto con questa in perfetta armonia; perciò la potestà ecclesiastica – e quindi anche il corrispondente potere giudiziario – è nata dalla volontà e dall’atto, con cui Cristo ha fondato la sua Chiesa. Ciò non toglie però che, una volta costituita la Chiesa, come società perfetta, per opera del Redentore, dall’intima sua natura scaturissero non pochi elementi di rassomiglianza con la struttura della società civile.

In un punto tuttavia quella differenza fondamentale apparisce particolarmente manifesta. La fondazione della Chiesa come società si è effettuata, contrariamente all’origine dello Stato, non dal basso all’alto, ma dall’alto al basso; vale a dire che Cristo, il quale nella sua Chiesa ha attuato sulla terra il Regno di Dio da lui annunziato e destinato per tutti gli uomini di tutti i tempi, non ha affidato alla comunità dei fedeli la missione di Maestro, di Sacerdote e di Pastore ricevuta dal Padre per la salute del genere umano, ma l’ha trasmessa e comunicata a un collegio di Apostoli o messi, da lui stesso eletti, affinché con la loro predicazione, col loro ministero sacerdotale e con la potestà sociale del loro ufficio facessero entrare nella Chiesa la moltitudine dei fedeli, per santificarli, illuminarli e condurli alla piena maturità dei seguaci di Cristo.

Esaminate le parole con le quali Egli ha comunicato loro i suoi poteri: potere di offrire il sacrificio in memoria di lui [21], potere di rimettere i peccati [22], promessa e conferimento della potestà suprema delle chiavi a Pietro e ai suoi Successori personalmente[23], comunicazione del potere di legare e di sciogliere a tutti gli Apostoli [24]. Meditate infine le parole con le quali Cristo, prima della sua ascensione, trasmette a questi medesimi Apostoli la missione universale, che egli ha avuta dal Padre [25]. Vi è forse in tutto ciò qualche cosa che possa dar luogo a dubbi o ad equivoci? Tutta la storia della Chiesa, dal suo inizio sino ai giorni nostri, non cessa di far eco a quelle parole e di rendere la stessa testimonianza con una chiarezza e una precisione che nessuna sottigliezza potrebbe turbare o velare. Ora tutte queste parole, tutte queste testimonianze proclamano all’unisono che nella potestà ecclesiastica l’essenza, il punto centrale secondo la espressa volontà di Cristo, dunque per diritto divino, è la missione data da lui ai ministri dell’opera della salute presso la comunità dei fedeli e presso tutto il genere umano.

Il canone 109 del Codice di diritto canonico ha messo questo mirabile edificio in una chiara luce e in un rilievo scultorio: “Qui in ecclesiasticam hierarchiam cooptantur, non ex populi vel potestatis saecularis consensu aut vocatione adleguntur; sed in gradibus potestatis ordinis constituuntur sacra ordinatione; in supremo pontificatu, ipsomet iure divino, adimpleta conditione legitimae electionis eiusdemque acceptationis; in reliquis gradibus iurisdictionis, canonica missione”.

“Non ex populi vel potestatis saecularis consensu aut vocatione”: Il popolo fedele o la potestà secolare possono avere nel corso dei secoli partecipato spesso alla designazione di coloro, cui dovevano essere conferiti gli uffici ecclesiastici – ai quali, del resto, compreso il Pontificato supremo, possono essere eletti, tanto il discendente di nobile stirpe, quanto il figlio della più umile famiglia operaia. In realtà però i membri della Gerarchia ecclesiastica hanno ricevuto e ricevono sempre la loro autorità dall’alto e non debbono rispondere dell’esercizio del loro mandato che o immediatamente a Dio, a cui soltanto è soggetto il Romano Pontefice, ovvero, negli altri gradi, ai loro Superiori gerarchici, ma non hanno nessun conto da rendere né al popolo né al potere civile, salva naturalmente la facoltà di ogni fedele di presentare nelle dovute forme all’autorità ecclesiastica competente, od anche direttamente alla suprema potestà della Chiesa, le sue domande e i suoi ricorsi, specialmente quando il supplicante o ricorrente è mosso da motivi che toccano la sua personale responsabilità per la salute spirituale propria o altrui.

Da quanto abbiamo esposto derivano principalmente due conclusioni:

1º Nella Chiesa, altrimenti che nello Stato, il soggetto primordiale del potere, il giudice supremo, la più alta istanza d’appello, non è mai la comunità dei fedeli. Non esiste dunque, né può esistere nella Chiesa, quale è stata fondata da Cristo, un tribunale popolare o una potestà giudiziaria promanante dal popolo.

2º La questione dell’estensione e della grandezza della potestà ecclesiastica si presenta anch’essa in un modo del tutto differente da quella riguardante lo Stato. Per la Chiesa vale in primo luogo la espressa volontà di Cristo, che poteva darle, secondo la sua sapienza e bontà, mezzi e poteri maggiori o minori, salvo sempre quel minimo necessariamente richiesto dalla sua natura e dal suo fine. La potestà della Chiesa abbraccia tutto l’uomo, il suo interno e il suo esterno, in ordine al conseguimento del fine soprannaturale, in quanto che egli è interamente sottoposto alla legge di Cristo, della quale la Chiesa è stata dal suo divin Fondatore costituita custode ed esecutrice, così nel foro esterno, come nel foro interno o di coscienza. Potestà dunque piena e perfetta, quantunque aliena da quel “totalitarismo”, che non ammette né riconosce l’onesto riferimento ai chiari e imprescrittibili dettami della propria coscienza e violenta le leggi della vita individuale e sociale scritte nei cuori degli uomini [26]. La Chiesa infatti con la sua potestà mira non ad asservire la persona umana, ma ad assicurarne la libertà e la perfezione, redimendola dalle debolezze, dagli errori e dai traviamenti dello spirito e del cuore, i quali, prima o poi, terminano sempre nel disonore e nella schiavitù.

Il carattere sacro, che alla giurisdizione ecclesiastica deriva dalla sua origine divina e dalla sua appartenenza alla potestà gerarchica, deve ispirarvi, diletti figli, un’altissima stima del vostro ufficio e spronarvi ad adempirne con viva fede, con inalterabile rettitudine e con sempre vigile zelo gli austeri doveri. Ma, dietro il velo di questa austerità, quale splendore si rivela agli occhi di chi sa vedere nel potere giudiziario la maestà della giustizia, la quale in tutta la sua azione tende a far apparire la Chiesa, la Sposa di Cristo, “santa e immacolata” [27] davanti al suo Sposo divino e davanti agli uomini! In questo giorno in cui si apre il vostro nuovo anno giuridico, Noi invochiamo sopra di voi, diletti figli, i favori e gli aiuti del Padre dei lumi, di Cristo, al quale Egli ha rimesso ogni giudizio [28], dello Spirito d’intelletto, di consiglio e di fortezza, della Vergine Maria, specchio di giustizia e sede della sapienza, mentre con effusione di cuore impartiamo a voi tutti qui presenti, alle vostre famiglie, a tutte le persone che vi sono care, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 6 ottobre 1946, in AAS, 38 (1946), pp. 391-397

Ecco che già un anno è trascorso, diletti figli, dacché Vi vedemmo l’ultima volta intorno a Noi, un anno per voi del più intenso lavoro, specialmente nel campo delle cause matrimoniali. Continuando lo studio iniziato nel Nostro precedente discorso, Noi cogliamo oggi l’occasione che esso Ci offre per tornare ancora una volta su questa materia, che costituisce la parte precipua della vostra attività, e sulla quale si è trattenuto nella sua consueta relazione anche il vostro venerato Decano.

Noi cominciammo nel passato anno a parlare delle differenze fra l’ordinamento giudiziario ecclesiastico ed il civile. Avendo infatti esaminata la fondamentale distinzione, nella loro origine e nella loro natura, dei due supremi Poteri, dei quali la potestà giudiziaria è una importante e necessaria funzione, ne deducemmo una simile essenziale diversità fra i due ordinamenti giudiziari, nonostante le molteplici rassomiglianze, che nell’uno e nell’altro si riscontrano.

Alla medesima conclusione si giunge, se si mette a confronto l’oggetto proprio di ognuno. Anche qui troviamo elementi e lineamenti comuni. In ambedue le società perfette, invero, la tutela del bonum commune esige che i diritti e i beni dei loro membri possano essere per via giudiziaria attuati, garantiti, reintegrati. Inoltre quei diritti e quei beni sono in parte gli stessi nella Chiesa e nello Stato. Poiché anche la Chiesa è una società visibile, la cui vita è necessariamente legata al modo di essere fisico, alle condizioni di spazio e di tempo, in cui vive l’uomo. D’altra parte, però, vi sono diritti e beni così peculiari e propri della giurisdizione ecclesiastica, che per la loro natura non sono né possono essere oggetto del potere giudiziario dello Stato.

I. Tra i beni, per la difesa dei quali i tribunali ecclesiastici (così degli Ordinari dei luoghi, come della Sede Apostolica), nel corso della storia, sono – talvolta severamente – intervenuti, si deve segnalare la fede stessa, fondamento di tutta la vita soprannaturale. Il Tribunale per la tutela della fede è dunque un organo legittimo della potestà giudiziaria nella Chiesa, in quanto essa è una società religiosa perfetta. Il suo ufficio è di reagire giuridicamente contro ogni attacco diretto a colpire uno dei suoi più importanti e vitali beni. I delitti dell’eresia e dell’apostasia non potevano né possono lasciare la Chiesa indifferente od inerte. Senza dubbio nel volger dei secoli il tribunale per la difesa della fede ha potuto assumere forme e metodi non richiesti dalla natura stessa delle cose, ma che trovano la loro spiegazione alla luce delle particolari circostanze storiche; sarebbe tuttavia falso di volerne trarre un argomento contro la legittimità del tribunale stesso.

Noi non ignoriamo che il solo nome di questo tribunale urta il sentimento di non pochi uomini del nostro tempo. Sono coloro, il cui pensiero e il cui intimo senso si trovano sotto il fascino di una dottrina, che, escludendo ogni idea di soprannaturale e di rivelazione, attribuisce alla umana ragione la forza di comprendere a fondo il mondo, la prerogativa di dominare tutta la vita, e per conseguenza esige in ciò la piena indipendenza dell’uomo da qualsiasi vincolo di autorità. Di questa dottrina Noi conosciamo le fonti, i fautori, i progressi; sappiamo il suo influsso sulla vita intellettuale, morale, sociale, sulla economia e sulla politica, ma anche le sue peripezie nel corso della storia degli ultimi secoli, specialmente degli ultimi cento anni. I suoi rappresentanti si appellano al principio della “libertà di coscienza”, al principio della “tolleranza”nelle materie concernenti la vita spirituale, soprattutto religiosa. Tuttavia troppo spesso essi stessi, appena conquistato il potere, non hanno avuto nulla di più urgente che di violentare le coscienze e d’imporre alla parte cattolica del popolo un giogo opprimente, specialmente per ciò che si riferisce al diritto dei genitori nella educazione dei figli.

Se alla coscienza moderna può sembrare che la reazione contro i delitti a danno della fede nei secoli scorsi abbia talvolta oltrepassato i giusti limiti, ai tempi nostri invece la umana società mostra generalmente a questo riguardo una eccessiva insensibilità e indifferenza. I sempre più frequenti contatti e la promiscuità delle diverse confessioni religiose entro i confini di un medesimo popolo hanno condotto i tribunali civili a seguire il principio della “tolleranza” e della “libertà di coscienza”. Anzi vi è una tolleranza politica, civile e sociale verso i seguaci delle altre confessioni, che in tali circostanze è anche per i cattolici un dovere morale.

La Chiesa stessa nel can. 1351 del Codice di diritto canonico ha dato forza di legge alla massima: “Ad amplexandam fidem catholicam nemo invitus cogatur”: Nessuno venga costretto contro la sua volontà ad abbracciare la fede cattolica. Questo canone, che riproduce le parole stesse del Nostro grande Predecessore Leone XIII nell’Enciclica Immortale Dei del 1º Novembre 1885, è l’eco fedele della dottrina insegnata dalla Chiesa fin dai primi secoli del Cristianesimo. Ci basti ora di citare la testimonianza di Lattanzio, scritta verso gli anni 305-310: “... Non est opus vi et iniuria, quia religio cogi non potest: verbis potius quam verberibus agendum est, ut sit voluntas... Itaque nemo a nobis retinetur invitus – inutilis est enim deo qui devotione ac fide caret... Nihil est enim tam voluntarium quam religio, in qua si animus sacrificantis aversus est, iam sublata, iam nulla est...” [29].

Se dunque, pochi giorni or sono, secondo le notizie riferite dalla stampa, in un tristissimo processo è stato affermato dal Pubblico Ministero che anche il Papa ha approvato le cosiddette “conversioni forzate”, ed anzi, quel che sarebbe ancor più grave, per scopi di imperialismo nazionale, Noi abbiamo il diritto e il dovere di respingere una così falsa accusa. E affinché la Nostra asserzione non manchi di essere debitamente documentata, stimiamo opportuno di darvi lettura di un Pro-Memoria della Nostra Segreteria di Stato, del 25 gennaio 1942, in risposta ad una domanda della Legazione di Jugoslavia presso la Santa Sede, sul movimento delle conversioni, nel quale, del resto, la Legazione medesima espressamente riconosceva che né la Santa Sede né l’Episcopato cattolico in Croazia avevano avuto parte alcuna. Ecco dunque il testo del Pro-Memoria:

“Se référant à la Note de la Légation Royale de Yougoslavie près le Saint-Siège, n. 1/42 du 9 Janvier courant, la Secrétairerie d’État de Sa Sainteté a l’honneur de porter à la connaissance de la même Légation ce qui suit:

D’après les principes de la doctrine catholique, la conversion doit être le résultat, non pas contraintes extérieures, mais de l’adhésion de l’âme aux vérités enseignées par l’Église catholique.

C’est pour cela que l’Église catholique n’admet dans son sein les adultes, qui demandent à y entrer ou à y faire retour, qu’à la condition qu’ils soient pleinement conscients de la portée et des conséquences de l’acte qu’ils veulent accomplir.

Par conséquent, le fait que tout à coup grand nombre de dissidents croates demandât à être reçu dans l’Église catholique, ne pouvait pas ne pas préoccuper vivement l’Episcopat croate auquel revient naturellement la défense et la protection des intérêts catholiques en Croatie.

Loin de prendre acte officiellement, soit explicitement soit implicitement, de ce fait, il se fit un devoir de rappeler formellement à qui de droit la nécessité que le retour des dissidents pût s’accomplir en toute liberté et de revendiquer en même temps à l’Autorité ecclésiastique la compétence exclusive de donner des ordres et des directives en matière de conversions.

Si un Comité épiscopal fut aussitôt constitué avec la charge de traiter et de décider toutes les questions concernant cette matière, cela a été fait précisément dans le but d’obtenir que les conversions fussent, en conformité avec les principes de la doctrine catholique, le fruit de la persuasion et non pas d’une contrainte.

Le Saint-Siège, de son côté, ne négligea pas non plus de recommander et d’inculquer l’observance exacte des prescriptions canoniques et des directives données à ce sujet”.

Per riprendere ora il filo del Nostro ragionamento, dobbiamo aggiungere che il tribunale ecclesiastico nell’esercizio della sua giurisdizione non può far propria la stessa norma seguita dai tribunali civili. La Chiesa cattolica, come abbiamo già detto, è una società perfetta, la quale ha per fondamento la verità della fede infallibilmente rivelata da Dio. Ciò che a questa verità si oppone è necessariamente un errore e all’errore non si possono obiettivamente riconoscere gli stessi diritti che alla verità. In tal guisa la libertà di pensiero e la libertà di coscienza hanno i loro limiti essenziali nella veridicità di Dio rivelatore. Diciamo: i loro limiti essenziali, se realmente la verità non è uguale all’errore e se realmente la sana coscienza nell’uomo è la voce di Dio. Da ciò consegue che un membro della Chiesa non può senza colpa negare o ripudiare la verità cattolica già conosciuta ed ammessa; e se la Chiesa, dopo di aver accertato il fatto della eresia e dell’apostasia, lo punisce, per esempio, escludendolo dalla comunione dei fedeli, rimane strettamente nella sua competenza ed agisce a tutela, per così dire, del suo diritto domestico.

II. Un altro oggetto, che fa risaltare chiaramente la differenza fra l’ordinamento giudiziario ecclesiastico ed il civile, è il matrimonio. Questo è, secondo la volontà del Creatore, una res sacra. Perciò, quando si tratta della unione fra battezzati, esso rimane per natura sua fuori della competenza dell’autorità civile. Ma anche fra i non battezzati i matrimoni legittimamente contratti sono nell’ordine naturale una cosa sacra, di guisa che i tribunali civili non hanno il potere di scioglierli, né la Chiesa in simili casi ha mai riconosciuto la validità delle sentenze di divorzio. Ciò non toglie che le semplici dichiarazioni di nullità dei matrimoni medesimi – relativamente rare in paragone dei giudizi di divorzio – possano in determinate circostanze essere giustamente pronunciate dai tribunali civili, e quindi riconosciute dalla Chiesa.

Senza dubbio circa gli effetti puramente civili del matrimonio anche fra battezzati è giudice competente, come è a tutti noto, l’autorità civile [30]. Ma ben più ampia e profonda è la competenza della Chiesa nelle questioni matrimoniali, perché da lei, per istituzione divina, dipende soprattutto ciò che riguarda la tutela del vincolo coniugale e della santità delle nozze.

A questa competenza partecipate anche voi, diletti figli, chiamati come siete a pronunciare le vostre sentenze nelle cause matrimoniali.

Se al principio del Nostro discorso vi abbiamo espresso la Nostra paterna riconoscenza per l’assidua opera vostra particolarmente in questo campo, non possiamo ora nascondervi la Nostra sollecitudine per il crescente numero di tali processi, sollecitudine che sappiamo essere anche la vostra, come le considerazioni esposte dal vostro degno interprete Ci hanno testé apertamente manifestato.

Non sono infatti le cause matrimoniali pendenti dinanzi al vostro Tribunale un indice e non danno forse la misura del progressivo dissolvimento della vita coniugale, dissolvimento che minaccia di avvelenare e di corrompere anche i costumi delle popolazioni cattoliche? Allo sviluppo di così funesto disordine ambedue le guerre mondiali, ma la seconda incomparabilmente più della prima, hanno largamente contribuito. Niuno può rimanere freddamente insensibile dinanzi alla tragedia che trascina ancora dietro di sé le sue lamentevoli conseguenze, al pensiero dei milioni di giovani sposi, che una forzata separazione ha tenuti lontani gli uni dagli altri per lunghi mesi ed anni. Quale somma di coraggio, di abnegazione, di pazienza, quale tesoro di amorosa mutua fiducia, quale spirito di fede cristiana, erano necessari per mantenere intatta la fede giurata, per resistere! Molti, senza dubbio, con l’aiuto della grazia implorata nella preghiera, hanno saputo rimanere saldi. Ma, accanto a loro, quanti altri sono stati meno forti! Quante rovine di focolari distrutti, quante ferite di anime colpite nella loro dignità umana, nella loro delicatezza coniugale, quante cadute mortali per la felicità familiare!

Ora si tratta di riparare queste rovine, di sanare queste piaghe, di curare questi mali. Il cuore materno della Chiesa sanguina alla vista delle indicibili angosce di tanti suoi figli; per venir loro in aiuto non risparmia alcuno sforzo, e spinge fino all’estremo limite la sua condiscendenza. Questo limite estremo trovasi solennemente formulato nel can. 1118 del Codice di diritto canonico: “Matrimonium validum ratum et consummatum nulla humana potestate nullaque causa, praeterquam morte, dissolvi potest”.

Niuno dubita che al presente una delle cure principali della Chiesa deve essere quella di frenare con ogni mezzo il crescente decadimento del matrimonio e della famiglia, ed essa ne ha piena coscienza, pur essendo ben consapevole che le sue premure non potranno conseguire risultati effettivi che nella misura in cui le condizioni generali, economiche, sociali e soprattutto morali, renderanno praticamente meno grave la condotta di una vita coniugale accetta al Signore. A tale riguardo assai grandi sono le responsabilità che pesano sui poteri pubblici.

Frattanto, nell’attesa che questo miglioramento della pubblica moralità si sia ottenuto, voi dovrete, diletti figli, con “fatica e pazienza” [31] sopportare e dominare l’affluire incessante dei processi matrimoniali. Poiché altro è l’azione per il risanamento della vita coniugale e familiare, ed altro la procedura giudiziaria riguardo ai matrimoni. Questa ha l’ufficio di giudicare e di decidere i casi che le vengono presentati, oggettivamente, secondo lo stato di fatto e le norme del diritto canonico. Continuate ad apportare nell’esercizio della vostra carica, con la inalterabile imparzialità del giudice coscienzioso, la consapevolezza che con ciò voi altamente contribuite alla edificazione della Chiesa. La saggia equità, con cui cotesto Tribunale considera anche il lato finanziario delle cause medesime nelle difficili condizioni economiche presenti, – equità cui corrisponde la generosa cooperazione degli Avvocati rotali, – mostra già chiaramente che voi concepite l’opera vostra quale realmente è: un servigio reso al vero bene dei fedeli, alla salute delle anime.

III. Fra gli oggetti del potere giudiziario ecclesiastico Noi dobbiamo annoverare anche le materie che (oltre alla tutela della fede) sono proprie del tribunale della Suprema S. Congregazione del S. Offizio. La severità della sua procedura è voluta dalla santità dei beni, che esso ha la missione di difendere, e dalla gravità dei delitti, che è chiamato a giudicare. Non vi sarebbe motivo di farne particolare menzione, se il suo modo di procedere non venisse segnalato come in contrasto col principio, oggi generalmente ammesso, della pubblicità dei giudizi, considerata come una necessaria garanzia contro arbitri a danno della giustizia.

L’attività di quel Supremo tribunale anche nelle cause criminali si svolge in realtà con l’obbligo del segreto. Ma innanzi tutto è da ricordare che anche la procedura penale degli Stati civili prevede in alcuni casi che il dibattimento abbia luogo, o in tutto o in parte, “a porte chiuse”, quando cioè un tale provvedimento è richiesto dal bene comune: ora appunto questo stesso principio la Chiesa applica nei processi penali del S. Offizio. D’altra parte però è indispensabile in simili casi che siano assicurate tutte le garanzie essenziali per un giusto ed equo giudizio: contestazione delle accuse all’imputato, con facoltà d’impugnarle o di indicare quanto stimi utile a sua discolpa; libera difesa sia personale, sia col ministero di un avvocato d’ufficio ovvero scelto dall’accusato; piena oggettività e coscienziosità dei giudici. Ora tutti questi requisiti trovano la loro attuazione nel tribunale del S. Offizio.

Il vostro ufficio è ben grave, diletti figli, non soltanto per la sua vastità, ma altresì per le responsabilità che esso importa e per l’intensità dell’austero lavoro che impone. Santo e benefico ufficio, esso è tuttavia ignorato da molti, misconosciuto da altri. Ma il Signore lo riguarda con compiacenza e, vedendo con quale animo voi lavorate per il suo onore, per il servizio della sua Chiesa, per l’interesse delle anime, per la salvezza della società, fa discendere su di voi l’abbondanza delle sue grazie, in auspico delle quali impartiamo di cuore a voi tutti qui presenti la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 29 ottobre 1947, in AAS, 39 (1947), pp. 493-498

Ci torna particolarmente gradito il vedervi di nuovo qui adunati intorno a Noi, diletti figli, e il rivolgervi il Nostro riconoscente saluto, dopo aver raccolto dalle labbra del vostro venerato Decano la testimonianza del sempre crescente e arduo lavoro compiuto nello scorso anno da cotesto Sacro Tribunale. Anno per la Chiesa di conforti e di amarezze, di conquiste e di lotte, nella sempre mutevole e contraddittoria, ma anche pertinace opposizione del mondo contro di lei, secondo la parola del Redentore: “Si mundus vos odit, scitote quia me priorem vobis odio habuit[32].

Così, ciò che ieri era per molti un dovere della Chiesa e si esigeva da lei con modi anche incomposti, di resistere cioè alle ingiuste imposizioni di governi totalitari oppressori delle coscienze e di denunciarle e condannarle dinanzi al mondo (il che essa non mancava mai di fare, ma di proprio e libero impulso e nelle debite forme), oggi è per quegli stessi uomini, saliti al potere, delitto e illecita intromissione nel campo proprio dell’autorità civile. E i medesimi argomenti, che i governi tirannici di ieri adducevano contro la Chiesa nella sua lotta per la difesa dei diritti divini e della giusta dignità e libertà umana, oggi sono usati dai nuovi dominatori per combattere la perseverante azione di lei a tutela della verità e della giustizia. Ma la Chiesa cammina diritta per la sua via, sempre tendendo al fine per cui è stata istituita dal divino suo Fondatore, cioè di condurre gli uomini, attraverso i sentieri soprannaturali della virtù e del bene, alla felicità celeste ed eterna: con che al tempo stesso promuove anche la pacifica e prospera convivenza umana.

Questo pensiero Ci riporta naturalmente al terzo punto del tema da Noi proposto negli ultimi due anni alla vostra considerazione. Perciò, avendo Noi già trattato delle differenze fra l’ordinamento giudiziario ecclesiastico e il civile per ciò che riguarda così l’origine e la natura, come l’oggetto dell’uno e dell’altro, Ci resta oggi da parlare del fine essenzialmente diverso delle due società.

Questa ultima differenza fondata sul fine esclude senza dubbio quella forzata sottomissione e quasi inserzione della Chiesa nello Stato, contraria alla natura stessa di ambedue, che ogni totalitarismo tende, almeno sul principio, a conseguire. Essa tuttavia non nega certamente qualsiasi unione fra le due società, e ancor meno viene a determinare fra loro una fredda e dissociante aura di agnosticismo e d’indifferenza. Chi volesse intendere così la retta dottrina che la Chiesa e lo Stato sono due distinte società perfette, andrebbe errato. Egli non potrebbe spiegare le molteplici forme, proprio del passato e del presente, e, sebbene in diverso grado, fruttuose, di unione fra le due potestà; non terrebbe soprattutto conto che Chiesa e Stato risalgono alla medesima fonte, Dio, e che ambedue hanno cura del medesimo uomo, della sua personale dignità naturale o soprannaturale. Tutto ciò non poteva né volle trascurare il Nostro glorioso Predecessore Leone XIII, allorché nella sua Enciclica Immortale Dei del 1º Novembre 1885 chiaramente delineava, in base al loro diverso fine, i limiti delle due società ed osservava che allo Stato spetta prossimamente e massimamente di curare gl’interessi terreni, alla Chiesa di procacciare i beni celesti ed eterni degli uomini [33], in quanto cioè questi abbisognano di sicurezza e di appoggio da parte sia dello Stato per le cose terrene, sia della Chiesa per le eterne.

Non vediamo noi forse in ciò, sotto alcuni aspetti, una qualche analogia con le relazioni fra il corpo e l’anima? L’uno e l’altra agiscono congiuntamente in tal modo che il carattere psicologico dell’uomo si risente ad ogni istante del suo temperamento e delle sue condizioni fisiologiche, mentre, viceversa, le impressioni morali, le commozioni, le passioni si riflettono sulla sensibilità fisica così potentemente, che l’anima modella anche i lineamenti del volto, su cui quasi imprime la sua immagine.

Esiste dunque quella differenza del fine, differenza che esercita un diverso e profondo influsso sulla Chiesa e sullo Stato, principalmente sul potere supremo di ambedue le società, e quindi anche sulla potestà giudiziaria, la quale non ne è che una parte e una funzione. Indipendentemente dalla circostanza, se i singoli giudici ecclesiastici ne siano o no consapevoli, tutta la loro attività giudiziaria è e rimane inclusa nella pienezza di vita della Chiesa col suo alto fine: caelestia ac sempiterna bona comparare. Questo finis operis della potestà giudiziaria ecclesiastica le dà la impronta oggettiva e ne fa una istituzione della Chiesa come società soprannaturale. E poiché questa impronta deriva dai fine ultraterreno della Chiesa, la potestà giudiziaria ecclesiastica non cadrà mai nella rigidezza e nella immobilità, a cui istituti puramente terreni, per timore della responsabilità, o per indolenza, od anche per una malintesa cura di tutelare il bene, certamente alto, della sicurezza del diritto, vanno facilmente soggetti.

Ciò non vuol dire però che nell’ordinamento giudiziario ecclesiastico vi sia un campo lasciato libero al solo arbitrio del giudice nel trattamento dei singoli casi. Questi errori di una pretesa funesta “vitalità” del diritto sono tristi prodotti del nostro tempo in attività estranee alla Chiesa. Non tocca da un anti-intellettualismo oggi abbastanza diffuso, la Chiesa rimane ferma al principio: il giudice decide nel singolo caso secondo la legge; principio il quale, senza favorire un eccessivo “formalismo giuridico” di cui in altra occasione (1º Ottobre 1942) discorremmo, respinge però quell’”arbitrio soggettivo”, che verrebbe a porre il giudice non più sotto, ma sopra la legge. Comprendere rettamente la norma giuridica nel senso del legislatore e rettamente analizzare il singolo caso in ordine alla norma da applicare, questo lavoro intellettuale è una parte essenziale della concreta attività giudiziaria. Senza tale procedimento la sentenza del giudice sarebbe un semplice comando, e non ciò che la parola “diritto positivo” vuole esprimere, vale a dire nel caso singolo, e quindi concreto, mettere ordine nel mondo, che come un tutto è stato dalla sapienza di Dio creato nell’ordine e per l’ordine.

Non è forse questo campo dell’attività giudiziaria ricco di vita? Ancor più: la legge ecclesiastica è volta al bene comune della società ecclesiastica, e quindi inseparabilmente legata al fine della Chiesa. Mentre dunque il giudice applica la legge al caso particolare, coopera a compiere la pienezza del fine che vive nella Chiesa. Quando invece si vede posto di fronte a casi dubbi, ovvero quando la legislazione lascia a lui la libertà, il legame dell’ordinamento giudiziario ecclesiastico col fine della Chiesa lo aiuterà anche allora a trovare e a motivare la retta decisione e a preservare il suo ufficio dalla macchia del puro arbitrio.

Comunque, perciò, la relazione della potestà giudiziaria ecclesiastica a quel fine si consideri, essa apparisce come la più sicura garanzia della vera vitalità delle sue decisioni, e mentre costituisce il giudice ecclesiastico in un ufficio voluto da Dio, gl’ispira quell’alto senso di responsabilità che è anche nella Chiesa la indispensabile tutela, superiore a qualsiasi ordinamento legale, della sicurezza del diritto.

Con ciò non intendiamo in alcun modo di non riconoscere le difficoltà pratiche che, nonostante tutto, la vita moderna causa anche alla potestà giudiziaria ecclesiastica, sotto vari aspetti anzi ancor più che nel campo civile. Si pensi soltanto ad alcuni beni spirituali, di fronte ai quali il potere giudiziario dello Stato si sente meno legato od anzi si mantiene consapevolmente indifferente. Tipici sono in tal senso i casi dei delitti contro la fede o dell’apostasia, quelli riguardanti la “libertà di coscienza” e la “tolleranza religiosa”, come anche i processi matrimoniali. In questi casi la Chiesa, e quindi anche il giudice ecclesiastico, non può adottare l’atteggiamento neutrale degli Stati di confessione religiosa mista e ancor meno quello di un mondo caduto nella incredulità e nell’indifferentismo religioso, ma deve lasciarsi guidare unicamente dal fine essenziale datole da Dio.

In tal guisa sempre di nuovo noi incontriamo la profonda differenza che la diversità del fine determina fra la potestà giudiziaria ecclesiastica e la civile. Senza dubbio nulla osta a che l’una si valga dei risultati conseguiti dall’altra, non meno nelle cognizioni teoriche, che nelle esperienze pratiche; tuttavia sarebbe errato il voler trasferire meccanicamente gli elementi e le norme dell’una nell’altra, e tanto più il volerle addirittura eguagliare. La potestà giudiziaria ecclesiastica e il giudice ecclesiastico non hanno da cercare altrove il loro ideale, ma debbono portarlo in se stessi; debbono aver sempre presente al loro sguardo che la Chiesa è un organismo soprannaturale, cui è insito un principio vitale divino, principio che deve muovere e dirigere anche la potestà giudiziaria e l’ufficio di giudice ecclesiastico.

Giudici nella Chiesa sono in virtù del loro ufficio e per volere divino i Vescovi, dei quali dice l’Apostolo che “sono stati costituiti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio” [34]. Ma il “reggere” include il “giudicare” come una necessaria funzione. Dunque secondo l’Apostolo lo Spirito Santo chiama i Vescovi non meno all’ufficio di giudice che al governo della Chiesa. Dallo Spirito Santo deriva perciò il carattere sacro di quell’ufficio. I fedeli della Chiesa di Dio “acquistata da lui col proprio sangue” sono coloro ai quali si riferisce l’attività giudiziaria. La legge di Cristo è fondamentalmente quella, secondo cui nella Chiesa si pronunziano le sentenze. Il principio vitale divino della Chiesa muove tutti e tutto ciò, che è in lei, verso il suo fine, quindi anche la potestà giudiziaria e il giudice: caelestia ac sempiterna bona comparare.

Perciò, voi che avete l’ufficio di giudici in cotesto Tribunale ordinario della Sede Apostolica, siate consci della singolare vostra dignità. Non nello spirito della pretensione e dell’orgoglio, ma nel semplice ed umile senso dell’adempimento di un sacro dovere. Allora l’ideale del vostro ufficio sarà in voi rinvigorito, meno come frutto del vostro proprio sforzo, che come grazia dello Spirito Santo.

Ma la Nostra parola anche in questa ricorrenza vuol essere soprattutto la espressione della Nostra gratitudine per il lavoro da voi prestato, e specialmente per lo spirito di religioso sentimento, di cui esso è una chiara manifestazione. Le aspre critiche di contrastante contenuto e procedenti da opposti principî – come quelle mosse contro di voi – sono già per se stesse ordinariamente un segno che la ragione è dalla parte di chi ne è l’oggetto; e siccome nel caso vostro questa presunzione è convalidata dagli eloquenti dati statistici presentati dal vostro Decano, ciò conferma agli occhi di tutti gli onesti che il coscienzioso rispetto della legge di Dio, il fermo proposito di tutelare la verità e la giustizia e quella “benignitas et humanitas[35], portata al mondo dal Salvatore divino e propria di coloro che hanno a cuore la salute delle anime, sono veramente la stella polare che guida tutta la vostra attività di giudici.

A quella stella tenete sempre fisso lo sguardo, senza lasciarvi turbare dai tempestosi flutti delle umane passioni e degli attacchi nemici, paghi e lieti del testimonio della vostra coscienza nel contribuire con l’opera vostra alla “edificazione del corpo di Cristo” [36].

Implorando su di voi l’abbondanza della grazia divina, fecondatrice del vostro lavoro, v’impartiamo di cuore, diletti figli, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


Pio XII, Discorso alla Rota Romana, 13 novembre 1949, in AAS, 41 (1949), pp. 604-608

Con vivo compiacimento vi salutiamo ancora una volta qui adunati intorno a Noi, diletti figli, dopo aver udito dalle labbra del vostro venerato Decano la relazione sulla vostra attività durante l’anno giuridico 1948-1949, relazione che, con l’eloquenza sobria, ma luminosa dei fatti, aggiunge ai molti altri un nuovo attestato dell’alto valore e della irreprensibile rettitudine di cotesto Tribunale.

L’opera della Sacra Romana Rota, che nel corso dell’ultimo decennio abbiamo potuto seguire più di vicino, Ci ha messo in grado di apprezzare debitamente il suo incondizionato rispetto alla verità dei fatti e alle disposizioni del diritto divino, specialmente in ciò che concerne la santità del matrimonio e la costituzione della famiglia, e Ci ispira in pari tempo la ferma fiducia che tutti i suoi membri osserveranno sempre fedelmente le norme già da Noi dettate, in adempimento dei doveri del Nostro magistero Apostolico, particolarmente nei discorsi del 3 ottobre 1941, 1º ottobre 1942 e 2 ottobre 1944. Ciò è di tanto maggior conforto all’animo Nostro nelle circostanze presenti, che danno – certamente non dappertutto, ma pur in larga misura – lo spettacolo di una crisi nell’amministrazione della giustizia, che oltrepassa le abituali deficienze della coscienza morale cristiana.

Le cause immediate di tale crisi sono da ricercarsi principalmente nel positivismo giuridico e nell’assolutismo di Stato; due manifestazioni che alla loro volta derivano e dipendono l’una dall’altra. Sottratta infatti al diritto la sua base costituita dalla legge divina naturale e positiva, e per ciò stesso immutabile, altro non resta che fondarlo sulla legge dello Stato come sua norma suprema, ed ecco posto il principio dello Stato assoluto. Viceversa questo Stato assoluto cercherà necessariamente di sottomettere tutte le cose al suo arbitrio, e specialmente di far servire il diritto stesso ai suoi propri fini.

Il positivismo giuridico e l’assolutismo di Stato hanno alterato e sfigurato la nobile fisionomia della giustizia, i cui fondamenti essenziali sono il diritto e la coscienza. Questo fatto richiama una serie di riflessioni, che si riducono tutte a due punti: le norme oggettive del diritto e la loro concezione soggettiva. Per oggi Ci restringeremo a parlare del primo punto, rimandando lo studio del secondo ad altra occasione, se così piacerà al Signore.

Nella scienza, come nella prassi giuridica, ritorna continuamente sul tappeto la questione del vero e giusto diritto. Ve ne è dunque anche un altro? un diritto falso e illegittimo? Senza dubbio l’avvicinamento di questi due termini per sé urta e ripugna. Non è però men vero che la nozione da essi significata è stata sempre viva nel senso giuridico, anche dei classici pagani. Nessuno forse fra loro ne ha dato una espressione più profonda di Sofocle nella sua tragedia Antigone [37]. Egli fa dire alla sua eroina che, per le cure di Creonte, Eteocle era stato seppellito [testo greco]. [testo greco] è colui che compie i suoi doveri verso Dio e verso gli uomini, che è giusto, pio, onesto, probo, umano; [testo greco] corrisponde dunque a ciò che noi chiamiamo vero e giusto diritto, mentre [testo greco] o [testo greco] designando il violento, colui il quale usa il diritto del più forte, indica l’uomo del falso e ingiusto diritto.

Tutta la crisi, a cui abbiamo accennato, si riepiloga nell’antagonismo fra il vero e il falso diritto. L’interesse, col quale seri e penetranti giuristi si sono applicati allo studio di questo argomento, Ci sembra di felice auspicio per la soluzione della crisi. Ma per ciò bisogna che si abbia il coraggio di volerne vedere chiaramente e riconoscerne lealmente le radici.

Dove dobbiamo dunque cercarle, se non sul terreno della filosofia del diritto?

È impossibile di osservare con attenzione il mondo corporeo e spirituale, fisico e morale, senza essere colpiti d’ammirazione allo spettacolo dell’ordine e dell’armonia, che regnano in tutti i gradi della scala dell’essere. Nell’uomo fino a quella linea di confine, in cui si arresta la sua attività incosciente e comincia l’azione cosciente e libera, quell’ordine e quell’armonia vengono strettamente attuati secondo le leggi poste dal Creatore nell’essere esistente. Al di qua di quella linea vale ancora la volontà ordinatrice di Dio; tuttavia la sua attuazione e il suo svolgimento sono lasciati alla libera determinazione dell’uomo, la quale può essere conforme o in opposizione al volere divino.

In questo campo della cosciente azione umana, del bene e del male, del precetto, del permesso e del divieto, la volontà ordinatrice del Creatore si manifesta mediante il comandamento morale di Dio iscritto nella natura e nella rivelazione, come mediante il precetto o la legge della legittima autorità umana nella famiglia, nello Stato e nella Chiesa. Se l’attività umana si regola e si dirige secondo quelle norme, essa rimane per se stessa in armonia con l’ordine universale voluto dal Creatore.

In ciò trova la sua risposta la questione del diritto vero e falso. Il semplice fatto di essere dichiarato dal potere legislativo norma obbligatoria nello Stato, preso solo e per sé, non basta a creare un vero diritto. Il “criterio del semplice fatto” vale soltanto per Colui che è l’Autore e la regola sovrana di ogni diritto, Iddio. Applicarlo al legislatore umano indistintamente e definitivamente, come se la sua legge fosse la norma suprema del diritto, è l’errore del positivismo giuridico nel senso proprio e tecnico della parola; errore che è alla base dell’assolutismo di Stato e che equivale ad una deificazione dello Stato medesimo.

Il secolo decimonono è il gran responsabile del positivismo giuridico. Se le sue conseguenze hanno tardato a farsi sentire in tutta la loro gravità nella legislazione, si deve al fatto che la coltura era ancora impregnata del passato cristiano e che i rappresentanti del pensiero cristiano potevano ancora quasi dappertutto far sentire la loro voce nelle assemblee legislative. Doveva venire lo Stato totalitario d’impronta anticristiana, lo Stato che – per principio o almeno di fatto – rompeva ogni freno di fronte ad un supremo diritto divino, per svelare al mondo il vero volto del positivismo giuridico.

Occorre forse risalire molto indietro nella storia per trovare un cosiddetto “diritto legale”, che toglie all’uomo ogni dignità personale; che gli nega il diritto fondamentale alla vita e alla integrità delle sue membra, rimettendo l’una e l’altra all’arbitrio del partito e dello Stato; che non riconosce all’individuo il diritto all’onore e al buon nome; che contesta ai genitori il diritto sui loro figli e il dovere della loro educazione; che soprattutto considera il riconoscimento di Dio, supremo Signore, e la dipendenza dell’uomo da Lui come senza interesse per lo Stato e per la comunità umana? Questo “diritto legale”, nel senso ora esposto, ha sconvolto l’ordine stabilito dal Creatore; ha chiamato il disordine ordine, la tirannia autorità, la schiavitù libertà, il delitto virtù patriottica.

Tale era e tale è ancora, dobbiamo dire, in alcuni luoghi il “diritto legale”. Noi tutti siamo stati testimoni del modo come taluni, che avevano agito secondo questo diritto, sono stati poi chiamati a renderne ragione dinanzi alla giustizia umana. I processi, che si sono così svolti, non hanno soltanto condotto veri criminali alla sorte loro dovuta; essi hanno anche dimostrato la intollerabile condizione, a cui una legge dello Stato, completamente dominata dal positivismo giuridico, può ridurre un pubblico ufficiale che, altrimenti, per sua natura e lasciato libero nei suoi sentimenti, sarebbe rimasto un onesto uomo.

È stato osservato come, secondo i principî del positivismo giuridico, quei processi avrebbero dovuto concludersi con altrettante assoluzioni, anche in casi di delitti, che ripugnano al senso umano e riempiono il mondo di orrore. Gl’imputati si trovavano, per così dire, coperti dal “diritto vigente”. Di che cosa erano invero colpevoli, se non di aver fatto ciò che questo diritto prescriveva o permetteva?

Noi non intendiamo certamente di scusare i veri colpevoli. Ma la maggior responsabilità ricade sui profeti, sui propugnatori, sui creatori di una coltura, di un potere dello Stato, di una legislazione, che non riconosce Dio e i suoi diritti sovrani. Dovunque questi profeti erano e sono ancora all’opera, deve sorgere il rinnovamento e la restaurazione del vero pensiero giuridico.

Bisogna che l’ordine giuridico si senta di nuovo legato all’ordine morale, senza permettersi di varcarne i confini. Ora l’ordine morale è essenzialmente fondato in Dio, nella sua volontà, nella sua santità, nel suo essere. Anche la più profonda o più sottile scienza del diritto non potrebbe additare altro criterio per distinguere le leggi ingiuste dalle giuste, il semplice diritto legale dal diritto vero, che quello percepibile già col solo lume della ragione dalla natura delle cose e dell’uomo stesso, quello della legge scritta dal Creatore nel cuore dell’uomo [38] ed espressamente confermata dalla rivelazione. Se il diritto e la scienza giuridica non vogliono rinunziare alla sola guida capace di mantenerli nel retto cammino, debbono riconoscere gli “obblighi etici” come norme oggettive valide anche per l’ordine giuridico.

L’organizzazione giuridica della Chiesa cattolica non è mai passata né rischia mai di passare per una tale crisi. E come potrebbe essere altrimenti? Il suo alfa ed omega è la parola del Salmista: In aeternum, Domine, est verbum tuum, stabile ut caelum... Verbi tui caput constantia est, et aeternum est omne decretum iustitiae tuae [39]. Ciò vale per tutto il diritto divino, per quello altresì che l’Uomo-Dio ha posto a fondamento della sua Chiesa. Infatti, fin dal principio, nelle prime grandi promesse [40], ha stabilito la sua Chiesa come una società giuridica. Cieco in verità dovrebbe essere chi chiudesse gli occhi a questa realtà.

La scienza e la prassi del diritto canonico non riconoscono evidentemente alcun diritto legale che non sia anche vero diritto; loro ufficio è di dirigere, nei limiti fissati dalla legge divina, il sistema giuridico ecclesiastico sempre e interamente verso il fine della Chiesa stessa, che è la salute e il bene delle anime. A questo fine serve, in modo perfetto, il diritto divino; allo stesso fine deve tendere, il più perfettamente possibile, anche il diritto ecclesiastico.

Lieti di sapere che voi, diletti figli, individualmente e collegialmente, esercitate la vostra alta magistratura secondo questo spirito, e in auspicio delle più abbondanti grazie celesti, v’impartiamo di cuore la Nostra Apostolica Benedizione.


Giovanni XIII

Giovanni XXIII, Discorso alla Rota Romana, 19 ottobre 1959, in AAS, 51 (1959), pp. 822-825

La Inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Sacra Romana Rota Ci offre questa mattina la soddisfazione di riceverne l’inclito collegio dei Prelati Uditori, gli Officiali tutti, e gli Avvocati, subito dopo la fiduciosa preghiera allo Spirito Paraclito, per implorare i doni della divina grazia su le molteplici sollecitudini del nuovo anno di attività.

Diletti figli! L’indirizzo testè letto Ci è stato gradito anche per la sua semplicità, che conviene a chi, possedendo l’arte di soppesare le parole, annette a ciascuna grande importanza. Il fatto stesso di non avere ricercato una speciale celebrazione del primo Cinquantennio dell’attività del Tribunale, dalla promulgazione della Sapienti Consilio di San Pio X, – cosa che peraltro sarebbe stata ampiamente giustificata – è indice di uno spirito di riserbo, che fa onore alla Istituzione ed ai suoi Membri.

Siamo lieti di rilevare dalla secolare storia del vostro Tribunale – e la Relazione a Noi presentata lo sottolinea felicemente – come proprio l’ultimo Nostro omonimo Predecessore, Giovanni XXII, abbia avuto per voi i segni di una altissima fiducia. Fu infatti lui a dimostrare una particolare attenzione al collegio dei Capellani Papae ac Auditores causarum sacri palatii apostolici, il cui nobile servizio si perpetua nelle vostre dignità e mansioni. Nel 1331, dettando quel Pontefice Sommo la Ratio iuris, riconobbe una piena autonomia a quella eletta accolta di sacerdoti giuristi, eredi dell’antica sapienza romana e tutori della giustizia cristiana, autonomia che ben si confaceva con la delicatezza dei compiti ad essa demandati. In seguito a tale distinzione, essi giudicarono anche in assenza del Papa, ebbero coadiutori e notai, ricevendo allora una nuova e compiuta organizzazione, con speciale regolamento e propria sede.

Questo particolare, di cui vi allietate, e che abbiamo voluto ricordare per l’amabile coincidenza a cui esso accenna, si confonde con tutti gli attestati di affetto che i Romani Pontefici vi hanno dimostrato, su per il corso vario dei secoli: fino a San Pio X, che definitivamente ordinò la Sacra Romana Rota stabilendone il modo di procedere, fino a Pio XII di ven. memoria, i cui nove discorsi, in occasione della inaugurazione di altrettanti Anni Giudiziari, formano un monumento di vera sapienza e alta dottrina.

Amiamo pertanto come coronare queste prove di affetto dei Nostri Antecessori, esprimendovi il Nostro paterno plauso, e la Nostra considerazione per il lavoro che svolgete. Quando pensiamo ai diletti figli, che, nel complesso organismo della Curia Romana, si dedicano al servizio della Sede Apostolica, un senso di soddisfazione e, vi diciamo anche, di calma e di sicurezza Ci pervade, perché sappiamo che essi sono validi collaboratori del Nostro quotidiano lavoro. Amiamo trasmettere questo Nostro sentimento a voi, che costituite uno dei Tribunali di più alto prestigio e di più vasta competenza, a cui ricorre il mondo cattolico. L’importanza della Sacra Romana Rota, oltre che dalla sua storia, si rileva altresì dalla mole di lavoro svolto ogni anno; dalle monumentali collezioni delle sue decisioni, che offrono materia di studio ai dotti, e una sicura norma sapienziale e procedurale agli altri Tribunali; dalla fioritura attuale dello Studio Rotale, che forma e prepara un numero sempre più grande di giovani sacerdoti e laureati in diritto canonico, lieta speranza del domani.

Ciò che caratterizza la vostra opera è la dedizione alla causa della giustizia. Voi siete stati chiamati dalla Provvidenza a lavorare per essa e a difenderla, a scoprirla e a farla trionfare, senza tener conto di elementi estranei ad essa, quali il censo, l’autorità, la fama dei ricorrenti: imitando in questo la sovrana equità di Dio giusto e misericordioso, dinanzi al Quale non v’è accettazione di persone [41].

Grande merito lavorare per il trionfo di una virtù, che suppone tutte le altre, e quasi le completa per il bene comune; ed è quanto fu espresso dagli stessi pensatori pagani, secondo la felice sintesi di Lattanzio: Plurimi quidem philosophorum... de iustitia multa dixerunt adserentes et extollentes eam summa laude virtutem, quod suum cuique tribuat, quod aequitatem, in omnibus servet; et cum ceterae virtutes quasi tacitae sint et intus inclusae, solam esse iustitiam, quae... foras tota promineat, et ad bene faciendum prona sit, ut quam plurimis prosit [42]. Ed è appunto questa la vostra divisa: quam plurimis prodesse, giovare a quanti più si può, cercando di fare il bene, e facendo rispettare diritti e doveri reciproci.

Diletti figli!

Avete voluto farCi conoscere, con una sobria ed efficace relazione, il numero e la complessità delle cause, che avete trattate nello scorso anno. Ora, nella molteplicità delle vostre incombenze, eccelle su ogni altra l’opera benemerita, che voi compite a tutela del più sacro fra gli umani vincoli: la società coniugale. Con felice definizione, il Nostro Predecessore Pio XII, in uno dei suoi primi discorsi a voi rivolti, disse che “la Sacra Romana Rota ha la gloria di essere il Tribunale della famiglia cristiana, umile o alta, ricca o povera, nella quale entra la giustizia a far trionfare la legge divina nell’unione coniugale, come vindice del vincolo indissolubile, della piena libertà del consenso nell’unità di vita, della santità del sacramento” [43].

È ben naturale che voi compiate con diligenza e riserbo questa mansione delicata di tutori della santità e indissolubilità del matrimonio, difendendolo dai subdoli attacchi dell’egoismo edonista; e come al tempo stesso siate i patroni dei sacri diritti della persona umana, quando riconoscete e dichiarate, dopo lungo e approfondito esame, l’invalidità, cioè l’inesistenza del vincolo coniugale.

Continuate pertanto, diletti figli, su la via che vi è segnata, illuminata dai riflessi di una storia gloriosa, e dai meriti di un ministero tanto utile alla Chiesa. Noi vi formuliamo l’augurio paterno che l’Anno Giudiziario, iniziato presso l’Altare, possa essere per voi ricco di sante soddisfazioni, ed accrescere ancora di più la fama della Sacra Romana Rota, in cui spendete le vostre energie.

Che il Signore, la Cui eterna Sapienza “abita nel consiglio, ed è presente ai saggi pensieri... ed ama quelli che l’amano” [44], illumini le vostre menti, protegga i vostri studi, fecondi i vostri sforzi, affinché dal vostro congiunto lavoro sgorghi una fonte incessante di bene e di spirituale vantaggio all’intera Chiesa.

In pegno degli invocati doni celesti, ed a piena, rinnovata conferma della benevolenza, con cui vi accompagnamo, siamo lieti di impartire a ciascuno di voi, ed a quanti vi sono cari nel Signore, la propiziatrice Benedizione Apostolica.


Giovanni XXIII, Discorso alla Rota Romana, 25 ottobre 1960, in AAS, 52 (1960), pp. 898-903

È motivo di intima consolazione accogliere per la seconda volta i componenti della Sacra Romana Rota: Collegio dei Prelati Uditori, Officiali del Tribunale, Avvocati che in esso prestano la loro opera.

Diletti figli: l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario vi ha visti riuniti nel corroborante vincolo della preghiera, per invocare dallo Spirito Consolatore i doni inestimabili della sapienza, del consiglio, della fortezza, l’assistenza della luce divina su le vostre menti, impegnate in un esercizio costante di prudenza e di maturo giudizio.

Ella, signor Decano, ha voluto sottoporre alla Nostra attenzione la mole di lavoro svolta durante l’anno trascorso.

Mentre Ci è caro esprimerle la soddisfazione dell’animo per tale rinnovata prova di perizia e diligenza da parte di tutti i componenti questo Tribunale, desideriamo trarre da essa motivo per un più vasto rilievo, che sgorga spontaneo in considerazione delle cause trattate: rilievo e monito che rispecchia le sollecitudini della Chiesa, e che Ci auguriamo sia accolto da quanti, in tutto il mondo, insieme con voi, hanno a cuore la tutela e l’avvaloramento del sacro vincolo matrimoniale e dell’istituto familiare.

Dalla relazione a Noi presentata risulta infatti evidentissimo come le cause matrimoniali siano motivo pressoché preminente del lavoro della Sacra Rota. E come è facile immaginare, può accadere che, al di là dell’apparato giuridico – che vi impone un grave esercizio di studio e di ministero delicatissimo – le parti interessate, più o meno coscientemente, non soltanto portino avanti i motivi che militano in favore o contro l’esistenza del vincolo, ma talora mettano in discussione proprio gli aspetti più sacri del vivere cristiano.

C’è indubbiamente, in questo nostro tempo, qualcosa che insensibilmente fa dilagare i pericoli cui va soggetto l’istituto familiare, e accentua le insidie che lo indeboliscono: e questo avviene in forma più insistente, più seducente, più subdola che per il passato.

La Chiesa non ha mai mancato di levare alta la sua voce di allarme, di fronte ai pericolosi cedimenti della coscienza individuale e collettiva su questo campo così delicato, e denso di conseguenze per la vita sociale: le encicliche, i documenti, i discorsi dei Nostri Predecessori sono là a testimoniare l’ansia materna e provvida della Chiesa. Anche oggi essa non viene meno al suo mandato, ricevuto da Cristo stesso. Essa anzitutto e soprattutto prolunga, e meglio e più compiutamente divulga il suo magistero, sempre appropriato quanto severo.

Per questo, diletti figli, intendiamo attirare l’attenzione di tutti gli uomini di buona volontà – giuristi, sociologi, educatori e semplici fedeli – sul gravissimo problema della santità del matrimonio, affinché siano sempre più efficacemente scongiurati quei pericoli, ai quali abbiamo accennato. Sono brevi riflessioni, che affidiamo con semplicità alla comune meditazione. Esse toccano tre punti di pratica pastorale e di autentico apostolato: I. il dovere per tutti della istruzione; II. la robustezza della dottrina in chi deve educare, consigliare, giudicare; III. il perenne richiamo alla paternità di Dio.

I. In primo luogo il dovere dell’istruzione su la dignità e gli obblighi della vita coniugale.

Parlando ad un gruppo di sposi novelli, il 22 aprile del 1942, Pio XII rammentava loro che “il matrimonio non è solo officio di natura, ma per le anime cristiane è un gran sacramento, un gran segno della grazia e di cosa sacra, qual è lo sposalizio di Cristo con la Chiesa, fatta sua e conquistata col suo sangue per rigenerare a nuova vita di spirito i figli degli uomini, che credono nel nome di Lui ... Il sigillo e la luce del sacramento, che, per così dire, trasnaturano l’officio della natura, dànno al matrimonio una nobiltà di onestà sublime, che comprende e riunisce in sè non solo l’indissolubilità, bensì ancora tutto ciò che spetta al significato del sacramento” [45].

Ora, questa luminosa bellezza dell’insegnamento cristiano sull’essenza del matrimonio richiede anzitutto continuata e suadente catechesi dei fedeli, che raggiunga tutti gli strati della vita sociale. In particolare è necessario, anzi è urgente che questa catechesi arrivi principalmente ai giovani, che si appressano al matrimonio, ne scuota le coscienze, e li renda pensosi del gravissimo dovere della istruzione religiosa in questa materia tanto delicata.

Oh, sì, sappiamo che da molte parti si sono avviate varie intraprese, servendosi dei mezzi che la stampa e la tecnica oggi mettono a disposizione, per rendere più efficace, e anche attraente, questo impegno di istruzione: pubblicazioni scientifiche, consultori, corsi di studio, predicazioni specializzate. Esprimiamo un vivo compiacimento per tali esperimenti, che, lentamente avviati, delicatamente saggiati, e debitamente approvati dalla Superiore Autorità Ecclesiastica, accendono la soave speranza di un sempre più consolante raccolto di buoni frutti.

Occorre procedere in questo senso, con ogni energia e sincerità: le condizioni del tempo lo richiedono senza indugio. L’età giovanile – e specialmente l’epoca del fidanzamento – avvolge talora nella nebbia di un male inteso, o non sufficientemente disciplinato sentimento ed espressioni di amore, la limpida chiarezza degli ideali. Dicendo questo non si va lontani dal vero: lo confermano le suggestioni della stampa, della radio, del cinema nelle loro espressioni più vacue e prive di fondo morale. Si osservi inoltre quel complesso di manifestazioni festaiole che creano un ambiente artefatto, si impongono con mille mezzi seducenti – che in realtà violentano la coscienza –, modificano in senso peggiorativo le costumanze tradizionali, e come primo e più rovinoso effetto diseducano la gioventù.

A considerare la gravità del pericolo, costituito non tanto da episodi individuabili e determinabili, quanto invece da un diffuso rilassamento di salde barriere morali, sgorga spontaneo l’invito, che ripetiamo ardentemente in visceribus Iesu Christi anzitutto ai pastori di anime, affinchè adoperino ogni mezzo, nelle istruzioni e nei catechismi, con la voce e con gli scritti divulgati largamente, per illuminare le coscienze dei genitori e dei giovani sul loro dovere.

Ed estendiamo questo invito anche a quanti hanno volontà e mezzi per influire su la pubblica opinione, affinchè i loro interventi siano sempre di chiarificazione, non di confusione delle idee; di rettitudine, di rispetto per il più grande e prezioso bene della vita sociale: l’integrità del matrimonio.

II. Tale dovere esige particolare robustezza di dottrina in quanti per specifica vocazione e professione debbono spesso interessarsi di questi problemi.

E questo anzitutto in voi giuristi: robustezza nutrita alle fonti del diritto naturale e positivo, che non cede a nessuna lusinga e debolezza ed è al tempo stesso accompagnata da un perfetto equilibrio di giudizio, proveniente dalla conoscenza delle condizioni del tempo in cui viviamo.

Robustezza ancora negli educatori e nei medici. Non saranno mai abbastanza deplorati i danni arrecati in questo campo dalla concezione naturalistica, prima, e materialistica, poi, della vita, con particolare riguardo al matrimonio ed alla famiglia. Cercando di sottrarne l’ambito e la difesa alla materna vigilanza della Chiesa, riducendone il valore a istituzioni puramente umane, si è venuti a poco a poco a indebolirne sempre di più la struttura e la compattezza.

Mentre invece non sarà mai abbastanza sottolineato che la purezza dei costumi, la sana educazione dei sentimenti, la stima dei valori umani visti in armonia col soprannaturale: tutto ciò previene e risolve in partenza quelle situazioni, che affidate al diritto lasciano pur sempre negli animi delle ferite che non rimarginano. Anche qui, occorre tener presente l’attuale stato di cose provocato dal peccato originale, che postula necessariamente il ricorso alla grazia; questa sola può riportare lo smarrito equilibrio nell’uomo ferito; e, se si astrae da essa, volutamente ignorandola, si priva la vita coniugale del suo sostegno più valido.

Ora, questo è anche il dovere di educatori e di medici cristiani, che vogliano considerare la loro professione non unilateralmente, ma nella pienezza della situazione reale dell’uomo, al cui risanamento concorrono, in feconda armonia, il naturale ed il soprannaturale.

La leggerezza con cui in tante occasioni si affronta il problema matrimoniale, ed il preoccupante indebolimento degli argini morali, sono causati non soltanto da una deficienza di istruzione religiosa – come abbiamo accennato – ma anche dalla mancanza di idee chiare e precise da parte di coloro i quali, per la loro professione, debbono essere di luce e di guida alle giovani generazioni. Dal tentennare delle loro convinzioni, dalla superficialità e anche dall’errore della loro formazione filosofica e religiosa, e – lo diciamo con dolore – talora dalla perversa volontà di osteggiare l’azione della Chiesa, parte il primo colpo alla fermezza di tante coscienze, cui l’incontro con educatori e medici anticristiani è stata talvolta occasione e causa di dolorose abdicazioni.

Robustezza dunque di convinzioni, di dottrina, di volontà, attinta allo studio continuo, all’atteggiamento umilmente sincero dell’anima, che sa come la retta e profonda scienza non va mai, né mai può andare contro i dettami della Rivelazione e dell’insegnamento della Chiesa.

III. Un terzo mezzo Ci pare assai opportuno per stabilire fermamente la sicurezza della famiglia, ed esso si ricollega con quanto abbiamo già detto finora. E cioè il perenne richiamo della paternità di Dio, “ex quo omnis paternitas in caelis et in terris nominatur[46].

L’intima ed eterna fecondità, che è nel seno di Dio, in certo qual modo si riflette operosa e benigna nei figli degli uomini, elevati all’altissima dignità e dovere di procreatori.

Nella famiglia si ha la più mirabile e stretta cooperazione dell’uomo con Dio: le due persone umane, create a immagine e somiglianza divina, sono chiamate non soltanto al grande compito di continuare e prolungare l’opera creatrice, col dare la vita fisica a nuovi esseri, cui lo Spirito vivificatore infonde il possente principio della vita immortale; ma anche all’officio più nobile, e che perfeziona il primo, della educazione civile e cristiana della prole.

Tale ferma convinzione, basata su una si alta verità, basta ad assicurare ad ogni unione matrimoniale la stabilità del suo vincolo, e rendere consapevoli i genitori della responsabilità che essi assumono davanti a Dio e davanti agli uomini.

Gli educatori ed i pastori di anime sanno per esperienza quale vigore di santo entusiasmo e di grata riconoscenza a Dio tali considerazioni suscitano nella gioventù, che si prepara al matrimonio, e quale commovente serietà di assensi e di propositi essa suscita nel loro animo generoso.

Sia dunque diffusa con tutti i mezzi a disposizione la gioiosa consapevolezza di questa augusta nobiltà dell’uomo, del padre e della madre di famiglia, come primi collaboratori di Dio nel proseguimento dell’opera sua nel mondo, nel dare nuove membra al Corpo Mistico di Cristo, nel popolare il Cielo di eletti, che canteranno per sempre la gloria del Signore.

Diletti figli,

Il 19 ottobre dello scorso anno, nel primo incontro con la Sacra Romana Rota, Ci siamo soffermati a considerare lo spirito animatore di questo Tribunale e i compiti ad esso affidati dai Sommi Pontefici, a cominciare da Giovanni XXII, fino a S. Pio X che nel 1908 ne riordinò l’attività preziosa e benemeritissima. E voi siateCi larghi di amabile cortesia comprendendo il motivo che ispirò le Nostre parole odierne. Di fatto sul Nostro cuore sacerdotale, come sul vostro, le cause sottoposte alla Rota battono talora con accento di ansiosa mestizia, come di qualcosa che insidiata chiede protezione, impone coraggio di ricerca e di decisione; fermezza di ideali e di apostolica attività.

Per questo dunque abbiamo voluto confidarvi alcune considerazioni di natura pastorale, certi che esse non soltanto trovano in voi pieno consentimento, ma sono altresì movente al vostro quotidiano lavoro. E amiamo pensare pure che le Nostre parole troveranno eco di seria riflessione presso sempre più vasta cerchia di fedeli, aperti e sensibili alla parola del Padre.

Al termine della presente Udienza, Noi invochiamo il Signore perché in special modo vi assista nel compimento perfetto delle gravi responsabilità di lavoro, che vi sono commesse; e vi invitiamo a pregarlo ardentemente con le profonde parole della Scrittura, e che ben si adattano alla vostra attività: “Da mihi sedium tuarum assistricem sapientiam... Mitte illam de caelis sanctis tuis et a sede magnitudinis tuae, ut mecum sit et mecum laboret, ut sciam quid acceptum sit apud te; ... deducet me in operibus meis sobrie, et custodiet me in sua potentia[47].

Con tale luce di aiuto, la vostra opera continuerà ad essere di grande utilità alla Chiesa, ed a distinto onore per ciascuno di voi. Ed a conferma di questo augurio cordialissimo, siamo lieti di testimoniarvi la Nostra compiacenza con una speciale e propiziatrice Benedizione Apostolica, che lasciamo a tutti voi qui presenti, alle vostre famiglie, ed a quanti vi sono cari.


Giovanni XXIII, Discorso alla Rota Romana, 13 dicembre 1961, in AAS, 53 (1961), pp. 817-820

Diletti figli,

La Santa Messa nella Cappella Paolina e l’incontro col Papa inaugurano, come d’uso, l’attività giudiziaria del Tribunale della Sacra Romana Rota.

Ella, Signor Decano, ha voluto accennare alla Nostra visita dello scorso gennaio alla sede del vostro Tribunale. Ed ora la letizia di quel giorno si rinnova. Non possiamo infatti non rallegrarCi al pensiero di accogliere in voi i successori di quegli auditores causarum curiae domini Papae, di quei doctores iuris famosi, di cui parlano con tocchi di alto rispetto i documenti della vostra antica storia. Maestri rinomati del diritto, ma più ancora ecclesiastici distinti per prudenza e rettitudine di vita: questo è il singolare titolo di onore del Collegio dei Prelati Uditori, che si riverbera altresì sulla perizia e sulla specchiata virtù degli Officiali e degli Avvocati del Tribunale.

La mole del lavoro svolto, che avete voluto, come ogni anno, portare a Nostra conoscenza, merita considerazione e paterno incoraggiamento. Molti di voi recano il contributo della loro competenza e dottrina sia nella Commissione Centrale sia in quelle Preparatorie del Concilio Ecumenico. L’accresciuto lavoro è pegno di più copiose grazie del Divino Paraclito, ed infonde nei cuori la lieta coscienza di un buon servizio, reso alla Chiesa.

La vostra presenza Ci offre lo spunto per alcune considerazioni nell’ordine di idee, manifestate nello scorso anno. Paterne sollecitudini urgono nel Nostro cuore di Pastore universale. Ve le confidiamo con semplicità e immediatezza.

1. E anzitutto, nelle incertezze dottrinali che, qua e là, e in varie espressioni, minacciano di disorientare l’opinione pubblica, è necessario il richiamo solenne e grave alla solidità dei principii, cui si ispira l’azione della Chiesa in difesa del matrimonio. Nel tutelare con cura gelosa la indissolubilità del vincolo e la santità del Sacramentum magnum, la Chiesa difende un diritto non solo ecclesiastico e civile, ma soprattutto naturale e divino positivo. Questi due grandi e necessari beni, che il velo delle passioni e dei pregiudizi talora oscura fino a farli dimenticare, prima che dalla legge positiva, sono voluti, l’uno dalla legge naturale, scolpita a caratteri indelebili nella coscienza umana, e l’altro dalla legge divina di Nostro Signor Gesù Cristo. Non si tratta dunque di prescrizioni e norme che le circostanze impongono, e che il corso delle generazioni può mutare: ma della volontà divina, dell’ordine intangibile stabilito da Dio stesso a salvaguardia del primo nucleo fondamentale della civile società. Si tratta della primordiale legge divina, che nella pienezza dei tempi la parola di Cristo, “ab initio autem non fuit sic[48], ha riportato alla sua integrità genuina.

La Chiesa non difende interessi di caste o consuetudini superate. Il suo canto glorioso, il suo titolo di onore risuona nel Pater noster: Fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra. Questo essa propone e difende nel mondo: la volontà di Dio, nella quale è la pace, la serenità e la prosperità anche materiale per tutti i suoi figli.

2. È pertanto necessario che la dottrina della Chiesa sul matrimonio sia maggiormente conosciuta, e diffusa in tutte le forme. È stato questo il sospiro Nostro, confidatovi con paterna speranza nella Allocuzione dello scorso anno.

“A considerare la gravità del pericolo – abbiamo detto allora – ...sgorga spontaneo l’invito, che ripetiamo ardentemente in visceribus Iesu Christi anzitutto ai pastori di anime, affinchè adoperino ogni mezzo, nelle istruzioni e nei catechismi, con la voce e con gli scritti divulgati largamente, per illuminare le coscienze... Ed estendiamo questo invito anche a quanti hanno volontà e mezzi per influire su la pubblica opinione, affinché i loro interventi siano di chiarificazione, non di confusione delle idee; di rettitudine, di rispetto per il più grande e prezioso bene della vita sociale: l’integrità del matrimonio” [49].

L’invito è rinnovato oggi con accorata intensità, perché persiste quel diffuso senso di pericolo, derivante in primo luogo dalla mancanza di solida dottrina e di onestà di informazione. Si scrive e si parla, a dir poco con leggerezza, su argomenti che richiedono preparazione, maturità di giudizio, sincerità di coscienza: e bisogna pertanto che i fedeli, come l’intera società, siano illuminati, premuniti, bene orientati.

È quindi necessaria, insostituibile, una vasta opera di catechesi e di illustrazione della verità: attraverso i mezzi tradizionali, che la Chiesa ha a sua disposizione, come attraverso quelli offerti dalla stampa e dalle nuove tecniche audio-visive. Occorre escogitare nuove forme, per far giungere questo insegnamento a quanti si avviano al matrimonio: in particolar modo ai giovani e ai fidanzati.

Vedete dunque gli ampi orizzonti pastorali che si aprono sulla vostra attività. All’impegno di insegnamento che presuppone, voi potete collaborare nelle varie modalità, che la missione sacerdotale non manca di offrirvi.

3. La ragione di quanto abbiamo detto è una sola. Questo è il movente di tutta l’azione spirituale della Chiesa nel tempo: la salvezza delle anime, salus animarum. Il suo cuore di madre la porta ad agire e a decidere per il bene di tutti i suoi figli. E questo è lo spirito che informa l’azione dei Tribunali della Chiesa, e, di conseguenza, del giudice ecclesiastico, del difensore del vincolo, come del promotore di giustizia e degli avvocati. È ministerium veritatis, perchè tende primieramente alla salvezza dell’anima di chi ha bisogno di questi tribunali.

Sì, la Chiesa ha sempre di mira la salvezza eterna dei singoli, anche quando limita il diritto di accusa, e quando emette una sentenza di colpevolezza: anzi, al coniuge colpevole mai vengono sottratti i mezzi per sfuggire al pericolo di dannazione eterna.

In questa prospettiva di una significazione che va oltre il tempo e le contingenze, acquistano degno valore tutte le premure e provvidenze, che nel campo delicatissimo in cui si svolge il vostro lavoro la Chiesa adopera per il bene dei suoi figli: l’oculata prudenza con cui si esaminano i singoli casi; e il gran numero di cause trattate con gratuita assistenza giudiziaria, che, nello scorso anno, sono state di poco inferiori alla metà delle altre.

Ecco dunque che il vostro lavoro contribuisce anche esso alla affermazione delle supreme finalità della Chiesa; e con l’evidenza inoppugnabile della verità e della giustizia richiama alla volontà salvifica del Padre celeste, e all’anelito incessante del Cuore di Cristo: non enim misit Deus Filium suum in mundum ut iudicet mundum, sed ut salvetur mundus per ipsum[50].

Diletti figli!

Nel Sacrificio Eucaristico, or ora offerto per voi, è stato immolato il Sangue Preziosissimo, che porta il lavacro della purificazione e della salvezza per tutta l’umanità. Questo Sangue, che è fiume di misericordia, diffonde la sua virtù redentrice anche sulla vostra opera, e la rende feconda per il bene delle anime.

Noi ne invochiamo il dono onnipossente su ciascuno di voi, sul vostro lavoro, sulle vostre sollecitudini di studio e di ministero. E mentre vi rinnoviamo i paterni voti per il felice svolgimento del nuovo Anno Giudiziario, siamo lieti di confermarvi la Nostra stima e benevolenza con una particolare Benedizione Apostolica, che estendiamo altresì ai diletti studenti dello Studio Rotale, ed a quanti vi sono uniti nei legami della famiglia e del lavoro.


Paolo VI

Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 13 dicembre 1963, in L’Osservatore Romano, 13 dicembre 1963, n. 288, p. 1

Diletti figli,

La nobile consuetudine, che si ripete ogni anno, all’inizio dell’attività giudiziaria del Tribunale della Sacra Romana Rota, vi ha portati stamane da Noi, dopo che, raccolti intorno all’Altare del Divin Sacrificio, avete invocato i doni dello Spirito Santo, e prestato il giuramento di rito. Oggi dunque Ci offrite l’onore e la consolazione di intrattenerCi per la prima volta con voi, dopo la Nostra elevazione alle responsabilità del Supremo Pontificato, di ricevere la vostra famiglia al completo, così distintamente rappresentata dal Collegio dei Prelati Uditori, dagli Officiali del Tribunale, dagli Avvocati tutti.

Il primo sentimento, dopo quello della profonda gratitudine a Dio, è di vivo compiacimento per il lavoro da voi compiuto. Abbiamo potuto scorrere con vero interesse la relazione, che il benemerito Signor Decano dei Prelati Uditori ha avuto la bontà di sottoporCi nei giorni scorsi: e ne abbiamo ricavato – non poteva essere altrimenti – un’impressione magnifica della serietà del lavoro svolto, delle cause trattate, di cui un terzo col beneficio del gratuito patrocinio o con altre provvidenze, dei decreti, cui devesi aggiungere l’attività relativa allo Studio Rotale, e alla pubblicazione delle Decisiones seu Sententiae S.R. Rotae.

Ingente mole di lavoro giuridico

È una mole di lavoro giuridico, che può sfuggire all’occhio profano, ma che non per questo merita meno l’approvazione e l’incoraggiamento. E Noi siamo lieti di attestarvi pienamente questi sentimenti, nel presente inizio solenne dell’Anno giudiziario. Abbiamo anzi rilevato un crescente aumento del vostro lavoro, il che Ci offre lo spunto per un ansioso interrogativo, e per le considerazioni, che vogliamo affidare stamane alla vostra attenzione.

Per quella vigilanza di Pastore Universale della Chiesa, al quale non devono sfuggire anche i sintomi relativi alla vita spirituale dei fedeli, Ci siamo chiesti se l’aumento delle cause matrimoniali, trattate dalla Sacra Rota nei recenti anni, non sia forse da porre in relazione con la diminuzione – in taluni casi – della sensibilità della coscienza morale, che dovrebbe sempre guidare l’uomo, e il cristiano specialmente, nella sua vita, particolarmente nelle decisioni più gravi; e se questo non sia un indizio, che, insieme con tanti altri, può spiegare l’atteggiamento talora superficiale, leggero, quando non addirittura irriverente verso l’istituto matrimoniale, patto indissolubile, elevato alla dignità di Sacramento da Gesù Cristo per il bene dell’umana famiglia. È vero che alla diffusione di pericolose concezioni e di atteggiamenti errati han contribuito in varia misura gli stimoli eccitanti, e non di rado pervertitori, di certa letteratura, di certa stampa, di certo spettacolo. Ed è anche vero che tali stimoli incontrano resistenze più deboli che non un tempo nello stesso santuario delle famiglie. Resta il fatto che da taluni si affronta il matrimonio con molta leggerezza, senza la dovuta preparazione psicologica, spirituale, religiosa, riducendone così la sostanza sacra e solenne alla condizione di esperimenti avvilenti, di avventure rischiose, quando non sia di paurosi naufragi. Facciamo Nostre le parole di Giovanni XXIII di v.m., che, ricevendovi il 25 ottobre del 1960, così si esprimeva: “A considerare la gravità del pericolo, costituito non tanto da episodi individuabili e determinabili, quanto invece da un diffuso rilassamento di salde barriere morali, sgorga spontaneo l’invito, che ripetiamo ardentemente in visceribus Iesu Christi anzitutto ai pastori di anime, affinché adoperino ogni mezzo... per illuminare le coscienze dei genitori e dei giovani sul loro dovere” (Discorsi, Messaggi, Colloqui, II, pag. 517).

Rinvigorire la coscienza morale

Il punto centrale della questione è proprio qui: in questo rilassamento della coscienza morale, che va riavvalorata con la collaborazione pensosa ed efficace di quanti possono ancora in essa influire con la parola, con l’insegnamento, con l’esempio. Ecco dunque la imprescrittibile necessità di un forte richiamo alla preminenza dei valori morali, specialmente alle giovani generazioni, le quali debbono essere preparate alla fondazione della famiglia mediante una salda coscienza morale. Esse debbono sapere che la formazione della coscienza suppone un armonioso equilibrio di natura e di grazia. La coscienza infatti esige rettitudine ed equilibrio, sanità di giudizio e chiarezza di impostazioni, forza di decisione e adamantina schiettezza, che davanti alle grandi e sacre leggi della vita rifugge da ogni compromesso, da ogni bassezza, da ogni meschinità. Queste sono doti naturali, di cui l’uomo ha in sé le risorse per un ascensionale sforzo di perfezione, anche se la ferita del peccato originale lo può indebolire nella costante pratica del bene.

Encomiabili iniziative pastorali

Ma quando la grazia divina si innesta nella natura, e la virtù redentrice di Cristo, attraverso i Sacramenti, viene a trasformare nell’intimo l’anima umana, ecco nuovi saldi fondamenti per la coscienza morale: e, come Noi stessi una volta dicemmo, avviene allora “un rinnovamento che passa nel nostro costume e diventa possibilità di giustizia – non fatto automatico – da un lato, dovere dall’altro, e impegna la nostra vacillante e capricciosa libertà ad un esercizio sorprendente, quello della onestà..., quello d’una perfezione morale, d’una santità, che dovrebbe essere lo stile di vita per tutti consueto nelle linee essenziali, variabilissimo nelle forme adattabili all’indole e al giuoco d’ognuno”.

Vediamo perciò con piacere che si vanno diffondendo nel campo cattolico buone iniziative pastorali per dare ai fidanzati ed ai giovani sposi quella preparazione morale e spirituale che dia alla loro coscienza luce e vigore per la santità dell’amore e per la saldezza e la vera felicità della vita familiare.

Ecco poi che questa luce dell’anima, che è la coscienza morale, come deve animare ogni settore della vita, così deve pervadere anche lo strumento giuridico, che è un Tribunale, e un Tribunale, diciamo, che, come il vostro, è prevalentemente impegnato sia alla difesa del Sacramento del matrimonio, sia della libertà della persona umana: quindi chiamato in un caso e nell’altro a tutelare la coscienza, a stimolarla, e, quando è necessario, anche a procurarne il recupero per una vita consapevole dei propri obblighi e responsabilità.

Gli altissimi doveri dei giudici e degli avvocati

La vostra attività si svolge dunque sotto il segno della coscienza morale. Nei giudici, anzitutto, essa costituisce la loro altissima nobilità, il loro programma; essa è la sicurezza che la lettera del diritto ne interpreterà sempre lo spirito. Sono essi che insieme col promotore di Giustizia e col Difensore del Vincolo, devono dirigere ogni loro fatica ad accertare la verità e a ristabilire la giustizia, e ai quali principalmente è demandato il gravissimo onere della tutela della coscienza morale, a cui abbiamo accennato.

Negli avvocati, inoltre, la coscienza morale deve essere l’orientamento costante e normativo della loro attività, chiamata a superiori espressioni ed esposta a maggiori pericoli: infatti, il loro dovere morale professionale è la ricerca della verità, non il giuoco della verità. Dovendo ascoltare per primo le parti, l’avvocato rotale può prima di ogni altro consigliare rettamente per l’accettazione della causa, o per sconsigliarla con chiarezza e sincerità; e nel suggerire le prove, nel determinare il capo di accusa e nel confutare gli argomenti contrari, il suo unico movente sarà l’accertamento della verità dei fatti, e il trionfo della giustizia, rifiutandosi sempre, ad ogni costo, di costruire artificialmente un processo, di patrocinare una causa infondata, o di ricorrere a mezzi sleali e disonesti.

Infine, la coscienza morale è richiesta – e va illuminata, ove occorra – nelle parti in causa, per quanto riguarda il loro atteggiamento di fronte al Matrimonio e ai suoi obblighi, la loro umiltà e sottomissione alle leggi della Chiesa e alle decisioni del Tribunale. Ma qui il problema diventa assai vasto, e affonda radici ben più lontano, quando è necessario che i contraenti si accostino al Matrimonio non come a un capriccio dei sensi, o ad una avventura, o a un esperimento precario, con deplorevole superficialità; ma che invece, consapevoli del passo che compiono, sappiano vedere in esso il Sacramentum magnum, che li consacra alla missione sublime di collaboratori di Dio nell’infondere la vita in nuove creature, e nell’educarne lo sviluppo con trepida delicatezza, e con la coscienza delle proprie responsabilità.

Nel fedelissimo amore alla Chiesa e per il vero bene delle anime

Diletti figli!

Lo spunto iniziale delle Nostre parole si è allargato così a un esame vasto, seppur necessariamente frammentario, dei rapporti fra coscienza morale ed esercizio giuridico. Ne affidiamo un’ulteriore approfondimento alla vostra meditazione e alla vostra esperienza. Noi vi siamo vicini con la preghiera, invocando su di voi tutti i continui doni del Divino Paraclito, che stamane, cor unum et anima una, avete instantemente implorato sulla attività che state per intraprendere. E siamo sicuri che essa sarà sempre improntata a fedelissimo amore alla Chiesa e ad appassionata ricerca del vero bene delle anime.

La confortatrice Benedizione Apostolica viene ad attestare la profonda stima e benevolenza, che nutriamo per ciascuno di voi, e ad infondervi lieto incoraggiamento per i gravi compiti che vi attendono nel compimento quotidiano della vostra alta e delicata mansione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 11 gennaio 1965, in AAS, 57 (1965), pp. 233-236

Monsignor Decano dei Prelati Uditori della Sacra Romana Rota; e voi tutti, venerati e distinti Prelati del detto Collegio; Officiali; Avvocati Concistoriali e abilitati al patrocinio presso la Sacra Rota, che partecipate a questa Udienza, dopo il rito propiziatorio, per voi celebrato nella Nostra Cappella Paolina!

Vi accogliamo con paterno compiacimento, lieti di potervi attestare in questa occasione, che ogni anno si ripresenta con faustissimo auspicio, la Nostra stima, la Nostra considerazione, il Nostro incoraggiamento, la Nostra lode, ampia e paterna. Le parole, che abbiamo testé udite, Ci hanno confermato solennemente e autorevolmente quali sono i vostri intenti nell’adempimento del vostro delicato, prudente, arduo compito al servizio della Chiesa e dei fratelli; Ci hanno detto con quale spirito di sacerdotale apostolato, di assoluta serietà e preparazione professionale, di profonda competenza e appassionata dedizione, voi attendete alla quotidiana responsabilità dell’impegno, che la Santa Sede vi affida con tanta fiducia, a difesa della giustizia, ed a cui guardano con rispetto, con estimazione, con speranza coloro, che a voi ricorrono. In voi vediamo i successori, tanto degni quanto esperti, di quei lontani auditores causarum curiae domini Papae, di quei doctores iuris famosi, ai quali i Nostri Predecessori, nel secolare seguito di interessanti vicende storiche, assegnarono man mano attribuzioni sempre più ampie, tanto meritate dalla loro dottrina, dall’esperienza del loro fedele servizio alla Cattedra di Pietro, dalla prudenza e integrità di vita, che li distingueva.

Sicché, nel ricevervi come di consueto, nel giorno in cui avete solennemente inaugurato l’Anno giudiziario con l’umile invocazione dei doni del Paraclito, l’animo Nostro si riempie di grande consolazione. È anzi un’occasione attesa, possiamo ben dirvi, perché Ci permette di offrire un solenne, dovuto, meritatissimo riconoscimento a cotesto storico Tribunale, alla funzione che esso svolge in un campo tanto vasto e importante: sia nella difesa e nella ricerca della giustizia, cosa che da sola determina la sua fisionomia; sia nel servizio fedele del diritto, in vista del bene comune della società e delle anime; sia nella sollecitudine pastorale, per l’esemplare e benefica promozione dell’ordine equo ed umano, primo e indispensabile fondamento per l’edificazione dell’ordine cristiano, secondo le leggi imprescrittibili del Vangelo e le materne sollecitudini della Santa Chiesa.

Nell’esprimere questi sentimenti di plauso a voi, che componete il Tribunale nell’ordinato e saggio contemperarsi delle singole competenze e dei rispettivi uffici, si configura nel Nostro pensiero la fisionomia ideale dei perfetti cultori del diritto, di coloro che, dedicandosi al servizio della nobile virtù della giustizia, ben possono essere chiamati Sacerdotes iustitiae, bellissimo e augusto appellativo già usato da Ulpiano.

Si tratta in verità di un nobile ed alto ministero su la cui dignità si riverbera la luce stessa di Dio, Giustizia primordiale e assoluta, fonte purissima di ogni giustizia terrena. In questa luce divina è da considerare il vostro ministerium iustitiae, che deve essere sempre fedele e irreprensibile; in questa luce si comprende come esso debba rifuggire da ogni più piccola macchia di ingiustizia, per conservare a tale ministero il suo carattere di purezza cristallina.

Vigile senso di giustizia

Anche su questo argomento Noi abbiamo da porgervi il Nostro ampio riconoscimento. Ma vorremmo altresì richiamare la vostra attenzione sui pericoli che possono insidiare la vostra opera, la quale, essendo fatta per la Chiesa e in nome di essa, deve pertanto essere lontana anche solo dal sospetto, dall’ombra di qualsiasi ingiustizia. Eppure voi siete ben consapevoli come nell’amministrazione della giustizia potrebbero talora verificarsi dolorose e deplorevoli ingiustizie, che sarebbero assai nocive anche al retto funzionamento del vostro Tribunale. Diciamo soltanto ipoteticamente.

Ingiustizie possono incontrarsi nella preparazione del processo, quando, per i maneggi di professionisti senza scrupoli, le cause fossero a voi presentate già fondamentalmente alterate nella loro realtà giuridica, con motivi infondati, prove inconcludenti, testimoni subornati, documenti contraffatti o manipolati. In tale fase di istruttoria sarà dunque necessaria grande oculatezza e prudenza da parte vostra, per evitare che ogni ingiustizia possa prendere consistenza; sarà necessario il coraggio della verità, per ammonire i coniugi, o qualunque parte in causa, che non si inganna il Giudice divino, per il Quale ha valore soltanto la verità oggettiva, quella inerente alla realtà dei fatti.

Nell’accettare o respingere un libello, vi occorrerà dunque un vigile senso di giustizia, affinché cause destituite di ogni fondamento, o manifestamente basate sul falso, o anche su fatti veri, ma giuridicamente inetti a ottenere l’effetto desiderato, siano respinte con coraggiosa fermezza. Il culto della giustizia vi farà evitare da una parte un certo lassismo, che può indurre le parti a pericolose illusioni, a spese inutili, a reali danni, precludendo loro più eque soluzioni; e dall’altra rifuggirete da un eccessivo rigorismo, che rifiuta una ragionevole fiducia ai ricorrenti, col pericolo di ostacolare chi sta nel suo giusto diritto, con funeste conseguenze per la sua stessa salvezza eterna, quando si tratti di sanare dolorose situazioni morali.

Sapiente e sollecita premura

Ancora, ogni sospetto di ingiustizia andrà eluso anche nel proseguimento del processo, abolendo ogni mora non richiesta dalla particolare caratteristica o dalle circostanze speciali di qualche singola causa, e procedendo con sollecita premura, sedulo et cito, nel porre gli atti giudiziari, come nell’estendere, notificare ed eseguire le sentenze. Di fatto, voi ben sapete che ogni colpevole ritardo, causato da negligenza o da estranee occupazioni, nel fare o nell’eseguire la giustizia è già di per sé una ingiustizia, che ogni membro dei Tribunali ecclesiastici deve accuratamente studiarsi di evitare anche da lontano.

Rifuggire infine da ogni ombra di sospetto nel costo dell’amministrazione della giustizia, è un dovere morale, che travalica la responsabilità individuale per assumere alte implicazioni sociali: poiché sarebbe di per sé una ingiustizia, inammissibile in seno alla Chiesa, che un privato non possa pensare di ottenere giustizia, se non a caro prezzo. Da questo rimprovero sono lontani i Tribunali ecclesiastici – e possono andarne fieri davanti agli uomini e davanti a Dio –, perché essi sono largamente generosi nel concedere il beneficio dell’assistenza gratuita; e la Sacra Romana Rota, come Ci avete voluto far conoscere, anche quest’anno ha trattato con gratuito patrocinio, o con riduzione delle spese processuali, un numero di cause corrispondenti al quaranta per cento: di questo Ci rallegriamo vivamente, specialmente con voi, diletti e illustri signori Avvocati, che siete abilitati a patrocinare nei Tribunali della Chiesa. Ma un diverso modo di procedere, voi ne convenite, sarebbe tanto più riprovevole, in quanto offrirebbe immeritato motivo di critica all’intero operato della Chiesa medesima.

Diletti figli!

Nell’esprimervi questi pensieri di riconoscimento insieme e di esortazione, che farete oggetto delle vostre considerazioni, Noi invochiamo su di voi, e sull’attività dei nuovo Anno giudiziario la costante pienezza della celeste Sapienza. La grazia del Signore vi accompagni sempre; il perfetto servizio della Chiesa brilli come ideale modello davanti ai vostri occhi e vi sostenga nelle immancabili difficoltà; la storia secolare della vostra istituzione vi animi a sempre più nobile e fruttuoso impiego delle vostre elette doti di ingegno e di volontà, affinché lo splendore della Sacra Romana Rota sia sempre gloria luminosa della Sede di Pietro, e testimonianza di Cristo al mondo, nella difesa della giustizia e nell’applicazione della carità.

E la Nostra Apostolica Benedizione scenda su ciascuno di voi, diletti Prelati Uditori, Officiali e Avvocati del Tribunale della Sacra Romana Rota, e vi mantenga nella pace e nella gioia del Signore, affinché la sua giustizia “accumuli sopra di voi un tesoro di consolazione e di gaudio e vi dia un nome eterno in eredità”[51].


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 25 gennaio 1966, in AAS, 58 (1966), pp. 152-155

Accogliamo con grande compiacenza la visita annuale del Tribunale della Sacra Romana Rota e ascoltiamo con riverenza la parola del suo venerato ed illustre Decano, la quale aggiunge all’espressione degli auguri, tanto nobili e graditi, considerazioni sempre degne della Nostra attenzione circa l’amministrazione della giustizia nella Chiesa e circa avvenimenti che vi si riferiscono. Da cotesta presenza e da cotesta parola raccogliamo volentieri la confermata testimonianza dell’alta coscienza, con cui questo Nostro Tribunale attende all’esplicazione del suo grave e provvido ufficio.

Sia il Nostro apprezzamento, sia il Nostro ringraziamento, sia il Nostro augurio ricambio cordiale dei sentimenti, dei voti, dei propositi, che così devotamente voi Ci manifestate.

Ogni volta che Noi abbiamo occasione d’incontrare le vostre persone, o d’osservare l’esercizio delle vostre funzioni, sempre viene spontaneo al Nostro spirito il concetto della dignità del vostro ufficio, e della profondità e della grandezza delle implicazioni teologiche, morali e sociali del vostro mandato, sia per l’evidenza che in voi assume l’autorità nell’atto di conferire alla legge l’efficacia della sua concreta applicazione al fatto particolare, e d’instaurare o di restaurare l’ordine controverso o turbato fra membri determinati della comunità; sia per il ricorso ai titoli sovrani, onde l’autorità di cui siete organo, è principio costitutivo e direttivo della comunità medesima; titoli, che nel caso vostro non da quella stessa comunità si reclamano, né tanto meno dalla società naturale, ma dall’alto discendono, trascendendo l’umano volere e postulando quel volere divino, che nel fondare la Chiesa ha voluto esserle immanente, mediante il conferimento a persone elette, e perciò rifulgenti di carattere sacro, alla gerarchia apostolica cioè, di potestà tutte sue. In voi si riflette l’operante giustizia di Dio nelle umane relazioni ecclesiali; e non tanto essa appare nella maestà e nella sapienza e nella forza, che le sono proprie, ma altresì, e diciamo quanto piuttosto in quell’intenzione di bontà, di provvidenza e di amore, che caratterizza tutta l’economia della religione cristiana e che ne qualifica il regime con l’evangelico titolo di pastorale: donde l’ufficio di giudice, come piacque al

Nostro predecessore Papa Pio XI, di venerata memoria, indicare, si riveste di dignità sacerdotale: Iuris dicundi munus... itidem nobilissimum est sacerdotium[52]; e, come è proprio dell’autorità nella Chiesa, esso si fa servizio, si fa degnissimo ministerium iustitiae; e perciò, nell’atto stesso che si pone come oracolo del diritto e tutore dell’ordine, si lascia penetrare da quel senso umano, al tempo stesso umile e sapiente, che fa del giudice un maestro, una guida, un padre e un amico.

Volentieri Ci effondiamo in questa facile e doverosa apologia della vostra missione a beneficio della società ecclesiastica e ad onore di Dio giusto e provvido, per risarcirla, se bisogno vi fosse, della svalutazione, che un linguaggio, spesso più frettoloso che offensivo, può averle recato, qualificando facilmente di “giuridismo” ogni determinazione pratica e canonica relativa alla vita esteriore del corpo ecclesiastico; mentre l’altissima esplorazione teologica del mistero stesso della Chiesa, alla quale esplorazione il Concilio Ecumenico Vaticano II ha consacrato una delle sue più significative e luminose meditazioni, riconoscendo nella Chiesa “quasi il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” [53], ha rivendicato il carattere costituzionale del ministero apostolico e pastorale, derivandone da Cristo la potestà e riferendone allo Spirito Santo la pienezza vivificante [54]. La considerazione del mistero della Chiesa, della sua realtà soprannaturale e della conseguente spiritualità, che esso riverbera nelle anime dei credenti, non deve nascondere, né deprezzare l’aspetto, anzi la realtà istituzionale della Chiesa visibile, la sua espressione umana e sociologica. Pio XII, Nostro venerato predecessore, fin dal 1939, all’inizio del suo pontificato, ammoniva gli alunni dei seminari romani che “a torto si distingue una Chiesa giuridica dalla Chiesa della carità. Non è così; ma quella Chiesa, ch’è giuridicamente fondata, con a capo il Pontefice, è la medesima Chiesa di Cristo, la Chiesa della carità e la famiglia universale dei cristiani” [55]; concetto questo che l’Enciclica Mystici Corporis ripeterà e svolgerà con gravi e solenni parole [56].

Vogliamo con questo richiamo a così alta dottrina e a così autorevoli fonti riconoscere ancora una volta la legittimità e la necessità della vostra funzione, già da San Paolo, com’è noto, reclamate come diritto e dovere del regime della comunità ecclesiastica [57], vogliamo onorare la dignità del vostro ufficio, dimostrare la inserzione della vostra attività con l’esercizio della suprema potestà giurisdizionale propria della Santa Sede, indicare lo stile peculiare che a cotesto servizio deriva per il fatto d’essere espressione, sia pure con suoi specifici caratteri, della carità pastorale della Chiesa, e vogliamo confortare infine le vostre pazienti fatiche con la certezza del loro merito davanti alla Chiesa e davanti a nostro Signore.

Cotesta vigilante e corroborante coscienza sempre vi guidi e vi sostenga, come deputati ad una grande, silenziosa e utilissima missione; e tenga in voi attento lo spirito innanzi tutto agli avvenimenti della vita della Chiesa, i quali si riflettono indubbiamente anche sull’amministrazione canonica della giustizia; due specialmente, ricordati nel discorso del vostro Decano. Vogliamo dire il Concilio Ecumenico, testé celebrato, e l’annunciata revisione del Codice di Diritto Canonico. Noi siamo lieti di notare che lo spirito di fedeltà e di rinnovamento, che emana dal Concilio Ecumenico e dall’insieme dei documenti, ch’esso consegna come operante eredità alla Chiesa, già ha penetrato cotesto Tribunale, e già lo muove a considerare i fenomeni della vita sociale, i quali portano alle sue soglie nuovi appelli alle sue ordinatrici sentenze. Oh! Noi facciamo Nostro il grido d’allarme, ch’Ella, Signor Decano, levava nel suo illuminato discorso, circa l’impressionante aumento delle cause di nullità di matrimonio. Noi pure vediamo in tale fenomeno un segno caratteristico dell’indebolito senso della sacralità della legge, su cui è fondata la famiglia cristiana, dell’inquietudine della vita moderna, della precarietà di condizioni sociali ed economiche, in cui essa si svolge, e del pericolo perciò che può minacciare la saldezza, la vitalità, la felicità dell’istituto familiare; e Ci piace pensare che l’interesse con cui il Concilio ha considerato la spiritualità del matrimonio, la necessità di circondarne la preparazione, la celebrazione, la lunga e varia vicenda domestica, il destino, sia nella società naturale, che in quella ecclesiale, non sarà senza frutti benefici e sensibili anche rispetto a quelle risultanze patologiche della vita familiare, che il giudice deve poi esaminare e curare.

Quanto poi alla revisione del codice di Diritto Canonico, che una numerosa e poderosa Commissione, da Noi istituita, sta già iniziando, Noi confidiamo che l’autorità e l’esperienza di questo insigne e storico Tribunale saranno valido contributo per lo studio e la formulazione delle auspicate modifiche.

E mentre l’attesa di tali procedimenti obbliga tutti ad avvertire i bisogni relativi a più saggia e più moderna amministrazione della giustizia, sia a Noi consentito esprimere il voto che l’efficienza morale, scientifica e numerica di cotesto Tribunale valga a risolvere l’affannosa questione della quantità delle cause pendenti, e riesca con ogni possibile celerità condurle a conclusione, e che il senso della legge divina e dell’onestà umana, da cui la vita dei fedeli cristiani dev’essere governata, confortato dal rinnovamento spirituale del celebrato Concilio, temperi, anzi prevenga la molteplicità delle controversie giudiziarie.

Non vogliamo porre fine a questa Udienza senza esprimere la Nostra riconoscenza per la generosa attività di cotesto Tribunale; né vogliamo omettere di ringraziare e salutare quanti vi prestano la loro opera: giudici, officiali, addetti, avvocati; e mentre a tutti ricambiamo i migliori auguri per l’anno in corso, su tutti imploriamo la divina assistenza, di cuore impartendo la Nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 23 gennaio 1967, in AAS, 59 (1967), pp. 142-145

Con grande compiacenza riceviamo Lei, Monsignor Decano del Nostro Tribunale della Sacra Romana Rota; e con eguale sentimento accogliamo l’annuale visita del Collegio dei Prelati Uditori, che lo compongono, insieme agli altri Officiali, che vi hanno parte; così salutiamo lo Studio Rotale, associato a questa Udienza, ed estendiamo il Nostro saluto alla schiera degli Avvocati Rotali, che vediamo qui largamente rappresentata.

Ci è propizia l’occasione per rendere onore alle persone, che fanno dell’amministrazione della giustizia, nel nome di questa Sede Apostolica, la loro professione; vogliamo dire, il loro ideale, la loro missione, e, per quanti al carattere di magistrati uniscono quello di sacerdoti, un ministero; e Ci piace ripetere loro quale riverenza, quale stima, quale fiducia Noi riserviamo per ciascuno di loro e per l’intero Tribunale, sicuri d’avere in loro, sia come singole persone, sia come corpo forense, una testimonianza vissuta di quella giustizia, che prima d’essere intimata agli altri è professata per sé, in quel santo timor di Dio, che mentre fa pesare la somma responsabilità che possa incombere sulla coscienza, libera la coscienza stessa da ogni umano timore e la affranca da ogni inferiore interesse; di quella giustizia, diciamo, che per essere derivata dalla legge evangelica fa sperimentare in chi la esercita le esigenze supreme della verità e le urgenze fraterne della carità. Che la Santa Sede possa essere conosciuta e venerata nella sapienza, nell’integrità, nella bontà di una corona come cotesta di magistrati e di addetti al suo Tribunale ordinario, è fatto di grande rilievo, di cui ringraziamo la Provvidenza, e diamo merito a quanti è dovuto.

Le alte parole, che abbiamo ora ascoltate, Ci dànno conferma di questo Nostro apprezzamento, rivelandoCi, se bisogno vi fosse, a quale sorgente si nutra la coscienza di cotesto servizio: da quel “sentire cum Ecclesia”, che assume la dottrina della Chiesa, ne sperimenta la verità, logica e forte, vi ritrova onorate e redente le acquisizioni dell’umana saggezza, gode di quella misteriosa chiarezza che la fede le conferisce; ma di più aggiunge al pensiero l’amore, che fa della dottrina una vita; qui, in un Tribunale, una legge, una legge di vita. Perciò Ci piace, dopo le persone, onorare la duplice funzione di cotesto Tribunale; ordinaria e importantissima la prima, ch’è quella di dirimere le cause, portate in numero crescente da ogni parte del mondo al vostro giudizio: sappiamo con quale assiduità di lavoro e con quale competenza di studio voi attendiate a cotesta grande fatica, e siamo disposti ad assecondare con la Nostra autorità quei provvedimenti che sembrassero opportuni per sollecitare la definizione delle cause, per diminuire il numero di quelle pendenti, per frenare la artificiosa ripresa di cause che dovrebbero essere passate in giudicato, per dare, se occorre, maggiore chiarezza alla legge, così da escludere ogni arbitraria interpretazione, e maggiore virtù, così da impedire ogni abusivo ricorso al giudizio del giudice.

La seconda funzione, che vogliamo onorare nel Tribunale della Sacra Romana Rota, è quella trascendente, quella della sua rappresentanza della giustizia, quale la Chiesa concepisce, professa e difende, cioè quella fondata su principii morali, aventi nell’ordine obbiettivo della legge divina, naturale e positiva, non meno che nella coscienza soggettiva la loro consistenza, e che conferisce alla norma giuridica, oltre che la sua “ratio iuris”, la sua stabilità e la sua socialità.

Pare infatti a Noi che spetti a cotesto Tribunale dare una sua inesauribile e originale apologia della giustizia, intesa come fondamento della vita associata, confortando così nella coscienza dell’uomo moderno, tanto incline al soggettivismo etico, all’opportunismo, alla morale della situazione, e perciò anche al relativismo giuridico, il senso augusto e benefico della giustizia, indispensabile condizione della libertà e della pace. Non altrimenti la voce della Conferenza Episcopale Italiana, deplorando in questi giorni la diffusione della triste piaga della delinquenza violenta e organizzata, terminava il suo pastorale richiamo con esplicita menzione alla giustizia per assicurare al Popolo di Dio la civile concordia ed il pacifico progresso.

Ma dove principalmente cotesto Tribunale professa il suo culto alla giustizia è nella discussione e nella definizione delle cause matrimoniali, compiendo opera di grande merito non solo agli effetti giuridici, ma altresì a quelli pastorali, e perciò umani e civili, prestando la sua premurosa attenzione (e non soltanto alle cause delle persone abbienti, ma anche, ed in percentuale elevata, alle cause di gratuito patrocinio) alle contestazioni riguardanti il vincolo costitutivo del matrimonio e la sua essenziale esclusività e indissolubilità, quando sia validamente e perfettamente contratto, non che ogni altra contesa relativa ai diritti familiari, di competenza canonica. Sappiamo come la saggezza del Tribunale Rotale, come pure degli altri Tribunali ecclesiastici che trattano questa materia, si svolga intorno a due cardini, quello della più aperta comprensione delle umane vicende, senza che un’indulgenza preconcetta deformi il profilo obbiettivo della realtà giuridica, e quello della più ferma adesione alla legge inviolabile, che, per divina disposizione e per la dignità e la fortuna dell’umanità redenta, regge l’unità e la perpetuità del coniugio e quindi di tutto l’istituto familiare. Cotesto è servizio grande reso alla giustizia, il quale mentre conserva, senza irragionevoli apriorismi, alla legge positiva la sua lineare maestà ed il suo provvidenziale vigore, richiama alle menti degli interessati e degli osservatori la più alta e vera concezione della vita, governata da quella legge che non è tutta scritta nei codici forensi, ma incisa nelle sacre e profonde esigenze dell’umana esistenza, ed educa perciò l’uomo e la società al senso superiore della giustizia. È servizio grande, perché tutela, medica, illustra nei suoi casi singolari, patologici, tipici l’istituto non mai abbastanza venerato della famiglia.

Il discorso Ci porta per obbligante associazione di idee al recente episodio parlamentare italiano, di questi giorni, circa la dichiarazione che vuol sostenere non essere contraria alla costituzione una proposta di legge per l’introduzione del divorzio nella legge italiana. Non vogliamo ora entrare nella discussione circa tale pronunciamento, anche se esso Ci ha recato sorpresa e dispiacere, ed esige da Noi le dovute riserve. Non vogliamo invece tacere la triste impressione che sempre Ci ha fatto la bramosia di coloro che aspirano a introdurre il divorzio nella legislazione e nel costume di Nazioni, che hanno la fortuna d’esserne immuni, quasi fosse disdoro non avere oggi tale istituzione, indice di perniciosa decadenza morale, e quasi che il divorzio sia rimedio a quei malanni, che invece esso più largamente estende ed aggrava, favorendo l’egoismo, l’infedeltà, la discordia, dove dovrebbe regnare l’amore, la pazienza, la concordia, e sacrificando con spietata freddezza gli interessi e i diritti dei figli, deboli vittime di domestici disordini legalizzati.

Noi pensiamo che sia un vantaggio morale e sociale e sia un segno di civiltà superiore per un Popolo l’avere saldo, intatto e sacro l’istituto familiare; e vogliamo credere che il Popolo Italiano, a cui non un giogo è stato imposto dalle norme del Concordato relative al matrimonio, ma un presidio e un onore sono stati conferiti, comprenderà quale sia in questo campo fondamentale per le sue fortune morali e civili la scelta buona da fare e da difendere.

Con questi voti ed altri ancora che Noi formuliamo davanti al Signore per il felice decorso dell’anno giudiziario, voi tutti qui presenti, e quanti portate nel cuore e assistete con l’opera vostra, di cuore salutiamo e benediciamo.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 12 febbraio 1968, in AAS, 60 (1968), pp. 202-207

Il vedere oggi raccolti attorno a Noi i Prelati Uditori della Sacra Romana Rota, assieme agli altri distinti Prelati e Officiali di questo Collegio e agli Avvocati patrocinanti presso questo Tribunale Apostolico, è per Noi motivo di vivo compiacimento e di consolante conforto. Così, come è consolante poter ancora una volta ripetere quale stima e quale considerazione nutriamo per le vostre persone e per il vostro lavoro consacrato all’assolvimento del delicato e arduo compito, che la Chiesa ha voluto a voi affidato.

Quasi a testimonianza di questa stima e considerazione, Ci è grato ora ricordare quanto abbiamo voluto recentemente esprimere nell’elevare alla dignità cardinalizia l’allora Decano degli Uditori della Sacra Rota; per poter poi consacrare a un servizio ancora più completo della Chiesa e della Sede Apostolica le elette virtù e le preziose doti del Signor Cardinale Francesco Brennan.

Ci è inoltre molto grato rivolgere oggi il Nostro particolare saluto al nuovo Decano di questo Collegio, l’Illustrissimo Monsignore Boleslao Filipiak. Mentre lo ringraziamo del messaggio che ha voluto indirizzarCi, intendiamo ricordare i molteplici validissimi titoli per i quali egli ricopre ora tanto degnamente questo alto incarico. A questi titoli, tra i quali primeggiano la solidità della preparazione e la serietà degli studi, Ci piace aggiungere quello della sua patria di origine, la Polonia, a Noi tanto cara, oltreché a motivo di particolari ricordi personali, per quella meravigliosa fedeltà alla Chiesa, che rappresenta la sua caratteristica inconfondibile.

Questo nostro incontro Ci offre la felice opportunità di accennare sia pure brevemente a qualcuno dei temi di vivo interesse per tutti noi: in particolare, al servizio necessario e insostituibile reso alla Chiesa dal vostro Tribunale nell’esercizio della “potestas iudicandi”; al prezioso contributo che il vostro Collegio ha offerto e offre alla attività della Sede Apostolica; alle prospettive di ulteriore utilizzazione di questo contributo per l’assolvimento degli impegni che attualmente incombono sulla Chiesa nel campo giuridico.

La funzione giudiziale della “sacra potestas” concessa dal Salvatore alla Chiesa, come complemento necessario della funzione legislativa, è legata anche al carattere profondamente umano della Chiesa che, pur essendo santa, è tuttavia soggetta a manchevolezze nelle sue membra. San Paolo nella sua prima lettera ai Corinti mette in risalto questa funzione propria dell’autorità ecclesiastica, proibendo ai fedeli di rivolgersi ai tribunali pagani per risolvere le loro contese [58]. A questo precetto dell’Apostolo si riferisce Sant’Agostino: “Maligni infirmos premunt, et causas suas ad nos ferre compellunt, quibus dicere non audemus: dic homo, quis me constituit iudicem aut divisorem inter vos? Constituit enim talibus causis ecclesiasticos Apostolus cognitores, in foro prohibens iurgare christianos” [59].

Riprendendo gli insegnamenti, qui appena accennati, della Scrittura e della Tradizione, il Concilio Vaticano II non esita ad affermare nella Costituzione Lumen gentium: “Vi huius potestatis Episcopi sacrum ius et coram Domino officium habent in suos subditos leges ferendi, iudicium faciendi, atque omnia quae ad cultus apostolatusque ordinem pertinent, moderandi” [60].

Ma questo sacro compito di giudicare risultò fin dai primi secoli particolarmente arduo per la Sede Romana, alla quale per la sua funzione primaziale – “propter potiorem principalitatem” [61] – venivano sempre più frequentemente deferite da Pastori e fedeli le controversie sorte in seno alle comunità locali. Di qui la necessità per il Vescovo di Roma di assicurarsi una qualche forma di assistenza e di aiuto per poter assolvere l’oneroso compito di amministrare la giustizia; assistenza e aiuto che, dopo una lunga e multiforme evoluzione di forme e di strutture, venne finalmente consacrato dal Nostro predecessore Innocenzo III, e specialmente da Giovanni XXII, nell’istituzione del vostro venerabile Collegio, sotto la denominazione di “Auditores Sacri Palatii” [62]. Da allora agli Uditori Rotali e alla loro probità e competenza è affidato il compito necessario e insostituibile di fungere da Giudici Apostolici.

Volgendo lo sguardo alla storia di questi secoli, Ci è particolarmente grato richiamare alla memoria l’immensa mole di lavoro svolto da quanti vi hanno preceduto come membri di questo Collegio, per esaltare le loro benemerenze al servizio della Chiesa, la loro scienza eminente, le loro esimie virtù. “Viri doctrina et probitate insignes” furono chiamati fin dai primi tempi [63]. Giacomo Emerix, nel suo Tractatus seu Notitia S. Rotae Romanae, scritto nel ‘600 (recentemente edito da un esimio studioso, membro del vostro collegio, Mons. Ch. Lefebvre), delinea quasi il profilo spirituale del vostro Tribunale: “Crevit itaque successu temporis in tantam eminentiam sacrum Rotae et ex omni parte laudabile Tribunal, ut ex illo omni tempore prodierint viri virtute et vitae integritate eximii, et inter eos memoratus S. Raymundus et S. Antoninus, Episcopus Florentinus, septemque Summi Pontifices...” [64].

Questa specchiata probità di vita, che informava la vasta scienza dell’equo e del giusto di quegli Uditori, fece scorgere in essi quasi la personificazione stessa della giustizia: “Iustitiam animatam”; il che, come afferma San Tommaso riprendendo il pensiero aristotelico, esprime appunto l’ideale del giudice secondo il sentire del popolo [65].

Non fa quindi meraviglia che la “iurisprudentia” maturata da questi uomini abbia rappresentato un fattore decisivo nella elaborazione della legislazione ecclesiastica, a cominciare dalle Decretali di Gregorio IX, e nella formazione dello “ius commune”.

Ma la benemerenza del vostro Collegio, non meno che dal meraviglioso patrimonio del passato, viene messa in risalto dall’operosità del presente. Fedele alla sua plurisecolare tradizione, il vostro Sacro Tribunale seguita ad essere anche oggi l’organo di singolare perizia, al quale il Papa affida la necessaria definizione delle cause deferite alla Santa Sede, in particolare delle delicatissime cause matrimoniali.

Riconoscimento solenne di questa vostra qualificata idoneità, e insieme desiderio di agevolare il vostro lavoro, ha voluto essere quella estensione della competenza del vostro Tribunale, che abbiamo disposto nella Nostra Costituzione Apostolica “Regimini Ecclesiae Universae”; abbiamo inteso cioè affidare al vostro Tribunale tutte le cause di nullità di matrimonio che giungono a questa Sede Apostolica, anche se entrambe le parti siano acattoliche o appartengano a diversi riti orientali [66].

La vostra “instantia cotidiana” del giudicare assume, nelle odierne circostanze, dimensioni di eccezionale contributo al bene della Chiesa e dell’umana società. Ora che un abnorme senso di libertà vorrebbe addirittura sopprimere qualsiasi norma di ordinamento giuridico, ora che un certo spirito, più superficiale che scientifico, non esiterebbe a sostituire le norme perenni incise da Dio nel cuore dell’uomo con un certo relativismo giuridico, le vostre Decisioni proclamano solennemente ogni giorno l’esistenza di una legge divina che non passa né invecchia [67], e tendono autorevolmente ad uniformare ad essa la vita di tutti coloro che ricorrono al vostro Tribunale.

Desideriamo inoltre ripetervi quale assegnamento faccia la Santa Sede sul vostro prezioso e insostituibile contributo in ordine al duplice problema a cui è rivolto oggi l’impegno della Chiesa nell’area del Diritto. Ci riferiamo innanzitutto alla revisione del Codice di Diritto Canonico. La vasta e multiforme esperienza accumulata dal vostro Tribunale in questi ultimi anni, vi mette in grado, oggi come in passato, di fornire un materiale copioso e qualificato per la nuova legislazione. Non soltanto, come è evidente, la parte dedicata alla struttura e dinamica del processo canonico e alla dommatica del matrimonio, ma anche gli stessi principi e gli istituti fondamentali del Diritto Canonico potranno essere individuati in maniera più genuina e definiti in termini più sicuri con l’apporto della dottrina contenuta nelle vostre Decisioni. Attraverso queste filtreranno nel nuovo Codice i risultati felicemente raggiunti dalla più recente elaborazione del diritto civile delle Nazioni, così come i dati acquisiti dalla scienza della medicina e della psichiatria. Il senso profondamente umano che ispira le vostre Sentenze contribuirà a illuminare il mistero dell’uomo e del cristiano di oggi, colui cioè che sarà il destinatario del rinnovato Codice, colui al quale la nuova legislazione dovrà offrire una chiara traccia e un valido aiuto per vivere coraggiosamente le verità evangeliche e la propria vocazione nella Chiesa di Cristo.

Ma tutto questo ingente sforzo di revisione del Codice risulterebbe in buona parte sterile se contemporaneamente non si provvedesse anche a rinnovare lo studio dello stesso Diritto, e ad accrescere il numero di coloro che si dedicano agli studi giuridici specializzati, e che contribuiranno domani, in diversi modi e a vari livelli, ad attuare le rinnovate leggi della Chiesa.

È proprio questo l’altro arduo compito che oggi impegna la Chiesa, sollecita di rinnovare, fra gli altri studi ecclesiastici, anche lo studio del Diritto Canonico. Noi ci auguriamo che il vostro Collegio presti anche ad esso un efficace contributo, sia trasmettendo all’organo competente saggi suggerimenti in merito, sia continuando a svolgere un autentico lavoro di formazione canonistica mediante il vostro “Studio Rotale”, che, pur essendo di recente erezione, ha già acquistato indubbi meriti dinanzi alla Chiesa e dinanzi alla scienza.

Ripensando infine alle parole che il Signor Decano ha voluto rivolgerCi all’inizio di questo incontro, ricordiamo di aver colto in esse anche un accento accorato, una eco di angosciosa preoccupazione, per gli attentati di cui, nell’odierna società, è reso bersaglio il sacro istituto del matrimonio. Ora, questo grido di allarme che voi, Giudici nella Chiesa, avete levato, se, a motivo della sua incontestabile attendibilità, viene ad accrescere il Nostro dolore e la Nostra pena, Ci offre nondimeno anche uno spunto che viene a ravvivare la nostra fiduciosa speranza; è la consolante certezza che l’atteggiamento spirituale e l’impegno personale con cui voi attendete al vostro compito, lungi dall’isterilirsi in un freddo e distaccato tecnicismo burocratico, rimane sempre sensibile alla istanza vitale e all’intima finalità del vostro ministero: la difesa dell’umano coniugio, e specialmente la salvaguardia cioè del dono sacramentale del matrimonio, con cui Cristo ha voluto vivificare la sua Chiesa, le membra del suo Corpo Mistico.

Su questa rinnovata consonanza di intendimenti e di impegni Noi invochiamo ora la copiosa effusione delle grazie celesti, a pegno delle quali ben di cuore e con paterno affetto impartiamo a voi tutti la Nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 27 gennaio 1969, in AAS, 61 (1969), pp. 174-178

Signor Decano, Signori Uditori della Sacra Romana Rota,

Siamo lieti di vedervi raccolti intorno a Noi e di salutarvi tutti, ricambiando a voi ed agli altri Officiali di questo Nostro sacro Tribunale ed a quanti vi sono addetti, e vi prestano l’opera loro, i Nostri voti migliori per le vostre singole persone e per la vostra attività giudiziaria. Ringraziamo in modo particolare Lei, Signor Decano, per le parole ch’Ella Ci ha testé rivolte, per le notizie, ora esposte, riassumendo in brevi osservazioni ed in poche cifre il lavoro intenso ed accurato del medesimo insigne Tribunale.

Questa annuale Udienza, oltre il piacere d’un incontro così cordiale e istruttivo come quello presente, offre a Noi la felice occasione per ripensare e per onorare quella potestà giudiziaria, di cui è munita la Chiesa cattolica, ravvisando in tale potestà un’espressione nativa e precipua dell’autorità, onde il Fondatore ed il Capo unico e supremo della Chiesa stessa, che è Cristo, ha voluto investirla, dandole potestà non solo di effondere nel suo Corpo mistico i carismi vivificanti e santificanti dello Spirito, ma di governarlo altresì, in nome suo, quale compagine visibile, sociale, organica e gerarchica, con virtù giurisdizionale. Deriva infatti dalla potestà di giurisdizione l’ufficio giudiziario; ed entrambi risalgono all’autorità-principe, che nella Chiesa è quella della regalità spirituale di Cristo, a Lui dovuta non soltanto per la supremazia della sua divina persona e per la sua dignità di Capo della Chiesa, ma anche per averla conquistata e meritata con l’umiltà e la generosità della sua Passione redentrice [68]. E se anche dobbiamo riconoscere alla potestà giurisdizionale della Chiesa l’esercizio d’una causalità diversa da quella santificatrice, avendo questa Cristo come unica fonte ed essendo chi la dispensa soltanto ministro, soltanto strumento, mentre quella giurisdizionale, pur attingendo da Cristo la sua virtù e la sua ragion d’essere, possiede un suo proprio procedimento umano, che fa di chi n’è investito un esecutore responsabile, una causa seconda come dicono i teologi [69]; tuttavia essa pure rende gloria al Signore Gesù, perché lo rappresenta [70], ne adempie la missione, ne serve i seguaci, ne testimonia la presenza storica nel mondo.

È noto a tutti come il riconoscimento della potestà giurisdizionale si inserisce nel quadro di quella ecclesiologia integrale, che Noi riteniamo autentica, e che, senza nulla trascurare della realtà e della profondità del suo aspetto mistico e carismatico, ne considera insieme il suo aspetto visibile e sociale, che qualifica la Chiesa una società giuridicamente perfetta, non univocamente eguale a quella civile, ma originale e singolare, perché, a causa del fine suo proprio e dei mezzi dei quali si vale per conseguirlo, si definisce soprannaturale e spirituale, trovando in se stessa, per disposizione del suo divino Fondatore, le risorse alla sua esistenza e alla sua attività [71]. E che ciò valga anche della potestà giudiziaria è facile ricavarne le prove dalle fonti neotestamentarie, anch’esse da tutti conosciute [72], e da tutta la tradizione ecclesiastica [73], confermata dal recente Concilio Vaticano Il, che, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, come ricorderete, dice che “i Vescovi hanno il sacro diritto, e davanti al Signore il dovere, di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare (iudicium faciendi) e di fare tutto quanto appartiene al culto e all’apostolato” [74]. Questo è bene richiamare per il fatto che, essendo oggi giustamente ricondotto il concetto di autorità nella Chiesa alla sua ragion d’essere, ch’è quella del servizio, non si vorrebbe che fosse fraintesa l’origine dell’autorità stessa, quasi emanasse dalla comunità dei fedeli, e non derivasse la sua fonte superiore dal diritto divino, e si confondesse questo suo efficiente principio con lo scopo per cui Cristo l’ha stabilita, cioè per la guida e per la salvezza del Popolo di Dio; né si vorrebbe che fosse indebitamente inceppato l’esercizio stesso della legittima autorità della Chiesa nell’esplicazione delle sue funzioni, intese appunto al multiforme servizio dei bisogni sempre più vasti e complessi della vita ecclesiale. Sarebbe istruttivo, a questo riguardo e a titolo d’esempio, ricordare come il Papa San Gregorio Magno, che volle esplicitamente essere insignito del titolo della umiltà e del servizio, definendo se stesso servus servorum Dei [75], abbia sempre, non meno e ben più di altri Pontefici, rivendicato al ministero di Pietro cura ... totius Ecclesiae et principatus [76].

Così che, volendo Noi onorare nell’organo giudiziario a cui voi appartenete e prestate la preziosa opera vostra il carattere ministeriale che lo giustifica e lo distingue, volentieri vediamo in cotesto Sacro Tribunale riflesse alcune di quelle virtù cristiane delle quali vogliamo, con l’aiuto di Dio, che sia rivestito il Nostro apostolico ufficio. Servizio innanzitutto di carità è il Nostro, se davvero ricordiamo il mandato, che risuona in tutto il Vangelo del Signore, e se ne ascoltiamo l’eco nell’esortazione di San Bernardo a Papa Eugenio: “Il tuo cuore è come una fontana pubblica, dove tutti hanno diritto di bere” [77]; e tale è anche il vostro servizio, che per la stessa sua competenza, aperta, secondo le norme stabilite [78], a tutta la Chiesa, allarga, com’è proprio della carità, la sua sollecitudine oltre ogni confine. Il crescente vostro lavoro, inoltre, lo dimostra.

Servizio poi pastorale di verità, di saggezza, di giustizia, di cristiana prudenza vuole essere parimente il Nostro; ed anche sotto questo aspetto, anzi sotto questo principalmente, esso si rispecchia nella vostra attività giudiziaria, se è vero come insegna San Tommaso [79], che ogni giudizio implica una rettitudine razionale, e che ogni giudice è come una giustizia personificata, quandam iustitiam animatam.

In questa apologia della vostra specifica funzione canonica e in questo accostamento della vostra attività giudiziaria alla Nostra missione apostolica si nasconde forse, potrà qualcuno dubitare, quell’atteggiamento ideale e pratico, tanto criticato dai promotori del risveglio evangelico e spirituale nella Chiesa, e tanto avversato dai fautori di libere correnti carismatiche, ovvero di quelle contrarie idealmente, ma praticamente cospiranti della secolarizzazione, atteggiamento che ha preso di nome ibrido di giuridismo? Non è questo il Nostro pensiero, né è questo il Nostro proposito: una Chiesa in cui un Diritto Canonico, esteriore e formalistico, prescindesse dallo spirito del Vangelo, o prevalesse sulla speculazione teologica, o soffocasse la formazione della coscienza illuminata all’autodeterminazione e ritardasse lo sviluppo della vita ascetica e propriamente religiosa, non risponderebbe agli orientamenti rinnovatori del Concilio, né perciò ai Nostri. Ma il Concilio non solo non ripudia il Diritto Canonico, la norma cioè che precisa i doveri e difende i diritti dei membri della Chiesa, ma la auspica e la vuole, come conseguenza delle potestà lasciate da Cristo alla sua Chiesa, come esigenza della sua natura sociale e visibile, comunitaria e gerarchica [80], come guida alla vita religiosa e alla perfezione cristiana [81], e come tutela giuridica della stessa libertà [82]. Perciò il Concilio ha decretato la revisione del Codice di Diritto Canonico [83], la quale è già fervorosamente in corso, come è noto, e secondo criteri più aderenti alla missione pastorale della Chiesa e alle legittime esigenze della vita moderna.

Non spirito di giuridismo perciò anima cotesto provvido e sapiente Tribunale, ministro del diritto, interprete della giustizia, sensibile all’equità e alla misericordia, come già dichiarava il Nostro Predecessore, di venerata memoria, Pio XII [84]; ma lo spirito della Chiesa cattolica, vigile tutrice della legge cristiana, e materna interprete della realtà umana: Ex intima hominis natura haurienda est iuris disciplina [85].

Perciò Noi volentieri onoriamo cotesta instituzione e la confortiamo, esprimendo a voi la Nostra riconoscenza, il Nostro incoraggiamento, il Nostro elogio.

E a questo punto il Nostro discorso dovrebbe appunto rivolgersi all’opera vostra, Ma voi potete ben immaginare quale sia il Nostro pensiero a tale riguardo, senza che Noi tratteniamo più oltre la vostra paziente attenzione.

In quest’ora, sotto molti aspetti grave e decisiva, di rinnovamento della vita della Chiesa, di inquietudine di alcuni suoi figli, di mutamento della mentalità contemporanea, di rilassamento del costume sociale, di accelerazione d’ogni operazione umana, di progresso delle discipline giuridiche e scientifiche, di bisogno di testimonianze di integrità, di fermezza, di bontà e di attesa che la Chiesa cattolica sia in ogni sua manifestazione più cosciente della sua missione, più libera dagli interessi temporali, più irradiante il Vangelo di salvezza che porta con sé, è ovvio che Noi attendiamo anche da voi, Figli, Fratelli e Signori del Nostro rinomato Tribunale della Sacra Romana Rota, un nuovo impegno di perfezionamento in ogni sua componente, personale, forense, funzionale, pronti Noi stessi a sostenerlo e a favorirlo, affinché esso meriti sempre più la pubblica fiducia, ed abbia per sé, con la Nostra Benedizione Apostolica, quella di Dio.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 1970, in AAS, 62 (1970), pp. 111-118

Siamo lieti di corrispondere con tutto il cuore alle parole del venerato Decano della Sacra Romana Rota, Monsignor Boleslao Filipiak, che bene ha interpretato i vostri sentimenti e il vostro animo in questa particolare circostanza, diletti e venerati Uditori e Ufficiali di quel Tribunale. Dalle sue parole è balzata viva alla nostra mente l’immagine del Giudice nella Chiesa di oggi, la sua coscienza, le doti che debbono sorreggerlo nel compimento delle sue funzioni, con umiltà, col senso del dovere e della responsabilità che gli incombe, con discrezione, con clemenza unita al rigore pur doveroso, per essere sempre l’interprete sereno e imparziale della legge nell’applicazione ai casi concreti, che gli offre la mobilità della vita.

Di qui l’importanza della vostra missione. Il servizio che voi prestate alla Chiesa è di una importanza fondamentale, così che per esso non possiamo non avere parole di sincero encomio, di viva riconoscenza, e di paterno incoraggiamento. E ci piace ancor oggi ripetere [86], a conforto della vostra delicata missione, quelle scarne, ma significative espressioni, con le quali un insigne giurista del passato qualificava, per il tempo presente e per la vita futura, l’attività del maestro e del giureconsulto canonico: “Quicumque ergo ecclesiasticus doctor ecclesiasticas regulas ita interpretatur aut moderatur, ut ad regnum charitatis cuncta quae docuerit vel exposuerit referat, nec peccat, nec errat; cum saluti proximorum consulens, ad finem sacris institutionibus debitum pervenire intendat” [87].

Con la retta applicazione della norma ai casi concreti, voi completate l’opera del legislatore e contribuite allo sviluppo vitale dell’ordinamento ecclesiale. Ma ciò che più rifulge nella vostra missione è appunto la caritas christiana, che rende ancor più nobile e ancor più proficua quell’aequitas dei giudizi, da cui tanto onore trasse il diritto romano, e che è diventata per voi, in virtù dello spirito evangelico, la “sacerdotale moderazione”, secondo la bella espressione di San Gregorio Magno.

E mentre vi diciamo il nostro apprezzamento per la sensibilità morale che ci dimostrate, vogliamo rivolgervi altresì il nostro incoraggiamento per l’esercizio sempre coerente e generoso delle vostre funzioni pratiche.

1. Lodiamo la vostra sensibilità morale, che è altissima e indispensabile prerogativa del Giudice. Ci pare di poter qui cogliere il tratto essenziale, che deve distinguervi, e ci rallegra intimamente constatare come ne siate profondamente compresi. Di fatto, il Giudice, come tutti sanno, è l’interprete dello ius obbiettivo, cioè della legge, mediante l’uso del proprio ius soggettivo – cioè di quella potestas et libertas di cui egli deve poter disporre nel massimo grado –; ne consegue che egli deve possedere una grande obbiettività nel giudizio, e insieme una grande equità, per poter valutare tutti gli elementi di cui è venuto pazientemente e tenacemente in possesso, e per giudicare di conseguenza con imperturbabile, imparziale equidistanza. Sarebbe assai utile, a questo fine, approfondire il concetto già accennato di aequitas, sia nel progresso del diritto romano, sia nel complesso del diritto canonico: tale concetto implica una rigorosa valutazione del soggetto sottoposto al giudizio; di qui il processo moderno, canonico o civile, che tiene conto della psicologia delle parti in causa e degli elementi soggettivi, valutando altresì le circostanze ambientali, familiari, sociologiche, ecc. Evidentemente, nell’applicazione di questa obbiettività, di questa aequitas, il Giudice non verrà mai meno ai criteri fondamentali del diritto naturale, cioè umano, giusto, né all’osservanza della legge vigente, dello ius scriptum, che si suppone espressione della ragione e delle necessità del bene comune. Ma per tener conto di tutti questi elementi, si richiede nel Giudice una integra dirittura morale, che invano si cercherebbe di instaturare se egli per primo ne fosse privo; e ci conforta sapere che da cotesta nobile corona di servitori della Chiesa tale istanza è avvertita in tutta la sua urgenza e serietà.

2. Vi esortiamo quindi, diletti figli, al retto e fervoroso esercizio della vostra funzione pratica di Giudici. Quali virtù si richiedono, e quante! Voi ben lo sapete, che vivete a quotidiano contatto con le realtà e le difficoltà della vostra funzione. È necessaria l’imparzialità, dicevamo, che suppone profonda e irremovibile onestà; è necessario il disinteresse, per il pericolo che intorno ai Tribunali premano interessi estranei al giudizio, venalità, politica, favoritismo, ecc.; è necessaria la sollecitudine, che si prende a cuore la causa della giustizia, nella consapevolezza che essa è alto servizio a Colui che è giusto e misericordioso, misericors et miserator et iustus [88], iustus iudex [89], fidelis et iustus [90].

Fate sempre onore al vostro ufficio, esercitando sempre così la vostra altissima missione, che in tal modo deve adeguarsi, sublimandosi, alla stessa giustizia di Dio, di cui si rende specchio, e fedele strumento.

3. Ma qui siamo obbligati a fermarci, per esaminare una questione di fondo. Queste considerazioni che abbiamo fatto, questa, diciamo così, apologia del Giudice, sembrano implicare un bisogno di difesa della sua funzione, cioè dell’esercizio della potestà giudiziaria, oggi criticata, specialmente nella Chiesa, quasi che essa fosse una “struttura” sovrapposta alla spiritualità e alla libertà del messaggio evangelico. Nessuno ignora oggi l’accentuata tendenza a svalutare l’autorità in nome della libertà: lo ha sottolineato il Concilio in un documento molto significativo, quello appunto sulla libertà religiosa, quando ha osservato che “non sembrano pochi coloro che, sotto pretesto della libertà, respingono ogni dipendenza e apprezzano poco la dovuta obbedienza” [91]. È la diffusa tendenza cosiddetta carismatica, che diventa antigerarchica: si sottolinea esclusivamente la difficilmente definibile funzione dello spirito a scapito della autorità. In tal modo, si diffonde una mentalità, che vorrebbe presentare come legittima e giustificata la disobbedienza, a tutela della libertà di cui debbono godere i figli di Dio.

Le ragioni di tale atteggiamento offrirebbero l’occasione ad una lunga disamina, perché si tratta di tema amplissimo. Ma, sia pure per semplici accenni, come purtroppo ci è imposto dalla limitatezza del tempo a disposizione, possiamo ridurre a tre le obbiezioni che ne stanno alla base.

a) Anzitutto ci si appella alla libertà contro la legge, contro qualsiasi legge. E, per questo, ci si richiama al Vangelo. Effettivamente, il Vangelo è un richiamo alla preminente libertà dello spirito. Non si possono dimenticare le severe condanne del legalismo farisaico, pronunziate da Gesù in favore dell’amore e della libertà dei figli di Dio: Audistis quia dictum est... Ego autem dico vobis [92]. Tutta la sua predicazione, del resto, fu orientata alla interiore spiritualità, alla carità che libera dal giogo della costrizione. Le parole e l’esempio di Gesù sono rivolte qui: “Infatti – come ha sottolineato il Concilio nel citato Decreto – Cristo che è Maestro e Signore nostro, mite e umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione... Conoscendo che la zizzania è stata seminata con il grano, comandò di lasciarli crescere tutti e due fino alla messe che avverrà alla fine del tempo. Non volendo essere un Messia politico e dominatore con la forza, preferì essere chiamato Figlio dell’Uomo che viene per servire e dare la sua vita in redenzione di molti [93]; ed ha finalmente ultimato la sua rivelazione compiendo sulla croce l’opera della redenzione, con cui ha acquistato agli esseri umani la salvezza e la vera libertà” [94]. Di qui le scultorie dichiarazioni di San Paolo nelle lettere ai Romani e ai Galati e la sua dottrina polemica sulla libertà, quando, in contrasto con il legalismo giudaizzante, scriveva: “Si spiritu ducimini, non estis sub lege”, o quando dettava il Codice dell’amore, alieno da ogni imposizione: “Omnis lex in uno sermone impletur: diliges proximum tuum sicut teipsum” [95].

Tutto questo è verissimo. Ma è anche vero che l’insegnamento evangelico e apostolico non si ferma a questo punto. Lo stesso Gesù che predicò l’amore e proclamò l’interiorità e la libertà, ha dato prescrizioni morali e pratiche obbligando i suoi discepoli a fedele osservanza, e ha voluto, come ancora diremo, una autorità fornita di determinati poteri, al servizio dell’uomo.

A coloro che si appellano al Vangelo per difendere la libertà contro la legge, occorrerà dunque ricordare il significato polivalente del termine “legge”: quella mosaica è stata abrogata; quella naturale rimane in tutto il suo innato vigore, ed è supposta dal Nuovo Testamento; e come essa non priva l’uomo della sua libertà, ma ne è la guida intrisecamente giusta, così la legge positiva, sempre sorretta o suggerita da quella naturale, tutela i beni umani, dispone e promuove il bene comune, garantisce, contro ogni eventuale interferenza ed abuso, quella inviolabile e responsabile autonomia dell’individuo, in forza della quale ciascun essere umano è capace di attuare fruttuosamente la sua personalità. Libertà e autorità non sono termini che si contrastano, ma valori che si integrano; ed il loro mutuo concorso favorisce ad un tempo la crescita della comunità e le capacità d’iniziativa e di arricchimento dei singoli membri.

Con il richiamo del principio di autorità e della necessità dell’ordinamento giuridico, nulla si sottrae al valore della libertà ed alla stima in cui essa deve essere tenuta; si sottolineano bensì le esigenze di una sicura ed efficace tutela dei beni comuni, tra i quali quello fondamentale dell’esercizio della stessa libertà, che solo una convivenza bene ordinata può adeguatamente garantire. La libertà, infatti, che cosa varrebbe all’individuo, se non fosse protetta da norme sapienti e opportune? Con ragione affermava il grande Arpinate: “Legum ministri magistratus, legum interpretes iudices, legum denique idcirco omnes servi sumus ut liberi esse possimus” [96].

La legge evangelica, infine, si riduce all’amore di Dio e del prossimo, ma si ramifica in tre direzioni: nella coscienza, che diventa più sviluppata e operante nella libertà vincolata dalla verità; nei molti precetti e virtù, che non coartano, ma esaltano la libertà personale nel rispetto di Dio, di se stessi, del prossimo; e nei carismi dello Spirito nel fedele, docile sempre tuttavia alla potestà pastorale e al suo servizio per l’edificazione dell’intero corpo nella carità [97].

b) Una seconda obiezione, che vorrebbe giustificare l’odierno atteggiamento antigerarchico, fa appello alla libertà contro l’autorità. Anche qui ci si richiama al Vangelo. Ma il Vangelo non solo non abolisce l’autorità, ma la istituisce, la stabilisce. La pone al servizio, sì, del bene altrui, ma non perché e in quanto sia derivata dalla comunità, quasi come sua serva, ma perché derivata dall’alto per governare e giudicare, originata da un positivo intervento della volontà del Signore. Infatti, Gesù ha voluto che il suo insegnamento non fosse soggetto alla libera interpretazione del singolo, ma affidato ad un potere qualificato [98]; ha voluto che la sua comunità fosse strutturata e compaginata in unità, costituita di organi gerarchici; che fosse organismo sociale, spirituale e visibile, una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino [99]. E perché fatto anche sociale, la Chiesa esige e postula delle strutture e delle norme esterne, con i caratteri propri del diritto: ubi societas, ibi ius.

Se, quindi, il primato è dello spirito e dell’interiorità, l’inserimento organico nel corpo ecclesiale e la sottomissione all’autorità resta pur sempre un elemento insopprimibile, voluto dallo stesso Fondatore della Chiesa. Ce lo ha ricordato il Concilio: “la Chiesa, ... che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida, e costituì per sempre colonna e sostegno della verità... [100]. In questo modo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui...” [101]. Il Diritto Canonico consacra sì il primato dello spirito quale sua propria “suprema lex”, ma parimente risponde alla necessità inerente alla Chiesa come comunità organizzata. Esso gravita attorno ai valori spirituali; protegge e tutela scrupolosamente l’amministrazione dei Sacramenti, che sono al centro delle sue norme; vieta di amministrare il battesimo all’adulto che non sia “sciens et volens” [102]; non vuole che entri e che neppure resti tra i ministri sacri chi non abbia liberamente scelto lo stato sacerdotale [103]; non considera valido il sacramento del matrimonio contratto senza il libero consenso [104]. Ma insieme non tollera che sia alterato il deposito della Rivelazione [105]; che i poteri nella Chiesa cadano nella confusione, senza distinzione di ordini e di funzioni ministeriali [106]; che la libera iniziativa del singolo sconvolga l’ordine costituito dal Cristo e che le regole della communio fidei, sacramentorum et disciplinae siano retaggio ed oggetto di contrattazioni umane, promosse da sole iniziative di gruppi non rivestiti di responsabilità qualificate [107]. Il Diritto Canonico ubbidisce ad un precetto di fondo, che, come si esprime San Clemente nella sua prima lettera ai Corinti, parte da Dio e, tramite Gesù Cristo, è affidato agli Apostoli, i quali “poi fissarono la norma di successione, cosicché alla loro morte altri uomini provati ne raccogliessero il ministero” [108]. La struttura organica e gerarchica contraddistingue quindi l’ordinamento canonico come legge costituzionale della Chiesa, così voluta da Cristo per il bene e la salvezza degli uomini, che, “liberati a peccato, servi autem facti Deo[109], sono chiamati a vivere in pienezza la vita dello spirito.

c) Una terza obiezione si appella alla libertà contro certe forme antiquate o troppo discrezionali, o troppo severe dell’esercizio della potestà giudiziaria. La discussione, in sede di revisione del Codice di Diritto Canonico, è aperta. Tutto quanto, ad esempio, si riferisce a messe in guardia, a condanne, a scomuniche porta la gelosa sensibilità odierna a pensare in termini di rifiuto, come di fronte a vestigia di un potere assolutistico ormai tramontato. Eppure non bisogna dimenticare che la potestà coercitiva è anch’essa fondata nell’esperienza della Chiesa primitiva, e già San Paolo ne fece uso nella comunità cristiana di Corinto [110]: basta la prospettiva di questa citazione, per far comprendere il significato pastorale di un provvedimento tanto severo, preso unicamente in vista della integrità spirituale e morale dell’intera Chiesa, e per il bene dello stesso colpevole: ut spiritus salvus sit in die Domini nostri Iesu Christi [111].

Tale esercizio, nella forma e nella misura convenienti, è perciò al servizio del diritto della persona, come dell’ordine della comunità; esso rientra quindi nell’ambito della carità, e in questa luce va considerato e presentato, qualora circostanze gravi e proporzionate lo esigano per il bene comune, sia pure con la massima delicatezza e comprensione verso gli erranti. La sua applicazione pratica è allo studio, allo scopo di perfezionarlo sempre di più, per adattarla alle esigenze del rispetto della persona umana, divenute oggi più severe e attente, e per inserirla così più armonicamente nel contesto della moderna realtà sociologica. Nessuno però vorrà contestare la necessità, l’opportunità e l’efficacia di tale esercizio, inerente all’essenza stessa della potestà giudiziaria, perché, come abbiamo detto, è anch’esso espressione di quella carità, che è suprema legge nella Chiesa, e come dalla carità è mosso per la salvaguardia della comunità ecclesiale, così la carità ne fa comprendere la necessità a chi ne fosse oggetto, facendone a lui accettare con fruttuosa umiltà le penose conseguenze medicinali.

Vorremmo perciò non solo a voi, insigni estimatori della Legge e saggi interpreti delle sue regole, ma anche a tutti i nostri figli ripetere l’invito del Concilio, nel citato Decreto sulla libertà religiosa, “ad adoperarsi per formare esseri umani i quali, nel pieno riconoscimento dell’ordine morale, sappiano obbedire alla legittima autorità e siano amanti della genuina libertà” [112]. E siamo assai lieti che l’odierno incontro ci abbia permesso di intrattenervi, sia pure frammentariamente, su di un problema tanto importante e sentito.

A voi ripetiamo, col nostro vivo compiacimento, l’esortazione paterna che ci sgorga dal cuore, in questa circostanza solenne e a noi sempre tanto gradita: esercitate con alta coscienza cristiana il vostro ufficio; fate onore alla Chiesa, rispondendo con assoluta dedizione alla fiducia che essa ripone in voi; servite le anime, con umiltà, con amore e con disinteresse. La grazia del Signore vi accompagni sempre, e vi sia di luce quotidiana, vi infonda la forza necessaria, vi dia pace profonda.

È il nostro augurio, che vi facciamo di tutto cuore in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario: e lo accompagniamo con la nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1971, in AAS, 63 (1971), pp. 135-142

Come ogni anno, la solenne inaugurazione della attività giudiziaria del Tribunale della Sacra Romana Rota ci offre la soddisfazione di riceverne i degni componenti, tanto benemeriti della Santa Sede: Monsignor Decano, che ringraziamo per il suo nobile indirizzo, il Collegio dei Prelati Uditori, gli Officiali del Tribunale e lo Studio Rotale. A tutti il nostro saluto, il nostro elogio, il nostro incoraggiamento.

Voi vi attendete una nostra parola, all’inizio del vostro anno: e siamo lieti di riflettere un istante insieme con voi, su alcuni punti a cui ci richiama la vostra presenza. Molto semplicemente del resto, e senza alcuna pretesa cattedratica, anche se le controversie odierne relative a questi punti meriterebbero qualche precisazione dottrinale.

1. Anzitutto, l’esercizio dell’autorità nella Chiesa, con i precisi poteri che le derivano dalla volontà stessa di Cristo, nel quadro di quell’amore evangelico per cui ogni manifestazione di autorità è un impegno verso il volere di Cristo e una responsabilità di servizio nella comunità. Effettivamente, l’ordine della carità comporta che ognuno ami il suo prossimo – e tutti sono prossimo, secondo il comandamento nuovo di Gesù –; cioè che ognuno “serva” gli altri, sia utile agli altri. Gli altri sono l’oggetto, non l’origine dell’autorità stabilita per il loro servizio, non al loro servizio.

Alcuni, nella comunità, com’è noto, hanno un dovere e un diritto di rendersi utili agli altri in determinate forme, per determinati fini; sono i “ministri” della carità, del Vangelo, della Chiesa; sono la gerarchia. Il concetto di autorità-servizio si realizza in essa in misura e in maniera più piena; e ciò per un mandato che viene dalla carità di Dio, si fa carità umana, perché è derivato da Cristo e da Dio, e perciò per certe operazioni riveste il carattere funzionale di superiorità sociale, e perché sempre si realizza mediante la dedizione di sé nel fine e nello spirito di servizio, con carattere di esclusività fondata sulla chiamata divina [113]. La Costituzione Lumen gentium ha ben rilevato questo carattere di preminenza, nella ricchezza e diversità delle potestà e dei doni, di cui l’unico Spirito abbellisce la sua Chiesa: “Fra questi doni – ha detto il Concilio Vaticano II [114] – eccelle la grazia degli Apostoli, alla cui autorità lo stesso Spirito sottomette anche i carismatici [115]. Lo Spirito, unificando Egli stesso il corpo con la sua virtù e con l’interna connessione dei membri, produce e stimola la carità tra i fedeli”. Anche il complesso delle leggi stabilite dall’autorità della Chiesa rientra pertanto in questa visuale del bene supremo della società ecclesiale e dei suoi membri, perché tutto parte dalla concezione di Chiesa e dal principio – Dio –, e dal fine – il prossimo –, dell’autorità che la regge.

Tale concezione è stata esaminata e approfondita dal Concilio, che ha messo in luce il carattere mistico della Chiesa (aspetto carismatico) e il suo aspetto visibile, l’uno e l’altro gerarchico e comunitario, accentuando lo scopo di “servizio” dell’autorità della Chiesa, della quale autorità peraltro ha dichiarato i caratteri peculiari e insostituibili, quando ha detto: “I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà... Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema autorità della Chiesa, e, in vista dell’utilità della Chiesa e dei fedeli, possa essere circoscritta entro certi limiti. In virtù della medesima potestà, i vescovi hanno il sacro diritto e, davanti al Signore, il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e di regolare tutto quanto appartiene al culto e all’apostolato... I fedeli, da parte loro, devono aderire al vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo, e come Gesù Cristo al Padre, affinché tutte le cose siano d’accordo nell’unità e crescano per la gloria di Dio” [116].

È ben vero che, da parte di alcuni, si è oggi tanto accentuato il carattere di “servizio” dell’autorità della Chiesa, che si possono avere due pericolose conseguenze nella concezione costitutiva della Chiesa stessa: quella di assegnare una priorità alla comunità, riconoscendole poteri carismatici efficienti e propri, e quella di trascurare l’aspetto potestativo nella Chiesa, con accentuato discredito delle funzioni canoniche nella società ecclesiale; donde è derivata l’opinione d’una libertà indiscriminata, di un pluralismo autonomo, e un’accusa di “giuridismo” alla tradizione e alla prassi normativa della Gerarchia.

Davanti a queste interpretazioni, che non corrispondono fondamentalmente al pensiero di Cristo e della Chiesa, vorremmo ancora oggi ricordare che l’autorità, cioè il potere di coordinare i mezzi idonei per il raggiungimento del fine della società ecclesiale, non è contraria all’effusione dello Spirito nel Popolo di Dio, sì bene veicolo e custodia; essa è stata attribuita a Pietro ed agli Apostoli, come ai loro legittimi successori, da Cristo stesso: “Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra. Andate dunque, fate che tutti i popoli diventino miei discepoli... insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” [117]; “Tutto quello che avrete legato sulla terra sarà legato nel cielo e tutto quello che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli [118]; “Chi ascolta voi, ascolta me e chi respinge voi respinge me, e chi respinge me, respinge colui che mi ha mandato” [119]. A Pietro, poi, l’ufficio di legare e di sciogliere è stato dato anche personalmente [120], mentre dell’edificio ecclesiale egli è costituito “pietra” [121], cioè “principio e fondamento dell’unità” [122], e della Chiesa dichiarato Pastore per eccellenza [123]. Sono sempre vere e solenni le proposizioni del nostro umile catechismo: vi è una trasmissione di potestà da Cristo agli Apostoli, con a capo Pietro, e dagli Apostoli ai Vescovi, loro successori con a capo il Vescovo Romano, successore di Pietro; trasmissione di potestà che, come abbiamo visto, il Concilio Vaticano Il riassume nel diritto e nel dovere davanti al Signore di “dare leggi, di giudicare e di regolare” ciò che riguarda il culto e l’apostolato [124]. Pertanto, oltre le funzioni di ministerium e di magisterium, il Concilio ha considerato su di un piano squisitamente pastorale, dandone i fondamenti dogmatici, anche il triplice potere di giurisdizione e di governo (regimen), che i Vescovi hanno il diritto e il dovere, come dicevamo, di esercitare: e cioè il potere legislativo, giudiziario e coattivo [125].

2. Soffermiamoci un istante su quello giudiziario, che ora più ci interessa, quello cioè di dirimere cause sorte tra i fedeli o di giudicare un fatto che si pretende esser commesso contro la legge, e ciò al fine di porvi rimedio; esso è talmente collegato col potere di dare leggi che, senza di esso, neppure il potere legislativo avrebbe il suo vigore. Invano infatti si attribuirebbe al superiore l’autorità di dettare leggi, se egli poi non avesse il potere di farle osservare, anche ove trattasi di punirne la trasgressione, oppure di dirimere liti e controversie, nelle quali si tratta di definire equamente il diritto. L’autorità legislativa che non avesse anche il potere esecutivo e giudiziario sarebbe socialmente inane, non avendo modo di provvedere a se stessa ed alla propria stabilità, cioè all’efficacia dell’ordine, per il bene comune, contro l’arbitrio, il dispotismo e la violenza, altrimenti inevitabili [126].

Orbene non si può negare alla Chiesa, per divina istituzione dotata d’una vera e propria potestà di giurisdizione, anche se solo analogicamente simile a quelle di origine umana, quel che si deve concedere a qualunque società ben compaginata. Il concetto rimane sostanzialmente valido, anche se nella società civile i tre poteri vengono esercitati da organi distinti, e la magistratura, alla quale è attribuito il potere giudiziario, gode di una particolare indipendenza dagli altri organi.

Nella Chiesa l’unità del triplice potere è salvaguardata dalle persone a cui Cristo lo ha affidato (Papa e Vescovi): l’esercizio di esso, tuttavia, com’è noto, viene affidato ordinariamente a persone od organi diversi (ad es. SS. Congregazioni, Tribunali: Vicario Generale-Officiali).

3. S. Paolo, che da alcuni viene esaltato come il fautore dei carismi contro l’istituzionalismo nella Chiesa, ci dà cospicui esempi di esercizio di potere giudiziario e coercitivo. In linea di principio S. Paolo riserva il potere di giudicare ai “santi”, cioè agli appartenenti alla comunità cristiana, tanto più che ad essi spetta giudicare il mondo [127]; ma da parte sua S. Paolo esercita con vigore il potere di giudicare e di punire. Non vogliamo ricordare qui le parole con cui egli giudica e condanna un fedele di Corinto, reo di incesto [128]. Basta poi leggere la seconda lettera ai Corinti e quella ai Galati, che fu scritta subito dopo, per comprendere come l’apostolo delle genti, il cantore ispirato della carità [129], esercitasse il potere che egli sentiva essergli dato da Cristo.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Ma vale la pena vedere come l’Apostolo Paolo eserciti il suo potere di giudizio riguardo ai carismi ed ai carismatici. È ben vero che lo Spirito è pienamente libero nella sua azione e San Paolo, prendendo posizione contro i Tessalonicesi, raccomanda di non estinguere lo Spirito [130]. Ma è anche vero che i carismi sono per utilità della comunità, che non tutti hanno gli stessi carismi e che per la debolezza umana i carismi possono essere confusi con le proprie idee ed inclinazioni, non sempre ordinate. È pertanto necessario giudicare e distinguere i carismi per controllarne l’autenticità, per coordinarli con criteri desunti dalla dottrina del Signore e secondo l’ordine che deve essere osservato nella comunità ecclesiale. Tale ufficio spetta alla sacra gerarchia, costituita anch’essa con carisma singolare, tanto che San Paolo non riconosce valido alcun carisma che non obbedisca al suo ufficio apostolico [131].

4. Occorre distinguere il potere giudiziario dal modo di esercitarlo. È evidente che, attesa la singolare natura della comunità ecclesiale, il modo di esercitare tale potere in essa è diverso sotto molti aspetti da quello con cui lo si esercita nella società civile. Saranno utili a tal proposito le seguenti semplici osservazioni:

a) Non si può negare che la Chiesa, nel corso della sua storia, abbia preso da altre culture, per citare un esempio a tutti noto, ma non è l’unico, dal diritto romano, alcune norme anche per l’esercizio del suo potere giudiziario.

È vero, purtroppo, che la Chiesa ha derivato dalle legislazioni civili nei secoli passati anche gravi imperfezioni, anzi veri e propri metodi ingiusti, almeno “obiective”, nell’esercizio del potere sia giudiziario (processuale) sia coattivo (penale) [132]. Mentre c’è da rallegrarsi per il grande progresso fatto in merito, quanto a sensibilità e a metodi, bisogna riconoscere che la Chiesa – per ciò che riguarda il diritto di Roma – bene ha fatto ad ispirarsene, quando quel jus si imponeva per sapienza, equilibrio e giusta stima delle cose umane, scoprendo nel corpo dell’antico diritto civile positivo, più che l’arbitrio dell’abile legislatore, quella “recta ratio naturae congruens[133], che conferisce alla legge il prestigio della razionalità giusta ed umana. Né è da dimenticare che le stesse norme del diritto romano e civile subirono nel corso del tempo profonde modificazioni non solo per l’influsso di altre culture e legislazioni, ma anche e, forse, soprattutto per l’animazione che ne fece la dottrina cristiana, mediante quel fenomeno interessantissimo del diritto comune, che tanto influsso ha poi avuto nelle successive legislazioni canoniche e civili, fino ai codici dei tempi moderni, nella formulazione dei diritti dell’uomo, oggi universalmente proclamati. Non fa quindi meraviglia che i codificatori del primo codice canonico si siano in qualche modo ispirati, anche nella parte che riguarda i giudizi, alla sapienza del diritto antico e profano.

b) I principi direttivi per la nuova codificazione canonica, approvati dalla prima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, dànno un sicuro orientamento anche per la revisione del diritto processuale e penale, raccomandando uno stile più consono allo spirito pastorale del Concilio Vaticano II. La Commissione per la riforma del Codice sta lavorando in tale senso e possiamo dire che gran parte del lavoro in questo settore è già compiuto in seno ai gruppi di studio. Gli schemi già preparati contemplano, oltre ad un notevole snellimento del processo canonico, una più manifesta tutela dei diritti personali dei fedeli.

c) Nel giudizio canonico v’è certamente un sano formalismo giuridico da seguire: altrimenti regnerebbe l’arbitrio, con danno gravissimo degli interessi delle anime; ma il giudizio dipende anche e soprattutto dalla equilibrata estimazione delle prove e degli indizi da parte del giudice, la cui coscienza, quindi, è particolarmente impegnata. Il giudice ecclesiastico è, per essenza, quella quaedam iustitia animata, di cui parla S. Tommaso, citando Aristotele [134]; egli deve perciò sentire e compiere la sua missione con animo sacerdotale, acquistando, insieme con la scienza (giuridica, teologica, psicologica, sociale, ecc.), una grande ed abituale padronanza di sé, con uno studio riflesso di crescere nella virtù, sì da non offuscare eventualmente con lo schermo di una personalità difettosa e distorta i superni raggi di giustizia, di cui il Signore gli fa dono per un retto esercizio del suo ministero. Sarà così, anche nel pronunziare il giudizio, un sacerdote ed un pastore di anime, solum Deum prae oculis habens.

Lo stile pastorale, l’afflato di carità, lo spirito di comprensione mirano precisamente a questo. Non la legge per la legge, dunque, non il giudizio per il giudizio, ma legge e giudizio a servizio della verità, della giustizia, della pazienza e della carità, virtù che formano l’essenza del Vangelo, e che devono caratterizzare oggi quant’altro mai la figura del Giudice ecclesiastico.

Con queste elementari osservazioni noi abbiamo inteso riaffermare e onorare in questa fausta circostanza, che ci offre occasione di salutare all’annuale ripresa della sua attività il Sacro Tribunale della Romana Rota e quanti altri Tribunali ecclesiastici adempiono analoga missione, la funzione giudiziaria della Chiesa cattolica, e ne abbiamo delineato, quasi senza avvedercene, il processo evolutivo, rivendicandone la sorgente dalla natura e dalle origini della Chiesa stessa, stabilita da Cristo come società umana e visibile, strutturata organicamente, come corpo animato dallo Spirito Santo e avente Cristo per capo, in via di compiere, come dice S. Paolo, “il suo sviluppo per l’edificazione di se stesso nella carità” [135], e identificandone il traguardo storico per l’ora presente, post-conciliare, nel senso pastorale, che deve più profondamente informare l’esercizio della funzione giudiziaria stessa. Si aprirebbe così davanti al nostro sguardo, quale presagio augurale, la visione dell’amministrazione della giustizia ecclesiastica permeata da questo stile pastorale, caratterizzato, sì, dalle esigenze intime e impreteribili dell’ordine, ma insieme da quella progressiva scoperta della dignità della persona umana, alla quale la Chiesa, madre e maestra, oggi ci conduce, e alla quale essa ha dedicato la ormai celebre Costituzione del recente Concilio “Gaudium et Spes”, appunto “detta pastorale, perché sulla base dei principii dottrinali, intende esporre l’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo e agli uomini d’oggi” [136].

Ma non spingeremo nel futuro il nostro occhio, felici come siamo di poterlo fermare oggi sul presente. Le parole, testè pronunciate dal venerato Decano della Sacra Romana Rota, a tanto ci obbligano, e pertanto ci autorizzano a compiacerci con lui e con i valenti e zelanti Uditori e Officiali dello stesso sacro Tribunale. Lo possiamo infatti e lo vediamo adempiere il compito suo con l’alta coscienza dei suoi diritti e dei suoi doveri, con assoluta integrità nell’interpretazione e nell’applicazione della legge canonica, con sapiente comprensione delle necessità della Chiesa e degli uomini d’oggi, con limpido disinteresse nell’offerta dei suoi servizi, anzi con larga sollecitudine affinché a tutti, ai meno abbienti non meno che a chiunque altro, sia accessibile il suffragio della giustizia. È questa, oltre che una doverosa osservanza delle norme giudiziarie, proprie della Chiesa, una esemplare testimonianza della sua luminosa romana tradizione e della consapevolezza della sua presente vocazione di fedeltà a Cristo e allo Spirito, che da Lui deve fluire nelle membra del suo mistico Corpo.

Ecco, venerati e dotti Prelati, quanto abbiamo desiderato di comunicarvi, con semplicità di riflessioni, in questa circostanza tanto a noi gradita; non dubitiamo che continuerete nella vostra azione, al servizio della Chiesa, con quella coscienza di altissima responsabilità e di totale dedizione, che debbono distinguere fedeli collaboratori del Papa e della Santa Sede, quali voi siete. Invochiamo su di voi i doni dello Spirito Santo, che stamane avete fervorosamente pregato: e, in pegno della sua continua assistenza, di cuore vi impartiamo la nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1972, in AAS, 64 (1972), pp. 202-205

È per noi sempre motivo di alti pensieri l’incontro personale con il nostro Tribunale della Sacra Romana Rota, in occasione dell’inaugurazione ufficiale del nuovo anno giudiziario; incontro distribuito nel suo triplice momento; dapprima con il venerato Decano in privato colloquio, poi con il Collegio dei Giudici, e quindi con tutti i membri del Tribunale stesso compresi gli Officiali e gli Avvocati nella piena sua assemblea, quale noi ora abbiamo davanti. Questo stesso modo di presentazione dimostra l’importanza attribuita nella Curia Romana a questo organo per il quale la Sede Apostolica esercita la sua potestà giudiziaria; e noi ricevendo la visita ch’esso ci rende, mentre ringraziamo dell’omaggio a noi espresso da così cospicua presenza e dalle nobili parole di Monsignor Decano, intendiamo onorare il Tribunale della Sacra Romana Rota, dimostrare la nostra stima alle persone che lo compongono, confermare la nostra fiducia nella funzione che gli è propria, rivendicare la competenza, che la costituzione della Chiesa nei termini della legge canonica, gli riconosce, e testimoniare con l’importanza da noi attribuitagli il culto alla giustizia, quale, in seno alla società ecclesiastica, è dovere, è amore, specialmente da parte nostra, professare.

Sì, noi onoriamo la vostra magistratura. La S. Scrittura, per le parole costitutive di S. Paolo, ce ne fa obbligo [137]; la tradizione, che rimonta a quella anteriore al nuovo Testamento, ci rende gelosi custodi ed esecutori del servizio, che nella Chiesa organizzata e visibile, qual è la nostra Chiesa cattolica, l’autorità responsabile, la gerarchia, deve prestare per la tutela del diritto d’ogni membro della comunità dell’amore quale appunto è la Chiesa come pure per l’osservanza d’ogni rispettivo dovere. E noi intendiamo oggi dare a questa Udienza precisamente questo riconoscimento del giusto rapporto fra Chiesa e Diritto canonico se pure qui ne restringiamo la considerazione alla vostra particolare provincia, quella giudiziaria, riaffermando la legittimità, la dignità, l’importanza della vostra funzione, non tanto per la stretta e parallela analogia, che l’amministrazione della giustizia ecclesiastica ha con quella civile, quanto per la sua originale derivazione dal disegno costituzionale divino della Chiesa Corpo Mistico di Cristo, animato dallo Spirito di libertà, di amore, di servizio e di unità, al quale disegno il recente Concilio ci ha richiamati con la sua dottrina ecclesiologica.

Si è tanto discusso circa l’esistenza d’un Diritto canonico, cioè d’un sistema legislativo, in seno alla Chiesa, fino a qualificare, non senza qualche biasimo e qualche ironia, di “giuridismo” ogni sua sollecitudine normativa, a squalificare perciò questo aspetto della vita ecclesiastica, quasi che le espressioni difettose dell’attività legislativa nella Chiesa giustificassero la riprovazione e l’abolizione di tale attività, in virtù di inesatte interpretazioni di certi passi scritturali [138]. Non si riflette che “una comunità senza legge, lungi dall’essere o dal potere essere, in questo mondo, la comunità della carità, non è mai stata e non mai sarà altro che la comunità dell’arbitrio” [139]. E non si osserva poi il fatto che non mai forse come al nostro tempo, tanto mal disposto verso il Diritto canonico per una certa abusiva interpretazione del recente Concilio come se avesse allentato i vincoli giuridici e gerarchici essenziali nella Chiesa, si è pronunciata una tendenza proliferatrice legislativa ad ogni livello ecclesiale per un impellente bisogno di sigillare in canoni di nuova fattura le innovazioni più varie, e talvolta perfino illogiche. Questo fatto, contenente senza dubbio anche propositi di sane riforme e di auspicabili aggiornamenti, che oggi la Chiesa non solo consente e guida, ma anche promuove, non ci lascia senza apprensione per le possibili incoerenze di queste novità giuridiche con la dottrina e con la norma vigenti nell’insegnamento della Chiesa; ed ancor più perché questa tendenza a mutare, secondo nuovi e discutibili principi, la prassi ecclesiale, passa facilmente dal campo giuridico al campo morale, e lo invade e lo sovverte con fermenti pericolosi; intaccando dapprima il concetto ovvio di diritto naturale, poi l’autorità della legge positiva, religiosa o civile che sia, perché esteriore all’autonomia personale o collettiva; e, affrancando in tal modo la coscienza da chiara cognizione e da onesta ammissione dell’obbligazione morale oggettiva, la rende, diciamo, libera e sola, sì, ma cieco criterio, ahimé!, dell’operare umano, abbandonata così alla deriva, ed esposta all’opportunismo delle singole situazioni o agli impulsi istintivi, psico-somatici, senza più ordine autentico, né freno veramente personale, coonestati invece da un falso ideale di liberazione e da un sofistico attestato della così detta e dilagante moralità permissiva. Che cosa rimane del senso del bene e del male? che cosa rimane della nobiltà e della grandezza dell’uomo? Com’è vero che l’uomo senza legge non è più uomo! E com’è vero, praticamente, che la legge, senza un’autorità che la insegni, la interpreti e la imponga, facilmente si oscura, infastidisce e svanisce! E come la nostra libertà cristiana deve distinguersi da quella stigmatizzata dell’apostolo Pietro: “Liberi, sì, ma senza farvi della libertà un velo per colpire la malizia, ma come servi di Dio”! [140]. Né valga a noi appellarci contro la necessità d’una legge alla libertà dello Spirito, o a “quella libertà (dalla legge giudaica) dalla quale Cristo ci ha liberati” [141]. Perché proprio Lui, Cristo, ci ha pur detto: “Non crediate ch’Io sia venuto a abolire la legge, o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per compiere” [142]; e il compimento ne sarà l’assorbimento e l’esaltazione nel precetto che tutti li riassume, l’amore di Dio e l’amore del prossimo [143], e sarà il precetto nuovo, testamentario di Cristo: “Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amati” [144]. Facciamo eco, come vedete, alle sapienti affermazioni, testé pronunciate dal venerato Decano della Sacra Romana Rota.

Siamo arrivati alle sorgenti del Diritto canonico, che dovrà giustificarsi dal riferimento a questo principio evangelico, del quale tutta la legislazione ecclesiastica dovrà essere permeata, anche se l’ordine della comunità cristiana e la supremazia della persona umana, a cui tutto il Diritto canonico è rivolto, esigeranno l’espressione razionale e tecnica propria del linguaggio giuridico. Voi ne siete maestri.

E non vi sarebbe bisogno di aggiungere, dopo la difesa di prammatica, che abbiamo appena accennata per il Diritto canonico, al quale è dedicata la vostra austera funzione, se il Concilio non ci ricordasse una nota che deve pur inserirsi, se non nella lettera, nello spirito del suo esercizio, la nota pastorale, la quale ha caratterizzato quell’avvenimento e ne ha penetrato il grande tomo dei suoi documenti.

Anche il Diritto canonico, nella sua formulazione, nella sua interpretazione, nella sua applicazione, dovrà, dopo il Concilio, portare l’impronta di quella nota pastorale, che ci sembra debba imprimere alla legge della Chiesa un carattere più umano, ove ce ne fosse bisogno, più manifestamente sensibile alla carità, che tale legge deve promuovere e tutelare nella comunità ecclesiale e nei confronti della società profana; più chiaramente memore della natura dell’autorità ecclesiastica, essere cioè essa servizio, ministero, amore; e più esplicitamente rivolta alla difesa della persona umana ed alla formazione del cristiano alla partecipazione comunitaria della vita cattolica.

Tanto si è già scritto e discusso a questo riguardo; e voi certamente avrete già individuato i punti che, in virtù del Concilio, possono riguardare la prassi del vostro Tribunale e dell’esercizio della funzione giudiziaria in genere nella Chiesa; come pure i perfezionamenti legislativi circa il diritto matrimoniale, di cui principalmente si occupa la Sacra Rota, perfezionamenti a cui si è già posto mano, come, ad esempio, con le nuove norme relative ai matrimoni misti, senza per questo che menomamente le leggi inviolabili della famiglia siano alterate, ché anzi dalla sapiente tutela ed applicazione del vostro autorevole Tribunale, come da ogni altro nella Chiesa cattolica, devono avere, a bene di tutti, inalterato e provvido suffragio.

Che, se con la intemerata probità della vostra vita personale, con la consumata conoscenza delle scienze canoniche, con l’umano e cristiano interesse per la sollecita e rigorosa trattazione delle cause a voi affidate, e con la religiosa pietà con cui circondate questa Sede Apostolica, voi continuerete a compiere la vostra difficile e delicata funzione, una missione voi adempirete, una testimonianza darete alla giustizia e alla carità di questa Chiesa Romana, e sarà per voi, oltre che l’adesione ed il plauso del mondo cattolico, e quello, noi crediamo, del mondo forense, la nostra fiducia, la nostra riconoscenza, la nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 8 febbraio 1973, in AAS, 65 (1973), pp. 95-103

Vivissima gioia ci procura questo incontro annuale con voi, venerati uditori e ufficiali della Sacra Romana Rota, perché oltre a darci l’opportunità di rinnovare l’espressione della nostra fiducia nella missione che, come Pastore-Vicario di Cristo, vi abbiamo affidata, ci offre altresì la possibilità di conoscere i vostri sentimenti e i vostri propositi. Abbiamo così potuto sentire riaffermata, attraverso le parole del vostro venerato decano, monsignor Boleslao Filipiak, la vostra sollecitudine pastorale; sollecitudine che presso di voi è una tradizione di saggia equità, di “sacerdotale moderazione” [145], e corrisponde pienamente allo spirito della Chiesa, alle direttive del Concilio Vaticano Il e ai voti di tutto l’episcopato cattolico. In realtà le qualità del diritto che voi applicate devono apparire nell’esercizio della vostra funzione e nelle sentenze che pronunziate. Interpretando il diritto, voi fate uso dei poteri e della libertà che vi sono stati concessi; per voi, un giusto giudizio non è soltanto una sentenza dove si riscontra l’equità naturale; esso riflette ancor più quella aequitas canonica che è frutto della vostra carità pastorale e costituisce una delle sue più delicate espressioni.

Nel lavoro del legislatore canonico, come nell’opera del giudice ecclesiastico, l’aequitas canonica resta un ideale sublime e una regola preziosa di condotta. Ciò fu richiamato assai chiaramente durante la preparazione del Concilio: In omnibus legibus ferendis eluceat spiritus caritatis et mansuetudinis Christi, qui semper aurea et perennis regula Ecclesiae est, et leges iudiciaque informare debet [146]. Tra le norme per la revisione del codice, approvate dal primo Sinodo dei Vescovi, ancora una volta fu raccomandata questa regula aurea: Codex non tantum iustitiam sed etiam sapientem aequitatem colat quae fructus est benignitatis et caritatis ad quas virtutes exercendas Codex discretionem atque scientiam Pastorum et iudicum excitare satagat [147]. Il diritto canonico così appare non solamente come norma di vita e regola pastorale, ma altresì come scuola di giustizia, di discrezione e di carità operante. Tutto ciò dove potrà meglio verificarsi se non presso di voi, nel vostro Tribunale, dove lo stesso diritto è applicato a servizio delle anime?

Abbiamo avuto già occasione di manifestarvi il nostro desiderio di approfondire questo concetto di aequitas canonica, per metterne in luce il valore [148]. Oggi ci proponiamo di farlo; e a tal fine occorrerà risalire alla natura stessa del diritto della Chiesa.

Natura pastorale del diritto della Chiesa

Indirizzandoci a giudici provenienti da ogni nazione e qui riuniti, noi recentemente abbiamo ricordato che il diritto canonico est ius societatis visibilis quidem sed supernaturalis quae verbo et sacramentis aedificatur et cui propositum est homines ad aeternam salutem perducere [149]. Per questo motivo è un Ius sacrum, prorsus distinctum a Iure civili. Et quidem ius generis peculiaris hierarchicum idque ex ipsa voluntate Christi. Id totum inseritur in actionem salvificam qua Ecclesia opus redemptionis continuat [150]. Così il diritto canonico è per la sua natura pastorale, espressione e strumento del munus apostolicum ed elemento costitutivo della Chiesa del Verbo Incarnato.

In quanto società visibile, la Chiesa possiede il suo diritto, fondato sulla natura stessa della Chiesa come “popolo costituito in corpo sociale, organico, in virtù di un disegno e di un’azione divina, mediante un ministero di servizio pastorale – ci piace sottolinearlo – che promuove, dirige, ammaestra e santifica in Cristo l’umanità che a Lui aderisce nella fede e nella Carità” [151]. Il Concilio ha voluto chiarire questo mistero sottolineando il carattere sacramentale della società ecclesiale: Ecclesia in Christo veluti sacramentum seu signum et instrumentum intimae cum Deo unionis totiusque generis humani unitatis [152]. Ipse sanguine suo Eam, acquisivit, suo Spiritu replevit, aptisque mediis unionis visibilibus et socialibus instruxit [153]. In ciò vi è una analogia misteriosa; infatti, prosegue il Concilio, sicut natura assumpta Verbo Divino ut vivum organum salutis, Ei indissolubiliter unitum inservit, non dissimili modo socialis compago Ecclesiae Spiritui Christi Eam vivificanti ad augmentum Corporis inservit [154]. Tale unione è così stretta da non permettere che questi due aspetti, pur distinti, siano in opposizione tra loro. La società visibile è comunità spirituale, e questa non può esistere senza e al di fuori di quella: Societas ... organis hierarchicis instructa et mysticum Christi Corpus, coetus adspectabilis et communitas spiritualis, Ecclesia terrestris et Ecclesia caelestibus donis ditata, non ut duae res considerandae sunt, sed unam realitatem complexam efformant, quae humano et divino coalescit elemento. Ideo ob non mediocrem analogiam incarnati Verbi mysterio assimilatur [155]. Il diritto tende a strutturare e ad organizzare questa realtà organica quae iuridicam formam exigit et simul caritate animatur [156]. Diritto e Carità non possono essere in opposizione là dove sono essenzialmente uniti.

Ciò ha indotto un Padre del primo Sinodo dei Vescovi ad affermare che nella Chiesa il divino e l’umano non sono due cose che si oppongono, ma elementi che si uniscono in una sola realtà. Il loro rapporto non è sicut res ad rem. Potius ... utrumque elementum, tamquam essentialiter constitutivum, unitatem vitae Ecclesiae efformant ita ut structura externa sit ad modum signi sacramentalis quo vita interna Ecclesia significatur et creatur. Hac ratione tota Ecclesiae activitas iuridica est ad modum signi sacramenti salutis quod est Ecclesia quin hoc signum ad activitatem iuridicam restringatur. Sub hoc aspectu, activitas iuridica Ecclesiae non potest habere alium finem nisi manifestare et inservire vitae Spiritus scilicet vitae divinae fidelium, praesertim caritati [157]. Ci piace rilevare che la redazione del Ius novum, che dovrà necessariamente ispirarsi al Concilio, non farà che applicare tale dottrina; ed anche i principii di questa revisione riprenderanno la dottrina stessa [158].

La sacramentalità della Chiesa assicura la sua unione con Dio, la sua efficacia soprannaturale, il suo senso di Cristo. Essa è, inoltre, animata dallo Spirito che costruisce ed anima il Corpo Mistico di Cristo, Popolo di Dio, vi trasfigura gli uomini in figli di gloria e loro assicura la libertà dei figli di Dio; li fa pregare con la preghiera di Gesù [159] ed agisce nel loro apostolato. Ogni apostolato è atto di Cristo; esso non può esercitarsi che sotto l’impulso dello Spirito. E come lo Spirito scandaglia le profondità di Dio [160], e sa ciò che piace al Signoren [161], così suscita in noi una preghiera ineffabile e continua l’azione salvifica di Cristo attraverso gli atti dei suoi membri, Pastori e fedeli. Se il Diritto canonico ha il suo fondamento in Cristo, Verbo Incarnato, e pertanto ha valore di segno e di strumento di salvezza, ciò avviene per opera dello Spirito che gli conferisce forza e vigore; bisogna adunque che esso esprima la vita dello Spirito, produca i frutti dello Spirito, riveli l’immagine di Cristo. Per questo è un diritto gerarchico, un vincolo di comunione, un diritto missionario, uno strumento di grazia, un diritto della Chiesa. Queste qualità sono le esigenze dello Spirito che vivifica e dirige la Chiesa, l’unisce a Cristo, la porta a Dio e agli uomini in uno stesso slancio d’amore. È questo lavoro dello Spirito che noi vorremmo ora rilevare nella evoluzione di questa aequitas canonica che conferisce al diritto della Chiesa la sua fisionomia, il suo carattere pastorale.

L’”aequitas canonica” nella sua evoluzione e nel suo avvenire

La Chiesa è, come abbiamo visto, sacramento di Gesù Cristo, come Gesù Cristo nella sua umanità è sacramento di Dio [162]. È in questo mistero che dobbiamo vedere la funzione del diritto canonico, la vostra missione e quella virtù che, a poco a poco istituzionalizzata, è diventata l’aequitas canonica, definita dall’Hostiensis iustitia dulcore misericordiae temperata [163]: definizione che sarà ripetuta da tutti i canonisti. L’Hostiensis così prosegue: Hoc autem a Cypriano sic describitur: aequitas est iustitia, est motus rationabilis regens sententiam et rigorem. Haec est enim aequitas quam iudex, qui minister est, semper debet habere prae oculis, scilicet sciat bonos remunerare, malos punire. Via regia incedens et se rationabiliter regens, non declinans ad dexteram vel sinistram. A leggere questo testo non vediamo noi forse apparire una luce, il Signore della giustizia e della grazia, il Salvatore e il Giudice degli uomini?

La Chiesa fin dalla sua origine assunse nella sua vita tutto ciò che nella vita sociale e nelle aspirazioni degli uomini vi era di vero, di nobile, di giusto e di bello, facendo così risplendere la carità di Dio nell’umanità divinizzata dallo Spirito di Amore. L’equità rappresenta una delle più alte aspirazioni dell’uomo. Se la vita sociale impone le determinazioni della legge umana, tuttavia le sue norme, inevitabilmente generali ed astratte, non possono prevedere le circostanze concrete nelle quali le leggi verranno applicate. Di fronte a questo problema, il diritto ha cercato di emendare, di rettificare e anche di correggere il rigor iuris; e ciò avviene per opera dell’equità, la quale in tal modo incarna le aspirazioni umane verso una migliore giustizia.

Nel diritto canonico l’aequitas, che la tradizione cristiana ricevette dalla giurisprudenza romana, costituisce la qualità delle sue leggi, la norma della loro applicazione, una attitudine di spirito e d’animo che tempera il rigore del diritto. La presenza dell’aequitas, come elemento umano correttivo e fattore di equilibrio nel processo mentale che deve condurre il giudice a pronunziare la sentenza, si riscontra nelle Decretali e in tutta la storia del diritto canonico, sia pure con denominazioni diverse.

Questo elemento in modo specialissimo caratterizza la vostra giurisprudenza. La Chiesa impone al giudice ecclesiastico l’obbligo di giudicare ex aequo et bono; quest’obbligo il vostro tribunale l’ha fatto sempre suo, soprattutto nel trattare le cause affidate arbitrio Rotae: è l’aequitas iure informata.

Il codice attuale ha fatto proprie le esigenze di misericordia e di umanità in vista di una giustizia più dolce, più comprensiva. Parla di aequitas naturalis, di aequitas canonica, richiamandosi al principio ultimo, a cui si farà appello, il diritto naturale o il diritto canonico. Precisa poi la portata dell’aequitas e la funzione che le spetta: questa consiste in una giustizia superiore in vista di un fine spirituale; addolcisce il rigore del diritto, e talvolta aggrava anche certe pene; in ogni caso si distingue dal puro diritto positivo, allorché questo non può tener conto delle circostanze. Arriva infine a raccomandare perfino, conformemente alle origini apostoliche del diritto [164], di evitare il processo, rimettendo la causa ad arbitri che giudichino ex bono et aequo [165].

Oggi, l’influenza del Concilio Vaticano II si fa sentire sempre più sull’evoluzione del diritto: non si renderà forse necessario un ripensamento dell’aequitas canonica alla luce del Concilio stesso, per conferire ad essa un valore più cristiano e un significato più fortemente pastorale? I principi della revisione sembrano insinuarlo: la sapiens aequitas di cui essi parlano, è frutto di benignità e di carità. Un ripensamento di questa istituzione dovrà salvaguardarne lo spirito.

Valore pastorale del “munus iudicandi”

È attraverso l’aequitas canonica che si afferma il carattere pastorale del vostro ufficio giudiziario, carattere anche recentemente riaffermato in maniera autorevole [166]. Invero questo ministero della Chiesa è, nel pieno senso della parola, pastorale; è un ministero del sacerdozio cristiano [167]; ha le sue radici nella missione che il Signore affidò al “Primo Pietro” [168], il quale nei suoi successori continua a governare, a insegnare e a giudicare [169]; fa parte integrante del mandato apostolico e ne sono partecipi tutti coloro, sacerdoti e laici, che sono chiamati ad esercitare la giustizia in nome nostro e in nome dei nostri fratelli nell’episcopato. Questo potere fu esercitato dagli Apostoli, e i loro successori hanno continuato tale missione. Seguendo il consiglio dell’Apostolo delle Genti, essi hanno giudicato anche le cause civili per farvi prevalere il diritto temperato dalla carità [170]. Lo rammenta S. Agostino: Constituit enim talibus causis ecclesiasticos cognitores, in foro “civili” prohibens iurgari christianos [171]. Quando il cristianesimo avrà trasformato i costumi della società, queste cause secolari saranno rimesse al foro civile, dove pure si ama vedere la giustizia applicata secondo le norme della Verità divina.

Questo ministero del giudice ecclesiastico è pastorale perché viene in aiuto ai membri del Popolo di Dio, che si trovano in difficoltà. Il giudice è per essi il buon Pastore che consola chi è stato colpito, guida chi ha errato, riconosce i diritti di chi è stato leso, calunniato o ingiustamente umiliato. L’autorità giudiziaria è così un’autorità di servizio, un servizio che consiste nell’esercizio del potere affidato da Cristo alla sua Chiesa per il bene delle anime.

Tale servizio, per essere evangelico, eviterà qualsiasi forma di assolutismo o di egoismo; si compirà nel rispetto della persona, libera e responsabile; consisterà nel guidare senza opprimere, nell’amare un fratello che accetta l’obbedienza come dovere, e non come necessità estrinseca, come un bene per il cristiano e un beneficio per la comunità.

Il giudice terrà conto, grazie all’aequitas canonica, di tutto ciò che la carità suggerisce e consente per evitare il rigore del diritto, la rigidità della sua espressione tecnica; eviterà che la lettera uccida per animare i suoi interventi con la carità che è dono dello Spirito che libera e che vivifica; terrà conto della persona umana, delle esigenze della situazione che, se impongono talvolta al giudice il dovere di applicare la legge più severamente, ordinariamente portano ad esercitare il diritto in maniera più umana, più comprensiva: bisognerà vigilare non solamente per tutelare l’ordine giuridico, ma altresì per guarire ed educare, dando prova di vera carità. L’esercizio pastorale del potere giudiziario è piuttosto medicinale che vendicativo; se vi sono delle pene, queste non dovranno apparire mai come una vendetta, ma secondo il pensiero di S. Agostino, come una espiazione desiderata [172].

Opera pastorale sarà ancora questa dottrina ponderata, costantemente rinnovata e adattata in virtù della stessa aequitas canonica che voi applicate. Le decisioni rotali sono un monumento di scienza giuridica e di saggezza cristiana, cui si aggiungono oggi come felice complemento le decisioni del Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica, regolarmente pubblicate. Profittiamo sufficientemente di questi tesori che contengono non soltanto norme giuridiche e regole di diritto, ma altresì numerose indicazioni pastorali di carattere psicologico e sociale?

Ma parlare oggi di Pastorale comporta un altro significato, che ha un legame profondo col compito pastorale dell’episcopato e la missione apostolica della Chiesa. La Pastorale è l’organizzazione ben ponderata dall’apostolato; essa ha di mira la ripartizione equilibrata delle persone, favorisce una migliore collaborazione mediante un programma pastorale fondato su una informazione seria ed oggettiva, programma che tuttavia non può soffocare lo Spirito [173], né impedire la libertà dei suoi doni [174]. Questa pastorale d’insieme non può diventare né un vincolo, né una forma nuova di autoritarismo, di dominio o di centralizzazione eccessiva.

Più ancora di un rinnovamento del lavoro apostolico per mezzo di una migliore collaborazione, la Pastorale si preoccupa delle persone, di coloro che sono alla ricerca della verità, di coloro che devono crescere in Cristo. È in questo senso che una Costituzione del Concilio Vaticano II fu denominata pastorale; essa costituisce uno sforzo di inserzione e di presenza della Chiesa ex eo quod, principiis doctrinalibus innixa, habitudinem Ecclesiae ad mundum et ad homines hodiernos exprimere intendit [175].

Il diritto canonico, così come i Pastori e i giudici, deve aprirsi alle esigenze di una pastorale rinnovata. Quemadmodum omnia quae in Ecclesia sunt – così affermava il nostro venerato Predecessore Pio XII – ita ius canonicum quoque omnino in animarum curationem contendere... Sive cum in ecclesiasticas res administrat, sive cum iudicia exercet, sive cum sacrorum administrator aut Christi fideles consilio iuvat, assidue cogitet a se de animorum salute ... rationem esse reddendam [176].

Siamo lieti di avere potuto svolgere queste riflessioni insieme a voi sulle esigenze della vostra missione, sulla natura del diritto canonico e sul mistero della Chiesa. Questo mistero è sempre presente al nostro spirito, l’abbiamo fatto così spesso oggetto delle nostre considerazioni, le sue divine profondità ci appaiono sempre più luminose e confortanti: Ecclesia de Trinitate [177]. La Chiesa è questo Christus totus che, nello Spirito, unisce l’umanità alla vita divina dove il Padre dei Lumi si esprime nel Suo Verbo per unirsi ambedue in questo mutuo amore che è lo Spirito Santo. La Chiesa è il sacramento di questo amore: ecco perché essa è madre degli uomini creati a immagine di Dio e salvati dal Verbo fatto carne, essa è segno di vita divina e strumento di salvezza. E voi, pronunziando le vostre sentenze solum Deum prae oculis habentes servite e adorate proprio questo Dio d’Amore.

La giustizia che dovete esercitare con equità canonica, voi la volete più agile, più dolce, più serena. Più agile: infatti la prudenza non necessariamente si identifica con la lentezza la quale talvolta si risolve in una vera ingiustizia con grande danno delle anime; più mite: ma l’equità canonica non plus aequo urgeatur ita ut normas neglegere suadeat, perché allora diventerebbe dannosa e causa d’incertezza [178]; più serena: ma ancora, niente più nuocerebbe all’ordine sociale di una giurisprudenza la quale, per essere pastorale, vuol fare a meno del diritto; per sanare penose situazioni, porta pregiudizio alla verità rivelata e ai dati della fede; e nel consenso matrimoniale non riesce più a scorgere quel contratto di fedeltà e quel segno di unione che nella volontà umana è il primo fiore dell’amore.

Ci è nota la preoccupazione di tanti giudici che, al pari di voi, vedono diminuire il numero degli studenti nelle nostre facoltà di diritto canonico. Questa situazione pone certe Chiese particolari nella impossibilità di esercitare con competenza e rapidità il munus iudicandi loro affidato da Dio; e può altresì recare pregiudizio al pieno esercizio delle prerogative dell’episcopato.

Ecco i pensieri che abbiamo creduto bene sottoporre alla vostra riflessione, nella fiducia che vi faranno comprendere sempre più che la vostra missione è importante, che la vostra responsabilità è pastorale, che le vostre sentenze possono apportare pace e conforto.

In segno della nostra riconoscenza e della nostra stima, noi, di cuore impartiamo a voi tutti qui presenti e ai vostri collaboratori la nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 31 gennaio 1974, in AAS, 66 (1974), pp. 84-88

Veneratissimo monsignor decano!

Ancora una volta noi abbiamo il piacere di riceverla ufficialmente, in occasione dell’apertura, sebbene praticamente già da qualche tempo avvenuta, del nuovo anno giuridico del nostro Tribunale della Sacra Romana Rota, insieme con l’insigne collegio dei prelati uditori che lo compongono e con quanti officiali vi prestano l’opera loro, circondati dall’illustre ed eletta schiera degli avvocati e dei procuratori, che vi esercitano le loro funzioni. Alla compiacenza, che questo incontro ci procura, si aggiunge quella delle nobili e schiette parole con le quali ella, monsignore, ha testé voluto presentare a noi cotesto Sacro Tribunale mettendo in rilievo, piuttosto che l’opera da esso svolta, e le gravi, complesse, prementi questioni, oggi interessanti l’attività giudiziaria del foro canonico, lo spirito con cui l’esercizio di cotesto ministero, – perché tale esso è –, viene compiuto con l’ansia della perfezione, la consapevolezza delle difficoltà, l’attesa dell’annunciata revisione legislativa, per cui l’amministrazione della giustizia si fa, ad un tempo, più ardua e più meritoria.

Ed è a cotesto spirito che noi oggi fermeremo la nostra attenzione, vogliamo dire il nostro encomio ed il nostro incoraggiamento, volendo, da un lato, significare quanto ci sia gradita l’espressione di cotesti sentimenti e di cotesti propositi, e desiderando, d’altro lato, esaltare la persona di chi alla magistratura ha dedicato la propria vita, ancor prima di considerare i problemi obiettivi della sua professione.

E basti a noi, in questa occasione, corrispondere a cotesta previa considerazione dell’ordine giudiziario, la quale riguarda la persona del giudice, nell’intento di rendere omaggio al carattere sacro di chi ne possiede l’autorità e ne esercita, ancor più che la funzione, la missione, non potendosi disgiungere dall’esercizio della vostra attività un riferimento al suo carattere religioso. Diciamo cosa a voi tutti ben nota, e penetrata nell’intimità e nella profondità della vostra coscienza; ma non è certo mai vano farvi richiamo, quando, da un lato, l’origine e la natura di tale carattere sacro toccano le frontiere del divino e perciò del trascendente e del misterioso, e dall’altro la mentalità moderna tende a ridurre a dimensioni puramente razionaliste l’ambito del diritto, e a compiti puramente professionali, non diversi da quelli delle comuni attività profane, l’esercizio dell’autorità giudiziaria.

Sacra è la vostra missione, perché a voi devoluta dalla nostra autorità apostolica. È dall’investitura della nostra potestà sacerdotale e pontificia, che a voi deriva la magistratura che vi fa giudici, cioè maestri, custodi, interpreti, operatori della legge divina ed umana, che governa la Chiesa, cioè il Popolo di Dio. Tanta è la dignità, tanta l’autorità del giudice ecclesiastico, che, come ognuno ricorda, San Paolo, ai primordi della legislazione costituzionale ecclesiastica, quasi con enfasi reclama l’esistenza e l’azione del “santo”, cioè del membro della comunità cristiana, chiamato a partecipare all’autorità stessa di Cristo e dell’apostolo [179], per giudicare un membro indegno della comunità cristiana, anzi per assurgere un giorno a sentenziare con Cristo, al quale il Padre ha affidato ogni giudizio [180], perfino sugli angeli [181]. Avere coscienza di questa altissima dignità, di questa associazione alla potestà di Cristo, supremo Giudice, meditarla, risvegliarla, come ogni ministro “dispensatore dei misteri di Dio” [182] è esortato a fare ad alimento della propria spiritualità sacerdotale, così il Giudice ecclesiastico, non per gonfia e fatua ambizione, ma per ossequio al carattere divino della potestà che a lui è commessa, deve fare, quasi ripiegandosi in umiltà dentro di sé, per attingere la forza d’essere poi pari alla pericolosa grandezza del suo sovrumano mandato.

Del resto il senso sacrale della funzione giudiziaria ha sempre accompagnato nel processo storico della civiltà coloro che tale funzione hanno esercitato, ovvero su di essa hanno saggiamente discorso. Accenniamo, a prova di ciò, ad un’erudita, e certo a voi notissima, citazione di Ulpiano, rievocata dal nostro venerato Predecessore Papa Pio XII, in un memorabile discorso su la professione giuridica, e referita, sì, alla giurisprudenza, ma con quale ripercussione religiosa ai suoi cultori! Ecco: divinarum atque humanarum rerum notitia, iusti atque iniusti scientia [183]. E per corroborare questo senso religioso, che deve penetrare la coscienza del magistrato, ci possiamo valere della testimonianza d’un illustre maestro del foro civile italiano, da non molto tempo scomparso, Piero Calamandrei: “Mi convinco sempre più che tra il rito giudiziario e il rito religioso esistono parentele storiche molto più strette di quanto non indichi l’uguaglianza della parola ... La sentenza in origine era un atto sovrumano, il giudizio di Dio; le difese erano preghiere ...”. E poi: “Nell’ordine giudiziario affluivano un tempo dalle Università i giudici migliori, richiamati non dalla speranza di lauti guadagni,... ma dall’alta considerazione di cui la magistratura godeva nella pubblica opinione e soprattutto dall’attrattiva che su certi spiriti religiosi ha sempre esercitato l’austera intimità di questo ufficio, in cui il giudicare gli altri implica in ogni istante il dovere di fare i conti colla propria coscienza” [184].

Questa reminiscenza di letteratura giudiziaria dovrebbe essere qui accompagnata dall’apologia della superlativa integrità morale con cui l’ufficio vostro deve essere esercitato, in ogni suo atto, in ogni suo aspetto. Ma siamo dispensati dal farla dalla stima che noi nutriamo verso le vostre persone e verso l’intero Tribunale della Sacra Rota. La nostra lode e la nostra esortazione sorreggono la testimonianza che voi date, anche su questo capitolo essenziale della vostra attività, che impegna non poche virtù specifiche d’ordine professionale e che impone interiormente ed esteriormente uno stile di severità, di disinteresse, di magnanimità forte e paziente, a cui la vostra sensibilità cristiana aggiunge umile, ma irradiante splendore.

Voi procurate sempre di personificare la figura ideale del Giudice cattolico; e noi godiamo del prestigio, oggi si dice della credibilità, che deriva da ciò alla Chiesa e alla Curia Romana in modo particolare. Cotesta linea spirituale e morale, che configura le vostre persone e il vostro Tribunale, non risolve, ben lo sappiamo, i problemi antichi e nuovi della vostra nobile, ma delicata e complicata, attività giudiziaria. Anzi sovente li rende più complessi e pungenti, come lo sono oggi, ad esempio, quelli del rapporto fra coscienza e legalità, problema psicologico; ovvero del rapporto fra legge vigente e evoluzione civile, problema sociologico; oppure del rapporto fra lo ius conditum e lo ius condendum, problema storico.

Ma educatori come voi siete alla scuola della legge, cioè del dovere, dell’ordine in funzione dei principii generali del diritto, del bene pubblico e del dinamismo giuridico verso il bene comune, voi non trovate insolubili tali problemi, ricordando, da un lato, certi valori assoluti dell’obbligazione morale, come il timor di Dio e l’amore evangelico, il rispetto alla verità, la dignità della vita e della persona umana, l’inviolabilità della coscienza formata, la pace fra gli uomini, e così via; e, dall’altro, vorrete considerare la soverchia facilità con la quale l’uomo moderno, che tanto fieramente rivendica la propria libertà, sia poi intimamente tentato, e talora vulnerato da un relativismo sistematico, che lo piega alle scelte più facili della situazione, della demagogia, della moda, della passione, dell’edonismo, dell’egoismo, così che esteriormente tenta di impugnare la “maestà della legge”, e interiormente, quasi senza avvedersi, sostituisce all’impero della coscienza morale il capriccio della coscienza psicologica.

E giudici, come parimente voi siete, dell’operare altrui, ma non giudici della legge, che a voi solo è consegnata per la sua razionale e normale applicazione, voi saprete sapientemente conservare alla legge – alla legge della Chiesa, pensate sempre! – l’osservanza provvida e sostanziale che le è dovuta, temperandone quando e come è possibile, l’eventuale eccessiva gravità con quell’umano senso pastorale, ch’è proprio del giudice operante in virtù del ministero cristiano.

Quanto diciamo vorrebbe confortare in voi la coscienza nella missione che la Chiesa vi affida, e per ciò stesso la fiducia nella sua legislazione, sia perché essa è dettata da criteri superiori attinti alle sorgenti teologiche, e sia anche perché sperimentata da una tradizione secolare incardinata su la profonda e autentica scienza dell’uomo, e orientata verso la sua trascendente salvezza.

Sì, fiducia nella legislazione della Chiesa.

Non possiamo a questo proposito, e concludendo queste semplici parole, nascondere la sorpresa non solo da noi provata per l’eco anche a noi giunta di alcune espressioni di critica, eccessiva nelle forme e non del tutto fondata nella sostanza, circa la presente legislazione canonica sul matrimonio, pronunciate da persona molto autorevole e in una sede e in un’occasione quant’altre mai degne di più riverente e obiettivo linguaggio.

È noto l’episodio; e vi accenniamo appena, affinché anche voi, esperti e interessati quali siete nella materia, sappiate che noi non possiamo condividere alcuni giudizi ivi pronunziati sulla disciplina vigente della Chiesa, su tema di tanta importanza. Vero è che alle note negative del discorso seguono quelle positive delle quali prendiamo nota con leale riconoscenza. Ma a noi pare che i valori affermati in queste seconde, piuttosto che confermare le prime, le rettificano; così che il risultante giudizio di merito sulla vigente legge canonica del matrimonio merita per essa ancor oggi fiducia, come interprete e tutrice di norme sacre e fondamentali per l’uomo, per il matrimonio, per la famiglia, per la società, anche se, conforme alle dottrine del recente Concilio, tali norme speriamo presto saranno formulate in più completa e moderna legislazione.

Proseguite pertanto con fiducia nella vostra saggia e meritoria attività, con la nostra Apostolica Benedizione.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 30 gennaio 1975, in AAS, 67 (1975), pp. 179-183

È sempre per noi motivo di grande compiacenza l’incontro che questa annuale Udienza ci procura col Tribunale della Sacra Romana Rota. Esso ci offre propizia occasione per esprimere a così importante ed illustre istituzione della Curia Romana la nostra stima, la nostra riconoscenza, la nostra esortazione e specialmente il nostro benevolo e benediciente augurio all’inizio del nuovo anno giudiziario.

Le cortesi parole, testé pronunciate, da Monsignor Vice Decano di cotesto insigne Tribunale ci obbligano inoltre alla riflessione sulla funzione, che il medesimo Tribunale da secoli viene svolgendo in conformità alla potestà giudiziaria della santa Chiesa, qui, presso questa Sede Apostolica, dove l’esercizio di tale potestà si svolge nel suo più ampio raggio e nella sua più grave e cosciente responsabilità. Funzione necessaria, come quella che integra la potestà di giurisdizione concessa da Cristo agli Apostoli, e primo fra questi all’Apostolo Pietro, per il governo effettivo [185] della Chiesa, e che fin dalla prima esperienza della vita comunitaria e gerarchica della Chiesa stessa apparve requisita dal suo carattere sociale e opportunamente fu attuata, come ognuno sa, e che lungo i secoli si manifestò indispensabile e provvidenziale [186]; il recente Concilio implicitamente la riconobbe e la confermò come facente parte dell’ufficio episcopale e pontificio, diritto e dovere, di governare la Chiesa di Dio [187]. Funzione poi, com’è noto, libera e autonoma rispetto alle Autorità preposte all’ordine temporale, rivolta com’è a persone e a fatti appartenenti alla sfera spirituale, propria della Chiesa visibile e sociale, e per ciò stesso arbitra d’una sua distinta legislazione [188]. Funzione inoltre caratterizzata dallo stile e dalla finalità, per cui si giustifica e si esercita la potestà giurisdizionale nella Chiesa, ch’è potestà pastorale, potestà cioè di servizio e rivolta a vantaggio, non già di chi ne è investito, ma a vantaggio di coloro per cui esplica la propria autorità: principio questo dominante in tutta la concezione costituzionale della gerarchia ecclesiastica, ed ora, col recente Concilio, vigorosamente richiamato alla coscienza e alla prassi apostolica: ne godrebbe il profeta mistico medioevale, San Bernardo, tanto sensibile e tanto esigente a tale riguardo: “dobbiamo ben comprendere, egli scriveva a Papa Eugenio III, già suo alunno, che ci è stato conferito un ufficio, non un dominio” [189].

Noi diciamo questo perché noi stessi siamo sensibili all’amarezza, di cui la voce serena e grave di Monsignor Vice Decano ci ha fatto sentire il lamento per certe maligne insinuazioni e per certi ingiusti apprezzamenti a carico di cotesto intemerato organo giudiziario della Sede Apostolica, come in genere dell’esercizio della potestà propria dei Tribunali ecclesiastici, mentre ci è nota l’integrità tradizionale della Sacra Romana Rota, per il senso austero e obiettivo di cristiana giustizia che ispira l’opera sua, e, possiamo dire, sulla medesima linea quella dei Tribunali delle Chiese locali; senso che merita il nostro plauso e la nostra fiducia, e che noi auguriamo sempre inaccessibile alle debolezze d’interessi del relativismo etico e dell’opportunismo giuridico, e nello stesso tempo costantemente vigilante nel riconoscimento degli aspetti umani, sempre più emergenti nello sviluppo della convivenza sociale, verso i quali l’astratta applicazione della norma giuridica si tempera e si nobilita con la saggezza di più complesse e penetranti indagini e di più equi e talvolta perfino indulgenti procedimenti.

Soccorre a noi, a tale riguardo, un insistente pensiero circa un duplice dovere inerente all’amministrazione della giustizia; duplice dovere, quasi caratteristico della missione regolatrice delle vertenze ricorrenti nei rapporti umani, soggetti alla competenza della giustizia ecclesiastica. Dovere primo quello della tutela, e perciò stesso dell’affermazione e dell’apologia, di quei valori, che, per indiscutibili motivi, biblici, teologici o razionali che siano, rivestano carattere d’intangibile autorità, e che dal diritto divino noi dobbiamo riconoscere sanciti, e quindi come tali sacri dichiarati dal magistero ecclesiastico, non che dalla retta umana coscienza, si può dire, sempre professati. Non è questo, forse fra i tanti, quel diritto divino, e perciò quel dovere umano dell’indissolubilità d’un vero e perfetto matrimonio cioè rato e consumato, che forma l’oggetto più frequente e più grave della vostra attività giudiziaria? E non è forse cotesta chiara e inflessibile difesa dell’istituto coniugale, e di conseguenza dell’istituto familiare, base fondamentale d’una società morale, sana e civile, una missione altissima, una benemerenza incomparabile del vostro sacro Tribunale e di quanti altri Tribunali nella Chiesa cattolica hanno per propria legge il Diritto canonico? Quale vitale servizio, quale tipico esempio, quale nobile scuola di sapienza e di fortezza voi date al Popolo di Dio e, di riflesso, all’umana civiltà! Questa considerazione si potrebbe estendere ad altri capitoli della vita, oggi esposti a sue inverosimili contestazioni, come la legalizzazione dell’aborto, come ad altri attentati ai diritti fondamentali dell’uomo, e come alle insorgenti minacce contro la pace e in favore ipotetico, ma non impossibile, dei più micidiali strumenti di stragi e di guerre. Conflitti questi che esulano dalla vostra competenza, ben si sa; ma non sottratti dall’irradiazione ideale che emana dalla vostra rocca di saggezza giuridica, e che ammonisce e conforta l’umanità a fare della ragione, della giustizia, del diritto il grande ed il solo metodo valido per l’ordine migliore e pacifico dei rapporti umani. Anzi voi aggiungete, senza deflettere dall’ossequio alle esigenze della legge divina ed umana, un formidabile fattore di giustizia e di pace, la carità, quell’amore che da Dio scaturisce e a Dio stesso ritorna, e che infonde anche nel vostro austero servizio un nuovo, peculiare carattere, quello pastorale.

Ed ecco il dovere secondo, quello appunto della sollecitudine pastorale della vostra attività giudiziaria. Oh! noi ben conosciamo come il complesso di virtù professionali, proprie di Giudici nella Chiesa cattolica, è da voi conosciuto, da voi meditato, da voi osservato. Questo sia detto quanto alle vostre degne Persone, alle quali noi vogliamo pensare che tutti i componenti del vostro Tribunale siano esemplarmente associate; anzi noi auspichiamo che lo sia tutto l’eletto corpo degli Avvocati e degli Esperti, partecipe anch’esso non solo del lavoro della Sacra Rota, ma altresì del suo encomiabile spirito, del suo alto livello morale. Noi vogliamo che cotesto venerando Tribunale apparisca a tutti, alla Chiesa, al mondo, un laboratorio tipico di doti forensi, non meno di altri nel foro civile.

Ma le virtù morali spesso non bastano per soddisfare i bisogni tecnici dell’amministrazione della giustizia; occorrono le leggi, occorrono le procedure, che la rendano esatta e spedita. E quanto a quest’altro aspetto della vostra attività, dove appunto l’aspetto pastorale possa essere meglio documentato, voi sapete ch’è allo studio, per non dire in atto, la revisione del Diritto processuale canonico, mediante l’impegno e la competenza della Pontificia Commissione di ciò incaricata.

Nel frattempo, si è creduto opportuno di snellire la procedura del Codice, in materia matrimoniale, con particolari deroghe contenute nel Motu Proprio Causas matrimoniales, nato dalla necessità “di estendere ad experimentum a tutta la Chiesa un certo numero di facilitazioni sul processo matrimoniale”, come si era espressa la Pontificia Commissione per la revisione del Codice di diritto canonico, in seguito a richieste, presentate da alcuni Episcopati, di alcune facoltà in materia processuale matrimoniale, in deroga al diritto vigente. Il documento fu promulgato il 28 marzo 1971, come ben sapete, ed entrò in vigore il 1º ottobre dello stesso anno, seguito da un analogo documento per le Chiese orientali, contenente le stesse norme.

Il Motu Proprio Causas matrimoniales, segue le linee fondamentali del processo canonico tradizionale, introducendo però modificazioni procedurali circa i seguenti punti:

a) allargamento della competenza dei tribunali ecclesiastici locali e possibilità di un trasferimento della causa, prima della sua conclusione, dall’uno all’altro tribunale ugualmente competente;

b) possibilità di giudice unico in singoli casi e solo per il I grado. Possibilità inoltre che il collegio sia composto di due giudici chierici e un laico;

c) modifica in materia di appello dando la possibilità che la sentenza affermativa di primo grado venga ratificata con decreto dal tribunale di appello, quando ricorrono determinate condizioni e salvo il diritto di appello al tribunale superiore contro tale decreto quando si disponga di nuovi e gravi argomenti; allargamento dei casi speciali che possono essere trattati con rito sommario.

Quali sono stati gli effetti del Motu Proprio? Si è rivelato utile? Quali inconvenienti sono stati lamentati?

Per quanto per ora non si disponga di dati ufficiali sui frutti provocati dal Motu Proprio stesso, si ha l’impressione di unanime soddisfazione delle Conferenze Episcopali e dei tribunali per le facilitazioni processuali concesse. Tale impressione è stata convalidata da consensi espressi dai vari Consultori convenuti spesso da tutto il mondo presso la Pontificia Commissione per i lavori del Codice.

Nella redazione del nuovo diritto processuale matrimoniale si avrà cura di togliere le oscurità affiorate qua e là nell’interpretazione del Motu Proprio Causas matrimoniales.

È vivamente auspicabile che con la promulgazione del nuovo Codice di procedura si tolgano le inutili diversità tra le varie regioni ecclesiastiche; e che per la soluzione delle cause matrimoniali venga sempre seguita una procedura secondo le varie forme prospettate nella legge.

Tutto questo dice come l’esercizio della potestà giudiziaria ecclesiastica sia oggetto da parte della Sede Apostolica di cure speciali, e come nelle semplificazioni ora introdotte nella trattazione delle cause matrimoniali si voglia rendere tale esercizio più agevole, e perciò più pastorale, senza che ciò abbia da recare pregiudizio ai criteri di verità e di giustizia, ai quali un processo deve onestamente attenersi, nella fiducia che la responsabilità e la sapienza dei Pastori vi siano religiosamente e più direttamente impegnate.

E questo dice altresì a voi, Membri elettissimi del celebre e secolare Tribunale della Sacra Romana Rota, con quale interesse, con quale stima, con quale fiducia noi seguiamo la vostra opera, tanto delicata, faticosa e preziosa, e con quale riconoscenza, con quali voti noi ricambiamo vostri auguri, invocando sopra di voi la divina assistenza mediante la nostra Benedizione Apostolica.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 9 febbraio 1976, in AAS, 68 (1976), pp. 204-208 [latino]

Dilecti Filii,

Magna cum laetitia vos consalutamus, qui – ut vobis sodalibus Tribunalis Sacrae Romanae Rotae singulis annis moris est – nos adiistis, libetque asseverate nos studiose ac reverenter audivisse ea, quae illustris vester Decanus Boleslaus Filipiak, quem carum habemus ac veneramur, est eloctus. Qui quidem, sensus animi omnium vestrum, qui hic adestis, interpretatus et verbis quam maxime egregiis et permoventibus usus est, quaedam adiungens, digna sane ad quae attendamus, circa quaestiones ad ius dicendum in Ecclesia pertinentes, et circa quosdam eventus, qui eo spectant.

Adventus hic vester, peculiarem vim et auctoritatem accipit, quandoquidem singulari commendamini titulo.

Quotiescumque enim nobis occasio offertur vos, dignissimi viri, conveniendi vel exercitationem munerum vestrorum observandi, menti nostrae semper sponte occurrit gravitas officii vestri et primarium momentum ministerii, quod pro Ecclesia obitis, ius dicentes nomine auctoritateque ipsius Apostolicae Sedis.

Est enim ministerium, quod non solum praeclaris traditionibus vestri Tribunalis illustratur, sed etiam, operositate vestra et praesertim spiritu apostolatus sacerdotalis, quo imbuimini, ostendit omnimodam severitatem iudiciorum et vestram praeparationem ad munus huiusmodi, studium flagrans, quod confertis ad cotidiana officia a Sede Apostolica vobis commissa magna quidem fiducia de defensione iustitiae.

Ita fit, ut sollemnis inauguratio anni iudicialis opportunitatem nobis praebeat exspectatam publicam meritamque laudem tribuendi clarissimo isti Tribunali, atque gratum animum nostrum vobis significandi vosque confirmandi ad pergendum munus vobis mandatum, arduum sane et tacitum. Hoc eo libentius praestamus quo magis aetate nostra exercitatio potestatis iudicialis – quemadmodum prorsus quaevis ordinatio iuridica – a non paucis impugnatur in Ecclesia, quasi sit quaedam structura, quae super vim spiritualem et libertatem nuntii evangelici imponatur; haec autem res alias pertractata est.

Animum autem convertentes ad quaestiones, quae in iure canonico dicendo potiores sunt, facere non possumus quin mentes vestras dirigamus ad regionem, in qua ille veluti cultus vester iustitiae et efficacia moralis ac doctrinalis Tribunalis vestri, historia digni, magis oportet effulgeant. De Causis enim matrimonialibus cogitamus, quarum non levia incrementa sunt lugendum indicium periculorum, quibus societas horum temporum est obnoxia, quod attinet ad firmitatem, vigorem, felicitatem instituti familiaris.

Gaudemus profecto quod sollicitudo Concilii Vaticani secundi de promovenda indole spirituali matrimonii et de novis aperiendis viis, quas actio pastoralis Ecclesiae percurrat, serium officium istius Tribunalis excitavit idque induxit, ut plenam perciperet significationem rationis magis personalis, quam magisterium Concilii proposuit quaeque in aequa aestimatione amoris coniugalis et in mutua perfectione coniugum nititur. Quibus tamen rebus nihil prorsus detrahi licet de dignitate ac stabilitate instituti familiaris, neque imminui excellentiam et munus coniugale procreationis, inde exorientia [190]. Itaque multiplex experientia, quam Tribunal vestrum hausit, facultatem vobis praebet, nunc – ut ante actis temporibus – materiam perutilem et praestantissimam afferendi novae legislationi canonicae, quae in praesenti apparatur.

Nos iuvat iterum affirmare, quantum Ecclesia vobis confidat quoad hoc adiumentum vestrum, saluberrimum et pernecessarium, ad defendendum et constabiliendum institutum matrimoniale. Etenim eo quod e sententiis vestris elucent felices exitus, qui in colendis disciplinis iuridicis, biologicis, psychologicis et socialibus habiti sunt – per quas matrimonium melius cognitum est et perspectum secundum veram suam naturam ut communitas amoris – vos insimul firmiter haesistis illis principiis primariis, quae doctrina et consuetudo Ecclesiae semper sunt secutae, sive ut erroribus circa institutum matrimoniale eiusque corruptioni obniteretur sive ut ipsum matrimonium eo dirigeret, quo perfectius in dies et modo magis congruenti indolem suam consortionis coniugalis et sacramenti ostenderet.

Nunc autem sermonis iter eo nos adducit, ut mentes cogitationesque vestras dirigamus ad quasdam opiniones, quae e quibusdam placitis, quae hodie disseminantur, et e novis viis per Concilium apertis exortae sunt, quarumque fautores, cum plus aequo bona interdum extollant amoris coniugalis et coniugum perfectionis, eo sunt progressi, ut bonum fundamentale prolis posthabeant, immo etiam prorsus seponant; amorem vero coniugalem iidem elementum habeant tanti momenti etiam in iure, ut ei subiciant ipsam vinculi matrimonialis validitatem, ac propterea ad divortium, nullo fere obnitente impedimento, aditum patefaciant, quasi, deficiente amore (vel potius primigenia amoris cupiditate), ipsa deficiat validitas irrevocabilis foederis coniugalis, quod ex libero atque amoris pleno consensu ortum est.

Satis habemus hanc unam attingere vobisque probe notam animadversionem, quae quidem nobis plane digna videtur, quae nunc atque hoc loco in mentem revocetur.

Profecto dubitandum non est de momento, quod coniugali amori Concilium attribuit, cum illum praedicet perfectam coniugii condicionem optimamque metam, de qua coniuges monentur, ut constanter suam ipsorum communem dirigant vitam. Quod tamen magnopere nostra interest hoc loco rursus in sua luce ponere, hoc est: christianam de familiari instituto doctrinam, ut probe nostis, nullo modo talem coniugalis amoris notionem admittere posse, quae perducat ad relinquendam vel imminuendam vim ac signficationem pernoti iilius principii: matrimonium facit partium consensus. Quod quidem principium summum momentum habet in universa doctrina canonica ac theologica a traditione recepta, idemque saepe propositum est ab Ecclesiae magisterio ut unum ex praecipuis capitibus, in quibus ius naturale de matrimoniali instituto nec non praeceptum evangelicum innituntur [191].

Vi huius principii, omnibus probe cogniti, matrimonium exsistit eo ipso temporis momento, quo coniuges matrimonialem consensum praestant iuridice validum. Talis consensus est actus voluntatis indolis pacticiae (vel foedus coniugii, ut dictione utamur, quae hodie potior habetur quam vox contractus), qui quidem puncto temporis indivisibili gignit iuridicum effectum, seu matrimonium “in facto esse”, uti aiunt, vel vitalem statum, neque postea ullam vim habet ad “realitatem iuridicam”, quam creavit. Quod fit ut, cum semel effectum iuridicum creaverit seu vinculum matrimoniale, huiusmodi consensus irrevocabilis evadat ac virtute careat id, quod peperit, destruendi.

Hanc doctrinam Constitutio “Gaudium et spes”, licet sit pastoralis indolis, aperte docuit, ut constat ex eiusdem documenti verbis, quae sequuntur: Intima communitas vitae et amoris coniugalis, a Creatore condita suisque legibus instructa, foedere coniugii seu irrevocabili consensu personali instauratur. Ita actu humano, quo coniuges sese mutuo tradunt atque accipiunt, institutum ordinatione divina firmum oritur etiam coram societate; hoc vinculum sacrum intuitu boni, tum coniugum et prolis tum societatis, non ex humano arbitrio pendet [192].

Prorsus igitur negandum est, deficiente quovis elemento subiectivo, cuiusmodi est in primis amor coniugalis, matrimonium non amplius exsistere ut “iuridicam realitatem”, quae ortum duxit a consensu semel atque in omne tempus iuridice efficaci. Haec “realitas”, ad ius quod spectat, esse pergit ex amore minime pendens, eademque permanet, etiamsi amoris affectus plane evanuerit. Coniuges, enim, cum liberum praestant consensum, non aliud faciunt, quam ingrediuntur atque inseruntur in ordinem obiectivum, seu “institutum” quod eos superat ex eisque minime pendet nec quoad naturam suam, nec quoad leges sibi proprias. Matrimonium non a libera hominum voluntate suam repetit originem, sed institutum est a Deo, qui illud voluit suis legibus praeditum atque instructum; quas leges coniuges plerumque ultro libenterque agnoscunt atque laudibus efferunt, utcumque tamen accipere debent in suum ipsorum bonum atque in bonum filiorum et societatis. Ex ultroneo affectus sensu, amor fit officium devinciens [193].

Haec omnia non ita sunt intellegenda, quasi momentum ac dignitatem coniugalis amoris aliquo modo imminuant, cum dives copia bonorum, quae matrimoniali instituto insunt, non unice elementis iuridicis contineatur. Amor coniugalis, etiamsi in iuris provincia non assumatur, nihilominus nobilissimo ac necessario munere fungitur in matrimonio. Est vis quaedam ordinis psychologici, cui Deus ipsos matrimonii fines praestituit. Ac revera, ubi deest amor, coniuges valido incitamento carent ad omnia munera atque officia coniugalis communitatis mutua cum sinceritate exsequenda. Ex contrario, ubi viget verus coniugalis amor, hoc est amor humanus, ... plenus, ... fidelis et exclusorius usque ad mortem ... fecundus [194], tunc matrimonium reapse perfici potest secundum plenam illam perfectionis formam, quam suapte natura assequi valet.

Praeclarissimi viri ac Filii carissimi, dum huiusmodi animadversiones, quae plane constant, enuntiamus, votum facimus, ut vestra iudicialis opera semper firma observantia ducatur erga legem canonicam et constanti obsequio erga eius interpretationem praestantissimam ac pastoralem; idque praesertim fiat, cum propter hodiernam mentium inclinationem nimium permittentem, non sine detrimento rectae legis moralis, postuletur, auspice recenti Concilio, providens defensio altiorum vitae bonorum.

Plane compertam habemus laudandam sane fidelitatem, qua vestrum Tribunal normis diligenter obtemperat, quae de processibus canonicis iure latae sunt. Nostris in optatis est, ut a vestra agendi ratione iudices ecclesiastici exemplum assidue sumant, ita quidem ut neque facile neque sine legitima causa ab iisdem normis dispensationem admittant.

Quae omina ardenti animo proferimus, dum iugem imploramus effusionem caelestis Sapientiae et vobis et operae, per novum Iudicialem Annum exsequendae. Gratia Dei vobis semper adsit; perfectus Ecclesiae famulatus veluti celsissima laboris adipiscenda meta vobis ante oculos assidue fulgeat atque in difficultatibus, quae vos certo manent, adiumentum praebeat; denique nobilissimae Tribunalis vestri traditiones vos incitent ad egregias vestras mentis animique virtutes generosiore usque studio exercendas.

Haec vota ac preces Apostolica Benedictione confirmamus.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 4 febbraio 1977, in AAS, 69 (1977), pp. 147-153 [latino]

Dilecti Filii,

Iucundum est Nobis conspectus vester, grata haec opportunitas agendi vobiscum, qui magni ponderis munus in Ecclesia impletis. Libenti etiam animo audivimus ea, quae venerandus Decanus vester, verbis usus egregiis, modo est locutus.

Dum ergo initium fit anni iudicialis, dum vos contuemur, qui studiosi et impigri ad commissum vobis officium iuris dicendi incumbitis, argumentum Nobis pertractandum esse videtur, quod vestra non paulum interest. Argumentum dicimus, quod, affulgente nova quasi luce Concilii Vaticani II, diligentius est considerandum quodque in Codice iuris canonici, qui nunc recognoscitur, locum obtinet: scilicet quaestio de protectione iustitiae perfectiore reddenda.

Est etiam animadvertendum idem argumentum ad aetatem hanc, qua vitam degimus, arctius referri. Non est enim qui ignoret spatium iurium hominis hodie magis magisque amplificari, eo quod dignitas eiusdem hominis in clariore lumine ponatur. Haec extensio iurium vim habet etiam ad novum Codicem iuris canonici, cuius recognitio non esse potest sola emendatio prioris, quatenus res in aptum ordinem rediguntur, iis additis, quae inducenda visa sunt, atque iis omissis, quae non amplius vigent, sed instrumentum vitae Ecclesiae quam maxime accommodatum post celebratum Concilium Vaticanum II evadat oportet.

Etenim Codex iuris canonici recognoscendus eo spectat, ut illa, quae praedicta universalis Synodus modo generali proposuit, vitae iuridicae Ecclesiae applicentur; quod fit ope praescriptorum normarumque, quibus ordo ex parte inferantur atque serventur in omnibus partibus magnae illius communionis, quam Ecclesia efficit.

Concilium eo pertinet, ut tota vita eius communionis, in fide et caritate efficaciter ordinata sit et pacifica, et ut haec ipsa vita veluti subsidium evadat, quod tandem aliquando omnibus pastoribus et fidelibus reconciliationem afferat, id est pacem cum Deo, pacem inter ipsa membra communionis, pacem cum universis Christianis, quin immo cunctis cum hominibus bonae voluntatis. Ea ergo, quae Concilio sunt proposita, non licet censeri quasi seorsum dicta et cum aliis non conexa, sed veram normam constituunt, qua haec pax cum Deo, necnon pax Christi inter fideles ipsos et cum ceteris hominibus a Deo petenda, non solum vigeat, sed etiam ordo et pax communionis omni ope ad rem apta perficiantur, protegantur, serventur. Hac de causa finis Concilii non postremo quidem loco sed potius ratione quam maxime necessaria etiam vitam iuridicam postulat; immo inter subsidia pastoralia, quibus Ecclesia utitur, ut homines ad salutem perducat, est ipsa vita iuridica.

Verumtamen hae normae, quibus vita communionis ut pacificus convictus iuridice efficaci ratione ordinatur, non sunt – ut neminem latet – propter se ipsas, quasi finis earum in iisdem contineatur, sed potius intstrumenta sunt, quibus bona, a Deo Ecclesiae concredita, fidelibus modo ordinario et ordinato obveniant iisdemque, ut diximus, imprimis pax cum Deo et pax inter se conferatur.

Si ergo in communione Ecclesiae hanc pacem assequimur ut opus iustitiae, hoc ipsum opus, ipsa vita iuridica Ecclesiae, huic iustitiae satis facere debet, et ipsa vita iuridica tam excelsa sit oportet, ut re vera eius ope pax Christi nobis possit impertiri.

Hinc vero consequitur ius Ecclesiae vere esse indolis spiritualis, ipsum reapse a Spiritu Christi, a Spiritu Sancto, informari oportere. Qua quidem ratione ductum, Concilium postulavit, ut ius Ecclesiae esset instrumentum eius vitae spiritualis, renuens seiunctionem inter Spiritum et ius, inter Ecclesiam pneumaticam, ut aiunt, et Ecclesiam indolis institutionalis, quemadmodum appellant; siquidem in ipso mysterio Ecclesiae continetur institutio, ac quidem hierarchica, variis gradibus distincta in Populo Dei.

Haec ergo exterior et iuridica Ecclesiae structura non solum non obest vitae eius interiori, seu spirituali, ipsique Ecclesiae, quatenus est mysterium, sed etiam praesentiae et moderamini Spiritus Sancti inservit eaque fovet et tuetur.

Hoc affirmandum esse videtur: Concilium, quasi nova impulsione ductum, extulisse donum Spiritus Sancti in baptismate datum [195], ut donum, fidelibus libertatem spiritualem tribuens, qua vitam christianam agere possint modo Christianis digno (cfr. Rom. 8, 21).

Sed iura fundamentalia baptizatorum non sunt efficacia neque exerceri possunt, nisi quis officia ipso baptismate cum illis conexa agnoscat, praesertim, nisi persuasum sibi habeat eadem iura in communione Ecclesiae esse exercenda; immo haec iura pertinere ad aedificationem Corporis Christi, quod est Ecclesia, ideoque eorum exercitationem ordini et paci convenire, non autem licere, ut detrimentum afferant.

In communione Ecclesiae bona spiritualia per celebrationem Liturgiae et administrationem sacramentorum semper praebentur, quibus pax Christi infirmitatem humanam continenter corroborat. Communio ergo Ecclesiae, ut iam diximus, omnino praedita est structura iuridica, immo ea indiget; sed talis iuridica structura omnino peculiaris est, quia naturam sacramentalem Ecclesiae participat.

Concilium voluntatem suam extollendi naturam spiritualem iuris Ecclesiae eo potissimum confirmavit quod fundamentum et fontem sacramentalem potestatis hierarchicae in claro lumine posuit. In ipsa enim consecratione episcopali donum Spiritus Sancti confertur, qui, in Episcopis praesens, totam vitam communionis Ecclesiae per illos sustentat et alit. Profecto, in ordinatione episcopali munera pastoralia tribuuntur sanctificandi, docendi, regendi, quibus iidem, in persona Christi pontificis, magistri, pastoris agentes, instrumenta fiunt Spiritus Christi pro ipsorum ministerio in communione Ecclesiae [196].

Magisterium etiam ac regimen in communione Ecclesiae constant officiis et iuribus, quorum natura est supernaturalis-spiritualis, diversa ab omni potestate mere humana. Itaque vita Ecclesiae – quae magna ex parte per sacerdotium hierarchicum peragitur in cunctis, quae sunt peculiaria et propria Ecclesiae – natura sua spiritualis est, salutem fidelium operatur, afferens pacem Christi, quae non potest non esse opus iustitiae, ac quidem iustitiae divinae eademque de causa dignitatis altissimae.

Pastores ergo eo contendant oportet, ut navitas sua, etiam iuridica, sit pastoralis, a Spiritu informata, necnon ut iustitiam, cui pax Christi ut finis est proposita, prae oculis habeant. “Spiritum nolite exstinguere” (1 Thess 5, 19), etenim “Spiritus ubi vult spirat” (Io 3, 8). Spiritus Sanctus munera sua pastoribus et fidelibus tribuit, ut ad Corpus Christi aedificandum operam conferant. Verum est quidem omnia probanda esse (cfr. 1 Thess 5, 21); attamen probanda sunt, dummodo cor pateat cuivis germanae operationi Spiritus Sancti: “Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat Ecclesiis” (Apoc 2, 7).

Itaque protectio iustitiae in novo Codice iuris canonici potissimum continebitur, ut illum ipsum finem Concilii ostendat, ex quo labor iuridicus – non quidem supervacaneus sed omnino necessarius in Ecclesia secundum Dei voluntatem – habeatur subsidium pastorale informatum iustitia, cuius ope tandem aliquando pax Christi praebeatur, licet interdum, propter humanam infirmitatem, quae ab Ecclesia non est aliena, norma firmiter debeat applicari. In eadem enim Ecclesia oportet “omnia... honeste et sedundum ordinem fiant” (1 Cor 14, 40). Quapropter non est locus obiectioni ex conscientia, quae oboedientiam ecclesialem dissolvat (cfr. ibid. 14, 37; 4, 21).

Deinde protectio iustitiae in novo Codice exhibebitur, eo quod ex huius Codicis ratione idem labor iuridicus habebitur apertius indole spirituali indutus, quoniam a natura sacramentali Ecclesiae promanat et exercetur in communione Ecclesiae, quae, multis membris constans, unitatem constituit in Spiritu Sancto, qui cunctis membris in baptismate confertur, necnon membris ex ordine hierarchico in sacramentali ordinatione tribuitur ad pascendum Populum Dei. Quocirca in novo Codice periculum vitabitur funestae illius separationis inter Spiritum et institutionem, inter theologiam et ius, quia ipsum ius et potestas pastoralis theologice intelleguntur ad pacem Christi impertiendam, quae opus est iustitiae, non humanae sed divinae.

Praeterea protectio iustitiae in novo Codice inerit, quia, ut Concilium impensius docuit, communio Ecclesiae a fidelibus et pastoribus simul constituitur, ita ut fideles, sacerdotio communi praediti et communicationibus et consiliis cum pastoribus in bonum Ecclesiae operantes, non tantum subditi habentur, sed etiam cooperatores ordinis hierarchici, cui obsequiosum auxilium praestant in omnibus eius gradibus.

Demum protectio iustitiae in novo Codice locum obtinebit, quia vita iuridica non apparebit quasi dominans omnibus partibus vitae Ecclesiae, sed tamquam elementum magni momenti, inserviens vitae ipsius communionis, relinquens simul singulis fidelibus necessariam libertatem responsabilem, ut aiunt, et ad aedificandum Corpus Christi pertinentem, nisi unitas et pax totius communionis Ecclesiae postulent arctiores limites, ita ut mutuus nexus ac bonum totius communionis facilius obtineantur. Novus Codex vere ipsi Ecclesiae catholicae destinatur, quae hodie per totum mundum est diffusa. Quam ob rem varietas et bona formarum civilis cultus, in diversis partibus orbis terrarum exsistentia, plenius agnoscenda sunt et accipienda, salva unitate fidei necnon unitate communionis eiusque hierarchiae in summis principiis quoad institutiones fundamentales; quae unitas per magisterium et regimen supremi Pastoris visibiliter et viva semper est et operatur pacem Christi, quae opus est iustitiae divinae.

Iis, quae diximus, ducuntur principia, quae Codicis iuris canonici recognitionem dirigant [197]. Secundum haec – de rebus acturi sumus, quae adhuc expenduntur – in legibus eiusdem Codicis elucere debet spiritus caritatis, temperantiae, humanitatis et moderationis, quibus ab omni iure humano novus Codex distinctus sit oportet. Ut finis totius legislationis proponitur auxilium vitae spirituali fidelium afferendum, quae agenda est potius ex proprio conscientiae officio seu responsabilitate quam vi praeceptorum. “Ne igitur normae canonicae officia imponant, uti instructiones, exhortationes, suasiones aliaque subsidia, quibus communio inter fideles foveatur, ad finem Ecclesiae obtinendum sufficientia appareant; neve leges irritantes actus vel inhabilitantes personas facile Codex statuat, nisi earum obiectum magni momenti sit, et bono publico ac disciplinae ecclesiasticae vere necessarium” [198].

Praeterea eadem principia videntur requirere, ut congrua potestas discretionalis pastoribus ac fidelibus relinquatur, quemadmodum factum esse perhibetur in Constitutione Apostolica Paenitemini [199]. Patet vero usum potestatis spiritualis sacramentaliter collatae non ad arbitrium exerceri posse. Unicuique ergo fideli iura, quae lege naturali vel divina positiva habentur, agnoscenda sunt ideoque tuenda [200]. Immo, “proclamari idcirco oportet in iure canonico principium tutelae iuridicae aequo modo applicari superioribus et subditis, ita ut quaelibet arbitrarietatis suspicio in administratione ecclesiastica penitus evanescat [201].

Verumtamen haec finalitas obtineri solummodo potest mediantibus recursibus sapienter a iure dispositis ut ius suum, quod quis ab inferiore instantia laesum reputet, in superiore restaurari efficaciter possit” [202]. Admittuntur in novo Codice etiam recursus quoad actus administrativos in tribunali administrativo. Qua quidem ex parte praesumitur et requiritur moderatio, ne ea, quae defensioni iustitiae destinentur, in contrarium vertantur. Etenim defensio iustitiae non esset vere talis, si impedimentum afferret expeditae exercitationi regiminis pastoralis, quod ad ordinem et pacem communionis est prorsus necessarium. Item dicendum est iudicium seu processum esse per se quidem publicum, tamen ipsam iustitiam requirere posse, ut secreto sit agendum. Similiter recurrenti modo ordinario omnes rationes sunt manifestandae, quae contra ipsum proferuntur; sed hac etiam in re bonum pacis contrarium potest suadere [203].

Reductio poenarum ad eas, quae prorsus sint necessariae, sine dubio satis generaliter non sine ratione postulatur, ac quidem ita, ut poenae pro more sint ferendae sententiae. Sed etiam huic rei statuendi sunt limites ex consideratione vitae realis et quidem propter ordinem et pacem communionis [204].

Quae adhuc exposuimus, concludentes, haec possumus affirmare: protectionem iustitiae maxime ideo haberi arbitramur quod indoles spiritualis vitae Ecclesiae extollitur. Etenim eadem indoles efficit, ut etiam vita iuridica sit subsidium pastorale eiusdem Ecclesiae ad pacem continenter tribuendam et servandam. Hoc autem requirit, ut mentes pastorum et fidelium in exercitio iuris et potestatis intentione pacis impellantur, quasi hac sint informatae. Ne optima quidem legis latio finem suum consequi potest, nisi homines, qui eam ut normam sequuntur, eius finem amplectantur. Si ergo pax Christi est opus iustitiae, haec pax, quae est divina ideoque omnem intellectum humanum excedit, universa membra communionis ecclesialis – id probe in Domino speramus – nova semper effusione repleat, ut efficax evadat in cunctis, quae pastores et fideles agunt in vita iuridica eiusdem communionis, eaque reddat pastoralia ita ut protectio iustitiae divinae atque humanae reapse efficiantur.

Haec igitur, dilecti Filii, vobis perpendenda proponimus, quae etiam Concilii Vaticani II spiritualem ac doctrinalem ubertatem aperte demonstrant. Haec oculis vestris obversentur in mandato vobis munere exsequendo, quatenus ex illis novus quidam mentis habitus efficitur. Nos autem Christum Dominum, Principem pacis, enixe deprecamur, ut vobis lumine suo propitius adsit et sic operositas vestra iuridica in bonum totius communionis ecclesialis feliciter cedat. Haec ominati, Benedictionem Apostolicam vobis singulis universis amanti animo impertimus.


Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1978, in AAS, 70 (1978), pp. 181-186

Figli carissimi, Uditori, Officiali e Collaboratori della Sacra Romana Rota!

Nel ricevervi stamane secondo un’ormai tradizionale consuetudine che collega l’inaugurazione dell’anno giudiziario presso il vostro Tribunale all’incontro con la nostra persona, Noi siamo mossi da vivi sentimenti di stima e di riconoscenza per la segnalata attività che voi svolgete nell’ambito ed a servizio della Santa Chiesa, e chiaramente avvertiamo come tali sentimenti acquistino ora maggior rilievo e si definiscano con più esatta concretezza, dopo le deferenti parole del vostro Decano, che anche in questa circostanza ha assolto egregiamente la funzione di fedele vostro portavoce.

Sì, Noi dobbiamo esprimere un grazie sincero, che vuol dire, altresì, compiacimento e incoraggiamento, per i propositi che egli ha manifestato a nome di tutti voi, e che ci offrono un valido spunto per sviluppare alcune riflessioni. Come potremmo, infatti, non dare peso ed importanza alle qualità morali, da lui ricordate ed alle quali voi intendete, ancor più e ancor meglio che in passato, ispirare il vostro servizio ecclesiale?

Parlare di diligenza nel dovere; confermare la disponibilità nel seguire le direttive del Magistero; procurare la conveniente speditezza nell’iter processuale: son cose, queste, che potrebbero sembrare ovvie e quasi scontate, specie nel contesto dell’odierna circostanza; ma così non è, non soltanto perché Monsignor Decano si è preoccupato di dare ad esse un contenuto con esempi appropriati, che equivalgono ad altrettanti impegni, ma anche perché si tratta, in realtà, di elementi sicuramente qualificanti nella missione del Giudice ecclesiastico. Proviamo a verificare questi dati: anzitutto, la diligenza non è semplicemente la cura, o l’accuratezza nell’adempimento del proprio ufficio, ma esprime – secondo l’indicazione dell’etimologia originaria (diligere) – un attaccamento tale da implicare un sentimento d’affezione. Essa significa, ancora, sentirsi sorretti dalla coscienza della missione che si è ricevuta; significa lucida consapevolezza di fronte a responsabilità che toccano tanto spesso, ed in profondo, la sfera personale e coniugale. Se è vero che la vostra fatica è rivolta, per tanta parte, alla trattazione delle cause matrimoniali, è evidente che cosa comporta e postula, al riguardo, una tale diligenza.

Altro elemento è la celerità, circa la quale sembra a Noi opportuno di spendere qualche parola, poiché essa è certo auspicabile e va costantemente ricercata, ma sempre quale metodo subordinato e finalizzato all’obiettivo primario della giustizia. Celerità sarà così un’ulteriore espressione della anzidetta diligenza, e vorrà dire sollecitudine nello studio e nella definizione delle cause, in modo da evitare i due scogli contrapposti della fretta, che impedisce un esame sereno, e della lentezza, che priva le parti in causa di risposte tempestive ai loro problemi, non di raro angosciosi e tali da richiedere una pronta soluzione.

Ora, per garantire ai giudici l’atmosfera necessaria per un esame sereno, attento, meditato, completo ed esauriente delle questioni, per assicurare alle parti la reale possibilità di illustrare le proprie ragioni, la legge canonica prevede un cammino segnato da norme precise – il “processo” appunto –, che è come un binario di scorrimento, il cui asse è precisamente la ricerca della verità oggettiva ed il cui punto terminale è la retta amministrazione della giustizia. Forse questa linea ben definita di norme e di forme è qualcosa di vuoto e di sterile, in cui lo schema esteriore tenderebbe a prevalere sulla sostanza? è puro formalismo? Certamente no, perché tutto ciò non è fine a se stesso, ma è mezzo sapiente diretto ad uno scopo più alto. Sapete bene che il diritto canonico “qua tale”, e per conseguenza il diritto processuale, che ne è parte nei suoi motivi ispiratori, rientra nel piano dell’economia della salvezza, essendo la “salus animarum” la legge suprema della Chiesa. Pertanto anche le leggi che regolano la vicenda processuale hanno una intrinseca ragione di essere nell’ordinamento ecclesiale, sono frutto di collaudata esperienza, e vanno quindi osservate e rispettate. Garanzia di ricerca ponderata per il giudice e di illustrazione dei problemi che – come si è detto – toccano nel vivo la coscienza degli uomini e l’ordine delle famiglie, nel quadro più vasto del bene comune della Comunità ecclesiale, la procedura canonica dev’essere, pertanto, accolta con doveroso ossequio e seguita con grande attenzione, senza indulgere ad una faciloneria che finirebbe col favorire il permissivismo, a danno della stessa Legge di Dio e con pregiudizio del bene delle anime.

In questa luce debbono esser viste anche le innovazioni da Noi stessi introdotte, alcuni anni fa, col Motu-proprio “Causas Matrimoniales” per un più rapido svolgimento dei processi nelle cause di nullità matrimoniale [205], analogamente a quanto è stato fatto per altri processi, come quelli di dispensa dal rato non consumato [206]. Ora tutti questi provvedimenti anche se contengono meditate semplificazioni e prudenti snellimenti di procedura, sono stati studiati ed emanati nel pieno rispetto dell’essenziale finalità del lavoro giudiziario e consentono, pertanto, un coscienzioso esame delle cause, in modo che sia sempre possibile emettere pronuncie conformi alla verità oggettiva “solum Deum prae oculis habendo”.

Dobbiamo, pertanto, registrare con dolore la tendenza a strumentalizzare certe concessioni, motivate da situazioni ben circoscritte, per giungere ad una pratica evasione della legge processuale canonica, alla quale si è tenuti, e ciò spesso mediante l’artificiosa creazione di domicili o dimore stabili fittizi. Parimenti, è da riprovare la tendenza a creare una giurisprudenza non conforme alla retta dottrina, quale è proposta dal Magistero ecclesiastico ed è illustrata dalla Giurisprudenza canonica.

Un’innovazione di tipo diverso, che diremmo non procedurale, ma strutturale, ma pure tendente anch’essa a rendere più funzionale e spedita e degna l’amministrazione della giustizia, si è avuta laddove la competente Autorità ha provveduto ad opportune fusioni e riordinamenti dei Tribunali per le cause di nullità matrimoniale nei vari Paesi, facendo sì che i centri minori unissero le loro forze tra loro. In tal modo, si suppone assicurata a ciascun Tribunale l’effettiva possibilità di avere personale preparato e mezzi adeguati per svolgere la propria delicata ed importante funzione.

Ma l’elemento più rilevante, tra quelli sopra enumerati, resta la vostra confermata disponibilità a seguire le indicazioni del Magistero: a questo proposito, il “Decreto” emanato, nel maggio dello scorso anno, dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede e da Noi esplicitamente approvato, appare un “test” particolarmente significativo [207]. Voi ne conoscete bene l’origine, il valore e le motivazioni: preceduto da studi lunghi e accurati (come ricorda la breve introduzione che vi è premessa), confortato dall’autorevole parere della Pontificia Commissione per la Revisione del Codice di Diritto Canonico, esso si articola in due importanti risposte, che troveranno frequente applicazione proprio nel vostro stesso lavoro. Noi non dubitiamo che tali principi di dottrina vi saranno di orientamento e di guida in sede di giudizio, ed avremo così un’ulteriore dimostrazione della puntuale adesione al Magistero, che codesto rinomato Tribunale della Santa Sede ha sempre professato nella sua vita secolare.

D’altronde, non è questo un problema a sé stante, nel quadro così complesso dell’etica e del diritto matrimoniale. Pertanto, dovere di codesto Tribunale, in adempimento del mandato conferitogli dalla Chiesa, resta quello di approfondire tutte le questioni che siano ad esso sottoposte, e – per rimanere ancora nel tema dei giudizi matrimoniali – suo grave dovere è di avere particolare riguardo (come è stato opportunamente ricordato) alle questioni relative al formarsi del libero consenso, il quale solo dà origine al matrimonio, in modo che nessuno possa sottrarsi alle esigenze di un vincolo che poi soltanto Dio può sciogliere, né debba, viceversa, esser costretto da un vincolo che non è mai insorto. Assai giusta, in ordine a tale decisivo argomento, è l’osservazione che anche questo è un modo di opporsi alla violenza, che ai nostri tempi va assumendo, purtroppo, un aspetto proteiforme: diciamo – sempre in relazione al campo matrimoniale – la violenza di chi vorrebbe piegare la Legge di Dio ai suoi desideri o ai suoi capricci, ed ancora la violenza di cui è vittima chi non ha potuto emettere un libero consenso.

Rimane, infine, il dovere di studiare e di meditare per il vostro specifico settore, come deve avvenire e sta avvenendo in tanti altri settori della vita ecclesiale (liturgico, teologico, missionario, ecumenico, ecc.), le varie “implicazioni”, dirette, degli insegnamenti conciliari e di tradurle poi in pratica. Non è forse vero, infatti, che c’è ancora molto da fare a questo proposito? Se non sono mancati coloro che non hanno accolto con piena disponibilità il Concilio, ed altri che l’hanno voluto interpretare secondo le loro preferenze personali o con arbitrari criteri ermeneutici ed a danno della Chiesa, ci sono stati, però, e ci sono tanti che hanno cercato di uniformarsi, con la mente e col cuore, ai sacri decreti che il Concilio Vaticano II ha provvidenzialmente emanato.

Tra costoro vogliamo mettere i Giudici che, nelle loro sentenze, cercano di riecheggiare e di applicare, secondo opportunità, gli alti princìpi del Magistero conciliare, ad esempio gli importanti paragrafi debitamente intesi, secondo la mente del Concilio, “de dignitate matrimonii et familiae fovenda”, contenuti nella Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” [208]. Mettiamo, poi, i Giuristi ecclesiastici e laici i quali, nelle loro riunioni di studio o nei loro convegni regionali o internazionali, hanno illustrato temi giuridici di grande importanza, alla luce degli orientamenti e delle direttive del Vaticano II.

Tutto questo deve dirvi, Figli carissimi, come Noi seguiamo i problemi relativi allo sviluppo del diritto nella Chiesa e, specificamente, i problemi attinenti al vostro lavoro, mentre assicuriamo che saranno esaminate con attenzione le proposte dirette a render possibile un più proficuo lavoro. Troppo a cuore ci sta, infatti, il servizio che voi rendete alla giustizia e, per ciò stesso, alla pace; e ben presente Noi abbiamo la natura della vostra funzione che, da tanti secoli ormai, dura nella Chiesa. Perciò, quanto vi abbiamo detto costituisce, Figli carissimi che ci ascoltate, un paterno, rinnovato incoraggiamento, perché continuiate ad essere di esempio agli altri Tribunali ecclesiastici, per lo spirito pastorale che vi anima, per la prestanza scientifica dei vostri studi giuridici e, soprattutto, per l’alto senso sacerdotale ed umano che vi guida nell’amministrazione della giustizia.

Dobbiamo, forse, ricordare che le vostre decisioni e la giurisprudenza che ne deriva, fanno testo e, a volersi restringere al solo settore tecnico, sono per gli altri (singoli studiosi, Facoltà Universitarie, Sedi giudiziarie) un punto di riferimento ed un argomento di studio? Ma poi, su un piano più generale, la vostra attività tanto più merita considerazione, in quanto si svolge al presente in un contesto sociale difficile, percorso e scosso da correnti ideologiche secolarizzanti o desacralizzanti, che han fatto domandare al vostro Decano se non ci sia da temere una nuova “ferrea aetas”. Noi vogliamo allontanare il solo penero di sì triste prospettiva, ed auspichiamo che la civiltà giuridica, alla quale la Chiesa ha dato cospicui contributi anzitutto con la luce trascendente del Vangelo, che è fondamento della dignità dell’uomo, poi anche con la mediazione da lei svolta quale tramite storico del patrimonio del Diritto Romano, ed ancora con la monumentale elaborazione canonistica, continui sempre a fiorire rigogliosa nel mondo.

Valgano, dunque, queste Nostre parole a tener sempre vigile e desto il vostro spirito nell’adempimento generoso e fedele dell’alto compito che vi è stato affidato dalla Santa Chiesa. Essendo consacrato a Cristo Signore, ciascuno di voi al sacerdozio propriamente ministeriale unisce un altro ministero anch’esso sacro, perché riguarda sia l’amministrazione della giustizia, che è virtù cardinale sublimata dalla carità, sia le anime, le quali col vostro ministero possono ritrovare pace interiore, serenità e vita. Voi Uditori possedete, sì, un doppio esercizio del sacerdozio: siatene sempre degni; anzi, col vostro comportamento di ineccepibile coerenza, siatene sempre più degni!

Leggendo antiche pubblicazioni di argomento ecclesiastico, è facile rendersi conto di quale sia stata, nel corso dei secoli, la fama e l’eccellenza del vostro Tribunale. A parte la diversa competenza avuta secondo le età, a parte le trasformazioni e ristrutturazioni più volte intervenute, lo troviamo assai spesso designato con appellativi singolarmente onorifici, che dicono di quanto prestigio abbia goduto nella storia della Chiesa il Sacro Tribunale. È vostro compito, pertanto, mediante l’esercizio delle qualità morali da Noi raccomandate, con la dirittura della vita, con l’eccellenza della vostra dottrina, con l’equilibrio dei vostri illuminati giudizi, di mantenervi sempre all’altezza di questa stessa tradizione.

Vi conforti in questo la Nostra Benedizione Apostolica, pegno della superiore assistenza del Salvatore Gesù, a cui nel vicino Natale abbiamo ripetuto col Profeta la triplice invocazione della nostra fede: “Dominus iudex noster, Dominus legifer noster, Dominus rex noster” [209].


Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 17 febbraio 1979, in AAS, 71 (1979), pp. 422-427

Vi sono grato di questa visita e, in particolare, ringrazio il vostro venerato Monsignor Decano, che si è reso interprete dei vostri sentimenti.

Vi saluto tutti di vero cuore e sono lieto di questa occasione che mi permette di incontrare, per la prima volta, coloro che incarnano per eccellenza la funzione giudiziaria della Chiesa al servizio della verità e della carità per l’edificazione del Corpo di Cristo, e di riconoscere in essi, come pure in tutti gli amministratori della giustizia, e nei cultori del diritto canonico, i professionisti di un compito vitale nella Chiesa, i testimoni infaticabili di una superiore giustizia in un mondo segnato dalla ingiustizia e dalla violenza e, pertanto, i preziosi collaboratori all’attività pastorale della Chiesa stessa.

1. Come ben sapete, rientrano nella vocazione della Chiesa anche l’impegno e lo sforzo di essere interprete della sete di giustizia e di dignità che gli uomini e le donne vivamente sentono nell’epoca odierna. E in questa funzione di annunciare e sostenere i diritti fondamentali dell’uomo in tutti gli stadi della sua esistenza, la Chiesa è confortata dalla comunità internazionale che ha recentemente celebrato con particolari iniziative il trentennale della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e che ha proclamato il 1979 anno internazionale del fanciullo.

Forse il XX secolo qualificherà la Chiesa come il principale baluardo a sostegno della persona umana in tutto l’arco della sua vita terrena fin dal suo concepimento. Nell’evoluzione dell’autocoscienza ecclesiale, la persona umano-cristiana incontra non solo un riconoscimento, ma anche e soprattutto una tutela aperta, attiva, armonica dei suoi diritti basilari in sintonia con quelli della comunità ecclesiale. Anche questo è un compito irrinunciabile della Chiesa, la quale sul terreno delle relazioni persona-comunità offre un modello di integrazione tra lo sviluppo ordinato della società e la realizzazione della personalità del cristiano in una comunità di fede, speranza e carità [210].

Il diritto canonico adempie ad una funzione sommamente educativa, individuale e sociale, nell’intento di creare una convivenza ordinata e feconda, in cui germini e maturi lo sviluppo integrale della persona umano-cristiana. Questa infatti si può realizzare solo nella misura in cui si nega come esclusiva individualità, essendo la sua vocazione insieme personale e comunitaria. Il diritto canonico consente e favorisce questo caratteristico perfezionamento, in quanto conduce al superamento dell’individualismo: dalla negazione di sé come esclusiva individualità porta all’affermazione di sé come genuina socialità, mediante il riconoscimento e il rispetto dell’altro come “persona” dotata di diritti universali, inviolabili e inalienabili, e rivestita di una dignità trascendente.

Ma il compito della Chiesa, e il merito storico di essa, di proclamare e difendere in ogni luogo e in ogni tempo i diritti fondamentali dell’uomo non la esime, anzi la obbliga ad essere davanti al mondo “speculum iustitiae”. La Chiesa ha al riguardo una propria e specifica responsabilità.

Questa opzione fondamentale, che rappresenta una presa di coscienza da parte di tutto il “Popolo di Dio”, non cessa di interpellare e stimolare tutti gli uomini della Chiesa – ed in particolare coloro che, come voi, hanno un compito speciale al riguardo – ad “amare la giustizia e il diritto” [211]. Anzi, esso si addice soprattutto agli operatori dei tribunali ecclesiastici, a coloro cioè che debbono “giudicare con giustizia” [212]. Come affermava il mio venerabile Predecessore Paolo VI, voi che vi dedicate al servizio della nobile virtù della giustizia, potete essere chiamati, secondo il bellissimo appellativo già usato da Ulpiano “sacerdotes iustitiae”, perché si tratta infatti di “un nobile ed alto ministero, su la cui dignità si riverbera la luce stessa di Dio, Giustizia primordiale e assoluta, fonte purissima di ogni giustizia terrena. In questa luce divina è da considerare il vostro “ministerium iustitiae” che deve essere sempre fedele e irreprensibile; in questa luce si comprende come esso debba rifuggire da ogni più piccola macchia di ingiustizia, per conservare a tale ministero il suo carattere di purezza cristallina” [213].

2. Il grande rispetto dovuto ai diritti della persona umana, i quali devono essere tutelati con ogni premura e sollecitudine, deve indurre il giudice all’osservanza esatta delle norme procedurali, che costituiscono appunto le garanzie dei diritti della persona.

Il giudice ecclesiastico, poi, non solo dovrà tenere presente che la “esigenza primaria della giustizia è di rispettare le persone” [214], ma, al di là della giustizia, egli dovrà tendere all’equità, e, al di là di questa, alla carità [215].

In questa linea, storicamente assodata ed esperienzalmente vissuta, nel Concilio Vaticano II si era dichiarato che “con tutti si è tenuti ad agire secondo giustizia e umanità” [216], e, sia pure per la società civile, si era parlato di un “ordinamento giuridico positivo, che organizzi una opportuna ripartizione delle funzioni e degli organi del potere, insieme ad una protezione efficace e indipendente dei diritti” [217]. Su tali presupposti, in occasione della riforma della Curia, la Costituzione “Regimini Ecclesiae Universae” ha stabilito che fosse istituita una seconda sezione nel Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, con la competenza di dirimere le “contentiones... ortas ex actu potestatis administrativae ecclesiasticae, et ad eam, ob interpositam appellationem seu recursum adversus decisionem competentis Dicasterii, delatas quoties contendatur actum ipsum legem aliquam violasse[218].

Per ricordare infine l’insuperabile profilo che ne ha tracciato Papa Paolo VI “il giudice ecclesiastico è, per essenza, quella quaedam iustitia animata di cui parla S. Tommaso citando Aristotele; egli deve perciò sentire e compiere la sua missione con animo sacerdotale, acquistando, insieme con la scienza (giuridica, teologica, psicologica, sociale, ecc.), una grande ed abituale padronanza di sé, con uno studio riflesso di crescere nella virtù, sì da non offuscare eventualmente con lo schermo di una personalità difettosa e distorta i superni raggi di giustizia di cui il Signore gli fa dono per un retto esercizio del suo ministero. Sarà così, anche nel pronunziare il giudizio, un sacerdote ed un pastore di anime, solum Deum prae oculis habens[219].

3. Desidero accennare ad un problema che si pone immediatamente all’osservatore della fenomenologia della società civile e della Chiesa: cioè il problema del rapporto che intercorre tra tutela dei diritti e comunione ecclesiale. Non c’è dubbio che il consolidamento e la salvaguardia della comunione ecclesiale è un compito basilare che dà consistenza all’intero ordinamento canonico e guida le attività di tutte le sue componenti. La stessa vita giuridica della Chiesa, e perciò anche l’attività giudiziaria è in se stessa – per natura sua – pastorale: “inter subsidia pastoralia, quibus Ecclesia utitur, ut homines ad salutem perducat, est ipsa vita iuridica” [220]. Essa, pertanto, nel suo esercizio deve sempre essere profondamente animata dallo Spirito Santo, alla voce del quale devono aprirsi le menti ed i cuori.

D’altra parte, la tutela dei diritti ed il controllo relativo degli atti della pubblica amministrazione costituiscono per gli stessi pubblici poteri una garanzia di indiscusso valore. Nel contesto della possibile rottura della comunione ecclesiale e dell’esigenza inderogabile della sua ricomposizione, insieme ai vari istituti preliminari (come l’”aequitas”, la “tolerantia”, l’arbitrato, la transazione, ecc.) il diritto processuale è un fatto di Chiesa, come strumento di superamento e di risoluzione dei conflitti. Anzi, nella visione di una Chiesa che tutela i diritti dei singoli fedeli, ma, altresì, promuove e protegge il bene comune come condizione indispensabile per lo sviluppo integrale della persona umana e cristiana, si inserisce positivamente anche la disciplina penale: anche la pena comminata dall’autorità ecclesiastica (ma che in realtà è un riconoscere una situazione in cui il soggetto stesso si è collocato) va vista infatti come strumento di comunione, cioè come mezzo di recupero di quelle carenze di bene individuale e di bene comune che si sono rivelate nel comportamento antiecclesiale, delittuoso e scandaloso, dei membri del popolo di Dio.

Chiarisce ancora Papa Paolo VI: “Sed iura fundamentalia baptizatorum non sunt efficacia neque exerceri possunt, nisi quis officia ipso baptismate cum illis connexa agnoscat, praesertim, nisi persuasum sibi habeat eadem iura in communione Ecclesiae esse exercenda; immo haec iura pertinere ad aedificationem Corporis Christi, quod est Ecclesia, ideoque eorum exercitium ordinis et paci convenire, non autem licere, ut detrimentum afferant” [221].

Se poi il fedele riconosce, sotto l’impulso dello Spirito, la necessità di una profonda conversione ecclesiologica, trasformerà l’affermazione e l’esercizio dei suoi diritti in assunzione di doveri di unità e di solidarietà per l’attuazione dei valori superiori del bene comune. L’ho ricordato esplicitamente nel messaggio al Segretario dell’ONU per il XXX anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo: “Mentre si insiste – e a buon diritto – sulla rivendicazione dei diritti umani, non si dovrebbe perdere di vista gli obblighi e i doveri che si associano a questi diritti. Ogni individuo ha l’obbligo di esercitare i suoi diritti fondamentali in una maniera responsabile e moralmente giustificata. Ogni uomo e ogni donna hanno il dovere di rispettare negli altri i diritti che reclamano per sé. Inoltre, tutti dobbiamo dare il nostro contributo alla costruzione di una società che renda possibile e praticabile il godimento dei diritti e l’adempimento dei doveri inerenti a questi diritti” [222].

4. Nell’esperienza esistenziale della Chiesa, le parole “diritto”, “giudizio” e “giustizia”, pur tra le imperfezioni e le difficoltà di ogni ordinamento umano, rievocano il modello di una superiore giustizia, la Giustizia di Dio, che si pone come mèta e come termine di confronto ineludibile. Ciò comporta un impegno formidabile in tutti coloro che “esercitano la giustizia”.

Nella tensione storica per una equilibrata integrazione dei valori, si è voluto talvolta accentuare maggiormente l’”ordine sociale” a scapito della autonomia della persona, ma la Chiesa non ha mai cessato di proclamare “la dignità della persona umana, quale si conosce sia per mezzo della parola di Dio rivelata, che tramite la stessa ragione” [223]; essa sempre ha riscattato da ogni forma di oppressione le “miserabiles personas”, denunciando le situazioni di ingiustizia, allorché i diritti fondamentali dell’uomo e la sua stessa salvezza lo richiedevano, e chiedendo – con rispetto, ma con chiarezza – che a simili situazioni lesive della giustizia si ponesse rimedio.

In conformità con la sua missione trascendente, il “ministero della giustizia” a voi affidato vi pone in una responsabilità speciale per rendere sempre più trasparente il volto della Chiesa “speculum iustitiae” incarnazione permanente del Principe della giustizia, per trascinare il mondo a un’era benedetta di giustizia e di pace.

Sono certo che quanti collaborano all’attività giudiziaria nella Chiesa, e specialmente i Prelati Uditori, gli Officiali e tutto il personale del Tribunale Apostolico, nonché i signori Avvocati e Procuratori, sono pienamente consapevole dell’importanza della missione pastorale, a cui partecipano, e lieti di svolgerla con diligenza e dedizione, seguendo l’esempio di tanti insigni giuristi e zelanti Sacerdoti, che a codesto Tribunale hanno dedicato con ammirevole sollecitudine le loro doti di mente e di cuore.

Mi è caro in questo momento ricordare il Card. Boleslao Filipiak, chiamato alla patria celeste nello scorso anno; e desidero altresì rendere onore all’esempio di diligenza e di abnegazione del venerato Monsignor Carlo Lefebvre, della cui preziosa esperienza continua a beneficiare la Santa Sede dopo il servizio da lui prestato fino a pochi mesi fa alla Sacra Romana Rota.

La mia riconoscenza va anche ai Prelati Uditori, che per ragioni di salute non hanno più potuto continuare nel loro servizio.

A tutti voi la mia viva gratitudine e il mio sincero apprezzamento, con l’assicurazione della mia preghiera: il Signore vi accompagni col suo aiuto, e vi siano di sostegno il mio incoraggiamento e la mia benedizione.


Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 4 febbraio 1980, in AAS, 72 (1980), pp. 172-178

Il vedervi intorno a me, diletti figli, convenuti per l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, è per il mio animo un motivo di letizia e di conforto, come lo è pure l’aver ascoltato dal degnissimo vostro Decano, S.E. Monsignor Heinrich Ewers, la conferma dei vostri sentimenti di comune gratitudine. Anch’io vi ringrazio di cuore e vi confermo i sentimenti di benevolenza che già manifestai ad ognuno di voi nella visita, a cui ha accennato Monsignor Decano.

1. L’otto dicembre scorso, come sapete, ho reso pubblico il mio messaggio per la celebrazione della XIII Giornata Mondiale della Pace, il cui contenuto si compendia in queste parole: “La verità, forza della pace”. Vorrei trattenermi con voi, in questa occasione, sviluppando un particolare aspetto dello stesso argomento, che ha stretto rapporto col vostro ministero.

La verità non diventa forza della pace se non per il tramite della giustizia. La Sacra Scrittura, parlando dei tempi messianici, da una parte asserisce che la giustizia è fonte e compagna della pace: “nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” [224], dall’altra sottolinea ripetutamente il vincolo che associa la verità alla giustizia: “La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” [225], ed ancora: “Giudicherà il mondo con giustizia, e con verità tutte le genti” [226]. Ispirandosi a questi e ad altri testi dei Libri Sacri, teologi e canonisti, sia medievali che moderni, giungono ad affermare che la giustizia ha un suo rapporto di dipendenza nei confronti della verità: “veritas – asserisce un famoso assioma canonistico – est basis, fundamentum seu mater iustitiae” [227]; e parimente si sono espressi i teologi, con a capo S. Tommaso [228], il cui pensiero sintetizzò Pio XII affermando con vigore che “la verità è la legge della giustizia”, e poi commentando: “Il mondo ha bisogno della verità che è giustizia, e di quella giustizia che è verità” [229].

2. Per riferirmi al campo, che è propriamente vostro, in tutti i processi ecclesiastici la verità deve essere sempre, dall’inizio fino alla sentenza, fondamento, madre e legge della giustizia. E poiché oggetto prevalente della vostra attività è “la nullità o meno del vincolo matrimoniale” – come ha testé affermato Monsignor Decano – mi è sembrato opportuno dedicare, in questo nostro incontro, alcune riflessioni ai processi matrimoniali di nullità.

Fine immediato di questi processi è di accertare l’esistenza o meno dei fatti che, per legge naturale, divina od ecclesiastica, invalidano il matrimonio, cosicché si possa giungere all’emanazione di una sentenza vera e giusta circa l’asserita non esistenza del vincolo coniugale.

Il Giudice canonico deve perciò stabilire se quello celebrato è stato un vero matrimonio. Egli è, quindi, legato dalla verità, che cerca di indagare con impegno, umiltà e carità.

E questa verità “renderà liberi” [230] coloro che si rivolgono alla Chiesa, angosciati da situazioni dolorose, e soprattutto dal dubbio circa l’esistenza o meno di quella realtà dinamica e coinvolgente tutta la personalità di due esseri, che è il vincolo matrimoniale.

Per limitare al massimo i margini di errore nell’adempimento di un servizio così prezioso e delicato qual è quello da voi svolto, la Chiesa ha elaborato una procedura che, nell’intento di accertare la verità oggettiva, da una parte assicuri le maggiori garanzie alla persona nel sostenere le proprie ragioni e, dall’altra, rispetti coerentemente il comando divino: “Quod Deus coniunxit, homo non separet” [231].

Importanza degli atti istruttori

3. Tutti gli atti del giudizio ecclesiastico, dal libello alle scritture di difesa, possono e debbono essere fonte di verità; ma in modo speciale debbono esserlo gli “atti della causa”, e tra questi, gli “atti istruttori”, poiché l’istruttoria ha come fine specifico quello di raccogliere le prove sulla verità del fatto asserito, affinché il Giudice possa, su questo fondamento, pronunziare una sentenza giusta.

A questo scopo e dietro citazione del Giudice compariranno, per essere interrogati, le parti, i testi, ed eventualmente i periti. Il giuramento di dire la verità, che viene richiesto a tutte queste persone, sta in perfetta coerenza con la finalità dell’istruttoria: non si tratta di creare un evento che non è mai esistito, ma di mettere in evidenza e far valere un fatto verificatosi nel passato e perdurante forse ancora nel presente. Certamente ognuna di queste persone dirà la “sua verità”, che sarà normalmente la verità oggettiva o una parte di essa, spesso considerata da diversi punti di vista, colorata con le tinte del proprio temperamento, forse con qualche distorsione oppure mescolata con l’errore; ma in ogni caso tutte dovranno agire lealmente, senza tradire né la verità che credono sia oggettiva, né la propria coscienza.

Dalla certezza morale alla sentenza

4. Alessandro II osservava nel sec. XII: “Saepe contingit quod testes, corrupti praetio, facile inducantur ad falsum testimonium proferendum” [232]. Purtroppo nemmeno oggi i testi sono immuni dalla possibilità di prevaricare. Per questo Pio XII, nella allocuzione sull’unità di fine e di azione nelle cause matrimoniali, esortava non soltanto i testimoni, ma tutti coloro che partecipano al processo a non scostarsi dalla verità: “Mai non avvenga che nelle cause matrimoniali dinanzi ai tribunali ecclesiastici abbiano a verificarsi inganni, spergiuri, subornazioni o frodi di qualsiasi specie!” [233].

Se questo però avvenisse, gli atti istruttori non sarebbero certamente sorgenti limpide di verità, che potrebbero portare i giudici, nonostante la loro integrità morale e il loro leale sforzo per scoprire la verità, a errare nel pronunziare la sentenza.

5. Finita l’istruttoria, inizia per i singoli giudici, che dovranno definire la causa, la fase più impegnativa e delicata del processo. Ognuno deve arrivare, se possibile, alla certezza morale circa la verità o esistenza del fatto, poiché questa certezza è requisito indispensabile affinché il Giudice possa pronunziare la sentenza: prima, per così dire, in cuor suo, poi dando il suo suffragio nell’adunanza del collegio giudicante.

Il Giudice deve ricavare tale certezza “ex actis et probatis”. Anzitutto “ex actis” poiché si deve presumere che gli atti siano fonte di verità. Perciò il Giudice, seguendo la norma di Innocenzo III, “debet universa rimari” [234], cioè deve scrutare accuratamente gli atti, senza che niente gli sfugga. Poi “ex probatis”, perché il giudice non può limitarsi a dar credito alle sole affermazioni; anzi deve aver presente che, durante l’istruttoria, la verità oggettiva possa essere stata offuscata da ombre indotte per cause diverse, come la dimenticanza di alcuni fatti, la loro soggettiva interpretazione, la trascuratezza e talvolta il dolo e la frode. È necessario che il giudice agisca con senso critico. Compito arduo, perché gli errori possono essere molti, mentre invece la verità è una sola. Occorre dunque cercare negli atti le prove dei fatti asseriti, procedere poi alla critica di ognuna di tali prove e confrontarla con le altre, in modo che venga attuato seriamente il grave consiglio di S. Gregorio Magno: “ne temere indiscussa iudicentur” [235].

Ad aiutare quest’opera delicata ed importante dei giudici sono ordinate le “defensiones degli Avvocati, le “animadversiones” del Difensore del Vincolo, l’eventuale voto del Promotore di Giustizia. Anche costoro nello svolgere il lore compito, i primi in favore delle parti, il secondo in difesa del vincolo, il terzo in “iure inquirendo”, devono servire alla verità, perché trionfi la giustizia.

6. Bisogna però aver presente che scopo di questa ricerca non è una qualsiasi conoscenza della verità del fatto, ma il raggiungimento della “certezza morale”, cioè, di quella conoscenza sicura che “si appoggia sulla costanza delle leggi e degli usi che governano la vita umana” [236]. Questa certezza morale garantisce al giudice di aver trovato la verità del fatto da giudicare, cioè la verità che è fondamento, madre e legge della giustizia, e gli dà quindi la sicurezza di essere – da questo lato – in grado di pronunziare una sentenza giusta. Ed è proprio questa la ragione per cui la legge richiede tale certezza dal giudice, per consentirgli di pronunziare la sentenza [237].

Facendo tesoro della dottrina e della giurisprudenza sviluppatesi soprattutto in tempi più recenti, Pio XII dichiarò in modo autentico il concetto canonico di certezza morale nell’allocuzione rivolta al vostro tribunale il 1º ottobre 1942 [238]. Ecco le parole che fanno al caso nostro: “Tra la certezza assoluta e la quasi-certezza o probabilità sta, come tra due estremi, quella certezza morale della quale d’ordinario si tratta nelle questioni sottoposte al vostro foro... Essa, nel lato positivo, è caratterizzata da ciò, che esclude ogni fondato o ragionevole dubbio e, così considerata, si distingue essenzialmente dalla menzionata quasi-certezza; dal lato poi negativo, lascia sussistere la possibilità assoluta del contrario, e con ciò si differenzia dall’assoluta certezza. La certezza, di cui ora parliamo, è necessaria e sufficiente per pronunziare una sentenza [239].

Di conseguenza a nessun giudice è lecito pronunziare una sentenza a favore della nullità di un matrimonio, se non ha acquisito prima la certezza morale sull’esistenza della medesima nullità. Non basta la sola probabilità per decidere una causa. Varrebbe per ogni cedimento a questo riguardo quanto è stato detto saggiamente delle altre leggi relative al matrimonio: ogni loro rilassamento ha in sé una dinamica impellente, “cui, si mos geratur, divortio, alio nomine tecto, in Ecclesia tolerando via sternitur” [240].

I doveri del Giudice

7. L’amministrazione della giustizia affidata al Giudice è un servizio alla verità e nello stesso tempo è esercizio di una mansione appartenente all’ordine pubblico. Poiché al Giudice è affidata la legge “per la sua razionale e normale applicazione” [241].

Occorre, dunque, che la parte attrice possa invocare a suo favore una legge, la quale riconosca nel fatto allegato un motivo sufficiente, per diritto naturale o divino, positivo o canonico, ad invalidare il matrimonio; attraverso questa legge si farà il passaggio dalla verità del fatto alla giustizia o riconoscimento di ciò che è dovuto.

Gravi e molteplici sono, perciò, i doveri del Giudice verso la legge. Accenno soltanto al primo e più importante, che d’altronde porta con sé tutti gli altri: la fedeltà! Fedeltà alla legge, a quella divina naturale e positiva, a quella canonica sostanziale e procedurale.

8. L’oggettività tipica della giustizia e del processo, che nella “quaestio facti” si concretizza nell’aderenza alla verità, nella “quaestio iuris” si traduce nella fedeltà; concetti che, come è manifesto, hanno una grande affinità fra loro. La fedeltà del giudice alla legge lo deve portare ad immedesimarsi con essa, cosicché si possa dire con ragione, come scriveva M. T. Cicerone, che il giudice è la stessa legge che parla: “magistratum legem esse loquentem[242]. Sarà poi questa stessa fedeltà a spingere il giudice ad acquistare quell’insieme di qualità di cui ha bisogno per eseguire gli altri suoi doveri nei confronti della legge: sapienza per comprenderla, scienza per illustrarla, zelo per difenderla, prudenza per interpretarla, nel suo spirito, oltre il “nudus cortex verborum”, ponderatezza e cristiana equità per applicarla.

È per me motivo di conforto aver potuto costatare quanto grande sia stata la vostra fedeltà alla legge della Chiesa in mezzo alle circostanze non facili degli ultimi anni, quando i valori della vita matrimoniale, giustamente messi in particolare luce dal Concilio Vaticano II, ed il progresso delle scienze umane, in specie della psicologia e della psichiatria, hanno fatto confluire al vostro Tribunale nuove fattispecie e nuove impostazioni delle cause matrimoniali, non sempre corrette. È stato merito vostro, dopo un serio e delicato approfondimento della dottrina conciliare e delle suddette scienze, elaborare delle “quaestiones iuris” in cui avete eseguito egregiamente i vostri doveri verso la legge, separando il vero dal falso o facendo luce dove c’era confusione, come, ad esempio, riconducendo non poche fattispecie, che erano presentate come nuove, al capo fondamentale della mancanza di consenso. Così anche avete ribadito “a contrario” lo splendido magistero del mio predecessore, il Papa Paolo VI di v.m., sul consenso come essenza del matrimonio [243].

Fedeltà dei Giudici alla legge

9. Questa fedeltà permetterà altresì a voi Giudici, di dare alle questioni che vi sono sottoposte, una risposta chiara e rispettosa – come esige il vostro servizio alla verità: se il matrimonio è nullo e tale è dichiarato, le due parti sono libere nel senso che si riconosce che mai furono in realtà legate; se il matrimonio è valido e tale è dichiarato, si costata che i coniugi hanno celebrato un matrimonio, che li impegna per tutta la vita ed ha conferito loro la grazia specifica per realizzare nella loro unione, instaurata in piena responsabilità e libertà, il loro destino.

Il matrimonio, uno ed indissolubile, come realtà umana, non è qualcosa di meccanico e di statico. La sua buona riuscita dipende dalla libera cooperazione dei coniugi con la grazia di Dio, dalla loro risposta al Suo disegno d’amore. Se, a causa della mancata cooperazione a questa grazia divina, l’unione fosse rimasta priva dei suoi frutti, i coniugi possono e debbono far ritornare la grazia di Dio, a loro assicurata dal Sacramento, rinverdire il loro impegno per vivere un amore, che non è fatto soltanto di affetti e di emozioni, ma anche e soprattutto di dedizione reciproca, libera, volontaria, totale, irrevocabile.

È questo il contributo che a voi, Giudici, è chiesto a servizio di quella realtà umana e soprannaturale, così importante, ma oggi anche così insidiata che è la famiglia.

Prego voi affinché Gesù Cristo, Sole di Verità e di Giustizia, sia sempre con voi, affinché le decisioni del vostro Tribunale rispecchino sempre quella superiore giustizia e verità che da voi promana. È questo il cordialissimo augurio che vi faccio nell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, e lo accompagno con la mia Benedizione Apostolica.


Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 24 gennaio 1981, in AAS, 73 (1981), pp. 228-234

Signor Decano e Reverendissimi Prelati Uditori, Cari Officiali della Sacra Romana Rota!

1. Sono felice di potermi oggi incontrare con voi, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario di codesto Tribunale. Ringrazio vivamente S. E. il Decano per le nobili parole a me rivolte e per i saggi propositi metodologici formulati. Tutti vi saluto con paterno affetto, mentre esprimo il mio sentito apprezzamento per il vostro lavoro, tanto delicato e pur tanto necessario, che è parte integrante e qualificata dell’ufficio pastorale della Chiesa.

La specifica competenza della Sacra Romana Rota sulle cause matrimoniali tocca molto da vicino il tema così attuale della famiglia, che è stato oggetto di studio da parte del recente Sinodo dei Vescovi. Ebbene, sulla tutela giuridica della famiglia nell’attività giudiziaria dei Tribunali ecclesiastici intendo ora intrattenervi.

2. Con profondo spirito evangelico il Concilio Ecumenico Vaticano II ci ha abituati a guardare all’uomo, per conoscerlo in tutti i suoi problemi e per aiutarlo a risolvere i suoi problemi esistenziali con la luce della verità rivelataci da Cristo e con la grazia che ci offrono i divini misteri della salvezza.

Tra quelli che oggi più travagliano il cuore dell’uomo, e di conseguenza l’ambiente umano, sia familiare sia sociale, nel quale egli vive ed opera, va annoverato come preminente ed inderogabile quello dell’amore coniugale, che lega due esseri umani distinti per sesso, facendone una comunità di vita e di amore, unendoli cioè in matrimonio.

Dal matrimonio si origina la famiglia “nella quale – sottolinea il Vaticano II – le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale”; ed è così che la famiglia è veramente il fondamento della società”. In verità, aggiunge il Concilio, “il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare”. Ma con lo stesso Concilio dobbiamo riconoscere che “non dappertutto la dignità di questa istituzione brilla con identica chiarezza, poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l’amore coniugale è molto spesso profanato dall’egoismo, dall’edonismo e da usi illeciti contro la generazione” [244].

Anche a motivo delle gravi difficoltà che, a volte con violenza, scaturiscono dalle profonde trasformazioni dell’odierna società, l’istituto matrimoniale palesa il suo valore insostituibile e la famiglia resta ancora la “scuola di umanità più completa e più ricca” [245].

Di fronte ai gravi mali che oggi travagliano quasi ovunque questo grande bene, che è la famiglia, è stata anche suggerita l’elaborazione di una Charta dei diritti della famiglia, universalmente riconosciuta, al fine di assicurare a questo istituto la giusta tutela, nell’interesse anche di tutta la società.

3. La Chiesa, dal canto suo e nell’ambito delle sue competenze, ha cercato sempre di tutelare la famiglia anche con un’appropriata legislazione, oltre a favorirla e ad aiutarla con varie iniziative pastorali. Ho già citato il recente Sinodo dei Vescovi. Ma è ben noto come, fin dagli inizi del suo magistero, la Chiesa, confortata dalla parola del Vangelo [246], abbia sempre insegnato e ribadito esplicitamente il precetto di Gesù sull’unità e indissolubilità del matrimonio, senza del quale non si può mai avere una famiglia sicura, sana e vera cellula vitale della società. Contro la prassi greco-romana e giudaica, che facilitava assai il divorzio, già l’apostolo Paolo dichiarava: “agli sposi poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito (...) e il marito non ripudi la moglie” [247]. Seguì la predicazione dei Padri, i quali, di fronte al dilagare dei divorzi, affermavano con insistenza che il matrimonio, per volontà divina, è indissolubile.

Il rispetto, dunque, delle leggi volute da Dio per l’incontro tra l’uomo e la donna e per il perdurare della loro unione, fu l’elemento nuovo che il Cristianesimo introdusse nell’istituto matrimoniale. Il matrimonio – dirà poi il Vaticano II – in quanto “intima comunità di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilito dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale. E così, è dall’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l’istituto (del matrimonio) che ha stabilità per ordinamento divino” [248].

Questa dottrina guidò subito la pastorale, la condotta dei coniugi cristiani, l’etica matrimoniale e la disciplina giuridica. E l’azione catechetico-pastorale della Chiesa, suffragata e avvalorata dalla testimonianza delle famiglie cristiane, introdusse modificazioni persino nella legislazione romana, che con Giustiniano non ammetteva più il divorzio sine causa e andava accogliendo gradatamente l’istituto matrimoniale cristiano. Fu una grande conquista per la società, poiché la Chiesa, avendo ridato dignità alla donna e alle nozze, mediante la famiglia, contribuì a salvare il meglio della cultura greco-romana.

4. Nell’attuale contesto sociale si ripropone oggi alla Chiesa il primitivo sforzo, dottrinale e pastorale, di condotta e prassi, nonché legislativo e giudiziario.

Il bene della persona umana e della famiglia, nella quale l’individuo realizza gran parte della sua dignità, nonché il bene della stessa società, esigono che la Chiesa oggi, ancor più del recente passato, circondi di particolare tutela l’istituto matrimoniale e familiare.

Quasi vano potrebbe risultare lo sforzo pastorale, sollecitato anche dall’ultimo Sinodo dei Vescovi, se non fosse accompagnato da una corrispondente azione legislativa e giudiziaria. A conforto di tutti i Pastori possiamo dire che la nuova codificazione canonica sta provvedendo con sagge norme giuridiche a tradurre quanto è emerso dall’ultimo Concilio Ecumenico in favore del matrimonio e della famiglia. La voce ascoltata nel recente Sinodo dei Vescovi sull’allarmante aumento delle cause matrimoniali nei tribunali ecclesiastici sarà certamente valutata in sede di revisione del Codice di Diritto Canonico. Si è parimente certi che i Pastori, anche come loro risposta alle istanze del citato Sinodo, sapranno, con accresciuto impegno pastorale, favorire l’adeguata preparazione dei nubendi alla celebrazione del matrimonio. La stabilità del vincolo coniugale ed il felice perdurare della comunità familiare dipendono infatti non poco dalla preparazione che i fidanzati hanno premessa alle loro nozze. Ma è altresi vero che la stessa preparazione al matrimonio risulterebbe negativamente influenzata dalle pronunce o sentenze di nullità matrimoniale, quando queste fossero ottenute con troppa facilità. Se tra i mali del divorzio vi è anche quello di rendere meno seria ed impegnativa la celebrazione del matrimonio, fino al punto che questa oggi ha perduto presso non pochi giovani la dovuta considerazione, c’è da temere che nella stessa prospettiva esistenziale e psicologica indirizzerebbero anche le sentenze di dichiarazione di nullità matrimoniale, se si moltiplicassero come pronunce facili ed affrettate. “Ond’è che il giudice ecclesiastico – ammoniva già il mio venerato Predecessore Pio XII – non deve mostrarsi facile a dichiarare la nullità del matrimonio, ma ha piuttosto da adoperarsi innanzi tutto a far sì che si convalidi ciò che invalidamente è stato contratto, massime allorché le circostanze del caso particolarmente lo consigliano”. E a spiegazione di quest’ammonimento aveva premesso: “Quanto alle dichiarazioni di nullità dei matrimoni, nessuno ignora essere la Chiesa guardinga e aliena dal favorirle. Se infatti la tranquillità, la stabilità e la sicurezza dell’umano commercio in genere esigono che i contratti non siano con leggerezza proclamati nulli, ciò vale ancor più per un contratto di tanto momento, qual è il matrimonio, la cui fermezza e stabilità sono richieste dal bene comune della società umana e dal bene privato dei coniugi e della prole, e la cui dignità di Sacramento vieta che ciò che è sacro e sacramentale vada di leggieri esposto al pericolo di profanazione” [249]. A scongiurare questo pericolo, sta contribuendo lodevolmente il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica con la sua saggia e prudente opera di vigilanza. Altrettanto valida mi risulta l’azione giudiziaria del Tribunale della Sacra Romana Rota. Alla vigilanza del primo ed alla sana giurisprudenza del secondo deve corrispondere l’opera ugualmente saggia e responsabile dei tribunali inferiori.

5. Alla necessaria tutela della famiglia contribuiscono in misura non piccola l’attenzione e la pronta disponibilità dei tribunali diocesani e regionali a seguire le direttive della Santa Sede, la costante giurisprudenza rotale e l’applicazione fedele delle norme, sia sostanziali sia processuali già codificate, senza ricorrere a presunte o probabili innovazioni, ad interpretazioni che non hanno oggettivo riscontro nella norma canonica e che non sono suffragate da alcuna qualificata giurisprudenza. È infatti temeraria ogni innovazione di diritto, sia sostantivo sia processuale, che non trovi alcun riscontro nella giurisprudenza o prassi dei tribunali e dicasteri della Santa Sede. Dobbiamo essere persuasi che un esame sereno, attento, meditato, completo ed esauriente delle cause matrimoniali esige la piena conformità alla retta dottrina della Chiesa al diritto canonico ed alla sana giurisprudenza canonica, quale si è andata maturando soprattutto mediante l’apporto della Sacra Romana Rota; tutto ciò va considerato, come già diceva a voi Paolo VI di v.m., “mezzo sapiente” e “come un binario di scorrimento, il cui asse è precisamente la ricerca della verità oggettiva ed il cui punto terminale è la retta amministrazione della giustizia” [250].

In questa ricerca, tutti i ministri del tribunale ecclesiastico – ciascuno con il dovuto rispetto al proprio ed altrui ruolo – debbono avere un riguardo particolare, costante e coscienzioso, al formarsi del libero e valido consenso matrimoniale, sempre congiunto alla sollecitudine, parimente costante e coscienziosa, della tutela del Sacramento del matrimonio. Al conseguimento della conoscenza della verità oggettiva, cioè dell’esistenza del vincolo matrimoniale, validamente contratto, o della sua inesistenza, contribuiscono e l’attenzione ai problemi della persona e l’attenzione alle leggi che, per diritto sia naturale sia divino, o positivo della Chiesa, sottostanno alla valida celebrazione delle nozze e al perdurare del matrimonio. La giustizia canonica, che, secondo la bella espressione di San Gregorio Magno, più significativamente chiamiamo sacerdotale, emerge dall’insieme di tutte le prove processuali, valutate coscienziosamente alla luce della dottrina e del diritto della Chiesa, e col conforto della giurisprudenza più qualificata. Lo esige il bene della famiglia, tenendo presente che ogni tutela della famiglia legittima è sempre in favore della persona; mentre la preoccupazione unilaterale in favore dell’individuo può risolversi a danno della stessa persona umana, oltre a nuocere al matrimonio e alla famiglia, che sono beni e della persona e della società. È in questa prospettiva che vanno viste le disposizioni del vigente Codice circa il matrimonio.

6. Nel messaggio del Sinodo alle famiglie cristiane è sottolineato il grande bene che la famiglia, soprattutto cristiana, costituisce e realizza per la persona umana. La famiglia “aiuta i suoi membri a diventare protagonisti della storia della salvezza e insieme segni viventi del progetto che Dio ha sul mondo” [251]. Anche l’attività giudiziaria, per essere attività della Chiesa, deve tener presente questa realtà – che non è soltanto naturale ma anche soprannaturale – del matrimonio e della famiglia che dal matrimonio ha origine. Natura e grazia ci rivelano, sia pure in modi e misure diversi, un progetto divino sul matrimonio e sulla famiglia, che va sempre atteso, tutelato e, secondo i compiti propri a ciascuna attività della Chiesa, favorito, perché il più largamente possibile sia recepito dalla società umana.

La Chiesa pertanto, anche con il suo diritto e l’esercizio della potestas iudicialis, può e deve salvaguardare i valori del matrimonio e della famiglia, per promuovere l’uomo e valorizzarne la dignità.

L’azione giudiziaria dei tribunali ecclesiastici matrimoniali, alla stregua di quella legislativa, dovrà aiutare la persona umana nella ricerca della verità oggettiva e quindi ad affermare questa verità, affinché la stessa persona possa essere in grado di conoscere, vivere e realizzare il progetto d’amore che Dio le ha assegnato.

L’invito che il Vaticano II ha rivolto a tutti, particolarmente a coloro “che hanno influenza sulla società e le sue diverse categorie”, coinvolge responsabilmente pertanto anche i ministri dei tribunali ecclesiastici per le cause matrimoniali, perché pur essi, ben servendo la verità e bene amministrando la giustizia, collaborino “al bene del matrimonio e della famiglia” [252].

7. Perciò presento a Lei, Signor Decano, ai Prelati Uditori ed agli Officiali della Sacra Romana Rota, i miei voti cordiali per un lavoro sereno e proficuo, svolto alla luce di queste odierne considerazioni.

E, mentre sono lieto di rinnovare i sensi del mio apprezzamento per la preziosa e indefessa attività di codesto Tribunale, imparto di cuore a tutti Voi la particolare Benedizione Apostolica, propiziatrice della divina assistenza sul vostro delicato ufficio e segno della mia costante benevolenza.


Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 1982, in AAS, 74 (1982), pp. 449-454

Signor Decano, Cari Prelati e Officiali,

1. Sono lieto che l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario del Tribunale della Sacra Romana Rota mi offra l’occasione di incontrarmi ancora una volta con voi, che con tanto impegno e qualificata competenza svolgete il vostro lavoro a servizio della Sede Apostolica.

Questo incontro tradizionale riveste quest’anno una nota particolare perché nel giorno di oggi come è noto – entrano in vigore le “Novae Normae” che – dopo l’attento studio di revisione che era stato fatto delle precedenti disposizioni – ho ritenuto di approvare per il vostro Tribunale e che auspico possano rendere più proficua l’opera da voi svolta con preparazione giuridica e spirito sacerdotale per il bene della Chiesa.

Vi saluto con affetto e vi esprimo il mio vivo apprezzamento per tutta la vostra opera. In particolare, rivolgo il mio cordiale saluto al Signor Decano uscente, S. E. Mons. Enrico Ewers, ed al suo successore; ad ambedue assicuro il mio ricordo al Signore, perché sia lui a ricompensare l’uno per il lungo lavoro compiuto con generosa dedizione e ad assistere l’altro nell’incarico che da oggi inizia.

2. Mi è caro richiamare la vostra attenzione sull’Esortazione Apostolica Familiaris consortio nella quale ho raccolto il frutto delle riflessioni sviluppate dai Vescovi nel corso del Sinodo del 1980.

Infatti, se questo recente documento s’indirizza a tutta la Chiesa per esporre i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi, esso interessa da vicino anche la vostra attività, che si svolge per lo più nell’ambito della famiglia, del matrimonio e dell’amore coniugale. Il peso del vostro ruolo si misura dall’importanza delle decisioni, che voi siete chiamati a prendere con senso di verità e di giustizia, in vista del bene spirituale delle anime, in riferimento al giudizio supremo di Dio: solum Deum prae oculis habentes.

3. Affidando a ciascuno di voi questo compito ecclesiale, Dio vi chiede di proseguire così, attraverso l’opera di Cristo, di prolungare il ministero apostolico con l’esercizio della missione a voi affidata e dei poteri a voi trasmessi; perché voi lavorate, studiate, giudicate, in nome della Sede Apostolica. Lo svolgimento di tali attività, pertanto, deve essere adeguato alla funzione dei giudici, ma investe anche quella dei loro collaboratori. In questo momento penso al compito, così difficile, degli avvocati, i quali renderanno ai loro clienti servizi migliori nella misura in cui si sforzeranno di rimanere entro la verità, l’amore della Chiesa, l’amore di Dio. La vostra missione, dunque, è prima di tutto un servizio dell’amore.

Di questo amore il matrimonio è realtà e segno misterioso. “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore” [253].

Segno misterioso, il matrimonio lo è come sacramento: un legame indissolubile unisce gli sposi, come in un solo amore sono uniti Cristo e la Chiesa [254].

Secondo il disegno di Dio, il matrimonio trova la sua pienezza nella famiglia, di cui è origine e fondamento; e il dono mutuo degli sposi sboccia nel dono della vita, ossia nella generazione di coloro che, amando i loro genitori, ridicono ad essi il loro amore e ne esprimono la profondità [255].

Il Concilio ha visto il matrimonio come patto di amore [256]. Questo patto “suppone la scelta cosciente e libera, con la quale l’uomo e la donna accolgono l’intima comunità di vita e d’amore, voluta da Dio Stesso” [257]. Parlando qui di amore, noi non possiamo ridurlo ad affettività sensibile, ad attrazione passeggera, a sensazione erotica, a impulso sessuale, a sentimento d’affinità, a semplice gioia di vivere.

L’amore è essenzialmente dono. Parlando di atto di amore il Concilio suppone un atto di donazione, unico e decisivo, irrevocabile come è un dono totale, che vuole essere e restare mutuo e fecondo.

4. Per comprendere pienamente il senso esatto del consenso matrimoniale, dobbiamo lasciarci illuminare dalla rivelazione divina. Il consenso nuziale è un atto di volontà che significa e comporta un dono mutuo, che unisce gli sposi tra di loro e insieme li lega ai loro eventuali figli, con i quali essi costituiscono una sola famiglia, un solo focolare, una “chiesa domestica” [258].

Visto così il consenso matrimoniale è un impegno in un vincolo di amore dove, nello stesso dono, si esprime l’accordo delle volontà e dei cuori per realizzare tutto quello che è e significa il matrimonio per il mondo e per la Chiesa.

5. C’è di più. Per noi, il consenso nuziale è un atto ecclesiale. Esso fonda la “chiesa domestica” e costituisce una realtà sacramentale dove si uniscono due elementi: un elemento spirituale come comunione di vita nella fede, nella speranza e nella carità; e un elemento sociale come società organizzata, gerarchizzata, cellula vivente della società umana, elevata alla dignità del “sacramentum magnum”, la Chiesa di Cristo, dove essa si inserisce come Chiesa domestica [259]. Sicché nella famiglia fondata sul matrimonio bisogna riconoscere in una certa misura la stessa analogia della Chiesa totale con il mistero del Verbo incarnato, dove in una sola realtà si uniscono il divino e l’umano, la Chiesa terrestre e la Chiesa in possesso dei beni celesti, una società ordinata gerarchicamente e il Corpo mistico di Cristo [260].

6. Il Concilio ha sottolineato l’aspetto della donazione. E allora conviene soffermarsi qui un momento, per cogliere più in profondità il significato dell’atto del donarsi in oblazione totale con un consenso che, se si colloca nel tempo, assume un valore d’eternità. Un dono, se vuole essere totale, deve essere senza ritorno e senza riserve. Perciò, nell’atto, col quale la donazione si esprime, noi dobbiamo accettare il valore simbolico degli impegni assunti. Colui che si dona, lo fa con la consapevolezza d’obbligarsi a vivere il suo dono all’altro; se egli all’altro concede un diritto, è perché ha la volontà di donarsi; e si dona con l’intenzione di obbligarsi a realizzare le esigenze del dono totale, che liberamente ha fatto. Se sotto il profilo giuridico questi obblighi sono più facilmente definiti, se vengono espressi più come un diritto che si cede che come un obbligo che si assume, è pur vero che il dono non è che simbolizzato dagli impegni di un contratto, il quale esprime sul piano umano gli impegni inerenti ad ogni consenso nuziale vero e sincero. È così che si giunge a comprendere la dottrina conciliare, così da consentirle di recuperare la dottrina tradizionale per collocarla in una prospettiva più profonda ed insieme più cristiana.

Tutti questi valori vengono non soltanto ammessi, affinati e definiti dal diritto ecclesiastico, ma anche difesi e protetti. Ciò costituisce, peraltro, la nobiltà della sua giurisprudenza e la forza delle norme che essa applica.

7. Ora, non è puramente immaginario, soprattutto oggi, il pericolo di vedere messo in discussione il valore globale di tale consenso, per il fatto che alcuni elementi che lo costituiscono, che ne sono l’oggetto o che ne esprimono la realizzazione, sono sempre più spesso distinti o addirittura separati, a seconda dell’attenzione che vi portano specialisti in campi diversi o la specificità propria delle diverse scienze umane. Sarebbe inconcepibile che il consenso in quanto tale fosse respinto per sopravvenuta mancanza di fedeltà. Senza dubbio il problema della fedeltà costituisce spesso la croce degli sposi.

Vostro primo compito a servizio dell’amore sarà, dunque, riconoscere il pieno valore del matrimonio, rispettare nel miglior modo possibile la sua esistenza, proteggere coloro che esso ha uniti in una sola famiglia. Sarà soltanto per motivazioni valide, per fatti provati che si potrà mettere in dubbio la sua esistenza, e dichiararne la nullità. Il primo dovere che su voi incombe è il rispetto dell’uomo che ha dato la sua parola, ha espresso il suo consenso e ha fatto così dono totale di se stesso.

8. Indubbiamente, la natura umana in seguito al peccato è stata sconvolta, ferita; essa tuttavia non è stata pervertita; essa è stata risanata dall’intervento di Colui che è venuto a salvarla ed a elevarla fino alla partecipazione della vita divina. Ora, in verità, sarebbe demolirla, il ritenerla incapace d’un impegno vero, d’un consenso definitivo, d’un patto d’amore che esprime quello che essa è, d’un sacramento istituito dal Signore per guarirla, fortificarla, elevarla per mezzo della sua grazia.

E così, allora, è nel quadro della prospettiva ecclesiale del Sacramento del matrimonio che va collocato il progresso della scienza umana, le sue ricerche, i suoi metodi e i suoi risultati. La continuità dei suoi sforzi mette anche in rilievo la fragilità di alcune delle sue conclusioni anteriori o di ipotesi di lavoro di cui non si sono potute conservare le valutazioni.

Per tali ragioni il giudice, nell’emettere la sentenza, resta in definitiva il responsabile di quel lavoro comune, di cui ho parlato all’inizio. La decisione dovrà essere presa nella prospettiva globale già ricordata, e che l’esortazione apostolica Familiaris consortio ha voluto mettere maggiormente in luce.

Mentre è in corso l’esame sulla validità di un vincolo matrimoniale, e si ricerca l’esistenza di ragioni che possano condurre all’eventuale dichiarazione di nullità, il giudice resta a servizio dell’amore, sottomesso al diritto divino, attento ad ogni consiglio o perizia seria. Sarebbe estremamente dannoso se a decidere fosse in definitiva l’uno o l’altro esperto, col rischio di vedere giudicata la causa secondo uno solo dei suoi aspetti.

Di qui scaturisce la necessità di riconoscere nel giudice il peso della sua funzione, l’importanza della sua responsabile autonomia di giudizio, l’esigenza del suo consenso ecclesiale e della sua sollecitudine per il bene delle anime. E non perché in materia matrimoniale una sentenza può sempre essere impugnata per sopravvenienti nuove gravi motivazioni, non per questo egli si sentirà spinto a mettere meno diligenza a prepararla, meno fermezza a esprimerla, meno coraggio ad emetterla.

9. In questa luce, si ha modo di apprezzare sempre di più la particolare responsabilità del “defensor vinculi”. Suo dovere non è quello di definire a ogni costo una realtà inesistente, o di opporsi in ogni modo a una decisione fondata, ma, come si espresse Pio XII, egli dovrà fare delle osservazioni “pro vinculo, salva semper veritate” [261]. Si notano a volte tendenze che purtroppo tendono a ridimensionare il suo ruolo. La stessa persona poi non può esercitare due funzioni contemporaneamente, essere giudice e difensore del vincolo. Solo una persona competente può assumere una tale reponsabilità; e sarà grave errore considerarla di minore importanza.

10. Il “promotor iustitiae”, sollecito del bene comune, agirà anche lui nella prospettiva globale del mistero dell’amore vissuto nella vita familiare; allo stesso modo, se egli sentirà il dovere di avanzare una richiesta di dichiarazione di nullità, lo farà dietro la spinta della verità e della giustizia; non per accondiscendere, ma per salvare.

11. Nella stessa prospettiva della globalità della vita familiare, infine, è necessario auspicare una sempre più attiva collaborazione degli avvocati ecclesiastici.

La loro attività deve essere al servizio della Chiesa; e pertanto va vista quasi come un ministero ecclesiale. Deve essere un servizio all’amore, che richiede dedizione e carità soprattutto a favore dei più sprovvisti e dei più poveri.

12. A conclusione di questo incontro, desidero esortarvi a collaborare, “cordialmente e coraggiosamente, con tutti gli uomini di buona volontà, che vivono con la loro responsabilità al servizio della famiglia” [262], in modo tutto speciale voi, che ne dovete riconoscere la base e il fondamento nel consenso nuziale, sacramento di amore, segno dell’amore che lega Cristo alla sua Chiesa, sua Sposa, e che è, per l’umanità intera, una rivelazione della vita di Dio e l’introduzione alla vita trinitaria dell’Amore divino.

Nell’invocare il Signore di assistervi nella vostra missione al servizio dell’uomo salvato da Cristo, nostro Redentore, vi imparto di cuore la mia benedizione, propiziatrice della grazia del Dio dell’Amore.


Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 26 febbraio 1983, in AAS, 75 (1983), pp. 554-559

1. Sono vivamente grato a Monsignor Decano per le nobili espressioni con le quali ha interpretato i comuni sentimenti ed ha posto in evidenza difficoltà e prospettive della complessa attività, a cui Voi tutti attendete con generosa dedizione. Questo annuale incontro mi è gradita occasione per rivolgere, innanzitutto, un cordiale saluto a quanti spendono le loro energie in questo delicato settore della vita della Chiesa: a Lei, Monsignor Decano, al Collegio dei Prelati Uditori, che compongono il Tribunale, agli altri Officiali, che vi fanno parte, ed alla schiera degli Avvocati Rotali, che vedo qui largamente rappresentata. Sono lieto di poter rendere onore, con animo riconoscente, alle persone che fanno dell’amministrazione della giustizia nel nome di questa Sede Apostolica la loro professione.

La circostanza mi offre altresì l’opportunità di intrattenermi con Voi, com’è consuetudine, su quegli aspetti del vostro lavoro che sembrano meritare, di anno in anno, maggiore attenzione. Il nostro odierno incontro avviene a pochi giorni dall’atto solenne della promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico che, come dicevo nella Costituzione Sacrae disciplinae leges, “va riguardato come lo strumento indispensabile per assicurare ordine sia nella vita individuale e sociale, sia nell’attività stessa della Chiesa” [263].

Al termine del lungo e meritorio lavoro di riforma delle leggi della Chiesa, penso che si possano ripetere, con giudizio retrospettivo di verità, le parole che il mio Predecessore Paolo VI vi rivolgeva il 12 febbraio 1968, riferendosi proprio alla revisione del Codice: “La vasta e multiforme esperienza accumulata dal vostro Tribunale in questi ultimi anni, vi mette in grado, oggi come in passato, di fornire un materiale copioso e qualificato per la nuova legislazione. Non soltanto, come è evidente, la parte dedicata alla struttura e dinamica del processo canonico e alla dommatica del matrimonio, ma anche gli stessi princìpi e gli istituti fondamentali del Diritto Canonico potranno essere individuati in maniera più genuina e definiti in termini più sicuri con l’apporto della dottrina contenuta nelle vostre Decisioni. Attraverso queste filtreranno nel nuovo Codice i risultati felicemente raggiunti dalla più recente elaborazione del diritto civile delle Nazioni, così come i dati acquisiti dalla scienza della medicina e della psichiatria. Il senso profondamente umano che ispira le vostre Sentenze contribuirà a illuminare il mistero dell’uomo e del cristiano di oggi, colui cioè che sarà il destinatario del rinnovato Codice, colui al quale la nuova legislazione dovrà offrire una chiara traccia e un valido aiuto per vivere coraggiosamente le verità evangeliche e la propria vocazione nella Chiesa di Cristo” [264].

Mi sembra che l’auspicio di Paolo VI si sia ampiamente avverato nei testi legislativi del nuovo Codice: la dottrina ecclesiologica, conforme agli orientamenti del Vaticano II, e le indicazioni pastorali in essa contenute gli assicurano una ricchezza stimolante ed una aderenza concreta alla realtà, che meritano di essere attentamente studiate per essere poi generosamente applicate alla vita della Chiesa.

2. Desidero ora in particolare sottolineare alcuni elementi che interessano l’importante ed insostituibile lavoro che la Sacra Romana Rota, Tribunale ordinario del Romano Pontefice, svolge per il bene di tutta la Chiesa.

Mi riferisco innanzitutto a quanto il nuovo Codice di Diritto Canonico afferma al can. 221, §1: “Christifidelibus competit ut iura, quibus in Ecclesia gaudent, legitime vindicent atque defendant in foro competenti ecclesiastico ad normam iuris”. E al paragrafo seguente vien precisato: “Christifidelibus ius quoque est ut, si ad iudicium ab auctoritate competenti vocentur, iudicentur servatis iuris praescriptis, cum aequitate applicandis”. La Chiesa ha sempre affermato e promosso i diritti dei fedeli, ed anzi nel nuovo Codice ne ha promulgato come una “carta fondamentale” [265], offrendo, nella linea di auspicata reciprocità tra diritti e doveri iscritti nella dignità della persona del “Christifidelis”, le opportune garanzie giuridiche di protezione e di tutela adeguata.

Il ministero del giudice ecclesiastico è perciò quello dell’interprete della giustizia e del diritto. Inoltre, come dicevo nel discorso del 17 febbraio 1979, “il giudice ecclesiastico non solo dovrà tenere presente che la esigenza primaria della giustizia è di rispettare le persone, ma, al di là della giustizia, egli dovrà tendere all’equità, e, al di là di questa, alla carità” [266].

3. Ma la tutela dei diritti personali di tutti i membri del Popolo di Dio, fedeli o pastori, non deve sminuire la promozione di quella comunione ecclesiale che si pone come istanza primaria di tutta la legislazione ecclesiastica, e che deve guidare tutta l’attività del Popolo di Dio. La Chiesa infatti è definita “sacramento di unità” [267]. Se quindi il fedele, come annotavo nel medesimo discorso, “riconosce, sotto l’impulso dello Spirito, la necessità di una profonda conversione ecclesiologica, trasformerà l’affermazione e l’esercizio dei suoi diritti in assunzione di doveri di unità e di solidarietà per l’attuazione dei valori superiori del bene comune” [268].

La tensione verso il bene comune e verso la corresponsabilità di tutti i membri della Chiesa nella costruzione di quella società ben compaginata che è portatrice di salvezza a tutti gli uomini, postula il rispetto dei ruoli di ciascuno, secondo il proprio statuto giuridico nella Chiesa, e l’efficace attività di tutte le funzioni pubbliche a cui è attribuita la “potestas sacra”. E tutto ciò in prospettiva di una più profonda redenzione dell’uomo dalla schiavitù del peccato e dal mito di una libertà ingannatrice. “Col richiamo del principio di autorità e della necessità dell’ordinamento giuridico, nulla si sottrae al valore della libertà ed alla stima in cui essa deve essere tenuta – affermava Paolo VI nel discorso del 29 gennaio 1970 –; si sottolineano bensì le esigenze di una sicura ed efficace tutela dei beni comuni, tra i quali quello fondamentale dell’esercizio della stessa libertà, che solo una convivenza bene ordinata può adeguatamente garantire. La libertà infatti, che cosa varrebbe all’individuo, se non fosse protetta da norme sapienti e opportune? Con ragione affermava il grande Arpinate: “Legum ministri magistratus, legum interpretes iudices, legum denique idcirco omnes servi sumus ut liberi esse possimus”“ [269].

Anch’io, nella Costituzione Sacrae disciplinae leges, ho accennato alla falsa contrapposizione tra libertà, grazia e carismi, e legge della Chiesa; e ho dichiarato in proposito: “Stando così le cose, appare abbastanza chiaramente che il Codice non ha come scopo in nessun modo di sostituire la fede, la grazia e i carismi nella vita della Chiesa o dei fedeli. Al contrario, il suo fine è piuttosto di creare tale ordine nella società ecclesiale che, assegnando il primato alla fede, alla grazia e ai carismi, renda più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono” [270].